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29 agosto 2013

Salvare Mozart - Raphael Jérusalmy

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I Contenuti

Salisburgo, estate 1940. Otto Steiner, ombroso critico musicale di origine ebraica, ospite in un sanatorio della città, non sa rassegnarsi alla perdita della libertà del suo Paese, divenuto da due anni parte integrante del Reich tedesco.
Con sagacia e senso dell'umorismo, mette in atto un'incredibile vendetta.

La Recensione

Un autentico scrittore nato, Raphael Jérusalmy. Dopo aver compiuto gli studi alla Ecole Normale Supérieure di Parigi e alla Sorbona, è stato per oltre vent'anni ufficiale dell'intelligence israeliana; successivamente ha dato vita a progetti di carattere educativo ed umanitario. Cresciuto nel magico mondo dei libri, oggi vive a Tel Aviv, dove vende volumi antichi. Tanti anni trascorsi a mantenere segreti, così confida in un'intervista, lo hanno portato alla scrittura. Salvare Mozart è il suo romanzo di esordio che, uscito in Francia lo scorso anno, ha ottenuto largo consenso di pubblico e di critica. Ora la Casa editrice e/o lo fa conoscere al pubblico italiano. Dedicato alla memoria del piccolo parigino Jacques Eisenband, ucciso ad Auschwitz nel marzo 1944, prima ancora di aver compiuto otto anni, Salvare Mozart è una sorta di capriccio, di paradosso da teatro dell'assurdo. Davvero impensabile l'atroce scherzo, ideato e messo a punto da Otto Steiner contro i nazisti i quali, non solo si sono impadroniti del suo Paese, l'Austria, ma pure hanno messo le mani sul suo più prestigioso Festival musicale, il Salzburger Festpspiele. Il piano di Steiner (messo a punto in contemporanea con la redazione di una sorta di diario, dal luglio 1939 all'agosto 1940) non ucciderà Adolf Hitler, come egli, in un primo momento, aveva progettato, né propriamente "salverà" Mozart, ma darà al protagonista -consapevole della morte ormai vicina a causa dell'inesorabile malattia- la certezza di aver compiuto il proprio dovere, impedendo che venga tacitata la musica che risuona all'interno del suo cuore. Quella musica tanto amata e dunque tutta la vera Musica.

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Mara

Dettagli del libro
  • Titolo: Salvare Mozart
  • Titolo originale: Sauver Mozart. Le journal d'Otto J. Steiner
  • Autore: Raphael Jérusalmy
  • Traduttore: Gaia Panfili
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Dal mondo
  • ISBN-13: 9788866323471
  • Pagine: 120
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

26 settembre 2012

Ragazze, cappelli e Hitler - Trudi Kanter

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I Contenuti

1938. Trudi, giovane, bella e chic crea cappelli per le ricche signore di Vienna.Quando incontra Walter, affascinante uomo d'affari, se ne innamora, ricambiata. Ma la loro felicità pare interrompersi: sono entrambi ebrei e, allorché i carri armati di Hitler entrano in Austria, saranno costretti a fuggire. Ha inizio così una drammatica vicenda che li porterà dapprima a Praga, indi a Londra, dove inizieranno una nuova vita. Dovranno affrontare e superare gravi prove, uniti dal loro grande amore.

La Recensione

Una poetica vicenda di “Salvati” ce la regala Trudi Kanter, -nata in Austria a inizio '900 e morta a Londra nel 1992- con questa storia autobiografica, dedicata al marito Walter. Lieve e drammatico, fin dal titolo, il romanzo testimonia come l’intensità di un amore possa superare ostacoli incredibili; pure in un’epoca marchiata dal nazismo e dalla Guerra. Il racconto si avvale di uno stile diretto, pieno di humour. 1938. Trudi è una giovane donna bella ed entusiasta, chioma rosso fuoco, modista per le signore della ricca borghesia di Vienna. E’ sposata col simpatico Pepi Miller, di fatto separata da lui, poiché gli vuol bene, ma non lo ama, come credeva all’inizio. Sogna il vero amore. Esso arriva con Walter Ehrlich, fascinoso uomo d’affari. Tra i due nasce un intenso legame, che pare non trovare ostacoli. L’incanto però si spezza: dopo un periodo di torbidi di matrice nazista, a marzo, le truppe di Hitler marciano sull’Austria. Trudi capisce che il suo mondo cambierà in modo radicale: è ebrea, come il compagno. Dopo la riduzione della Patria in provincia del Reich, inizia una vita durissima. Furti, saccheggi, vendite forzate, umiliazioni da parte dei nazisti e dai loro sgherri contro gli Ebrei, la cui umanità è calpestata in modo sempre più crudele. Aizzato da campagne di odio senza sosta, può respirare libero l’antisemitismo radicato nella società austriaca. Ma vi sono gesti di solidarietà. Gl’innamorati cercano di strappare pochi attimi di gioia. Grazie a Trudi, all’aiuto di alcune buone persone e ad una certa dose di fortuna, la coppia fugge prima a Praga, poi a Londra per iniziare daccapo. La nuova vita ci ricorda quali difficoltà affrontarono quelli che riuscirono a lasciare il loro Paese in preda alla barbarie. Subito dopo l’occupazione della Francia, l’internamento dei rifugiati austriaci, come cittadini di un Paese nemico, per il timore che tra gli esuli vi siano spie. Walter e il suocero sono prelevati. Trudi non è vinta dalla paura: poco dopo riesce a far ritornare padre e marito. Questi, da uomo d’affari in Austria, si adatta per un po’ a fare l’operaio; ma presto le doti di inventore lo rendono conosciuto ed stimato nell’ambiente militare per un’idea nata in breve e tosto applicata nel campo dell’aviazione. I due danno il loro contributo alla vita del Paese che, pur con tante durezze, li ha accolti per il presente e l’avvenire. Il romanzo, scandito in capitoli brevi, contiene un variegato studio di caratteri, con belle sfumature psicologiche. Lei: carattere irruente, ma razionale nei momenti gravi; pronta a rischiare per il bene del suo uomo e dei familiari. Gelosa, riesce ad essere possessiva anche verso l’ex marito (“è parte della mia vita” dice serena). Lui: riflessivo e un po’ vanitoso; ad un primo sguardo pare lento a muoversi. Ma, presa una strada, la percorre tutta e si acconcia a vivere situazioni quasi assurde. Coi protagonisti l’A. presenta una vasta galleria di personaggi: sono figure apparse un istante, delineate con mano sicura, senza giudizi drastici. Mitzi, l’amica narcisista e prepotente, ma con slanci di generosità; Steffi, la brava capo laboratorio; gli amati genitori; Paul, zio di Walter, emigrato a Londra, il quale vuol far credere a tutti di essere un vero british; Curlow, diavolo e angelo al tempo stesso. La cifra narrativa muta con la drammaticità espressa nelle pagine dove la mannaia della tirannide cala su un Paese apparso, poco prima, operativo e sereno. “Alla mezzanotte e tre minuti….le truppe tedesche varcarono il confine austriaco… La lava dell’odio erutta”. L’amore sarà più forte.

Giudizio:
 +5stelle+

Articolo di Mara 

Dettagli del libro
  • Titolo: Ragazze, cappelli e Hitler
  • Titolo originale: Some Girls, Some Hats and Hitler
  • Autore: Trudi Kanter
  • Traduttore: (dall'inglese) Claudia Valeria Letizia 
  • Editore: e/o
  • Data di Pubblicazione: Settembre 2012
  • Collana: Dal Mondo
  • ISBN-13: 978-88-6632-156-9
  • Pagine: 256
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro

                                             

13 settembre 2012

Estasi culinarie - Muriel Barbery

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I Contenuti

Monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo, è in punto di morte. Ad abbandonarlo è il cuore, organo che, probabilmente, aveva messo in gioco troppo poche volte nella vita. Odiato dai figli e amato da una moglie sempre ignorata, nelle ultime ore della sua esistenza, dal letto della sua lussuosa abitazione, cerca disperatamente nei cassetti della memoria l'unico sapore che vorrebbe assaggiare di nuovo prima di morire. E così riemergono ricordi di sontuosi banchetti, di cibo sublime, di sapori rudi e primitivi, di sentimenti contrastanti, che restituiscono, da un lato, l'immagine di un uomo potente, cinico, sprezzante, specchio della ricca borghesia che, cieca nella sua arroganza, fallisce inesorabilmente sul piano dei rapporti umani; dall'altro, un esteta del gusto che, attraverso il suo percorso culinario, dall'infanzia alla maturità, apre al lettore una visione sul mondo della cucina, che assurge a ruolo di esperienza culturale.

La Recensione

Precedente di sei anni il più noto "L'eleganza del riccio" e ambientato nello stesso palazzo parigino, questo "Estasi culinarie" è stato ripubblicato in Italia con questo titolo dopo il successo del bestseller. Le differenze tra le due opere sono marcate, tanto che questo potrebbe deludere chi ha amato "Il riccio": manca sicuramente la drammaticità delle vicende, come anche sono assenti le interazioni profonde tra i vari personaggi. Eppure "Estasi culinarie" non mi è affatto dispiaciuto, pur nella sua stasi che ricorda il teatro greco, con unità di tempo, di luogo e di azione, e nel suo svolgimento sulla scia dei ricordi più che delle azioni. Un letto di morte, una sentenza inappellabile che condanna il noto critico culinario Monsieur Arthens a poche ore e che porta inevitabilmente a un bilancio della sua vita da parte propria e di chi l'ha conosciuto. Sentenze dolorose, talvolta inappellabili, accomunate da una tragica incomprensione. Da un lato lui, la superstar della gastronomia, incarnazione del nicciano concetto di Superuomo, incapace di vedere gli altri come qualcosa di diverso da satelliti dipendenti da lui. Le uniche emozioni vere le prova a tavola, dove la sua esperienza si trasforma ai limiti della sinestesia, in un crogiolo di sensazioni che coinvolgono contemporaneamente i cinque sensi. E un sesto senso meriterebbe di essere creato appositamente, ovvero quello stuzzicato dalle parole scritte che così abilmente portano il lettore a provare le stesse sensazioni preziose e raffinate che evoca Arthens. Non è solo la classica "acquolina in bocca" a sopraggiungere, ma si va ben oltre - ed "estasi" diventa un termine davvero azzeccato. Dall'altro lato, ecco una sfilata di personaggi che hanno avuto la (s)fortuna di incrociare la propria strada con quella di Arthens: moglie, figli, nipoti, semplici conoscenti - ognuno ha una parola per il moribondo, non sempre colma della clemenza che viene riservata a chi se ne sta andando. Anzi, talvolta il livore sembra aumentare all'idea dell'inevitabile, come se anche in questa ultima tappa il critico volesse dimostrare la propria superiorità sul mondo. In comune con "Il riccio", "Estasi" ha le solitudini dei suoi personaggi: ma mentre nel primo avviene una sublimazione tramite un contatto, un'amicizia spesso assurda e inspiegabile, qui l'isolamento è totale. Non c'è comunicazione, non c'è reciprocità, non c'è scontro: solo una serie di unità che si osservano come pesci rossi che nuotano ciascuno nella propria boccia. Eppure la catarsi arriva, insolita e curiosa, proprio grazie a quel sapore misterioso che Arthens rincorre lungo la scia dei ricordi - quello che vorrebbe risentire un'ultima volta prima della fine ma che, ironia del caso, proprio non riesce a riportare alla mente. È questo lo spunto che dà il via al romanzo, una curiosità, quel "ce l'ho sulla punta della lingua" capace di portare alla follia se non si riesce a trovarne la definizione corretta. In queste scorribande nel gusto, si ritrovano spunti interessanti sul perché e sul come della cucina - quella buona, non perché sana o particolarmente gustosa, ma perché tramite di un messaggio che per essere recepito necessita di tutti i cinque sensi. Quella cucina delle nonne che oggi, a suon di fast food, abbiamo dimenticato; quella che dà un ruolo magico alla donna di casa, tramite di sentimenti e sensazioni, punto di equilibrio discreto e fermo. Vien davvero voglia di riprendere a cucinare come si deve, mettendoci di più ma facendolo con più gusto, per riscoprire sensazioni dimenticate nella fretta; vien voglia di spegnere la tv e di gustare in silenzio le pietanze, riprendendo un contatto familiare che rischia di perdersi.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Estasi culinarie
  • Titolo originale: Une gourmandise
  • Autore: Muriel Barbery
  • Traduttore: Caillat E., Poli C.
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Dal mondo
  • ISBN-13: 9788876418396 
  • Pagine: 145
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15.00 Euro

06 marzo 2012

Cassandra - Christa Wolf

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I Contenuti

Cassandra, la veggente figlia di Ecuba e Priamo, racconta il tramonto e la rovina della sua città.
Si affollano alla memoria la traversata dell'Egeo in tempesta, l'arrivo a Troia delle Amazzoni, i delitti di Achille la bestia, la rottura con il padre Priamo accecato dal meccanismo inarrestabile della guerra, la vita delle comunità femminili sulle rive del fiume Scamandro, l'amore con Enea.

La Recensione


'Il passato non è morto, e non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo e agiamo come se ci fosse estraneo'
(Christa Wolf, Trame d'infanzia)

Con un lungo monologo di circa duecento pagine Christa Wolf, intellettuale tedesca vissuta sotto la RDT fino alla sua caduta, ripercorre l'itinerario spirituale di Cassandra, personaggio mitologico, figlia del re di Troia Priamo, divenuta prigioniera di guerra e concubina dell'acheo Agamennone e da lui condotta a Micene, dove troverà la morte per mano della moglie leggittima, Clitemnestra, in cerca di vendetta per l'uccisione della figlia Ifigenia da parte del marito in partenza per la guerra.
Lo scenario segue i deliri profetici della sacerdotessa che avendo rifutato l'amore del dio Apollo era rimasta mutilata nelle sue facoltà mantiche: condannata a vedere il futuro senza essere creduta è vittima di una serie di giochi politici e insieme emblema della figura femminile sospesa tra modelli sociali diversi e opposti, quello matriarcale e quello patriarcale.
L'apertura è fulminea: chi abbia visto, anche solo in foto, la porta dei leoni a Micene davanti alla quale, in limine mortis, Cassandra si trova, riconoscerà il senso di caldo e di desolazione con cui la protagonista affronta e attende una fine ormai certa.
Tutto il resto del complesso soliloquio della pizia davanti ai minacciosi leoni della soglia micenea ripercorre le varie fasi della guerra di Troia, i suoi retroscena politici immaginati sulla scorta della narrazione omerica nella corte di Priamo e sul campo di battaglia: scivolano via nel ricordo le immagini - distorte dal punto di vista visionario della voce narrante - di Achille, degradato da eroe valoroso a bestia assetata di sangue, di Polissena, sorella di Cassandra e vittima sacrificale anch'essa, di Ecuba regina madre coinvolta nelle lotte per il potere, di Paride, intrigante ultimo arrivato tra i figli del prolifico re di Troia, che cerca in Elena il perno di una scalata ai vertici della rocca di Pergamo.
La rivisitazione impegnata della critica e intellettuale, integrata, sì, nel regime comunista della Germania dell'Est ma non supina rispetto alle gerarchie di partito e di governo, trasforma la vicenda di Cassandra in una specie di paradigma femminile della diversità e del dissenso, manifesto di un pacifismo remissivo ma non sottomesso.
Piano, volutamente privo di trucchi retorici atti a fascinare il lettore, il monologo di Christa Wolf si erge difficile e scabro, massiccio nella tessitura complessa di intrecci logici, storici ed emotivi, come le macerie di Ilio.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Cassandra
  • Titolo originale: Kassandra
  • Autore: Christa Wolf
  • Traduttore: Anita Raja
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 1990
  • Collana: Tascabili E/O
  • ISBN-13: 9788876410833
  • Pagine: 159
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

03 maggio 2011

Il padre dei nomi - Paolo Teobaldi

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I Contenuti

Il Padre dei nomi
fa pensare a certe ville signorili che s'incontrano sulle colline toscane o marchigiane, edificate sul versante migliore della valle: quello solatio. Eugenio Benedetti è un uomo fuori dal comune: ha quattro genitori (uno meglio dell'altro), una moglie splendida e innamorata, tre-quattro figli; e non sa neanche cosa sia il senso di colpa. La sua doppia educazione, borghese e proletaria, e una straordinaria sensibilità linguistica lo portano quasi naturalmente a lavorare come copywriter free-lance a Milano, dove si specializza nel mestiere di trovare nomi per nuovi prodotti. Battezzando (per conto terzi) e fatturando (pro domo sua), il protagonista attraversa felicemente il lungo arco di tempo compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e le prime avvisaglie della new economy. Un lungo piacevole sogno, interrotto solo dalla nube di Chernobyl: un incubo da cui lo salverà solo Dante. Il padre dei nomi ricrea con partecipe ironia l'Italia della ricostruzione, del boom economico, il diffondersi della pubblicità e della televisione, i "favolosi" anni sessanta e gli altri che si sono susseguiti fino alla paradossale invenzione dei "non-luoghi". Con un occhio sempre attento alla lingua, scritta e parlata e con una prosa in cui ogni parola diventa pretesto di nuove invenzioni e divagazioni narrative la storia segue attentamente, svelandone il funzionamento, alcuni meccanismi della germinazione linguistica nei settori più diversi, mantenendo in filigrana la continua presenza e l'affettuoso controcanto dei classici: da Dante a Shakespeare, da Leopardi a Melville, da Saba a Volponi. Scritto esplicitamente "nel nome del padre", Il padre dei nomi è una dichiarazione d'amore per il mondo dell'artigianato e dell'impresa; per i loro uomini e materiali migliori; per la vitalità e la ricchezza del lessico famigliare, per i lavori ben fatti: compresa la buona letteratura, intesa come àncora di salvezza. Una favola ambientata in un Paese produttivo e ottimista, di sapore "olivettiano": con alcune città e piazze d'Italia descritte con tale amorosa minuzia da diventare metafisiche.

La Recensione

Insegnare italiano (sì,
italiano) nelle scuole superiori. Vivere in provincia.
Venerare Dante come padre della patria linguistica salvo poi citarlo per l’unica sua colpa: quella di non aver mai nominato Pesaro nella “Commedia” (Paolo e Francesca da Gradara sì; persino Fano, ma non il capoluogo Pesaro!).
Dotarsi di una lingua estesa, di un stile a un tempo popolare (addirittura rionale, si direbbe) e colto: quasi un sogno olivettiano anche nell’idioma di un’Italia che si faceva mercato e industria, bancarella e mondo.
Presi così, singolarmente, questi elementi potrebbero sembrare parti della biografia dell’autore. Se invece li mettiamo insieme, attorno alla fortuna di un libro ben riuscito, ecco che acquistano tutto il loro senso, prendono dimensione e volume. Suonano.
Se poi si volesse prendere in considerazione l’ultimo dei sentieri che questo libro ci apre di fronte, ovvero l’omaggio antico di un figlio (l’autore stesso, in questo caso) a suo padre, ecco che troveremmo non soltanto il più classico dei romanzi di formazione ma anche il grande omaggio alla memoria di chi, sempre, ci precede. Ovvero: vivere un lascito. Perché così ci avverte Teobaldi, alla fine: “il modello narrativo a cui mi sono rifatto è quello di mio padre: Washington (Vasinto) Teobaldi, falegname”.
E, insomma, il titolo riassume tutto ciò in maniera perfetta: il padre e i nomi, le parole. La memoria e il linguaggio che la dice.
Questa impresa la compie il protagonista assoluto del romanzo, Eugenio Benedetti che comincia bambino nell’incipit e nella sua casa di piazzale Collenuccio (Pesaro) per poi diventare, appunto, il padre dei nomi ossia copywriter nell’epoca in cui l’Italia diventa adulta. Perché gli anni ‘50 e ‘60, per uno che faceva quel mestiere, sono stati una prateria sterminata, un campo da arare e concimare. Un foglio intonso, da scrivere.
E Eugenio lo fa. Come una missione, come quella passione che la vita sembra avergli cucito addosso, tal quale un vestito del dopoguerra: una bella tela ruvida e tanta fantasia, il clamoroso trionfo dell’arte del cucito.
Così Eugenio Benedetti, sontuosamente avvolto dalla ricchezza umana e dalla solidità della sua infanzia di provincia, si avvia alla volta di Milano, città da conquistare nel lavoro come nella vita: lassù si sposerà, farà famiglia e fortuna.
Insomma, tanto per accennare all’organizzazione interna, c’è un prima e un dopo, due tempi ben scanditi nel libro: se nella prima parte si dispiega appunto il romanzo di formazione, nella seconda assistiamo al decollo dell’utopia tutta novecentesca di un mondo a misura del lavoro dove ogni singola parola indica non solo una merce ma il merito dell’impresa che ci sta dietro. In un autentico caleidoscopio linguistico, vediamo passarci sotto gli occhi il campionario completo (comprensivo di tutte le contraddizioni) dell’Italia che si sottrae alla povertà terribile del dopoguerra e ricostruisce l’intero tessuto industriale che la porterà al boom.
Teobaldi allora immagina il suo protagonista come una specie di deus ex machina, colui che muove tutti i fili, quello dal quale passano (come in un delirio assolutissimo di onnipotenza) i nomi e i destini di tutti i nuovi prodotti del tempo. Così, se la mitologia in gioventù era stata per Eugenio Benedetti quella terragna della provincia agricola, in età adulta egli si trasforma nell’incarnazione dei suoi stessi sogni, nel profeta delle magnifiche sorti e progressive. La volontà di riuscire lo guida ed egli riesce, fa.
In anni in cui (“Il padre dei nomi” è del 2002) veniva dispiegandosi in maniera ormai definitiva un vero e proprio contromito di questo Paese, quello dell’uomo fattosi da sé, dell’unto del Signore, qualcuno potrebbe leggere nella storia raccontata in questo libro una metafora un po’ differente, decisamente più amara e contraddittoria.
In realtà, seppur nel maestoso incedere dell’industrializzazione italiana, ad un certo punto della storia comincia a far capolino un poco di nebbia: quella vera della pianura e quella metaforica della confusione mentale, del dubbio che coglie il protagonista. “Dove sono? dove vado?” e allora via!, una corsa in macchina giù, verso le sue origini provinciali e contadine, per accompagnare un morto, assistere un malato, consolare un vivo.
Così alla fine quel che resta, nella terza parte che senza alcun equivoco si chiama “Buon fine”, è lo spirito stesso che forse davvero guidò l’Italia di quegli anni così lontani: l’ottimismo dello sviluppo. Prima che gli avvoltoi arrivassero a depredare ogni cosa con il loro rapace egoismo, forse c’è davvero stato un destino nazionale che poteva apparire per tutti.
Sappiamo oggi, anche ricordando le parole profetiche di Pasolini (che stranamente qui non compare mai), come è andata a finire.


Giudizio:
+4stelle+

Articolo di desian

Dettagli del libro
  • Titolo: Il padre dei nomi
  • Autore: Paolo Teobaldi
  • Editore: Edizioni e/o
  • Data di Pubblicazione: marzo 2002
  • Collana: Dal mondo
  • ISBN-13: 978-88-7641-484-8
  • Pagine: 315
  • Formato - Prezzo: Euro 17,00

27 marzo 2010

La sposa gentile - Lia Levi

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I Contenuti

Mentre fra mille luminarie si festeggia l'arrivo del '900, Amos, giovane banchiere ebreo di una cittadina piemontese, fa a sé stesso una promessa per il nuovo secolo: diventare qualcuno e mettere su una solida famiglia patriarcale. Il destino però lo costringerà a giocare con altre carte. L'irrefrenabile passione per Teresa, una contadina cristiana del luogo, lo metterà di fronte all'ostracismo della comunità ebraica. Ma Teresa non vuole che il suo uomo debba soffrire per causa sua. Nell'amore fideistico e assoluto che prova per lui ingloba anche la sua religione: vuole a tutti i costi diventare ebrea. La storia di questa donna originale e commovente si snoda fino al terribile 1938 delle leggi razziali fasciste, attraverso la ricostruzione avvincente delle vicende familiari, dei cambiamenti politici e di costume dell'Italia.


La Recensione

Attraverso l'assoluta leggerezza a cui ci ha ormai abituato nell'intero corpus della sua opera, Lia Levi racconta stavolta quarant'anni nella storia di una famiglia ebraica piemontese. Il paragone che viene in mente, ma più per differenza che non per analogia, è con "Le strade di polvere" di Rosetta Loy. Levi, infatti, prende quasi a pretesto la figura di Teresa, la sposa del titolo, per intessere un soave racconto di un'epoca (prima ancora che di alcuni, ben precisi, personalità e caratteri), quasi una favola rosa: la forza di carattere di una donna nel perseguire il suo sogno d'amore che è, anche, un sogno di riscatto, rivincita sociale.
La bella e vitale Teresa farà invaghire di sé il rampante banchiere Amos e, pur essendo cristiana e non ebrea, riuscirà a sposarlo: la "cacciata" di Amos dalla comunità ebraica di Saluzzo, dove la vicenda si svolge, sarà per la giovane sposa contadina lo sprone a voler diventare ebrea. Abbracciare la religione del marito, sarà per lei il più grande regalo d'amore.
In questa sua ricerca, sarà aiutata da Sara, la figlia del rabbino del paese nonché la sposa che i familiari di Amos (e soprattutto sua sorella) avrebbero volentieri visto al suo fianco, che diventa così il ponte tra i due universi.
In realtà il romanzo, nell'apparente semplicità della vicenda, intreccia molti temi tanto che quello dell'ebraismo resta quasi il contorno rituale (belle le immagini dei preparativi per Pesach): i contrasti di classe, il cinismo d'amore di Teresa (il suo "comportamento", guidato soltanto dall'amore per Amos, si spegnerà di schianto alla morte di lui), la scalata sociale, l'abbandono senza alcun rimorso delle sue umili origini da parte di Teresa, sono tutti elementi che entrano a descrivere la vicenda in maniera molto più importante che non la semplice descrizione di una storia d'amore o di un milieu sociale e religioso come quello della comunità ebraica. Persino l'aspetto di autodifesa della minoranza, altro tema che compare sullo sfondo, resta appunto il contorno. Ciò che risalta è la normalità quasi assoluta di una donna che si integra dentro una comunità, per quanto piccola, che non l'avrebbe voluta. Al rifiuto contrappone una sorta di real politik.
La vicenda, in parte autobiografica (Teresa ed Amos sono in realtà i nonni della Levi), si ferma bruscamente, e quasi con pudore, alle soglie della catastrofe. Alla morte di Amos, Teresa non ha più motivo di mantenere unita la famiglia, nel frattempo accresciutasi di figli e nipoti, e come se nulla fosse "molla la presa": che ognuno, a quel punto, segua il suo destino. Gli affetti si sciolgono, le case si svuotano, i riti ebraici che aveva orgogliosamente imparato e poi seguito per tutta la vita sono immediatamente dimenticati, quasi rifiutati. Un "ognun per sé" simboleggiato dal recupero di una vecchia scultura in legno di Brustolon raffigurante la Madonna che Amos, seguendo il precetto ebraico che non prevede culto mariano, le aveva chiesto di tenere in disparte e che invece ora può finalmente troneggiare sul cassettone della camera matrimoniale. Teresa non ha più motivo di essere la matriarca.
Siamo poi all'infamia delle leggi razziali, la catastrofe sta per arrivare. L'Europa è ormai sull'orlo del baratro. Lia Levi, velocemente, decide di accennare qualche destino e poi si ferma. Stende un velo su un dramma che, altrove, in altri libri, aveva già raccontato. Quasi una forma di pudore, un rispetto verso questa storia d'amore così particolare.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di desian

Dettagli del libro
  • Titolo: La sposa gentile
  • Autore: Lia Levi
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Dal Mondo - Italia
  • ISBN-13: 978-88-7641-886-0
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,00

05 gennaio 2010

Mio marito Maigret - Barbara Notaro Dietrich

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I Contenuti

Il commissario Maigret, ormai in pensione, sembra essersi assopito dopo pranzo nel giardino della sua casa di campagna nella Loira. Al tramonto la moglie Louise va a svegliarlo e si accorge che non respira più. Al funerale arrivano amici e parenti, solo Simenon non si fa vivo. Manderà una lettera alla vedova. E proprio Louise decide che è arrivato il momento di mettere le cose in chiaro: di raccontare chi era veramente il commissario Maigret, come ha trascorso la sua vita, come ha vissuto il suo lavoro e soprattutto che marito è stato. Attraverso il racconto dei fatti, il ricordo dei colleghi di lavoro, di vittime e assassini, Louise ricostruisce la loro vita insieme, i momenti belli e quelli più tristi, rivelando via via se stessa, la natura della loro coppia e la realtà di un amore speciale. "Mio marito Maigret" dà voce in maniera convincente a una figura femminile capace di evocare e rappresentare tutto il mondo che si muove intorno al commissario. Mondo che Louise racconta e vive dall'interno e del quale pare possedere la chiave segreta, come possiede la chiave del cuore e del carattere, profondo e insondabile, di Maigret.

La Recensione

E' una sensazione alquanto strana che si accompagna alla lettura di questo libriccino un po' senza tempo. In primo luogo perché si tratta di un'operazione semplice semplice: estrapolare e mettere in fila i particolari della vita privata del celeberrimo commissario, traendoli (persino con le parole e le frasi esatte) dai romanzi stessi di Simenon: alla fine del volume, la bibliografia snocciola come un rosario i titoli da cui notizie, ricordi, aneddoti sono stati tratti. In secondo luogo perché il tono che l'autrice Notaro Dietrich indovina sembra essere lo stesso di sempre, quello autentico di Simenon: l'operazione un po' postmoderna di taglia e cuci assume dignità proprio in questa sua voce piana e tranquilla, solita. E chi altri poteva narrare il Maigret segreto, quello del dietro le quinte, se non la sua fedele compagna, la moglie Louise. Perché il punto è proprio questo: quanto sia stata fedele e sottomessa, ad una figura in ogni senso statuaria, questa compagna. E' persino banale ricordare come l'universo-Maigret sia una sontuosa (forse la più sontuosa) celebrazione del romanzo conservatore piccolo-borghese che ricostruisce alla perfezione un mondo di regole certe, di ruoli perfettamente definiti, di vecchie zie e merletti ingialliti che sembrano immutabili dall'inizio dei tempi. E Maigret fa parte di questo mondo alla perfezione, ne è anzi il perno centrale: egli sì che avrebbe la necessità quasi fisiologica di vedere le cose ben separate tra buoni e cattivi, con i campi distinti e le squadre, per così dire, che si contendono a viso aperto. Eppure non è così: questa è la grandezza (e la plausibilità ultima) del personaggio che sembra incarnare il dubbio e l'istinto e che invece è il fautore ultimo dei destini dei personaggi. In questo contesto, basta sfogliare quasi tutti i romanzi di cui è protagonista, la figura di sua moglie (che qui acquista centralità ma soltanto, ancora una volta, come testimone di altro) è davvero lontana nel tempo e dalla nostra sensibilità odierna. Una donna che è più una madre, una segretaria discreta e silenziosa, quasi una colf a tempo pieno: colei che apre la porta a Maigret quando torna a casa, colei che gli cucina e si fa ombra assoluta, assenza fortissima perché continuamente risuona. Altri tempi, altre sensibilità, altro mondo: oggi Louise non esisterebbe. Maigret potrebbe anche aver superato la prova del tempo che passa (e lo dimostrano le vendite eccellenti di ogni sua avventura che Adelphi ripubblica ormai da anni), sua moglie no. Questo breve monologo, che sgorga diretto dalla sua voce, ci restituisce un'atmosfera ma anche quell'antica certezza: tanta acqua è passata sotto i ponti e molto, soprattutto valori stridenti, ha trascinato via con sé. Con buona pace di una fascinazione antica.

Articolo di desian

Dettagli del libro

  • Titolo: Mio marito Maigret. Il racconto di un amore speciale
  • Autore: Barbara Notaro Dietrich
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Dal Mondo
  • ISBN-13: 978-88-7641-605-7
  • Pagine: 150
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

08 settembre 2009

Amabili resti - Alice Sebold

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I Contenuti


Susie, quattordicenne, è stata assassinata da un serial killer che abita a due passi da casa. È stata adescata, stuprata, fatta a pezzi e fatta sparire in una discarica. Il racconto è affidato alla voce della stessa Susie, che dopo la morte narrra la vicenda con lo spirito allegro e senza compromessi dell'adolescenza.

La Recensione

"Non potevo avere quello che desideravo di più, il signor Harvey morto e io viva. Il Cielo non era perfetto. Ma finii per credere che seguendo le cose attentamente, e desiderando, avrei potuto cambiare la vita di coloro che amavo sulla Terra."
Susie Salmon (come il pesce, specifica lei) ha quattordici anni e una famiglia unita (oltre a mamma e papà ha una sorella, un fratellino, una nonna materna non convenzionale e un cane). Ha un'amica del cuore, un filarino appena iniziato, non vede l'ora di andare al liceo e da grande vorrebbe fare la fotografa naturalista.
Il 6 dicembre 1973 tutto questo le viene tolto nella maniera più terribile: viene adescata, stuprata e uccisa da un insospettabile vicino di casa, il quale la fa a pezzi e la getta nella discarica locale, dalla quale il suo corpo non riemergerà mai più.
Ma questo non è che l'inizio di una nuova storia: Susie si ritrova in uno strano, bellissimo posto che lei chiama "il mio Cielo". C'è una struttura estremamente simile al liceo che tanto avrebbe voluto frequentare, una altalena, una gelateria ben fornita di gelato gusto menta, ci sono le riviste che le piacciono sulle quali compare spesso la sua fotografia. E ci sono anche delle altre persone, Holly, una sua coetanea vietnamita, e Franny, una ex assistente sociale assassinata dal marito di una sua assistita, che funge da consigliera - e controllore - per le due ragazzine.
Ma per quanto possa essere bello, a Susie il Cielo non basta. Sa che non potrà mai avere ciò che davvero desidera (tornare in vita, vendetta sul suo assassino), ma in compenso scopre di poter vedere. Ed è proprio quel che fa per anni: osserva la sua famiglia, i suoi amici, il ragazzo del quale era innamorata, il suo assassino. E racconta a noi ciò che vede con dolore, disperazione e rabbia, ma soprattutto, con amore.
Ci sarebbero molte cose da dire su questo libro, ma io mi limiterò a un paio soltanto, perché è giusto che ciascun lettore trovi da sé la chiave di lettura che gli è più congeniale.
In primo luogo, sapete cos'è che fa stare veramente male quando si lo si legge? Il fatto che sia terribilmente plausibile.
Non mi riferisco all'esistenza o meno di un Cielo, al fatto che i morti spiino le vite di coloro che rimangono. Mi riferisco alle ragazzine che scompaiono senza lasciare traccia, ai mostri che possono vivere, insospettati e insospettabili, a due passi dalla nostra porta. Al subdolo, predatorio modo di organizzare il successivo omicidio, alla consumata abilità nel recitare la parte del cittadino modello di fronte alla polizia, al resto della comunità e perfino ai familiari della vittima.
Quando il signor Harvey, l'assassino, incontra la madre di Susie sconvolta dal dolore, ha la faccia tosta - ma definirla così è altamente riduttivo - di dirle: "Ho saputo dell'orribile tragedia. Orribile. Mi scusi se glielo chiedo, come si chiamava sua figlia, signora?"
Non è irrealistico. Non è un trucchetto da spacciatori di letteratura: sono cose che purtroppo succedono. E succedono esattamente così.
La seconda cosa è che non si tratta di un romanzone strappalacrime.
L'autrice, dato il tenore della storia, avrebbe potuto pigiare l'acceleratore del melodramma e dare il via a pianti, lamenti eccetera eccetera. Invece, l'impressione che mi è rimasta addosso è quella di una straordinaria dignità nel raccontare il dolore - da parte della Sebold, che non lo dà in pasto al pubblico, come capita sin troppo spesso nella realtà - e anche da parte dei personaggi, di Susie in particolare, che nonostante tutto, resta più attaccata ai sentimenti d'amore per la sua famiglia che al giusto odio e alla sete di vendetta nei confronti del suo assassino.
Un libro dai toni delicati, sfumati di rimpianto, che ci prende per mano e induce a riflettere su quali siano le cose veramente importanti.

Articolo di Aryaali76

Dettagli del libro

  • Titolo: Amabili Resti
  • Titolo originale: The Lovely Bones
  • Autore: Alice Sebold
  • Traduttore: Chiara Belliti
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • Collana: Dal Mondo
  • ISBN-13: 9788876415135
  • Pagine: 416
  • Formato - Prezzo: Brossura, sovraccoperta - 16.50 Euro

06 agosto 2009

Si può morire in tanti modi! - Zakes Mda

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I Contenuti

Il pluripremiato scrittore Zakes Mda ci porta dentro il pentolone ribollente del Sudafrica di Toloki, grottesco personaggio in abito nero e cilindro, partito quasi vent'anni or sono da un villaggio per approdare nella grande città portuale dove sbarca il lunario come Dolente Professionista. Seguendo una vocazione che lo fa sentire vicino agli ascetici monaci orientali, Toloki va di cimitero in cimitero a piangere la miriade di morti noti e ignoti che ogni giorno arrivano dagli affollati obitori del paese.
E proprio a un funerale Toloki rincontra Noria, colei che da bambina deliziava tutti gli abitanti del villaggio con la sua risata prodigiosa. Da allora sono passati tanti anni. Il momento è quello della transizione fra la fine dell'apartheid e l'inizio di una nuova fase storica, inaugurata dalle prime elezioni democratiche di neri e bianchi insieme.
Toloki, brutto e maleodorante fuori quanto bello e puro dentro, non si è mai perso d'animo e con la saggezza del suo candore ha trovato la via che lo conduce a Noria, antica bellezza che tragedie e traversie non sono riuscite a intaccare, e rinnovata musa che col suo canto portentoso riaccenderà in lui la magia della creazione liberatrice. 

La Recensione

Ci sono molti modi di morire, ma la crudeltà con cui si muore nel romanzo dello scrittore sudafricano Mda, o forse ancor meglio la facilità con cui si muore, lascia interdetti. Lo sguardo del narratore è quasi quello di un bambino: il romanzo è raccontato da una voce narrante onnisciente impersonata dagli occhi cveld sudafricano, come il coro di una tragedia greca, voce della coscienza comune; la narrazione si sviluppa per lo più sul piano del presente, quasi una dimensione temporale sganciata dal continuum e "sospesa" a metà tra il sogno e l'incubo; Toloki, il protagonista della vicenda, sembra procedere tra funerali, dolore e atrocità con l'inconsapevole leggerezza dei bambini.
Nel vissuto ingenuo eppure così crudo di Noria e Toloki, due abitanti dei villaggi rurali trasferitisi a lavorare negli slum urbanizzati di una non meglio specificata metropoli, anche la lotta contro l'apartheid perde molto del suo fascino e della spinta ideale: si ritrovano e si rinnovano, anche nello scontro contro la dittatura dei bianchi, tutte le tensioni e le divisioni tribali che rendono ancora oggi gran parte dell'Africa, uno scannatoio a cielo aperto.
La violenza, contro le donne, i bambini, gli anziani e i deboli, è normale come la morte, fa quasi parte del paesaggio. Nel ritrovarsi insieme nelle comuni origini provinciali, Toloki, versione maschile di una prefica, vestito come Baron Samedì, lo psicopompo della mitologia voodoo afroamericana, e Noria, impegnata nelle lotte civili della sua baraccopoli abusiva, il cui canto ha il potere di evocare la creazione, capiscono che per quanto immersi nel disprezzo della vita e nella miseria è ancora possibile trovare una strada individuale e non violenta per la libertà.
Così fuggono, insieme, oltrepassando le proprie esperienze dolorose - personali e collettive - attraverso un varco che è costituito dal potere creativo. Toloki ha inventato una nuova professione, che è legata alla morte: è un dolente professionista, piange i defunti duranti le cerimonie funebri. Incontra di nuovo la compaesana Noria, compagna di giochi da bambini, appunto al funerale del figlio, nato e morto due volte, e recupera un rapporto di amicizia sincera, perchè si vede accettato, lui, brutto e trasandato, per quello che è da una donna bellissima e affascinante, quasi una divinità, dal passato burrascoso e colmo di dolori.
La somma di questi dolori inaspettatamente produce una reciproca catarsi: Toloki recupera il valore del contatto con l'Altro, con il prossimo, partendo da Noria, Noria vede nella semplicità del saper vivere di Toloki un modello e un'ispirazione per andare avanti nonostante tutto.
L'enfasi catartica raggiunge il suo scopo perfetto quando i due personaggi, consapevoli di sè e del loro legame, danno vita - dopo tanta morte - a un connubio quasi estatico. Accompagnato dal canto ancestrale di Noria, quasi ritmo ctonio di una dea madre africana, come già prima suo padre Jwara, Toloki può ricominciare a disegnare e a creare.

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro


  • Titolo: Si può morire in tanti modi
  • Titolo originale: Ways of dying
  • Autore: Zakes Mda
  • Traduttore: Claudia Valeria Letizia
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: I Leoni
  • ISBN-13: 9788876418334
  • Pagine: 223
  • Formato - Prezzo: Brossura - 17,00 €

30 giugno 2009

Lontano padre - Enrico Mottinelli

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I Contenuti

"Padri in fuga" potrebbe essere il sottotitolo di questo romanzo che indaga con lucida partecipazione la viltà maschile, l'incapacità ad assumere la responsabilità dei propri figli.
Roberto e Mauro sono i due personaggi principali di questa storia che si snoda lungo un arco temporale di vent'anni. Roberto è il padre, prigioniero del suo amore viscerale per il figlio primogenito Andrea, incapace addirittura di vedere il secondogenito Mauro. Roberto abbandonerà la famiglia quando Andrea morirà in un incidente: scapperà e lascerà soli la moglie e il figlio più piccolo. Mauro vivrà la sua esistenza nella maledizione del secondogenito: esistere solo in rapporto al fratello maggiore, negli spazi lasciati da quello all'interno dell'affetto dei genitori. Mauro crescerà, avrà cura della madre impazzita per la perdita del figlio Andrea, scoprirà il mondo e la voglia di cambiarlo, amerà una donna e avrà un figlio. Ma non riuscirà ad assumere la piena responsabilità di padre. La sua ferita è profonda, forse inguaribile. Cercherà suo padre senza volerlo trovare. A padre e figlio sarà mancato il coraggio di amare.
Enrico Mottinelli racconta questa storia struggente di più generazioni con un tono apparentemente distaccato che lascia penetrare le emozioni a getti irregolari, fortissimi.

La Recensione

Ritrovare questo libro, uscito nel 2005 senza che alcuno se ne accorgesse, certo non sconvolge le certezze letterarie di nessuno ma sicuramente mette il lettore di fronte ad alcuni pensieri. Perché la storia che vi è narrata ha qualcosa da dirci. Ovvero che è pur sempre una questione di modelli e di come questi si adattano al mondo che intendono rappresentare. Prima ancora di cominciare qualsiasi "attività formativa genitoriale", prima insomma di prendere in mano un qualche testo sacro, sia esso un agile manuale o un seriosissimo trattato di psicopedagogia, i modelli coi quali ci confrontiamo (e valga per le donne così come per gli uomini) sono quelli che abbiamo conosciuto: i nostri. Certo, visto l’andazzo di declino, ormai storicamente ben definito, forse i babbi si meriterebbero qualcosa di un po' meno duro e impietoso ma, va detto, Mottinelli non indietreggia di un millimetro nel raccontarci la vicenda di una lacerazione terrificante (quasi un evento contronatura, se si potesse usare questa espressione), quella della morte di un figlio, in questo caso Andrea. E la sua prima diretta conseguenza: la fuga (la scomparsa, il sottrarsi al dolore? alla responsabilità successiva che ne deriva?) del padre, Roberto. Poi, la seconda conseguenza: quella che trasforma il fratello minore, Mauro, in "semplice" fratello unico, in un sopravvissuto suo malgrado che si ritrova sopravvissuto nel nulla. E senza padre pure.Infine, anche le conseguenze tornano da dove sono nate, per realizzare le storie che ci stanno dietro: Mauro, il figlio che ha fatto a meno di suo padre, diventerà babbo a sua volta. E qui, a pagine chiuse, si intravede un’altra storia. Un'altra lacerazione, ereditata stavolta e non vissuta in prima persona. Non è però sullo svolgersi del racconto che mi interessa soffermarmi, quanto sul contributo che questo romanzo può portare ad una eventuale ricerca letteraria e narrativa intorno alla figura (allo stereotipo, direi) del padre.Romanzo che sa donare squarci di riflessione non da poco. Che fa vedere, direttamente, la sindrome dell'abbandono paterno, tentando una ricognizione dei sentimenti, della vertigine, dell’assoluto rancore, dell’incomprensibilità di tale abbandono. Un libro che mette in scena il dramma completo e contagioso (sulle vite di chi resta, nell'abbandono) della mancanza di figure di riferimento. Insomma una riflessione che trova posto tra le parole, nella storia che si srotola come un gomitolo. Quasi a segnare un percorso che porta dentro il cuore del labirinto: l'amore paterno e quel che vuol dire. Perderlo. Una breve definizione che racchiuda il tutto in poche righe, la si può prendere da pagina 155 - è Mauro che confessa:"E' stato questo il mio imprinting di padre: mio figlio mi ha soggiogato fin dai primi istanti e davanti a lui mi sono sempre sentito un po' a disagio, come dovessi costantemente dimostrargli di essere all'altezza". Come detto, quando uscì "Lontano padre" non sconvolse nessuno, nessuno lo notò. Letto così a distanza, restituisce la giusta prospettiva: uno specchio è sempre uno specchio. Riflette.

Articolo di desian

Dettagli del libro

  • Titolo: Lontano padre
  • Autore: Enrico Mottinelli
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Dal Mondo
  • ISBN-13: 9788876416859
  • Pagine: 194
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

11 giugno 2009

Nordest - Massimo Carlotto e Marco Videtta

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I Contenuti

Nordest racconta un tema antico, il rapporto tra padre e figli, inserito nell’attualità del Nordest italiano. Un territorio ricco e complesso, considerato la locomotiva dell’economia italiana, che oggi sta vivendo una crisi epocale che ha determinato la fuga degli industriali verso Cina e Romania. Ed è proprio l’ambiente delle grandi famiglie industriali quelle in cui matura il delitto di una giovane donna prossima al matrimonio. Nordest è un noir che, a partire da un delitto, racconta l’illegalità diffusa che ha permesso di accumulare grandi ricchezze e un sistema economico che non si è mai posto problemi rispetto al saccheggio del territorio. Personaggio principale è Francesco, rampollo della seconda famiglia più ricca del paese, giovane avvocato dal futuro già scritto, che dovrà confrontarsi con il suo ambiente e scegliere tra verità e “normalità”.
Carlotto e Videtta, appassionati del genere, hanno scelto di mettere insieme le loro specificità per scavare più a fondo nella realtà del Nordest, per evidenziarne personaggi e contesti. Come sempre nei romanzi di Carlotto, la trama prende spunto da fatti realmente accaduti.

La Recensione


Nordest (titolo tra l'altro comune con quello del musical in scena nel teatro di Mosca al momento dell'attentato terroristico ceceno del 2002) non è nella sua trama gialla il più riuscito dei romanzi di Carlotto: si allontana dallo standard dei racconti dell'Alligatore, che ci avevano abituato molto bene, e anche da storie avvicenti come il racconto autobiografico de "Il fuggiasco" e quel piccolo gioiello di "Arrivederci amore ciao" (entrambi - per inciso - tradotti sul grande schermo in due bei film italiani).
Forse per la scrittura a quattro mani, forse per la presenza molto forte di un elemento "estraneo", quella sorta di patinatura glamour legata al contesto sociale alto borghese, nelle cui ville palladiane sono ambientati gli intrighi del giallo, risulta stonata rispetto ai bassifondi nebbiosi, alle situazioni equivoche, appese sul filo della legalità, alle storiacce della mala in cui sguazzano contenti e a loro agio, con un piacevole sottofondo di rythm'n'blues, l'Alligatore e il suo angelo custode, Rossini. Leggendo di sigari e vini nelle cantine blasonate, di donne rampanti che vengono dal nulla e scelgono nomi d'arte come Selvaggia (in stile Ripa di Meana o Marzotto), di macchine con autisti rumeni o ex galeotti, di studi legali di paese, gonfi di soldi e avidi, di boiserie da parvenu è inevitabile pensare alle scene e ai personaggi fintissimi di certe soap opera nostrane.
Siamo all'apoteosi della provincia, bolsa, annoiata, volgarmente ipocrita.
A me è piaciuta parecchio la saga malinconica dell'Alligatore. Ma i tentennamenti dell'imbambolato Francesco Visentin, l'alterigia di suo padre, la meschina sofferenza della madre della vittima, Giovanna Barovier, la squallida ascesa da furbetto del bancario-strozzino Giacomo Zuglio, l'anonima ferocia della Fondazione sovrana, non riescono a sostituire del tutto le indagini stranite della coppia fissa di Carlotto, versione veneta di Simon&Simon. Si sente il rimpianto del Calvados che scorre a fiumi: il brandy centellinato nei bicchieri di cristallo dell'alta borghesia non ha lo stesso retrogusto.
In tutto questo non spicca quanto merita - e del resto non potrebbe essere diversamente, trattandosi di un giallo e non di un'inchiesta giornalistica - la dimensione di denuncia sociale della situazione critica in cui versa l'opulenta, pantagruelica, bulimica provincia veneta, locomotiva d'Europa: il saccheggio del territorio, la fuga dei capitali all'estero per lo sfruttamento di manodopera a basso costo, lo stupro dell'ambiente che si incrocia con le attività della camorra svelano il volto marcio, il rovescio della medaglia, la polvere nascosta sotto il tappeto di un modello economico e sociale, che sembra ballare sulla tolda del Titanic, baldanzosamente ignaro di star diventando vittima di se stesso. 

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro

  • Titolo: Nordest
  • Autore: Massimo Carlotto, Marco Videtta
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Collezione Noir Mediterraneo Tascabili
  • ISBN-13: 9788876418556
  • Pagine: 242
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,00 Euro

26 marzo 2009

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery

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I Contenuti

Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda. Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée. Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.

La Recensione

Generalmente questo libro è molto amato o molto odiato. Nessuno me ne voglia ma io l'ho cordialmente detestato. La trama: Reneé fa la portinaia in un palazzo abitato da famiglie facoltose. Ha il pallino della filosofia, è una patita di letteratura e ama il cinema d'essai ma agli occhi del mondo si mostra goffa, ignorante, pigra e cafona perchè così si conviene ad una "vera" portinaia (!). Paloma ha dodici anni,abita nel palazzo dove lavora Reneé ed è un piccolo genio ma nasconde la sua intelligenza ai familiari colpevoli di essere, come da copione, ricchi, superficiali e profondamente ignoranti (si chiama sputare nel piatto in cui si mangia, a casa mia). I racconti in prima persona delle due protagoniste, sono una scusa per l'autrice per esibire la propria cultura spargendo citazioni filosofiche e insegnamenti di vita con un intento più nozionistico che veramente comunicativo o divulgativo. Ciò che salva il romanzo da una stroncatura definitiva è il fatto che è innegabilmente scritto molto bene, qualche spunto di riflessione interessante c'è (anche se niente di troppo originale), e il sarcasmo di Paolma non manca di divertire e colpire nel segno. Il problema, secondo me, è che la cultura fine a se stessa perde di significato. Al di là di qualche bel pensierino, l'impressione è che l'autrice non abbia nulla da condividere, non è interessata a far scoprire al lettore cose nuove nè a stimolarne la sete di conoscenza. L'acclamato finale, oltre a non essere poi così originale, è un ulteriore esemplificazione di questi concetti: l'apertura verso il prossimo, la ritrovata umanità sono solo apparenza, in realtà gli insegnamenti che le protagoniste traggono dagli eventi sono solo quelli che servono a mettere a posto la coscienza e ad assicurare il proprio benessere interiore. Nonostante la grande cultura, né Reneé né Paloma sfuggono alla spocchia e all'egoismo che contraddistingue coloro che le circondano e quando finalmente mostrano qualche sentimento, è sempre per compatire o glorificare loro stesse , mai per gli altri.

Articolo di Valetta97

Dettagli del libro

  • Titolo: L'eleganza del riccio
  • Titolo originale: L'Élégance du hérisson
  • Autore: Muriel Barbery
  • Traduttore: Cinzia poli
  • Editore: Edizioni E/O
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • ISBN-13: 9788876417962
  • Pagine: 335
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 Euro


 

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