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03 gennaio 2014

Speciale Horror: Il colore venuto dallo spazio - H.P. Lovecraft

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Howard Phillips Lovecraft nacque a Providence nel 1890 e lì stesso morì nel 1937.
Il suo nome per gli appassionati dell'orrore è sinonimo di genio e di grandezza e rappresenta uno dei fondatori del genere moderno, insieme al quello di Edgar Allan Poe.
Nei pur brevi anni di produzione letteraria, legata anche all'instabilità del suo equilibrio mentale e a una vita piuttosto disagiata, trascorsa tra la sua Providence e New York, Lovecraft scrisse una notevole quantità di racconti brevi, pubblicati - talvolta anche rifiutati - su riviste di settore come 'Weird Tales' e 'Amazing Stories', diversi romanzi , tra cui 'La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath', 'Il caso di Charles Dexter Ward' e 'Le montagne della follia', diversi componimenti poetici e un epistolario pressoché sterminato, intrattenendo rapporti con semplici lettori e altri grandi nomi della letteratura fantastica da Seabury Quinn a Clark Ashton Smith a August Derleth.
La sua fantasia visionaria lo portò a creare una mitologia alternativa fatta di entità cosmiche maligne e di dimensioni aliene, rispetto alle quali ogni legge fisica e ogni tentativo di comprensione da parte delle facoltà mentali umane risulta destinato a soccombere, di divinità oscure e presenze terrificanti, dagli Antichi Dei  ai Grandi Antichi, che sono entrati a far parte dell'immaginario fantastico in modo permanente.
I loro nomi stridenti e fastidiosi, come Cthulhu, Yog-Sothoth e Nyarlatothep, e le evocazioni attraverso incantesimi in lingue blasfeme e dimenticate, contenuti in un vero feticcio del genere, il libro inventato 'Necronomicon Mortis' dell'altrettanto inventato stregone arabo Abdul Alhazred, hanno dato ispirazione a serie cinematografiche, come quella di 'La casa' e 'L'armata delle tenebre', a videogames e gruppi musicali hardrock, entrando a far parte della cultura popolare.
Tra i temi più importanti della sua produzione è centrale quello dell'alienazione, legata a contesti sociali ed economici che mettono in crisi la visione dell'uomo e del suo posto nell'ordine cosmico, che viene rappresentata dalle minacce che alla vita umana provengono da dimensioni ed entità sconosciute, al di là della portata di ogni comprensione scientifica e razionale.

'Il colore venuto dallo spazio' (The Colour Out of Space) è un racconto horror fantascientifico dello scrittore americano Howard Phillips Lovecraft che, pur non appartenendo al cosiddetto Ciclo di Cthulhu gode di grande popolarità tra gli appassionati dello scrittore di Providence.
Scritto nel marzo 1927, fu pubblicato per la prima volta nel settembre dello stesso anno sulla rivista Amazing Stories. È considerato uno dei suoi racconti più celebri e meglio riusciti e ad esso si sono ispirati tre film.

La Recensione

Il fatto che in questo racconto breve di Lovecraft manchino alcuni degli elementi soliti nella sua narrativa, come esseri mostruosi come gli Antichi Dei a riti osceni con formule in linguaggi incomprensibili, rende maggiormente onore alla sua maestria nel creare effetti di suspence e nell'instillare al lettore un senso di paura irrazionale.
Leggere 'Il colore venuto dallo spazio' di sera, magari a letto, stando da soli è davvero terrificante: non si riesce a non sussultare a ogni minimo scricchiolio nel silenzio e l'immaginazione galoppa verso la follia.
Tutta l'abilità dell'autore si mostra nel creare un crescendo di suspence a partire da una storia molto breve - in origine fu pubblicata su una delle riviste di racconti fantastici con cui Lovecraft collaborò assiduamente - e tutto sommato lineare: in una notte serena come tutte le altre, nella tranquilla campagna del New England, nei dintorni della città immaginaria di tanta produzione dell'autore, Arkham, un meteorite precipita sul terreno di proprietà di Nahum Gardner.
La partenza in sordina è dominata dalla scelta di una sorgente percettiva, quella visiva. Dalla pietra caduta nel pozzo della fattoria dei Gardner si sprigiona una sostanza il cui colore risulta completamente indefinibile per l'occhio umano. La pietra sembra disintegrarsi nel nulla ma rimane visibile a tratti una strana luminescenza e si innesca un processo che passo passo trasforma tutte le terre dei Gardner in una desolazione abbandonata e guardata con terrore dagli abitanti della zona.
La vicenda è raccontata indirettamente da una voce narrante non identificata, quella del funzionario della ditta incaricata di trasformare tutta l'area nel bacino di una diga, che dovrebbe sommergere anche le terre maledette dei Gardner. Questi si imbatte in Ammi Pierce, contadino e un tempo vicino e conoscente dei Gardner, che ne racconta la storia, a tratti incredibile e terribilmente inquietante.
Il panorama geografico nel quale si svolge la vicenda riprende tutti gli elementi classici della narrativa di Lovecraft: la città iensistente di Arkham, nel New England, vicino alla Providence in cui l'autore visse buona parte della sua vita, le campagne bagnate dal fiume Miskatonic, gli scienziati della Miskatonic University, che non riescono a spiegare gli strani fenomeni che sembrano ammorbare le terre dei Gardner.
Buona parte della suspence si gioca sulla tensione tra città e campagna, in un rapporto di incomprensione e distanza, che rispecchia in qualche modo l'impossibilità della scienza, impersonata dai ricercatori di Arkham, di dare spiegazioni all'irrazionale e misterioso colore, che ognuno può vedere e pure rimane indefinibile al linguaggio umano.
Così, chiusi entrambi nell'incapacità di comunicare e dare un nome all'orrore strisciante che si annida in fondo al pozzo dei Gardner dalla caduta del meteorite, entrambi, contadini prima e gente di città poi, sono costretti ad assistere passivamente al suo espandersi, in un crescendo via via sempre più straniante e pauroso.
Dalle piante e e dagli animali le stranezze si diffondono come una piaga sul terreno di Nahum Gardner, lo rendono falsamente fertile ma ne avvelenano i raccolti e ne stravolgono i frutti. L'oscenità di piante che assumono colori e forme mai viste, di animali che lasciano impronte insolite, come fossero un sigillo di blasfemia, si diffonde lentamente, come una muffa maligna, fino a raggiungere gli esseri umani, la famiglia del contadino, che, incapace di reagire di fronte a un male che non si può nominare nè descrivere, si avvia a una lenta decadenza, in cui i vari membri soccombono, uno dopo l'altro, a un orrore tanto inenarrabile quanto inesorabile.
Il finale suggella questo andamento narrativo instillando al lettore un senso di inquietudine inattesa. Forse il pericolo spettrale proveniente dagli abissi dello spazio sconosciuto non ha finito di abitare le terre che stanno per diventare il bacino idrico di tutta la zona circostante. Forse è meglio non bere l'acqua dai rubinetti, se si tiene alla propria salute, fisica e mentale.
Se è vero che nei mostri osceni e nelle entità aliene dai nomi impronunciabli Lovecraft proiettava, come in immagini provenienti dalle pieghe profonde del tempo e dello spazio, orrori che nascono nell'oscurità dell'animo umano, questo racconto breve, privo di riferimenti al pantheon dei romanzi più famosi, dal Ciclo di Cthulhu alle Montagne della Follia, contiene tuttavia gli elementi della paura cosmica più tipici della produzione dell'autore, e mostra come questi siano in grado di trasformare le placide campagne del Nordest americano, famose per i colori del foliage autunnale, in una terra inquietante, in cui si nascondono i semi della follia.

Giudizio:
 +5stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Il colore venuto dallo spazio
  • Titolo originale: The Colour Out of Space
  • Autore: Howard Phillips Lovecraft
  • Traduttore: Giada Riondino
  • Editore: Gruppo Editoriale L'espresso
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Twin Stories
  • ISBN-13: -
  • Pagine: 112
  • Formato - Prezzo: brossura - euro 2,80


29 dicembre 2013

E' tempo sprecato uccidere i morti - Diego Di Dio

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I Contenuti

Una donna spietata che regge le fila di un impero criminale, uno psicopatico convinto di vivere all'interno di un album di Fabrizio De André, un bambino che uccide entrambi i genitori per troppo amore, un uomo mascherato che vigila per le strade di Napoli…
Dodici racconti, dodici storie che oscillano tra il thriller e il noir. Dodici tagli nella pelle della quotidianità, serpeggianti in quel limbo oscuro sospeso tra tensione e mistero, in quel nero barlume di vita che è una porta aperta sulla follia.

La Recensione

Se è vero che le raccolte di racconti sono uno dei generi più difficili da apprezzare, questo vale di più per un genere così di nicchia, come quello horror; perciò merita una considerazione ancora maggiore lo sforzo di Diego Di Dio, anche se i racconti più che ad ambientazioni celesti rimandano a scenografia infernali, che si tratti dell'oscurità intravista nel fondo di un'anima persa o del colore scarlatto del sangue versato.
Nonostante la casa editrice citi già nel nome un classico della produzione horror di uno pilastri del genere, l'Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft, la cui cifra espressiva è la presenza di mostri indescrivibilmente crudeli e malignità inenarrabili, quello che caratterizza questi racconti è un senso di angoscia sottile più che di paura e orrore vero, molto concreto, che proviene dal sentire quotidiano.
Il male non arriva da dimensioni parallele o dallo spazio profondo: si annida nel fondo dell'animo umano che ci è più vicino, può assumere le sembianze di una donna bella e crudele, di quella che amiamo, di un vicino di casa, di un gruppo di benpensanti, di uno sdoppiamento di personalità, e si manifesta anche dove ce lo si aspetterebbe di meno, come sotto il sole mediterraneo che investe l'isola dorata di Procida, sfondo privilegiato di queste storie di ordinaria follia.
Di Dio scrive con uno stile equilibrato e capace di imitare i registri più disparati, dallo 'scemo del villaggio' al poliziotto, dallo psicolabile al maniaco ossessionato da visioni e stati allucinatori, e mette in scena una ampia gamma di sfumature, facendo scivolare un senso di inquietudine sottile, come attraverso delle piccole crepe, negli ambienti più intimi, soprattutto nella cerchia famigliare, quella che dovrebbe essere la riserva più sicura degli affetti, la protezione dagli assalti della realtà estranea e che invece si mostra diversa da come sembra e a tratti anche ostile.
Molto forte è la componente fumettistica che ispira diversi dei racconti, del resto tra i ringraziamenti è segnalato anche Dylan Dog, e il senso dell'orrore che l'autore trasmette al lettore ha spesso a che fare con il contesto sociale in cui tensioni e pulsioni degli individui esplodono nelle forme più crude della violenza. Spesso non c'è dietro una volontà intesa al male ma solo un senso di disagio e di solitudine che arriva dritto al lettore, come accade in Cose liquide, in cui la caratterizzazione del protagonista è affidata a una sorta di soliloquio in prima persona di notevole efficacia, soprattutto per l'uso credibile del dialetto, che rafforza il realismo espressivo della vicenda.
Lo stesso malessere si sente nei racconti che mettono in scena storie di camorra e criminalità: la presenza di queste realtà sembra in qualche modo profanare la bellezza del paesaggio di Procida eppure allo stesso tempo ne costituisce parte integrante, come sembra pensare il poliziotto protagonista di Ricordati questo giorno, quando in preda a un dilemma morale, guarda al mare dalla stanza del figlio e non sa decidere dove sia il male.
A fatti di violenza domestica, efficaci nella loro banalità che li rende quasi paragonabili a brevi notizie di cronaca da telegiornale locale, si affiancano episodi di violenza splatter improvvisa e incontrollabile, quasi più vicina al genere pulp, come ne Il coltellaio, anche se la brevità della narrazione non consente di sviluppare appieno la tensione, creando un senso di suspence adeguato; o come in Lasciatemi dormire, dove il meccanismo narrativo sembra un po' debole nella spiegazione della follia omicida, per quanto le descrizioni siano suggestive e realistiche.
A volte invece l'ispirazione a un medium diverso dalla narrativa come il fumetto o, per certi aspetti, anche la graphic novel - penso all'ultimo racconto della serie, Il Supereroe, che ricorda in alcuni tratti un capolavoro di genere come Sin City - crea un limite alla storia, perché sembra di trovarsi di fronte a un testo che sarebbe più adatto a prendere forma in vignette che non attraverso la prosa, nella quale la velocità espressiva rischia di rimanere in superficie, senza approfondire i personaggi e le loro evoluzioni, a vantaggio di una fruizione visuale della trama.
Queste incertezze non tolgono comunque granché al valore complessivo dell'autore, il cui controllo della lingua e la cui capacità di modellare trame e contenuti, anche nella brevità imposta dal racconto e nei limiti del genere dell'orrore, non sminuiscono l'apprezzamento della lettura.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: E' tempo sprecato uccidere i morti
  • Autore: Diego Di Dio
  • Editore: Dunwich Edizioni
  • Data di Pubblicazione:  2013
  • ISBN-13: 9788898361069
  • Pagine: 175
  • Formato - Prezzo: Ebook - Euro 1,99

27 dicembre 2013

Speciale Natale: Quel Natale nella steppa - Mario Rigoni Stern

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Mario Rigoni Stern, soldato del Corpo d'Armata diretto in Russia durante la II Guerra Mondiale, divenuto poi testimone di quella tragedia attraverso i suoi numerosi romanzi e racconti, come Il sergente nella neve, Il bosco degli Urogalli e Storia di Tönle, è prima di tutto figlio dell'altopiano di Asiago, l'amata montagna dove nasce nel 1921 e cresce in una famiglia numerosa, con altri sette tra fratelli e sorelle.
L'orizzonte delle Alpi si allarga per gli eventi storici che lo coinvolgono e, da semplice alpinista, lo trasformano in testimone diretto della tragedia della spedizione in Russia e della prigionia in un campo di concentramento nazista tra 1943 e 1945. Dal ricordo vivo e doloroso di questo calvario umano e civile Rigoni Stern trae nutrimento per alimentare la sua scrittura, tutta incentrata sull'impegno e sulla testimonianza degli orrori della Guerra e della spedizione, cui pure aveva inizialmente aderito da volontario con entusiasmo. Sempre legato a questi temi è anche l'amore viscerale per la sua montagna e i suoi boschi, la natura in generale e la sua purezza, come ricorda spesso nelle sue opere e nella raccolta di brevi articoli per la stampa e di racconti incentrati sul tema del Natale, pubblicati nel 2006, due anni prima della morte, con il titolo complessivo, ma non esauriente, di Quel Natale nella steppa.

In questi racconti, alcuni inediti in volume, la scrittura di Mario Rigoni Stern, precisa e rigorosa ma in grado di chinarsi ad ascoltare le più minute sfumature delle vicende umane, rievoca e riporta in vita un mondo che sta irrimediabilmente scomparendo.
È la forza di uno scrittore che ha trasformato la lucida testimonianza delle ultime disastrose guerre in indimenticabile lezione civile, ricostruendo le ragioni profonde dell'essere uomini e dello stare insieme.
Il Natale emerge come rappresentazione del mondo più autentico che l'autore porta con sé, custode di quei valori umani che le sue pagine cercano di conservare e tramandare, e che diventa la chiave di riferimento con cui fronteggiare gli avvenimenti del presente.

La Recensione

C'è un'analogia particolare tra questa smilza raccolta di racconti e articoli da giornale di Rigoni Stern e il classico dei classici natalizi, 'Canto di Natale' di Dickens: come nel romanzo inglese anche qui chi legge trova un confronto tra tre Natali diversi. Solo, si tratta di tre Natali molto lontani dallo spirito dickensiano, con un fondo di amarezza e di stanchezza, civile e umana.
Il primo, che dà il titolo alla raccolta, è il ricordo del Natale passato nelle steppe russe durante la campagna di guerra tra '42 e '45, compreso il periodo successivo di prigionia, e porta con sé il peso dell'esperienza attorno alla quale ruota tutto il senso della vita dello scrittore trentino.
In questi brevi racconti emerge il senso del Natale mancato per la crudeltà della guerra e la festività diventa simbolo della dimensione umana tradita e umiliata, ma non vinta, dalla durezza della prigionia nel campo di concentramento: anche in una baracca è possibile celebrare il Natale, con una zuppa rimediata con ortaggi di scarto e mezza bottiglietta di acqua di colonia da scambiare con altri prigionieri.
Nel Natale del ritorno a casa, dopo la folle danza della morte che ha sconvolto l'Europa e il mondo, e nella quale l'autore si è trovato coinvolto, c'è la grave consapevolezza di come, pur nella continuità, tutto sia cambiato, per sempre. La povertà è la stessa di prima della guerra, ma c'è in più un senso di oppressione e di solitudine di fronte alla tragedia e al dovere della testimonianza. 
Se ne rende conto quando viene in visita a cercare di scusarsi il collaborazionista che lo aveva consegnato alle truppe nazi-fasciste.
Il giudizio non è pronunciato: in una guerra civile anche il soldato delle Brigate Nere aveva, in un certo senso, una parte di ragione; eppure il senso dell'onore e della giustizia, che risponde a norme non scritte, impedisce alla vittima anche il sollievo del perdono.
Il terzo Natale è quello contemporaneo, consumista e sfavillante di luci e lusso.
Quello degli alberi di Natale è un tema legato alla modernità: la tradizione è antica, viene dal mondo pagano scandinavo, ma la sua espansione commerciale è recente, come i dibattiti sui danni ecologici causati a boschi e foreste. Il rapporto di Rigoni Stern con la montagna e il suo ambiente è quanto di più stretto si possa immaginare, non è solo un rifugio e il luogo elettivo dove vivere, è anche una madre. Così con semplicità interviene un piccolo articolo in cui spende una parola a favore degli alberi di Natale venduti dal Corpo Forestale, i proventi delle cui vendite possono servire anche al controllo delle zone boschive e al loro rinfoltimento.
Oltre a questo ci sono altre pacate riflessioni che però portano a considerazioni molto dure sul senso della celebrazione natalizia nell'era del consumismo. Il paragone con la povertà dei Natali passati e l'afflizione di quelli di guerra non deve neppure essere proposto, perché emerge da sè. Il vuoto dell'attuale abbondanza ha preso il posto della consapevolezza e del valore che la necessità sapeva attribuire alle cose. Uno spunto notevole per tempi di crisi.
Con la semplicità e la serena modestia di chi è abituato a vivere in un contesto non sempre facile, come la montagna, la raccolta termina in una breve e schietta autobiografia, quasi una sorta di autoepitaffio, personale e letterario, di rara concisione, come se l'autore in un esame di coscienza fatto verso sera - il testo è del 2003, pochi anni prima della sua morte - volesse ricordare a se stesso, in forma di bilancio asettico, i punti essenziali della propria vita.
Infine un particolare interessante: il primo pezzo di giornale è tratto da un inserto di consigli librari natalizi, e il titolo che Rigoni Stern suggerisce è il capostipite del genere: il Vangelo di San Luca, quello della Natività.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Quel Natale nella steppa
  • Autore: Mario Rigoni Stern
  • Editore: Interlinea Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Nativitas
  • ISBN-13: 9788882125820
  • Pagine: 81
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,00

20 dicembre 2013

L'ultimo racconto di questa terra - Marco Scaldini

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I Contenuti

Narrazioni di confine accomunate da un’atmosfera d’inquietudine e un’attitudine dissacrante verso le fissazioni del nostro tempo. Mistero, horror psicologico e fantascienza si fondono in maniera inaspettata dando vita a realtà piegate agli incubi e alle ossessioni. I limiti dello spazio, del tempo, della mente e della possibilità sono sondati fino nei recessi più profondi nei dieci testi che lo compongono.
Situazioni apparentemente normali e vite piane sono spazzate via e ricomposte in maniera imprevedibile: che un uomo si ritrovi ad aggirarsi in un cimitero, in uno sterminato campo di calcio, sia prossimo ad incontrare specie aliene o esseri demoniaci, che viaggi nel Tempo o ritorni ad un dimenticato campo di battaglia o partecipi ad un mortale Reality, niente andrà come aspettato o sperato.

La Recensione

Di horror vero e proprio, inteso come viscere ed esseri demoniaci alla Lovecraft, non ce n'è molto nella raccolta di dieci racconti brevi di Scaldini, ma non per questo il risultato è meno intenso per la lettura, perché i temi sono, se non del tutto originali, almeno interessanti.
Colpisce la cura formale della presentazione, che ha un bel lettering e apre ogni racconto con una specie di frontespizio illustrato in stile retrò, come certe locandine dei film horror anni '60 e '70, un po' ingenue ma di notevole effetto. Forse proprio per questa cura del dettaglio stupisce un po' qualche trascuratezza nella disposizione del testo, che nel formato e-book non è giustificato a destra, presenta in diversi a capo una sillabazione approssimativa e manca di un indice dei racconti. Sono minuzie, certamente, che non compromettono la qualità dell'opera, e tuttavia un po' la sminuiscono, perché - e questo vale, a sindacabile parere di chi scrive, per tutti gli e-book - possono dare l'impressione di star leggendo qualcosa meno di un libro, quasi solo una bozza in file word.
Tolto questo, la raccolta è godibile e coinvolgente, nella sua capacità di toccare le corde del surreale e del mistero, di restare sempre sui confini tra realtà e qualcosa di altro, non meglio definito, che può assumere le forme più varie e proprio per questo produce la sensazione del brivido sottile ricercata dal lettore del genere horror/fantastico.
L'impostazione fa sentire molto il lato 'fumettistico', al di là delle illustrazioni di apertura, della casa editrice. La brevità e i salti di situazione, segnalati anche dagli stacchi grafici tra i paragrafi, danno quasi l'impressione di avere di fronte delle vignette testuali.
I temi sono molto vari, spaziano dalle invasioni aliene a visioni futuribili di sport popolari come calcio e ciclismo; da situazioni in stile Hitchcock alla satira su quella sciagura così reale come i reality show, dalla urban legend della notte passata in un cimitero per scommessa all'uso del viagra. Con raffinatezza l'autore gestisce anche innesti di temi e toni da classici della letteratura di genere, come ne Il passaggio del giro di Francia in alta Savoia, dove l'inseguimento di un ciclista da parte di una muta di cerberi richiama il motivo mitologico della caccia infernale, o quello della scala celeste, trasformata specularmente in scala per gli inferi, nel suo rovescio dunque, ne Il soprannaturale non esiste, quando il protagonista si ritrova immerso tra le anime dei defunti, in un luogo che per i vivi è posto quasi oltre la soglia della realtà, come un cimitero.
Nello stesso tempo l'elemento 'disturbante', che è fondamentale per generare quel senso di angoscia e sottile tremore che cerca in genere il lettore nei libri dell'orrore e del fantastico, si allarga a comprendere situazioni e contesti più vicini, come il una partita di calcio in Contropiede o un reality show ispirato al classico binomio amato dagli esperti di auditel, l'accoppiata sesso&sangue in La cupola. Nel primo una partita di calcio in un futuro glaciale si trasforma anche in caccia all'uomo, quasi in stile Hunger Games, mentre nel secondo il reality richiama suggestioni alla Truman Show, mettendo in campo una guerriglia tra concorrenti e degli zombie-golem resuscitati solo in favore di telecamera.
Nonostante alcune durezze nella trama, legate alla brevità dello spazio del racconto - in alcuni casi come per il mostruoso Caban evocato nel cimitero, oppure come i vermi che abitano i bordelli nel racconto sul giro di Francia, troppi elementi si accumulano e rimangono nel complesso indistinti e solo abbozzati -, Scaldini riesce a creare delle atmosfere suggestive, con uno stile pulito e semplice, e soprattutto a instillare per sottrazione, con il suggerimento del non detto, quel senso di inquietudine e straniamento che rendono la lettura intrigante, spiazzando il senso comune senza degenerare mai nell'eccesso e conservando un senso della misura in bilico tra sogno e realtà.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: L'ultimo racconto di questa terra
  • Autore: Marco Scaldini
  • Editore: Eterea Book Comics
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Scintille
  • ISBN-13: 9788890871139
  • Pagine: 85
  • Formato - Prezzo: Ebook Euro 3,49

14 dicembre 2013

Le cose come stanno - Tina Caramanico

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I Contenuti

Nove racconti, drammatici o tragicomici, che hanno in comune il tema della perdita delle illusioni, della caduta delle costruzioni fantastiche e arbitrarie che utilizziamo per abbellire, semplificare o comprendere la nostra vita. A volte i personaggi di questi racconti devono accettare una tragedia, altre volte invece dietro il velo che cade trovano solo l’altra faccia, non necessariamente più brutta, di ciò che credevano di conoscere e che invece non conoscevano affatto.

La Recensione

La raccolta di racconti brevi, anche brevissimi, di Tina Caramanico, è assolutamente fedele al titolo: mostra le cose come stanno nel senso che adotta uno stile molto semplice e vivido, a tratti scarno, per descrivere più che narrare una serie di situazioni perlopiù critiche, senza proporre modelli di comportamento o soluzioni, ma solo limpidamente tratteggiando una serie di stati di fatto, umani, emotivi e concreti.
Una madre che si accorge di essere stata sostituita, nel suo ruolo materno, dalla tata; una storia di famiglia sussurrata come un segreto e legata a una persona che ha scelto di affrontare il rifiuto sociale per amore di libertà; una famiglia costretta a inserire nella routine quotidiana una piccola tragedia individuale come l'aborto della figlia minorenne; una ragazza adolescente che si confronta con la sua stessa crudeltà e recupera un senso dei rapporti umani meno superficiale e più concreto nei confronti dei suoi coetanei; una donna, madre e nonna, che rimane schiacciata dai suoi doveri famigliari quando si trova sola di fronte alla malattia; ancora una madre in potenza, giovane, che si confronta con il desiderio frustato di maternità; infine un uomo che traccia il bilancio della propria vita tornando alle origini, come se stesse rivedendo la bobina di un film che si riavvolge; il desiderio di trovare le proprie radici e tornare da oltre oceano, che corre incontro alla disillusione della realtà con un'ingenuità tutta maschile; la piccola illuminazione che trasforma la realtà in qualcosa di vivo, in un tempio buddista, in modo quasi casuale, dopo una lunga ricerca.
Lo stile è coerente con la normalità quasi banale dei racconti: semplice, lineare, con forti connotazioni descrittive più che narrative, fatto di immagini che arrivano dalla vita quotidiana, dal vissuto collettivo di tutti i lettori: dal disordine della stanza dei figli al risotto che brucia sui fornelli; dalla freddezza inumana della sala d'attesa di un medico alla crudezza della discriminazione, che gli adolescenti, forse poco consapevolmente, attuano tra di loro; da una corsa in ambulanza di fronte alla solitudine degli ultimi istanti di vita al senso di spaesamento nei confronti di una famiglia, che si percepisce lontana e sconosciuta di fronte ai bisogni più intimi.
In molti casi lo scopo è quello di mostrare l'altro lato della medaglia, come cioè alcune situazioni cambino radicalmente il loro aspetto, se guardate da un diverso punto di vista, senza volerle giudicare in alcun modo. Questo distacco dalla narrazione presenta però qualche punto critico, perché, pur in un contesto di buona scrittura, in cui la cura della forma e dello stile rendono vive e verosimili le scene tratteggiate dall'autrice, l'impressione che resta alla fine è di una sfumatura eccessiva, quasi di evanescenza della materia, come se l'unico filo che lega insieme i racconti fosse troppo sottile e l'autrice si limitasse a creare dei ritratti ad acquerello, gradevoli ma troppo sommessi.
Del resto che la direzione impartita ai racconti non sia quella di approfondire personaggi e storie lo confermano la brevità stessa della raccolta, che non vuole spingere il lettore in alcuna direzione, solo metterlo di fronte ad alcuni spunti di riflessione. Il risultato però, almeno per chi scrive, è più asettico di quanto si ammette per un libro che lasci un segno.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Le cose come stanno
  • Autore: Tina Caramanico
  • Editore: Officine Editoriali
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788898041114
  • Pagine: 48
  • Formato - Prezzo: Ebook - 3,99 Euro

06 dicembre 2013

La nemica - Iréne Nèmirovsky

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I Contenuti

Gabri ha una madre bella e frivola, più interessata ai suoi flirt che a prendersi cura delle due figlie. 
 Nel corso degli anni, Gabri ha osservato con odio e rancore il mondo degli adulti, che non le hanno dato né insegnato nulla, costruendo la sua vita sull'assenza d'amore. Ma il tempo è dalla sua parte. 
Quasi all'improvviso, la bambina taciturna e scostante si trasforma in un'adolescente piena di fascino e gioia di vivere. Forte del potere della giovinezza, Gabri può ora prendersi le sue piccole e grandi rivincite, per giungere alla partita finale con la nemica di sempre. 
L'odio e l'orgoglio sono i veri protagonisti di questo romanzo di formazione, pubblicato nel 1928 su una rivista letteraria con lo pseudonimo Pierre Nerey (ottenuto dall'anagramma di Irene: Nerey). L'uso di un nome diverso e molti degli elementi narrativi rivelano il carattere dolorosamente autobiografico dell'opera: impossibile non ritrovare nel ritratto impietoso della donna egoista e infedele la madre dell'autrice, che era solita parlare di lei come della "nemica". 
 Secondo romanzo di Irene Némirovsky, mai apparso finora in volume singolo e inedito in Italia, "La nemica" si caratterizza come un atto di rivincita, teatro di sentimenti contraddittori, il cui groviglio potrà sciogliersi e trovare la propria catarsi soltanto nella sua drammatica conclusione.

La Recensione

Se è vero che per uscire dall'infanzia è necessario compiere, almeno in senso metaforico, un gesto simbolico dell'uccisione del padre, questo è quello che Iréne Nèmirovsky fa compiere alla protagonista del suo secondo romanzo, con la differenza che l'omicidio catartico è perpetrato verso la figura materna, anche se non ne sarà la madre la vittima reale.
La breve vicenda ruota intorno al rapporto, negato e cercato, tra una figlia, Gabrielle, e la sua giovane madre, Francine. Questa si trova, da sola e in condizioni disagiate, visto che il marito è via da lungo tempo per affari, a prendersi cura di due bambine, Gabrielle, appunto, la più grande, e Michette, una bambina.

Proveniente dalla profonda provincia francese, Francine si lascia sopraffare dal fascino scintillante della metropoli parigina: la sua prima apparizione, in una fredda domenica innevata, è a passeggio nel Bois de Boulogne con un amico, mentre le due bambine, la piccola affidata alla grande, restano indietro, lasciate a se stesse, prive delle attenzioni più normali che ci si aspetterebbero da una figura materna, senza nulla da mangiare per tutta una giornata.

In seguito, la morte accidentale della piccola Michette in un incidente domestico scava un abisso incolmabile tra madre e figlia, anche quando il padre ritorna a casa, accompagnato da un affascinante cugino con cui cui ha avuto successo negli affari in Polonia, e il tenore di vita della famiglia, che grazie alle nuove ricchezze può adottare lo stile di vita della buona borghesia, migliora fortemente. Nonostante l'affetto per il padre, Gabri è sola e cresce sola, trascurata da una madre sempre più mondana e distaccata dal ruolo materno, tanto da venir sempre chiamata per nome da un narratore onnisciente che privilegia il punto di vista della figlia.

Gabrielle sviluppa la sua personalità definendo se stessa in opposizione a Francine, soprattutto quando ne scopre il rapporto adulterino con il cugino che abita nel loro stesso palazzo. Nell'adolescente, che sublima nell'immagine della sorellina morta la propria condizione di bambina trascurata, monta un senso di rivolta sordo e introverso: formalmente si comporta bene, subisce la rigida educazione imposta dai genitori che vogliono inserirsi nell'alta società anche attraverso la loro figlia, ma in realtà cova un rancore profondo e un desiderio di vendetta nei confronti della madre e dei 'grandi' in generale. Cerca uno sfogo per i suoi conflitti interiori, e non riuscendo a fare leva sul rapporto con il padre per vendicarsi della madre, finisce per cadere tra le braccia di uno spiantato aristocratico russo scampato ai bolscevichi, che per mantenersi danza nelle sale da ballo.

La scoperta da parte di Francine di questa relazione clandestina però non porta il rapporto madre-figlia nella direzione che Gabri sembra cercare con determinazione, cioè uno scontro frontale. Anzi i ruoli finiscono per capovolgersi ancora di più perché, cercando di recuperare una forma di intimità, Francine trasforma la figlia in confidente delle proprie pene d'amore, una volta di più invertendo le parti.
Ancora una volta l'egocentrismo materno tenta di fagocitare la figlia usando come arma il bisogno di affetto di Gabri, perchè è questo desiderio di essere notata e amata che emerge limpido nel suo odio ancora infantile verso di lei, e raggiunge il suo scopo in un finale straziante e inaspettato, con un crescendo di sensi di colpa e di contraddizioni che intrecciano tra di loro.
Se è vero che l'urgenza che contraddistingue il secondo romanzo della scrittrice ucraino-francofona ne è il limite, visto che la critica lo ha giudicato non all'altezza di opere successive come 'David Golder' o 'Suite francese', è vero anche ne costituisce anche il lato più interessante, che avvince il lettore alla narrazione.
Da un lato l'analisi spietata dell'ipocrisia imperante in certi strati sociali e all'interno dei meccanismi famigliari, in particolare nel rapporto fortemente autobiografico tra madre e figlia, prelude a temi che saranno caratterizzanti in romanzi successivi, in particolare in Jezabel, dall'altro lo stile, per quanto non privo di ingenuità sentimentali, manifesta una notevolissima capacità descrittiva, un tratto abile nel cesellare con poche pennellate situazioni e personaggi, forse senza scendere in profondità come avverrà nei romanzi più tardi, ma perfettamente in grado di mostrare i tormenti dell'animo nella complessità di accenti e sfumature che contraddistingue la scrittura di grande valore.


Giudizio:
+5stelle+


Articolo di Polyfilo


Dettagli del libro
  • Titolo: La nemica
  • Titolo originale: L'ennemie
  • Autore: Iréne Nèmrovsky
  • Traduttore: M. Capuano
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: LIT - Libri In Tasca
  • ISBN-13: 9788861923409
  • Pagine: 151
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

30 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: L'africano/Il ritornello della fame - Jean-Marie-Gustave LeClézio

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Nel 2008 il premio Nobel per la letteratura viene assegnato allo scrittore di origini franco-mauriziane, nato da famiglia bretone, Jean-Marie Gustave LeClézio, in quanto "autore di nuove partenze, avventura poetica ed estasi sensuale, esploratore di un'umanità al di là e al di sotto della civiltà regnante".

Jean-Marie Gustave LeClézio proviene da una famiglia piuttosto girovaga, originaria della regione francese della Bretagna, che si trasferì nel 1798 nel dominio coloniale di Mauritius per fare poi ritorno in madrepatria. 
Qui lo scrittore è nato, a Nizza, nel 1940, mentre il padre prestava servizio come medico coloniale nei possedimenti britannici africani, in Nigeria, dove il resto della famiglia lo raggiunse nel 1948, dopo aver passato i primi anni dell'infanzia nel piccolo villaggio provenzale di Roquebilliere.
Dopo aver studiato nell'ateneo inglese di Bristol e nell'Università di Provenza iniziò una carriera di insegnante negli Stati Uniti, per poi prestare servizio militare in Thailandia nel 1967 e spostarsi ancora, dopo esserne stato espulso per l'impegno contro la prostituzione infantile, nel Centro-America, dedicandosi allo studio di linguaggi, tradizioni e cultura dei Maya e arrivando a vivere tra il 1970 e il 1974 con un tribù di indios panamensi.
Il suo percorso di studio si è diretto in modo particolare verso la valorizzazione di culture tribali originali, spaziando dalle civiltà mesoamericane a quelle dell'isola mauriziana, fino alle ricerche sullo sciamanesimo sud-coreano, e trasferendosi a insegnare anche presso l'università femminile coreana di Ewha.
Ha diviso la sua carriera tra la docenza universitaria in varie cattedre, tra Boston, Austin, Bangkok e Albuquerque, e la scrittura, che, a partire dall'età di sette anni non ha mai abbandonato, pubblicando il primo romanzo nel 1963 Il verbale, con il quale ha anche ottenuto il Prix Renaudot.
In effetti la sua produzione di saggista e romanziere è stata continua, complessa e stratificata, caratterizzata dall'intreccio indissolubile tra studi quasi etnografici, interessi per culture folkloriche periferiche e ricerca delle origini, anche in senso autobiografico e familiare.
Dopo un primo periodo, durato all'incirca fino al 1970,  nel quale aderisce alle ricerche formali della corrente del 'nouveau roman' di Alain Robbe-Grillet, la sua ispirazione trova la svolta e acquista una voce più completa e originale nell'esplorazione di mondi marginali anche come opposizione alle brutture della società moderna, più volte descritta e contestata in romanzi come La Guerra, Il cercatore d'oro (sul conflitto subsahariano nel Biafra), o il più recente Urania, ambientato in una sperduta vallata messicana.
Non è un caso che questa venatura girovaga, quasi picaresca, e sensibilissima ai miti delle origini si concretizzi anche con un matrimonio, nel 1975, con la seconda moglie Jemia Jean, marocchina del Sahara Occidentale, insieme alla quale ha scritto una raccolta di racconti mauriziani, e ha ricevuto nel 2010 l'onorificenza dell'Ordine dell'Aquila Azteca dal presidente messicano Felipe Calderon in riconoscimento dei suoi studi sulla civiltà precolombiana di Michoacan.
Nella sua opera, come nella sua vita, la protesta e il vagabondaggio inteso come fonte di incroci culturali sono sempre presenti e solo nell'ultima fase della produzione l'interesse si focalizza, virando verso sfumature anche amare e nostalgiche, sulla propria storia famigliare, anch'essa, come abbiamo visto, composita e sparpagliata nello scacchiere della globalizzazione.
Per questo motivo la scelta dei due brevi romanzi presentati di seguito - L'africano, del 2004, e Il ritornello della fame, uscito poco prima di ricevere il premio dell'Accademia di Svezia nel 2008 - racchiude bene il suo sforzo di trasfigurare anche nella propria storia le vicende della mondializzazione e la ricerca delle origini, visto che in essi l'autore racconta il suo vissuto personale nei confronti del padre e della madre.

Nel 1948, a otto anni, J.M.G. Le Clézio lascia Nizza, la sua città natale, e con la madre e il fratello parte per la Nigeria, dove il padre, che non ha mai conosciuto, è medico nell'esercito britannico. Inizia così uno straordinario viaggio che, più di cinquant'anni dopo, sarà oggetto di questo libro. Le Clézio racconta il continente nero attraverso gli occhi di un bambino che entra in contatto con un mondo dove tutto - natura, sole, temporali, insetti "esiste" con intensità e violenza, un mondo che gli regala una sensazione di libertà fisica e mentale per lui fino a quel momento sconosciuta. Fondamentale è l'incontro con il padre, uomo duro, abituato alla solitudine cui lo ha costretto la guerra. È dalla prospettiva del bambino che viene descritta la sua severità, il suo modo di vestire e i tentativi di ricuperare il tempo perduto con i figli. E sempre dalla stessa prospettiva emerge l'ammirazione verso quest'uomo misterioso, cui Le Clézio tenta di "avvicinarsi" per tutto il libro. Ad accompagnarlo nella sua indagine ci sono le foto scattate proprio dal padre, immagini piene di suggestione, non professionali e, forse per questo, assolutamente autentiche.

La Recensione

L'africano è il breve diario dell'incontro di Le Clézio bambino con il padre, uomo severo, che ha vissuto per scelta in una condizione di isolamento e insieme di impegno in quelli che erano i margini dell'impero coloniale britannico, come medico di frontiera. Il motivo della scelta paterna è abbastanza significativo del suo carattere: appena laureato in Inghilterra prende servizio in una cittadina di mare e viene redarguito da un superiore per non avergli presentato il suo biglietto da visita appena arrivato in città. Come reazione Le Clèzio padre decide di prendere l'occasione, evidentemente non troppo ambita, di trasferirsi in servizio nel nulla ai confini tra Nigeria e Camerun. 

Dopo un tentativo, fallito per via della II Guerra Mondiale, di ricongiungersi alla famiglia rimasta in Francia, il padre si fa raggiungere da moglie e figli nel 1948, quando lo scrittore ha già otto anni. In questo breve diario Le Clézio parte dall'immagine tarda del padre in pensione, tornato in Francia, che non sa, e non vuole neppure fino in fondo, rinunciare allo stile di vita 'africano', per tornare a ritroso a quei giorni della sua infanzia e ritrovare, nel cuore dell'Africa subsahariana, insieme il rapporto con la figura paterna e con le sue origini.
In questo senso dalla prospettiva del bambino le due immagini, il continente nero e il padre, sembrano quasi sovrapporsi e raggiungere una sorta di riconciliazione serena e leggermente venata di quella nostalgia che si può immaginare nel guardare indietro alla propria infanzia e avere nel contempo la visione di un proprio genitore ormai entrato nella vecchiaia.
Del padre viene descritta la severità, il suo modo di vestire e i tentativi di ricuperare il tempo perduto con i figli in una serie di aneddoti che portano la ricerca, tra presente e ricordo, sempre più verso l'interno della coscienza. E sempre più emerge un senso di serena e malinconica pacificazione verso quest'uomo misterioso, cui Le Clézio tenta di "avvicinarsi" per tutto il libro, fondata nella comprensione che in un altrove del tempo e dello spazio, l'Africa dei giorni in cui era bambino, affondano le radici di una ricerca che l'autore ha poi seguito per tutta la vita, da scrittore e da saggista, quella delle origini di popoli e tradizioni, del rispetto dignitoso e fermo, forse in apparenza anche scostante, per la diversità e la lontananza, fisica e spirituale.
Alcune foto scattate proprio dal padre, dall'archivio privato di Le Clézio, illustrano questo percorso della memoria e rendono ancora più efficaci gli aneddoti in cui si struttura, senza soluzione di continuità, la narrazione. Nel loro bianco e nero autentico si sentono i colori di questo mondo un po' dimenticato e un po' troppo lontano, fatto di piccoli villaggi di capanne di fango come Ogoja e Kano, di ospedali e ambulatori di emergenza, di privazioni vissute con la gioia semplice che solo un bambino o un idealista possono avere, di corse a piedi nudi nel fruscio dell'erba alta della savana, delle stoffe sgargianti dei vestiti delle donne e dei costumi tribali.
Il risultato è una ricostruzione biografica della vita del padre, commovente nello stile asciutto e distaccato, quasi fosse un saggio più che un diario personale, in cui emerge forte e sereno, pur nelle asprezze del carattere e del territorio, l'amore per le proprie radici.

Nella Parigi degli anni Trenta, Ethel Brun, “figlia unica di una famiglia in guerra, tra le mura di una casa in pericolo”, percorre l'età inquieta dell'adolescenza. Una famiglia di coloni, la sua, arrivata dall'isola di Mauritius per mescolarsi alla ricca borghesia della capitale, senza riuscire a dimenticare l'indolenza e gli eccessi, i profumi penetranti e i colori della terra a cui appartiene. A tredici anni, Ethel incontra Xenia, figlia di esuli russi, e davanti al suo sguardo azzurro e fiero conosce per la prima volta la vertigine del desiderio e della diversità. A quindici, nel vacuo brusio delle chiacchiere da salotto, sente risuonare con insistenza il nome di Hitler – l'uomo che arginerà la minaccia bolscevica – e stringe una silenziosa alleanza di sguardi con il timido Laurent, senza sapere che di lì a pochi anni i loro destini si legheranno in modo indissolubile. Ma quando lo spettro dell'occupazione si allarga sulla Francia e i Brun sono costretti a sfollare a Nizza, Ethel sperimenta abissi ben più tormentosi della voracità della giovinezza: quelli della miseria e del bisogno, che le accenderanno in corpo una tenacia insospettata, la forza di sopravvivere in un mondo che va a fuoco sotto i suoi occhi.

La Recensione

Il cantiere destinato a rimanere incompiuto in Rue de l'Armorique a Parigi, che lo zio Soliman mostra orgoglioso alla piccola Ethel, è quello della casa color malva che l'anziano rimpatriato di Mauritius decide di lasciare alla piccola nipote, come sostegno contro l'incapacità del padre di Ethel, Alexandre Brun, di gestire il patrimonio di famiglia.
Se in L'africano Le Clézio aveva indagato il lato paterno delle origini, quasi in forma di saggio biografico, in questo che è un vero e proprio romanzo, lo scrittore ne esplora l'altro ramo, quello materno, legato strettamente all'esotismo delle radici mauriziane, che lui stesso ha dichiarato di sentire come una seconda patria rispetto alla Francia.
La famiglia Brun è raccontata dal punto di vista, anche qui, di una bambina che cresce.
Il clan tornato da Mauritius con una posizione finanziariamente brillante frequenta i salotti buoni della capitale francese del periodo tra le due guerre e i due genitori, Alexandre e Justine, la cui vita coniugale è funestata da un rapporto adulterino del padre con una donna di spettacolo, Maude, mantengono uno stile di vita dispendioso, nonostante i continui rovesci economici paterni che ne assottigliano sempre più il patrimonio.
Nello sguardo di una bambina questo ambiente è rappresentato dai pranzi affollati della domenica, in cui ascolta i discorsi dei grandi che parlano di politica, e in cui si affaccia la figura dell'emergente cancelliere tedesco, visto con favore come argine contro il bolscevismo, e li riporta come se fossero una lista di luoghi comuni e banalità da conversazione perbenista del dopopranzo.
Quasi nell'ombra, un po' in disparte, Ethel cresce e trova un primo legame con una ragazza di origini russe, un'aristocratica fuggita dalla rivoluzione d'ottobre, Xenia, con cui impara a bere il the forte che l'amica, la cui famiglia vive in condizione di povertà lavorando per un laboratorio di sartoria, porta nei freddi giorni invernali in una bottiglia coperta di panni per mantenerlo caldo.
Quando questo legame viene meno perché, come capita nell'adolescenza, le amicizie spesso si perdono per strada spontaneamente, Ethel si trova da sola ad affrontare lo sfacelo finanziario della famiglia, dopo che la madre Justine ha evitato di contrastare le follie del padre per mantenerlo legato al talamo, e deve assistere anche alla perdita del terreno di Rue de l'Armorique, che viene perso in seguito al fallimento nella costruzione di un palazzo dal nome esotico di 'Tebaide'. A poco a poco mentre il mobilio della casa dei Brun viene portato via per pagare i creditori e molti parigini, tra cui la famiglia stessa di Ethel, vengono costretti a lasciare la città su cui incombe l'ombra della svastica nazista - ormai la II Guerra Mondiale ha già trovato nella Francia occupata la sua prima illustre vittima -, quella che è ormai una giovane donna scopre la forza della fame.
La sua forza e il desiderio di vivere si materializzano nell'immagine della fuga verso le coste provenzali in cerca di rifugio, a bordo di una vecchia macchina, la De Dion da tempo dismessa per risparmiare, nel mezzo di una fiumana di sfollati. Nella miseria umana Ethel diventa donna e si innamora di Laurent, un ragazzo della cerchia famigliare che viveva in Gran Bretagna e combatteva perciò dalla parte degli Alleati e decide di sfidare la storia vivendo questo rapporto cui la guerra impone la dimensione dell'attesa in una Nizza fredda e cupa.
Chiaramente viene adombrato in questo rapporto il mito delle origini, rivissuto nella storia d'amore tra i genitori dello scrittore e, anche se 'Il ritornello' esce nel 2008, in realtà Le Clézio riporta in vita fatti anteriori a quelli raccontati in 'L'africano', che è del 2004.
La scelta si pone in un'ottica di continuità quasi genetica della narrazione.
La scoperta della fame e della forza da parte di Ethel esplora l'altro lato delle origini, quello materno, legato con più forza all'orizzonte esotico dell'isola di Mauritius e insieme, pur rivolto al passato, funziona come stimolo a guardare oltre.
Come a Nizza Ethel ritrova Maude, l'amante del padre, che vive nell'indigenza della guerra e della solitudine e cerca di aiutarla come può, e supera anche la morte del genitore, così si distacca anche dal passato per ricongiungersi con Laurent e rivolgersi a una vita nuova, da costruire al di là dell'Atlantico, negli Stati Uniti.
Anche nello stile romanzesco e vivo del 'Ritornello' si sente ancora quell'urgenza, distaccata e insieme appassionata, di trovare nella lontananza delle origini la giusta dimensione del presente, che caratterizza così in profondità la storia e la ricerca di Le Clézio.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: L'africano
  • Titolo originale: L'Africain
  • Autore: Jean-Marie Gustave Le Clézio
  • Traduttore: Maurizia Balmelli
  • Editore: Instar Libri
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Le antenne
  • ISBN-13: 9788846100825
  • Pagine: 104
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

  • Titolo: Il ritornello della fame
  • Titolo originale: Ritournelle de la faim
  • Autore: Jean-Marie Gustave Le Clézio
  • Traduttore: Maurizia Balmelli
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Scala Stranieri
  • ISBN-13: 9788817032346
  • Pagine: 202
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,50

12 novembre 2013

Resistere non serve a niente - Walter Siti

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I Contenuti

Un maestro acclamato dalla critica nel culmine della sua indagine sulla contemporaneità: il romanzo definitivo sul collasso finanziario e morale dell’Occidente, il libro che interpreta le angosce e il bisogno di capire di tutti i lettori. La zona grigia tra criminalità e finanza, con broker senza scrupoli, banchieri accondiscendenti, politici corrotti, malavitosi laureati: un grande romanzo che ci svela il nostro tempo.
Tommaso è un ex ragazzo obeso, matematico mancato e giocoliere della finanza, non privo di buoni sentimenti, forte di un Edipo irrisolto e di inconfessabili frequentazioni. Intorno a lui si muove un mondo in cui il denaro comanda e deforma e il corpo è moneta, popolato da personaggi indimenticabili: l’olgettina intelligente e la scrittrice impegnata, il sereno delinquente di borgata e il mafioso internazionale che interpreta la propria leadership come una missione.
È l’Italia di oggi: un intrico dove soldi sporchi e puliti – e lo stesso confine tra bene e male – si confondono inestricabilmente. Walter Siti prosegue la sua indagine narrativa sulle mutazioni profonde della contemporaneità, nascoste dietro le emergenze della cronaca, e prefigura l’aldilà della democrazia: un inferno che chiede di essere guardato e sofferto con lucidità prima di essere (forse e radicalmente) negato.

La Recensione

Evidentemente ci hanno preso gusto, dopo il successo di Bompiani allo Strega nel 2011 con Storia della mia gente di Edoardo Nesi, sicché quest'anno Rizzoli, che di Bompiani è parente strettissima, ha vinto lo stesso riconoscimento con un libro per alcuni aspetti molto simile. In Resistere non serve a niente Walter Siti affronta infatti la crisi finanziaria globale e i suoi legami con la criminalità organizzata a cavallo tra scritto autobiografico e inchiesta giornalistica.
Il primo filone si riferisce al fatto che il narratore è in realtà una sorta di confessore del vero protagonista, Tommaso, il trader ex-obeso ma ancora affamato di rivincita, sociale, economica e soprattutto psicologica. Quest'ultimo decide di commissionare al narratore, che di fatto sembra coincidere con l'autore, una specie di biografia, che si traduce in lunghi colloqui, incontri e conversazioni, una sorta di terapia analitica che il committente riveste con la patina glamour dello sfizio da parvenu.
La scelta del 'confessore' sembra legata in particolare a un punto in comune: come Tommaso, anche il narratore viene da una dimensione marginale della società. Mentre il primo è figlio di un piccolo criminale e ha una storia di necessità e privazioni, il secondo mostra nell'omosessualità dichiarata una sorta di condizione minoritaria o laterale, che darebbe al suo punto di vista una naturalezza disinteressata, un distacco senza ombre di superiorità morali di sorta.
La marginalità della voce narrante però non è banalmente ascrivibile a un mero fattore di gusti sessuali, perché si presenta anche come quella di un anziano scrittore, cui gli allori non hanno garantito neppure un tetto per la vecchiaia e che si trova a dover ringraziare - per quanto liberamente e con libertà di giudizio - un borgataro arricchito, privo di una cultura raffinata, come Tommaso per averlo aiutato.
Sembra quasi una specie di rivisitazione del rapporto tra intellettuale-cortigiano e mecenate-signore tipico del Rinascimento in chiave postmoderna: la condizione subalterna passa in secondo piano rispetto alla reciproca onestà intellettuale che vivifica il rapporto tra i due poli narrativi, voce fuori campo e protagonista, ma comunque rimane molto forte, al di là della posizione dello scrittore che si sente fuori dai giochi della finanza e, per questioni di età, anche dal turbinio della vita vissuta.
Come se il narratore volesse professare l'impossibilità della sua categoria sociale di avere una pur minima influenza sulla realtà, a parte la funzione della memoria, e relegasse se stesso al ruolo, di nuovo laterale, di testimone reso impassibile dalle vicissitudini della propria storia. Per lui, ormai, resistere non serve a nulla e resta solo la possibilità di ascoltare e registrare un'altra storia, facendola sua.
La vita di Tommaso ruota intorno al suo rapporto con il cibo e con le figure femminili. Nell'orizzonte di povertà e segregazione delle borgate romane, segnato dal rapporto con un padre sempre in carcere e una madre ingombrante, l'unica via di fuga sembra il cibo-spazzatura, metafora forse banale ma concreta di una fame che, grazie all'interessamento di amicizie di famiglia e a un'operazione chirurgica di bendaggio gastrico, si trasformerà in bulimia di derivati e swap option.
Strappato al soffocante abbraccio materno e delle merendine, Tommaso segue la via del riscatto con una parabola fulminante, tra conoscenze politiche e successi finanziari, trova nell'amore comprato di una modella l'appagamento dei suoi desideri di ascesa sociale e raggiunge la sazietà, solo però per scoprire alla fine che tutto ciò, anche per lui, non serve a niente.
Perché dietro la sua professione si nasconde un complicato intreccio di affari, politica e criminalità - anche questo banale ma molto concreto - che lo porta a un compromesso, rendendolo non troppo distante dalla figura del padre, quella del capro espiatorio; perché dietro la superficie glamour il rapporto con la compagna Gabriella si mostra leggero e vacuo secondo le premesse, privo di contenuti; perché infine anche il correttivo di un rapporto clandestino con una scrittrice brutta, anzi grassa, ma passionale e sincera, si rivela non percorribile o comunque non soddisfacente.
Seppure arzigogolato e troppo complesso quando tratta di finanza et similia, quasi con il timore di sconfinare troppo nell'inchiesta e nell'attualità, Resistere non serve a niente è una rappresentazione piuttosto fedele di un mondo che influenza la vita della collettività in ogni aspetto del quotidiano, dai consumi alle coscienze. Ma resta qualche dubbio che una vicenda caratterizzata volutamente per rimanere sulla superficie, con una sorta di leggerezza fatalista, possa risultare anche impegnativa, oltre il livello di una buona lettura intendo, su temi così universali.
Come se ci fosse un fastidioso retrogusto di instant-book...

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Resistere non serve a niente
  • Autore: Walter Siti
  • Editore: Rizzoli Etas
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Scala Italiani
  • ISBN-13: 9788858627662
  • Pagine: 316
  • Formato - Prezzo: Rilegato - Euro 17,00

25 ottobre 2013

Vathek e gli episodi - William Beckford

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I Contenuti

Scritto alla fine del XVIII secolo in francese e poi tradotto in inglese, "Vathek" è la risposta settecentesca al mito del dottor Faust, inserito nella tradizione orientaleggiante delle "Mille e una notte", al pari dello "Zadig" di Voltaire e del "Rasselas" di Johnson.
L'orrore che suscita l'infelice Vathek, califfo di grandi ricchezze e di incontentabili appetiti, sta proprio nel patto diabolico suggeritogli dal perfido Giaurro, al fine di ottenere enormi poteri, una volta raggiunto il Palazzo del Fuoco Sotterraneo. Per realizzare il suo sogno di potenza, il califfo non esita a lasciare i suoi cinque palazzi, ad abiurare la fede musulmana e a compiere grandi nefandezze, come il sacrificio di cinquanta bambini, figli della sua gente.
Nel viaggio verso il Palazzo, il suo seguito - fantasmagorico caravanserraglio che spazza e contamina tutto ciò che incontra - si assottiglia sempre più, fino a lasciarlo solo di fronte alle oscure porte dell'abisso. Ma si tratta di un perfido inganno, perché oltre quelle porte non lo attendono i talismani che controllano il mondo, bensì il regno di Eblis, l'inferno musulmano. A Vathek e alla sua donna, ridotti - come gli altri che li hanno preceduti - a morti viventi col cuore tormentato dalle fiamme, non resta che vendicarsi su Carathis, la madre che l'ha cresciuto nell'avidità e nell'assenza di una vera fede.
Non c'è speranza nell'oscuro mondo dipinto da Beckford: il male è legato alla condanna senza appello e l'unica ricompensa per il patto mefistofelico è l'inganno.

La Recensione

Confesso che il motivo che mi ha spinto verso 'Vathek' è particolare: ne ho letto la prima volta su un fumetto della serie bonelliana 'Dampyr', che porta lo stesso titolo e al romanzo di Beckford è solo vagamente ispirato, visto che il protagonista è si di origini arabe come nel libro ma è un arcivampiro.
Il 'Vathek' di Beckford invece è una figura quasi archetipale di personaggio romantico, l'antieroe maledetto, pronto alla dannazione per soddisfare una sete puerile di potere e piacere ma situato in un contesto - quello di romanzi illuministici a tesi come 'Zadig' o 'Candido' di Voltaire, 'Emilio' di Rousseau o anche 'Justine' del divino marchese De Sade - in cui il punto di vista della narrazione è caratterizzato da uno sguardo esterno e quasi estraneo, se non anche dichiaratamente ironico, nei confronti della vicenda per cui la morale del racconto risulta alla fine capovolta.

Il califfo Vathek, uomo ricco e potente oltre ogni immaginazione, capace di fulminare con il solo sguardo, vota la sua vita al perseguimento di un unico fine, il piacere e si scopre privo di ogni scrupolo quando viene tentato da parte di un oscuro personaggio, il Giaurro - parola che di per sé vuol dire 'infedele'.
In cambio dell'orrendo sacrificio di cinquanta bambini, del cui sangue il Giaurro chiede di dissetarsi, a Vathek viene promesso, una volta rinnegata totalmente la vera fede nella rivelazione di Maometto, libero accesso ai palazzi infernali della città maledetta di Eblis, sede del demonio biblico Shaitan, il nostro Satana, e anche alle ricchezze e alla potenza magica dei re morti nell'antichità, in particolare Suleiman ben Daoud, cioè il nostro re Salomone, figlio di Davide.
Il percorso di Vathek è una lunga discesa verso il basso, che è risaputo essere molto agevole, e viene facilitato anche dall'ambizione di una figura femminile, Caratide, anziana principessa bizantina madre del califfo, che non esita ad affiancarlo in ogni nefandezza, a difenderlo con arti negromantiche e a spronarlo verso il male per una cupa bramosia di potere. Appare circondata da un nugolo di schiave negre mezze cieche e ugualmente malvagie, non esita ad abbandonare il suo palazzo e la torre dove aveva praticato le scienze esoteriche e accorre a fianco del figlio scellerato, quanto questo, innamoratosi, lungo la strada verso il palazzo sotterraneo di Eblis, di Nouronihar, splendida figlia dell'emiro Fakreddin, la cui fama di santità è diffusa in tutto il mondo, sembra aver dimenticato per i piaceri dell'amore il fine della ricerca, per la quale aveva scelto la dannazione.
La discesa travolgente di Vathek, dal rogo della torre del palazzo di Samarah verso l'abisso di Eblis, trascina con sè tutto ciò che incontra: la bellissima Nouronihar, in principio promessa sposa e innamorata devota del suo cugino Goulchenrouz, un fanciullo tanto bello quanto poco virile che Vathek cerca di eliminare senza alcun rimorso, rinuncia all'affetto verso il pio padre Fakreddin e all'amore per il cugino, che viene però salvato, come anche i cinquanta bambini destinati a sfamare l'orrendo appetito del Giaurro, dall'intervento divino attraverso esseri a metà tra geni benigni e angeli. Anche Caratide lo segue nella discesa infernale e anzi lo spinge a non avere alcuna remora nel perseguire la ricerca del potere sotterraneo.
Molto diverso da come me l'aspettavo, 'Vathek' riflette in forma di fiaba parte delle vicende biografiche dell'autore, aristocratico britannico, ricchissimo e coltissimo, con una madre ingombrante, in cui si ritrova la figura di Caratide, costretto a viaggiare a lungo fuori dalla sua patria per via di numerosi scandali legati alla sua omosessualità in cui rimase coinvolto.
Beckford/Vathek  è un vero libertino - in quelli che vengono chiamati 'episodi', cioè racconti nel racconto, in stile 'Mille e una notte', fatti da altre anime dannate al protagonista e Nouronihar nel palazzo di Eblis mentre attendono che si compia il loro destino di peccatori irredimibili, compare anche la storia d'amore tra due uomini - e fonde insieme l'interesse per temi e ambientazioni orientaleggianti e la fascinazione erotica di una visione della vita interamente ispirata all'edonismo, il tutto con uno stile che ricorda in tanti aspetti quello di fiabe come 'Cappuccetto rosso'.
La morale superficiale è che la via del piacere estremo, inteso come fine unico in se stesso, può portare solo all'annientamento e alla sofferenza, ma dal tono ironico e sornione con cui il narratore racconta la vicenda di Vathek appare altrettanto evidente come il suo sprofondarsi nel male sia la conseguenza di una scelta inevitabile e fortemente voluta, in una versione arabeggiante ed esteticamente evoluta dell'eroe monolitico così tipica del pensiero romantico, tanto che l'opera di Beckford è stata paragonata ad altre più note, nello stesso solco, di Horace Walpole e Mary Wollstonecraft Shelley.
Bello da leggere come una fiaba oscura, con descrizioni suggestive e inquietanti come quella delle rovine di Persepoli, da cui si scende negli Inferi, questo romanzo breve è davvero una fusione originale di sottili perversioni e di un vitalismo spregiudicato e al di là di ogni giudizio morale.
Non per nulla, dopo essere stato a lungo ignorato, quello magistralmente dipinto da Beckford è stato definito come 'il primo Inferno dell'età moderna' da uno che di inferni e dannazione se ne intendeva come Jorge Luis Borges.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Vathek e gli episodi
  • Titolo originale: Vathek. Un conte arabe
  • Autore: William Beckford
  • Traduttore: A. Camerino, R. Savinio
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Tascabili. Romanzi e racconti
  • ISBN-13: 9788845254970
  • Pagine: 257
  • Formato - Prezzo: Brossura -  Euro 7,90

17 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: Neuromante - William Gibson

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Primo romanzo a vincere, oltre al Premio Hugo nell'edizione 1984, anche gli altri due premi letterari più importanti per il genere sci-fi, il Nebula e il Philip K. Dick Award, Neuromante dello scrittore americano-canadese William Gibson inaugura un nuovo filone del genere fantascientifico, il cyberpunk, caratterizzato dalla fusione dei temi della tecnologia delle comunicazioni e della ribellione sociale legata al nascente mondo del world wide web.
Con le due opere successive, 'Giù nel ciberspazio - Count Zero' del 1986 e  'Monna Lisa cyberpunk - Mona Lisa Overdrive' del 1988, forma quella che viene comunemente chiamata la 'Trilogia dello Sprawl'.

William Gibson nasce nel 1948 da una famiglia benestante nel South Carolina e inizia gli studi a Tucson, dove entra in contatto con le controculture degli hippy e della contestazione. Nel 1967 per evitare la partenza per il Vietnam si trasferisce a Vancouver, in Canada, da dove, laureatosi in letteratura inglese nel 1977, parte per un viaggio in Europa.
Tornato a Vancouver, dove vive ancora oggi, inizia a pubblicare racconti - tra cui 'Johnny Mnemonic' altre raccolte come 'Burning Chrome' - che danno inizio a un nuovo sottogenere fantascientifico, il cyberpunk.
Tra le altre opere, oltre a racconti brevi e visionari, spiccano la trilogia del Ponte (Luce virtuale-Aidoru-American Acropolis) e il ciclo di Bigend (L'Accademia dei sogni-Guerreros-Zero History).


In un futuro di cupa delinquenza e di elevata tecnologia, di droghe e computer, di traffico di organi umani, trapianti e sfrenata ricchezza, di popolosi quartieri dove si aggira il più fetido sottobosco umano, un mondo di cyborg e di tetre strade notturne, di fatiscenti metropoli, si muove Case, che un tempo era stato il miglior «cowboy» d'interfaccia. Con la sua mente riusciva a entrare nelle matrici dei computer, nel cosiddetto «cyberspace», dove la sua identità virtuale frugava nelle banche-dati delle ricchissime corporazioni che dominavano la Terra e rubava le informazioni richieste dai suoi mandanti. Però, spinto dalla superbia e dall'avidità, Case aveva commesso il classico errore di rubare anche ai suoi mandanti, tenendo per sé parte del bottino. E, scoperto, era stato punito: il suo sistema nervoso era stato danneggiato in maniera tale che non avrebbe più potuto entrare nel «cyberspazio». Ma forse Case aveva ancora un'altra possibilità...

La Recensione

Il primo romanzo lungo di Gibson, considerato archetipo del cyberpunk, si presenta come un viaggio allucinato nei meandri della coscienza virtuale e raccoglie una vasta quantità di temi provenienti da varie direzioni, fondendo in un universo magmatico e ribollente, instabile e visionario, una serie di spunti narrativi e stilistici anche eterogenei tra di loro.
Il protagonista, Case, è uno dei primi cybernauti, un ladro di dati, e si muove attraverso le  banche dati delle multinazionali che dominano un mondo postmoderno, le zaibatsu. Hacker ante litteram, viene punito dai suoi datori di lavoro, dopo che questi ne hanno scoperto tentativi di doppio gioco, con degli interventi neurali che gli rendono impossibile l'ingresso nella realtà virtuale.
Trasformato in un reietto, drogato e relegato nei bassifondi di una Tokyo inquinata e oscura, si arrabatta a vivere di piccoli traffici e arriva sull'orlo del collasso anche per i danni che la tossicodipendenza ha causato al suo corpo. La salvezza arriva nelle forme di Molly, una samurai con due lenti a specchio innestate sugli occhi e lame affilatissime impiantate sotto le unghie in stile Wolverine, e del suo boss, Armitage, ma non è gratuita.
In cambio di interventi che lo rimettono in sesto, Armitage impone a Case un lavoretto: dovrà rubare nello Sprawl, una conurbazione estesa sugli tutti gli Stati Uniti orientali, il dispositivo ROM che contiene la coscienza disincarnata dell'hacker Dixie Flatline, per poi permettere a una sorta di intelligenza artificiale, Invernomuto, che si muove dietro la copertura di Armitage, di superare le limitazioni imposte dall'ICE - una forma embrionale del concetto di firewall - alla sua evoluzione verso uno stadio superiore di controllo.
Passati da Parigi, Amsterdam e Istanbul del futuro, i protagonisti approdano su una specie di satellite costruito da transfughi di origine ebraica, Zion, da cui poi si spostano su  Freeside, il satellite orbitale dove incontrano uno dei primi sviluppatori dell'IA, i fondatori del gruppo Tessier-Ashpool.
Lo scontro finale si realizza in una sorta di fusione, in cui non è semplice capire se vi sia un vincitore certo, tra le due intelligenze artificiali, Invernomuto e il suo oppositore, che si rivela essere, nelle sembianze di un ragazzino, Neuromante. Questa figura enigmatica richiama nel nome la pratica della negromanzia, la capacità di interrogare i morti attraverso le trame del mondo cibernetico, come se fosse una memoria esterna capace di riassumere nelle sue sinapsi artificiali l'universo stesso.
Lo stile della narrazione è nebuloso almeno quanto la trama stessa, che in diversi tratti rivela una notevole inconsistenza, tanto da rendere complesso seguire il filo della vicenda: in più punti sembra di leggere pagine deliranti di Burroughs o di seguire le allucinazioni psicotiche di Dick.
Se anche parte di questa difficoltà deriva dal modo in cui Gibson affastella ispirazioni disparate (e disperate), però questo accumulo di elementi diversi per forma e contenuto produce una vorticosa eversione della realtà, contro il potere delle tecnocrazie imperanti, che ha un sapore fortemente originale.
Se anche inoltre Gibson non ha inventato le idee di cyberspazio e di realtà virtuale, di sicuro ha il merito, con 'Neuromante', di aver dato tra i primi a queste idee una forma visuale, dando vita attraverso le sue descrizioni futuristiche a una realtà che assomiglia da un lato al mondo di Blade Runner, precedente rispetto al suo romanzo, dall'altro all'universo digitale di Matrix. Non per nulla la colonia orbitale fuori dai circuiti mainstream del 'Neuromante' si chiama Zion come l'ultima ridotta dei ribelli contro le macchine nella trilogia cinematografica dei fratelli Wachowski.
E nelle riflessioni su rapporti tra tecnologia e potere, e per riflesso dunque sulla ribellione sociale e le varie forme cibernetiche di controcultura, attuali negli anni '70 nella Vancouver di Marshall Mac Luhan, affonda le radici l'universo onirico di Neuromante, in cui le zaibatsu, multinazionali che controllano il mondo, si combattono a colpi di dati e informazioni.
Un mondo violento e quasi deumanizzato, abitato da cyborg, cloni e intelligenze artificiali, dove anche il linguaggio si fa confuso e a tratti indiscernibile, con un lessico complesso e scabro, si presenta attraverso una girandola di personaggi sfocati ed evanescenti, il clone 3Jane, il dandy di Chiba sempre vestito all'ultima moda, gli Zioniti con il loro modo di parlare disarticolato, la stessa Molly, samurai a tratti materna ma pronta a sfoderare gli artigli innestati artificialmente sotto le unghie.
Attraverso gli occhi del Neuromante si rivolge uno sguardo onirico, forse frutto anche di stati allucinatori, verso un futuro in cui la realtà è destinata a sfrangiarsi e a mostrarsi deformata e instabile con l'immagine inquietante di un inferno artificiale, ma che per alcuni aspetti - quelli legati alla realtà digitale - ricorda più il nostro presente.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Neuromante
  • Titolo originale: Neuromancer
  • Autore: William Gibson
  • Traduttore: Giampaolo Cossato, Sandro Sandrelli
  • Editore: Editrice Nord
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Narrativa Nord
  • ISBN-13: 9788842913528
  • Pagine: 256
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 12.00 Euro
 

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