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12 dicembre 2013

Speciale Natale: Fuga dal Natale - John Grisham

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Secondo di cinque fratelli, John Grisham è nato nel 1955 a Jonesboro, in Arkansas, in una modesta famiglia del sud (suo padre ha lavorato come operaio edile e coltivatore del cotone). Nel 1983 viene eletto per i Democratici alla Camera dei Rappresentanti del Mississippi, dove resta fino al 1990, pur continuando a esercitare la sua professione di avvocato. Nel suo tempo libero Grisham comincia a lavorare al suo primo romanzo, Il momento di uccidere, che sarà pubblicato nel 1988. A questo ne seguono molti altri (Il rapporto Pelican, Il cliente, L'uomo della pioggia, Il partner, ...), al punto che la rivista statunitense Publishers Weekly lo ha dichiarato "lo scrittore maggiormente venduto degli anni Novanta", con un totale di più di 60 milioni di copie.
I suoi romanzi, definiti gialli giudiziari, attingono a piene mani dalla sua esperienza di avvocato e sono stati oggetto di numerose versioni cinematografiche.

Si avvicina il Natale, e con esso tutto ciò che comporta: una bella festa, certo, forse la più bella di tutto l'anno, ma nel mondo consumista è anche sinonimo di grosse spese per acquistare i regali, gli addobbi, le beneficenze e imbandire le tavole delle famiglie.
L'anno precedente, per questo, la famiglia Krank ha subito un esborso di 6100 dollari. Quest'anno però la figlia Blair, neolaureata, parte per una missione umanitaria in Perù, quindi senza di lei festeggiare il Natale perde di significato. Il signor Luther Krank allora decide di investire più o meno la somma spesa l'anno precedente per una crociera ai Caraibi. Questo significa niente addobbi, niente festa con tutti i vicini, niente beneficenza, niente tacchino, niente regali, niente pupazzo Frosty sul tetto.
L'impresa però non è facile: il Natale è una festa troppo invadente, spinta soprattutto dal consumismo e dall'ipocrisia della gente, con i suoi falsi moralismi.

La Recensione

Per una volta, Grisham smette i panni del serioso avvocato e si lascia andare a una commedia leggera e senza pretese: non aspettatevi personaggi di spessore come quelli cui ci ha abituato, conflitti profondi e tensioni insostenibili. Soprattutto non aspettatevi troppa credibilità. Consiglio di prendere questa "Fuga dal Natale" come una pausa tra una lettura seria e l'altra, un gioco tra amici con un pizzico di buonismo tutto americano, che, essendo Natale, proprio non può mancare.
Luther Krank, contabile di mezza età, ha appena lasciato la figlia unica all'aeroporto, in partenza per il Perù dove presterà servizio con i caschi bianchi; per ingannare la malinconia che sembra avvolgere casa, si rifugia con i suoi conti, ma poco ci manca che non resti secco. Calcolatrice alla mano, scopre che l'anno precedente, per le festività natalizie, in famiglia sono stati spesi più di seimila dollari, per lo più per futilità. Quando si dice il caso, nello stesso stabile in cui lavora c'è un'agenzia viaggi che gli propone un'offerta cui non si può dire di no: una crociera nei Caraibi che permetterebbe a lui e alla moglie di andare a quel paese lasciando lo stress del periodo natalizio agli altri.
Tutta la prima parte del romanzo è giocata sulla serie di "no" che i coniugi Krank si trovano a rivolgere alle consuetudini - con Luther duro e puro e Nora che invece deve raccogliere anche le forze che non ha per non cedere nemmeno al minimo compromesso. Niente Natale significa niente albero, né decorazioni, né biglietti di auguri, né cene, né party. Significa anche sentirsi trattati alla stregua di chi ha perso il senno in maniera irrecuperabile.
La seconda parte è un ansioso conto alla rovescia al giorno X, con tutti gli imprevisti del caso da schivare e soprattutto i vicini ficcanaso da tenere a bada. Non mancano le gag divertenti, anche se qualcuna tende allo stucchevole.
Come già accennato, i personaggi non spiccano per il loro spessore, giocando in un caleidoscopio di "tipi" da quartiere della medio-borghesia americana, con le loro fissazioni, consuetudini e regole non scritte. I protagonisti risultano anche un po' antipatici, Luther così fissato con il risparmio e Nora senza un briciolo di carattere: alla fine tutti troveranno il modo di riscattarsi, per un lieto fine che, a Natale, non poteva non mancare.
Una postilla: dal romanzo è stato tratto l'omonimo film con Tim Allen e Jamie Lee Curtis, che la scrivente non ha visto ma si propone di noleggiare quanto prima.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Fuga dal Natale
  • Titolo originale: Skipping Christmas
  • Autore: John Grisham
  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Oscar Bestsellers
  • ISBN-13: 978-88-04-53679-6
  • Pagine: 153
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 Euro

10 dicembre 2013

Dire sì è una cosa semplice - Deborah Ameri

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I Contenuti

Emma lo giura solennemente: non mi sposerò mai. Eppure si ritrova alla vigilia del suo matrimonio, quasi incredula di compiere quel passo. Per arrivare all’altare è servito un amore così grande da sconfiggere le sue diffidenze. Quelle di una bambina cresciuta in un paesino soffocante della provincia italiana e traumatizzata dal divorzio dei genitori. E quelle di un’adulta che ha disimparato ad amare. Attraverso un percorso segnato da ribellione, sofferenze, pregiudizi e dal complicato rapporto con la madre, Emma è protagonista di un moderno romanzo di formazione in cui gli amori folli e impossibili e l’emancipazione dall’ambiente chiuso in cui è nata si incrociano con il suo sogno di diventare giornalista. E proprio quando è convinta di avere preso in mano il suo destino, una devastante tragedia la colpisce. Seguita da una rivelazione che la lascia piena di rimpianti. Solo lui riuscirà a farle ritrovare il suo posto nel mondo. Ma chi è? Chi c’è accanto a lei sull’altare? Il lettore non lo scopre fino all’ultima, appassionante, pagina.

La Recensione

Tanto di cappello a un romanzo autopubblicato che non ha niente da invidiare nemmeno a quelli curati da importanti case editrici: finalmente una persona che sa scrivere correttamente e bene (tranne un bis di "ceca" al posto di "cieca", altrimenti sarebbe stato troppo bello per essere vero), e a cui auguro di cuore di continuare su questa strada, ad meliora.
Fin dalle prime pagine il romanzo si presenta come il classico chick-lit, con una giovane donna che si lascia alle spalle il lavoro/la famiglia/gli amici per cambiare città e quindi vita: chi conosce il genere si aspetterebbe di leggere le avventure di una giovane nata e cresciuta in un piccolo paesino alle prese con la grande metropoli, nientemeno che Londra - e senza sapere una parola di inglese. E invece cominciano le sorprese: perché Emma trova il modo di farci fare un tuffo nel suo passato, cominciando dalle elementari via via fino al giorno d'oggi. La piccola Emma fa tenerezza alle prese con le amichette del cuore, le prime cotte e le gelosie; fa ancora più tenerezza immaginarla crescere in fretta per una situazione familiare difficile, papà operaio e mamma che si sente prigioniera di una vita sì scelta da lei ma troppo presto.
Ed ecco il primo bacio, il primo amore, le prime sofferenze e le prime incomprensioni con l'amica di una vita. Ecco l'università a Milano, il primo lavoro, le sbandate e i colpi di testa. Fino a ritrovarla dove l'abbiamo conosciuta, sull'altare in procinto di pronunciare il fatidico sì.
Emma non ha avuto una vita facile, ma nonostante le difficoltà non scende a compromessi, prende quello che la vita le offre e cerca di lottare per ottenere ciò che vuole. In poco più di duecento pagine è difficile condensare tutto il suo vissuto e talvolta avrei voluto che l'autrice approfondisse maggiormente i temi trattati, visto che non sono così leggeri da poter essere affrontati in una manciata di paragrafi. Il padre operaio in una fabbrica siderurgica, con i turni pesanti e lo stipendio che non basta mai. La madre sposa troppo giovane, con ancora tutta una vita da vivere e le ali tarpate. I nonni, sempre presenti ma mai troppo distinti nelle loro peculiarità. Il fratello Daniel, fin troppo evanescente, che se ne va su una nave da crociera e tanti saluti. E tutti gli uomini che incrociano le loro vite con quella di Emma. Il divorzio dei genitori che pesa come un macigno incombente e pronto a crollare in ogni momento.
Certo l'aver semplicemente abbozzato questi temi rende il romanzo più leggero e godibile, il che non è necessariamente un difetto: meglio così che un mattonazzo di formazione pronto a strappare lacrime ad ogni pagina.
Ho comunque apprezzato quello che forse rende così particolare il romanzo e lo differenzia dagli altri sul genere, ovvero la quasi totale assenza di dettagli sullo sposo - cosa che immagino non a tutti possa piacere: la storia d'amore della protagonista è descritta con grande delicatezza e semplicità, diventando una sorta di svolta naturale degli eventi, come se tutto quello che Emma ha vissuto fino a quel momento trovasse significato e completezza in quel preciso momento, con quella precisa persona.

Giudizio:
+4stelle+ 

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Dire sì è una cosa semplice
  • Autore: Deborah Ameri
  • Editore: Youcanprint
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788891119612
  • Pagine: 186
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro/ Ebook - 2,68 euro

16 novembre 2013

Sul lato sbagliato della strada - Amanda Mazzi

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I Contenuti

La Scozia, dalla natura abbagliante, verde e ricca,  è testimone della storia di Morgana. Non basta la sua professione di medico, non bastano gli amici c’è qualcosa nella sua vita che non va. Una voglia di scappare da un quotidiano assillante che la rende infelice, inappagata. Una vacanza in perfetta solitudine in una terra amata e da sempre nei suoi sogni può aiutarla a ritrovare un equilibrio e una serenità tanto desiderata.
Ma il suo quotidiano la vita di tutti i giorni la inseguono inaspettatamente fino all’estremo nord della Scozia.

La Recensione

Morgana, a causa della fine di una relazione importante, decide di prendersi una vacanza in uno sperduto paesino della Scozia. Qui trova il cottage dei suoi sogni, in senso letterale, e passi. Passi anche che sia a un prezzo stracciato e che sia libero ad libitum. Ma che ci sia pure il bidè, è pura fantascienza. Presto scopriamo che Old Willow così sperduto non è, visto che Morgana si imbatte in due giovani che non solo sono italiani, e per di più suoi compaesani, ma sono pure i due ragazzi per i quali ha un certo debole (Renato Zero e il suo triangolo furoreggiano). A questo punto tanto valeva restarsene a casa propria - anzi, forse sarebbe stato più movimentato, visto che tutto quello che succede tra gli sviluppi di questo in-tre-ccio amoroso è una sterile descrizione della Scozia, del tipo "sono andata, ho visto, ho mangiato, il termine inglese significa questo".
Morgana è medico, ma avrebbe potuto essere architetto o estetista, la sua professione non ci dice niente di lei, né viceversa ha una qualche influenza con la storia. È appassionata di lettura, ma non ci dice cosa sta leggendo. Le piace cucinare, e se anche lo fa discretamente mi sarei aspettata qualcosa di più almeno qui: Benedetta Parodi nei suoi ricettari sa essere più invitante e coinvolgente.
Andrea è un giocatore di rugby-falegname, bellissimo e perfetto, il classico uomo da sposare. Diego è invece un dongiovanni, d'altra parte fa il barista - anche se prima era arredatore d'interni, ma non ci è dato sapere il perché di questa svolta; dalla sua apparizione ci vogliono più di venti pagine perché finalmente ci venga spiegato chi sia. Morgana si trova combattuta tra l'uno e l'altro, entrambi attraenti a modo proprio, eppure per questa sua comprensibilissima indecisione (due uomini per cui nutre già una certa simpatia le si dichiarano nel giro di poco, troppa grazia, sant'Antonio!) si definisce "lupo cattivo" e si sente in colpa come se avesse commesso il peggiore dei tradimenti: queste esagerazioni negli affetti/effetti tornano più volte, eppure restano solo sulla carta, non riuscendo a essere davvero credibili. Cito, ad esempio, gli occhi pieni di lacrime dovuti alla partenza per la vacanza in questione, che essendo appunto una vacanza, seppure lunga, non spiega il perché di tale tragedia. O il "ringraziando il cielo, toccavo di nuovo terra" alla fine del viaggio aereo, che non risulta essere stato penoso né aver provocato chissà quali difficoltà alla protagonista. O, ancora, la sorpresa fatta dalla padrona di casa alla prima cena insieme, che viene vissuta come un tradimento.

L'assenza totale di discorsi diretti, nei primi capitoli del romanzo, rende l'atmosfera pesante e asfittica, come anche le infinite riflessioni del prologo, a rischio claustrofobia. Quando finalmente i dialoghi arrivano, sono di uno stucchevole tale da non risultare per nulla spontanei, conditi poi da punti esclamativi immotivati e, viceversa, spesso fastidiosamente mancanti di virgole dopo i vocativi.
Le descrizioni dei luoghi della Scozia sembrano prese da Wikipedia e in generale si coglie un atteggiamento da "maestrina" che risulta antipatico - io so che tu non sai, quindi ti spiego quello che sto dicendo. C'è modo e modo di rendere partecipe un lettore ignorante (= che non sa), ma in questo l'autrice è fin troppo condiscendente. E giusto per essere puntigliosa, accetto malvolentieri lezioni di inglese da chi non sa che i plurali stranieri non vanno declinati e che l'ormai sdoganato "Sale/saldi" non va comunque al plurale.
Qui mi collego a un tasto dolente, l'ortografia e la grammatica: ho perso il conto dei "te" usati come soggetto, preposizioni messe a caso, un "dopo essermi lasciata" decisamente colloquiale, svariati termini come morbidoso e sbrilluccicoso che stanno bene nel diario delle Winx, non in un romanzo di evasione per adulti.
I cliché si sprecano, a cominciare dall'erba soffice, passando poi per il barman dongiovanni e il già accennato triangolo.

In mezzo a tutto questo, spiccano alcune metafore azzeccate, descrizioni sentite, periodi profondi, che però o si confondono nelle sequenze infinite di azioni di cui la protagonista sente il bisogno di renderci partecipi, o si trovano nel posto e nel momento sbagliato, perdendo di efficacia o diventando noiose.

Questo romanzo non avrebbe dovuto essere pubblicato così com'è. È una questione di rispetto per i lettori, che spendono denaro e tempo per un prodotto non conforme, e anche per l'autrice, che nonostante la cura, la passione e la dedizione sicuramente impiegate viene penalizzata da un lavoro a metà. Manca decisamente una revisione degna di questo nome, per forma e contenuti: il buono c'è, ma si perde in una marea di imperfezioni.

Giudizio:
+1stella+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Sul lato sbagliato della strada
  • Autore: Amanda Mazzi
  • Editore: Erasmo
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788889530979
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13,00 Euro

24 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: La messaggera delle anime - Lois McMaster Bujold

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Pubblicato nel 2003, La messaggera delle anime ha vinto sia il premio Nebula che il premio Hugo quale miglior romanzo, primeggiando in quest'ultimo su Ilum. L'assedio e La rivolta di Dan Simmons, Singularity Sky di Charles Stross, Blind Lake di Robert Charles Wilson e Fuga dal pianeta degli umani di Robert J. Sawyer. Il libro è il secondo capitolo di una trilogia chiamata Il ciclo di Chalion, dal nome del regno dove sono ambientate le vicende: segue L'ombra della maledizione e precede L'incantesimo dello spirito. Il ciclo è ambientato in una terra che ricorda per i nomi dei personaggi e delle località la Spagna tardo medievale. La Bujold introduce nei romanzi una particolare religione basata su cinque dei (il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia e il Bastardo) che avrà un ruolo predominante nel ciclo, andando ad analizzare il rapporto che esiste tra libero arbitrio, destino e intervento divino.

Lois McMaster Bujold (Columbus, 2 novembre 1949) è una scrittrice statunitense di romanzi di fantascienza e fantasy. La sua opera più nota è il Ciclo dei Vor. Ha studiato letteratura inglese all'Università statale dell'Ohio.
Ebbe le prime esperienze come scrittrice in collaborazione con la sua migliore amica Lillian Stewart quando frequentavano la scuola superiore, poi per molti anni abbandonò l'attività riprendendo negli anni Ottanta, inizialmente per hobby, ma scoprendo in breve che solo un'attività come professionista poteva soddisfarla. I suoi tre primi romanzi - L'onore dei Vor, L'apprendista ammiraglio, La spia dei Dendarii, tutti facenti parte del Ciclo dei Vor - sono stati scritti rispettivamente nel 1983, 1984 e nel 1985, ma vennero pubblicati solo a partire dal 1986 dall'editore Baen Books. Inizio così la carriera di una fra le più significative e premiate scrittrici di fantascienza di questi anni: per restare in tema, ha vinto più volte il Premio Hugo, nel 1991, 1992, 1995 e 2004.

La storia prende il via poco tempo dopo la conclusione del precedente capitolo. Protagonista della vicenda è la Royina Vedova Ista finalmente libera dalla maledizione che attanagliava la sua famiglia ma ancora afflitta dal ricordo dei terribili avvenimenti che hanno sconvolto la sua vita. Per sottrarsi al dolore e alle costanti attenzioni che le sono dedicate come Royina e come convalescente dalla lunga malattia, Ista decide di intraprendere, in incognito, un pellegrinaggio in compagnia di un Divino (appartenente all'ordine religioso) del Bastardo e di pochi fidati compagni. Per la prima volta da molti anni animata da nuovi pensieri e desideri, si lancerà in un viaggio che la porterà a fare i conti con il proprio passato e i propri rimorsi: seguendo terribili visioni riguardanti un castello sconosciuto e un uomo morente una serie di terribili circostanze la porterà a incontrare Arhys dy Lutez, figlio di quel Lord dy Lutez che lei ha contribuito ad uccidere.

La Recensione


La mia iniziale difficoltà nell'approcciarmi a questo romanzo è legata al non aver letto il primo episodio, come preferisco fare in caso di romanzi seriali. La McMaster Bujold appartiene alla schiera di autori che non amano riprendere dettagli dei romanzi precedenti, ma preferiscono proseguire la narrazione senza soluzione di continuità. Devo però riconoscerle il grande merito di saper trasmettere anche al lettore ignaro delle vicende precedenti l'atmosfera e le tensioni create nel primo romanzo.
Il romanzo prende il via nei momenti successivi al funerale della madre della Royina vedova Ista, che troviamo sulla torre di guardia a scrutare la carovana del fratello prendere la strada verso la Baocia. Subito si comprende che, nonostante la sua carica, la Royina è prigioniera in casa propria, segregata tra quelle quattro mura, che immagino lugubri e un po' muffite, e costretta in un cerimoniale rigido quanto stantio. Ma c'è di più, un passato che poco a poco emerge nella sua tragicità: Ista è stata creduta "malata", ossia pazza, per anni e seppure ormai libera dalla maledizione che l'aveva ridotta in quello stato, tutti ancora la trattano con sospetto, come se fosse sull'orlo di una nuova crisi.
L'incontro con una comitiva di pellegrini fa prendere a Ista la decisione di compiere anche lei un pellegrinaggio lungo i luoghi santi della regione: ma quanto dipende dalla sua volontà e quanto invece sia opera degli Dei sarà chiaro solo più avanti. Fatto sta che la Royina parte, finalmente, accompagnata da una damigella che, prima di quel momento, lavorava come corriere, un Divino un po' bizzarro e due giovani nobili che comandano la scorta armata al suo seguito. Il Divino capisce fin da subito che Ista ha delle doti speciali, che lei stessa rinnega e maledice.
Il pellegrinaggio sembra arrivato ormai a compimento quando una disavventura porta Ista e parte del suo seguito a Porifors, dove accadono fatti strani e inspiegabili.
I cinque Dei che governano il mondo sono decisamente invadenti e, a sentire Ista, inopportuni; è uno di loro a guidare la Royina fino Porifors e a ridarle quel dono che lei non vorrebbe mai le fosse toccato.
Raramente mi sono imbattuta in una protagonista così scostante e irritante: non nego che Ista ha i suoi buoni motivi di lamentarsi, ma è il suo atteggiamento da vittima sacrificale un po' piagnona e con la puzza sotto il naso che mi ha dato particolare fastidio. Solo alla fine, quando pare accettare la sua sorte e prende il timone della metaforica nave sgangherata che le è toccata, la sua personalità tosta emerge e si riguadagna un po' di simpatia.
Per fortuna c'è Liss, la ragazza-corriere-dama di compagnia, che, decisamente estranea a un ambiente di rigide etichette porta una boccata di aria fresca. Il Divino di divide con lei la palma del personaggio più originale, un po' sgangherato ma sicuramente di polso. Ciascuno degli altri comprimari meriterebbe un commento positivo, ma finirei per dilungarmi troppo: tutti sono comunque ben caratterizzati, ognuno forte delle proprie peculiarità che, nonostante i nomi che ho trovato di difficile memorizzazione, si fanno riconoscere e soprattutto ricordare anche a romanzo chiuso.
Molto lento e un po' noioso nella prima parte, nella seconda la storia prende un ritmo serrato e non manca di sorprendere. Se Ista fosse riuscita a guadagnarsi la mia simpatia, probabilmente avrei dato un giudizio più alto.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: La messaggera delle anime
  • Titolo originale: Paladin of Souls
  • Autore: Lois McMaster Bujold
  • Traduttore: Rossana Terrone
  • Editore: Tea
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Teadue
  • ISBN-13: 9788850213436
  • Pagine: 450
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.50 Euro

09 ottobre 2013

La terra delle caverne dipinte - Jean Auel

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I Contenuti

Dopo aver conosciuto Giondalar durante il suo lungo viaggio, Ayla è diventata madre della vivace Gionayla e parte integrante della Nona Caverna degli Zelandoni, il popolo a cui appartiene il suo compagno. Le sue strabilianti capacità nel comandare i cavalli e il fedele Lupo, oltre che nell'utilizzare le erbe medicinali, le hanno addirittura guadagnato il ruolo di accolita della sciamana di più alto rango in seno alla comunità. Ma il cammino iniziatico di Ayla verso la "chiamata" comporta tutta una serie di faticose rinunce, finendo per attirare il risentimento di alcuni elementi del gruppo, che non vedono di buon occhio l'affermazione sociale di quella che rimane pur sempre una forestiera. Mentre la vita scorre scandita da esplorazioni di grotte affrescate, battute di caccia, riti sacri e rappresentazioni, attraverso lo sguardo acuto di Ayla partecipiamo dello stupore di un'umanità ancora giovane di fronte ai fenomeni naturali, e dei suoi tentativi di padroneggiare sentimenti e situazioni sociali al cui cospetto è ancora per certi versi impreparata. E quando il suo percorso di apprendistato la porterà a mettere in gioco proprio ciò che ha di più caro, Ayla riceverà dalla Grande Madre Terra un dono di conoscenza in grado di modificare profondamente il futuro della sua gente e dell'intero genere umano. Un dono che per lei comporterà un prezzo da pagare.


La Recensione

Con questo romanzo si conclude il ciclo dei "Figli della Terra": aggiungerei 'finalmente', visto che dal primo "Ayla figlia della Terra" sono trascorsi ben 30 anni. Opera mastodontica, sicuramente curata e affascinante, ma ne valeva davvero la pena? Io sono stata relativamente fortunata a scoprire la saga una decina di anni fa, ma penso a chi l'ha conosciuta fin da subito, magari adolescente, e si ritrova a concludere il racconto ormai alle soglie della mezza età. Per non parlare dell'autrice, costretta a restare fedele a un progetto infinito e molto impegnativo: già nel precedente "Focolari di pietra" si notava una certa stanchezza, che in questo è decisamente evidente.
Per fortuna la Auel ama riprendere per cenni episodi salienti dei romanzi passati, altrimenti numerosi passaggi rimarrebbero oscuri. Certo è che tra il rinfrescare la memoria e la ripetizione a disco rotto c'è una bella differenza e l'autrice purtroppo predilige la seconda: l'episodio di Giondalar adolescente che rompe i denti a Ladroman è ripetuto almeno quattro volte, l'accento particolare di Ayla ci viene ricordato ogni volta che apre bocca, la storia di Lupo cucciolo torna quasi ogni volta che l'animale viene menzionato. Anche gli schemi si ripetono, i soliti che non sopportano Ayla, le sue doti straordinarie sempre in evidenza, le persone che la adorano incondizionatamente, per non parlare poi del suo litigio con Giondalar, pressoché identico a quello già visto in "Gli eletti di Mut". Pure le descrizioni tanto accurate di flora e fauna stancano, non trovando grandi novità rispetto ai romanzi precedenti.
Viene giustamente da chiedersi se la Auel venga pagata a numero di pagine: le descrizioni delle caverne dipinte sono numerose e tutte uguali tra loro e il Canto della Madre viene trascritto parola per parola diverse volte (cui seguono sempre le stesse identiche reazioni di Ayla). Tanta carta e tante parole sprecate, visto che quello che risulterebbe più importante viene trascurato. Ayla è la protagonista incontrastata, ma ricade nel cliché; Giondalar, quell'uomo sensibile, combattuto, passionale e super-affascinante è diventato un fantoccio nemmeno così piacente; Gionayla è semplicemente nominata qua e là, giusto perché non ci dimentichiamo di lei; gli altri personaggi restano sullo sfondo, agendo quando serve come scontati deus ex machina.
Tutto sommato direi che gli ultimi due romanzi della serie, e soprattutto questo ultimo lavoro, sono inutili: si fosse fermata a "Le terre del passaggio" sarebbe stato perfetto, seppure già questo un po' ridondante. Vogliamo riconoscere qualche merito a "La terra delle caverne dipinte"? Dopo cinque romanzi di amplessi sublimi che hanno meritato alla saga il titolo di "epopea del sesso tra i cavernicoli" (cit. Stephen King, "Mucchio d'ossa"), almeno qui ci viene risparmiata l'intimità dei protagonisti, se non per un paio di volte giusto per non dimenticarci quale abile amante sia Giondalar e che regina delle pellicce sia Ayla. Mi aspettavo che questo romanzo non fosse all'altezza dei precedenti, ma mai avrei pensato così tanto: una delusione.

Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: La terra delle caverne dipinte
  • Titolo originale: The Land of Painted Caves
  • Autore: Jean Auel
  • Traduttore: Silvia Gramaglia et al.
  • Editore: TEA
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Teadue
  • ISBN-13: 9788830432123
  • Pagine: 772
  • Formato - Prezzo: 10.00 Euro

13 settembre 2013

L'erba del Diavolo - Fabrizio Fondi

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I Contenuti

La sonnolenta estate di Grosseto viene macchiata da una scia di sangue senza fine: messe nere, sequestri, vendette ed esecuzioni si susseguono lasciandosi dietro solo terrore. Il ritorno alle origini di Matteo Rovere, ispettore reduce da 15 anni di servizio a Milano, si snoda tra le strade, le campagne e i boschi della provincia maremmana, alla ricerca di chi è arrivato in quei luoghi a seminare la morte. O di chi, forse, da quei luoghi non se n’è mai andato. Con uno stile incalzante e travolgente Fabrizio Fondi ci guida tra dannazioni terrene e promesse infernali, alla scoperta dell’inquietante Messo di Lucifero e del seducente Mago Edson. Perché Rovere è convinto che l’ambizione, la fame di successo, la sete di potere possano essere molto più pericolose del diavolo.

La Recensione

Può un romanzo piacere troppo? Se così fosse, sarebbe il caso di "I giorni dello scirocco", che mi ha catturata, sorpresa, inquietata fino al midollo. Ero quindi titubante ad affrontare quest'altra opera di Fabrizio Fondi, sia nel timore che non reggesse il paragone con la prima, sia per la sincera preoccupazione che le atmosfere fossero ancora più cupe, come il titolo farebbe presagire, e quindi per me troppo impressionanti (lo confesso, ho il terrore del soprannaturale). Lo dico subito e chiaramente, "L'erba del Diavolo" non mi è entrato nelle ossa come il suo predecessore e se anche il giudizio complessivo è alla pari, non lo ricorderò con grande calore. Certo, il genere è decisamente diverso, qui il Male è più tangibile e violento e l'azione si concentra in pochi giorni anziché nell'arco di decenni: per questo non vado oltre con il confronto e mi limito al romanzo in oggetto, com'è giusto che sia.
A ciascuno di noi sarà capitato, almeno una volta, di imbattersi in un programma di cartomanzia - come non ricordare la nota venditrice italiana e il suo mago brasiliano? - e così è capitato anche all'autore, che ne ha tratto lo spunto per questa storia.
Tre sono le figure attorno alle quali ruota il romanzo: si comincia con il mago Edson, cartomante e occultista che trasmette da una televisione locale di Grosseto una striscia settimanale che riscuote sempre più consensi. Il suo fascino magnetico sembra essere il motivo principale del suo successo, ma in realtà è la sua volontà di ferro e la sua spietatezza che lo portano ovunque voglia andare. Uomo senza scrupoli, non guarda in faccia a nessuno pur di raggiungere i suoi obiettivi.
Il secondo è l'ispettore Matteo Rovere, che ha finalmente ottenuto il trasferimento da Milano nella sua città natale...con 15 anni di ritardo; ormai i motivi che lo avevano spinto a chiederlo non sussistono più, anzi, ne avrebbe fin troppi per voler restare nel capoluogo lombardo. I genitori sono mancati da tempo e gli amici non sono più tali; i colleghi sono degli sconosciuti, anche se non si può dire che lui sia la persona più socievole del mondo. Sarà lui a condurre le indagini sulle tragiche morti che insanguinano la provincia toscana e a trovare il bandolo di una matassa che è più intricata di quanto sembri.
Infine, il Messo, capo di una setta di adoratori di Lucifero dediti a orge e sacrifici umani: ha dalla sua un grande carisma e altrettanto grandi ambizioni. Forse è il meno definito dei tre, quello con i contorni più incerti e una personalità poco chiara, ma è un falso difetto, poiché proprio questo contribuisce a renderlo ancora più inquietante.
Le strade dei tre si incroceranno in modo non troppo ovvio: Rovere, seguendo indizi  e intuito, si metterà sulle tracce del Messo, che a sua volta pianifica di togliersi l'ispettore dai piedi; Edson, tutto preso dai suoi piani verso il successo, si ritroverà a fare i conti con Rovere, che l'ha scelto come informatore speciale.

Rovere si avvicina molto, forse troppo, allo stereotipo del poliziotto, single forzato, scontroso per non dire scorbutico, temuto più per fama che per fatti concreti, impacciato quanto basta in una realtà a lui sconosciuta ma comunque efficiente e determinato nel suo lavoro. Resta comunque un personaggio riuscito che sa riscuotere le simpatie del lettore. Al contrario di Edson, che riesce fin da subito antipatico - ma non meno efficace e credibile.
I personaggi secondari sono un punto debole del romanzo, chiamati per nome più che come presenza concreta, solo un paio riescono a ritagliarsi un po' più di spazio e di originalità; soprattutto Leone, il mio preferito tra questi, manca di uno spessore che si intuisce ma che non viene sfruttato appieno.
Di satanismo e messe nere c'è meno di quanto mi sarei aspettata, il sangue lo si intuisce più che vederlo veramente e la Morte arriva rapida che quasi si fatica a riconoscerla: Fondi è uno scrittore illusionista, che dice cosa vuol mostrarci e ce lo fa immaginare con la sola fantasia. È facile lasciarsi andare allo splatter, meno lo è bilanciare nel modo corretto il vedo/non vedo, ma l'autore ci riesce benissimo.
Ho un solo dubbio: l'ispettore viene roso da un tarlo, che si incontra per la prima volta a pag. 159 come se fosse già stato presentato, cosa che invece avviene a pag. 182. Mi sono persa io o c'è stato un rimaneggiamento dei capitoli che ha provocato questo dissesto temporale?
Thriller comunque ben congegnato e godibilissimo, con ritmo incalzante e qualche pausa ad hoc, giusto per riprendere fiato. Di Grosseto c'è poco, almeno per chi non c'è mai stato, ma la torrida aria estiva c'è tutta: atmosfere cupe fin dall'inizio, alla conclusione si arriva alle tenebre, e non c'è Speranza che le rischiari.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: L'erba del Diavolo
  • Autore: Fabrizio Fondi
  • Editore: Mondoscrittura
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Magia Nera 
  • ISBN-13: I9788897960027
  • Pagine: 286
  • Formato - Prezzo: Euro 12,00 edizione cartacea – Euro 1,99 edizione digitale

10 settembre 2013

La collezionista di ricette segrete - Allegra Goodman

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I Contenuti

Emily e Jessamine Bach sono due sorelle molto diverse tra loro. Emily ha ventotto anni ed è già a capo di un'azienda informatica, mentre Jess, fresca di laurea in filosofia, è una grande sognatrice e lavora part-time in una piccola libreria indipendente. Razionale e ambiziosa luna, romantica e ingenua l'altra, Emily e Jess sono molto diverse anche in amore: Emily ha un fidanzato in carriera e Jess si perde tra mille storie inconcludenti, sotto gli occhi gelosi del suo capo George. Sarà proprio lui, con l'aiuto di un'antichissima collezione di libri di ricette, a guidarla passo dopo passo, ingrediente dopo ingrediente, alla scoperta del vero amore. Ma anche per la solida Emily il destino ha in serbo sorprese e rivelazioni che potrebbero cambiarle per sempre la vita.

La Recensione

Il titolo e la copertina sembrano promettere la classica storia: una giovane donna in carriera affronta una crisi nel lavoro/in amore, quando il caso irrompe nella sua vita sotto forma di eredità/vecchio libro/incombenza e le cambierà la vita, con un nuovo lavoro e un nuovo amore. Se è quello che state cercando, non leggete questo romanzo: non c'è un libro di ricette segrete che guida la protagonista alla scoperta di sé, non ci sono nemmeno le ricette che tanto tirano, ma c'è altro, anzi, molto altro.
La storia prende piede nel 1999, nel pieno boom delle dot-com, quando giovani nerd ambiziosi quanto geniali si trovano ricchi sfondati da un giorno all'altro grazie alla fiducia del mercato azionario. Internet è ancora una terra promessa di opportunità e la creatività dei programmatori non conosce briglie né limiti.
Alla vigilia della quotazione in borsa della sua società, Emily convince la sorella Jess ad acquistare delle azioni a un prezzo agevolato per i familiari dei soci: Jess studia filosofia, è vegana e ambientalista e non ha un soldo in tasca, pur godendo di una borsa di studio e lavorando part-time in un negozio di libri antichi. "Niente succede per caso", questo sembra essere il leit motiv del romanzo: la ricerca di un prestito per l'acquisto delle azioni è solo il primo dei tanti fatti apparentemente insignificanti che si legano l'un l'altro in modi inaspettati. Le sorelle Bach sono presentate come le protagoniste del romanzo, ma ricoprono un ruolo infinitesimamente più di spicco rispetto a quello degli altri personaggi, che non hanno niente da invidiare. A cominciare da George, scorbutico proprietario della libreria dove lavora Jess, disilluso dalla vita e chiuso in sé (e nella sua splendida villa). Oppure Jonathan, fidanzato di Emily, ambizioso informatico senza troppi scrupoli; Orion, suo amico e collega, programmatore geniale ma ancora inesperto della vita; Sandra, sospettosa cliente di George che nasconde, lei sì, un bel segreto.
In quarta di copertina si paragona l'autrice alla Austen: potrebbe sembrare azzardato, ma in fondo la Goodman restituisce con freschezza e profondità un ritratto sincero e talvolta duro di quelli che sono stati gli anni a cavallo del millennio, con tutte le loro speranze e i loro dolori. Il suo sguardo diretto e impietoso ricorda quello dell'autrice inglese, come anche la sua analisi delle relazioni e dei sentimenti.
Decisamente fuori contesto nel mezzo degli innumerevoli romanzi sulla "Cosità segreta delle cose", avrebbe meritato un titolo più degno del contenuto; l'originale "The cookbook collector" mi piace già di più, nella sua mancanza di precisione sul genere del collezionista in questione: peccato che, tradotto in italiano, il gioco non possa funzionare altrettanto bene.
I commenti che ho pescato in rete sono per lo più di lettrici deluse e (giustamente, dico io) arrabbiate: qualcuno parla di flop, ma a mio parere non lo è del romanzo in sé quanto del modo in cui viene proposto, che non potrà che creare scontento. Peccato davvero, perché il microcosmo creato dalla Goodman avrebbe meritato di meglio.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: La collezionista di ricette segrete
  • Titolo originale: The cookbook collector
  • Autore: Allegra Goodman
  • Traduttore: C. De Caro
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Anagramma
  • ISBN-13: 978-8854136946
  • Pagine: 478
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 9,90 Euro

26 agosto 2013

Ali di tenebra - Mauro Saracino

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I Contenuti

Angeli e demoni combattono da millenni anche sul nostro piano esistenziale e gli esseri umani svolgono per loro la funzione di pedine preziose. Non possono però essere manipolati direttamente, poiché protetti dal divino libero arbitrio. In questo scenario si muove Mayra, una delle poche persone a conoscenza del segreto a causa di un terribile presagio avuto da adolescente. È una ragazza sola, caparbia e cinica, votata alla caccia di quelle che vengono chiamate “ali bianche”. Al contempo si muove tra le pagine di questa storia Alessio, all’oscuro di tutto e alle prese con la sua drammatica situazione familiare. Il ragazzo, del tutto impreparato a conoscere la realtà, non sa di reggere in mano la bilancia della guerra in atto.

La Recensione

Dopo Il gioco della mantide torno a leggere Mauro Saracino, con curiosità per un lavoro che prende una strada diversa rispetto al precedente: noir il primo, fantasy-horror questo Ali di tenebra.
In una Roma contemporanea si aggira Mayra, misteriosa killer di creature soprannaturali al soldo di altrettanto misteriosi datori di lavoro. Suo amico e consigliere è padre Hintz, parroco di un'anonima chiesa romana, che nasconde un passato oscuro.
Parallelamente conosciamo Alessio, alcolizzato e depresso dopo la prematura scomparsa della fidanzata: per salvare il fratello Stefano da un grosso guaio in cui si è cacciato si mette lui stesso in grave pericolo.
Le strade di Mayra e Alessio finiranno per incrociarsi, più tardi e meno intensamente di quanto ci si aspetterebbe, nel bel mezzo di uno scontro tra angeli e demoni (no, niente Dan Brown).

Come già avevo notato nel romanzo precedente, anche in questo caso il testo presenta talvolta frasi contorte e diversi refusi ed errori: sviste che perdoniamo volentieri si affiancano al terribile quanto ahimè sdoganato uso di gli al posto di a lei, o all'abusato quest'ultimo quando l'oggetto in questione è il solo presente. Questi nei non vanno comunque a disturbare eccessivamente la lettura, anche perché in fondo si contano sulle dita di una mano.
La scrittura agile e fresca scorre che è un piacere e insieme alla trama ben costruita tiene il lettore incollato al romanzo. Il gioco dei punti di vista Mayra/Alessio è ben equilibrato, tenendo in sospeso quando serve o prolungando il racconto per evitare inutili suspense.
Fino a poche pagine dalla fine ne ero entusiasta, tanto da trovarmi a leggere in ogni ritaglio di tempo disponibile (e per cena, pizza!) e a fare le ore piccole pur di scoprire come sarebbe finita. Ahimè, devo ammettere che sarebbe stato meglio non rinunciare al sonno per un epilogo simile, che peccato!
Il "collega" austriaco di padre Hintz compare giusto per fare un po' di scena, per poi sparire e ricomparire en passant. Padre Hintz stesso, come anche Alice, promette grandi cose ma lascia a bocca asciutta: è vero che il romanzo riprende personaggi già incontrati nel precedente "La casa del demone", ma non trattandosi di un vero e proprio seguito un approfondimento in più avrebbe giovato.
La lotta tra angeli e demoni è data per scontata, anche se nella versione di Saracino i moventi e le modalità sembrano discostarsi dalla tradizione più nota e quindi alcuni passaggi restano incomprensibili e fumosi. Lo scontro finale tra le due fazioni, poi, si risolve in uno stallo, con tanto sangue ma poco senso. Quello che arriviamo a conoscere come ago della bilancia della vicenda, senza che ci venga spiegato perché sia proprio lui tra i milioni di abitanti di Roma (o i miliardi nel mondo intero, se fosse per quello: Roma caput mundi va bene, possiamo anche metterci dentro il Papa e il Vaticano a rigor di logica, ma in concreto non ci vengono forniti elementi per chiarire il perché della scelta). Questo stallo lascia il lettore senza risposte concrete (va bene lasciare parte del gioco all'intuito, ma qui si esagera!), tanto più che di un paio di personaggi chiave non si sa più niente e argomenti accennati come promesse di futuri approfondimenti cadono nel vuoto.
Da un lato sono tentata di leggere "La casa del demone", nella speranza di dare una risposta ai miei dubbi, dall'altro ho il sospetto che non servirebbe a molto: sicuramente non mancherò di integrare la mia recensione se e quando lo leggerò. Nel frattempo mi limito a considerare questo "Ali di tenebra" di per sé: gran bella prova fino a un passo dall'epilogo, che purtroppo non convince né soddisfa.
Tre stelle meno meno, come al liceo.


Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Ali di tenebra
  • Autore: Mauro Saracino
  • Editore: Plesio Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Aurendor
  • ISBN-13: 9788890646225
  • Pagine: 290
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

09 luglio 2013

Nati per leggere

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Immagino che i frequentatori della Stamberga siano appassionati lettori, quando anche autentici divoratori di libri: in quanto tale, spesso mi sono chiesta in che modo avrei potuto contagiare i miei figli con l'amore per la lettura.
Devo dare ragione a Daniel Pennac, che sostiene che "leggere" è un verbo che non ammette l'imperativo, tanto quanto "amare" o "odiare": puoi anche legare qualcuno alla sedia come Alfieri, ma non potrai mai costringerlo a leggere e soprattutto a farlo, prima o poi, con passione.
"Nati per leggere" promuove la lettura ad alta voce per i bambini dai sei mesi ai sei anni: "la stimolazione e il senso di protezione che genera nel bambino il sentirsi accanto un adulto che legge e racconta storie già dal primo anno di vita(...) è impareggiabile. Il beneficio che il bambino trae dalla lettura a voce alta, operata in famiglia in età prescolare, è documentato da molti studi. Il precoce e quotidiano contatto con i libri e la lettura mediati da mamma e papà favorisce il futuro successo scolastico dei bambini".
Il bambino, seduto tra le braccia di una persona amata, si sente sicuro e protetto, nonché al centro dell'attenzione: il momento della lettura diventa così un piacere, una coccola che il bambino prima accetta volentieri e che, poi, sarà lui stesso a richiedere. E sarà per ricreare e ritrovare questa atmosfera di tenerezza e piacere che, da grande, prenderà in mano lui stesso un libro.
Certo, leggere per un pupetto di sei mesi non è cosa da poco. Innanzitutto la soglia dell'attenzione a questa età è molto bassa, quindi i primi tentativi potrebbero essere frustranti. L'immagine del logo, con questo abbraccio tenero mamma-bebè, e il pupo tutto attento al libro sarà replicabile solo per alcuni...secondi, almeno nei primi tempi: poi sarà tutto un divincolarsi e un cercare altri svaghi. Starà al genitore inventarsi nuovi modi di attirare l'attenzione del figlio, trasformandosi in attore e leggendo con grande enfasi. Esistono librini di soli "ehh!", "ahh!", "oooohhh!!", che a noi adulti paiono assurdi, mentre per un bimbo di pochi mesi sono interessantissimi, se intonati come si deve.

Siccome non tutti nasciamo attori, le biblioteche organizzano letture animate per i più piccoli, grazie a volontari e veri attori che si prestano al gioco: mi assicurano che assistere a questi incontri è divertente anche per gli adulti.
E la biblioteca si propone anche come luogo accogliente per i bambini, dove leggere è un piacere e un gioco, grazie a spazi arredati appositamente per i piccoli lettori, con cuscinoni, tappeti di gomma, poster colorati. Spesso i libri si trovano in scatole colorate insieme a pupazzi di peluche e altri giochi.
Qui un genitore potrà trovare ispirazione per le letture dei propri figli: "Nati per leggere" propone un catalogo di letture adatte ad ogni età, che sicuramente i bibliotecari conoscono e possono consigliare.
Come primo approccio, si consigliano rime, filastrocche e ninne nanne, perché ritmo e ripetizione aiutano la memoria e producono piacevoli effetti sonori, da accompagnare anche con movimenti del corpo.
Ci sono libri proposti per le fasi critiche dello sviluppo del bambino: le prime pappe, la nanna e l'uso del vasino (i libri sulla cacca sono gettonatissimi!). E storie che vengono in aiuto nei momenti di crisi, come i capricci o i comportamenti che a un adulto possono sembrare inspiegabili: ecco che il libro diventa una coccola, un'occasione per "stemperare in un sorriso tensioni e malumori", un gioco per far tornare il sorriso a genitori e figli.
E quando il bimbo diventa più grande, insieme a lui crescono anche i libri, con storie più complesse, approfondimenti sulla natura e la vita di tutti i giorni, argomenti che stimolino la sua curiosità.
Importante, per il genitore, è non scoraggiarsi di fronte ai primi insuccessi; procurare al pupo libri che possano essere maltrattati, meglio se robusti, o di stoffa o plastica: i bambini mettono in bocca tutto e non hanno ancora la buona grazia necessaria a maneggiare un libro prezioso; non imporre mai la lettura e, viceversa, mai rifiutarsi di rileggere la stessa storia, anche se fosse la millesima volta (e guai a cambiare una parola!).

I tecnicismi li lascio al sito dell'iniziativa e agli incontri che la promuovono - consiglio di partecipare, ne vale la pena. Certo, dopo aver appreso che è nei primi mesi di vita che le connessioni neuronali hanno il maggiore sviluppo e che affinché ciò avvenga è necessario stimolare il più possibile il bambino, anche il genitore modello entra in crisi, roso da dubbi e assillato dall'insicurezza "lo stimolerò abbastanza, questo pupo?". E una volta a casa, ecco il genitore preparare la stanza dei giochi con pianoforte e batteria, per stimolare movimento e udito; oggetti di tutti i materiali e le consistenze, per il senso del tatto; percorsi-vita che metterebbero alla prova anche un atleta olimpico.
No, signori, non serve leggere "Guerra e pace" in versione ridotta per sei-mesenni: l'obiettivo non è creare dei piccoli geni. Come ben dice il pediatra spagnolo Carlos Gonzales, "quello che i genitori danno al figlio quando giocano con lui non sono conoscenze o tecniche di studio, ma la meravigliosa sensazione di sentirsi amato [...]". (Da "Bésame mucho", 2008)
L'importante è fare le cose con amore e per amore. Lettura compresa.

Bibliografia essenziale:
  • Nati per leggere - Una guida per genitori e futuri lettori, a cura di Nives Benati, 2008
  • Me lo leggi?, Giorgia Cozza, 2012
  • Come un romanzo, Daniel Pennac, 1993
  • Libri e lettura da 0 a 6 anni, Rita Valentino Merletti, 2001
Articolo di Pythia

02 luglio 2013

Per ironia della morte - Claudio Vergnani

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I Contenuti

Inizio del nuovo millennio. Il protagonista - Vergy - entrato in possesso di una chiavetta Usb dal misterioso contenuto, si accorda per la sua restituzione dietro adeguato compenso. Ma quello che dovrebbe essere un tranquillo soggiorno veneziano in attesa dell'appuntamento, si trasforma in una guerra per la sopravvivenza, una fuga da mostri e nemici che non hanno nulla a che fare con le forze sovrannaturali che il nostro protagonista ha dovuto affrontare nei romanzi "Il 18° vampiro", "Il 36° giusto" e "L'ora più buia".

La Recensione

Ho scelto di leggere "Per ironia della morte" principalmente per la sua ambientazione in terracqua veneziana, curiosa di vedere una città che amo particolarmente attraverso occhi estranei: in questo non sono stata delusa, anzi, direi quasi piacevolmente sorpresa di trovarmi alle prese con un autore che Venezia sembra conoscerla talmente bene da permettere al lettore che ne sia pratico di orientarsi nei percorsi descritti.
Altro punto a favore del romanzo sono le metafore particolari e dirette - talvolta anche troppo dirette, e poi mi spiegherò meglio - che fanno riferimento anche a fatti e personaggi italianissimi e che talvolta strappano un sorriso: come quella riguardante l'intero cast di "Non è la Rai", che forse i lettori più giovani potrebbero non cogliere. Da lettrice di - ahimè troppo spesso - autori stranieri tradotti, non posso che apprezzare questa freschezza tipica della nostra lingua.
Passo purtroppo ai "ni", primo tra tutti il protagonista, che già dal nome ho vissuto come un sasso nella scarpa: tale Vergy, ex militare in Africa con serie turbe psichiche e una passione sfrenata per turpiloquio e prese in giro pesanti, nonché facile alle mani (e ai piedi e a tutto il resto che possa arrecare offesa fisica). Personaggio insolito davvero, o lo si ama o lo si odia. Sicuramente si pregherà di non incontrarlo mai, sia per la sua educazione da basso fondo, sia per la sua schiettezza esagerata al negativo, sia per la sua irascibilità imprevedibile. Parla come uno scaricatore di porto eppure è capace di citare Borges o esigere concinnitas, il che rende molto curiosi di leggere il suo curriculum - ma non chiedeteglielo, per carità, o farà correre il vostro derrière a suon di pedate, se va bene. Ho trovato difficile farmelo simpatico per la sua mania a cacciarsi nei guai, infilati uno dietro l'altro come una collana di perle: neanche a metà romanzo già non ne potevo più.
Altrettanto poco convincenti sono Dongo e i suoi tirapiedi: il primo millanta di avere nobili ascendenze e di contare parecchio a Venezia e non solo, borioso e pieno di sé; Anteo e Viola invece sembrano usciti entrambi da un fumetto, caratteristici quanto inconsistenti. Quello che Dongo fa e organizza non ha motivo plausibile, non viene spiegato né a parole né dai fatti, lasciando così dei fili pendenti poco piacevoli.
Già ho accennato al linguaggio non proprio rose e fiori di Vergy, che poi è come dire quello del romanzo intero, dato che per la maggior parte è narrato dal punto di vista del protagonista: il paradiso del turpiloquio, il porto franco delle sconcezze, l'oasi della bestemmia (solo accennata, mai scritta, tengo a precisare). Non mi scandalizzo per poco e certamente non lo sono per questo romanzo, ma un certo fastidio l'ho provato. Buona la prima, interessante la seconda, ma ripeti e ripeti il gioco stanca. De gustibus: un Vergy che parla come un'educanda non sarebbe stato possibile, quindi a questo proposito siamo proprio nella sfera del personale.
E dunque i "no": non mi è piaciuta la trama, ininterrotta sequela di episodi violenti tenuti insieme unicamente dal protagonista e che potrebbero riassumersi in "epopea della sfiga (cercata)". Vergy sembra essere capace solamente di cacciarsi nei guai, non riesce proprio ad evitarlo, e puntualmente coinvolge chi gli sta vicino in una rissa a base di sangue e ossa rotte. Le volte in cui non è lui la causa scatenante della violenza si contano sulle dita di una mano e anche per questo dopo un po' il gioco mi ha stancato. Manca un fulcro che dia ragione agli avvenimenti: una volta c'è una missione da compiere, un'altra una vendetta, un'altra ancora un patto da rispettare, ma nessun episodio dà ragione agli altri di essere. Solo Dongo parrebbe pretendere di fare da polo magnetico, ma anche lui irrompe nella trama per puro caso e la sua presenza prosegue per puro capriccio. Quando finalmente pare essere arrivata la resa dei conti, ci si accorge che mancano ancora venti pagine prima della fine: così è un po' tutto il romanzo, tirato per le lunghe in modo stucchevole e ridondante. A un certo punto mi sono trovata a fare il tifo per gli avversari di Vergy.
Il mio giudizio non è del tutto positivo: il linguaggio scorrevole e diretto che mette ironia in ogni situazione viene appesantito dalla sequela di risse e violenze che tirerebbero a cimento anche la pazienza di Giobbe. Quello che ha le potenzialità di un romanzo di azione vivace e sicuramente non convenzionale diventa un'impresa.

Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Per ironia della morte
  • Autore: Claudio Vergnani
  • Editore: Nero Press
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Intrighi
  • ISBN-13: 9788890725906
  • Pagine: 362
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

11 dicembre 2012

La sposa di Tutankhamon - Claudia Musio

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I Contenuti

Akhetaton, la città che il faraone eretico ha costruito nel deserto, avvolge ogni cosa nella sua placida tranquillità. E mentre il paese precipita lentamente nella guerra e nei disordini, i partigiani del nuovo dio Aton si contrappongono ai sacerdoti della vecchia religione. Nessuno però sembra rendersi conto di ciò che accade. Neanche Ankhesenaton, la giovane figlia del faraone, divenuta sposa reale, che assiste allo sgretolamento del sogno di suo padre, alle insidie che si annidano a corte, alle lotte di potere. Trascinata, suo malgrado, all'interno della mischia, Ankhsenaton, divenuta moglie del giovane Tutankhamon, percepisce tutta l'impotenza della sua posizione e di coloro che un tempo considerava amici e parenti. Morto il faraone, diverrà con il suo giovane marito, l'ago della bilancia di una contesa senza quartiere, il cui premio sarà l'Egitto.

La Recensione di Pythia

"La sposa di Tutankhamon" è ambientato in uno dei periodi della storia dell'Antico Egitto più affascinanti ma anche meno conosciuti e più fraintesi. Il re Amenofi IV-Akenaton è noto come colui che introdusse la rovoluzione monoteista, una sorta di dittatore che sconvolse non solo la religione ma anche la politica del suo tempo, provocando scontento in tutta la popolazione. In realtà le cose andarono diversamente, chi risentì di questo cambiamento furono per lo più i sacerdoti di Amon che si videro privati dei loro privilegi. La versione che ci presenta Musio si avvicina alla versione del "dittatore", anche se comunque lo fa con garbo e senza nessun intento di critica, anzi.
L'autrice ci offre un acquerello di quel particolare periodo storico: proprio come in un acquerello si distingue un'immagine nel suo insieme, ma con meno precisione di leggono i dettagli, allo stesso modo il romanzo tratteggia un Egitto vivo e concreto, che non viene appesantito dalle minuzie cui ci aveva abituati Christian Jacq anni orsono. Ne esce un ritratto piacevole e fresco, che fa da sfondo a una storia di passione e tradimenti.
La giovane Ankhesepaaton vive nella convinzione che il suo mondo sia l'oasi dorata di Akhetaton, la nuova capitale fatta erigere dal padre in nome del nuovo dio Aton; feste, lusso, benessere, genitori amorevoli, rendono la sua vita un paradiso. Ben presto la fanciulla però si renderà conto che la vita è ben altro, non solo al di fuori dei confini del palazzo reale, ma anche all'interno delle sue stesse mura. Un giorno ricevela visita di un dio a lei sconosciuto, Horus, che le affida un incarico che potrebbe costarle la vita: riportare in auge e sostenere il vecchio credo politeista. La piccola non capisce del tutto cosa il dio le stia chiedendo, ma con grande fede ubbidisce e di nascosto comincia a pregarlo, in attesa dei segni del cambiamento annunciatole. Gli anni passano, le vicende si susseguono non sempre felici - e non anticipo nulla di più - finché in un momento particolarmente doloroso Ankhesepaaton si rivolge a Horus con astio, come una bimba capricciosa: il dio non ci sta e le nega il suo appoggio ora e in futuro, che le predice sarà difficile, per poi sparire dalla sua vita e dal romanzo. In questo ho trovato una grande debolezza del racconto, un'escamotage che avrebbe potuto essere gestito in altro modo: certo non è un difetto tale da rovinare la storia, ma ha comunque il suo peso.
Del giovane Tutankhamon, Musio ci restituisce una versione diversa da quella del fantoccio in mano dei grandi sacerdoti: nonostante l'età, è un principe forte e deciso, che non accetta facilmente i compromessi. Il suo amore per Ankhesepaaton è sincero, forse meno di quello che, come re, dovrebbe mostrare per la sua terra - che dubitiamo senta davvero sua.
I protagonisti storici, Akenaton e Tutankhamon, vengono relegati sullo sfondo dalle rispettive donne, Nefertiti e Ankhesepaaton, che ci vengono mostrate in una veste inaspettata: decise, risolute, sembrano essere loro a tenere le redini del comando. È un punto di vista insolito ma efficace e credibile.
I personaggi secondari, seppur tratteggiati velocemente, riescono interessanti e vivaci - forse solo Horemheb appare e scompare tanto velocemente da sembrare una marionetta, nonostante ricopra un ruolo importante nelle vicene narrate.
Qualche imprecisione (il parto all'occidentale, sul letto, per esempio: nell'Antico Egitto si usava partorire accovacciate), troppi termini in egiziano antico che non trovano spiegazione in nota o in un glossario, una forse eccessiva tendenza alla riflessione personale della protagonista, non pesano comunque sul giudizio complessivo: il romanzo è piacevole e ben scritto, tanto che ho preferito centellinarlo e gustarmelo pagina per pagina.

 
Giudizio:
 +4stelle+

La Recensione di Tancredi

Tutankhamon, il faraone bambino, è certamente una delle personalità storiche più note, usate e  abusate per i più disparati scopi, un personaggio sul quale si proietta sempre una solida ombra di  mistero e incertezza, come la pesante maschera dorata che di lui la storia ci ha conservato e  tramandato. Dalla leggenda della sua maledizione è stato scritto di tutto e di più. Dunque un romanzo  storico che ne voglia parlare distinguendosi si ritrova una strada in salita, e quanto più ardua è  l'impresa, tanto più forte sarà la sorpresa della sua riuscita. Questo è il caso di La sposa di  Tutankhamon, che sceglie il singolare punto di vista della sua altrettanto giovane moglie,  protagonista di un destino certo non più benevole del suo. Una scelta audace, apprezzabile, un'opera  che intrattenendo e appassionando la lettura restituisce dignità storica a un personaggio  dimenticato, spesso sottovalutato, tuttora dimenticato, sepolto tra le sabbie del deserto.
Colpisce subito la nitidezza del ritratto della giovanissima Ankhesepaaton, terza figlia di  Akhenaton, il faraone artefice del nuovo culto monoteista di Aton, e la celeberrima Nefertiti. Dalla  sua prima giovinezza emerge il profilo di una spesso annoiata giovane nobile, una ragazzina persa  nella vastità del palazzo reale, sballottata dagli appuntamenti di una vita mondana e impegnata nella  solitaria ricerca e definizione di se stessa. Con abilità l'autrice già a questo punto introduce  l'elemento della religione, del culto, che nella storia di Ankhesepaaton e Tutankhamon ricopre un  ruolo fondamentale. Proprio nella sua sentita devozione verso gli antichi dèi, Horus su tutti, in  contrapposizione al nuovo culto imposto dal padre la ragazza cerca e trova una propria dimensione, un  proprio linguaggio, ma soprattutto il proprio destino. Un filo diretto unisce infatti Horus e  Ankhesepaaton, i sogni rivelatori che hanno un gusto arcaico e che ben rispecchia la mentalità  onirica e il sentimento irrazionale nell'età antica. Se fino ad adesso il suo sentimento religioso è  colorato dell'inquietudine e della ribellione adolescenziale, in futuro assumerà una sfumatura più  grave, configurandosi come il compromesso necessario con la corte di Tebe che legittima il potere del  nuovo faraone Tutankhamon, in cambio del rinnegamento di Akhenaton e di tutto il passato della  protagonista.
Altra scelta apprezzabile, la sfumatura data al rapporto tra i due giovani sposi e regnanti. Il loro  incontro avviene nella prima adolescenza: piuttosto che cadere in un banale colpo di fulmine, la  giovane Ankhesepaaton rimane atterrita dalla sua conoscenza, in preda a un sentimento senza nome che  si compone di spinte contrastanti, com'è tipico dell'adolescenza. I due giovani si cercano, si  sfuggono, si ignorano, si punzecchiano. Si ritrovano sposati ancor prima di conoscere se stessi, ma  alla fine l'amore verrà, impetuoso, travolgendo tutto, facedosi più forte di qualsiasi altra cosa.  Scelta singolare dell'autrice, il far leva proprio sulla giovinezza dei due e sulla forza del loro  sentimento, che ha la prorità persino sul destino delle Due Terre. Tutankhamon è forte, intelligente,  maturo, l'emblema del regnante precoce, geniale, eppure non sente di appartenere alla terra che è  chiamato a regnare, non, almeno, più di quanto si senta di appartenere all'amore della sua breve  vita. Ciò è ancor più vero per la protagonista, che in una vita in cui perdite, abbandoni, sacrifici  e lutti si affollano subisce il suo potere come un peso, peraltro sempre precario, pronto sempre a  scivolare via tra i continui intrighi di palazzo. Una scelta narrativa che premia, perché infonde  vitalità e densità alla caratterizzazione dei due personaggi, soffia via la polvere dei secoli e  restituisce un ritratto diverso, ma indubbiamente vivo e coerente.
La sposa di Tutankhamon si rivela dunque un romanzo solido, coinvolgente, stimolante, un  romanzo vivo, che parla e chiede di essere ascoltato. La forza è anche data dalla cura  dell'ambientazione, che cerca di mediare tra particolare e universale, tra dettaglio e resa  dell'insieme, sostenuta da una scrittura adeguata, un lessico ricco che si traduce in descrizioni  vivide che non appesantiscono mai la pagina. La galleria di personaggi secondari non è da meno,  seppur con qualche differenza al suo interno: molto forte è il profilo di Nefertiti, per certi versi  estremizzato. Più sfuggente quello del suo sposo, Akhenaton: eppure si tratta di un unicum nella  storia egizia al pari di Tutankhamon, un faraone ambizioso e idealista, più poeta che politico,  figurarsi militare, ma del suo sogno si vede solo la fine e le sue nefaste conseguenze. Gli altri -  la sorella di Ankhesepaaton, traditrice, il manipolatore Ay, padre di Nefertiti e poi successore di  Tutankhamon, l'oscuro Horemheb, irriducibile antagonista - si riducono alle mere funzioni che sono  chiamati a svolgere nella trama, talvolta comparendo a salti anche piuttosto lunghi.
Il risultato, comunque, non cambia: La sposa di Tutankhamon è una storia che non era ancora  stata raccontata, che si fa leggere e ripaga il tempo concessole.


Giudizio:
 +4stelle+ 

Dettagli del libro
  • Titolo: La sposa di Tutankhamon
  • Autore: Claudia Musio
  • Editore: Arkadia
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Eclypse
  • ISBN-13: 9788896412619
  • Pagine: 270 pagine
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

18 novembre 2012

La stella nera di New York - Libba Bray

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I Contenuti

Dall'autrice della trilogia bestseller di Gemma Doyle (1.000.000 di copie vendute in America) e del libro vincitore del Printz Award 2010 per l’eccellenza nella letteratura YA Going Bovine, arriva in Italia La stella nera di New York, un romanzo entusiasmante con l'aggiunta di una vena thriller che sfocia nel soprannaturale.
Il primo volume di una tetralogia che inaugura un affascinante viaggio nel retroterra occulto dell’America. Ambientato nella Grande Mela a metà dei leggendari anni Venti, tra Ziegfeld girls, locali jazz e liquori sottobanco In America il libro uscirà il 18 settembre per il colosso Little, Brown con una tiratura di circa 250.000 copie
Evie O’Neill, dopo aver suscitato l’ennesimo scandalo nella noiosa cittadina di provincia in cui è nata, viene spedita dai genitori a vivere nell’effervescente New York City – e la ragazza ne è entusiasta. New York è la città dei locali, del contrabbando, dello shopping e del cinema, e non passa molto che Evie stringe amicizia con irriverenti Ziegfeld girls e scapestrati ragazzi di strada. Evie però non fa conoscenza solo con le luci sfolgoranti dell’età del jazz, ma anche con gli oscuri anfratti del Museo americano del Folclore, della Superstizione e dell’Occulto, che suo zio Will Fitzgerald – presso cui abita – dirige con l’aiuto di Jericho, uno strano ragazzo sempre immerso nella lettura. E quando una serie di omicidi a sfondo esoterico e riconducibili a uno spirito che torna dal passato vengono a galla, Evie e suo zio sono chiamati a collaborare alle indagini, e sono proiettati al centro del sistema mediatico. I due si lanciano nelle ricerche, ed è allora che quel misterioso potere divinatorio che la ragazza sa di avere si rivelerà utile a catturare il killer, prima che sia troppo tardi.

La Recensione di Tancredi

La stella nera di New York è la prova che è possibile scrivere young adult godibilissimi e leggibili a (quasi) tutte le età, originali e innovativi, a cavallo tra i generi.
Primo episodio di una tetralogia annunciata, rielabora motivi e temi dell'horror e del romanzo gotico innestandoli in un contesto storico ben preciso, con l'ardita e ben riuscita scelta di una giovane protagonista.
Tutto comincia, come è ormai un classico, con una seduta spiritica: momento finale di una serata di svago e bevute di una gioventù borghese americana del 1926. Com'è prevedibile, la spensieratezza dei giovani non rende percepibile la gravità del momento, nemmeno quando a muovere la tavoletta ouija è lo spirito di John Hobess, John il Malvagio; un istante di imperdonabile distrazione, la comunicazione non viene chiusa e lo spirito si ancora al mondo materiale, tornando morto tra i vivi, pronto a mettere in pratica i suoi folli piani. Tra i presenti, la diciassettenne Evie - a lei, inconsapevole fino alla fine di questo nesso, toccherà fermare l'avanzata del maligno. Oltre le risa sguaiate, il piacere del bere e i modi di fare piuttosto spiccioli, Evie non è una ragazza come le altre, è una divinatrice: il contatto con certi oggetti le rivela i segreti più reconditi dei loro possessori. E' proprio per le conseguenze di un dono ancora percepito come maledizione che i genitori decidono di mandarla a New York, da un misterioso zio che di cognome fa Fitzgerald e che, nemmeno a farlo apposta, è proprietario del Museo del Brivido. Sullo sfondo di una notturna New York degli anni Venti, tra occulto, misticismo, jazz e cronaca nera, si dispiega la storia di Evie, che intreccia all'inseguimento del Malvagio la crescita della ragazza, una maturazione che comincia proprio dal suo dono/maledizione e che si amplifica fino a cogliere l'intera sfera delle sue relazioni con l'altro. Relazioni che in effetti si fanno varie, tante quanti sono i personaggi più o meno secondari, al punto che talvolta possono vantare un punto di vista della narrazione, a fianco di quella principale della protagonista: l'austero ma non troppo zio Will, il giovane Jericho, suo aiutante dal passato oscuro, e poi un giovane ladro che si guadagna la fiducia di Evie, e le sue immancabili amiche, ognuna con la sua storia personale. A completare il quadro, altre storie, come quella dei due fratelli afroamericani, divinatori loro malgrado, che arrivano a sfiorare appena Evie - sintomo, probabilmente, di sviluppi futuri.
Dall'intreccio di storie personali, con una buona caratterizzazioni dei personaggi, uno sfondo storico vivo e gli approfondimenti, ben documentati, sull'occulto negli anni Venti, la Massoneria e pure la realmente esistita Società Americana di Eugenetica, emerge un quadro variopinto, ben curato, che sostiene la lettura di un romanzo di quasi seicento pagine, dal ritmo serrato, che tiene sempre vivo l'interesse e il coinvolgimento del lettore.
A tutto ciò si unisce un linguaggio fresco, abbastanza semplice, fortemente caratterizzato dalla parlata giovanile e gergale della protagonista. Proprio questo punto ha suscitato qualche perplessità, per l'evidente tentativo di svecchiare i personaggi, rivelando un'adolescenza lontana nel tempo eppure poco dissimile da quella attuale; tuttavia sembra che l'autrice si sia concentrata fin troppo sul ritratto di Evie, arrivando paradossalmente a una caratterizzazione meno efficace rispetto ai personaggi secondari, che riduce la ragazza essenzialmente alla riproposizione di un modello già visto e usato.
Il risultato comunque non cambia, soprattutto in funzione della sua fruizione immediata: La stella nera di New York (che, peraltro, ha un titolo italiano pure più evocativo di quello originale!) è un romanzo godibile, attraente, denso di suspence e imprevedibilità, che non si mancare proprio nulla e tiene il lettore incollato alla pagina fino alla fine, quanto basta a desiderarne già il seguito.

Giudizio:
+4stelle+ 

La recensione di Pythia

Conoscevo Libba Bray come autrice di "Una grande, terribile bellezza", che langue nella pila dei "da leggere", trilogia che avrebbe dovuto mettermi sull'avviso che pure questo nuovo romanzo ne avrebbe seguito le orme. E nonostante questo sospetto fosse confermato dalla presentazione del libro, mi ci sono gettata a capofitto, facendomene completamente rapire, senza ahimè pensare alle nefaste conseguenze: non amo affatto arrivare a un'ultima pagina che non è davvero ultima, ma che lo sarà tra 500-1000 pagine non ancora pubblicate. È vero che esistono romanzi in serie che possono essere letti anche da soli, ma questo non fa parte della categoria. Tanti, troppi sono i punti in sospeso, che per ripicca verrebbe da rifiutarsi di proseguire la letture. Il guaio è che i protagonisti della storia sono così particolari che non si può evitare di affezionarvisi e la trama stessa è, per tanti motivi, intrigante. Il connubio New York/anni '20 è per me irresistibile: il fascino della Belle Époque, con le sue luci, la sua musica, il jazz, e poi il proibizionismo, gli spettacoli, i gangster, e ancora i sogni di una nazione che si sente potente e sicura, ma allo stesso tempo fragile e spaventata di fronte ai diversi - per nazionalità, colore della pelle o credo religioso. Di tutto questo non manca nulla: la New York della Bray coinvolge con il suo caleidoscopio di vita, sorprende con le sue stranezze e convince come un reale viaggio nel tempo. Lo spunto per il romanzo viene dal mondo del paranormale, con sedute spiritiche, visioni, sogni premonitori e case infestate, cui si aggiunge un assassino spietato che segue una profezia di un tempo che fu. A smascherarlo contribuiscono i poteri di una diciassettenne ribelle - sottolineo "contribuiscono", perché c'è tanto dei cari, vecchi metodi investigativi. Il giallo si mescola con l'horror, anche se a prevalere è decisamente il nero - del male, dell'oscurità, della morte. I protagonisti sono tutti giovani più o meno diciottenni, nelle cui vite si scontra l'incoscienza degli anni verdi e la maturità di esperienze dure. In comune hanno un passato oscuro, un episodio particolarmente doloroso che li ha segnati. Eppure non è questo a unirli, bensì un'amicizia spontanea e forte, anche se non sempre sincera. Nonostante la loro giovane età, il romanzo rientra difficilmente nel young adult che di recente va di moda. Qui le emozioni sono vive, coerenti, dure; il paranormale non è una scusa per creare una variante di Giulietta e Romeo, ma un lasciapassare per l'horror, quello che fa tremare fin nelle ossa. L'amore c'è, ma è un complemento, un di più che comunque non stona. L'intreccio scorre liscio, con varie incursioni nelle diverse vite dei personaggi che non fanno però perdere di vista il nodo della vicenda. Il fiato resta sospeso fino all'ultima pagina: l'epilogo avviene ben prima della fine materiale del libro, ma ciò che viene narrato in seguito riprende, solo in parte, fili sospesi e introduce agli sviluppi futuri della storia. Questo è il motivo per cui tengo la 5a stellina in sospeso, con la speranza che i successivi episodi arrivino presto e siano all'altezza di questo. 

Giudizio:
+4stelle+ 

Dettagli del libro
  • Titolo: La stella nera di New York
  • Titolo originale: The Diviners
  • Autore: Libba Bray
  • Traduttore: D. Rizzati
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Lain
  • ISBN-13: 9788876250828
  • Pagine: 585
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 14,90 Euro

 

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