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29 dicembre 2013

E' tempo sprecato uccidere i morti - Diego Di Dio

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I Contenuti

Una donna spietata che regge le fila di un impero criminale, uno psicopatico convinto di vivere all'interno di un album di Fabrizio De André, un bambino che uccide entrambi i genitori per troppo amore, un uomo mascherato che vigila per le strade di Napoli…
Dodici racconti, dodici storie che oscillano tra il thriller e il noir. Dodici tagli nella pelle della quotidianità, serpeggianti in quel limbo oscuro sospeso tra tensione e mistero, in quel nero barlume di vita che è una porta aperta sulla follia.

La Recensione

Se è vero che le raccolte di racconti sono uno dei generi più difficili da apprezzare, questo vale di più per un genere così di nicchia, come quello horror; perciò merita una considerazione ancora maggiore lo sforzo di Diego Di Dio, anche se i racconti più che ad ambientazioni celesti rimandano a scenografia infernali, che si tratti dell'oscurità intravista nel fondo di un'anima persa o del colore scarlatto del sangue versato.
Nonostante la casa editrice citi già nel nome un classico della produzione horror di uno pilastri del genere, l'Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft, la cui cifra espressiva è la presenza di mostri indescrivibilmente crudeli e malignità inenarrabili, quello che caratterizza questi racconti è un senso di angoscia sottile più che di paura e orrore vero, molto concreto, che proviene dal sentire quotidiano.
Il male non arriva da dimensioni parallele o dallo spazio profondo: si annida nel fondo dell'animo umano che ci è più vicino, può assumere le sembianze di una donna bella e crudele, di quella che amiamo, di un vicino di casa, di un gruppo di benpensanti, di uno sdoppiamento di personalità, e si manifesta anche dove ce lo si aspetterebbe di meno, come sotto il sole mediterraneo che investe l'isola dorata di Procida, sfondo privilegiato di queste storie di ordinaria follia.
Di Dio scrive con uno stile equilibrato e capace di imitare i registri più disparati, dallo 'scemo del villaggio' al poliziotto, dallo psicolabile al maniaco ossessionato da visioni e stati allucinatori, e mette in scena una ampia gamma di sfumature, facendo scivolare un senso di inquietudine sottile, come attraverso delle piccole crepe, negli ambienti più intimi, soprattutto nella cerchia famigliare, quella che dovrebbe essere la riserva più sicura degli affetti, la protezione dagli assalti della realtà estranea e che invece si mostra diversa da come sembra e a tratti anche ostile.
Molto forte è la componente fumettistica che ispira diversi dei racconti, del resto tra i ringraziamenti è segnalato anche Dylan Dog, e il senso dell'orrore che l'autore trasmette al lettore ha spesso a che fare con il contesto sociale in cui tensioni e pulsioni degli individui esplodono nelle forme più crude della violenza. Spesso non c'è dietro una volontà intesa al male ma solo un senso di disagio e di solitudine che arriva dritto al lettore, come accade in Cose liquide, in cui la caratterizzazione del protagonista è affidata a una sorta di soliloquio in prima persona di notevole efficacia, soprattutto per l'uso credibile del dialetto, che rafforza il realismo espressivo della vicenda.
Lo stesso malessere si sente nei racconti che mettono in scena storie di camorra e criminalità: la presenza di queste realtà sembra in qualche modo profanare la bellezza del paesaggio di Procida eppure allo stesso tempo ne costituisce parte integrante, come sembra pensare il poliziotto protagonista di Ricordati questo giorno, quando in preda a un dilemma morale, guarda al mare dalla stanza del figlio e non sa decidere dove sia il male.
A fatti di violenza domestica, efficaci nella loro banalità che li rende quasi paragonabili a brevi notizie di cronaca da telegiornale locale, si affiancano episodi di violenza splatter improvvisa e incontrollabile, quasi più vicina al genere pulp, come ne Il coltellaio, anche se la brevità della narrazione non consente di sviluppare appieno la tensione, creando un senso di suspence adeguato; o come in Lasciatemi dormire, dove il meccanismo narrativo sembra un po' debole nella spiegazione della follia omicida, per quanto le descrizioni siano suggestive e realistiche.
A volte invece l'ispirazione a un medium diverso dalla narrativa come il fumetto o, per certi aspetti, anche la graphic novel - penso all'ultimo racconto della serie, Il Supereroe, che ricorda in alcuni tratti un capolavoro di genere come Sin City - crea un limite alla storia, perché sembra di trovarsi di fronte a un testo che sarebbe più adatto a prendere forma in vignette che non attraverso la prosa, nella quale la velocità espressiva rischia di rimanere in superficie, senza approfondire i personaggi e le loro evoluzioni, a vantaggio di una fruizione visuale della trama.
Queste incertezze non tolgono comunque granché al valore complessivo dell'autore, il cui controllo della lingua e la cui capacità di modellare trame e contenuti, anche nella brevità imposta dal racconto e nei limiti del genere dell'orrore, non sminuiscono l'apprezzamento della lettura.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: E' tempo sprecato uccidere i morti
  • Autore: Diego Di Dio
  • Editore: Dunwich Edizioni
  • Data di Pubblicazione:  2013
  • ISBN-13: 9788898361069
  • Pagine: 175
  • Formato - Prezzo: Ebook - Euro 1,99

21 dicembre 2013

La ragazza di Venezia - Simone Scala

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I Contenuti

Alissa è una giovane operaia dalla bellezza prorompente che perde il lavoro a causa della crisi economica. Un giorno trova un teschio di cristallo vicino alla sua casa. Questi le dice di essere Zilkor, il dio del lavoro, e le propone una scommessa impossibile: riuscire a trovare un lavoro così fuori dalla norma da farlo passare alla storia, che non sia mai stato svolto prima da una donna. In cambio di gloria, fama e ricchezza. Alissa accetta la scommessa, e si catapulta in una discesa agli inferi fra i lavori più umilianti e in una serie di disavventure che la condurranno a Venezia, dove inizierà tutta un'altra storia...

La Recensione

In tempo di crisi si reagisce come si può. C'è chi preferisce raccontare (o raccontarsi), ed è così  che negli ultimi tempi proliferano romanzi che affrontano, con dramma o ironia, il tema della crisi  economica, del precariato, delle difficoltà del mondo del lavoro. Il racconto, purtroppo, è sempre  lo stesso, e c'è poco da fare. Un'alternativa sembra venire da La ragazza di Venezia, che rielabora  il tema in una chiave umoristica, surreale e fantastica, che ricorda un po' il grottesco sociale di  Pennac e la satira di Stefano Benni, giusto per citare due grandi maestri del genere.
La giovane protagonista del romanzo, Alissa, che l'autore riesce a tratteggiare bene come una  ragazza come tante, è una delle svariate vittime della crisi economica. L'incontro con il dio Zilkor cambia la sua vita, con una serie di vicende che traducono letteralmente la grottesca situazione del  precariato, con effetti esilaranti. La ricerca del lavoro più strambo e inusuale (più assurdo e  improbabile è, più ricco di dettagli realistici viene tratteggiato) occupa tutta la prima parte del  romanzo, che offre un buon spaccato della sostanza del romanzo e delle capacità tecniche e  stilistiche dell'autore. Lo scrittore se la cava abbastanza bene con l'umorismo, originale e  personale (gli incubi di Alissa, che rielaborano le sue esperienze professionali, sono il fiore  all'occhiello del romanzo) e anche con l'impostazione della trama fantastica (il teschio di  cristallo viene introdotto con il giusto equilibrio di incredulità e adesione al gioco, senza compromettere la tenuta della storia). D'altra parte, l'autore conosce bene le esperienze di Alissa,  il contesto generale della crisi finanziaria globale, che spesso fa capolino nei dialoghi tra i  personaggi, con una serie di pennellate chiare, semplici ed efficaci. Purtroppo quello che  sembrerebbe un notevole punto di forza è anche un punto debole, perché i due elementi tirano il  romanzo verso direzioni opposte, privandolo, strattone dopo strattone, di una sua precisa identità.  L'autore, insomma, dovrebbe decidere chiaramente se dare vita a un romanzo umoristico, con un suo  preciso target, o uno più "didattico", che richiederebbe un altro tipo di destinatario. Quello che  sembrerebbe essere il lettore ideale, vittima, anche lui, della crisi, che cerca un compagno di  viaggio in un romanzo come questo, sa destreggiarsi tra spread, bond e btp; pertanto, i passaggi  puramente didascalici risultano pesanti, perché del tutto superflui. E' difficile tenere insieme, in  parole povere, descrizioni manualistiche sulle speculazioni finanziarie, resoconti di vicende  realmente accadute, appena mascherate (come il caso degli operai FIAT licenziati, reintegrati ma costretti a rimanere a casa dall'azienda) e gli incubi di Alissa, con nani giganteschi iperdotati.
Il giro di boa è rappresentato dalla seconda parte, quando il raggiungimento dell'obiettivo porterà  Alissa a una trasformazione inaudita e impensabile, che ha luogo nell'ultima parte. Evitando gli  spoiler, dico solo che si ha una virata esponenziale e iperbolica verso il fantastico più assoluto (e non so cosa sia più incredibile, che in poche pagine Alissa risolva tutti i problemi d'Italia, con un colpo di bacchetta, o che poi si passi a parlare di apocalissi parodiche, nazioni inventate, incontri tra pezzi di pantheon olimpico e cattolico). E' nella terza parte che si raggiunge  l'eccesso, in tutti i sensi: il romanzo viene definitivamente strappato dai diversi filoni, mentre emergono più chiaramente i difetti della scrittura dell'autore, tra cui qualche debolezza del realismo (a cominciare dalla prima parte, in cui Alissa subisce  molestie sul lavoro e poi anche un serio infortunio, senza le dovute conseguenze).
Si arriva alla fine del romanzo con un forte senso di incredulità e divertito scetticismo: il patto  di fiducia tra libro e lettore è venuto meno, e si assiste, divertiti, alle stramberie di una trama  che alla fine fa acqua da tutte le parti. Sono abbastanza dispiaciuto, perché finisce malissimo un  romanzo che era iniziato con ottime premesse. Ciò nonostante ho deciso di attribuire un giudizio  largamente conciliante, per non sprecare gli ottimi intenti dell'autore: un po' di revisione  editoriale (non è mai abbastanza, a quanto pare), un po', soprattutto, di maggiore chiarezza su  quale deve essere l'intento principale del romanzo e, di conseguenza, il suo destinatario, e il  gioco è fatto.

Giudizio:
+3stelle+ 

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: La ragazza di Venezia
  • Autore: Simone Scala
  • Editore: 0111edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: La blu
  • ISBN-13: 9788863076196
  • Pagine: 224
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,70 Euro 

    20 dicembre 2013

    L'ultimo racconto di questa terra - Marco Scaldini

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    I Contenuti

    Narrazioni di confine accomunate da un’atmosfera d’inquietudine e un’attitudine dissacrante verso le fissazioni del nostro tempo. Mistero, horror psicologico e fantascienza si fondono in maniera inaspettata dando vita a realtà piegate agli incubi e alle ossessioni. I limiti dello spazio, del tempo, della mente e della possibilità sono sondati fino nei recessi più profondi nei dieci testi che lo compongono.
    Situazioni apparentemente normali e vite piane sono spazzate via e ricomposte in maniera imprevedibile: che un uomo si ritrovi ad aggirarsi in un cimitero, in uno sterminato campo di calcio, sia prossimo ad incontrare specie aliene o esseri demoniaci, che viaggi nel Tempo o ritorni ad un dimenticato campo di battaglia o partecipi ad un mortale Reality, niente andrà come aspettato o sperato.

    La Recensione

    Di horror vero e proprio, inteso come viscere ed esseri demoniaci alla Lovecraft, non ce n'è molto nella raccolta di dieci racconti brevi di Scaldini, ma non per questo il risultato è meno intenso per la lettura, perché i temi sono, se non del tutto originali, almeno interessanti.
    Colpisce la cura formale della presentazione, che ha un bel lettering e apre ogni racconto con una specie di frontespizio illustrato in stile retrò, come certe locandine dei film horror anni '60 e '70, un po' ingenue ma di notevole effetto. Forse proprio per questa cura del dettaglio stupisce un po' qualche trascuratezza nella disposizione del testo, che nel formato e-book non è giustificato a destra, presenta in diversi a capo una sillabazione approssimativa e manca di un indice dei racconti. Sono minuzie, certamente, che non compromettono la qualità dell'opera, e tuttavia un po' la sminuiscono, perché - e questo vale, a sindacabile parere di chi scrive, per tutti gli e-book - possono dare l'impressione di star leggendo qualcosa meno di un libro, quasi solo una bozza in file word.
    Tolto questo, la raccolta è godibile e coinvolgente, nella sua capacità di toccare le corde del surreale e del mistero, di restare sempre sui confini tra realtà e qualcosa di altro, non meglio definito, che può assumere le forme più varie e proprio per questo produce la sensazione del brivido sottile ricercata dal lettore del genere horror/fantastico.
    L'impostazione fa sentire molto il lato 'fumettistico', al di là delle illustrazioni di apertura, della casa editrice. La brevità e i salti di situazione, segnalati anche dagli stacchi grafici tra i paragrafi, danno quasi l'impressione di avere di fronte delle vignette testuali.
    I temi sono molto vari, spaziano dalle invasioni aliene a visioni futuribili di sport popolari come calcio e ciclismo; da situazioni in stile Hitchcock alla satira su quella sciagura così reale come i reality show, dalla urban legend della notte passata in un cimitero per scommessa all'uso del viagra. Con raffinatezza l'autore gestisce anche innesti di temi e toni da classici della letteratura di genere, come ne Il passaggio del giro di Francia in alta Savoia, dove l'inseguimento di un ciclista da parte di una muta di cerberi richiama il motivo mitologico della caccia infernale, o quello della scala celeste, trasformata specularmente in scala per gli inferi, nel suo rovescio dunque, ne Il soprannaturale non esiste, quando il protagonista si ritrova immerso tra le anime dei defunti, in un luogo che per i vivi è posto quasi oltre la soglia della realtà, come un cimitero.
    Nello stesso tempo l'elemento 'disturbante', che è fondamentale per generare quel senso di angoscia e sottile tremore che cerca in genere il lettore nei libri dell'orrore e del fantastico, si allarga a comprendere situazioni e contesti più vicini, come il una partita di calcio in Contropiede o un reality show ispirato al classico binomio amato dagli esperti di auditel, l'accoppiata sesso&sangue in La cupola. Nel primo una partita di calcio in un futuro glaciale si trasforma anche in caccia all'uomo, quasi in stile Hunger Games, mentre nel secondo il reality richiama suggestioni alla Truman Show, mettendo in campo una guerriglia tra concorrenti e degli zombie-golem resuscitati solo in favore di telecamera.
    Nonostante alcune durezze nella trama, legate alla brevità dello spazio del racconto - in alcuni casi come per il mostruoso Caban evocato nel cimitero, oppure come i vermi che abitano i bordelli nel racconto sul giro di Francia, troppi elementi si accumulano e rimangono nel complesso indistinti e solo abbozzati -, Scaldini riesce a creare delle atmosfere suggestive, con uno stile pulito e semplice, e soprattutto a instillare per sottrazione, con il suggerimento del non detto, quel senso di inquietudine e straniamento che rendono la lettura intrigante, spiazzando il senso comune senza degenerare mai nell'eccesso e conservando un senso della misura in bilico tra sogno e realtà.

    Giudizio:
    +3stelle+ (e mezzo)

    Articolo di Polyfilo

    Dettagli del libro
    • Titolo: L'ultimo racconto di questa terra
    • Autore: Marco Scaldini
    • Editore: Eterea Book Comics
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: Scintille
    • ISBN-13: 9788890871139
    • Pagine: 85
    • Formato - Prezzo: Ebook Euro 3,49

    14 dicembre 2013

    Le cose come stanno - Tina Caramanico

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    I Contenuti

    Nove racconti, drammatici o tragicomici, che hanno in comune il tema della perdita delle illusioni, della caduta delle costruzioni fantastiche e arbitrarie che utilizziamo per abbellire, semplificare o comprendere la nostra vita. A volte i personaggi di questi racconti devono accettare una tragedia, altre volte invece dietro il velo che cade trovano solo l’altra faccia, non necessariamente più brutta, di ciò che credevano di conoscere e che invece non conoscevano affatto.

    La Recensione

    La raccolta di racconti brevi, anche brevissimi, di Tina Caramanico, è assolutamente fedele al titolo: mostra le cose come stanno nel senso che adotta uno stile molto semplice e vivido, a tratti scarno, per descrivere più che narrare una serie di situazioni perlopiù critiche, senza proporre modelli di comportamento o soluzioni, ma solo limpidamente tratteggiando una serie di stati di fatto, umani, emotivi e concreti.
    Una madre che si accorge di essere stata sostituita, nel suo ruolo materno, dalla tata; una storia di famiglia sussurrata come un segreto e legata a una persona che ha scelto di affrontare il rifiuto sociale per amore di libertà; una famiglia costretta a inserire nella routine quotidiana una piccola tragedia individuale come l'aborto della figlia minorenne; una ragazza adolescente che si confronta con la sua stessa crudeltà e recupera un senso dei rapporti umani meno superficiale e più concreto nei confronti dei suoi coetanei; una donna, madre e nonna, che rimane schiacciata dai suoi doveri famigliari quando si trova sola di fronte alla malattia; ancora una madre in potenza, giovane, che si confronta con il desiderio frustato di maternità; infine un uomo che traccia il bilancio della propria vita tornando alle origini, come se stesse rivedendo la bobina di un film che si riavvolge; il desiderio di trovare le proprie radici e tornare da oltre oceano, che corre incontro alla disillusione della realtà con un'ingenuità tutta maschile; la piccola illuminazione che trasforma la realtà in qualcosa di vivo, in un tempio buddista, in modo quasi casuale, dopo una lunga ricerca.
    Lo stile è coerente con la normalità quasi banale dei racconti: semplice, lineare, con forti connotazioni descrittive più che narrative, fatto di immagini che arrivano dalla vita quotidiana, dal vissuto collettivo di tutti i lettori: dal disordine della stanza dei figli al risotto che brucia sui fornelli; dalla freddezza inumana della sala d'attesa di un medico alla crudezza della discriminazione, che gli adolescenti, forse poco consapevolmente, attuano tra di loro; da una corsa in ambulanza di fronte alla solitudine degli ultimi istanti di vita al senso di spaesamento nei confronti di una famiglia, che si percepisce lontana e sconosciuta di fronte ai bisogni più intimi.
    In molti casi lo scopo è quello di mostrare l'altro lato della medaglia, come cioè alcune situazioni cambino radicalmente il loro aspetto, se guardate da un diverso punto di vista, senza volerle giudicare in alcun modo. Questo distacco dalla narrazione presenta però qualche punto critico, perché, pur in un contesto di buona scrittura, in cui la cura della forma e dello stile rendono vive e verosimili le scene tratteggiate dall'autrice, l'impressione che resta alla fine è di una sfumatura eccessiva, quasi di evanescenza della materia, come se l'unico filo che lega insieme i racconti fosse troppo sottile e l'autrice si limitasse a creare dei ritratti ad acquerello, gradevoli ma troppo sommessi.
    Del resto che la direzione impartita ai racconti non sia quella di approfondire personaggi e storie lo confermano la brevità stessa della raccolta, che non vuole spingere il lettore in alcuna direzione, solo metterlo di fronte ad alcuni spunti di riflessione. Il risultato però, almeno per chi scrive, è più asettico di quanto si ammette per un libro che lasci un segno.

    Giudizio:
    +3stelle+

    Articolo di Polyfilo

    Dettagli del libro
    • Titolo: Le cose come stanno
    • Autore: Tina Caramanico
    • Editore: Officine Editoriali
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • ISBN-13: 9788898041114
    • Pagine: 48
    • Formato - Prezzo: Ebook - 3,99 Euro

    10 dicembre 2013

    Dire sì è una cosa semplice - Deborah Ameri

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    I Contenuti

    Emma lo giura solennemente: non mi sposerò mai. Eppure si ritrova alla vigilia del suo matrimonio, quasi incredula di compiere quel passo. Per arrivare all’altare è servito un amore così grande da sconfiggere le sue diffidenze. Quelle di una bambina cresciuta in un paesino soffocante della provincia italiana e traumatizzata dal divorzio dei genitori. E quelle di un’adulta che ha disimparato ad amare. Attraverso un percorso segnato da ribellione, sofferenze, pregiudizi e dal complicato rapporto con la madre, Emma è protagonista di un moderno romanzo di formazione in cui gli amori folli e impossibili e l’emancipazione dall’ambiente chiuso in cui è nata si incrociano con il suo sogno di diventare giornalista. E proprio quando è convinta di avere preso in mano il suo destino, una devastante tragedia la colpisce. Seguita da una rivelazione che la lascia piena di rimpianti. Solo lui riuscirà a farle ritrovare il suo posto nel mondo. Ma chi è? Chi c’è accanto a lei sull’altare? Il lettore non lo scopre fino all’ultima, appassionante, pagina.

    La Recensione

    Tanto di cappello a un romanzo autopubblicato che non ha niente da invidiare nemmeno a quelli curati da importanti case editrici: finalmente una persona che sa scrivere correttamente e bene (tranne un bis di "ceca" al posto di "cieca", altrimenti sarebbe stato troppo bello per essere vero), e a cui auguro di cuore di continuare su questa strada, ad meliora.
    Fin dalle prime pagine il romanzo si presenta come il classico chick-lit, con una giovane donna che si lascia alle spalle il lavoro/la famiglia/gli amici per cambiare città e quindi vita: chi conosce il genere si aspetterebbe di leggere le avventure di una giovane nata e cresciuta in un piccolo paesino alle prese con la grande metropoli, nientemeno che Londra - e senza sapere una parola di inglese. E invece cominciano le sorprese: perché Emma trova il modo di farci fare un tuffo nel suo passato, cominciando dalle elementari via via fino al giorno d'oggi. La piccola Emma fa tenerezza alle prese con le amichette del cuore, le prime cotte e le gelosie; fa ancora più tenerezza immaginarla crescere in fretta per una situazione familiare difficile, papà operaio e mamma che si sente prigioniera di una vita sì scelta da lei ma troppo presto.
    Ed ecco il primo bacio, il primo amore, le prime sofferenze e le prime incomprensioni con l'amica di una vita. Ecco l'università a Milano, il primo lavoro, le sbandate e i colpi di testa. Fino a ritrovarla dove l'abbiamo conosciuta, sull'altare in procinto di pronunciare il fatidico sì.
    Emma non ha avuto una vita facile, ma nonostante le difficoltà non scende a compromessi, prende quello che la vita le offre e cerca di lottare per ottenere ciò che vuole. In poco più di duecento pagine è difficile condensare tutto il suo vissuto e talvolta avrei voluto che l'autrice approfondisse maggiormente i temi trattati, visto che non sono così leggeri da poter essere affrontati in una manciata di paragrafi. Il padre operaio in una fabbrica siderurgica, con i turni pesanti e lo stipendio che non basta mai. La madre sposa troppo giovane, con ancora tutta una vita da vivere e le ali tarpate. I nonni, sempre presenti ma mai troppo distinti nelle loro peculiarità. Il fratello Daniel, fin troppo evanescente, che se ne va su una nave da crociera e tanti saluti. E tutti gli uomini che incrociano le loro vite con quella di Emma. Il divorzio dei genitori che pesa come un macigno incombente e pronto a crollare in ogni momento.
    Certo l'aver semplicemente abbozzato questi temi rende il romanzo più leggero e godibile, il che non è necessariamente un difetto: meglio così che un mattonazzo di formazione pronto a strappare lacrime ad ogni pagina.
    Ho comunque apprezzato quello che forse rende così particolare il romanzo e lo differenzia dagli altri sul genere, ovvero la quasi totale assenza di dettagli sullo sposo - cosa che immagino non a tutti possa piacere: la storia d'amore della protagonista è descritta con grande delicatezza e semplicità, diventando una sorta di svolta naturale degli eventi, come se tutto quello che Emma ha vissuto fino a quel momento trovasse significato e completezza in quel preciso momento, con quella precisa persona.

    Giudizio:
    +4stelle+ 

    Articolo di Pythia

    Dettagli del libro
    • Titolo: Dire sì è una cosa semplice
    • Autore: Deborah Ameri
    • Editore: Youcanprint
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • ISBN-13: 9788891119612
    • Pagine: 186
    • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro/ Ebook - 2,68 euro

    09 dicembre 2013

    Storie di un viaggiatore immortale - Andrea Casalboni

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    I Contenuti

    Tristan Garden, nato nella campagna inglese del XIV secolo, non è un uomo come tutti gli altri: non gli servono cibo e acqua per nutrirsi, ma storie, lette o ascoltate. Le "Storie di un Viaggiatore Immortale" altro non sono che la vita di Tristan, raccontata da lui stesso, una vita fatta di pellegrinaggi e avventure a cavallo tra i secoli fino ai giorni nostri, cibandosi delle tante storie di un'umanità in perenne mutamento, ma che, come riflette amaramente Tristan, ripete spesso gli stessi errori. Le peregrinazioni e i viaggi di questo strano eroe, che invecchia quando racconta o scrive ma ringiovanisce quando ascolta o legge, sono alternate di continuo a brevi racconti di varia natura ma sempre carichi di spunti di riflessione sulla natura umana e sul potere dell'atto creativo, qualunque esso sia.
    "Storie di un Viaggiatore Immortale", a metà tra un romanzo e una raccolta di racconti, tra la storia e la finzione, è in parte un viaggio tra i continenti e i secoli, in parte una sintesi sulla storia della civiltà moderna e in parte una retrospettiva agrodolce sugli uomini, sulle loro azioni, sulle loro passioni e, ovviamente, sulle loro storie.

    La Recensione

    “Storie di un viaggiatore immortale” parte da uno spunto interessante: quello del viaggiatore che osserva la crescita dell’umanità lungo i secoli. Infatti, l’autore, Andrea Casalboni ci narra le vicende di Tristan Garden, nato in Inghilterra in una notte del XIV secolo con la particolarità di non nutrirsi che di storie. Ciò lo porterà a vivere come un’ombra lungo sette secoli di vita. 
    L’idea, non nuova, è comunque molto carina e intrigante e mi ha ricordato un po’ Neil Gaiman e la letteratura inglese del genere. All’autore, poi, non mancano di certo fantasia e una buona conoscenza di base - le citazioni che aprono i capitoli variano da Oscar Wilde al Dottore passando per Terry Pratchett, tanto per fare un esempio -. Inoltre, Casalboni ha una discreta prosa che rende la sua prova scorrevole e facilmente leggibile in un pomeriggio, complice anche la “lunghezza” (120 pagine circa). Non ci sono particolari refusi e, per essere l’opera di un esordiente, l’edizione è decisamente ben curata. 
    Ora veniamo alle note dolenti. La scorrevolezza è anche un’arma a doppio taglio: come si legge facilmente, si dimentica anche facilmente. Purtroppo l’autore non è riuscito a ricreare la magia che esiste nelle opere dello stesso genere, mettendo il protagonista in situazioni che potenzialmente dovrebbero catturare l’attenzione ma che sono piuttosto scialbe nel risultato finale. Questo è il difetto maggiore di “Storie di un viaggiatore immortale” insieme alla poca amalgama degli ingredienti dell’opera. È un romanzo o una serie di racconti? È un ibrido? In alcuni casi si passa dalla vita di Tristan a pagine che raccontano di tutt’altro per poi ritornare al protagonista. Questo avrebbe potuto essere accettabile se ci fosse stata una maggiore coesione narrativa, ma con questo tipo di disposizione sembra di leggere un mucchio di storie messe là alla bell'e meglio. Insomma, l’autore non è riuscito a dare quel carismatico filo conduttore che avrebbe potuto dare una marcia in più al suo libro. In teoria il protagonista avrebbe dovuto compiere questa funzione, ma non riesce perché invece di essere il fulcro delle vicende a cui partecipa sembra lasciarsi scivolare addosso gli eventi e gli altri personaggi per il semplice gusto di “nutrirsi” di loro. Va bene dire che a causa della propria natura, Tristan non può avvicinarsi più di tanto all’umanità, ma ai fini della storia questo distacco diventa poco coinvolgente per il lettore visti anche i difetti detti sopra.
    In conclusione, “Storie di un viaggiatore immortale” è un’occasione mancata. È giusto far notare che Andrea Casalboni e al suo esordio e che magari, con la giusta esperienza, nel tempo potrà creare opere narrative di spessore maggiore. La menzione finale va alla copertina - accreditata a Valentina Napolitano –, molto intrigante ed evocativa.

    Giudizio:
    +2stelle+

    Articolo di Daniele

    Dettagli del libro
    • Titolo: Storie di un Viaggiatore Immortale
    • Autore: Casalboni Andrea
    • Editore: Nativi Digitali Edizioni
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • ASIN: B00GCFZ7CI
    • Pagine: 120
    • Formato - Prezzo: Ebook - 2.99€

    05 dicembre 2013

    Un gioco da ragazzi - Emilio De Filippo

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    I Contenuti

    Sergio, assieme ad altri due balordi, mette a segno il colpo della sua vita: una rapina alla banca della città. Nel contempo, suo figlio Luca, un sedicenne con la testa perennemente fra le nuvole, si fa trascinare dal compagno di banco Carlo in un'assurda messa in scena. Per qualche strana coincidenza gli stralunati piani di padre e figlio finiranno con l'intrecciarsi non proprio come previsto...

    La Recensione

    Ambientato tra le valli dell’Appennino Tosco-Emiliano, in mezzo al nulla di piccoli paesi e boschi, i protagonisti cercano tutti di sfuggire alla vita mediocre in cui si trovano intrappolati, ma con risultati piuttosto scarsi. 
    Sergio, Aldo e Nicola, piccoli malviventi, tentano il colpo grosso rapinando una banca, ma il denaro si rivela meno del previsto: ciascuno di loro aveva immaginato di cambiare per sempre stile di vita e invece si ritrovano a nascondersi in un casolare e a correre nuovi rischi per far fruttare il magro bottino. La vicenda narrata da De Filippo prende inizio proprio dalla rapina, occasione per fare la conoscenza con i tre rapinatori, per poi ampliarsi sino a inglobare i loro familiari, conoscenti, amici e nemici, una folla di personaggi che vivono, o meglio si sentono, ai margini della vita “vera”, quella che ciascuno di essi sogna e desidera, il cui denominatore comune è di non coincidere con il presente, ma piuttosto con un futuro vago carico di felicità e gratificazioni. Questa moltitudine è la protagonista del romanzo e De Filippo ci racconta come la ricerca spasmodica della felicità futura porta a trascurare le piccole gioie che la vita presente già offre sino a quando il distacco dalla realtà è tale da diventare un rischio con conseguenze totalmente impreviste.
    L’idea di fondo è incarnata da personaggi troppo stereotipati per essere credibili: il ragazzo bruttino e imbranato, ma sensibile, innamorato della più bella della scuola, che spera di conquistare quando sarà uno scrittore di successo; l’adolescente ricco e viziato che cerca le emozioni forti; il guru quarantenne che, dopo aver provato tutto nella vita (giocatore professionista di poker, guida di safari, gestore di un negozio di animali, truffatore) decide di vivere senza legami e senza padroni; l'affascinante immigrata russa vittima di maltrattamenti in grado di suscitare folli passioni in tutti gli uomini che la guardano; la ragazza bella che cerca di dimostrare soprattutto a se stessa di avere una sua personalità; il tipo violento, amante delle arti marziali e delle belle auto.
    Il tono del racconto si mantiene lieve e scanzonato per tutto il romanzo, anzi, le vicissitudini dei diversi protagonisti scivolano via senza suscitare particolari emozioni. All’improvviso tutto cambia: la tonalità emotiva, lo stile del racconto con eventi che si susseguono incalzanti e situazioni che precipitano. Si è giunti finalmente a scatenare nel lettore emozioni e curiosità per la piega imprevista che prendono gli eventi. Ma è solo un bluff, perché è tutto concentrato nelle ultime dieci pagine: probabilmente un migliore bilanciamento della tensione emotiva mi avrebbe convinta a dare tre stellette piene.
    La lettura di questo romanzo scorre veloce sino all’ultima pagina, non senza qualche perplessità, ma regalando comunque ore gradevoli, almeno sino alle ultime dieci pagine; a quel punto la sensazione netta è quella di una melodia gradevole, magari con qualche ripetizione, che termina bruscamente con una serie di note stonate, come se l’esecutore, dopo averla tirata per le lunghe, si sia stufato e abbia deciso di cambiare registro ma senza riuscire a sviluppare il nuovo tema.

    Giudizio:
    +2stelle+ (e mezzo)

    Articolo di Patrizia

    Dettagli del libro
    • Titolo: Un gioco da ragazzi
    • Autore: Emilio De Filippo
    • Editore: Meligrana Giuseppe Editore
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: Narrativa inclusa
    • ISBN-13: 9788868150037
    • Pagine: 269
    • Formato - Prezzo: Brossura - € 13,00

    03 dicembre 2013

    Giallo di zucca - Gaia Conventi

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    I Contenuti

    Se il giallo all’inglese l’avessero inventato i ferraresi, probabilmente assomiglierebbe a questo. Una vicenda ironica e delittuosa che intende sottolineare un fatto: in provincia non si crepa solo di noia. E poco importa se l’investigatore non porta il trench e se il suo braccio destro ha quattro zampe: a volte le cose serie richiedono improvvisazione e senso dell’umorismo.
    Sullo sfondo di una Ferrara in festa, un killer, sfigato ma con tanta buona volontà, appende per il collo un losco individuo, proprio lì, nella libreria del centro. Così, a suon di vittime, la vicenda ci condurrà a spasso per Ferrara, in compagnia di un fotografo della Scientifica costretto a riallacciare i contatti col parentado ferrarese: solo scoprendo l’autore di quell’omicidio, e di quelli che seguiranno, potrà salvare il buon nome dei suoi familiari, presunti colpevoli di una faida libresca.
    Tra gare di sbandieratori e aperitivi, dalla Ferrara da bere a quella dei sobborghi, dalla Caritas locale alla Sacca di Goro, l’ambientazione reale e i nomi – storpiati ma non troppo – di alcune location permetteranno al lettore di passeggiare, e investigare, assieme ai protagonisti.
    E poi gattare, poliziotti imbranati, un commissario privo di scrupoli e dalle pessime maniere, ragazze in abiti succinti e indizi che rimandano ai personaggi delle fiabe.
    Un giallo all’inglese in salsa ferrarese che vuole essere un omaggio a Ferrara e alla ferraresità dei suoi abitanti.

    La Recensione

    Non è uno di quei romanzi in cui la suspense riesca a inchiodare il lettore al libro, né fa respirare atmosfere cupe e paurose, di quelle, per intenderci, che impediscono di spegnere la luce quando è ora di dormire, ma è un giallo divertente, con battute mai banali o grossolane, dove il ritmo rimane sostenuto e costante. Particolarmente riuscite le caratterizzazioni dei personaggi, ivi compresa quella del cane Poirot che, vivendo a contatto con gli umani, ne ha somatizzato i comportamenti.
    Il protagonista del romanzo, raccontato in prima persona, è Luchino - così è stato battezzato all'anagrafe dai suoi genitori e non perché fossero degli ammiratori di Luchino Visconti-, un agente della polizia scientifica armato di macchina fotografica. Luchino viene invitato dagli zii, che gestiscono una libreria a Ferrara, alla laurea del cugino Pierfilippo.
    Accade nel frattempo che, in una libreria concorrente a quella degli zii di Luchino e sita nel centro di Ferrara, venga trovato impiccato un professore dalle tendenze sessuali piuttosto discutibili. L'uomo, che aveva ordinato un'edizione pornografica della favola di Cappuccetto Rosso, era anche stato insegnante di Pierfilippo. L'ulteriore rinvenimento, sulla scena del crimine dei successivi delitti, di elementi che richiamano le favole, desta notevole curiosità nell'opinione pubblica e, naturalmente, anche in Luchino, il cui interesse sull'andamento delle indagini non sfugge al burbero commissario di Ferrara incaricato del caso. Questi costringe Luchino ad indagare e fargli da informatore, mettendolo nella incresciosa situazione di dover spiare proprio i suoi parenti e conoscenti.
    Sono molteplici i personaggi che l'autrice descrive e che girano intorno al protagonista. Oltre agli zii,  anche il cugino Pierfilippo e tre amici di quest'ultimo, una bella signora, padrona di una cagnetta molto attratta da Poirot, una ragazzina piacente, sempre vestita succintamente, accompagnata dalla solita amica bruttina avente la funzione di fare risaltare la bellezza dell'altra, un commissario indisponente, un gestore di libreria piuttosto enigmatico, lo straordinario tutor di Pierfilippo (il quale, prima di usufruire dei suoi servizi, non era mai stato uno studente brillante), e altri personaggi minori ma non per questo meno curiosi.
    Gaia Conventi è dotata di un piacevole spirito ironico, ma quella che esprime è l'ironia gentile di chi ama i personaggi che crea e di cui guarda i difetti -anche quelli deprecabili- con occhio benevolo. A leggere il romanzo viene voglia di conoscere l'autrice di cui non si può fare a meno di apprezzare l'umorismo, la capacità di cogliere le peculiarità del carattere delle persone ed il modo garbato di descriverle.
    Unica perplessità che, di per sé, è solo una sottigliezza che nulla toglie al romanzo; nel dialogo (a pagina 58) con Luchino, l'edicolante afferma:

    «Certo, è un fumetto, ma pare sia piuttosto spinto...», il giornalaio fa l'occhiolino, sente puzza d'introiti.
    Tralasciamo il classico "pecunia non olet" che in questo caso non è pertinente, ma perché puzza d'introiti e non profumo d'introiti? I soldi, per coloro che devono riceverli, ritengo abbiano un sentore decisamente accattivante. Lo sanno bene le ragazze attratte dagli uomini ricchi e il più delle volte non giovani, non belli e spesso anche poco simpatici, ma con quell'alone di opulenza che attira più dei normali feromoni umani. Ma, come sopra detto, questa è una sottigliezza "pour parler" che nulla toglie alla simpatia del romanzo che può essere letto anche da un pubblico molto giovane, abituato a ben altro linguaggio di quello castigatissimo di quest'opera, in cui l'esclamazione più spinta è "porca miseria". Sotto tale aspetto questo poliziesco, il cui protagonista non si comporta da "macho", non compie azioni violente e che legge romanzi rosa, può definirsi rivoluzionario.

    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Antonio

    Dettagli del libro
    • Titolo: Giallo di zucca
    • Autore: Gaia Conventi
    • Editore: Betelgeuse
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: Orion
    • ISBN-13: 9788863490299
    • Pagine: 237
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

    24 novembre 2013

    La Scampagnata - Andrea Campucci

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    Il Contenuto

    "Ho ucciso una donna e uno scarafaggio!" dice Gianni, a due giorni dal suo matrimonio con Marta, presentandosi in piena notte davanti al portone di casa di Loris, suo caro amico alle prese con i postumi di una difficile sbornia. L'incidente, spiega il protagonista, è accaduto poche ore prima nel suo appartamento, ma, ci tiene a precisare, "è tutta colpa di uno spigolo." Inizia così "La scampagnata", un noir dai toni caustici e sgradevoli e scandito da una precipitosa corsa contro il tempo. Il corpo di Milly, questo il nome della ragazza uccisa, deve essere smaltito. Ma molti imprevisti, tra l'assurdo e il ridicolo, complicheranno le cose, finché il vero protagonista del romanzo, un cadavere misteriosamente scomparso, non precipiterà i due amici in un susseguirsi di deliri e allucinazioni. La "donna scheletro" si troverà forse tra le rupi scoscese del Monte Mozzato? Tra i ruderi di un vecchio manicomio in rovina? O forse dietro tutto ciò si muovono le ombre di un oscuro tribunale chirurgico? La Festa della spada e i "cacciatori di pietre scorbutiche" accompagneranno il promesso sposo a un epilogo sorprendentemente farsesco, come se il giorno delle nozze, in fondo, non fosse altro che l'ennesimo tiro mancino di un destino beffardo. 

    La Recensione

    L'editore Arduino Sacco, da quanto mi risulta, non fa editing e non entra nel merito del romanzo, limitando il proprio intervento, se lo ritiene opportuno, a suggerire titolo e copertina del libro. Pertanto questo libro di Campucci può definirsi un autopubblicato ma, contrariamente a quanto ho potuto sperimentare fino a ora, presenta pochissimi refusi e una buona proprietà di linguaggio. Discutibile solo la parola "inteccherito" che mi risulterebbe essere un termine dialettale toscano per dire "irrigidito".
    Il romanzo inizia come una storia noir surreale per poi volgere all'horror. Il protagonista, Gianni, a pochi giorni dalla data del proprio matrimonio intreccia una relazione con una ragazza appena conosciuta. Durante un amplesso a casa di Gianni, la ragazza urta con la tempia lo spigolo di un mobile e muore. Ad aumentare il surrealismo dell'avvenimento, uno scarafaggio affoga nella pozza di sangue fuoriuscito dalla disgraziata.
    Sorvoliamo sulle precarie condizioni igieniche di un'abitazione dove scorrazzano tranquillamente scarafaggi e arriviamo a Gianni, sopravvissuto a un rapporto evidentemente molto focoso, che, preso dal panico, ricorre all'amico Loris per avere aiuto nel disfarsi del cadavere. Loris non solo accetta di venire incontro alle richieste di Gianni ma, essendo questi impegnato nei preparativi del matrimonio, si presta a occuparsi personalmente di nascondere il cadavere della ragazza, che intende occultare fra le balze del vicino monte Mozzato. Non tutto va però come previsto; infatti, il giorno successivo, due carabinieri si recano da Gianni per comunicargli che il suo amico è caduto da un dirupo e si trova in ospedale con un trauma cranico e una caviglia rotta. Superato il timore che le forze dell'ordine abbiano rinvenuto il corpo della defunta e fossero venuti per interrogarlo, Gianni si reca da Loris che però ha perso la memoria e non sa dargli se abbia compiuto l'incarico che si era assunto. Da qui partono le ricerche di Gianni, accompagnato da Loris in carrozzella per i postumi della caduta, sulle pendici del monte Mozzato alla ricerca della salma. 
    I due giovani fanno molti incontri strani nel loro girovagare lungo i sentieri di montagna dove, nello stesso tempo, si svolge una caccia al tesoro piuttosto surreale. Il loro affannarsi risulterà inconcludente fino a quando il protagonista non avrà una scioccante sorpresa proprio il giorno del suo matrimonio.
    Il romanzo può rientrare nella splatterstick comedy, creando talvolta un’atmosfera di delirio che ricorda quella dei libri di Ballard. Più che dall’interesse delle avventure dei due protagonisti, si è spinti a proseguire nella lettura dalla curiosità di capire come si concluderà la strana vicenda. Tanto più che lo smemorato Loris, su quanto ha visto prima del suo incidente, ha solo dei flashback che, invece di agevolare la ricerca, tendono a renderla ancor più complessa.
    Il romanzo dovrebbe essere caratterizzato da un umorismo nero che strappa risate al culmine della tensione. Il condizionale è d’obbligo, tuttavia, perché non è facile entrare in sintonia con l’autore che tende a prediligere le situazioni demenziali. Prendiamo ad esempio uno dei dialoghi iniziali, anche se scorporarlo dal contesto può essere discutibile:

    Gianni: «Ho ucciso una ragazza e uno scarafaggio!»
    Loris: «Hai fatto cosa?»
    Gianni: «Te l’ho detto ma è stato un incidente… lo giuro, non sono stato io! E’ tutta colpa di uno spigolo...»
    Loris: «Mmm… una ragazza ed uno scarafaggio hai detto?» fece Loris affondando il capo in una cesta di biancheria «E quale dei due è più grave?»
    Alcune delle situazioni da slapstick comedy raccontate si trascinano un po’ troppo a lungo. Se il protagonista inciampa una volta può far sorridere ma, quando il fatto si ripete altre volte, l’umorismo può stemperarsi. Ripetitivi sono anche i dialoghi e i pensieri del protagonista. Non ci sarebbe stato bisogno, a mio avviso, di ritornare sugli stessi concetti, ancorché espressi con parole diverse, per comprendere lo stato d’animo di Gianni, preoccupato che la fidanzata possa venire a conoscenza di ciò che è accaduto. Personalmente, pur riconoscendo all’autore qualche buono spunto, non apprezzo il cosiddetto umorismo demenziale, per cui ho trovato la lettura più angosciante che coinvolgente. Ciò non toglie che il romanzo possa essere apprezzato da chi ama il genere, data la scioltezza della scrittura e il ritmo sostenuto e incalzante.

    Giudizio:
    +2stelle+ (e mezza)

    Articolo di Antonio

    Dettagli del libro
    • Titolo: La Scampagnata
    • Autore: Andrea Campucci
    • Editore: Arduino Sacco
    • Data di Pubblicazione: maggio 2013
    • Collana: Narrativa
    • ISBN-13: 9788863547924
    • Pagine: 228
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,90

    16 novembre 2013

    Sul lato sbagliato della strada - Amanda Mazzi

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    I Contenuti

    La Scozia, dalla natura abbagliante, verde e ricca,  è testimone della storia di Morgana. Non basta la sua professione di medico, non bastano gli amici c’è qualcosa nella sua vita che non va. Una voglia di scappare da un quotidiano assillante che la rende infelice, inappagata. Una vacanza in perfetta solitudine in una terra amata e da sempre nei suoi sogni può aiutarla a ritrovare un equilibrio e una serenità tanto desiderata.
    Ma il suo quotidiano la vita di tutti i giorni la inseguono inaspettatamente fino all’estremo nord della Scozia.

    La Recensione

    Morgana, a causa della fine di una relazione importante, decide di prendersi una vacanza in uno sperduto paesino della Scozia. Qui trova il cottage dei suoi sogni, in senso letterale, e passi. Passi anche che sia a un prezzo stracciato e che sia libero ad libitum. Ma che ci sia pure il bidè, è pura fantascienza. Presto scopriamo che Old Willow così sperduto non è, visto che Morgana si imbatte in due giovani che non solo sono italiani, e per di più suoi compaesani, ma sono pure i due ragazzi per i quali ha un certo debole (Renato Zero e il suo triangolo furoreggiano). A questo punto tanto valeva restarsene a casa propria - anzi, forse sarebbe stato più movimentato, visto che tutto quello che succede tra gli sviluppi di questo in-tre-ccio amoroso è una sterile descrizione della Scozia, del tipo "sono andata, ho visto, ho mangiato, il termine inglese significa questo".
    Morgana è medico, ma avrebbe potuto essere architetto o estetista, la sua professione non ci dice niente di lei, né viceversa ha una qualche influenza con la storia. È appassionata di lettura, ma non ci dice cosa sta leggendo. Le piace cucinare, e se anche lo fa discretamente mi sarei aspettata qualcosa di più almeno qui: Benedetta Parodi nei suoi ricettari sa essere più invitante e coinvolgente.
    Andrea è un giocatore di rugby-falegname, bellissimo e perfetto, il classico uomo da sposare. Diego è invece un dongiovanni, d'altra parte fa il barista - anche se prima era arredatore d'interni, ma non ci è dato sapere il perché di questa svolta; dalla sua apparizione ci vogliono più di venti pagine perché finalmente ci venga spiegato chi sia. Morgana si trova combattuta tra l'uno e l'altro, entrambi attraenti a modo proprio, eppure per questa sua comprensibilissima indecisione (due uomini per cui nutre già una certa simpatia le si dichiarano nel giro di poco, troppa grazia, sant'Antonio!) si definisce "lupo cattivo" e si sente in colpa come se avesse commesso il peggiore dei tradimenti: queste esagerazioni negli affetti/effetti tornano più volte, eppure restano solo sulla carta, non riuscendo a essere davvero credibili. Cito, ad esempio, gli occhi pieni di lacrime dovuti alla partenza per la vacanza in questione, che essendo appunto una vacanza, seppure lunga, non spiega il perché di tale tragedia. O il "ringraziando il cielo, toccavo di nuovo terra" alla fine del viaggio aereo, che non risulta essere stato penoso né aver provocato chissà quali difficoltà alla protagonista. O, ancora, la sorpresa fatta dalla padrona di casa alla prima cena insieme, che viene vissuta come un tradimento.

    L'assenza totale di discorsi diretti, nei primi capitoli del romanzo, rende l'atmosfera pesante e asfittica, come anche le infinite riflessioni del prologo, a rischio claustrofobia. Quando finalmente i dialoghi arrivano, sono di uno stucchevole tale da non risultare per nulla spontanei, conditi poi da punti esclamativi immotivati e, viceversa, spesso fastidiosamente mancanti di virgole dopo i vocativi.
    Le descrizioni dei luoghi della Scozia sembrano prese da Wikipedia e in generale si coglie un atteggiamento da "maestrina" che risulta antipatico - io so che tu non sai, quindi ti spiego quello che sto dicendo. C'è modo e modo di rendere partecipe un lettore ignorante (= che non sa), ma in questo l'autrice è fin troppo condiscendente. E giusto per essere puntigliosa, accetto malvolentieri lezioni di inglese da chi non sa che i plurali stranieri non vanno declinati e che l'ormai sdoganato "Sale/saldi" non va comunque al plurale.
    Qui mi collego a un tasto dolente, l'ortografia e la grammatica: ho perso il conto dei "te" usati come soggetto, preposizioni messe a caso, un "dopo essermi lasciata" decisamente colloquiale, svariati termini come morbidoso e sbrilluccicoso che stanno bene nel diario delle Winx, non in un romanzo di evasione per adulti.
    I cliché si sprecano, a cominciare dall'erba soffice, passando poi per il barman dongiovanni e il già accennato triangolo.

    In mezzo a tutto questo, spiccano alcune metafore azzeccate, descrizioni sentite, periodi profondi, che però o si confondono nelle sequenze infinite di azioni di cui la protagonista sente il bisogno di renderci partecipi, o si trovano nel posto e nel momento sbagliato, perdendo di efficacia o diventando noiose.

    Questo romanzo non avrebbe dovuto essere pubblicato così com'è. È una questione di rispetto per i lettori, che spendono denaro e tempo per un prodotto non conforme, e anche per l'autrice, che nonostante la cura, la passione e la dedizione sicuramente impiegate viene penalizzata da un lavoro a metà. Manca decisamente una revisione degna di questo nome, per forma e contenuti: il buono c'è, ma si perde in una marea di imperfezioni.

    Giudizio:
    +1stella+

    Articolo di Pythia

    Dettagli del libro
    • Titolo: Sul lato sbagliato della strada
    • Autore: Amanda Mazzi
    • Editore: Erasmo
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • ISBN-13: 9788889530979
    • Pagine: 215
    • Formato - Prezzo: Brossura - 13,00 Euro

    23 ottobre 2013

    Le stanze buie - Francesca Diotallevi

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    I Contenuti

    Torino 1864. Un impeccabile maggiordomo di città viene catapultato nelle Langhe: per volere testamentario di un lontano zio, suo protettore, dovrà occuparsi della servitù nella villa dei conti Flores. Il protagonista si scontra così con il mondo provinciale, completamente diverso da quello dorato e sfavillante dell'alta società torinese, e con le abitudini dei nuovi padroni e dei loro dipendenti. Nella casa ci sono un conte burbero, una donna eccentrica e anti-conformista, ma anche sola e infelice, un cameriere dalla doppia faccia e una vecchia che sa molte cose, ma soprattutto c'è una stanza chiusa da anni nella quale non si può assolutamente entrare. A partire da questo e da altri misteri il maggiordomo si troverà, suo malgrado, a scavare nel passato della famiglia per scoprire segreti inconfessati celati da molto tempo e destinati a cambiare per sempre la sua vita.

    La Recensione

    E' raro al giorno d'oggi trovare un'esordiente con la cura del dettaglio e la proprietà di linguaggio di Francesca Diotallevi. Le stanze buie è sì un thriller, ma anche un buon romanzo storico che con cura meticolosa ricostruisce un Ottocento tutto italiano.
    L'ambientazione è quella dei palazzi signorili - a cui serie tv come Downton Abbey e romanzi come Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro hanno abituato il pubblico italiano -, senonché le lande inglesi devono lasciare il posto alle più nostrane nebbie piemontesi: Le stanze buie si svolge tra Torino e le Langhe, in due piani temporali distinti in cui a raccontare in prima persona è il protagonista Vittorio Fubini, severo maggiordomo spinto dai cimeli di un'asta a rievocare l'anno saliente della sua lunga esistenza.
    Convocato a Villa Flores dalle ultime volontà del defunto zio, colui che lo ha mantenuto e gli ha concesso di diventare l'impeccabile maggiordomo qual è, Vittorio si ritrova quarantenne a dirigere una magione che è quanto di più lontano dalle ville in cui ha lavorato: la casa e la servitù sono trasandate, mentre il burbero padrone, produttore di vini, è in perenne conflitto con la giovane moglie che, dal canto suo, piuttosto che occuparsi della gestione della casa preferisce chiudersi in un capanno a produrre profumi e viziare la figlioletta Nora; la quale - per di più - è preda di inquietanti visioni di donne in veste bianca che si aggirano per la magione nel cuore della notte... Ma Le stanze buie è ben più che una storia di fantasmi: vi sono a Villa Flores stanze chiuse da anni che nascondono segreti pericolosi e inconfessabili, segreti che riguardano la stessa famiglia Fubini.
    La giovane autrice del romanzo dimostra già un'ottima capacità nel delineare una trama per nulla banale e in grado di regalare continue sorprese al lettore, nel caratterizzare i molti personaggi che agiscono tra le pagine, nella documentazione del periodo storico scelto e nella conseguente cura posta nell'ambientazione. Anche la sua prosa è affatto immatura: mai troppo particolareggiato né asettico, lo stile di Francesca Diotallevi è di una sensibilità squisita; gestire una narrazione in prima persona che non scada nel diario scolastico è impresa difficile, ma seppur esordiente la Diotallevi è riuscita a farlo meglio di molte altre scrittrici italiane che pure pubblicano con editori ben più famosi. Riuscito molto bene anche il protagonista maschile, sempre facile preda - quando si tratta di scrittrici donne - di pietose caratterizzazioni che vacillano tra il maschio rude e la donnicciola: la figura del maggiordomo, in particolare, professione che sacrifica quasi interamente la vita privata e intimistica per votarsi alla cura della casa e della famiglia altrui, affascina tanto quanto è difficile da restituire in modo vivido.
    Se proprio c'è da trovare un difetto in questo romanzo, è il restare in ombra delle figure minori della servitù. Ma, per il resto, Le stanze buie è qualcosa di realmente valido nel desolante panorama italiano - professionistico e non.

    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Sakura87

    Dettagli del libro
    • Titolo: Le stanze buie
    • Autore: Francesca Diotallevi
    • Editore: Ugo Mursia Editore
    • Data di Pubblicazione: settembre 2013
    • Collana: Romanzi Mursia
    • ISBN-13: 9788842552772
    • Pagine: 400
    • Formato - Prezzo: Brossura - 22,00 Euro

    13 ottobre 2013

    Intervista a Emanuele Santi, autore de "Il portiere e lo straniero"

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    L'autore

    Classe 1970, lavoratore aeroportuale turnista, è a un solo esame dalla laurea in Giurisprudenza. Ha pubblicato due brevi romanzi: Memorie di un pony express (Ibiskos, 2007) e L’Attore (MJM, 2010). Dal 2008 cura la rubrica Calcio mancino sul settimanale “left” e fino al 2010 è stato collaboratore del quotidiano ecologista “Terra”, organo d’informazione della Federazione dei Verdi. Vive tra Roma e Barcellona dove, appena può, vola da suo figlio Valerio. 


    Il libro

    "Se in campo con la maglia numero uno c'è Albert Camus, è il caso di dire che quello del portiere è il ruolo più letterario del calcio. E non banalmente perché vinse il premio Nobel per la letteratura, ma perché chi gioca tra i pali sviluppa la capacità di osservare da un punto di vista diverso: da dietro, dall'alto di un volo sotto la traversa, strisciando sui gomiti o raggomitolato con la terra in bocca. Il portiere, come lo scrittore, è l'estremo difensore, è solo, e la sua visione del mondo è quella di chi si oppone, lotta e si arrende per ultimo. Attraverso una scrittura mai scontata, Emanuele Santi intreccia la storia del calcio e quella dell'Algeria ancora colonia francese con gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Camus, mostrando come proprio le memorie vive di portiere abbiano favorito, se non determinato, la scrittura di un romanzo dirompente e immortale come Lo straniero."



    L'intervista

    1) Nella prefazione parli di com’è nata l’idea di redigere questa biografia, incrocio ben riuscito tra sport e letteratura. Quanta influenza hanno avuto lo sport e la letteratura nella tua vita?

    Confesso che di sport non ne ho praticato tantissimo. Quattro brevetti di nuoto fino a nove anni e, ovviamente, pallone, pallone e pallone. Di ufficiale, però, solamente un paio di stagioni nei pulcini del Don Orione, a Monte Mario, e poi tantissime battaglie e corse senza regole tra i cortili di scuola, i parchi pubblici, i giardinetti del quartiere e, naturalmente, i campetti mattonati delle parrocchie (mai frequentate per altri motivi). Fino alle scuole medie mi piaceva giocare anche in porta. La letteratura, invece, è qualcosa che entra nella vita di ciascuno senza che ce ne possiamo rendere conto immediatamente. Ciò che leggi ti scava dentro, ti penetra come l’acqua, ti riempie. Questo vale anche per la musica che ascolti, per i film che vedi e che ti restano impressi, così come per le opere teatrali, per i quadri e per tante altre cose. Con la letteratura uno ci cresce. Ci sono libri per bambini, libri per ragazzi, libri per tutte le età. I libri che uno legge se li ritrova dentro come memorie più o meno inconsapevoli, come bagaglio culturale, appunto, come patrimonio di idee.

    2) Chi sono i tuoi autori preferiti? E gli sportivi preferiti?

    Il numero uno, in tutti i sensi, è Albert Camus. Ormai è il mio idolo. Ho amato e amo anche altri scrittori e per tanti motivi diversi. Un po’ per la vita che hanno fatto, un po’ per l’impegno sociale o culturale o politico. Lo scrittore, secondo me, deve essere per definizione impegnato. Volendone citare alcuni direi Fedor Dostoevsky, impiegato statale nella Russia zarista, e Joseph Conrad, semplice marinaio o migrante ante litteram che scriveva in un inglese lontanissimo dalla sua lingua madre. Anche Franz Kafka, per scrivere, aveva ripiegato sulla seconda lingua parlata a Praga: il tedesco. Discorso a parte merita Charles Bukowski che, a un certo punto, ha lasciato il suo lavoro alle poste per fare soltanto lo scrittore, cioè il barbone. Per quanto riguarda gli sportivi, limitiamoci ai soli calciatori altrimenti parleremmo per ore e ore. Sono nato nel 1970 e, quando ho cominciato a vedere le partite di pallone, Beckenbauer, Cruyff e Pelè erano già in America, al circo. I campioni per me erano soltanto gli azzurri del mundial argentino e impazzivo per Kevin Keegan e per Rob Rensenbrink. Poi la Roma prese un ragazzo che si chiamava Carlo Ancelotti, l’anno dopo arrivò Falçao e iniziò l’età dell’oro. Tra Zico e Maradona, all’inizio, preferivo il brasiliano, almeno fino a quando Diego non venne a giocare a Napoli. All’Olimpico l’ho visto un sacco di volte ma soltanto mentre piangeva, dopo la finale mondiale persa contro la Germania, ho capito che è stato lui il più forte di tutti. Adesso non esistono più campioni capaci di vincere le partite da soli. L’ultimo, forse, è stato Zidane il berbero. 

    3) Quanto è stata utile la passione per lo sport per farti comprendere meglio il giovane Camus? 

    Tantissimo. È stata necessaria proprio per quella chiave di lettura originale di un capolavoro come Lo straniero. Chiave di lettura che caratterizza l’idea stessa alla base del mio libro. La passione di Camus per il calcio attraversa dapprima la sua infanzia e poi la sua adolescenza. Infanzia e adolescenza sono i periodi più belli della vita o quantomeno i periodi fondamentali in quanto condizionano il modo di essere di ciascuno. Questa passione giovanile di Camus ha sicuramente influenzato il suo modo di scrivere e di guardare le cose. Egli stesso ha riconosciuto l’importanza del calcio nella sua formazione umana e morale. Si potrebbe addirittura azzardare che sia sempre riuscito respingere gli attacchi della tubercolosi proprio perché non ha mai perso quella voglia di vivere che ha caratterizzato la sua gioventù sotto il sole di Algeri. 

    4) Il capitolo dedicato a Zamora, leggendario portiere spagnolo a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, ci riporta all’infanzia di Camus. Com’è nata l’idea di usare un personaggio pubblico molto lontano dal mondo di Camus? 

    Non è vero che Zamora fosse lontano dal mondo di Camus, anzi. Tra Zamora e Camus ci sono dodici anni di differenza e le due sponde opposte del Mediterraneo. Ad Algeri, Zamora era amatissimo dall’intera comunità spagnola e stimato anche dalla francese. Quando Camus entra al liceo Bugeod, Zamora è l’idolo della prensa (la stampa di lingua casigliana) e dei tifosi dell’Espanyol di Barcellona. Nel 1930, quando il ragazzo diciassettenne è colpito dall’attacco di tubercolosi che lo costringerà a smettere di giocare, Zamora ha appena firmato un contratto stellare con il Real Madrid. Per l’Albert Camus portiere, Ricardo Zamora è un vero e proprio riferimento, è un modello. È il più forte numero uno insieme al parigino Pierre Chayrigues beniamino di tutti i francesi di Algeri. Il parallelo che viene fatto nel capitolo intitolato “L’età di Ricardo Zamora” riguarda il rapporto dei due personaggi (Zamora e Camus) ciascuno con la propria figura paterna. Il padre del titolare della Nazionale spagnola era un medico e pretendeva che il figlio proseguisse gli studi per fare la sua stessa professione. Il papà di Albert Camus invece era morto in guerra, nella battaglia della Marna, quando il figlio non aveva nemmeno un anno. Entrambi realizzano una propria identità senza alcuna identificazione col genitore. Zamora diviene il portiere più forte di sempre e Albert Camus (bloccato nell’attività agonistica dalla tubercolosi) diviene uno scrittore destinato al Nobel per la letteratura. Il tutto negli anni ‘30, gli stessi in cui si afferma il dogma psicoanalitico della realizzazione attraverso l’identificazione col padre.

    5) Com’è cambiato il tuo rapporto con Camus dopo aver scritto Il portiere e lo straniero?

    Enormemente. Ormai non posso più permettermi di smettere di studiarlo. Posso dire di essermi tradito con le mie stesse mani, me la sono andata a cercare. È un po’ come quell’espressione: “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!” Battute a parte, credo che l’attualità del pensiero di Camus, soprattutto nell’anno in cui cade il centenario della nascita, ritorni con una certezza sconvolgente. Nella mia ricerca per scrivere Il portiere e lo straniero, ho avuto modo di approfondire tantissime cose e di scoprire il valore universale della sua Opera. Opera che è sempre fonte di spunti per idee nuove ed originali. Nella premessa del libro, infatti, avevo messo le mani avanti e confessato tutte le mie paure e tutte le mie preoccupazioni nel voler provare a raccontare un gigante come Albert Camus attraverso il suo amore per il calcio e per il ruolo di portiere. Ciò non mi esonera tuttavia dal continuare a leggerlo e a studiarlo. Anche perché ogni volta che lo leggo mi sembra sempre diverso.

    6) Nel primo capitolo c’è scritto: “L’Algeria è un Paese ricco di passione, ricco di luce, di mare, di sale, di colori, di pietra, di deserti e di rivincite. L’Algeria è ricca di genti, di popoli, di costumi, di porti, di misteri e di città vecchie”. Quanto del Paese del giovane Camus hai ritrovato? 

    In realtà poco. Se non dal solo punto di vista paesaggistico e (citando il grande Bruno Pizzul) squisitamente architettonico. Ho dovuto rivivere i luoghi, respirare l’aria, gli odori, far lavorare la fantasia. Mi serviva essere lì, ad Algeri. Troppe cose non sono più come prima. E non si può dire che per alcune cose sia meglio così e per altre no. È fuori discussione che l’Algeria debba essere degli algerini e non più francese come intendeva qualcuno fino a mezzo secolo fa. Proprio su questo argomento Albert Camus la pensava come nessun altro, proprio perché secondo lui l’umanità non si può distinguere in base alla nazionalità. Egli per primo si definiva algerino e non francese. Il quartiere di Belcourt, dove era cresciuto il piccolo Albert, era un quartiere popolare, una borgata di periferia in cui vivevano i salariati francesi, gli spagnoli, gli italiani, i maltesi e ovviamente gli arabi. Oggi, le strade ed i quartieri hanno nomi diversi e hanno perso molto dell’aspetto di una volta, come ogni città dopo circa un secolo. La comunità europea che viveva un tempo in Algeri si è drasticamente ridotta. Le stesse squadre di calcio di matrice coloniale: il maggior sodalizio francese o quello del quartiere spagnolo, così come tanti altri, non esistono più. Sono rimaste soltanto le squadre fondate dagli arabi, i primi veri e propri campanelli della rivolta. L’Algeria indipendente ha il suo campionato unico nazionale mentre l’Algeria francese era divisa nelle tre Leghe di Orano, di Algeri e di Costantina. Io ho potuto vedere il vecchio stadio del quartiere di Bab el Oued che, una volta, era la tana inespugnabile del Saint Eugene. Adesso ha l’erba sintetica e ci gioca l’USM che ha le stesse maglie del Milan.

    7) Per tutto l’arco de “Il portiere e lo straniero” si nota una forte passione per la storia sia politica che calcistica. Qual è la tua opinione sul cambiamento dei valori che vengono attribuiti oggigiorno a questi due tipi di attività rispetto al passato?

    Sarebbe un discorso lunghissimo. Calcio e storia vanno di pari passo. Così come calcio e politica. Ne parlo a settimane alterne sulla mia rubrica ‘Calcio mancino’ che compare su Left, la rivista che esce in edicola il sabato insieme a L’Unità. Il calcio senza legami con la storia (almeno quella contemporanea) e con la politica non starebbe in piedi. Ne sono stati esempi il calcio propagandistico delle dittature, il dilettantismo dei paesi dell’Est, il paradosso del calcio miliardario dei Paesi poveri. E ne è esempio la perenne proporzionalità inversa tra il benessere di una determinata società e la spettacolarità del suo campionato nazionale. Senza il calcio, poi, la politica stessa sarebbe molto più difficile, forse impossibile. Nell’82, per fare un facile esempio, il governo Spadolini aumentò il prezzo della benzina col popolo in piazza a festeggiare la tripletta di Paolo Rossi al Brasile a pochi giorni di distanza da un ridicolo pareggio contro gli indomabili leoni del Camerun scesi in campo miracolosamente addomesticati. Oppure si può ricordare come, ai mondiali del ‘94, gli azzurri giunsero in finale senza il pieno sostegno dell’intera nazione. Un po’ per colpa del gioco stucchevole di Sacchi, un po’ perché “Forza Italia” era diventata un’espressione tabù. Se vogliamo parlare di cambiamenti, non lo dico io che il calcio di oggi è diventato bruttissimo. Che gli stadi siano sempre più vuoti è una sconfitta di tutti. Però la colpa non è soltanto della televisione. Che gli spogliatoi di uno stadio di serie A vengano presentati come i camerini delle ballerine è davvero ridicolo. Così come è vergognoso che i commentatori e gli opinionisti, soprattutto sulle reti statali, siano quasi tutti stati coinvolti negli scandali del totonero degli anni ’80. Il calcio, come sappiamo, è sempre lo specchio del Paese in cui esso viene giocato. Una buona fetta di colpa, allora, va attribuita anche alla politica. Una politica che, soprattutto a sinistra, non ha più idee. E allora preferisco non continuare.

    8) A quale portiere odierno assomiglierebbe il giovane Camus? E quali scrittori odierni secondo te ne hanno subito maggiormente l’influenza?

    Camus non aveva un fisico esplosivo, era piccolo, crebbe soltanto verso i quindici anni. Pensando a portieri recenti con i capelli biondo-scuro o castano-chiaro, me ne vengono in mente pochi. Il norvegese Thordsvedt o l’olandese Van Breukelen erano due giganti e, comunque, troppo nordici nei lineamenti. Anche Jackie Munaron, dell’Anderlecht, aveva i capelli biondi seppure più voluminosi rispetto a Camus con il quale, tuttavia, aveva in comune una storia di emigrazione alle spalle grazie ai suoi antenati veneti andati a lavorare in Belgio. E lo stesso discorso potrebbe valere per lo svedese Thomas Ravelli. Più simile a Camus, allora, sia per l’aspetto che per la reattività, può essere stato il polacco Jerzy Dudek. Scrittori influenzati da Camus? Potrei salvarmi in calcio d’angolo (immagine più che appropriata) dicendo: tantissimi. Ma sarebbe troppo facile e troppo comodo. Allora provo a cavarmela con un nome soltanto: Josè Saramago. Innanzitutto per lo stile. Assoluto, puro, asciutto, lineare, limpido. Uno stile che descrivendo le cose, allo stesso tempo, ne rappresenta altre. Le intermittenze della morte dello scrittore portoghese, per fare un esempio, inizia con la frase: “Il giorno seguente non morì nessuno”. Secondo me è un incipit tipicamente camusuiano. Saramago, come Camus, è uno scrittore mediterraneo, è un intellettuale del mediterraneo, è uno scrittore impegnato. E, soprattutto, requisito difficilmente riscontrabile in tanti autori del ‘900, è uno scrittore ateo.

    9) Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

    Da circa un anno, sto lavorando insieme ad una mia amica attrice ad una sceneggiatura (non sappiamo ancora se cinematografica o televisiva) sempre a sfondo storico calcistico ma, per ovvie ragioni, non posso dire di più. Intanto continuo regolarmente a scrivere su Left con cui posso vantare ormai un legame molto particolare. La mia rubrica, infatti, sopravvive dopo quasi sei anni di collaborazione e risulta sempre molto seguita ed apprezzata. Per un eventuale prossimo libro, invece, mi trovo ancora nell’altissimo mare dell’elaborazione delle idee. E le idee, come sappiamo, sono sempre le cose più difficili.

    Articolo di Daniele

    03 ottobre 2013

    La Lega dei Gentiluomini Rossi (Victorian Solstice #2) - Federica Soprani e Vittoria Corella

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    I Contenuti

    Scompaiono, uno dietro l’altro. Tutti giovani, bellissimi e con una caratteristica in comune. Se c’è una cosa che Jonas detesta sono i casi irrisolti. Se c’è una cosa che Jericho ama è aiutare Jonas a risolvere questi casi, e il viaggio da incubo parte dai quartieri bassi per salire su, fino a sfiorare la Corona D’Inghilterra. Ci sono cose che nessuno deve sapere e gente che va fatta tacere con le buone o con le cattive.
    Secondo episodio della Serie Victorian Solstice.

    La Recensione

    La Lega dei Gentiluomini Rossi è il secondo episodio della serie “Victorian Solstice” di Vittoria Corella e Federica Soprani. Può essere letto anche senza conoscere il precedente romanzo breve La società degli spiriti, ma va da sé che per non cadere in giudizi affrettati è meglio iniziare questa affascinante saga vittoriana dalla prima indagine dell’eterogeneo duo “Marlowe e Shelmardine”.
    Ammetto che La Lega dei Gentiluomini Rossi mi è piaciuto meno rispetto a La società degli spiriti. Non tanto per le ambientazioni, un’avvolgente e oscura Londra vittoriana che vive grazie alla squallidezza morale e fisica delle persone che la compongono, o per i protagonisti, che qui compiono un ulteriore salto di qualità di cui non posso scrivere previa l’anticipazione di parti salienti della trama. Comunque sia, la storia parte subito in quarta con una scena di inseguimento e stupro ai danni di un ragazzino nei quartieri più malfamati della capitale inglese da parte di un misterioso uomo a bordo di una carrozza. Tutta la descrizione è un pugno nello stomaco e fa sicuramente il suo effetto sul lettore. Questo, però, non è altro che uno dei tanti crimini che sta colpendo una metropoli disinteressata. Infatti, sei ragazzi sono scomparsi dai degradati quartieri irlandesi e la polizia non fa nulla per risolvere la situazione. Toccherà così all’ispettore di Scotland Yard Jonas Marlowe e al sensitivo Jericho Marmaduke Shelmardine tornare in azione per venire a capo dell’intrigo e riportare giustizia alle famiglie di quegli sfortunati giovani che avevano in comune i capelli rossi.

    Dopo un’attenta analisi posso dire che la cosa che non mi ha convinto proprio è la trama: si capisce subito che le autrici mettono intenzionalmente in primo piano i personaggi e che lo svolgimento, per quanto denso di avvenimenti, non regala colpi di scena degni di nota. Chi è avvezzo ai gialli capirà facilmente chi è il colpevole. Questa è una cosa che ci può stare, cosa che dissi anche per il primo episodio. Stavolta però è l’epilogo, per quanto propedeutico alla terza parte, ad avermi lasciato con l’amaro in bocca. Cercando di non anticipare nulla, posso però dire che le autrici avrebbero potuto usare una soluzione diversa. Invece hanno optato per quella che a mio avviso era la strada più facile da seguire per risolvere la situazione e anticipare i futuri sviluppi dei protagonisti.
    In conclusione, “La Lega dei Gentiluomini Rossi” è un episodio di passaggio e per questa sua natura può far storcere il naso al lettore. Chi avrà la pazienza di passare sopra ai difetti e deciderà di recuperare il primo romanzo breve e poi di leggere il terzo riuscirà sicuramente ad avere una visione più generale e ad apprezzarne maggiormente i pregi.

    Giudizio:
    +2stelle+ e 1/2

    Articolo di Daniele

    Dettagli del libro
    • Titolo: La Lega dei Gentiluomini Rossi (Victorian Solstice #2)
    • Autore: Federica Soprani e Vittoria Corella
    • Editore: Lite Editions
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: Victorian Solstice
    • ISBN-13: 9788866653240
    • Pagine: 55
    • Formato - Prezzo: E-book - 1,99 Euro
     

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