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06 dicembre 2013

La nemica - Iréne Nèmirovsky

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I Contenuti

Gabri ha una madre bella e frivola, più interessata ai suoi flirt che a prendersi cura delle due figlie. 
 Nel corso degli anni, Gabri ha osservato con odio e rancore il mondo degli adulti, che non le hanno dato né insegnato nulla, costruendo la sua vita sull'assenza d'amore. Ma il tempo è dalla sua parte. 
Quasi all'improvviso, la bambina taciturna e scostante si trasforma in un'adolescente piena di fascino e gioia di vivere. Forte del potere della giovinezza, Gabri può ora prendersi le sue piccole e grandi rivincite, per giungere alla partita finale con la nemica di sempre. 
L'odio e l'orgoglio sono i veri protagonisti di questo romanzo di formazione, pubblicato nel 1928 su una rivista letteraria con lo pseudonimo Pierre Nerey (ottenuto dall'anagramma di Irene: Nerey). L'uso di un nome diverso e molti degli elementi narrativi rivelano il carattere dolorosamente autobiografico dell'opera: impossibile non ritrovare nel ritratto impietoso della donna egoista e infedele la madre dell'autrice, che era solita parlare di lei come della "nemica". 
 Secondo romanzo di Irene Némirovsky, mai apparso finora in volume singolo e inedito in Italia, "La nemica" si caratterizza come un atto di rivincita, teatro di sentimenti contraddittori, il cui groviglio potrà sciogliersi e trovare la propria catarsi soltanto nella sua drammatica conclusione.

La Recensione

Se è vero che per uscire dall'infanzia è necessario compiere, almeno in senso metaforico, un gesto simbolico dell'uccisione del padre, questo è quello che Iréne Nèmirovsky fa compiere alla protagonista del suo secondo romanzo, con la differenza che l'omicidio catartico è perpetrato verso la figura materna, anche se non ne sarà la madre la vittima reale.
La breve vicenda ruota intorno al rapporto, negato e cercato, tra una figlia, Gabrielle, e la sua giovane madre, Francine. Questa si trova, da sola e in condizioni disagiate, visto che il marito è via da lungo tempo per affari, a prendersi cura di due bambine, Gabrielle, appunto, la più grande, e Michette, una bambina.

Proveniente dalla profonda provincia francese, Francine si lascia sopraffare dal fascino scintillante della metropoli parigina: la sua prima apparizione, in una fredda domenica innevata, è a passeggio nel Bois de Boulogne con un amico, mentre le due bambine, la piccola affidata alla grande, restano indietro, lasciate a se stesse, prive delle attenzioni più normali che ci si aspetterebbero da una figura materna, senza nulla da mangiare per tutta una giornata.

In seguito, la morte accidentale della piccola Michette in un incidente domestico scava un abisso incolmabile tra madre e figlia, anche quando il padre ritorna a casa, accompagnato da un affascinante cugino con cui cui ha avuto successo negli affari in Polonia, e il tenore di vita della famiglia, che grazie alle nuove ricchezze può adottare lo stile di vita della buona borghesia, migliora fortemente. Nonostante l'affetto per il padre, Gabri è sola e cresce sola, trascurata da una madre sempre più mondana e distaccata dal ruolo materno, tanto da venir sempre chiamata per nome da un narratore onnisciente che privilegia il punto di vista della figlia.

Gabrielle sviluppa la sua personalità definendo se stessa in opposizione a Francine, soprattutto quando ne scopre il rapporto adulterino con il cugino che abita nel loro stesso palazzo. Nell'adolescente, che sublima nell'immagine della sorellina morta la propria condizione di bambina trascurata, monta un senso di rivolta sordo e introverso: formalmente si comporta bene, subisce la rigida educazione imposta dai genitori che vogliono inserirsi nell'alta società anche attraverso la loro figlia, ma in realtà cova un rancore profondo e un desiderio di vendetta nei confronti della madre e dei 'grandi' in generale. Cerca uno sfogo per i suoi conflitti interiori, e non riuscendo a fare leva sul rapporto con il padre per vendicarsi della madre, finisce per cadere tra le braccia di uno spiantato aristocratico russo scampato ai bolscevichi, che per mantenersi danza nelle sale da ballo.

La scoperta da parte di Francine di questa relazione clandestina però non porta il rapporto madre-figlia nella direzione che Gabri sembra cercare con determinazione, cioè uno scontro frontale. Anzi i ruoli finiscono per capovolgersi ancora di più perché, cercando di recuperare una forma di intimità, Francine trasforma la figlia in confidente delle proprie pene d'amore, una volta di più invertendo le parti.
Ancora una volta l'egocentrismo materno tenta di fagocitare la figlia usando come arma il bisogno di affetto di Gabri, perchè è questo desiderio di essere notata e amata che emerge limpido nel suo odio ancora infantile verso di lei, e raggiunge il suo scopo in un finale straziante e inaspettato, con un crescendo di sensi di colpa e di contraddizioni che intrecciano tra di loro.
Se è vero che l'urgenza che contraddistingue il secondo romanzo della scrittrice ucraino-francofona ne è il limite, visto che la critica lo ha giudicato non all'altezza di opere successive come 'David Golder' o 'Suite francese', è vero anche ne costituisce anche il lato più interessante, che avvince il lettore alla narrazione.
Da un lato l'analisi spietata dell'ipocrisia imperante in certi strati sociali e all'interno dei meccanismi famigliari, in particolare nel rapporto fortemente autobiografico tra madre e figlia, prelude a temi che saranno caratterizzanti in romanzi successivi, in particolare in Jezabel, dall'altro lo stile, per quanto non privo di ingenuità sentimentali, manifesta una notevolissima capacità descrittiva, un tratto abile nel cesellare con poche pennellate situazioni e personaggi, forse senza scendere in profondità come avverrà nei romanzi più tardi, ma perfettamente in grado di mostrare i tormenti dell'animo nella complessità di accenti e sfumature che contraddistingue la scrittura di grande valore.


Giudizio:
+5stelle+


Articolo di Polyfilo


Dettagli del libro
  • Titolo: La nemica
  • Titolo originale: L'ennemie
  • Autore: Iréne Nèmrovsky
  • Traduttore: M. Capuano
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: LIT - Libri In Tasca
  • ISBN-13: 9788861923409
  • Pagine: 151
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

30 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: La festa del caprone - Mario Vargas Llosa

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Nel 2010 il Premio Nobel per la letteratura viene assegnato allo scrittore peruviano, naturalizzato spagnolo, Mario Vargas Llosa, "per la sua cartografia delle strutture del potere e la sua tagliente immagine della rivolta, della resistenza e della sconfitta dell'individuo". Personaggio eclettico ed esuberante, inizialmente vicino alla sinistra dalla quale si distaccherà del tutto, alterna l'impegno letterario a quello civile, fino ad arrivare a candidarsi alle presidenziali peruviane del 1990, dalle quali esce sconfitto da Alberto Fujimori. Proprio questa sconfitta lo spingerà a prendere nel 1993 la nazionalità spagnola, in aperta polemica con la politica nazionale.

Jorge Mario Pedro Vargas Llosa nasce il 28 marzo del 1936 ad Arequipa, una città del Perù meridionale, in una famiglia creola del ceto medio. Vive fin da giovanissimo esperienze oltre i confini del suo Paese: cresce in Bolivia, studia Lettere e Giurisprudenza presso l'Universidad Nacional Mayor de San Marcos. Vargas Llosa oltre che scrittore, come numerosi altri autori latinoamericani è particolarmente attivo politicamente. Negli anni cinquanta si dichiara vicino a Fidel Castro e alle sue idee, per poi però distanziarsene e criticarle. Tale gesto gli causa forti attriti con l'amico-nemico Gabriel García Márquez, apertamente di sinistra, sul quale Vargas Llosa nel 1971 aveva scritto una tesi di dottorato. I due, in seguito a tali divergenze, recidono del tutto i propri rapporti di amicizia, in un clima di tensione mai successivamente sopito.
Mario Vargas Llosa inizia la propria carriera letteraria nel 1959 con una raccolta di racconti, ma il successo giunge nel 1963 col romanzo La ciudad y los perros (La città e i cani, pubblicato in Italia nel 1967), ambientato nell'accademia militare di Lima, di cui l’autore era stato allievo dai 14 ai 16 anni. Il libro ottiene un grande successo soprattutto in Europa, ma in Perù viene inizialmente bruciato perché considerato dissacrante. In questo suo primo romanzo Vargas Llosa utilizza una tecnica quasi cinematografica in cui narrazione e sovrapposizioni di tempi e piani si alternano e che caratterizzerà buona parte della sua opera successiva. La medesima tecnica narrativa è riutilizzata anche nel secondo romanzo La casa verde (1966), in cui le vicende di una casa chiusa a Piura diventano l’occasione per dar visibilità alle molteplici voci che animano il Perù: la cultura europea delle città vicino alla costa e la civiltà primitiva degli Indios, ancora all'età della pietra ma in grado di seguire i ritmi imposti dalla natura. Grazie a questo romanzo Vargas Llosa è nel 1967 il primo vincitore del neo-istituito premio venezuelano per la narrativa di lingua spagnola, il prestigioso Premio Rómulo Gallegos. La casa verde rimane nel cuore e nella mente dello scrittore peruviano poiché gli ricorda il periodo della sua infanzia vissuta a Piura ma anche i suoi esordi da scrittore a Parigi (dove per la prima volta aveva iniziato a dare vita agli uomini e alle donne della Casa Verde), come egli stesso racconta nel corso della conferenza Historia secreta de una novela, tenuta nel dicembre del 1968 alla Washington State University. 
La guerra del fin del mundo del 1981 è considerata una delle opere più importanti di Vargas Llosa, in cui lo scrittore amplia il proprio orizzonte a tutta l’America Latina e si serve del romanzo storico per porre l’accento sul contrasto tra l’anima occidentale e quella indigena del continente. In questo romanzo si ripercorrono le vicende del movimento millenarista del profeta brasiliano Antônio O Conselheiro (Antonio Il consigliere); la vicenda, poco nota al di fuori dei confini del Brasile, diventa l’occasione per condurre una lucida analisi dei contrasti fra la società costiera nello stato di Bahia, prevalentemente intellettuale e progressista, e la popolazione più arretrata e conservatrice dell'interno.
Vargas Llosa non si sottrae neanche al confronto con la realtà contemporanea del suo paese e in diversi romanzi (Historia de Mayta, 1984; Quién mató a Palomino Molero?, 1986; Lituma en los Andes, 1993) affronta il tema del terrorismo e della dittatura (la storia recente del Perù è stata caratterizzata dallo scontro tra lo stato e due gruppi armati di sinistra: i militanti maoisti di Sendero Luminoso e il Movimiento Revolucionario Túpac Amaru). 
Nel 2000 pubblica l’altro grande romanzo a sfondo storico della sua produzione narrativa: La fiesta del chivo (La festa del caprone), incentrato sulla vicenda politica del feroce dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo, che ha governato ininterrottamente la Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961. 
I romanzi degli ultimi anni (El Sueño del Celta, 2010; El héroe discreto, 2013) ritornano all'ambientazione peruviana dei romanzi giovanili. 

Nel 1961 un gruppo di dominicani decide di uccidere in un agguato il dittatore Rafael Leónidas Trujillo, il «Caprone», padrone assoluto di Santo Domingo, violentatore e paternalista, che da trent'anni controlla le coscienze, i pensieri, i sogni dei cittadini... Molti anni dopo, Urania Cabral, figlia dell'ex presidente del Senato Agustin Cabral, professionista di successo, torna nella Santo Domingo che ha lasciato quattordicenne. Per chiudere i conti con un passato impossibile da rimuovere? Per vendicare torti e sofferenze? Per amore della sua terra, delle sue radici?

La Recensione

Il romanzo si snoda attraverso tre linee narrative. La prima, quella che apre il romanzo, ha la voce di Urania Cabral, affermata professionista che ha lasciato Santo Domingo all’età di quattordici anni e vi torna dopo 34 senza un motivo specifico. Forse, dopo tanti anni, è pronta a fare i conti con il proprio passato e i suoi passi, durante l’abituale corsa mattutina, la portano sulla soglia della vecchia casa di famiglia, dove vive ancora il padre Agustin Cabral, ex Presidente del Senato ai tempi di Trujillo, immobilizzato a causa di un ictus e con il quale aveva interrotto tutti i contatti dal giorno della partenza per gli Stati Uniti. Urania, nel corso della sua lunga giornata, si ritrova anche a parlare con nostalgici anziani e con giovani che hanno mitizzato il periodo della dittatura ricordando con nostalgia che tutti lavoravano e non c’era microcriminalità; l’orrore è diventato mito, si trova a pensare una stupefatta Urania che ricorda bene la mancanza di libertà, anche nella propria vita personale, imposta da regime di Trujillo.
La narrazione di Urania si alterna a capitoli i cui protagonisti sono il gruppo di dominicani che ha organizzato, e poi portato a termine, l’attentato a Trujillo. Li troviamo seduti in macchina, a fari spenti, con le pistole in mano, mentre aspettano l’auto del Chivo (in spagnolo “caprone”, il nomignolo con cui era indicato da amici e nemici Trujillo) che dovrebbe passare proprio da quel punto per recarsi nella sua casa di Caoba, fuori Santo Domingo (o meglio Ciudad Trujillo, come era stata ribattezzata), luogo destinato ai festini del Capo o all’incontro con i suoi fedelissimi per predisporre quelle azioni di violenza o di pubblico linciaggio che avevano permesso al dittatore di restare in carico per trent'anni. Il racconto non termina con la morte di Trujillo perché Vargas Llosa ci racconta cosa accadde dopo l’attentato sino a ricongiungersi idealmente alla passeggiata che trentaquattro anni dopo Urania farà per Santo Domingo, dove quegli uomini sono diventati eroi anonimi cui dedicare vie e piazze.
La terza linea narrativa segue Trujillo in quella che sarà la sua ultima giornata di vita, dalla sveglia alle quattro del mattino sino alla corsa in automobile verso la casa di Caoba ed è proprio nella figura del Chivo che, secondo me, Vargas Llosa mostra tutta la sua bravura nel delineare i personaggi nella loro sfera motivazionale. Trujillo è descritto dall'autore senza alcuna valutazione estrinseca alle sue azioni (era un mostro crudele o un salvatore della patria che non si poneva il problema dei mezzi con cui raggiungere il fine ultimo?), l’unico punto di vista riportato è quello dello stesso protagonista: tutte le azioni, anche le più riprovevoli, commesse da Trujillo sono descritte come inevitabili, perché a raccontarle è lo stesso protagonista. Questa soluzione stilistica, che aveva già trovato magistrale applicazione in La guerra della fine del mondo, non ha né risultati caricaturali né tanto meno l’effetto di coprire di un’aura di simpatia il Chivo, che era e rimane un dittatore. Il risultato è un racconto profondamente onesto (nel senso che Trujillo appare sincero nelle sue spiegazioni) come quello che potrebbe venir fuori da una lunga esperienza psicoanalitica. Nessun compiacimento nel narratore ma la convinzione che solo con l’omicidio era possibile fare uscire di scena quell'uomo così carismatico che, nonostante tutti gli orrori commessi, aveva saputo soggiogare e affascinare un intero popolo per trentuno anni.
Oltre all'assenza della voce diretta ed esplicita dell’autore (di cui non conosciamo l’opinione), altro elemento degno di nota del libro è la soluzione narrativa di annullare la distanza temporale: non c'è soluzione di continuità tra il presente e il ricordo di eventi passati. I protagonisti iniziano a raccontare, o ricordare, eventi passati e dopo qualche riga i verbi utilizzati scivolano dal tempo passato al presente, i ricordi prendono vita e i fatti accaduti si svolgono lì davanti agli occhi di chi narra e di chi ascolta. L’arresto di un fratello, la violenza perpetrata a una compagna di classe, l’eliminazione violenta di migliaia di haitiani  non sono ricordi alleggeriti dal tempo, ma fatti che conservano ancora tutta la loro forza e la loro carica emotiva, come se si stessero svolgendo dentro l’auto o in un angolo della sala del ricco banchetto dato da Trujillo in onore dei suoi amici.
La festa del caprone porta con sé altre considerazioni, quali il ruolo degli Stati Uniti nella politica dell’America Latina o quali siano i valori che la politica deve perseguire, ma si tratta di tematiche ampie che vanno bel al di là della discussione su questo libro con l'indubbio merito di far riflettere i lettori riguardo il proprio presente.

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Patrizia

Dettagli del libro

  • Titolo: La festa del caprone
  • Titolo originale: La fiesta del Chivo
  • Autore: Mario Vargas Llosa
  • Traduttore: Glauco Felici
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13:9788806207793
  • Pagine: 467
  • Formato - Prezzo: Brossura – 14,00 Euro 

19 novembre 2013

Wolf Hall - Hilary Mantel

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I Contenuti

L’Inghilterra all’inizio del 1500 è in un vicolo cieco, a un passo dal disastro. Se il re morisse senza un erede maschio, il Paese sarebbe condannato a una guerra civile. Enrico VIII vorrebbe annullare il suo matrimonio e sposare Anna Bolena, ma il Papa e la maggioranza dei regnanti d’Europa si oppongono. Sarà Thomas Cromwell ad occuparsi di questa impasse: figlio di un fabbro di Putney, uomo capace di redigere un contratto come di addestrare un falco, disegnare una mappa e sedare una rissa, arredare una casa così come di corrompere una giuria. Architetto machiavellico del regno di Enrico VIII e artefice dei destini della dinastia dei Tudor, il protagonista del pluripremiato romanzo di Hilary Mantel emerge in tutta la sua contraddittoria umanità: nonostante le sue umili origini, quest’uomo venuto dal nulla, dedito ai mestieri più disparati - mercenario in Francia, banchiere a Firenze, commerciante di tessuti ad Anversa – in virtù delle sole doti intellettuali sarà in grado di rompere le rigide regole della società inglese e rialzarsi da una drammatica situazione personale, e di lui si servirà il re per ottenere il divorzio da Caterina d’Aragona e unirsi ad Anna Bolena, dando così un nuovo corso alla storia della chiesa d’Inghilterra.

La Recensione

Non c'è bisogno di essere appassionati di storia per conoscere Enrico VIII e la sua ossessione per la ricerca di un erede maschio, che costarono al cristianesimo uno scisma come mai visti prima e alle sue sei mogli ben più di qualche grattacapo (in effetti alcune di loro si ritrovarono presto senza più alcun "capo" da grattare). Enrico e le sue disavventure matrimoniali hanno investito la casata dei Tudor di un fascino che dura tuttora, e dimostrato dalla sequela di romanzi, film e telefilm dedicati a quest'epoca storica, ultimo fra i quali la serie HBO "I Tudors". Se avete seguito il telefilm (e siete riuscite a staccare gli occhi per un attimo dal labbrone sensuale di Jonathan Rhys-Meyers per districarvi nel garbuglio di intrighi, alleanze e parentele che governavano le sorti della corte inglese) avrete forse notato un meschino personaggio dall'aria infida e calcolatrice che sarà il principale artefice della rovina di Anna Bolena.

Ecco, quello è Thomas Cromwell, ed è lui il nostro eroe.

La storia, si sa, è scritta dai vincitori, per cui la tradizione cattolica e la cultura illuminista ci hanno per secoli inculcato l'immagine agiografica di Tommaso Moro illuminato pensatore disposto a morire per difendere le sue idee sulla supremazia del Papa a capo della Chiesa, vittima di un tiranno crudele, Enrico, e di una prostituta d'alto bordo, la Bolena.

Hilary Mantel ribalta questa prospettiva e sceglie per il suo racconto l'antieroe per eccellenza, un uomo, Thomas Cromwell, che la storia ci ha consegnato come un arrivista senza scrupoli dal passato oscuro, celebre per i suoi intrighi che ne favorirono la sfavillante ascesa e la rovinosa caduta.
Basandosi sui fatti storici, l'autrice ci regala una diversa comprensione del Cromwell politico ma soprattutto del Cromwell uomo, non più una figura guidata dalla cieca ambizione ma un padre, un marito, un fratello deciso a ribaltare le sorti di un infanzia povera e violenta per offrire alla sua famiglia una posizione sicura e un benessere duraturo. Il racconto prende il via proprio da quest'infanzia, dal nostro eroe a terra in una pozza del suo sangue, ridotto in fin di vita dai calci e pugni del padre. E' un breve guizzo, un piccolo prologo prima di saltare avanti di un paio di decadi, dopo gli anni passati a combattere in mezza Europa, le istruttive esperienze coi mercanti italiani e fiamminghi, i contatti con le menti più coraggiose del fuoco riformista avviato da Martin Lutero, un balzo che ci porta direttamente alla corte di Enrico al servizio dell'allora onnipotente cardinale Wolsey. Da qui in poi è una corsa a capofitto verso la cima, raggiunta dribblando la caduta di Wolsey, a cui resterà comunque fedele fino all'ultimo, le cacce alle streghe di Moro, le macchinazioni dei Bolena, gli scatti d'ira di Enrico e le crisi di gelosia del suo seguito di conti, duchi e cardinali, grazie a una combinazione di arguzia, competenza e una giusta dose di sfacciataggine.

Ma al di là della mente brillante e la lingua tagliente è il Cromwell privato che conquista il lettore, il marito fedele e il padre coscienzioso, l'uomo che trae la sua essenza dalla sfera familiare tanto che, quando il destino lo priva dei suo capisaldi uno ad uno con metodicità incessante, egli provvede a ricrearsi una nuova famiglia prendendo in casa lontani parenti, pupilli e perfino impiegati che alleverà come figli propri. Il calore e l'intimità che permeano la quotidianità di quest'uomo imponente sono esaltate dallo stile confidenziale scelto dalla Mantel, una narrazione in terza persona dal punto di vista del protagonista e interamente al presente, per ribadire che no, non ci stiamo occupando di una figura oscura morta e sepolta da secoli, ma di un essere umano vero, vivo, vibrante di passioni che ha lasciato nella storia un'impronta indelebile che si scorge ancora oggi. Il continuo alternare il racconto degli eventi con i pensieri di Cromwell e le conversazioni riportate in discorso indiretto, come un unico stream of consciousness, unito con l'abitudine a riferirsi al protagonista con il semplice pronome "egli" a volte renda la narrazione veramente difficile da comprendere ma ha il vantaggio di annullare qualsiasi barriera fra lettore e personaggi dando al sensazione reale di trovarsi nella mente di Cromwell stesso.
Il suo sguardo attento e disincantato vede oltre i capricci lussuriosi di Enrico e coglie un sovrano tanto determinato a cambiare il corso della storia quanto tormentato dai dubbi e i sensi di colpa; intuisce la fredda determinazione di Anna Bolena e il fascino di una personalità capace di far dimenticare a ogni uomo una carnagione giallognola e un petto troppo piatto; soprattutto percepisce la natura fondamentalmente sadica di un uomo, Tommaso Moro, che la Chiesa venera come un campione della cristianità sorvolando sull'intransigenza che l'ha portato a ricorrere alle più crudeli forme di tortura verso chiunque sospettasse di eresia e ad essere incapace dei più banali gesti di compassione verso i suoi stessi familiari.

Certo alcuni storceranno il naso di fronte a questa nuova prospettiva degli eventi, ed è indubbio che alcune parti siano state romanzate, tuttavia ho molto apprezzato come la Mantel, pur non tacendo sull'arguzia e l'intraprendenza del suo eroe, abbia saputo smantellare l'immagine di un arrivista senza scrupoli liberando queste qualità dal pregiudizio che Cromwell ha da sempre subito in quanto unico commoner, uomo del popolo, nelle camere del potere, fino ad allora "territorio di caccia" esclusivo di nobili e alti prelati.
Ho già il seguito nella "to-read" list.  


The Thomas Cromwell Trilogy
 
  • Wolf Hall (Wolf Hall, 2011, Fazi) - Vincitore del Man Booker Prize 2009
  • Anna Bolena, una questione di famiglia (Bring up the bodies, 2013, Fazi) - Vincitore del Man Booker Prize 2012
  • The Mirror and the Light (inedito, pubblicazione prevista per il 2015)

  • Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Valetta

    Dettagli del libro
    • Titolo: Wolf Hall
    • Titolo originale: Wolf Hall
    • Autore: Hilary Mantel
    • Traduttore: Giuseppina Oneto
    • Editore: Fazi
    • Collana: Le Strade
    • Data di Pubblicazione: 2011
    • ISBN-13: 9788864111957
    • Pagine: 784
    • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 18,00

    10 novembre 2013

    Speciale Premio Nobel: Il mio nome è rosso - Orhan Pamuk

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    Nel 2006 il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Orhan Pamuk, uno dei più importanti scrittori turchi. La motivazione fa riferimento alla capacità dello scrittore di incarnare l'anima malinconica della sua città, Istanbul, grazie alla quale "ha scoperto nuovi simboli per il contrasto e l'intreccio delle culture".

    Orhan Pamuk nasce nel 1952 a Istanbul da una famiglia borghese. Studia al liceo americano per poi iscriversi alla Facoltà di Architettura, che ben presto abbandona per buttarsi a capofitto nella letteratura. Nel 1977 infatti si laurea in Giornalismo. Dopo una breve parentesi nelle università americane torna definitivamente in Turchia. Le sue opere ottengono molti premi e riconoscimenti; il Nobel nel 2006 giunge in seguito ad una tormentata vicenda giuridica. Dopo aver rifiutato il titolo di “artista di Stato”, nel 2005 l'intellettuale turco rischia il carcere a causa di alcune dichiarazioni fatte ad una rivista svizzera in merito al massacro di curdi e armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra mondiale. Le sue posizioni controcorrente nel mondo musulmano, in difesa di Salman Rushdie e Yeshar Kemal, hanno spesso attratto l'attenzione dell'opinione pubblica turca. 
    Molti sono i libri che lo hanno reso famoso: La casa del silenzio, Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Istanbul, Neve, Il museo dell'innocenza. Il tema della Turchia, sia quella moderna che quella contemporanea, fa da fil rouge in tutte le opere in cui lo scrittore riflette sulla sua storia familiare e sulla sua esperienza nell'Occidente. Molto presente è anche il tema dell'identità, che si incarna nel perenne conflitto, spesso lasciato irrisolto, tra mondo orientale e mondo occidentale.

    Un romanzo d’amore, una storia di intrighi e di misteri che conducono fino alle stanze segrete del palazzo del Sultano, confermando l’eccezionale talento narrativo e la grande sensibilità poetica di Orhan Pamuk.
    Istanbul, 1591. In una città scossa da antiche inquietudini e nuovissime tentazioni, tra i miniaturisti del Sultano si nasconde un feroce assassino. per smascherarlo, Nero è disposto a tutto, anche a rischiare la vita.
    Libro corale, ricco di passione e suspense, questo straordinario romanzo di Pamuk restituisce la ricchezza e la malinconia di un mondo al tramonto. Nel contrasto tra i due vecchi miniaturisti, Zio Effendi e Maestro Osman, riassume una discussione che continua ancora oggi nel mondo islamico, diviso tra modernità e tradizione.


    La Recensione
    In breve tutto si fece completamente rosso. La bellezza di questo colore nasceva dentro di me e in tutto l'universo. Mi stavo avvicinando alla Sua esistenza e mi veniva da piangere dalla gioia.
    Il mio nome è rosso è un libro molto complesso: per arrivare all'ultima pagina e comprenderlo a fondo sono richieste molta pazienza e dedizione. Ma vi assicuro che il risultato è un'esperienza senza dubbio appagante. L'amore, il sesso, la morte, l'omicidio, la bellezza, l'arte, la miniatura, la religione, i conflitti interiori dell'animo umano sono tutti protagonisti di questo grande affresco di una Istanbul di fine Cinquecento ritratta in un'atmosfera realistica e magica allo stesso tempo. 
    Il romanzo presenta un punto di vista corale: la storia si costruisce capitolo per capitolo con le diverse voci dei personaggi (che sono veramente molti anche se i principali non sono più di quattro), ognuno dei quali racconta dal suo punto di vista ciò che pensa oppure una parte degli avvenimenti complessivi, solo ciò che ha sentito dire o che ha personalmente vissuto. Per questo tocca al lettore riunire come in un mosaico le varie parti della vicenda raccontata in ogni capitolo e arrivare alla verità. Inoltre il lettore è invitato a partecipare attivamente alla storia: è molto spesso chiamato in causa dai personaggi con una sorta di captatio benevolentiae che gli chiede di ascoltare,  comprendere certi comportamenti o  certi sentimenti o ancora  di prestar fede a quanto letto.
    La storia comincia in medias res: il primo personaggio a narrare è un uomo che è stato decapitato e il cui corpo è stato gettato malamente in fondo a un pozzo. Si scopre presto essere Raffinato Effendi, un bravissimo miniaturista e doratore che lavorava nel laboratorio dello Zio Effendi. Da poco è tornato a Istanbul Nero, nipote dello zio Effendi e innamorato da sempre della sua bellissima figlia Sekure, chiusa in casa insieme ai due figli da quando suo marito non è più tornato dalla guerra. Nero è intenzionato a riconquistare il suo amore giovanile, ma per farlo dovrà indagare sulla morte di Raffinato e sul mistero che ruota attorno al libro commissionato in segreto dal Sultano ai miniaturisti di Zio Effendi. Quest'opera infatti sta creando non pochi problemi tra gli artisti: il Sultano la desidera ispirata al modo di dipingere degli occidentali veneziani (con i volti realistici e con l'applicazione della prospettiva), ritenuto blasfemo dai musulmani più intransigenti dell'epoca. Ecco allora che emerge uno dei temi più importanti del romanzo: il confronto (artistico ma più in generale religioso e ideologico) tra Oriente e Occidente e il conflitto interiore dell'artista islamico che da un lato vorrebbe modernizzare le sue tecniche ed è affascinato dai maestri europei, dall'altro teme di incorrere nell'ira di Allah, ad esempio creando un ritratto così bello che possa essere ammirato più della stessa divinità.
    La narrazione è principalmente descrittiva e sono presenti pochi dialoghi (che di solito hanno appunto la funzione di vivacizzare il racconto); quello che più colpisce è l'attenzione al dettaglio e al particolare, proprio come avviene nella stessa arte della miniatura che risulta quindi essere la vera protagonista di questo capolavoro letterario. Vi sono numerose pagine dedicate alla descrizione minuziosa dei vari disegni che i miniaturisti osservano o realizzano, dei colori, dei vestiti dei personaggi, degli ambienti interni ed esterni. Spesso la narrazione procede “a cornice” richiamando alla mente il modus narrandi de Le mille e una notte: in molti casi infatti i personaggi indugiano raccontando delle storie del passato o delle leggende per spiegare o specificare meglio alcuni concetti, producendo l'effetto di arricchire maggiormente il lettore ma anche di rallentare la narrazione.
    Un ultimo aspetto che mi preme sottolineare e che ritengo degno di nota è la compresenza di elementi realistici e irrealistici. Con il suo straordinario modo di raccontare, Pamuk rende infatti credibile che, in un romanzo storico e realistico, diventino voce narrante anche un morto, un albero, un cane o un colore, ritenuti personaggi importanti al pari degli altri in quanto facenti parte di una miniatura che, come tutti i disegni presenti in questo romanzo, ha una storia da raccontare. 

    Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Valeria Pinna

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il mio nome è rosso
    • Titolo originale: Benim Adim Kirmizi
    • Autore: Orhan Pamuk
    • Traduttore: Marta Bertolini e Semsa Gezgin
    • Editore: Einaudi
    • Data di Pubblicazione: 2001
    • Collana: Super ET
    • ISBN-13: 9788806181970
    • Pagine: 439
    • Formato - Prezzo: Brossura - 13.50 Euro

    07 novembre 2013

    Speciale Premio Nobel: Padiglione cancro - Aleksandr Solgenitsin

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    Nel 1970 il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Aleksandr Isaevic Solgenitsin "per la forza etica con la quale ha proseguito l'indispensabile tradizione della letteratura russa", preferito a candidati quali Pablo Neruda ed Heinrich Boll, che otterranno il premio Nobel negli anni successivi. Il premio fu in realtà ritirato dall'autore solo nel 1974, anno in cui fu espulso dall'Unione Sovietica. Fino a quel momento lo scrittore aveva rifiutato di recarsi in Svezia per timore di non esser più riammesso nella madre patria e l'Accademia Svedese aveva rifiutato l'idea di una cerimonia alternativa a Mosca per non compromettere i rapporti diplomatici con l'URSS.

    Aleksandr Isaevic Solgenitsin
     (la pronuncia è solgenitsin) nasce a Kislovodsk, in Russia, l’11 dicembre 1918 da una famiglia abbastanza benestante e colta. Morto il padre pochi mesi prima della sua nascita in un incidente di caccia, la madre si trasferisce con il piccolo a Rostov sul Don. Nel 1924, a causa degli espropri ordinati dal regine, i due si trovano in miseria. Ciò tuttavia non impedisce ad Aleksandr di continuare gli studi, di sposare nel 1940 una compagna universitaria –Natal’ja Resevskaja- e di laurearsi con lode in matematica nel 1941.  Nello stesso anno si arruola come volontario nell’Armata Rossa e viene inviato sul fronte occidentale, ricevendo anche due onorificenze per atti di valore. Ma nel febbraio del 1945, a causa di una lettera (intercettata) in cui critica Stalin, viene arrestato, trasferito nella prigione moscovita della Lubjanka, condannato a otto anni di campo di concentramento e al confino a vita. Segue il pellegrinaggio di Solgenitsin da un lager all'altro. Nel 1953 termina la pena e viene mandato al confino ai margini del deserto Kazacco, a Kok Terek, dove si dedica all'insegnamento della matematica e alla scrittura de Il cervo e la bella del campo e Il primo cerchio. Riammalatosi di cancro (la malattia si era già già presentata durante la prigionia nel lager), viene curato a Taskent, periodo in cui nasce la sua opera Padiglione cancroDopo la morte di Stalin nel '53, in Russia inizia la denuncia dei crimini di stato, e molti ex deportati, fra cui Solgenitsin nel 1957, vengono riabilitati. Solgenitsin, ormai libero, si ricongiunge a Vladimir con l'ex moglie, che aveva divorziato da lui per evitare inutili persecuzioni e che si era nel frattempo risposata con un chimico di Rjazan. Nel 1961 la rivista Novyj Mir, con l’approvazione di Nikita Chruscev, pubblica Una giornata di Ivan Denissovic, il primo capolavoro assoluto dello scrittore. Il romanzo è un atto di accusa contro i lager staliniani e contro tutti coloro che vogliono soffocare la libertà dell’uomo. Con questo libro nasce di fatto il “caso” Solgenitsin: da questo momento le vicende della sua vita saranno strettamente legate alle sue opere.  Dopo la deposizione di Chruscev (1964), la censura torna a farsi sentire pesantemente in URSS, costringendo Solgenitsin a pubblicare all’estero con lo pseudonimo di Anonimo Sovietico. Nel 1969 l’Unione Scrittori espelle Solgenitsin rendendo precaria la sua posizione, nonostante si siano schierati apertamente a suo favore Solochov (premio nobel 1965), altri intellettuali russi (fra cui Evtusenko e Tvardoskjj), nonché la quasi totalità di quelli esteri (Bertrand Russel, Arthur Miller, Kosygin, Sartre, Moravia, Picasso, Gunther Grass, eccetera).  In crisi di nuovo anche il suo matrimonio: Solgenitsin si trasferisce a casa del celebre violoncellista Rostropovic a Zukova, nei pressi di Mosca, dove scrive Arcipelago Gulag, che viene sequestrato dal KGB. Nel 1970 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura che, come detto, ritirerà solo nel 1974, pronunciando un memorabile discorso, nel quale affermerà di parlare non per se stesso ma per le milioni di persone annientate nei tristemente celebri Gulag sovietici.  Si trasferisce dunque negli USA, precisamente nel Vermont, con Natal’ja Svetlova, con la quale si era unito dopo la separazione dalla Resetovshaja, e i tre figli avuti da lei. Nel 1990, al potere Mikhail Gorbaciov, Solgenitsin ottiene nuovamente la cittadinanza russa; nel 1994, sotto Boris Eltsin, ritorna in patria con la moglie Natal'ja. Dal quel momento fino alla sua morte, avvenuta per infarto nel 2008, Solgenitsin vive con la moglie in una dacia a Troice-Lykovo, a ovest di Mosca, tra quelle di Suslov e Cernenko.


    Il romanzo provocò nel 1967 la irrimediabile frattura tra lo scrittore e le autorità sovietiche. Nel reparto oncologico dell'ospedale di una città dell'Asia centrale si incontrano, senza riuscire a entrare in comunicazione, donne e uomini che hanno alle spalle esistenze diverse. L'incombere della malattia e della morte li costringe a fare il bilancio della propria vita, ma anche a confrontarsi con la spada di Damocle del fato. Il valore dei singoli si misurerà sulla base della loro capacità di far tesoro dell'esperienza della vita e della sofferenza e di riuscire a trasferire nel mondo esterno le riflessioni avviate in quella corsia d'ospedale.

    La Recensione

    In questo romanzo Solgenitsin porta all'estremo le potenzialità della narrativa classica russa, dimostrandosi un erede dei grandi maestri dell'Ottocento. In Italia il romanzo apparve per la prima volta nel 1968 con il titolo Divisione Cancro - Romanzo di Anonimo sovietico, nelle edizioni Il Saggiatore, la cui traduzione - di Maria Olsufieva - lascia però piuttosto a desiderare. L'opera, scritta negli anni 1963-1967 (nello stesso periodo della stesura di Arcipelago Gulag) e conosciuta anche sotto il titolo Padiglione cancro, è ambientata nell'Unione Sovietica del 1955, due anni dopo la morte di Stalin, prima dell'inizio della destalinizzazione di Chruščёv. Il romanzo, pur non essendo completamente autobiografico, è largamente ispirato alle reali esperienze di Solženicyn che, uscito dal gulag ed esiliato nel Kazakistan, si ammalò gravemente di tumore nel 1953 e l'anno successivo, nel 1954, fu curato nell'ospedale di Tashkent nell'Uzbekistan.  Riferendosi anche a Solgenitsin -ma soprattutto ai suoi predecessori con esclusione di Solochov che non è stato mai messo all'indice in patria-, Sartre asserì che per vincere il Nobel della letteratura bisognava essere dissidenti russi. La sua ironia, tuttavia, non incide sul giudizio relativo alla validità di scrittore di Solgenitsin: Sartre stesso si schierò dalla sua parte quando il governo sovietico, finito il periodo distensivo di Chruscev, cercò di boicottarlo. Solgenitsin, come si rileva anche in questa sua opera, rimase sempre un comunista convinto, anche quando venne deportato nei lager per le sue critiche a Stalin. Quando venne espulso dall’URSS e andò a vivere negli USA, biasimò sempre il modo di vivere americano. Non si curò assolutamente di risultare simpatico ai suoi nuovi concittadini e manifestò chiaramente il suo disprezzo verso il rock n’roll e verso la televisione che occupava gran parte del tempo libero degli occidentali. A differenza della moglie, non chiese la cittadinanza americana.
    Il filosofo ungherese Lukacs definisce Solgenitsin come l’ultimo rappresentante del “realismo critico”. L’autore racconta fatti realmente avvenuti, in gran parte autobiografici, mettendo in discussione le scelte dei protagonisti attraverso i loro dialoghi, durante la degenza nel padiglione dell'ospedale dove venivano curati i malati di cancro. Dimostrando forse un’eccessiva ingenuità, Solgenitsin propugnava -e questo si rileva anche in Padiglione Cancro- quella che Lukacs chiamava “l’ideologia plebea”, cioè il vagheggiamento dello spirito popolare come assolutamente buono, tanto che nella corsia dell'ospedale i malati continuavano a curarsi, oltre che con i farmaci e la radioterapia, anche con quei rimedi tipici della tradizione popolare, come ad esempio il decotto derivante dal fungo della betulla. Per Solgenitsin la Russia avrebbe dovuto vivere in uno splendido isolamento lontano dalla corruzione dei costumi occidentali e a contatto con la natura. L’intransigenza di Solgenitsin non lo rese simpatico neanche a molti suoi concittadini e lo accomuna sotto certi aspetti ai fondamentalisti religiosi, con la differenza che lui, ateo, perseguiva i veri principi del comunismo. Non quello praticato nell’URSS, quindi, ma ispirato ad una società utopistica dove gli uomini fossero effettivamente uguali, anche dal punto di vista economico, qualsiasi attività svolgessero. Il protagonista del romanzo di Solgenitsin è un uomo che ha sofferto, ma che trova una ragione di vivere nell’intensa attività di tutti i giorni. La figura di Kostoglotov è assimilabile a quella dell’eroe di Guerra e Pace, Bezuchow, per spirito di sacrificio e per la dedizione ad opere buone, ma a differenza di lui, che trova conforto nella religione, Solgenitsin trova soddisfazione nel lavoro e nella ricerca del bene comune in ottemperanza alle migliori dottrine comuniste.  Contrariamente a quanto si possa pensare, “Padiglione Cancro”, anche se si svolge nel reparto oncologico di un ospedale, è un romanzo vivace e niente affatto lacrimoso. I pazienti, che vivono insieme in una camerata non essendoci stanze private, non socializzano molto fra loro, sia per la diversa estrazione sociale, sia perché le loro malattie non invitano a farlo. Ma talvolta accade che si accenda qualche discussione fra i degenti ed allora si assiste allo scontro fra le diverse mentalità. Nel romanzo viene fatto anche cenno a qualche pudica relazione fra pazienti di diverso sesso. Fra queste c'è anche una delicata storia d’amore, che rimane peraltro a livello platonico, fra il protagonista, Kostoglotov, e la dottoressa che lo ha in cura. Quando alla fine della terapia lei lo inviterà a casa sua, un po’ per le circostanze avverse e un po’ perché teme di non avere niente da offrirle, Kostoglotov rinuncia ad andarla a trovare. Il protagonista sa che quelli che gli sono stati somministrati per iniezione, al fine di debellare il cancro, sono ormoni femminili che gli possono impedire, forse per sempre, le sue funzioni virili.  Per quanto la corsia dell’ospedale sia, come si può immaginare specie in URSS, tetra e spartana, mancando spesso dell’essenziale per un ospedale, i personaggi hanno tutti una loro dignità da salvaguardare e sono poco propensi all’autocommiserazione. Il cibo in ospedale è pessimo, ma coloro che sono benestanti e hanno i parenti che abitano in città possono contare su alimenti portati da casa, senza che apparentemente questo crei invidia e rabbia nei meno fortunati. I pazienti del reparto oncologico in URSS vivevano esperienze quasi kafkiane, dato che non venivano mai informati compiutamente della loro malattia e delle cure cui venivano sottoposti. L’autore si pone l’interrogativo di quanto sia giusto nascondere ai malati le diagnosi, perché, se qualcuno preferisce non conoscere il proprio male, altri preferirebbero affrontare la verità per quanto possa essere terribile.
    Solgenitsin, oltre che raccontare una storia, la vive insieme al suo protagonista; ciononostante riconosciamogli di saper essere abbastanza oggettivo anche nell'esporre le ragioni di chi non è d'accordo con le sue idee. L'autore, oltre ai pazienti, descrive il personale medico ed infermieristico, distinguendo fra coloro che hanno saputo adattarsi al sistema sfruttando le occasioni per ben sistemarsi e coloro che invece cercano di migliorarlo con critiche costruttive.
    Nello spirito primitivo del premio Nobel, i libri di Solgenitsin sono pregni di idealismo. Ciò che Solgenitsin condanna è la corruzione, la superficialità, il qualunquismo che mal si adattano alla sua visione di una scelta di vita ascetica ma piena di disponibilità verso il prossimo. L’eroe di Solgenitsin è quello che, per quanto colpito dalle sventure e dalla perfidia del prossimo, riesce a rimanere ancorato ai propri principi di solidarietà ed abnegazione.  Se avete apprezzato di Ursula Le Guin “I reietti dell’altro pianeta”, sappiate che il suo protagonista è molto simile a Oleg Kostoglotov di “Divisione Cancro”. Non mi stupirei se la Le Guin avesse preso spunto proprio da lui per il romanzo che vinse il premio Hugo nel 1975.

    Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Antonio

    Dettagli del libro
    • Titolo: Padiglione cancro
    • Titolo originale: Rakovyi korpus
    • Autore: Aleksandr Solzenicyn
    • Traduttore: Spano C.
    • Editore: Newton&Compton
    • Data di Pubblicazione:2010
    • Collana: Grandi tascabili economici
    • ISBN-13: 9788854119345
    • Pagine: 384
    • Formato - Prezzo: Brossura - 7.00 Euro

    15 ottobre 2013

    Speciale Premio Hugo: Il gioco di Ender - Orson Scott Card

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    Caso unico nella storia della fantascienza moderna, Orson Scott Card si è aggiudicato un doppio-doppio premio: Il gioco di Ender è stato premiato con il Premio Hugo e con il Premio Nebula per il 1986, vincendo nuovamente entrambi i premi l'anno successivo con il seguito Il riscatto di Ender. Il primo libro si affermò sui quattro concorrenti: Stirpe di alieno (C.J. Cherryh), Il simbolo della rinascita (David Brin), Il giorno dell'invasione (Larry Niven e Jerry Pournelle) e La musica del sangue (Greg Bear). Tra i più noti e discussi vincitori del Premio Hugo, Il gioco di Ender figura come libro di narrativa obbligatorio in gran parte delle scuole e università del continente americano. La celebre serie animata Futurama ne ha tratto una parodia, il lungometraggio Il gioco di Bender.

    Orson Scott Card (classe 1951) è uno scrittore statunitense di fantascienza e fantasy. E' principalmente noto per il ciclo sci-fi dedicato al personaggio di Ender Wiggin: oltre ai primi due libri già ricordati, si aggiungono Ender III - Xenocidio (1991) e I figli della mente (1996), più tre nuovi romanzi inediti in Italia; completano il ciclo una vasta serie di spin-off e midquel.
    E' anche autore di altre opere sci-fi e fantasy, per le quali ha usato fino a sette diversi pseudonimi, nonché di fumetti per la Marvel e la DC Comics. Come se non bastassero le critiche e il clamore legati ai temi affrontati nei suoi romanzi più famosi, l'autore continua a fare parlare di sé per le sue opinioni in materia politica (contro l'amministrazione Obama), di diritti civili (contro i matrimoni gay) e di scienza (ha espresso scetticismo nei confronti dell'allarme per il global warming). 

    Gli alieni hanno attaccato due volte la Terra e hanno quasi distrutto la specie umana. Per assicurarsi la vittoria nel successivo scontro di questa guerra, il governo del mondo ha deciso di creare una razza di geni militari, di allevare bambini al di fuori del mondo normale e istruirli nelle arti marziali tramite una serie di "giochi di guerra" e di combattimenti simulati, basati sull'uso del computer. Ender Wiggin è un genio tra i geni: nato con le doti di un superbo comandante e condottiero di uomini, viene forzato a una precoce maturità attraverso un addestramento continuo e pressante. Toccherà a lui, unico a vincere tutti i "giochi", assumere il comando delle forze terrestri e la salvezza del genere umano sarà nelle sue mani...


    La Recensione

    Caso raro, se non unico nella storia della fantascienza, Orson Scott Card ha vinto il Premio Hugo (e contemporaneamente anche il Nebula) per due anni di seguito, con due romanzi, uno seguito dell'altro. Con queste premesse, a un libro come Il gioco di Ender non si può che dare cinque stelle sulla fiducia: e confermarle, alla fine, nonostante una serie di (inevitabili?) imprecisioni e limitazioni, fosse solo per non scalfire la gloria di un romanzo che si è imposto, inaspettato, ai vertici della fantascienza moderna, e che oggi, complice il film di imminente uscita nelle sale italiane, dimostra di aver superato la prova del tempo.
    Il gran segreto di Ender è il suo diabolico travestimento che riuscirà sicuramente a trarre in inganno il lettore disattento o casuale, che fuggirà dunque alla vista di un romanzo apparentemente di fantascienza militare (genere in cui Robert Heinlein, gran vincitore del Premio Hugo, ha fatto scuola). A ben vedere, Il gioco di Ender è una squisita riflessione sociopolitica ed etica, caratterizzata anche da una forte introspezione psicologica.
    Basti pensare al significato simbolico del gioco, inciso in maniera così provocatoriamente banale nel titolo; un romanzo che racconta di un bambino speciale che gioca alla guerra, un gioco, però, con le regole degli adulti. Di più non dico per non rovinare la lettura di un romanzo che si può permettere (cosa sempre più difficile, oggi) di risolvere l'intreccio con un paio di grossi colpi di scena.
    Ho detto di un travestimento da romanzo sci-fi militare: a un livello elementare, la storia segue la vicenda del piccolo Ender, un bambino geneticamente modificato per scopi militari, destinato a giocare un ruolo fondamentale nella terza guerra tra l'umanità e gli Scorpioni (classico topos, dagli scarafaggi di Heinlein ai vermi di Dune). La focalizzazione interna sul protagonista restringe il campo della narrazione, costringendo il lettore ad adattarsi in spazi estremamente chiusi, per non dire claustrofobici: la stazione spaziale che ospita la scuola militare e una ristretta massa di altri ragazzini speciali, al pari di Ender, mentre gli unici ruoli adulti vengono ridotti a delle voci fuori campo, squisitamente trasfigurate in una struttura dialogica quasi platonica, che aprono ogni capitolo. Il "mondo là fuori" è un tabù, tanto per Ender quanto per il lettore, che nel susseguirsi delle vicende si ritrova smarrito, privo di punti di riferimento, come quei ragazzini in uno spazio privo di gravità. Tutto è perfettamente voluto e ben ottenuto, anche il feroce senso di ripetività che assilla tanto Ender quanto il lettore. Un espediente audace, certo, che però non offusca del tutto la sensazione di una trama fin troppo piatta e ripetitiva per gran parte del romanzo, un susseguirsi di battaglie e niente più.
    A infrangere la monotonia del racconto di Ender, l'irrompere scostante dell'adorata sorella del protagonista, Valentine, e dell'altro terribile fratello, psicopatico e tendente all'omicidio, Peter: altri due ragazzini speciali che, scartati in favore di Ender, scelgono di dedicarsi corpo e anima al sogno di ogni ragazzino particolarmente ambizioso - tentare di conquistare il mondo -, salvo averne davvero le possibilità. L'amore dell'autore per i dialoghi platonici qui si fa più evidente: Valentine e Peter impersonano Demostene e Locke, due anonimi opinionisti che cominciano a incidere sul dibattito pubblico mondiale, distratto appena dalla guerra contro gli Scorpioni e più attento, invece, al confronto tra le due superpotenze discendenti della guerra fredda (erano pur sempre gli anni Ottanta!).
    Il risultato è dunque un romanzo che giocando con cliché di genere offre molteplici spunti di riflessione, che valicano anche il contesto, ormai stravolto, della guerra fredda. Il rilievo dato al gioco, centrale in tutto il romanzo, richiama ad esempio le riflessioni della filosofia sin dall'antichità, da Eraclito ("Il corso del mondo è un fanciullo che gioca a dadi") alla filosofia del gioco di Eugen Fink. Ma è nella riflessione etica che il romanzo trova il suo punto di forza (e forse anche il suo tallone d'Achille?), attirando ancora critiche per la condotta morale del protagonista e le diverse letture, apologetiche o denigratorie, degli omicidi e dei reati commessi nel corso del romanzo.
    Se ciò rende Il gioco di Ender un romanzo denso di carica riflessiva e sicuramente un capolavoro della fantascienza contemporanea, automaticamente non ne fa un romanzo perfetto: Orson Scott Card è uno scrittore audace, che osa e sceglie di correre tutti i rischi annessi, talvolta inevitabili, come tutti i rovesci della medaglia. Così, la narrazione claustrofobica Ender-centrica restituisce un'ambientazione eccessivamente sfumata, priva di dettagli, un mondo fin troppo silente, assente, mentre invece di dettagli superflui abbondano le scene di azione. Il subplot relativo a Demostene e Locke è scostante, e trova una risoluzione abbozzata in un finale che pare anche affrettato. Critiche dovute, ma da non calcare eccessivamente, soprattutto se si tiene in considerazione che il vero romanzo ideato dall'autore è il seguito, Il riscatto di Ender, facendo così del Gioco un prologo, uno schizzo preparatorio del protagonista. Un'autentica riflessione, dunque, un interrogativo, soprattutto: le risposte, forse, nei romanzi successivi.

    Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Tancredi

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il gioco di Ender
    • Titolo originale: Ender's game
    • Autore: Orson Scott Card
    • Traduttore: G. Zuddas
    • Editore: Nord
    • Data di Pubblicazione: 2005
    • Collana: Biblioteca Cosmo
    • ISBN-13: 9788842913108
    • Pagine: 377
    • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro (fuori catalogo)

    13 settembre 2013

    Berlino segreta - Franz Hessel

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    I Contenuti

    In questo affascinante ritratto della Berlino degli anni '20 del Novecento, Franz Hessel ci fa conoscere la sua visione del mondo e la sua proposta di una garbata forma di resistenza personale alla frenesia della modernità, basata su una personalissima etica di rinuncia al piacere del possesso.

    La Recensione

    Franz Hessel è stato uno dei maggiori protagonisti della vita artistica berlinese durante il periodo della Repubblica di Weimar. Di origine ebraica, era nato a Stettino il 21 novembre 1880; per sfuggire alla persecuzione nazista si rifugiò, come altri intellettuali tedeschi ed austriaci, nella Francia del Sud, a Sanary sur Mer. Ivi morì il 6 gennaio 1941, in un campo di internamento dove, allo scoppio della guerra, era stato rinchiuso, come tanti suoi concittadini, in quanto straniero.
    Negli anni '20, con la moglie Helen Grund, pittrice e traduttrice, e l'amico Henri-Pierre Roché, Hessel aveva dato vita ad una sorta di triangolo amoroso, del quale lo stesso Roché trasse ispirazione per il romanzo "Jules et Jim", cui in seguito si rifece il regista francese Truffaut nell'omonimo, indimenticabile film (1961/62)  con Jeanne Moreau.
    Famoso per aver dedicato gran parte della propria produzione giornalistica alle passeggiate per le strade di Parigi -oltre che di Berlino, dove pure soggiornò-, L'autore tedesco è considerato il più significativo esponente, nel suo Paese, della cosiddetta "flanerie" (termine coniato, diversi anni prima, da Baudelaire), cioè l'arte di passeggiare con calma, senza una meta precisa, per conoscerne una città e penetrarne i segreti. A tale proposito pubblicò nel 1929 una raccolta di saggi, "Spazieren in Berlin". Tra i romanzi: "Pariser Romanze", 1920 ("Romanza parigina. Carte di un disperso", Adelphi, 1997, pp. 92) e il presente "Heimliches Berlin", 1927 (cioè "Berlino segreto"), scritto, tra il 1924 e il 1925 durante un breve soggiorno a Parigi, pubblicato nel 1927 ( l'editore era Rowohlt di Berlino, con cui a lungo lo scrittore collaborò) e ripubblicato in Germania solo nel 1982 (ed. Suhrkamp). La presente, con Elliot, è la prima edizione italiana, arricchita da un ottimo saggio introduttivo della traduttrice Eva Banchelli.
    Teatro della vicenda -più che un romanzo, una sorta di commedia di costume in tredici scene, che si dipana nell'arco di ventiquattr'ore- è il quartiere Ovest della capitale tedesca, la zona attorno al vasto parco cittadino del Tiergarten, amata dalla borghesia colta e prediletta dall'intelligentia bohemienne, un "mondo di ieri" destinato a scomparire di fronte all'avanzata dei nuovi ricchi, coloro che hanno fatto fortuna negli anni della (prima) grande inflazione -1919/1924-. I luoghi che formano un universo che affiora qua e là, una sorta di "segreto" magico, custodito dai diversi personaggi nell'animo dei quali il difficile periodo di crisi, per il momento alle spalle, ha lasciato una consapevolezza di assoluta precarietà, un' inquietudine diffusa, un'ansia insopprimibile a spostarsi da un luogo all'altro, per trovare, forse (!), un significato alla propria esistenza. Ecco allora la figura principale della rappresentazione: Wendelin Domrau, bello, elegante, slanciato, un giovane la cui presenza allieta uomini e donne della sua cerchia, che vive a Berlino fino all'estate del 1924. Quando egli, dopo mille titubanze, se ne va -chissà fino a quando, poi...- tutti si accorgono del vuoto che ha lasciato. Compagna dei suoi stati d'animo è la bellissima Karola, la quale vorrebbe, a sua volta, partire, ma non riesce a prendere una decisione. Ama, ricambiata, Wendelin, ma nessuno dei due parrebbe riuscire a dar corpo al piano di fuga. Oltretutto è legatissima al figlio Erwin, di otto anni. Ella è sposata con Clemens Kestner, amico a sua volta di Wendelin, un colto e bizzarro docente universitario di filologia, studioso di storia antica e molto occupato nella traduzione di Omero. A una società avida di guadagno, egli contrappone una tranquilla morale del "non possesso". Hessel ce ne fa conoscere i sentimenti, prendendosi in modo bonario gioco di lui. Clemens ama davvero sua moglie, ma, di fronte alla prospettiva che Karola lo lasci per viaggiare con Wendelin, è più preoccupato dall'idea di perdere quest'ultimo (così narcisista, fragile e capace di rievocargli gli anni giovanili), piuttosto che la donna, con la quale, in fondo, il legame non si spezzerà mai! Evidenti sono, nell'intreccio, i riferimenti autobiografici.
    Lo stile  è scorrevole, quasi musicale, in grado di adattarsi al registro itinerante del racconto. I toni ci sono tutti, con preferenza verso l'umoristico e l'ironico, come il contrasto tra i "sogni di gloria" di Wendelin e la modesta realtà della pensioncina in cui egli vive , "al quarto piano sopra negozi ed uffici, tra Friedrichstrasse e Unter den Linden". Protagonista assoluto è il paesaggio cittadino, che emerge discreto, il supporto imprescindibile, il sipario sul quale s'intrecciano le vite degli stravaganti personaggi, tutti  ritratti con cura dal vivo. I cognomi adottati sono espressione del personaggio stesso, ma in una sorta di rovesciamento sarcastico: ad esempio, un tale Schilfkrot (Ranocchia, in tedesco) è un applaudito cantante, ispirato ad una celebrità dell'epoca, realmente esistita e famosa a Berlino in quel periodo.   Donne fatali, alla Marlene Dietrich (alla quale Hessel dedicò un suggestivo libretto, nel 1931), come Margot, che ama indossare camicie maschili e passeggiare a cavallo nel Tiergarten, in compagnia di baldi giovani, Wendelin in testa, va da sé. O come l'inquietante, sessualmente ambigua, Fancy Freo, la cui specialità consiste nell'eseguire "le più audaci canzonette berlinesi con il massimo di raffinatezza e il minimo di sguaiataggine". 
    Una quotidianità che finisce per coincidere con un grande caffè-concerto, ma che, sotto una veste spensierata e disinibita, nasconde una carattere di attesa drammatica; ma ancora pulsante di vita e di colore. Tra pochi anni il nazismo, accolto con entusiasmo da troppi -anche se Berlino non ne fu certo la culla-, coprirà tutto col suo nero sudario.  

    Giudizio:
    +5stelle+


    Articolo di Mara


    Dettagli del libro
    • Titolo: Berlino segreta
    • Titolo originale: Heimliches Berlin
    • Autore: Franz Hessel
    • Traduttore: Eva Banchelli
    • Editore: Elliot
    • Data di Pubblicazione: Maggio 2013
    • Collana: Raggi
    • ISBN-13: 9788861923485
    • Pagine: 149
    • Formato - Prezzo: Brossura; Euro 16,50
                     

    30 agosto 2013

    Il buio oltre la siepe - Harper Lee

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    I Contenuti

    In una cittadina del “profondo” Sud degli Stati Uniti l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un “negro” accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrarne l’innocenza, ma l’uomo sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei. Premio Pulitzer 1960, Il buio oltre la siepe è il romanzo consigliato da Barack Obama contro ogni razzismo e discriminazione.

    La Recensione

    Quando ho finito di leggere Il buio oltre la siepe ero quasi dispiaciuta, da tanto che mi ero affezionata ai personaggi.
    La vicenda è ambientata a Maycomb, nell'Alabama degli anni '30, un mondo che l'autrice riesce a ritrarre con una grandissima capacità evocativa, tanto che ci sembra di sentirne gli odori, di vederne i colori e i paesaggi, come se ci fossimo stati. La protagonista e narratrice in prima persona è la piccola Scout Finch, che trascorre le giornate in libertà con il fratello più grande Jem e l'amichetto Dill, educata dal padre, l'avvocato Atticus, secondo dei ferrei principi morali, e da Calpurnia, la domestica di colore, che in casa loro è trattata con grande dignità, nonostante i pregiudizi ancora in vigore a quel tempo negli stati del Sud.
    Accanto alla casa dei Finch, proprio oltre la siepe, vive Boo Radley, un uomo affetto da particolari problemi comportamentali, che per motivi sconosciuti ha deciso di non uscire mai dalla propria abitazione; per questo motivo sulla casa dei Radley vengono ricamate mille storie e leggende spaventose al punto che solo passare accanto al loro giardino metterebbe in pericolo di morte. Per Scout, Jem e Dill cercare di vedere Boo Radley anche solo per qualche secondo diventa il principale passatempo delle loro estati, trascorse a piedi scalzi nel loro giardino, allo stagno, e a casa della simpatica vicina, Miss Maudie, che prepara sempre tre torte e vive per curare le proprie azalee. Boo non si fa mai vedere, ma di tanto in tanto dimostra loro affetto lasciando degli oggetti nel cavo di un tronco vicino casa loro.
    Improvvisamente l'equilibrio si rompe, introducendo nel romanzo il principale tema del razzismo: Atticus, infatti, appoggiato da pochi paesani e osteggiato dalla maggioranza, decide di accettare la difesa di Tom Robinson, un nero accusato ingiustamente di aver violentato la figlia degli Ewell, una famiglia di persone disoneste e maleducate che vive nella periferia di Maycomb.
    Sotto gli occhi di Scout si svolge al processo, che diventa l'evento cult per l'intera cittadina, e la giuria popolare si pronuncia. Contemporaneamente arrivano anche negli Usa le notizie in merito ai crimini contro l'umanità compiuti da Hitler: è evidente l'atteggiamento contraddittorio di molti maycombiani che, schierandosi a spada tratta in difesa degli ebrei in nome dell'uguaglianza sociale, non esitano ad andare contro Tom, nonostante sia stata dimostrata appieno la sua innocenza.

    In conclusione, Il buio oltre la siepe è un romanzo cardine della letteratura americana: se non l'avete ancora letto, leggetelo. La scrittura è piacevole (anche se parla una bambina in prima persona il linguaggio è molto curato e stilisticamente elevato), i personaggi sono ritratti in modo approfondito e non sono mai prevedibili, la storia è avvincente e tratta temi importanti e sempre attuali.
    Il titolo italiano (come d'altronde quello inglese) è una metafora efficace: il buio oltre la siepe indica il mondo sconosciuto che si contrappone alla certezza di casa propria; può indicare i misteri che avvolgono casa Radley ma anche tutte le credenze, superstizioni e pregiudizi che spesso ottenebrano la mente dell'uomo.
     
    Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Valeria Pinna

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il buio oltre la siepe
    • Titolo originale: To kill a mocking bird
    • Autore: Harper Lee
    • Traduttore: Amalia D'Agostino Schanzer
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di Pubblicazione: 2008
    • Collana: Universale economica
    • ISBN-13: 9788807804595
    • Pagine: 290
    • Formato - Prezzo: Brossura - 8,00 Euro

    29 agosto 2013

    Salvare Mozart - Raphael Jérusalmy

    ,
    I Contenuti

    Salisburgo, estate 1940. Otto Steiner, ombroso critico musicale di origine ebraica, ospite in un sanatorio della città, non sa rassegnarsi alla perdita della libertà del suo Paese, divenuto da due anni parte integrante del Reich tedesco.
    Con sagacia e senso dell'umorismo, mette in atto un'incredibile vendetta.

    La Recensione

    Un autentico scrittore nato, Raphael Jérusalmy. Dopo aver compiuto gli studi alla Ecole Normale Supérieure di Parigi e alla Sorbona, è stato per oltre vent'anni ufficiale dell'intelligence israeliana; successivamente ha dato vita a progetti di carattere educativo ed umanitario. Cresciuto nel magico mondo dei libri, oggi vive a Tel Aviv, dove vende volumi antichi. Tanti anni trascorsi a mantenere segreti, così confida in un'intervista, lo hanno portato alla scrittura. Salvare Mozart è il suo romanzo di esordio che, uscito in Francia lo scorso anno, ha ottenuto largo consenso di pubblico e di critica. Ora la Casa editrice e/o lo fa conoscere al pubblico italiano. Dedicato alla memoria del piccolo parigino Jacques Eisenband, ucciso ad Auschwitz nel marzo 1944, prima ancora di aver compiuto otto anni, Salvare Mozart è una sorta di capriccio, di paradosso da teatro dell'assurdo. Davvero impensabile l'atroce scherzo, ideato e messo a punto da Otto Steiner contro i nazisti i quali, non solo si sono impadroniti del suo Paese, l'Austria, ma pure hanno messo le mani sul suo più prestigioso Festival musicale, il Salzburger Festpspiele. Il piano di Steiner (messo a punto in contemporanea con la redazione di una sorta di diario, dal luglio 1939 all'agosto 1940) non ucciderà Adolf Hitler, come egli, in un primo momento, aveva progettato, né propriamente "salverà" Mozart, ma darà al protagonista -consapevole della morte ormai vicina a causa dell'inesorabile malattia- la certezza di aver compiuto il proprio dovere, impedendo che venga tacitata la musica che risuona all'interno del suo cuore. Quella musica tanto amata e dunque tutta la vera Musica.

    Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Mara

    Dettagli del libro
    • Titolo: Salvare Mozart
    • Titolo originale: Sauver Mozart. Le journal d'Otto J. Steiner
    • Autore: Raphael Jérusalmy
    • Traduttore: Gaia Panfili
    • Editore: E/O
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: Dal mondo
    • ISBN-13: 9788866323471
    • Pagine: 120
    • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

    23 luglio 2013

    Tricks - Ellen Hopkins

    ,
    I Contenuti

    Cinque teenagers provenienti da diverse parti del Paese. Tre ragazze. Due ragazzi. Quattro etero. Uno gay. Alcuni ricchi. Alcuni poveri. Alcuni provenienti da grandi famiglie. Altri senza alcuna famiglia. Tutti vivono le loro vite meglio che possono, ma tutti sono in cerca... di libertà, sicurezza, amicizia, famiglia, amore. Ciò che non si aspettano, tuttavia, è ciò che può succedere quando quelle due piccole potentissime parole, "Ti amo" vengono dette per le ragioni sbagliate.
    Cinque storie commoventi in un primo momento sembrano separate, per poi intersecarsi in un racconto più grande e potente -- un racconto sulle scelte che facciamo, sulla fiducia che diamo, sul cadere e il rialzarsi. Un racconto su un gruppo di ragazzini che impara tutto ciò che c'è da sapere sull'amore e il sesso, ad ogni costo, fino a trovarsi costretto a chiedersi: "Potrò mai stare di nuovo bene con me stesso?"

    La Recensione

    La prima cosa che mi vien da dire su Tricks è che se fossi un editore coscienzioso ci penserei bene prima di catalogare questo libro come Young Adult.
    Certo i cinque protagonisti sono adolescenti, ma le loro vicissitudini sono quanto di più lontano ci possa essere dalla smielata e irrealistica love story di Edward e Bella o dalle avventure emozionanti della Katniss di "Hunger Games". Non esistono amore eterno né finali da favola in questa scioccante opera di Ellen Hopkins, ma solo la cruda realtà, raccontata senza fronzoli e decisamente per stomaci forti.
    In gergo americano, infatti, i "tricks" sono i clienti delle prostitute e proprio nel gorgo della prostituzione minorile i ragazzi di Tricks finiscono loro malgrado risucchiati. La Hopkins non è nuova a questo tipo di tematiche: tutti i suoi libri si concentrano infatti su realtà adoles
    cenziali estremamente drammatiche, che ella affronta a testa alta e senza inutili moralismi, forte della propria esperienza personale che l'ha vista lottare per anni per salvare la figlia dal tunnel della cocaina, esperienza che le ha permesso di scrivere il primo libro, Crank.
    Cinque protagonisti, si diceva, cinque sedicenni, tre ragazze e due ragazzi, quattro etero, uno gay, provenienti da realtà diverse ma tutte in qualche modo tipiche dell'America contemporanea, tutte in qualche modo "normali". C'è Eden, figlia di un predicatore e membro di una comunità religiosissima, Seth che ha appena perso la madre e vive con il padre agricoltore, Whitney, adolescente ribelle trascurata dai genitori separati, Ginger che da tutta la vita tenta di sopravvivere alla madre tossicodipendente, e infine Cody, la cui amorevole famiglia finisce a gambe all'aria in modo tragico e inaspettato.
    Per tutti il punto di svolta è la scoperta dell'amore come può esser solo nell'adolescenza: assoluto, ingovernabile, cieco. E come ogni adolescente anche i cinque ragazzi di Tricks abbracciano con entusiasmo e con passione assoluta questo nuovo sentimento così che quando la realtà si abbatte su di loro ne rimangono travolti in un battito di ciglia.
    Uno degli aspetti più scioccanti e al tempo stesso più realistici di questo libro è la velocità e la facilità con cui la vita di cinque ragazzi qualunque possa trasformarsi in un inferno al quale nessuno li ha preparati. La realtà ha il sapore del tradimento e dell'abbandono, non (o non solo) quello della persona amata, ma quello degli adulti, i genitori, coloro che avrebbero dovuto tutelare, proteggere ed educare e invece si sono dimostrati ciechi, egoisti, superficiali o, più semplicemente, incapaci di amare davvero. Il dito accusatorio dell'autrice punta infatti chiaramente contro queste madri e questi padri che, in modi diversi, hanno fallito il loro compito di educatori, permettendo o addirittura favorendo che ragazzi così giovani si trovassero ad affrontare realtà, quelle della droga e della prostituzione, troppo potenti perché potessero gestirle da soli.
    La Hopkins racconta la perdita dell'innocenza che porta cinque adolescenti a dover decidere quanta parte di loro stessi sono disposti a sacrificare per poter sopravvivere e lo fa con una straordinaria commistione di crudezza e lirismo; l'opera è infatti una novella in versi, in cui ogni capitolo è introdotto da un breve poema seguito da un racconto in prosa narrato in verso libero. Il risultato finale è una sorta di ballata infernale che colpisce il lettore come un pugno nello stomaco; come adulta è straziante leggere delle decisioni incredibilmente ingenue che questi ragazzi compiono e delle terribili conseguenze che ne derivano, soprattutto quando si considera che, come ricorda l'autrice, l'età media delle prostitute americane è 12 anni.
    Il che ci riporta alla questione iniziale: farei leggere questo libro ad un adolescente? Non so bene cosa rispondere: da un lato credo sia un bene che i ragazzini prendano coscienza della facilità con cui si può rimanere coinvolti in realtà terribili, in grado di privarli per sempre della parte più bella di loro, dall'altro il racconto della Hopkins è decisamente forte e brutale nelle parole nelle immagini, per cui un pubblico più giovane credo dovrebbe affrontarlo con l'assistenza di un adulto.
    Chi sicuramente dovrebbe leggere questo libro invece sono gli adulti, perché si ricordino cosa vuol dire essere un adolescente impaziente di sperimentare la vita anche quando non si sa bene in cosa consista questa vita, ma soprattutto perché si ricordino che dobbiamo essere pronti ad amare i nostri figli più di noi stessi e delle nostre convinzioni religiose e politiche, altrimenti i figli non dovremmo farli affatto.

    Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Valetta

    Dettagli del libro
    • Titolo: Tricks
    • Autore: Ellen Hopkins
    • Editore: Margaret K. McElderry Books
    • Data di Pubblicazione: 2009
    • ASIN: B002M5E2E6
    • Pagine: 644
    • Formato - Prezzo: Kindle ebook - Euro 5,00
     

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