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30 novembre 2013

La vetrina degli incipit - Novembre 2013

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L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...
Lo staff della Stamberga



 

 
 


***
«La morte è un ottimo argomento di conversazione. Quasi fosse una cosa radicata negli esseri umani, e sono davvero poche le azioni compiute da molta gente nel corso della vita, di cui si parli in modo tanto esauriente e che vengano tanto amorevolmente analizzate, quanto quella di abbandonarla. Anche la persona più loquace ha le labbra sigillate, quando l’argomento di conversazione si sposta sulla procreazione o sulla nascita, e quanto ai dettagli intimi di un matrimonio, della crescita dei figli e della vita familiare, nel migliore dei casi vengono confidati solo agli amici più intimi.
Ma la morte è un’altra cosa. C’è quasi un piacere morboso nell’esaminare al microscopio l’ultima lenta malattia, corredata da tutti i suoi sintomi; e maggiore è la sofferenza, più lunga la malattia, più orribile la fine, più le teste si scuotono preoccupate.
E dunque, il trapasso di un anziano gentiluomo, che muore tranquillamente nel suo letto, di norma non darebbe adito a grandi conversazioni. Ma è un dato di fatto che esista un altro argomento su cui la gente ama soffermarsi ancor più che sulla morte. Quell’argomento è il denaro. Quindi, se si da il caso che l’anziano gentiluomo sia ricco, le teste verranno scosse con non meno vigore, ma ci si preoccuperà solennemente delle dimensioni del suo patrimonio, del modo in cui è stato accumulato e (cosa più importante di tutte) come –e in favore di chi- è stato lasciato in eredità.
»
Gramercy Park, di Paula Cohen - Antonio
 
«Avevo trentasette anni, ed ero seduto a bordo di un Boeing 747. Il gigantesco velivolo aveva cominciato la discesa attraverso densi strati di nubi piovose, e dopo poco sarebbe atterrato all'aeroporto di Amburgo. La fredda pioggia di novembre tingeva di scuro la terra trasformando tutta la scena, con i meccanici negli impermeabili, le bandiere issate sugli anonimi edifici dell'aeroporto e l'insegna pubblicitaria della Bmw, in un tetro paesaggio di scuola fiamminga. È proprio vero: sono di nuovo in Germania, pensai.»
Norwegian Wood, di Haruki Murakami - Valeria Pinna

«'Cara scrittrice,
sono una studentessa siciliana, di un piccolo paese alle falde dell'Etna chiamato Santo Pellegrino. Sta di fronte a un'isola disgraziata eppure bellissima che lei conosce bene e che io amo ma di cui sento addosso i difetti come tante pulci affamate.
Mi chiamo Chiara. Questo non le dirà nulla, ma per me invece è molto, moltissimo. Su questo nome luminoso, cristallino, su questo nome che parla di trasparenze pensose, mi sto rompendo la testa. L'origine della scelta è semplice, quasi banale: mia madre è molto religiosa e ha voluto mettermi il nome di Chiara perché sono nata proprio il giorno in cui si festeggia la santa, l'11 agosto, che poi sarebbe il giorno della sua morte, perché il giorno della sua nascita non è noto come non si conosce con esattezza l'anno, il 1193 o il 1194. [...]'
»
Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza, di Dacia Maraini - Mara

«Che peso ha una vita? E' il risultato delle nostre azioni costruttive e meritevoli, senza tener conto di quelle cattive? O è soltanto quello del corpo umano, messo sulla bilancia - novanta chili di vita?
Punto una pistola alla testa di mio figlio: peserà all'incirca sessanta chili, la pistola meno di uno. Un altro modo di vedere la cosa: la vita di mio figlio Lincoln pesa solo quanto la pistola che tengo in mano. O quanto il proiettile che sta per ucciderlo? E dopo lo sparo, avrà ancora un peso?
Ride. Sono terrorizzato. Premerò il grilletto e morirà, eppure sorride come se l'arma (il fetale metallo) che ha contro la testa fosse il dito di qualcuno che ama.
Chi sono? Come posso fare questo a mio figlio? Ascoltate...
»
L'assenza, di Jonathan Carroll - Tancredi

«Urania. I genitori non le avevano fatto un favore; il suo nome dava l'idea di un pianeta, di un minerale, di tutto tran­ne che della donna snella e dai tratti sottili, dalla carnagione bruna e dai grandi occhi scuri, un po' tristi, che lo specchio le rimandava. Urania! Ma che bella invenzione. Per fortuna più nessuno la chiamava così, ma Uri, Miss Cabral, Mrs Cabral o Doctor Cabral. A quel che ricordava, da quando era venuta via da Santo Domingo («O meglio, da Ciudad Trujillo», quando era partita non avevano ancora restituito il suo nome alla capitale), né a Adrian, né a Boston, né a Washington D.C., né a New York, nessuno l'aveva più chiamata Urania, come prima a casa sua e al Colegio Santo Domingo, dove le sisters e le sue compagne pronunciavano in modo ultra-corretto l'insensato nome che le avevano inflitto alla nascita. Poteva essergli venuto in mente a lui, a lei? Troppo tardi per accertarsene, ragazza; tua madre ormai era in cielo e tuo padre un morto vivente. Non lo saprai mai. Urania! Assurdo quanto fare quell'affronto all'antica Santo Domingo de Guzmàn chiamandola Ciudad Trujillo. Anche quella era stata forse un'idea di suo padre?»
La festa del caprone, di Mario Vargas Llosa - Patrizia

«Oggi è stato il mio compleanno, ho compiuto diciassette anni, sono un "seventeen". La mia famiglia, papà, mamma e mio fratello, tutti lo hanno ignorato o hanno finto di ignorarlo. Allora anch'io ho taciuto.
La sera mia sorella, infermiera presso l'ospedale dell'esercito di difesa, è tornata a casa ed è venuta in bagno mentre mi stavo insaponando a dirmi: «Diciassette anni anni eh, non hai voglia di prenderti in mano la carne?» A causa di una forte miopia deve portare gli occhiali e se ne vergogna, convinta per questo che non si sarebbe mai sposata è entrata nell'ospedale militare. Mentre si disinteressa del progressivo peggioramento della vista non fa altro che leggere libri "a tutto spiano". Anche quelle parole che mi ha detto le avrà di sicuro rubate da qualche libro. Comunque almeno uno della mia famiglia s'è ricordato del mio compleanno, intanto che mi lavo questo mi solleva, anche solo per poco, dal senso di solitudine. Poi mentre continuo a rimuginare sulle sue parole, tra la schiuma del sapone improvvisamente il pene mi diventa duro e vado a chiudere a chiave la porta del bagno.
»
"Seventeen" da Il figlio dell'Imperatoredi Kenzaburō Ōe - Sakura

«JUNE 21, 1895

Bombay, India

“PLEASE TELL ME THAT’S NOT GOING TO BE PART OF MY birthday dinner this evening.”
I am staring into the hissing face of a cobra. A surprisingly pink tongue slithers in and out of a cruel mouth while an Indian man whose eyes are the blue of blindness inclines his head toward my mother and explains in Hindi that cobras make very good eating.
My mother reaches out a white-gloved finger to stroke the snake’s back. “What do you think, Gemma? Now that you’re sixteen, will you be dining on cobra?”
»
A Great and Terrible Beauty, di Libba Bray - Valetta

«Questo è un racconto sulla magia, su dove va e, cosa forse più importante, da dove viene e perché, sebbene non pretenda dare una risposta a tutti questi interrogativi. O a nessuno di essi.
Tuttavia può contribuire a spiegare perché Gandalf non si era mai sposato e perché Merlin era un uomo. Perché questo è anche un racconto sul sesso. Anche se, probabilmente, non nel senso di atletiche acrobazie molto spinte. A meno che i protagonisti non sfuggano totalmente al controllo dell'autore. Il che è possibile.
Comunque, questo è anzitutto il racconto di un mondo. Eccolo che viene. Osservate con attenzione, gli effetti speciali sono assai costosi.
Risuona una nota bassa. È un accordo profondo, vibrante. Annuncia che la sezione degli ottoni può intonare da un momento all'altro una fanfara per il cosmo. Perché lo scenario raffigura la tenebra del profondo spazio, rotta da poche stelle brillanti come la forfora sulle spalle di Dio.
Poi in alto appare, più grande del più grande e temibile incrociatore stellare mai concepito dall'immaginazione di un produttore cinematografico megalomane: una tartaruga, lunga diecimila miglia. È la Grande A'Tuin, uno dei rari astrochelonidi provenienti da un universo dove le cose sono meno di come sono e più come la gente immagina che siano. Trasporta sul suo guscio costellato da crateri di meteore quattro giganteschi elefanti, che sorreggono sulle loro spalle enormi la grande ruota del mondo-Disco.
Via via che la scena gira, l'intero mondo si fa visibile alla luce del suo minuscolo sole orbitante. Ci sono continenti, arcipelaghi, mari, deserti, catene montuose e al centro perfino una piccolissima calotta ghiacciata.
Gli abitanti di questo luogo, è ovvio, non si preoccupano di teorie globali. Il loro mondo, circondato da un oceano che precipita senza sosta nello spazio in una enorme cascata, è tondo e piatto come una pizza geologica, sebbene senza le acciughe.
Un mondo simile, che esiste soltanto perché agli dei piace scherzare, è un luogo dove la magia può sussistere. E anche il sesso, naturalmente.
»
L'arte della magia, di Terry Pratchett - Daniele

«Quel giorno quando tornai a casa e vidi mia madre di sfuggita, pensai che fosse insolito che girasse per casa in accappatoio. Sì, insomma, strano. Non mi sembrava che avesse i capelli avvolti nell’asciugamano, né che fossero bagnati, tra l’altro, ma lì per lì non ci feci troppo caso. Ero più impegnata a temere che la mia divisa si fosse fusa con la mia pelle in quel caldo appiccicaticcio, così andai in soffitta a prendere dei vestiti puliti, e trovai mia madre, col suo usuale grembiule da casa, che stirava. Ci voleva il coraggio suo per stirare con 30 gradi all’ombra in un’area non ventilata, ma non fu quello che mi turbò.
«Ma tu non eri di sotto?»
Mia madre giustamente mi guardò per un attimo come se fossi pazza, poi passò all’empatia mentre pensava semplicemente “il caldo l’ha rincoglionita”.
«’more de mamma, non sarà mica il caso di mettersi un cappello quando vieni a casa?» mi disse infatti con una punta di ilarità, ma anche con tutta l’amorevolezza possibile.
E rincoglionita pensai d’esserlo pure io (non era poi così improbabile), fino a quando arrivai al pianerottolo coi vestiti puliti e vidi Elena, mia sorella, probabilmente venuta a prendere chissà cosa, che salutava l’altra madre (quella con l’accappatoio addosso, per intenderci) con uno sguardo un po’ stranito. «Perché vai in giro così?» Allora non ero matta, cazzo.
La madre in accappatoio non rispose, piuttosto spostò la sua attenzione verso di me.
«Mammaaaa...» chiamai, con una certa urgenza nella voce.
La madre in accappatoio rispose «Sì, tesoro?»
La madre in soffitta, invece, col suo usuale, tamarrissimo: «EH?»
In dialetto le dissi di venire giù, mentre comunicavo a cenni facciali con Elena, che subito spinse la confusa mamma in accappatoio in cucina. Nel frattempo trovai un martello che mio padre teneva sul pianerottolo insieme ad altri attrezzi, poi spinsi la madre in soffitta ad andare in cucina insieme a Elena e la madre in accappatoio.
La madre in grembiule ebbe una strana reazione nel vedersi in accappatoio ma senza l’aiuto dello specchio. «Ma che è un...?» ci chiese.
«Mi sa.» rispose Elena.
«Embè in accappatoio? Guarda là, mi si vede tutto!»
Di tutte le cose che poteva dire questa non me l’aspettavo, tanto più che non era vero che si vedeva tutto, ma tant’è. «Cazzo ne so, ma’, questi cosi sono tutti strani.» risposi io.
La mamma in accappatoio intanto non faceva una piega.
«Alla tv non sono così tranquilli. Cioè, guardala, non dice niente.» disse Elena.
«In accappatoio!» insistette mia madre, evidentemente turbata dalla scelta d’abbigliamento della sua sosia.
«Ma scherzi, c’è da farla fuori!» esclamai io.
«Ho capito che c’è da farla fuori, ho solo detto che non sono così pericolosi come dicono in tv.» ribatté Elena.
»
Alieni in Italia, di Fabrizia Pizzuti - Pythia

«Quando si trattò di avere per la prima volta a pranzo il signor di Norpois, siccome mia madre diceva che era proprio un peccato che il professor Cottard fosse in viaggio e che lei avesse smesso del tutto di frequentare Swann, perché l'uno e l'altro avrebbero di certo interessato l'ex ambasciatore, mio padre rispose che un convitato eccellente, un illustre scienziato come Cottard non poteva mai sfigurare in un pranzo, ma Swann con la sua ostentazione, e quel suo modo di strombazzare le conoscenze più insignificanti, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe di sicuro giudicato, secondo la sua espressione, "pestifero".
Ora questa risposta di mio padre richiede qualche parola di spiegazione: alcuni ricorderanno forse un Cottard molto mediocre e uno Swann che portava alla più estrema delicatezza, in materia mondana, modestia e discrezione. Ma per quanto riguarda il secondo era accaduto che allo "Swann figlio" e anche allo Swann del Jockey, il vecchio amico dei miei genitori aveva aggiunto una qualità nuova (e che non doveva essere l'ultima), quella di marito di Odette.
»
All'ombra delle fanciulle in fiore, di Marcel Proust - Polyfilo



01 novembre 2013

La vetrina degli incipit - Ottobre 2013

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L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...
Lo staff della Stamberga



 


 


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«Una busta è un enigma che racchiude altri enigmi. Quella era grande, gonfia, di carta di Manila, con il timbro del laboratorio impresso nell’angolo inferiore sinistro. E mentre la soppesava tra le mani cercando contemporaneamente un tagliacarte tra pennelli e barattoli di colori e vernici, Julia era molto lontana dall’immaginare fino a che punto aprirla avrebbe cambiato la sua vita.»
La tavola fiamminga, di Arturo Pérez-Reverte - Antonio
 
«On the second day of December in a year when a Georgia peanut farmer was doing business in the White House, one of Colorado's great resort hotels burned to the ground. The Overlook was declared a total loss. After an investigation, the fire marshal of Jicarilla ruled the cause had been a defective boiler. The hotel was closed for the winter when the accident occurred, and only four people were present. Three survived. The hotel's off-season caretaker, Jack Torrance, was killed during an unsuccessful (and heroic) effort to dump the boiler's steam pressure, which had mounted to disastrously high levels due an inoperative relief valve.
Two of the survivors were the caretaker's wife and young son. The third was the Overlook's chef, Richard Hallorann, who had left his seasonal job in Florida and come to check on the Torrances because of what he called "a powerful hunch" that the family was in trouble. Both surviving adults were quite badly injured in the explosion. Only the child was unhurt.
Physically, at last.
»
Doctor Sleep, di Stephen King - Sakura

«Sulla bella costa della riviera francese, a mezza strada tra Marsiglia e il confine italiano, sorge un albergo rosa, grande e orgoglioso. Palme deferenti ne rinfrescano la facciata rosata, e davanti a esso si stende una breve spiaggia abbagliante. Recentemente è diventato un ritrovo estivo di gente importante e alla moda; dieci anni fa, quando in aprile la clientela inglese andava verso il Nord, era quasi deserto. Ora molte villette vi si raggruppano intorno; ma quando questa storia incomincia, soltanto i tetti di una dozzina di vecchie ville marcivano come ninfee in mezzo ai pini ammassati tra l'Hotel des Etrangers di Gausse e Cannes, otto chilometri più in là.»
Tenera è la notte, di Francis Scott Fitzgerald - Valeria Pinna

«Il sentiero che, scendendo dalla collina, conduce dalla maestosa Volterra al piccolo borgo della Chiostra serpeggia nell’orizzonte toscano – rosso magenta alla fine della giornata – lungo un antico affioramento lavico levigato dal tempo. La vista è mozzafiato a ogni ora e in ogni stagione: da una parte, la bellezza dei colori della natura e dei campi e, dall’altra, un eterno paesaggio lunare dalla geologia insolita, dove le sensuali ondulazioni delle colline sono crudamente sostituite dalle Balze originate da un millennio di frane. Chi nutre interessi classici o storici può individuare il punto in cui la più antica delle necropoli etrusche fu distrutta dall’erosione; oppure può lasciarsi incuriosire dalla badia in rovina dell’undicesimo secolo, o dalle prime chiese cristiane inghiottite dall’ambiente circostante secoli fa. Chi ha, invece, un animo romantico o ama gli enigmi dovrebbe forse recarsi in un luogo indistinto a un paio di chilometri lungo la strada, in qualche punto tra la villa moderna con cani che abbaiano e il vecchio podere con filari di viti e girasoli. Non ci sono cartelli, per cui il viaggiatore non informato potrebbe passarci davanti inconsapevole del mistero.
Qui, cercando bene, c’è sul crinale il rudere di una casa, che da una posizione perfetta volge lo sguardo verso l’imponente città etrusca. La leggenda dice che è tutto quel che rimane di una piccola tenuta della fine del tredicesimo o dell’inizio del quattordicesimo secolo, che un tempo fu la dimora di una famiglia benestante e signorile e della loro incantevole figlia. Del nome della fanciulla dobbiamo fare a meno, perché su di lei è fiorita una messe di leggende e la verità del suo nome fa parte dell’arcano. Basti dire che, in epoca cristiana, era una discepola della Natura, preferiva la compagnia di animali e uccelli e venerava Diana, dea della luna e patrona di uno degli antichi templi che avevano dominato Velathri, come la città di Volterra era anticamente chiamata.
»
Il giardino delle erbe proibite, di Titania Hardie - Pythia

««Far le valigie Tutto quel che ho lo porto con me.
Oppure: Tutto quel che è mio me lo porto appresso.
L’ho portato tutto, quello che avevo. Cose mie non erano. Cose nate con un’altra funzione, o appartenenti a qualcun altro. La valigia di pelle di maiale era la custodia di un grammofono. Lo spolverino era di mio padre. Il cappotto da città con il colletto di velluto era del nonno. I calzoni alla zuava, quelli di mio zio Edwin. I gambali di cuoio erano del vicino, il signor Carp. I guanti di lana verde, quelli di mia zia Fini. Solo la sciarpa di seta bordeaux e il nécessaire erano miei, regali degli ultimi Natali.
C’era ancora la guerra, nel gennaio del 1945. Nel terrore che in pieno inverno dovessi andarmene chissà dove dai russi, ciascuno volle darmi qualcosa che potesse essere utile, quando ormai non c’è più niente che serve. Visto che nulla al mondo poteva servire. Visto che stavo sulle liste dei russi, irrevocabilmente, e ognuno mi dava qualcosa e aveva la sua idea nella testa. Io lo prendevo e a diciassette anni pensavo che questo andarmene stesse arrivando al momento giusto. Non doveva essere per forza la lista dei russi, ma bastava che non finisse troppo male che per me era persino un bene. Volevo andarmene via da quella cittadina angusta come un ditale, dove tutti i sassi hanno occhi. Anziché paura avevo quell’impazienza nascosta. E una cattiva coscienza, perché la lista che faceva disperare i miei era una situazione accettabile per me. Avevano paura che mi succedesse qualcosa, in terra straniera. Io volevo andare in un posto che non mi conoscesse.
»
L'altalena del respiro, di Herta Müller - Daniele

«Nell’ospedale dell’orfanotrofio – reparto maschi a St. Cloud’s, nel Maine – due infermiere erano incaricate di dar un nome ai neonati e controllare che il loro piccolo pene guarisse bene, dopo la circoncisione obbligatoria. A quei tempi (nel 192...) tutti i maschi nati a St. Cloud’s venivano circoncisi perché il medico dell’ orfanotrofio aveva incontrato difficoltà di vario genere nel curare i soldati incirconcisi durante la Grande Guerra. Questo dottore, che era anche il direttore del reparto maschi, non era una persona religiosa: la circoncisione non era un rito, per lui, bensì un atto strettamente sanitario, da eseguirsi per motivi igienici. Il suo nome era Wilbur Larch e ciò, nonostante il lieve sentore di etere che sempre l’accompagnava, a una delle due infermiere rammentava il legno, duro e duraturo, di quell’albero delle conifere che si chiama, appunto, larice. Odiava però il nome Wilbur, che trovava ridicolo; e l’offendeva come cosa stolta l’abbinamento di una parola come Wilbur con qualcosa di tanto concreto quanto un albero.
L’altra infermiera s’immaginava di essere innamorata del dottor Larch e, quand’era il suo turno di metter il nome a un bambino, spesso lo chiamava John Larch, oppure John Wilbur (suo padre si chiamava John, appunto) oppure Wilbur Walsh (tale era il cognome di sua madre da giovane). Nonostante il suo amore per il dottor Larch, ella non si figurava Larch altro che come un cognome: quando pensava a lui, non pensava mai a un albero. Il nome Wilbur invece le era simpatico per la sua flessibilità: poteva infatti servire sia da primo nome sia da cognome. E quand’era stufa di usare John, o quando la collega la criticava perché ne abusava, raramente riusciva a tirar fuori qualcosa di più originale di un Robert Larch o un Jack Wilbur (pare non sapesse che Jack è, spesso, un nomignolo di John).
Se il nome gliel’avesse messo questa sciapa infermiera innamorata, probabilmente sarebbe stato un Larch o un Wilbur qualsiasi, nonché un John, un Jack o un Robert, tanto per rendere la cosa ancora più sciapa. Ma siccome quella volta toccava all’altra infermiera, fu chiamato Homer Wells.
Il padre della seconda infermiera era uno che scavava pozzi (wells). Un mestiere duro, assillante, onesto e preciso. Per lei, suo padre aveva queste stesse qualità. E ciò donava alla parola wells un nonsoché di profondamente genuino e terragno. "Homer" era il nome di uno dei tanti gatti di casa sua.
Questa seconda infermiera – Nurse Angela, la chiamavano quasi tutti – non ripeteva mai un nome dei suoi bambini, laddove la povera Nurse Edna aveva al suo attivo tre John Wilbur e due John Larch. Nurse Angela conosceva un numero inesauribile di sostantivi seri, che diligentemente (e una volta soltanto) adoprava come cognomi – Maple o Acero, Fields o Campi, Stone o Pietra, Hill o Collina, Knot o Nodo, Day o Giorno, Waters o Acque, per citarne solo alcuni – e disponeva di una lista, un po’ meno impressionante, di primi nomi presi in prestito da una sfilza di animali domestici, defunti ma diletti (Felix, Fuzzy, Smoky, Sam, Snowy, Joe, Curly, Ed e così via).
Per la maggior parte degli orfanelli, questi nomi dati dalle infermiere erano provvisori. Il reparto maschi riusciva in genere più facilmente del reparto femmine ad affidare gli orfanelli in tenera età a qualche famiglia. Quindi erano troppo piccoli per conoscere il nome loro imposto dalle buone infermiere; anzi, perlopiù non ricordavano neanche Nurse Angela e Nurse Edna, le prime donne al mondo che si eran curate di loro. Era ferma politica del dottor Larch che le famiglie adottive degli orfani non venissero informate dei nomi dati, con tanto zelo, dalle due infermiere. A St. Cloud’s si riteneva che un bambino, lasciato l’orfanotrofio, dovesse provar il piacere di un nuovo inizio. Ma (specie per quelli di difficile affido che restavano a lungo al St. Cloud’s) era quasi impensabile, per Nurse Angela e Nurse Edna, e persino per il dottor Larch, che i loro vari John Wilbur e John Larch – i loro Felix Hill, Curly Maple, Joe Knot, Smoky Waters – non serbassero per sempre quei nomi messi loro dalle infermiere.
La ragione per cui Homer Wells conservò questo nome è che fece ritorno a St. Cloud’s tante di quelle volte, dopo tante adozioni fallite, che l’orfanotrofio fu costretto a riconoscere che era intenzione di Homer Wells fare del St. Cloud’s la sua casa. Non era facile per nessuno accettare una cosa del genere. Ma Nurse Angela e Nurse Edna e, alla fine, anche il dottor Larch furon costretti ad ammettere che Homer Wells era di casa al St. Cloud’s. Quel caparbio ragazzo non venne più proposto in adozione. Nurse Angela, tutta amore per i gatti – e per gli orfanelli – una volta ebbe a dire di Homer Wells che questo ragazzo doveva adorare il nome che gli aveva messo perché si era strenuamente battuto per non perderlo.
»
Le regole della casa del sidro, di John Irving - Patrizia

«Gabri e Michette Bragance se ne stavano impalate nel bel mezzo del Bois de Boulogne e cercavano la madre tra la folla. Ma in quel limpido mattino d'inverno, gelido e pieno di sole, il viale era nero di gente: le bambine giravano inutilmente la testa in tutte le direzioni ma non vedevano niente. Ricominciarono a camminare piano verso la Porte Dauphine. La neve caduta durante la notte brillava ancora in parte lungo i cancelli, sottolineando il puro disegno dei grandi alberi spogli. L'aria era fresca e frizzante. Gabri e Michette urtavano i passanti con grandi gomitate; le donne correvano sui tacchi alti, la gonna scorciata fino al ginocchio e la vita smisuratamente allungata secondo la moda di quel mese di dicembre 1919. Alcuni giovani vestiti troppo bene, stretti fino a soffocare nei loro cappotti con la martingala, con la testa scoperta come gli adolescenti inglesi e il naso chiuso per il freddo, procedevano a gruppi, sbarrando il marciapiede con l'ampio mulinello dei loro bastoni. Alcuni cavalieri attraversavno il viale al galoppo; la gente li guardava con una specie di sorpresa. In compenso, più curate che se fossero bestie di lusso, le automobili percorrevano la carreggiata. Il quadro era grazioso e affascinante, delimitato da una parte dagli alberi argentati del Bois e dall'altra dalla mole tarchiata dell'Arco di Trionfo, grigio e rosa nel sole.»
La nemica, di Irene Némirovsky - Polyfilo

«Non potevo vedere la strada né gran parte del complesso abitativo. Eravamo circondati da palazzoni color sporco dalle cui finestre si affacciavano uomini e donne in maglietta con i capelli del mattino e tazzone di bevande, che facevano colazione e ci osservavano.
Un tempo questo spazio aperto fra i palazzi era stato scolpito. Si allungava come un campo da golf... una geografia scimmiottata da un bambino. Magari ci avevano piantato degli alberi e messo dentro anche un laghetto.
C’era un boschetto, ma gli alberelli erano morti. L’erba era gialla e incolta, segnata dai sentieri pedonali che si snodavano in mezzo alla sporcizia, e scavata dai solchi delle ruote. C’erano dei poliziotti impegnati in diverse mansioni. Non ero il primo detective a trovarsi lì – vidi Bardo Naustin e un paio di altri – ma ero il più anziano in grado. Seguii il sergente fino al punto in cui facevano capannello quasi tutti i miei colleghi, fra una torre bassa e malmessa e una pista di pattinaggio cinta da una fila di grossi bidoni della spazzatura a forma di tamburo. Subito al di là si poteva sentire il brusio dell’area portuale. Un gruppetto di ragazzini se ne stava seduto su un muretto di fronte ai poliziotti in piedi. I gabbiani volavano a spirale sopra l’assembramento.
«Ispettore.» Accennai col capo un saluto alla voce, di chiunque fosse. Qualcuno mi offrì un caffè, ma io scossi la testa e rivolsi lo sguardo alla donna che ero venuto a vedere.
»
La città e la città, di China Miéville - Valetta

«Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l'assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito.
Ricordo il giorno e l'ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione.
»
L'amico ritrovato, di Fred Uhlman - Tancredi


01 ottobre 2013

La vetrina degli incipit - Settembre 2013

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L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...
Lo staff della Stamberga



 


 


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«La casa dei ferrovieri se ne stava piantata in mezzo a un fascio di binari, neanche fosse un capostazione. Aveva un unico grande portone e una sfilata di finestre bianche che a Delmo ricordavano una dentiera. L'ultima a destra era della sua camera da letto e quella mattina era l'unica spalancata, un buco nero che la faceva sembrare un dente mancante, o una carie appena visibile per lo spessore di una nebbia infame, densa come l'orzata che adesso inondava tutta la stazione impedendo quasi di vedere la torcia del Passi mentre segnalava lo scambio.
Delmo estrasse dal taschino l'orologio per controllare la puntualità del diretto che di lì a un minuto sarebbe dovuto sbucare dalla curva oltre la roggia, rompendo con il suo sferragliare l'incanto del galleggiare nella dolcezza di quella bevanda opaca.»
L'amore graffia il mondo, di Ugo Riccarelli - Sakura
 
«Adesso io sono un morto, un cadavere in fondo a un pozzo. Ho esalato l'ultimo respiro ormai da tempo, il mio cuore si è fermato, ma, a parte quel vigliacco del mio assassino, nessuno sa cosa mi sia successo. Lui, il disgraziato schifoso, per essere sicuro di avermi ucciso ha ascoltato il mio respiro, ha tastato il mio polso, mi ha dato un calcio nel fianco, mi ha portato al pozzo e mi ha preso in braccio per poi buttarmici dentro. La testa me l'aveva già spaccata a colpi di pietra, e cadendo nel pozzo è andata in pezzi, la mia faccia, la fronte e le guance, è rimasta schiacciata, è scomparsa, le ossa si sono spezzate, la bocca si è riempita di sangue.»
Il mio nome è rosso, di Orhan Pamuk - Valeria

«Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno. Su mio arresto e mia testimonianza. Sono andato a trovarlo due o tre volte. Tre volte. L’ultima volta il giorno dell’esecuzione. Non ero tenuto ad andarci, ma ci sono andato lo stesso. E non ne avevo certo voglia. Aveva ammazzato una ragazzina di quattordici anni e posso dirvi subito che non ho mai avuto questa gran voglia di andarlo a trovare né tantomeno di assistere all’esecuzione però ci sono andato lo stesso. I giornali scrissero che era un crimine passionale e lui mi disse che la passione non c’entrava niente. Lui con quella ragazzina ci usciva insieme, anche se era così piccola. Il ragazzo aveva diciannove anni. E mi disse che da quando si ricordava aveva sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. Mi disse che se fosse uscito di galera l’avrebbe rifatto daccapo. Disse che lo sapeva che sarebbe andato all’inferno. Proprio così, parole sue. Io non so cosa pensare. Non lo so proprio. Mi pareva di non avere mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se non fosse un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l’aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d’ora sarebbe stato all’inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l’anima? Perché gli dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato proprio tanto. Ma lui era niente confronto a quello che sarebbe venuto dopo.»
Non è un paese per vecchi, di Cormac McCarthy - Antonio

«I viaggiatori percorrevano il sentiero sulla riva destra del torrente, tra le acque limpide e scintillanti del Fiume dell’Erba da un lato e una parete di calcare bianco striata di nero dall’altro. Superarono in fila indiana una curva dove la roccia sporgeva più vicino alla riva. Più avanti, dal sentiero principale partiva un viottolo che scendeva al Guado, dove l’acqua, allargandosi, si faceva meno profonda e gorgogliava tra le pietre affioranti.
Prima che raggiungessero la biforcazione, la ragazza alla testa della comitiva si fermò all’improvviso. Gli occhi sgranati, immobile, fissava un punto davanti a sé, facendo cenno solo con il mento. «Guardate! Laggiù!» disse con un sussurro carico di paura. «Leoni!» Gioarran, il capo, alzò il braccio per segnalare agli altri di fermarsi. Poco oltre la biforcazione, alcuni leoni delle caverne dalla pelliccia fulva si muovevano in mezzo all’erba. La vegetazione li nascondeva così bene che, non fosse stato per la vista acuta di Tefona, il gruppo avrebbe rischiato di avvicinarsi troppo. La ragazza, che apparteneva alla Terza Caverna, possedeva una vista acutissima e, nonostante la giovane età, era famosa per la capacità di vedere lontano, un talento innato che le era stato riconosciuto fin da piccola e che la comunità coltivava da allora. Era la loro vedetta migliore.
Ayla e Giondalar, con tre cavalli al seguito, chiudevano la fila. Scrutarono avanti per capire quale era l’intoppo. «Chissà perché ci siamo fermati», disse Giondalar, la fronte increspata in un’espressione di inquietudine che gli era consueta.
Ayla osservò il capo e le persone che gli stavano intorno. Con un gesto istintivo di protezione posò la mano sul fagotto avvolto in una coperta di morbida pelle che portava legato al petto. Gionayla, che aveva poppato da poco e dormiva, sentendo la mano della madre si mosse appena nel sonno. Ayla possedeva la non comune abilità, appresa fin da piccola nel Clan, di comprendere senza esitazioni il linguaggio del corpo. In quel momento vedeva che Gioarran era allarmato e che Tefona aveva paura.
Anche Ayla era dotata di ottima vista. Inoltre era in grado di captare suoni, sia acuti sia gravi, che le persone normali non sentivano, e aveva un gusto e un olfatto altrettanto fini. Ma siccome non si era mai confrontata con nessuno, non sapeva quanto fossero eccezionali le sue capacità di percezione. L’acutezza estrema dei sensi era senz’altro uno dei fattori che le avevano consentito di sopravvivere quando, a cinque anni, aveva perso i genitori e tutto il mondo che conosceva. Da allora, era stata l’unica maestra di se stessa: aveva sviluppato quelle sue doti innate studiando gli animali, soprattutto i carnivori, nel corso degli anni in cui aveva imparato da sola a cacciare.
Nel silenzio udì il sommesso ma familiare brontolio dei leoni, captò il loro odore particolare portato dalla brezza e notò che le persone in testa al gruppo scrutavano avanti. Seguendone lo sguardo, vide muoversi qualcosa tra l’erba. Di colpo i suoi occhi misero a fuoco i felini: erano leoni delle caverne, due cuccioli e tre o quattro adulti. Fece qualche passo afferrando con una mano il propulsore che portava legato con un cappio alla cintura e prendendo con l’altra una lancia dalla faretra sulla schiena.
»
La terra delle caverne dipinte, di Jean Auel - Pythia

««Alzati adesso».
Sopraffatto, stordito, muto, cade a terra; stramazza sull'acciottolato del cortile. La testa si poggia di lato; gli occhi rivolti al cancello come se qualcuno potesse arrivargli in aiuto. Ora, a ucciderlo, basterebbe un colpo ben assestato.
Dalla ferita alla testa – primo risultato ottenuto da suo padre – gli cola il sangue sul viso. A peggiorare le cose, l'occhio sinistro è accecato; ma se guarda con l'angolo del destro riesce a vedere la cucitura dello stivale paterno: il refe si è sfilato dal cuoio e un nodo coriaceo gli ha centrato il sopracciglio aprendovi un altro taglio.
»
Wolf Hall, di Hilary Mantel - Valetta

«1975: 9 April
Leeds: ‘Motoway City of the Seventies’. A proud slogan. No irony intended. Gaslight still flickering on some streets. Life in a northern town.
The Bay City Rollers at number one. IRA bombs all over the country. Margaret Thatcher is the new leader of Conservative Party. At the beginning of the month, in Albuquerque, Bill Gates founds what will become Microsoft. At the end of the month Saigon falls to the North Vietnamese army. The Black and White Minstrel Show is still on television, John Poulson is still in jail. Bye Bye Baby, Baby Goodbye. In the middle of it all, Tracy Waterhouse was only concerned with the hole in one of the toe of her tights. It was growing bigger with every step she took. They were new on this morning as well.
They had been told that it was on the fifteenth floor of the flats in Lovell Park and – of course – the lifts were broken. The two PCs huffed and puffed their way up the stairs. By the time they neared the top they were resting at every turn of the stair. WPC Tracy Waterhouse, a big, graceless girl only just off probation, and PC Ken Arkwright, a stout white Yorkshireman with a heart of lard. Climbing Everest.
»
Started early, took my dog, di Kate Atkinson - Vittoria A.

«È finita. Vacanze. Vacanze. Vacanze. Per tre mesi. Come dire sempre. La spiaggia. I bagni. Le gite in bicicletta con Gloria. E i fiumiciattoli di acqua calda e salmastra, tra le canne, immerso fino alle ginocchia, alla ricerca di avannotti, girini, tritoni e larve d’insetti. Pietro Moroni appoggia la bici contro il muro e si guarda in giro. Ha dodici anni compiuti, ma sembra più piccolo della sua età. È magro. Abbronzato. Una bolla di zanzara in fronte. I capelli neri, tagliati corti, alla meno peggio, da sua madre. Un naso all’insù e due occhi, grandi, color nocciola. Indossa una maglietta bianca dei mondiali di calcio, un paio di pantaloncini jeans sfrangiati e i sandali di gomma trasparente, quelli che fanno la pappetta nera tra le dita.»
Ti prendo e ti porto via, di Niccolò Ammaniti - Stefano

«El Sauzal
Stato di Baja California
Messico
1997

Il neonato è morto tra le braccia della madre.
Art Keller deduce dalla posizione dei cadaveri — lei sopra, il bimbo sotto — che la donna ha cercato di fargli da scudo. Di certo sapeva, riflette Art, che la sua morbida carne non poteva fermare le pallottole — non quelle di un fucile automatico, non da quella distanza — ma doveva aver agito per istinto. Una madre cerca sempre di proteggere con il proprio corpo il figlio. Così si è voltata, girando su se stessa mentre il proiettile la colpiva, e poi è caduta sul piccolo.
Credeva davvero di poter salvare il bambino? Forse no, pensa Art. Forse non voleva che il piccolo vedesse la morte fiammeggiare dalla canna del fucile. Forse voleva che l’ultima sensazione provata dal bimbo in questo mondo fosse il contatto con il suo seno. Tra le braccia dell’amore.
»
Il potere del cane, di Don Wislow - Daniele

«Il cielo sopra il porto aveva il colore di un televisore sintonizzato su un canale morto.
- Non è come ero abituato. - Case lo sentì dire da qualcuno, mentre si faceva largo tra la calca, a gomitate, per infilarsi nella porta dello Chat. - E' come se all'improvviso il mio corpo fosse affamato di droga, affamato da morire -. Era la voce di uno di quei disperati che pullulavano abitualmente in quei quartieri multiformi e caotici chiamati in gergo "sprawl".
Il Chatsubo era un bar per espatriati professionisti: potevate berci per un'intera settimana senza sentire due parole in giapponese.
Ratz si stava occupando del bar; il suo braccio meccanico si muoveva con scatti automatici sempre uguali mentre riempiva alla spina un vassoio di bicchieri di Kirin.
Vide case e sorrise. I suoi denti erano un mosaico di acciaio dell'Europa orientale e di carie marrone.
Case trovò un posto al banco, tra l'improbabile abbronzatura di una delle puttane di Lonny Zone e la fresca uniforme di marina di un alto africano, i cui zigomi erano una successione ben ordinata di crinali formati da cicatrici tribali. - Wage è stato qui sul presto con due scagnozzi - l'informò Ratz riempiendo alla spina un bicchiere di Kirin e spingendolo verso di lui attraverso il banco. - Forse qualche affare con te, Case? -.
»
Neuromante, di William Gibson - Polyfilo

«All’inizio, è indispensabile porre ogni attenta cura nello stabilire i più esatti equilibri. Ciò è ben noto ad ogni sorella Bene Gesserit. Così, nell’intraprendere lo studio della vita di Muad’Dib, conviene per prima cosa collocarlo esattamente nel suo tempo: egli nacque nel cinquantasettesimo anno dell’imperatore Padiscià Shaddam IV. Cura ancora maggiore va usata nel collocare Muad’Dib nel suo giusto luogo: il pianeta Arrakis. Non ci si deve lasciar ingannare dal fatto che egli sia nato su Caladan e vi abbia trascorso i primi quindici anni. Arrakis, il pianeta noto come Dune, è il suo giusto luogo, per sempre.»
Dune, di Frank Herbert - Patrizia

«Per un uomo della sua età, cinquantadue anni, divorziato, gli sembra di aver risolto il problema del sesso piuttosto bene. Il giovedì pomeriggio va in macchina a Green Point. Alle due in punto preme il campanello all'ingresso di Windsor Mansions, dice il suo nome ed entra. Sulla porta del n. 113 lo aspetta Soraya. David attraversa la camera, che profuma di buono e ha una luce soffusa, e si spoglia. Soraya esce dal bagno, lascia cadere l'accappatoio e s'infila nel letto accanto a lui. – Ti sono mancata? – gli domanda. – Mi manchi sempre, – risponde David. Le accarezza la pelle color del miele, senza i segni del sole; la fa distendere, le bacia il seno; fanno all'amore.»
Vergogna, di J.M. Coetzee - Tancredi

«La storia è quasi finita
C'è polvere in quest'aula che è un caravan, e i capelli di Mira la professoressa sono di un arancione finto e hanno le punte bruciate. Adesso siamo vicini al diploma, abbiamo diciassette anni, e abbiamo quasi finito tutta la storia israeliana. La storia del mondo l'abbiamo finita in seconda superiore. Le pagine del libro di testo parlano già del 1982, pochi anni prima che nascessimo, un anno prima che fosse costruita questa città, quando qui vicino al confine con il Libano c'erano soltanto pini e collinette di pattume. Le parole di Mira la professoressa, che è anche la madre di Avishag, sfiorano quelle dette in segreto dai nostri genitori nelle sere di sbronza.
»
La gente come noi non ha paura, di Shani Boianjiu - Mara



01 settembre 2013

La vetrina degli incipit - Agosto 2013

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L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...
Lo staff della Stamberga



 


 


***
«Fillus de anima. E' così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell'anima di Bonaria Urrai.
Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l'errore dopo tre cose giuste. »
Accabadora, di Michela Murgia - Valeria Pinna
 
«Fuori dall'Europa, 1555

Sulla prima pagina è scritto: Nell'affresco sono una delle figure di sfondo.
La grafia meticolosa, senza sbavature, minuta. Nomi, luoghi, date, riflessioni. Il taccuino degli ultimi giorni convulsi.
Le lettere ingiallite e decrepite, polvere di decenni trascorsi.
La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l'eterna oscillazione delle fortune umane.
Il libro, forse l'unica copia scampata, non è più stato aperto.
I nomi sono nomi di morti. I miei, e quelli di coloro che hanno percorso i tortuosi sentieri.
Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l'innocenza del mondo.
Vi ho promesso di non dimenticare.
Vi ho portati in salvo nella memoria.
Voglio tenere tutto stretto, fin dal principio, i dettagli, il caso, il fluire degli eventi. Prima che la distanza offuschi lo sguardo che si volge indietro, attutendo il frastuono delle voci, delle armi, degli eserciti, il riso, le grida. Eppure solo la distanza consente di risalire a un probabile inizio.
»
Q, di Luther Blisset - Sakura

«Finalmente la pioggia. La tanto sospirata pioggia, come aveva detto il meteorologo. Batteva sulle piccole case di Cupertino e Sunnyvale, che aumentavano di valore ogni giorno di più. La tanto sospirata pioggia offuscava i tetti di tegole rosse di Stanford, infangava i viali alberati di Palo Alto. Sulla costa, onde d'argento fuso si increspavano e si mischiavano nella tempesta settembrina. I ponti sembravano levitare e San Francisco galleggiava come una fortezza nascosta nella nebbia. La pioggia schiacciava le piante di fior di vetro che orlavano i prati delle grandi società, faceva scintillare la Silicon Valley. Il mondo era prolifico, i mercati in espansione. Le piscine rischiavano di traboccare e le colline fulve sembravano già più verdi.
Come il denaro, la pioggia arrivò in una valanga, avvolgendo la baia, deliziando i meteorologi, superando ogni previsione, saturando l'aria.
Due sorelle si incontrarono per cena sotto l'acquazzone. Emily era venuta in macchina da Mountain View a Berkeley nell'ora di punta. Jess aveva pedalato dal suo appartamento. Emily aveva un ombrello. Jess non si era preoccupata di portarlo.
«Ma guardati», disse Emily.
«Mmm». Jess si asciugò le gocce di pioggia sul viso. «Mi piace».
L'acqua scorreva sulle vetrine di vetro e stucco di University Avenue, fluiva nei canali di scolo.
«Ti stai inzuppando».
Jess fece dondolare per le cinghie il casco da bici. «Mi sto idratando».
«Come una rana?»
«Non devi essere per forza una rana per assorbire l'acqua con la pelle».
«Vieni sotto l'ombrello».
Jess aveva una teoria su tutto ma le sue idee cambiavano di giorno in giorno. Era difficile per Emily ricordare se sua sorella fosse principalmente femminista o ambientalista, vegana o vegetariana.
»
La collezionista di ricette segrete, di Allegra Goodman - Pythia

«Tutta colpa di Terry. lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l'altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice lui la troika di Barney Panofsky), la natura della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba.»
La versione di Barney, di Mordechai Richler - Daniele

«Avrebbero dovuto rimanere al mare una settimana, ma nessuno dei due se l’era sentita, per cui avevano deciso di tornare prima. Macon guidava. Sarah stava seduta al suo fianco, con la testa appoggiata al finestrino. Attraverso il groviglio dei suoi ricci bruni comparivano scaglie di cielo rannuvolato.

Macon indossava un completo estivo, il suo abito da viaggio, molto più logico, per viaggiare, secondo lui, che non i jeans, che erano pieni di cuciture rigide e duire, oltre che di ribattini. Sarah indossava una vestaglia da spiaggia in spugna. Avrebbero potuto essere di ritorno da due viaggi completamente diversi. Sarah era abbronzata, suo marito no. Macon era un uomo alto, pallido, dagli occhi grigi, con i capelli biondi e diritti tagliati cortissimi, e con una pelle di quelle che si scottano con facilità. Durante la parte mediana della giornata si era costantemente tenuto alla larga dal sole.
»
Turista per caso, di Anne Tyler - Antonio

«Berlin, a word that chimes in your chest like a bell. Berlin, a place so bright it pulls down the stars and wears them around its neck. Berlin, a city built on the scattered sand of circuses and the scuffed floorboards of theatre spectaculars. Roll up, roll up to see the living photographs. Max Skladanowsky and his brother Eugen, still wearing black around their eyes, out of habit rather than necessity, present their electromechanical effects. The spectacle of the year, the highlight of 1895, guaranteed. The houselights dim, and the air is filled with the sour taste of hot celluloid and blue smoke from a hundred burning cigarettes. A blonde girls looms up suddenly on a white sheet. She laughs, a flickery shiver on the taut cotton; she seems to speak but her voice is mute, until, quite unexpectedly a black patch appears where her heart should be and she disappears into the burning hole in seconds.»
The luminous life of Lilly Aphrodite, di Beatrice Colin - Vittoria A.

«Dalla mia finestra, la strada ampia, solenne, massiccia. Nei seminterrati, negozi dove i lumi ardono da mattina a sera, sotto l'ombra di pesanti balconi; palazzi dall'intonaco sporco con le facciate coperte di fregi e di emblemi araldici. Tutto il quartiere è così: strada dopo strada, case come squallide, monumentali casseforti stipate di argenteria annerita e mobili di seconda mano di una borghesia in rovina.
Io sono una macchina fotografica con l'obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa. Registro l'uomo che si fa la barba alla finestra dirimpetto e la donna in kimono che si lava i capelli. Un giorno tutto questo andrà sviluppato, stampato con cura, fissato. Alle otto di sera i portoni sono serrati. I bambini stanno cenando.
»
Addio a Berlino, di Christopher Isherwood - Mara

«Dalle stanze del palazzo non arrivano rumori. L’alito del Bosforo e il canto del muezzin accompagnano i viventi dentro la sera, verso una parvenza di quiete. Oltre le finestre aperte, il cielo è un incendio di porpora e oro. Barche di pescatori si staccano dall’Asia e fluttuano sulla corrente di miele.
Un pensiero cattura Gracia: i più grandi artisti del mondo – e ne ha conosciuti molti, quand’era in Europa – possono soltanto imitare la bellezza che ci ha dato il Signore; mai potranno eguagliare tanta meraviglia.
Ha alzato la penna dalla carta, ora tiene la mano a mezz’aria. Ha gli occhi chiusi e ascolta il canto. Allo spegnersi dell’ultima nota, sigla e sigilla la lettera, infine si rilascia contro lo schienale.
Dana la guarda, osserva lo scrittoio. Le lettere già sigillate, e quelle che attendono risposta. Sa che la Senyora è spossata. Non potrà passare la serata a scrivere, come fino a poco tempo fa. Le forze la abbandonano, e c’è ancora così tanto da fare. Tutti la interpellano, da una parte all’altra del Mediterraneo e dell’Europa. Esuli in fuga, ebrei perseguitati, mercanti sefarditi, rabbini ashkenazim.
– Aiutami, – dice Gracia. – Voglio alzarmi.
Dana la ammonisce: – Non dovreste stare in piedi, mia Senyora. Non dovreste nemmeno stare allo scrittoio. Dovreste riposare. Dana lo sa, è la sua parte in commedia e la recita ogni sera. Donna Gracia ripeterà il comando, la cameriera obbedirà, la Senyora le metterà un braccio intorno alle spalle e farà qualche passo nella stanza, accogliendo con serenità lo scricchiolio delle giunture.
Lo specchio alla parete è coperto da un drappo verde. Da tempo Gracia ha abbandonato sfarzo e ostentazioni, ha rinunciato a rimirarsi, ma stasera scosta il drappo e guarda la propria immagine. Negli ultimi anni ha trascurato se stessa. Del suo corpo si prende cura Dana ogni mattina, con la massima attenzione.
Ha cinquantanove anni e sulla lastra vede il viso di una vecchia.
Rughe ai lati degli occhi e della bocca, la pelle del collo rilassata e cadente, il naso affilato, i capelli d’argento opaco. Scruta le pieghe del viso, cerca la bambina che una notte ricevette un nome segreto, e il giorno dopo un battesimo cristiano per proteggerla dall’Inquisizione.
Beatriz de Luna Miquez.
»
Altai, di Wu Ming - Patrizia

«Era l'anno 1939, il nono giorno dell'ottavo mese del calendario lunare. Quel bandito di mio padre aveva poco più di quattordici anni.
Stava andando con il drappello del Comandante Yu Zhanªao, la cui fama di eroe leggendario si sarebbe diffusa poi in tutto il Paese, sulla strada Jiao-Ping a tendere un'imboscata a un convoglio giapponese. Mia nonna, con una giacca imbottita gettata sulle spalle, li aveva accompagnati al limite estremo del villaggio. Il Comandante Yu le aveva detto: - Non seguirci oltre - e la nonna si era fermata.
- Douguan, obbedisci al tuo padre adottivo - aveva detto lei rivolgendosi a mio padre. Mio padre non fiatò; guardò l'imponente figura della nonna e respirò il profumo caldo del corpo che proveniva da sotto la giacca. A un tratto avvertì un freddo pungente, fu scosso da un brivido, e il suo stomaco si mise a brontolare.
Il Comandante Yu gli diede un buffetto sul capo dicendo: - Andiamo, figlio adottivo.
Il cielo e la terra si confondevano, il paesaggio appariva indistinto. In lontananza si udiva lo scalpiccio dei passi dei soldati. Una cortina di nebbia bluastra era calata davanti agli occhi di mio padre, impedendogli la vista: riusciva a udire solo il rumore dei passi della truppa, senza poter scorgere i corpi degli uomini o le loro sagome. Si muoveva veloce tenendosi stretto alle vesti del Comandante Yu. La nonna si allontanava sempre di più come fosse una spiaggia, e la nebbia, come l'acqua del mare, si levava turbolenta man mano che si addentravano. Mio padre si aggrappava al Comandante Yu come al bordo di una barca.
Fu così che mio padre corse verso la tomba in pietra nera e senza nome che gli appartiene e sovrasta i campi di sorgo rosso del suo paese natale.
»
Sorgo rosso, di Mo Yan - Morwen

«Bisognerebbe vivere a posteriori. Decidiamo tutto troppo presto. Non avrei mai dovuto invitare quel tizio a cena. Una resa affrettata, dalle conseguenze disastrose. È vero che la pressione era fortissima. Tutta la tribù si era accanita a convincermi, ognuno nel proprio registro, una potenza di fuoco spaventosa:
«Come sarebbe?» sbraitava Jérémy, «Thérèse è innamorata e tu non vuoi vedere il suo tipo?»
«Non ho mai detto questo.»
Subentrava Louna:
«Thérèse trova un signore che si interessa a lei, fenomeno altrettanto improbabile di un tulipano su Marte, e a te non frega niente?»
«Non ho detto che non me ne fregava niente.»
«Nemmeno un briciolo di curiosità, Benjamin?»
»
La passione secondo Thérèse, di Daniel Pennac - Tancredi


«There is one mirror in my house. It is behind a sliding panel in the hallway upstairs. Our faction allows me to stand in front of it on the second day of every third month. The day my mother cuts my hair. I sit on the stool and my mother stands behind me with the scissors, trimming. The strands fall on the floor in a dull,blond ring.
When she finishes, she pulls the hair away from my face and twists it into a knot. I notice how calm she looks and how focused she is. She is well-practised in the art of losing herself. I can't say the same thing of myself.
»
Divergent, di Veronica Roth - Valetta

«A somiglianza di una celebre definizione che fa dell'universo kantiano una catena di causalità sospesa a un atto di libertà, si potrebbe" dice il maggior critico italiano dei nostri anni "riassumere l'universo pirandelliano come un diuturno servaggio in un mondo senza musica, sospeso ad un'infinita possibilità musicale: all'intatta e appagata musica dell'uomo solo". credevo di aver percorso, à rebours, tutta la catena di causalità, e di essere riapprodato, uomo solo, all'infinita possibilità musicale di certi momenti dell'infanzia, dell'adolescenza: quando nell'estate, in campagna, lungamente mi appartavo in un luogo che mi fingevo remoto e inaccessibile, di alberi e d'acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano, e infinitamente, alla libertà del presente.»
Todo modo, di Leonardo Sciascia - Polyfilo


 

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