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24 maggio 2011

Eos. Sparare nel mucchio. Scritti di tuttologia applicata - Paolo Brera

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I Contenuti

L'antica Sparta sarà davvero stata così barbara, a confronto con la "civile" e "democratica" Atene? La prima guerra totale della storia, quella tra gli Stati nordisti e gli Stati sudisti dei futuri Usa, si sarà combattuta proprio per difendere l'emancipazione e abolire la schiavitù? La risposta a queste domande potrebbe trovarsi in quella che l'autore definisce "propaganda dell'avversario". Ma nei saggi contenuti in "Eos", Brera ci parla anche di migrazioni, del significato di alcune illusioni (più quotidiane di quanto possa apparire dai rispettivi titoli), ci dice cosa lega il dono alla moneta, ci racconta del caffè inteso quantomeno come pianta, bevanda e luogo dove si consuma per farci scoprire come la distanza tra il caffè e l'ozio (per non tacer dell'"otium") sia assolutamente breve. Questi sono soltanto una parte degli argomenti che la raccolta di saggi propone. Una serie di riflessioni acute e acuminate, disseminate di preziose arguzie, che ci "rivelano" aspetti nuovi di faccende vecchie. Insomma, se credi ancora possibile trovare risposte inedite alla domanda "che cos'è la proprietà", questo libro fa per te. Perché esercitare il pensiero, dopo tutto, è un gran bel modo di oziare. 


La Recensione
Perché le cose, in sé, non sanno a chi appartengono. Non fanno alcuna resistenza, a parte quella puramente fisica, all'uso che noi esseri umani possiamo fare di esse. Gli animali e gli esseri umani invece a chi appartengono lo sanno e possono opporre una deliberata resistenza a qualunque tentativo di uso che giudichino improprio.
Considerata sotto il profilo della fisiologia, la storia di Giulietta e Romeo è fatta di qualche coito e di due intossicazioni. Non è che sia sbagliato, solo che non è l'unico modo di vederla.
L'Italia, si sa, è il paese dei CT stravaccati sul divano. Dal di qua dello schermo televisivo, in canottiera e con la Moretti in bilico sul ventre, tutti sono bravi a imprecare contro l'allenatore incapace che ha messo in panchina Verdi per lasciare in campo quell'impedito di Rossi, ormai buono solo per il Balilla.
E' un po' questo lo spirito di Paolo Brera (scrittore, professore, traduttore e giornalista), e il titolo del suo libro è programmatico: Sparare nel mucchio. Scritti di tuttologia applicata.
Trattasi infatti di una raccolta di quattordici brevi saggi di natura varia:
- La pessima fama degli spartani generata dalla propaganda diffamatoria ateniese;
- Il concetto di proprietà;
- Uomo ed evoluzione;
- Noia e letteratura fantastica;
- Riflessioni sulla rivolta dei Taiping in Cina, sulla guerra di Crimea e sulla guerra civile americana;
- Immigrazione e tolleranza;
- Riflessioni sull'intolleranza che divagano in questioni di logica linguistica;
- Disquisizioni sofistiche sul concetto di plurale;
- Concetto di corpo e personalità, che si ricollega parzialmente al secondo saggio e che, nella seconda parte, contiene riflessioni identiche a quelle del saggio precedente;
- Mark Twain e il tema dell'impostura;
- Scambi, doni e monete nell'antichità;
- Riflessioni sulla finzione televisiva e sui diversi livelli della realtà;
- Storia del caffè,
dei caffè e dell'otium: articolo tratto da una presentazione per l'inaugurazione di un bar.

Particolarmente interessante il punto di vista, di tanto in tanto discutibile, esposto nel lungo saggio sulla guerra di Secessione: secondo l'autore, le condizioni in cui versavano gli schiavi in alcuni stati del Sud non erano così misere come la storiografia nordamericana ha sempre sottolineato (torna il tema, già affrontato nel primo saggio su Sparta e Atene, della
storia scritta dai vincitori), e a tal proposito Brera esplicita un po' infelice paragone con i suoi antenati del Lombardo-Veneto che di fatto lavoravano più ed erano peggio nutriti - paragone ripreso anche a proposito della frequenza delle esecuzioni.
I saggi, dal taglio ironico che talvolta richiama l'eloquenza sarcastica di Cortàzar, fanno esattamente ciò che il titolo annuncia: sparano nel mucchio. Gradevoli e ben scritti, alcuni sono veri e propri articoli di giornale, altri più intellettuali chiacchiere da salotto, ma tutti catturano l'attenzione e strappano qualche riflessione. Che li si condivida o meno, o che si apprezzi o meno la natura eclettica della raccolta e la tendenza a divagare dei singoli saggi, è un altro paio di maniche. Proprio per questo sospendo il normale giudizio in stellette che solitamente segue ogni recensione su questo blog.

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Eos. Sparare nel mucchio. Scritti di tuttologia applicata
  • Autore: Paolo Brera
  • Editore: Discanti
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Piedi
  • ISBN-13: 9788895432144
  • Pagine: 148
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13 €

17 maggio 2011

Diario di Classe - Emanuele Marfisi

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I Contenuti

Michele ha dieci anni e tanti sogni, tra i quali quello di conoscere il Presidente Pertini.
Il suo apprendistato alla vita si consuma tra i banchi scoloriti di una classe elementare sotto la guida di un maestro la cui vita è illuminata da un profeta, Bettino Craxi, che ispira il suo insegnamento.
Venticinque anni dopo, Michele si ritrova di nuovo tra quegli stessi banchi scoloriti, ma dall’altra parte della cattedra: è un maestro precario. Assediato dai genitori, schiacciato dalla burocrazia e consolato dal vecchio bidello, proverà ad arrivare fino all’ultimo giorno di scuola. Perché in gioco non c’è la promozione, ma la sua sopravvivenza.

La Recensione di Polyfilo

Sull'onda della nostalgia per un decennio ormai piuttosto lontano, gli anni '80, questo 'amarcord' di un giovane maestro di scuola elementare precario parte dall'Italia del presidente partigiano e approda alla deriva attuale, come testimonianza del fallimento di più di una generazione, quella che ha contribuito prima e quella che assiste tra impotenza e indifferenza adesso, all'inabissarsi di un sistema scolastico e delle speranze di progresso sociale ad esso ancorate.
La scuola diventa l'asse paradigmatico di una vita, quella dell'insegnante, che coincide con il ritorno alle radici della provincia emiliana rossa, fatta di personaggi strambi e situazioni borghesi, intrisa di atmosfere anni '80, rispetto alle quali il presente ha uno strano sapore di irrealtà, quasi il passato della memoria, reso più dolce dalla nostalgia, fosse più reale di un presente dello smarrimento.
Smarrito infatti è il precario agli esordi nella complessa procedura di assegnazione delle cattere per le supplenze annuali; smarrito è di nuovo di fronte alla platea di piccoli mostri in grembiule pronti ad assalirlo come bestie feroci, nutrite dai genitori a forza di qualunquismo; smarrito resta infine davanti al muro respingente della burocrazia scolastica (le inutili 'circolari' di Porcamadoska), alle divisioni dei colleghi e alle prevaricazioni di genitori incredibilmente ottusi ma tristemente reali.
Per ovviare a tanto smarrimento diventa quasi inevitabile il ritorno alle certezze: dagli affetti, come il nonno Palmiro, fascista indefesso nella culla del comunismo padano, esempio di coerenza; alle convenzioni sociali, come le rigide divisioni legate al censo tra inquilini dei vari palazzi del condominio da cui vengono gli alunni della scuola; alla scuola stessa, la cui continuità è legata alla presenza del bidello d'antan e dei figli dei compagni di classe, alla sopravvivenza precaria di un mobilio ormai ridotto ad 'arte povera', in cui però il cambiamento generazionale si avverte guardando la foto del Presidente, che non è più da tempo Pertini.
I piani narrativi si alternano tra presente e passato nello svolgersi dell'anno scolastico, seguendo il percorso educativo con uno scanzonato sconforto: se non si può cavare sangue dalle rape, se è inutile lottare contro i mulini a vento di una società, che al buon funzionamento di una Scuola degna della sua missione sociale non pare affatto interessata, tanto vale abbozzare.
Anche se il numero di caffè ingurgitati dal giovane maestro e le sue tensioni notturne, il suo bisogno di rifugiarsi in un passato, che pure non appare eroico, mostrano tutta la sofferenza per il sentirsi impotenti nel realizzare una vocazione: aiutare gli alunni a diventare individui, a emanciparsi dai propri condizionamenti e dal proprio contesto per sviluppare un senso critico, che, tutto sommato, sarà poi causa di dolori, perchè '
chi accresce la sapienza, accresce anche la sofferenza'.
Così appare il maestro Michele - la qualifica evoca figure d'altri tempi, alla De Amicis - al termine dell'anno scolastico: sospeso tra la spinta all'impegno e il senso di inutilità che attanaglia l'istituziona Scuola, tra i sogni del bambino che guarda il cielo dal terrazzo di un caseggiato popolare e l'insonnia di un uomo che si sforza di non logorare i suoi ideali nel tirare a campare.
La prosa di Marfisi è leggera e scorrevole, fatta di piccoli particolari del quotidiano, dalle sigarette al mentolo alle vendite Avon, dal chiodo invecchiato di Porcamadoska al Juke-box della bocciofìla, di personaggi che sembrano sfilare davanti agli occhi come una galleria di fotografie sbiadite, un punto di riferimento che mostra insieme quello che eravamo e quello che saremo, senza scandagliare troppo in profondità.
Così anche il maestro non viene cesellato nella sua interezza, non se ne mostrano le vicende interiori: il percorso che lo ha portato da una carriera diversa alla cattedra a quasi tentacinque anni potrebbe essere una scelta o un caso, non ha la rabbia di altri insegnanti che si ribellano, almeno nei libri, allo sprofondare del ruolo educativo della Scuola, sembra quasi rassegnato al suo destino circoscritto al panorama che si vede dal condominio rosso, all'eterno ritorno nella terra e nella famiglia, croce e delizia della società italiana.

Giudizio:
+3stelle+

La Recensione di Tancredi

Diario di classe si potrebbe definire come il romanzo di formazione di un'intera generazione. Muovendosi su due piani temporali, i mitici anni '80 e i giorni nostri, scandisce i tempi e le modalità di un percorso formativo che forse sarebbe troppo ottimistico chiamare crescita. Così, mentre seguiamo le vicende del piccolo Michele, inscatolato in una serie di realtà chiuse ma sicure, il complesso residenziale Arcella, la scuola, la bocciofila amata dal nonno, la sua cameretta, lo ritroviamo venticinque anni dopo insegnate precario, in un ritorno alle origini, ossia nella sua vecchia scuola, nel quale però sono scomparse tutte le piccole ma significative certezze.
Sarebbe riduttivo fermarsi al mero confronto tra i bei tempi andati dell'infanzia negli Anni Ottanta e i tempi bui di un'età adulta ma precaria. Questo è un romanzo fortemente italiano, che scolpisce la storia del nostro paese nell'arco di venticinque anni. Tutto ruota attorno i grandi pilastri tematici della società italiana: la scuola, la politica, la religione e la famiglia. In particolare, Michele vive la sua infanzia tra due modelli: la fotografia del Presidente Pertini, appesa in classe, accanto al Crocifisso. Più tardi, vivrà la sua esperienza ex cathedra in un'aula vuota, priva di modelli visibili, districandosi tra le contraddizioni del multiculturalismo, il Gieffe, le continue circolari del Ministero e l'arroganza di certi genitori.
Dal punto di vista tecnico, la cura è più che buona, la prosa è piuttosto semplice ma molto efficace, e la sua grande forza sta nei dettagli, nelle piccole immagini che celano tutto un mondo.
Non mancano i limiti, certo, ed è inevitabile: sono i limiti di un romanzo di duecento pagine che vuole raccontare l'Italia, conciliando la storia privata, contestualizzata, provinciale, del protagonista, con sensazioni, abitudini e problemi su scala nazionale. Personalmente ho faticato molto ad immedesimarmi nel protagonista, e più dell'età è stato il contesto provinciale a porre un ostacolo insormontabile; non ho potuto riconoscermi nel piccolo Michele, che vive in un contesto provinciale fatto di complessi residenziali classificati e schedati, bocciofile e quant'altro. D'altra parte, non ho potuto non sentirmi toccato dalla precarietà, dallo smarrimento e dalla perpetua incertezza vissuta dal Michele adulto, passato dall'altra parte della cattedra. 

Giudizio:
+4stelle+



La Recensione di Daniele


“Diario di classe” di Emanuele Marfisi narra le vicende scolastiche del protagonista Michele Marchesi in due tempi differenti della sua vita accomunati dall’ambientazione, la scuola elementare Cappuccini di Imola. Il racconto si dipana su due piani temporali differenti, uno nel 1983, quando il protagonista frequenta la quinta elementare, e il secondo nel 2008, quando ad una quinta elementare insegna da precario. L’idea di base non è nuova e i confronti tra generazioni diverse, soprattutto quelli che mettono faccia a faccia i bambini di oggi con quelli degli anni ’80 in ambiente scolastico, adesso vanno molto di moda. Perciò mi sono approcciato un po’ diffidente a “Diario di classe” pensando, devo ammettere in maniera prevenuta, che fosse uno di quei tanti libri che poggiano furbescamente il loro essere sull’elogio della “semplicità” dei bambini di una volta contro quei demoni viziati ed egocentrici dei bambini di oggi. Invece mi sono ricreduto. Niente di miracoloso, intendiamoci. “Diario di classe” ha una buona quantità di difetti, primo fra tutti una prosa sì scorrevole, ma senza personalità e chiaramente ispirata a uno Stefano Benni lontano anni luce in quanto a maestria con le parole. Un’imperfezione che comunque ci può stare in un’opera prima, considerando anche l’onestà che l’autore, basandosi sull’osservazione derivata dal proprio duplice ruolo (alunno e poi professore), ha messo nel ritrarre un confronto tra passato e presente nel quale i bambini non sono né santi né diavoli, ma sono come spugne che assorbono ciò che hanno attorno. In sostanza la storia si basa sull’osservazione che se i bambini sono razzisti o vogliono diventare veline & calciatori, è solamente da additare a ciò che veramente è cambiato, e cioè la società e l’educazione proveniente dalla famiglia. In questo caso l’autore è bravo ad aggirare i facili tranelli da “bar sport”, evitando di calcare le mani sull’ovvietà dei luoghi comuni, e c’è anche da riconoscergli una buona abilità nel non cadere quasi mai nella mielosa trappola della nostalgia che tanto farebbe vendere. Certo è che avrebbe potuto indulgere meno sui ricordi d’infanzia e approfondire di più la narrazione del presente, ma già il fatto che non si sia lasciato andare a commenti strappalacrime sulla “difficoltà di crescere” e abbia evitato lo stereotipo alla “Attimo fuggente” è degno di nota.

In definitiva, quattro stelle di incoraggiamento. “Diario di classe” è un bel libro da leggere. Fa riflettere grazie ad un’onestà che non ha lo scopo di voler cambiare la vita a nessuno. I difetti ci sono, ma sono sorvolabili in un’opera prima e il giudizio finale è nel complesso più che positivo.

Giudizio:
+4stelle+

Dettagli del libro
  • Titolo: Diario di classe
  • Autore: Emanuele Marfisi
  • Editore: Discanti
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Ita(g)liani
  • ISBN-13: 9788895432083
  • Pagine: 208
  • Formato - Prezzo: Paperback, Euro 14,00

19 marzo 2011

La "questione" dell'otto per mille - Michele Antonellini

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I Contenuti

Dopo la questione romana, la questione meridionale e la non meno avvincente questione femminile, ecco un libro sulla questione dell'otto per mille, quella (apparentemente) piccola fetta di imposte che lo Stato italiano destina alle confessioni religiose (e a se stesso, per scopi nobili).
Guidato, o guidata, dagli eroici spiriti di Giuseppe Garibaldi e Giorgio Gaber, il lettore, o la lettrice, potrà chiarire in brevissimo tempo i termini di un istituto fiscale troppo spesso ignorato o snobbato. La trattazione, agile e lontana da pedanti schematismi, consente anche ai lettori distratti una facile "digestione" dei numeri e dei riferimenti alle leggi e alla saggistica sull'argomento.
Un po' romanzo, un po' pamphlet, un po' saggio, 'La "questione" dell'otto per mille' non mancherà di indignare, far sorridere o risvegliare istinti partigiani. Perché dopo tutto, se le cifre non mentono, si tratta pur sempre di decidere come spendere un miliardo di euro (o giù di lì).
Il libro contiene una striscia inedita, con Bobo protagonista in una storia sul tema, disegnata per l'occasione da Sergio Staino.

La Recensione di Polyfilo

Il tono è quello di un'inchiesta giornalistica.

L'autore è di parte senza essere fazioso: ricostruisce la genesi della vicenda dell'otto per mille a partire dalle sue radici preunitarie per spiegare le motivazioni storiche di questa forma di finanziamento piuttosto 'particolare', diretta in buona sostanza a incanalare verso la CEI, che è una struttura burocratica con tutto quel che ciò comporta, all'incirca un miliardo di euro all'anno dei quattrini dei contribuenti, atei e non cristiani compresi.
Non proprio gli spiccioli che si potrebbero pensare destinati alla questua nelle chiesette parrocchiali...
In più Antonellini ha almeno due meriti: quello di mostrare, numeri alla mano, come questi fondi non siano destinati tanto alla 'carità ed opere di misericordia' - come pure le pubblicità grondanti amore per il prossimo, che si vedono in tv nei pressi delle scadenze fiscali, porterebbero a immaginare - quanto al sostentamento di parroci, curati, sacrestani e compagnia bella. Senza i quali, certo, le suddette opere di bene non ci sarebbero neppure.
Ma devono necessariamente essere pagati dallo Stato?
Istruttivo a tal proposito è il confronto con il comportamento di una Chiesa, pur piccola, come quella Valdese: zero finanziamenti per il clero e rinuncia alle quote derivanti dalla ripartizione delle scelte non espresse (posizione di recente cambiata su decisione della Chiesa stessa), vero meccanismo infernale, fatto apposta per ingrassare le entrate della Cei...
Il secondo merito è quello di trattare il tema, di per sè spinoso, in modo ironico e insieme non superficiale, non risparmiando alcuna confessione religiosa, riuscendo a restare obiettivo senza essere neutro e a essere preciso e fedele alla contabilità senza essere pedante e schiavo delle fredde cifre.
Alla fine la panoramica sulla situazione negli altri paesi del mondo completa il quadro di un tema con una panoramica agile, anche se in qualche punto un po' difficile da capire per troppa brevità.
E questo è in effetti l'unico dubbio che resta alla fine: la trattazione e il tipo di argomento sono da inchiesta giornalistica, ma per un libro non sarebbe stato meglio approfondire alcuni aspetti, soprattutto quelli storici, e magari dilungarsi un po' di più, andando al di là dello schematismo di un report?

Giudizio:
+2stelle+

La Recensione di Morwen

Il piccolo libro di Michele Antonellini riesce a trattare efficacemente un  argomento non proprio entusiasmante, se si considera che in Italia l’analfabetismo finanziario e fiscale è altissimo. Tra i suoi pregi c’è innanzitutto la brevità, che permette anche a chi ha poco tempo di informarsi sulla questione, e in seconda battuta l’ironia, che rende scorrevole anche la parte dedicata più in concreto a percentuali, cifre e testi normativi. Molto agile, e molto interessante, la parte dedicata al comportamento di altri Stati in  materia di finanziamento delle diverse confessioni religiose. Lo consiglierei sia a chi non ha voglia di affrontare una trattazione più estesa, sia agli studenti della scuola superiore per farsi un’idea sulla materia.

Giudizio:
+3stelle+

Dettagli del libro
  • Titolo: La "questione" dell'otto per mille
  • Autore: Michele Antonellini
  • Editore: Discanti
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Piedi
  • ISBN-13: 9788895432052
  • Pagine: 96
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,00

22 febbraio 2011

Brando Street: la scomparsa di una comparsa - Marisa Cecchetti

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I Contenuti

Una giornalista sulle tracce della più grande comparsa cinematografica degli anni Settanta. Una serie di interviste esclusive con il divo inavvicinabile e con tutti coloro che hanno avuto l'enorme fortuna di conoscerlo. Brando Street, da Orvieto a Los Angeles, ci svela i segreti della sua vita, dall'infanzia ai dietro le quinte di pellicole che hanno fatto la storia del cinema. Chi non ricorda "Il diplomato", "Carota manuale" o "Primo valzer a Caracas"? Tutti film a cui Brando ha generosamente prestato il suo originale e indiscutibile talento. "Brando Street: la scomparsa di una comparsa" è la prima e unica biografia autorizzata di un artista, prematuramente scomparso nel 1980, ma più probabilmente... mai esistito. 

La Recensione di Sakura

L'autrice, simpaticamente e con una modalità che a tratti ricorda quella di Pennac, ricostruisce una vicenda improbabile incentrata sulla figura fittizia di Brando Street, nota comparsa plurinominata agli Oscar di cui la voce narrante, una sedicente giornalista, desidera scrivere la biografia.
L’intreccio è interessante, ma occorre scendere a compromessi con il patto narrativo e accettare le incongruenze che il tono del libro richiede: la narratrice senza volto né nome, infatti, priva di un qualsivoglia pass o documento, riesce a spacciarsi per giornalista e a intervistare l’acclamato Brando Street sul suo yatch privato in occasione della Mostra del Cinema di Venezia del 1976. Dopo poche pagine di cornice si entra nel vivo della storia: da Orvieto a Los Angeles, passando per Ginevra e Parigi, la protagonista rimette insieme i tasselli dell’esistenza della riservata comparsa, registrando un’intervista con lui e in seguito recandosi lei stessa nei luoghi che hanno lasciato un segno nella sua vita. Nato a Orvieto da un’incurante ceramista e da uno strampalato aviatore, Brando Strada si è fatto faticosamente da sé, e la sua incredibile allergia per il cioccolato ha fatto sì che il grande regista Serge Tiger lo scritturasse per il suo primo film e desse avvio alla sua carriera di comparsa. Da Il diplomato all’incompiuto Il momento delle angurie, la narratrice rimette insieme tutti i tasselli per compilare una biografia che la farà diventare ricca, ma che potrà divulgare solo nel momento della morte di Brando.
Al libro si accompagnano foto fittizie, articoli di giornale e persino un
sito internet.

Un libro con buone premesse e originali potenzialità vanificate da una scrittura acerba, una punteggiatura infelice e una stringatezza che costringe gli eventi alla superficialità. La prosa è troppo semplice, con periodi brevissimi e descrizioni pressoché assenti, i dialoghi spesso banali e la punteggiatura scarsa (forse vorrebbe imitare il parlato e la fittezza dell'intervista, ma risulta sgradevole alla lettura).
Adesso perdonatemi un’osservazione estemporanea: noto troppo spesso, in autori di ogni età e formazione culturale, enormi difficoltà nell’uso della punteggiatura che implicano per forza di cose lacune anche negli editor che le lasciano andare in stampa. Due punti e punto e virgola sembrano essere specie in via d’estinzione (e, cosa ancora più spaventosa, un autore una volta mi raccontò che era stato l’editor a ridurre l’uso di questi due segni d’interpunzione nel suo romanzo con la spiegazione che ormai il pubblico non li comprende e non li usa più: la qual cosa io non leggo come un adattamento a una lingua che si evolve, ma come un incoraggiamento ad assecondare l’ignoranza), e le povere virgole deambulano senza segnaletica. L’esclamazione “Buongiorno Serenella”, o l’invito “Ascolta Franceschino”, o ancora “Adesso Bernarda parlami un po’ di te” prevedono le virgole indipendentemente dal fatto che nel parlato queste frasi vengano pronunciate d’un fiato. Sono consapevole del fatto che nel postmodernismo non esista più una vera e propria regolamentazione nell’uso della virgola (la stessa Accademia della Crusca ha polverizzato la regola del ‘niente virgola prima di una congiunzione’ sostenendo che la scelta di utilizzarla o meno dipende dallo stile comunicativo dell’autore) ma occorre ricordare che l’atto orale è ben diverso da quello scritto e adattare la punteggiatura all’imitazione della parlata fitta non significa creare uno stile fresco e informale, tutt’altro, nella maggior parte dei casi comunica una sensazione di superficialità. Marisa Cecchetti mi ha offerto lo spunto per quest’osservazione, che tuttavia a lei non si può imputare del tutto perché il suo non è propriamente un testo di narrativa (è costituito in gran parte da interviste riportate) e le pagine discorsive sono molto ridotte; è in queste che l’autrice avrebbe dovuto a mio parere investire maggiormente: curare più adeguatamente le descrizioni di ambienti e personaggi, perché utilizzare al meglio la tecnica del dettaglio caricaturale -su cui fa leva questo libro- è veramente difficile e in questo caso l’effetto ottenuto è ancora una volta di superficialità. I personaggi sono così rozzamente tratteggiati (persino Brando Street è impossibile da inquadrare) che si confondono tra loro, così come è assente la minima specificità dei luoghi visitati dall'io narrante: Parigi è identica a Orvieto, Los Angeles potrebbe essere Ginevra.

C’è comunque un margine di miglioramento: l’originalità all’autrice non manca, è evidente, ma purtroppo i suoi attuali mezzi stilistici non le rendono giustizia.

Giudizio:
+2stelle+

La Recensione di Polyfilo

Un breve racconto basato sullo stile dell'assurdo ripercorre le vicende di una celeberrima comparsa.
Tutta la narrazione è dominata da uno schema paradossale e sembra da leggere in chiave come una sorta di critica, piuttosto criptica, al mondo dello show business e alla spettacolarizzazione della vita delle star, trasformate in modelli e guru esistenziali.
Così un'improbabile intervistatrice racconta la storia di Brando Street, attore specializzato in ruoli di comparsa, ma nel senso più 'insulso' del termine, di vero e proprio figurante.
Il paradosso pervade tutta l'esistenza di Brando, dalla nascita e dall'infanzia sprofondate nell'oscura provincia italiana, all'ascesa grazie alla folgorazione del regista Serge Tiger, chiaro riferimento al cineasta degli 'spaghetti western Sergio Leone, alla vita da star in una villa hollywoodiana con tanto di squinternate amanti e domestiche.
Ciò detto è anche vero che a parte questa trama a tema, di per sè interessante, lo stile del racconto appare un po' sciatto e superficiale, forse un po' stiracchiato per un romanzo vero e proprio, più adatto al format del racconto breve: 'la scomparsa di una comparsa' concepita come biografia d'artista soffre della scomparsa anche di un intreccio narrativo vero e proprio, oltre che della presenza nebulosa e troppo defilata di un editing del tutto incerto.
Una vera chicca da segnalare sono invece le finte citazioni di capolavori della cinematografia disseminate nel romanzo: risalire da 'Il momento delle angurie' al film di Bergman 'Il posto delle fragole' non è affatto scontato e lascia un segno di elegante ironia!

Giudizio:
+2stelle+ (e mezzo)


La Recensione di Pythia

"Brando Street" è un libro perfetto per essere portato nelle attese del medico o in un breve viaggio in treno: leggero, sta comodamente in borsa e si legge in poco più di una mezz'ora. Un romanzo breve-racconto lungo senz'infamia e senza lode, di cui si capisce ben poco anche arrivati alla fine. Un divertissement per pochi intenditori amanti dei paradossi, del cinema e dei paradossi del cinema. Frettoloso ed epidermico, colpisce senza dubbio per la sua assurdità fine a sé stessa.
L'ironia è giocata su riferimenti troppo specifici per essere compresi da tutti: un esempio, "Il momento delle angurie", che Polyfilo interpreta come "Il posto delle fragole", io l'ho inteso come "Il tempo delle mele".
Non mi dilungo oltre per non ripetere quanto già scritto dai miei colleghi.

Giudizio:
+2stelle+ (e mezzo)


Dettagli del libro
  • Titolo: Brando Street: La scomparsa di una comparsa
  • Autore: Marisa Cecchetti
  • Editore: Discanti Editore
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Ita(g)liani
  • ISBN-13: 9788895432106
  • Pagine: 84
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro
 

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