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21 dicembre 2013

Speciale Natale: Rover salva il Natale - Roddy Doyle

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Roddy Doyle è uno scrittore e sceneggiatore nato a Dublino nel 1958. Laureato in lettere all'University College Dublin (UCD), prima di iniziare la sua carriera nel mondo della letteratura ha lavorato anche come insegnante. Le sue opere sono ambientate per lo più in Irlanda e hanno per protagonisti la gente della classe operaia di Dublino. Famoso per l'uso continuo dello slang e del dialetto irlandese nei suoi dialoghi, ha vinto il Man Booker Prize nel 1993 con Paddy Clarke ah ah ah!, edito in Italia da Guanda nel 1994. 
Tra i premi che ha ricevuto ci sono anche un premio BAFTA (British Academy of Film and Television Arts) nel 1991 per The Commitments (in italiano I Commitments, edito da Guanda nel 1998) e sempre nel 1991 un altro Man Booker Prize con The Van (in italiano Due sulla Strada, edito da Guanda nel 1996). In italiano sono state  stati pubblicati tra gli altri: La donna che sbatteva nelle porte (in inglese The Woman Who Walked into Doors, del 1996, edito da Guanda nel 1997) dal quale in Italia è stato tratto un monologo teatrale con protagonista Marina Massironi, Irlandese al 57% (in inglese The Deportees del 2007, edito da Guanda nel 2009), Una stella di nome Henry (in inglese A Star Called Henry del 1999, edito da Guanda nel 2000), Bullfighting ( del 2011, edito da Guanda nel 2013) e i libri per bambini Il trattamento Ridarelli (in inglese The Giggler Treatment del 2000 del edito da Salani nel 2001), Le avventure nel frattempo (in inglese The Meanwhile Adventures del 2004 edito da Salani nel 2005), il titolo recensito e Tutta sua madre (in inglese Her Mother's Face del 2008, edito da Salani nel 2013). Ateo convinto, ha aperto a Dublino un centro di scrittura creativa chiamato "Fighting Words".

I bambini la sera non vogliono mai andare a letto. Tranne il 24 dicembre. Ma non sanno che Babbo Natale è davvero nei guai e che i loro regali sono seriamente in pericolo. Rudolph, la renna più forte e più veloce, che sa orientarsi a occhi chiusi tra le stelle, la renna più esperta negli atterraggi sui tetti, la renna che canta volando da un paese all’altro, è in sciopero. Babbo Natale sa che c’è solo un animale in grado di sostituire Rudolph: un cane di nome Rover! Riuscirà l’astuto elfo inviato da Babbo Natale a convincere il cane più furbo del mondo – quello che vendeva la cacca ai Ridarelli - a lavorare gratis per una notte intera?Un volo a perdifiato intorno al globo terrestre, una corsa contro il tempo, tra demenziali intervalli pubblicitari, capitoli capricciosi, lucertole in amore, e imprevisti esotici di ogni genere… È una notte speciale: stavolta anche i bambini possono viaggiare con Babbo Natale, e dal cielo cade zucchero invece che neve. Una notte magica e piena di risate, che solo il genio di Roddy Doyle poteva creare.

La Recensione

Rover salva il Natale è il secondo libro di una trilogia che comprende anche Il Trattamento Ridarelli e Le Avventure nel Frattempo. Sul mercato è possibile trovare le tre opere accorpate, ma, nonostante questo, la storia di Rover si legge benissimo senza bisogno di conoscere le vicissitudini descritte negli altri due. Riassumo velocemente: scaltro cane irlandese Rover deve sostituire la renna Rudolph - la migliore di quelle che Babbo Natale usa per trainare la sua slitta - la notte in cui i bambini di tutto il mondo aspettano trepidanti i propri regali. Ce la farà? Aiutato da Jimmy e Robby Mack - due discoli di Dublino -, le piccolissime Kayla Mack e la sua amica Victoria, e due lucertole che cambiano il nome a seconda della temperatura, Rover ce la metterà tutta per far sì che i giocattoli siano consegnati  prima che il sole sorga. Roddy Doyle confeziona con sagacia una storia sul Natale che lascia di buonumore sia il grande che il piccino. Ovvio che a divertirsi di più nel leggere come si dice “cacca” in finlandese – tanto per fare un esempio - sia il preadolescente a cui l’autore si rivolge, ma anche l’adulto potrà passare un’ora col sorriso sulle labbra leggendo delle avventure di un improbabile ed eterogeneo gruppo alle prese con la festività più frenetica e gioiosa dell’anno. Così Rover e i suoi amici, interrotti ogni tanto da capitoli che invecchiano e pubblicità di dentifrici “miracolosi”, vengono affrontati da uccelli con il mitra nei cieli dell’Australia e aiutano la piccola Victoria a lasciare un regalo ai nonni che vivono in Nigeria in una casa con scritto sul tetto “Tina abita qui” a causa di un incidente combinato dalla madre quando era bambina. Rover salva il Natale fila liscio fino ai vari finali “proposti” dall’autore in uno stato di divertente e irriverente anarchia. In più, i disegni semplici ma molto belli di Brian Ajhar rendono ulteriormente il clima gioioso che si respira dalla prima all’ultima pagina.
In conclusione, Rover salva il Natale andrebbe letto la sera della vigilia di Natale davanti al caminetto in attesa che un pingue vecchietto vestito di un improbabile rosso acceso scenda giù dal camino. Se abitate a Dublino la magia raddoppia, ma se non vivete nella capitale irlandese e non avete un camino in casa, beh, leggetelo ugualmente, anche solo per passare un’ora di buonumore.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Rover salva il Natale
  • Titolo originale: Rover Saves Christmas
  • Autore: Roddy Doyle, Brian Ajhar (disegni)
  • Traduttore: Giuliana Zeuli
  • Editore: Salani Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13: 9788884511843
  • Pagine: 152
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 10,00 

09 dicembre 2013

Storie di un viaggiatore immortale - Andrea Casalboni

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I Contenuti

Tristan Garden, nato nella campagna inglese del XIV secolo, non è un uomo come tutti gli altri: non gli servono cibo e acqua per nutrirsi, ma storie, lette o ascoltate. Le "Storie di un Viaggiatore Immortale" altro non sono che la vita di Tristan, raccontata da lui stesso, una vita fatta di pellegrinaggi e avventure a cavallo tra i secoli fino ai giorni nostri, cibandosi delle tante storie di un'umanità in perenne mutamento, ma che, come riflette amaramente Tristan, ripete spesso gli stessi errori. Le peregrinazioni e i viaggi di questo strano eroe, che invecchia quando racconta o scrive ma ringiovanisce quando ascolta o legge, sono alternate di continuo a brevi racconti di varia natura ma sempre carichi di spunti di riflessione sulla natura umana e sul potere dell'atto creativo, qualunque esso sia.
"Storie di un Viaggiatore Immortale", a metà tra un romanzo e una raccolta di racconti, tra la storia e la finzione, è in parte un viaggio tra i continenti e i secoli, in parte una sintesi sulla storia della civiltà moderna e in parte una retrospettiva agrodolce sugli uomini, sulle loro azioni, sulle loro passioni e, ovviamente, sulle loro storie.

La Recensione

“Storie di un viaggiatore immortale” parte da uno spunto interessante: quello del viaggiatore che osserva la crescita dell’umanità lungo i secoli. Infatti, l’autore, Andrea Casalboni ci narra le vicende di Tristan Garden, nato in Inghilterra in una notte del XIV secolo con la particolarità di non nutrirsi che di storie. Ciò lo porterà a vivere come un’ombra lungo sette secoli di vita. 
L’idea, non nuova, è comunque molto carina e intrigante e mi ha ricordato un po’ Neil Gaiman e la letteratura inglese del genere. All’autore, poi, non mancano di certo fantasia e una buona conoscenza di base - le citazioni che aprono i capitoli variano da Oscar Wilde al Dottore passando per Terry Pratchett, tanto per fare un esempio -. Inoltre, Casalboni ha una discreta prosa che rende la sua prova scorrevole e facilmente leggibile in un pomeriggio, complice anche la “lunghezza” (120 pagine circa). Non ci sono particolari refusi e, per essere l’opera di un esordiente, l’edizione è decisamente ben curata. 
Ora veniamo alle note dolenti. La scorrevolezza è anche un’arma a doppio taglio: come si legge facilmente, si dimentica anche facilmente. Purtroppo l’autore non è riuscito a ricreare la magia che esiste nelle opere dello stesso genere, mettendo il protagonista in situazioni che potenzialmente dovrebbero catturare l’attenzione ma che sono piuttosto scialbe nel risultato finale. Questo è il difetto maggiore di “Storie di un viaggiatore immortale” insieme alla poca amalgama degli ingredienti dell’opera. È un romanzo o una serie di racconti? È un ibrido? In alcuni casi si passa dalla vita di Tristan a pagine che raccontano di tutt’altro per poi ritornare al protagonista. Questo avrebbe potuto essere accettabile se ci fosse stata una maggiore coesione narrativa, ma con questo tipo di disposizione sembra di leggere un mucchio di storie messe là alla bell'e meglio. Insomma, l’autore non è riuscito a dare quel carismatico filo conduttore che avrebbe potuto dare una marcia in più al suo libro. In teoria il protagonista avrebbe dovuto compiere questa funzione, ma non riesce perché invece di essere il fulcro delle vicende a cui partecipa sembra lasciarsi scivolare addosso gli eventi e gli altri personaggi per il semplice gusto di “nutrirsi” di loro. Va bene dire che a causa della propria natura, Tristan non può avvicinarsi più di tanto all’umanità, ma ai fini della storia questo distacco diventa poco coinvolgente per il lettore visti anche i difetti detti sopra.
In conclusione, “Storie di un viaggiatore immortale” è un’occasione mancata. È giusto far notare che Andrea Casalboni e al suo esordio e che magari, con la giusta esperienza, nel tempo potrà creare opere narrative di spessore maggiore. La menzione finale va alla copertina - accreditata a Valentina Napolitano –, molto intrigante ed evocativa.

Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Storie di un Viaggiatore Immortale
  • Autore: Casalboni Andrea
  • Editore: Nativi Digitali Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ASIN: B00GCFZ7CI
  • Pagine: 120
  • Formato - Prezzo: Ebook - 2.99€

28 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: L'altalena del respiro - Herta Müller

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Herta Müller ha vinto il premio Nobel nel 2009 con questa motivazione: "Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo degli spodestati”. La sua bibliografia è spesso incentrata sugli effetti che hanno la violenza, la crudeltà e l'orrore sull'animo umano e molte delle sue opere sono ambientate durante la dittatura di Nicolae Ceaușescu, che lei stessa ha vissuto. La musica folk Romena e l'attivismo politico hanno influenzato la sua opera sopra ogni altra cosa.

Herta Müller è nata a Niţchidorf, Romania, il 17 agosto 1953 in una comunità sassone. Dopo l'università, trova lavoro come traduttrice per un'azienda dalla quale viene licenziata dopo tre anni per mancata collaborazione con i servizi segreti, la Securitate. Nel 1982 pubblica il suo primo libro, la raccolta di racconti Bassure (Niederungen), che viene sottoposto a censura. Nel 1987 va a vivere in Germania con il marito, dove attualmente risiede, e nel 1995 viene accolta nell'Accademia Tedesca di Letteratura e Poesia. Per protesta nel 1997 abbandona il PEN Club, organizzazione internazionale di letterati fondata da John Galsworthy, per la decisione presa dal comitato di riunire le associazioni di Germania Ovest ed Est. 
Nel 2008 ha inviato una lettera di critica al presidente dell'Istituto di Cultura Romena, che aveva espresso il suo sostegno a una scuola romeno-tedesca nella quale lavoravano due ex-informatori della Securitate. Molti dei suoi libri sono stati pubblicati in Italia dopo la vittoria del Nobel del 2009 da Marsilio, Feltrinelli, Keller e Sellerio. Da ricordare, oltre all'opera qui recensita, tra quelli tradotti in italiano: Il paese delle prugne verdi (Herztier, Amburgo 1994), pubblicata in Italia da Keller; Cristina e il suo doppio (Cristina und ihre Attrappe oder Was (nicht) in den Akten der Securitate steht, Gottinga 2009), pubblicato da Sellerio; Oggi avrei preferito non incontrarmi (Heute wär ich mir lieber nicht begegnet, Reinbek bei Hamburg 1997), Feltrinelli; Il re s'inchina e uccide (Der König verneigt sich und tötet, Monaco 2003), saggio pubblicato da Keller.

Gennaio 1945, la guerra non è ancora finita: per ordine sovietico inizia la deportazione della minoranza rumeno-tedesca nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina. Qui inizia anche la storia del diciassettenne Leopold Auberg, partito per il Lager con l’ingenua incoscienza del ragazzo ansioso di sfuggire all’angustia della vita di provincia. Cinque anni durerà poi l’esperienza terribile della fame e del freddo, della fatica estrema e della morte quotidiana. 
Per scrivere questo libro Herta Müller ha raccolto le testimonianze e i ricordi dei sopravvissuti e in primo luogo quelli del poeta rumeno-tedesco Oskar Pastior. Avrebbe dovuto essere un’opera scritta a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire da sola dopo la morte di Pastior nel 2006. È infatti attraverso gli occhi di quest’ultimo, quelli del ragazzo Leo nel libro, che la realtà del Lager si mostra al lettore. Gli occhi e la memoria parlano con lingua poetica e dura, metaforica e scarna, reale e nello stesso tempo surreale – come la condizione stessa della mente quando il corpo è piagato dal freddo e dalla fame. Fondato sulla realtà del Lager, intessuto dei suoi oggetti e della passione, quasi dell’ossessione per il dettaglio quale essenza della memoria e della percezione, questo romanzo è un potente testo narrativo.

La Recensione

La storia de L’altalena del respiro - pubblicato nel 2009 e uscito in Italia nel 2010 per Feltrinelli – è incentrata sull’esperienza del diciassettenne Leopold Auberg in un campo di lavoro forzato sovietico e ben rappresenta il motivo per cui l’autrice ha ricevuto il Nobel. Scritto come una serie di riflessioni sulla vita di un individuo che è stato strappato alla famiglia senza colpe alcune se non quella di essere tedesco – quindi nemico nonostante la guerra si stia concludendo con l’inesorabile sconfitta della Germania -, il libro mostra al lettore l’abisso in cui si può perdere l’animo umano quando l’ideologia prevarica il buon senso. 

Leopold, partito quasi come se stesse andando in gita – come ci si aspetterebbe dal figlio di una famiglia agiata –, finirà per patire le sofferenze dalla fame e del lavoro forzato, sopravvivendo ma rimanendone segnato per sempre. I rapporti con il mondo esterno sono irrimediabilmente incrinati e l’unico amico che continuerà a stare vicino a Leopold per tutta la vita è quello che l’ha cambiato radicalmente: l’angelo della fame. Quest’ultimo è la più importante delle tante metafore che accompagnano il lettore nella poetica della Müller.
I pensieri del protagonista – che racconta la sua terribile esperienza in prima persona – sono ricordi che vengono descritti senza linearità temporale, costruiti in potenti figure retoriche per dare un’idea della differenza tra la forza dello spirito e la desolante realtà in cui è immerso il corpo. Le parole della Müller lasciano infatti il segno e la descrizione della vita nel lager è un pugno nello stomaco del lettore, nonostante venga fatto capire che Leopold rimarrà in vita per portare l’esperienza del lager come fardello, pena ancora maggiore della morte.

Il problema di questo libro, che personalmente ho faticato non poco a finire nonostante la sua brevità, sta, paradossalmente, proprio nella poetica dell’autrice: a volte risulta astrusa, senza un filo logico, altre dà l’idea di essere solo una serie di belle frasi messe insieme. L’astrazione dalla realtà a cui si costringe il protagonista per non perdersi definitivamente disorienta il lettore e rende la storia una serie di episodi eterogenei. Molti espressioni sono ripetute ossessivamente – per esempio l’angelo della fame che non abbandona mai il protagonista, oppure la “lepre del viso” per dire che qualcuno sta per morire di fame e che quindi è sprecato scambiarci il “pane delle guance” – e la fame che pesa sul protagonista e sul lettore diventa un concetto meno potente pagina dopo pagina.
In conclusione, L’altalena del respiro non è una lettura facile. Ci può stare, visto anche l’argomento trattato, ma il continuo uso delle figure retoriche – comunque d’impatto - e la ripetizione degli stessi concetti rendono più pesante una lettura che ha nella quotidiana resistenza dello spirito alle brutture della materia un argomento di sconvolgente forza emotiva.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: L'altalena del respiro
  • Titolo originale: Atemschaukel 
  • Autore: Herta Müller
  • Traduttore: Carbonaro Margherita
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: I Narratori
  • ISBN-13: 9788807018114 
  • Pagine: 251
  • Formato - Prezzo: Brossura/Ebook - 15,30 Euro/6,99 Euro

23 novembre 2013

Diario di lettura di Daniele: Shada

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I Contenuti

Oltre 700 episodi, 33 anni di programmazione: "Doctor Who" è la serie televisiva dei record, la più longeva saga fantascientifica di sempre. In queste pagine, Douglas Adams ci regala un'avventura inedita, mai portata sullo schermo né tradotta in italiano. Il Signore del Tempo professor Chronotis, vecchio amico del Dottore, si è ritirato all'università di Cambridge, dove nessuno si accorgerà mai che egli vive da secoli. Ma adesso ha bisogno dell'aiuto del Dottore, della sua giovane assistente Romana e di K-9, il suo fedele computer a forma di cane. Lasciando Gallifrey, il pianeta d'origine della potente specie dei Signori del Tempo, infatti, ha portato con sé alcuni souvenir, per lo più innocui. Ma ce n'è uno molto, molto pericoloso, L'antico e venerabile codice di Gallifrey, uno dei Potenti Artefatti, risalenti ai giorni oscuri di Rassilon: un libro che assolutamente non deve cadere nelle mani sbagliate. E quelle del sinistro Skagra sono le più sbagliate che si possano immaginare. Perché lui vuole quel libro a tutti i costi. Vuole che il professore gli sveli la verità nascosta dietro Shada, il misterioso pianeta-prigione dove vengono rinchiusi i criminali che tentano di conquistate l'universo. E si dà il caso che la conquista dell'universo è proprio il progetto di vita cui Skagra ha deciso di dedicarsi...

Diario di lettura di Daniele: Volare sulle ali della Fisica con Doctor Who

Della serie: "Non me l’aspettavo affatto, ovvero: come entrai in libreria in una piovosa sera di novembre e trovai questo libro".
Avevo appena finito di vedere la terza serie di Doctor Who, quando esco di casa e comincio a vagare per il centro città con l’ombrello in mano. A un certo punto la pioggia comincia a cadere a secchiate, tanto che il mio misero ombrellino non può che capitolare. Fortuna nella sfortuna, la libreria della città era a pochi passi da me, salvandomi da un destino più fradicio. Una capatina l’avrei fatta comunque, ma tant’è. Il tempo di uno scambio di battute con il gestore e subito mi butto tra gli scaffali. Dopo un veloce giro tra i Feltrinelli scontati del 25%, arrivo nella sezione fantasy e fantascienza. Tra i libroni di Martin, Tolkien e Asimov – Pratchett e Gaiman no, quella è narrativa per ragazzi secondo una poco comprensibile disposizione – non vedo nulla di nuovo, così mi giro e continuo il giro. Critico aspramente il ciarpame che esce regolarmente, faccio altre due chiacchiere col gestore sul mercato e sul tempo e do uno sguardo fuori. “Qualcuno dovrebbe ricordare alla Natura che i gavettoni si fanno d’estate”, dico prima di rientrare. Fino a che non spiove, non se ne parla di tornare a casa. Poco male: ricomincio il giro. Ritorno nella mia sezione preferita e la mia attenzione stavolta viene catturata da un libro in bella mostra che prima non c’era. Sono sicuro: prima avevo guardato attentamente e non c’era. Un libro con su scritto a caratteri cubitali “Doctor Who” e “Douglas Adams” non avrebbe potuto essere ignorato. Dati i due nomi, forse si tratta di un libro quantistico, fatto dello stesso materiale degli Angeli Piangenti. Così mi tuffo a prenderlo senza sbattere le palpebre per evitare che possa sparire nuovamente. Scorrendo per intero la copertina leggo che l’autore è Gareth Roberts, sceneggiatore di alcune puntate della serie britannica. Lo apro immediatamente e vengo fulminato dal primo capoverso, che recita:
“A cinque ann, Skagra stabilì che Dio non esisteva. La maggior parte degli abitanti dell'universo, davanti a una simile rivelazione, reagisce in due modi: sospirando di sollievo o sprofondando nello sconforto. Solo Skagra se ne uscì con: “Ah, vuol dire che il posto è libero”.
Non ci pensai due volte a spendere i quattordici euro e cominciai a leggerlo lì, in attesa che la Luna spuntasse da dietro le nuvole. Non feci nemmeno caso al primo vistoso difetto dell’edizione italiana: mancano completamente le prime pagine, quelle che di solito recano il copyright, il titolo originale, il nome dell’autore, le citazioni, le dediche, eccetera eccetera. Si parte subito con la storia. Comunque sia, se volete recuperarle, in Internet si può trovare facilmente la versione elettronica in inglese. Ci sono un paio di spiegazioni sul libro e sulla storia che aiutano il lettore a comprendere meglio ciò che si appresterà a leggere. Forse alla Mondadori non lo ritenevano necessario, chissà. Tuttavia. 
Shada è una stesura fatta da Roberts tratta da una vecchia sceneggiatura di Adams con protagonisti il quarto Dottore, la sua compagna Romana, e il fido cane-robot K-9, mai trasmessa in onda a causa di uno sciopero. Se siete fan, sapete di cosa parlo. Se non lo siete, non vi preoccupate: al di là di tutto, la storia è godibile di per sé, e narra delle avventure dei nostri eroi alle prese con il perfido Skagra, un alieno dalla mente superiore che per una serie di motivi vuole creare una nuova società universale. Ad aiutare i nostri eroi ci saranno anche i terrestri Chris Parsons e Claire Keightley, due studenti di fisica di Cambridge, e lo strano professore Chronotis del college di St. Cedd. 
Se avete letto Dirk Gently, agenzia di investigazione olistica, l’ultimo nome non vi dovrebbe essere nuovo: questo non è che il primo dei mille rimandi alla bibliografia di Adams disseminati lungo tutto l’arco narrativo. I personaggi sono caratterizzati benissimo e facilmente ci si appassiona alle loro peripezie spazio-temporali, anche se il Quarto Dottore viene messo un po’ in ombra sia dal cattivo, magistralmente costruito sull’archetipo del genio incompreso, sia dagli altri protagonisti, sui quali spiccano Chronotis e Claire. Si vede che Adams, dove ha avuto più libertà di creare, ha lasciato sciolte le briglie della sua inventiva illimitata. 
Inventiva che si nota anche nei numerosi colpi di scena della trama che seguono sempre la regola di ribaltare ironicamente le leggi fisiche universali rimanendone nel loro rispetto. È sempre bello leggere dei continui, improbabili e allo stesso tempo credibili salti mortali spazio-temporali per non far deragliare la trama. Lo stesso Roberts ha ammesso che lavorare su un testo del genere è stato più faticoso di quanto preventivato. C’è da fargli un applauso anche solo per aver avuto il coraggio di mettere le mani su una sceneggiatura peraltro rimaneggiata di cui lo stesso Adams non era contento. Va da sé, però, che Roberts è riuscito nel suo compito improbo mantenendo intatto lo spirito umoristico delle altre opere dell’autore britannico scomparso prematuramente e facilmente il lettore divorerà il romanzo, rimanendone piacevolmente soddisfatto al termine. Altresì, se non amate lo stile dello scrittore della serie di Guida Galattica per Autostoppisti, lasciate da parte questo romanzo: non cambierete idea.
Tra i difetti si notano alcuni anacronismi volutamente inseriti, a causa anche dell’ambientazione di trent’anni fuori tempo, che fanno un po’ sorridere per l’ingenuità. In più, l’edizione italiana è stata visibilmente curata in maniera frettolosa dalla Mondadori, forse per uscire in tempo per l’evento del film, previsto per stasera. Per fare un esempio, mi è capitato di leggere due volte lo stesso palese errore di traduzione – non posso andare più nello specifico senza fare spoiler - intervallato dalla traduzione giusta della frase. Aggiunta alle mancanze dette prima, la cosa è stata irritante.
In conclusione, Shada mi è piaciuto molto, tanto che quattro stelle se le merita tutte. Da parte mia, credo che sia un ottimo antipasto al film. Chi è un fan del Dottore non può assolutamente farsi scappare questo libro. Idem per chi segue Douglas Adams. Chi invece non conosce nulla, può togliere tranquillamente una stella al giudizio e leggerlo come un godibile romanzo adatto alle ore buche della giornata.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Shada
  • Titolo originale: Shada
  • Autore: Douglas Adams - Gareth Roberts
  • Traduttore: A. Vezzoli
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: novembre 2013
  • Collana: Oscar Bestsellers
  • ISBN-13: 9788804633358
  • Pagine: 365
  • Formato - Prezzo: Brossura/Ebook - 14,00 Euro/6,99Euro

19 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: La svastica sul sole - Philip K. Dick

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Vincitore del Premio Hugo nel 1963, La svastica sul sole è uno dei più famosi esempi di ucronia, tipo di narrazione nella quale viene raccontata una storia alternativa a quella reale. I suoi inizi vengono fatti risalire addirittura a Tito Livio e a un suo brano ne Ab Urbe Condita. Philip K. Dick è uno dei nomi che hanno fatto grande la fantascienza e al quale è dedicato un premio per i migliori romanzi del genere pubblicati direttamente in edizione economica. Il libro era destinato ad avere dei seguiti che non sono mai stati pubblicati, se non in brevi accenni che si possono trovare in alcune edizioni. Nel 2001 è stata stampata una versione della Fanucci Editore dal titolo "L'uomo nell'alto castello" con traduzione di Maurizio Nati.

Philip Kindred Dick, nato nel 1928 a Chicago da una famiglia dai legami burrascosi, esordisce nella fantascienza nel 1952 sulla rivista Planet Stories. è autore di romanzi e racconti di fantascienza. Tra le sue opere più famose: Cronache del dopobomba, I simulacri,Un oscuro scrutare, Il Cacciatore di Androidi (conosciuto anche come Ma gli androidi sognano pecore elettriche?). Da quest'ultimo è stato tratto il capolavoro di Ridley Scott Blade Runner. Sposato cinque volte, dipendente da anfetamine, paranoico e soggetto ad allucinazioni, Dick ha avuto più successo dopo la morte, avvenuta nel 1982 per un attacco cardiaco proprio quando i diritti per le sue opere cominciavano a dargli una certa sicurezza economica. 

Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti, i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folclore e della cultura americana, e tutto sembra ruotare intorno a due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato in realtà sconfitto dagli Alleati.

La Recensione

Non è facile recensire “La svastica sul sole”: i piani di lettura sono talmente tanti che il rischio di tralasciare qualcosa è alto. Da cultore della fantascienza dovevo colmare la lacuna Philip K. Dick e questo libro è stato sicuramente un ottimo modo per farlo. 
Classico esempio di ucronia (genere che risale addirittura alla letteratura latina e nel quale vengono narrati avvenimenti di finzione partendo dal presupposto che uno o più episodi storici abbiano preso una piega diversa da quella reale), vi sono raccontate le vicende di un gruppo eterogeneo di persone, collegate labilmente tra di loro, durante un 1962 nel quale gli Stati Uniti sono divisi tra Giappone e Germania nazista.
La grandezza della prosa di Dick non sta nel presentare al lettore semplicemente la grande storia in maniera alternativa. Agli eventi vengono preferiti gli effetti che questi hanno avuto, hanno e avranno sulla vita di tutti i giorni. Quindi ci troveremo a leggere di un negoziante che commercia con i giapponesi – padroni della costa ovest degli USA – in oggetti tradizionali indigeni come pistole della guerra di secessione o orologi di Topolino, di un mite funzionario giapponese che si troverà costretto ad agire per impedire un complotto ai danni della sua nazione e di una insegnante di judo che viene coinvolta da una spia italiana al soldo della Germania nazista nel piano per uccidere uno scrittore “dissidente”. Proprio questo scrittore – a cui il titolo originale inglese “The Man in the High Castle” fa riferimento -, di nome Hawthorne Abendsen, è l’autore di un best-seller dal titolo “La cavalletta non si alzerà più” (in originale “The Grasshopper Lies Heavy"), che, come in un gioco di specchi, narra le vicende del dopoguerra di una realtà alternativa in cui sono l’Impero Britannico e gli Stati Uniti a dominare il mondo. Dick, con cinica ironia, prende in giro il lettore medio: un’opera che racconta un argomento simile a quello de “La svastica sul sole” ma che è trattata in maniera completamente differente diventa un best-seller. Ucronia nell’ucronia, “La cavalletta non si alzerà più” è un riuscito tentativo di metalibro diametralmente opposto alla realtà raccontata dall’autore. Quest’opera, al pari del libro cinese degli oracoli, l’”I-Ching”, influenza enormemente la vita dei personaggi che popolano la realtà alternativa descritta.

Difficile, insomma, dare dei giudizi negativi o positivi netti: i motivi per cui amare o odiare“La svastica sul sole” sono gli stessi. Il lettore potrebbe imputare a Dick un eccessivo caos narrativo, dovuto alla sua incredibile fantasia visionaria. Si rimane esterrefatti dalla quantità di idee che vengono condensate in nemmeno trecento pagine. Idee, tra l’altro, che verranno letteralmente saccheggiate dagli autori di fantascienza negli anni a venire. Un altro punto di discussione potrebbe essere quello dell’eccessiva indulgenza verso la cultura giapponese, che Dick presenta come un impero colonizzatore pacifico, ultimo baluardo prima della totale resa del mondo ai nazisti, quando in realtà le cronache dei massacri perpetrati dall’esercito dell’impero del Sol Levante in Cina e nel sud-est asiatico risalgono a prima della Seconda Guerra Mondiale.

In conclusione, “La svastica sul sole” merita un posto d’onore nella nutrita bibliografia di Philip K. Dick. Il premio Hugo del 1963 non avrebbe potuto avere un vincitore più meritevole. Il lettore che cerca una disamina su un mondo alternativo potrebbe storcere la bocca davanti alle pagine di questo “mostro”. La storia intricata, nel quale Dick si diverte sadicamente a togliere continuamente la terra  sotto i piedi al lettore, non è facile da seguire. Gli amanti della fantascienza in generale e delle ucronie in particolare non dovrebbero farsi assolutamente sfuggire questo importante pezzo della storia letteraria alternativa americana.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: La svastica sul sole
  • Titolo originale: The Man in the High Castle
  • Autore: Philip K. Dick
  • Traduttore: Maurizio Nati
  • Editore: Fanucci Editore
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Collezione Ventesima
  • ISBN-13: 9788834716083
  • Pagine: 271
  • Formato - Prezzo: rilegato - 12.90 Euro

13 ottobre 2013

Intervista a Emanuele Santi, autore de "Il portiere e lo straniero"

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L'autore

Classe 1970, lavoratore aeroportuale turnista, è a un solo esame dalla laurea in Giurisprudenza. Ha pubblicato due brevi romanzi: Memorie di un pony express (Ibiskos, 2007) e L’Attore (MJM, 2010). Dal 2008 cura la rubrica Calcio mancino sul settimanale “left” e fino al 2010 è stato collaboratore del quotidiano ecologista “Terra”, organo d’informazione della Federazione dei Verdi. Vive tra Roma e Barcellona dove, appena può, vola da suo figlio Valerio. 


Il libro

"Se in campo con la maglia numero uno c'è Albert Camus, è il caso di dire che quello del portiere è il ruolo più letterario del calcio. E non banalmente perché vinse il premio Nobel per la letteratura, ma perché chi gioca tra i pali sviluppa la capacità di osservare da un punto di vista diverso: da dietro, dall'alto di un volo sotto la traversa, strisciando sui gomiti o raggomitolato con la terra in bocca. Il portiere, come lo scrittore, è l'estremo difensore, è solo, e la sua visione del mondo è quella di chi si oppone, lotta e si arrende per ultimo. Attraverso una scrittura mai scontata, Emanuele Santi intreccia la storia del calcio e quella dell'Algeria ancora colonia francese con gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Camus, mostrando come proprio le memorie vive di portiere abbiano favorito, se non determinato, la scrittura di un romanzo dirompente e immortale come Lo straniero."



L'intervista

1) Nella prefazione parli di com’è nata l’idea di redigere questa biografia, incrocio ben riuscito tra sport e letteratura. Quanta influenza hanno avuto lo sport e la letteratura nella tua vita?

Confesso che di sport non ne ho praticato tantissimo. Quattro brevetti di nuoto fino a nove anni e, ovviamente, pallone, pallone e pallone. Di ufficiale, però, solamente un paio di stagioni nei pulcini del Don Orione, a Monte Mario, e poi tantissime battaglie e corse senza regole tra i cortili di scuola, i parchi pubblici, i giardinetti del quartiere e, naturalmente, i campetti mattonati delle parrocchie (mai frequentate per altri motivi). Fino alle scuole medie mi piaceva giocare anche in porta. La letteratura, invece, è qualcosa che entra nella vita di ciascuno senza che ce ne possiamo rendere conto immediatamente. Ciò che leggi ti scava dentro, ti penetra come l’acqua, ti riempie. Questo vale anche per la musica che ascolti, per i film che vedi e che ti restano impressi, così come per le opere teatrali, per i quadri e per tante altre cose. Con la letteratura uno ci cresce. Ci sono libri per bambini, libri per ragazzi, libri per tutte le età. I libri che uno legge se li ritrova dentro come memorie più o meno inconsapevoli, come bagaglio culturale, appunto, come patrimonio di idee.

2) Chi sono i tuoi autori preferiti? E gli sportivi preferiti?

Il numero uno, in tutti i sensi, è Albert Camus. Ormai è il mio idolo. Ho amato e amo anche altri scrittori e per tanti motivi diversi. Un po’ per la vita che hanno fatto, un po’ per l’impegno sociale o culturale o politico. Lo scrittore, secondo me, deve essere per definizione impegnato. Volendone citare alcuni direi Fedor Dostoevsky, impiegato statale nella Russia zarista, e Joseph Conrad, semplice marinaio o migrante ante litteram che scriveva in un inglese lontanissimo dalla sua lingua madre. Anche Franz Kafka, per scrivere, aveva ripiegato sulla seconda lingua parlata a Praga: il tedesco. Discorso a parte merita Charles Bukowski che, a un certo punto, ha lasciato il suo lavoro alle poste per fare soltanto lo scrittore, cioè il barbone. Per quanto riguarda gli sportivi, limitiamoci ai soli calciatori altrimenti parleremmo per ore e ore. Sono nato nel 1970 e, quando ho cominciato a vedere le partite di pallone, Beckenbauer, Cruyff e Pelè erano già in America, al circo. I campioni per me erano soltanto gli azzurri del mundial argentino e impazzivo per Kevin Keegan e per Rob Rensenbrink. Poi la Roma prese un ragazzo che si chiamava Carlo Ancelotti, l’anno dopo arrivò Falçao e iniziò l’età dell’oro. Tra Zico e Maradona, all’inizio, preferivo il brasiliano, almeno fino a quando Diego non venne a giocare a Napoli. All’Olimpico l’ho visto un sacco di volte ma soltanto mentre piangeva, dopo la finale mondiale persa contro la Germania, ho capito che è stato lui il più forte di tutti. Adesso non esistono più campioni capaci di vincere le partite da soli. L’ultimo, forse, è stato Zidane il berbero. 

3) Quanto è stata utile la passione per lo sport per farti comprendere meglio il giovane Camus? 

Tantissimo. È stata necessaria proprio per quella chiave di lettura originale di un capolavoro come Lo straniero. Chiave di lettura che caratterizza l’idea stessa alla base del mio libro. La passione di Camus per il calcio attraversa dapprima la sua infanzia e poi la sua adolescenza. Infanzia e adolescenza sono i periodi più belli della vita o quantomeno i periodi fondamentali in quanto condizionano il modo di essere di ciascuno. Questa passione giovanile di Camus ha sicuramente influenzato il suo modo di scrivere e di guardare le cose. Egli stesso ha riconosciuto l’importanza del calcio nella sua formazione umana e morale. Si potrebbe addirittura azzardare che sia sempre riuscito respingere gli attacchi della tubercolosi proprio perché non ha mai perso quella voglia di vivere che ha caratterizzato la sua gioventù sotto il sole di Algeri. 

4) Il capitolo dedicato a Zamora, leggendario portiere spagnolo a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, ci riporta all’infanzia di Camus. Com’è nata l’idea di usare un personaggio pubblico molto lontano dal mondo di Camus? 

Non è vero che Zamora fosse lontano dal mondo di Camus, anzi. Tra Zamora e Camus ci sono dodici anni di differenza e le due sponde opposte del Mediterraneo. Ad Algeri, Zamora era amatissimo dall’intera comunità spagnola e stimato anche dalla francese. Quando Camus entra al liceo Bugeod, Zamora è l’idolo della prensa (la stampa di lingua casigliana) e dei tifosi dell’Espanyol di Barcellona. Nel 1930, quando il ragazzo diciassettenne è colpito dall’attacco di tubercolosi che lo costringerà a smettere di giocare, Zamora ha appena firmato un contratto stellare con il Real Madrid. Per l’Albert Camus portiere, Ricardo Zamora è un vero e proprio riferimento, è un modello. È il più forte numero uno insieme al parigino Pierre Chayrigues beniamino di tutti i francesi di Algeri. Il parallelo che viene fatto nel capitolo intitolato “L’età di Ricardo Zamora” riguarda il rapporto dei due personaggi (Zamora e Camus) ciascuno con la propria figura paterna. Il padre del titolare della Nazionale spagnola era un medico e pretendeva che il figlio proseguisse gli studi per fare la sua stessa professione. Il papà di Albert Camus invece era morto in guerra, nella battaglia della Marna, quando il figlio non aveva nemmeno un anno. Entrambi realizzano una propria identità senza alcuna identificazione col genitore. Zamora diviene il portiere più forte di sempre e Albert Camus (bloccato nell’attività agonistica dalla tubercolosi) diviene uno scrittore destinato al Nobel per la letteratura. Il tutto negli anni ‘30, gli stessi in cui si afferma il dogma psicoanalitico della realizzazione attraverso l’identificazione col padre.

5) Com’è cambiato il tuo rapporto con Camus dopo aver scritto Il portiere e lo straniero?

Enormemente. Ormai non posso più permettermi di smettere di studiarlo. Posso dire di essermi tradito con le mie stesse mani, me la sono andata a cercare. È un po’ come quell’espressione: “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!” Battute a parte, credo che l’attualità del pensiero di Camus, soprattutto nell’anno in cui cade il centenario della nascita, ritorni con una certezza sconvolgente. Nella mia ricerca per scrivere Il portiere e lo straniero, ho avuto modo di approfondire tantissime cose e di scoprire il valore universale della sua Opera. Opera che è sempre fonte di spunti per idee nuove ed originali. Nella premessa del libro, infatti, avevo messo le mani avanti e confessato tutte le mie paure e tutte le mie preoccupazioni nel voler provare a raccontare un gigante come Albert Camus attraverso il suo amore per il calcio e per il ruolo di portiere. Ciò non mi esonera tuttavia dal continuare a leggerlo e a studiarlo. Anche perché ogni volta che lo leggo mi sembra sempre diverso.

6) Nel primo capitolo c’è scritto: “L’Algeria è un Paese ricco di passione, ricco di luce, di mare, di sale, di colori, di pietra, di deserti e di rivincite. L’Algeria è ricca di genti, di popoli, di costumi, di porti, di misteri e di città vecchie”. Quanto del Paese del giovane Camus hai ritrovato? 

In realtà poco. Se non dal solo punto di vista paesaggistico e (citando il grande Bruno Pizzul) squisitamente architettonico. Ho dovuto rivivere i luoghi, respirare l’aria, gli odori, far lavorare la fantasia. Mi serviva essere lì, ad Algeri. Troppe cose non sono più come prima. E non si può dire che per alcune cose sia meglio così e per altre no. È fuori discussione che l’Algeria debba essere degli algerini e non più francese come intendeva qualcuno fino a mezzo secolo fa. Proprio su questo argomento Albert Camus la pensava come nessun altro, proprio perché secondo lui l’umanità non si può distinguere in base alla nazionalità. Egli per primo si definiva algerino e non francese. Il quartiere di Belcourt, dove era cresciuto il piccolo Albert, era un quartiere popolare, una borgata di periferia in cui vivevano i salariati francesi, gli spagnoli, gli italiani, i maltesi e ovviamente gli arabi. Oggi, le strade ed i quartieri hanno nomi diversi e hanno perso molto dell’aspetto di una volta, come ogni città dopo circa un secolo. La comunità europea che viveva un tempo in Algeri si è drasticamente ridotta. Le stesse squadre di calcio di matrice coloniale: il maggior sodalizio francese o quello del quartiere spagnolo, così come tanti altri, non esistono più. Sono rimaste soltanto le squadre fondate dagli arabi, i primi veri e propri campanelli della rivolta. L’Algeria indipendente ha il suo campionato unico nazionale mentre l’Algeria francese era divisa nelle tre Leghe di Orano, di Algeri e di Costantina. Io ho potuto vedere il vecchio stadio del quartiere di Bab el Oued che, una volta, era la tana inespugnabile del Saint Eugene. Adesso ha l’erba sintetica e ci gioca l’USM che ha le stesse maglie del Milan.

7) Per tutto l’arco de “Il portiere e lo straniero” si nota una forte passione per la storia sia politica che calcistica. Qual è la tua opinione sul cambiamento dei valori che vengono attribuiti oggigiorno a questi due tipi di attività rispetto al passato?

Sarebbe un discorso lunghissimo. Calcio e storia vanno di pari passo. Così come calcio e politica. Ne parlo a settimane alterne sulla mia rubrica ‘Calcio mancino’ che compare su Left, la rivista che esce in edicola il sabato insieme a L’Unità. Il calcio senza legami con la storia (almeno quella contemporanea) e con la politica non starebbe in piedi. Ne sono stati esempi il calcio propagandistico delle dittature, il dilettantismo dei paesi dell’Est, il paradosso del calcio miliardario dei Paesi poveri. E ne è esempio la perenne proporzionalità inversa tra il benessere di una determinata società e la spettacolarità del suo campionato nazionale. Senza il calcio, poi, la politica stessa sarebbe molto più difficile, forse impossibile. Nell’82, per fare un facile esempio, il governo Spadolini aumentò il prezzo della benzina col popolo in piazza a festeggiare la tripletta di Paolo Rossi al Brasile a pochi giorni di distanza da un ridicolo pareggio contro gli indomabili leoni del Camerun scesi in campo miracolosamente addomesticati. Oppure si può ricordare come, ai mondiali del ‘94, gli azzurri giunsero in finale senza il pieno sostegno dell’intera nazione. Un po’ per colpa del gioco stucchevole di Sacchi, un po’ perché “Forza Italia” era diventata un’espressione tabù. Se vogliamo parlare di cambiamenti, non lo dico io che il calcio di oggi è diventato bruttissimo. Che gli stadi siano sempre più vuoti è una sconfitta di tutti. Però la colpa non è soltanto della televisione. Che gli spogliatoi di uno stadio di serie A vengano presentati come i camerini delle ballerine è davvero ridicolo. Così come è vergognoso che i commentatori e gli opinionisti, soprattutto sulle reti statali, siano quasi tutti stati coinvolti negli scandali del totonero degli anni ’80. Il calcio, come sappiamo, è sempre lo specchio del Paese in cui esso viene giocato. Una buona fetta di colpa, allora, va attribuita anche alla politica. Una politica che, soprattutto a sinistra, non ha più idee. E allora preferisco non continuare.

8) A quale portiere odierno assomiglierebbe il giovane Camus? E quali scrittori odierni secondo te ne hanno subito maggiormente l’influenza?

Camus non aveva un fisico esplosivo, era piccolo, crebbe soltanto verso i quindici anni. Pensando a portieri recenti con i capelli biondo-scuro o castano-chiaro, me ne vengono in mente pochi. Il norvegese Thordsvedt o l’olandese Van Breukelen erano due giganti e, comunque, troppo nordici nei lineamenti. Anche Jackie Munaron, dell’Anderlecht, aveva i capelli biondi seppure più voluminosi rispetto a Camus con il quale, tuttavia, aveva in comune una storia di emigrazione alle spalle grazie ai suoi antenati veneti andati a lavorare in Belgio. E lo stesso discorso potrebbe valere per lo svedese Thomas Ravelli. Più simile a Camus, allora, sia per l’aspetto che per la reattività, può essere stato il polacco Jerzy Dudek. Scrittori influenzati da Camus? Potrei salvarmi in calcio d’angolo (immagine più che appropriata) dicendo: tantissimi. Ma sarebbe troppo facile e troppo comodo. Allora provo a cavarmela con un nome soltanto: Josè Saramago. Innanzitutto per lo stile. Assoluto, puro, asciutto, lineare, limpido. Uno stile che descrivendo le cose, allo stesso tempo, ne rappresenta altre. Le intermittenze della morte dello scrittore portoghese, per fare un esempio, inizia con la frase: “Il giorno seguente non morì nessuno”. Secondo me è un incipit tipicamente camusuiano. Saramago, come Camus, è uno scrittore mediterraneo, è un intellettuale del mediterraneo, è uno scrittore impegnato. E, soprattutto, requisito difficilmente riscontrabile in tanti autori del ‘900, è uno scrittore ateo.

9) Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Da circa un anno, sto lavorando insieme ad una mia amica attrice ad una sceneggiatura (non sappiamo ancora se cinematografica o televisiva) sempre a sfondo storico calcistico ma, per ovvie ragioni, non posso dire di più. Intanto continuo regolarmente a scrivere su Left con cui posso vantare ormai un legame molto particolare. La mia rubrica, infatti, sopravvive dopo quasi sei anni di collaborazione e risulta sempre molto seguita ed apprezzata. Per un eventuale prossimo libro, invece, mi trovo ancora nell’altissimo mare dell’elaborazione delle idee. E le idee, come sappiamo, sono sempre le cose più difficili.

Articolo di Daniele

03 ottobre 2013

La Lega dei Gentiluomini Rossi (Victorian Solstice #2) - Federica Soprani e Vittoria Corella

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I Contenuti

Scompaiono, uno dietro l’altro. Tutti giovani, bellissimi e con una caratteristica in comune. Se c’è una cosa che Jonas detesta sono i casi irrisolti. Se c’è una cosa che Jericho ama è aiutare Jonas a risolvere questi casi, e il viaggio da incubo parte dai quartieri bassi per salire su, fino a sfiorare la Corona D’Inghilterra. Ci sono cose che nessuno deve sapere e gente che va fatta tacere con le buone o con le cattive.
Secondo episodio della Serie Victorian Solstice.

La Recensione

La Lega dei Gentiluomini Rossi è il secondo episodio della serie “Victorian Solstice” di Vittoria Corella e Federica Soprani. Può essere letto anche senza conoscere il precedente romanzo breve La società degli spiriti, ma va da sé che per non cadere in giudizi affrettati è meglio iniziare questa affascinante saga vittoriana dalla prima indagine dell’eterogeneo duo “Marlowe e Shelmardine”.
Ammetto che La Lega dei Gentiluomini Rossi mi è piaciuto meno rispetto a La società degli spiriti. Non tanto per le ambientazioni, un’avvolgente e oscura Londra vittoriana che vive grazie alla squallidezza morale e fisica delle persone che la compongono, o per i protagonisti, che qui compiono un ulteriore salto di qualità di cui non posso scrivere previa l’anticipazione di parti salienti della trama. Comunque sia, la storia parte subito in quarta con una scena di inseguimento e stupro ai danni di un ragazzino nei quartieri più malfamati della capitale inglese da parte di un misterioso uomo a bordo di una carrozza. Tutta la descrizione è un pugno nello stomaco e fa sicuramente il suo effetto sul lettore. Questo, però, non è altro che uno dei tanti crimini che sta colpendo una metropoli disinteressata. Infatti, sei ragazzi sono scomparsi dai degradati quartieri irlandesi e la polizia non fa nulla per risolvere la situazione. Toccherà così all’ispettore di Scotland Yard Jonas Marlowe e al sensitivo Jericho Marmaduke Shelmardine tornare in azione per venire a capo dell’intrigo e riportare giustizia alle famiglie di quegli sfortunati giovani che avevano in comune i capelli rossi.

Dopo un’attenta analisi posso dire che la cosa che non mi ha convinto proprio è la trama: si capisce subito che le autrici mettono intenzionalmente in primo piano i personaggi e che lo svolgimento, per quanto denso di avvenimenti, non regala colpi di scena degni di nota. Chi è avvezzo ai gialli capirà facilmente chi è il colpevole. Questa è una cosa che ci può stare, cosa che dissi anche per il primo episodio. Stavolta però è l’epilogo, per quanto propedeutico alla terza parte, ad avermi lasciato con l’amaro in bocca. Cercando di non anticipare nulla, posso però dire che le autrici avrebbero potuto usare una soluzione diversa. Invece hanno optato per quella che a mio avviso era la strada più facile da seguire per risolvere la situazione e anticipare i futuri sviluppi dei protagonisti.
In conclusione, “La Lega dei Gentiluomini Rossi” è un episodio di passaggio e per questa sua natura può far storcere il naso al lettore. Chi avrà la pazienza di passare sopra ai difetti e deciderà di recuperare il primo romanzo breve e poi di leggere il terzo riuscirà sicuramente ad avere una visione più generale e ad apprezzarne maggiormente i pregi.

Giudizio:
+2stelle+ e 1/2

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: La Lega dei Gentiluomini Rossi (Victorian Solstice #2)
  • Autore: Federica Soprani e Vittoria Corella
  • Editore: Lite Editions
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Victorian Solstice
  • ISBN-13: 9788866653240
  • Pagine: 55
  • Formato - Prezzo: E-book - 1,99 Euro

19 settembre 2013

Karima: You Crime 2013 - Vol.3 - Enrico Pandiani

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I Contenuti

KARIMA, di Enrico Pandiani

Il giovane poliziotto Jean-Pierre Mordenti e il più esperto Alain Servandoni, di origini italiane, sono inseparabili colleghi alla Buoncostume di Parigi. Siamo negli anni Novanta e la villelumière, tra omicidi seriali e terrorismo, ribolle di violenza. I flics sono alla ricerca di due prostitute sparite da alcuni giorni, qualcuno potrebbe averle uccise. Per trovarle rischieranno il posto, la pelle, e affronteranno un temibile protettore di nome Bokassa, che si dice una volta abbia mangiato il cuore di un nemico. Questa indagine segnerà la nascita di un amore profondo e di quel fenomenale nucleo di poliziotti che si chiamerà “Les Italiens”.
Questo ebook contiene anche tre racconti collegati al digital co-publishing contest YOU CRIME www.corriere.it/youcrime

- Odore di buio, di Christina Anagnos
- Club suicidio, di Federico Negri
- Morire due volte, di Gabriele Santoni


La Recensione

La Rizzoli, in collaborazione con il “Corriere della Sera”, ha promosso un contest letterario di co-publishing digitale a tema noir intitolato “You Crime”. Karima, che prende il titolo dal racconto di Enrico Pandiani a cui sono stati allegati gli altri tre di autori emergenti e/o esordienti, è il terzo volume della serie. Oltre a Karima ci sono Odore di buio di Christina Anagnos, Club Suicidio di Federico Negri e Morire due volte di Gabriele Santoni. 
In generale la qualità oscilla tra il discreto e il buono e ci sono dei buoni spunti che in futuro potrebbero dare vita ad opere complete. Andiamo però con ordine, partendo dal fulcro su cui poggia l’intera operazione, cioè Karima
Pandiani, in questo racconto di una cinquantina di pagine, ci presenta una Parigi sporca e violenta in cui, però, anche il seme dell’amore può fiorire. I protagonisti Jean-Pierre Mordenti e Alain Servandoni sono due investigatori della buoncostume - dalle chiare origini italiane - che stanno indagando sulla scomparsa di due prostitute. Una delle due, la Karima del titolo, scoperchierà un vaso di Pandora che avrebbe meritato molte più pagine di quelle previste da questa raccolta. Non conoscendo Pandiani ho dovuto farmi un giretto nella rete per avere informazioni, e ho scoperto che questo racconto non è che il prologo a una serie di romanzi che hanno per protagonisti il gruppo di investigatori denominato “Les Italiens”. Quindi chi segue l’autore già da un po’ non potrà che godersi questo “come tutto è cominciato”. Chi invece non conosce Pandiani non potrà che incuriosirsi leggendo il suo stile sporco e diretto e la sua capacità di creare ambientazioni avvolgenti. Voto al racconto: 4 stelline. 
Il secondo racconto è intitolato Odore di buio, dell’autrice Christina Anagnos. Qui ci troviamo davanti a un racconto decisamente sorprendente: il tema non facile della violenza sulle donne narrato dalla prima persona della vittima, che si trova in coma in un letto d’ospedale a seguito dell’ennesima violenta lite con il marito. La Anagnos, con una prosa a intermittenza molto adatta alla situazione della protagonista, riesce a creare angoscia nel lettore facendolo empatizzare con la povera Francesca, la quale passa dalla paura alla felicità solo grazie ai sensi che discontinuamente le fanno captare il mondo che la circonda. Una prova molto buona che ha anche un alto valore sociale. Voto: 4 stelline.
Club suicidio di Federico Negri è il terzo racconto del volume. Dell'autore in passato ho letto e recensito il romanzo d’esordio, intitolato Soldi, misteri e altre conseguenze. Del lotto, questa prova mi è sembrata la meno convincente. In una ventina di pagine viene narrata la storia di una piattaforma sociale talmente all’avanguardia da essere capace di interagire con gli stati d’animo degli utenti e collegarli tra loro. Questo software fa gola agli squali dell’alta finanza che non guardano niente e nessuno pur di impossessarsene. La gente però comincia a morire e la polizia sospetta una relazione col suddetto software. La dottoressa Zagato indaga, rischiando la vita in un turbinio di sospetti e morti. Insomma, ci sarebbe stato materiale per un romanzo intero: troppe idee in poco spazio e trama personaggi che avrebbero bisogno di un maggiore approfondimento. Federico Negri sa come trattare la materia, ma il racconto non prende. Voto: 2 stelline.
L’ultimo racconto, Morire due volte di Gabriele Santoni, narra le vicende del commissario Sperti alle prese con il caso di una suora proveniente dall’est europeo accoltellata nel convento in cui viveva. Prosa discreta e personaggi niente male per un giallo che piazza un paio di colpi di scena niente male. L’autore riesce a creare una storia adatta al poco spazio a disposizione e al tempo stesso ricca di sfumature. Una buona prova che non ha evidenti punti deboli. Voto: 3 stelline. 
In conclusione, You Crime 2013: Vol. 3 è un esperimento che potrebbe portare a buoni risultati. Non avendo letto gli altri volumi non posso esprimere un voto generale, ma questa raccolta raggiunge pienamente l’obiettivo: far venire l’acquolina in bocca ai lettori mettendo in luce i quattro autori qui presentati.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Karima: You Crime 2013 - Vol. 3
  • Autore: Enrico Pandiani, Christina Anagnos, Federico Negri, Gabriele Santoni
  • Editore: Rizzoli LAB
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: You Crime
  • ASIN: B00DW5LC4I
  • Pagine: 115
  • Formato - Prezzo: Ebook - 1,99

15 settembre 2013

La luce morente (In fondo il buio) - George R. R. Martin

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I Contenuti

La storia di un pianeta che vive la sua ultima stagione di luce prima del buio intergalattico. Un vagabondo, un viaggiatore senza meta, una scoria della creazione: il pianeta Worlorn era tutte queste cose. Per innumerevoli secoli aveva continuato a cadere, da solo, senza scopo, precipitando tra i freddi e solitari spazi che si aprono fra le stelle. Ma lui non apparteneva a nessuna di quelle stelle. In un certo senso non faceva nemmeno parte della galassia, anche se rotolava attraverso il piano della galassia come un chiodo che attraversa la tonda superficie di un tavolo. Non faceva parte di niente...". Poi Worlorn passa vicino alla Ruota di Fuoco, la supercostellazione che gli darà qualche anno di luce prima che esso piombi di nuovo nella notte senza fine cui sono destinati i mondi senza sole.
E nel momento in cui il pianeta solitario si avvicina, forse per l'ultima volta, al fuoco della vita, gli uomini decidono di trasformarlo per i loro fini riposti. 

La Recensione di Daniele

Dici G. R. R. Martin e pensi subito a “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. Purtroppo, però, gli intrighi, le battaglie, gli amori e le lotte per il trono di spade hanno bisogno di molto tempo per poter essere gustate, soprattutto dal pubblico italiano. Cosa fare tra un capitolo e l’altro? Guardare la serie tv potrebbe essere una soluzione, ma se sapete già recitare tutte le battute a memoria e la vostra suoneria del cellulare è “Rains of Castamere”, una buona soluzione può essere quella di riscoprire i vecchi lavori di Martin.
“La luce morente” è il primo romanzo dell’autore americano, finalista ai prestigiosi premi “Hugo” e “British Fantasy Award”.  La storia è ambientata su Worlorn, pianeta errante che dopo essere passato vicino a un gruppo di stelle si sta inesorabilmente allontanando. La luce è sempre minore e il buio, dopo i bagordi di un festival avvenuto anni prima e che aveva coinvolto gran parte dei popoli abitanti nell’universo conosciuto. Dirk t’Larien vi arriva richiamato da una sua ex ragazza, Gwen o Jenny come la conosceva lui, perché in pericolo. Più volte dovrà combattere per la sopravvivenza in un mondo ostile abitato da uomini dalle tradizioni assurde e obsolete. Fin dagli esordi, Martin si dimostra un narratore meticoloso. Ne “La luce morente” c’è molto di più della storia narrata. Così, ecco che alla fine del libro il glossario si dimostra utile per capire alcuni aspetti che nella trama rimangono in secondo piano. Questa è una profondità che può disorientare il lettore, ma che allo stesso tempo affascina e incuriosisce, in puro stile Martin. In più, condensate in poco più di trecento pagine, ci sono tante di quelle idee che per svilupparle tutte non sarebbero bastati altre mille pagine e altri dieci autori. Basti pensare che Martin inventa la razza dei Githyanky, mostri che in più di un’avventura di Dungeons and Dragons hanno dato del filo da torcere ai giocatori, e che ne “La luce morente” sono assolutamente ininfluenti ai fini della trama. Oppure all’uso dei nomi di Alto Kalavaan, un pianeta lontano i cui abitanti sono divisi in macro-fazioni e che ha degli ultimi avamposti sul desolato Worlorn, e alla storia che ne sta dietro. Sull’enorme talento nel creare mondi di Martin, insomma, non si può discutere. Ciò che lascia perplessi in questo primo romanzo sono la verbosità delle descrizioni, che poi verrà affinata nelle opere successive, e personaggi ben costruiti ma poco accattivanti. La lettura non è coinvolgente come mi sarei aspettato, ma in fondo ci può stare in un’opera prima letta a posteriori. Il talento si vede tutto, ma in quest’opera prima ha ancora bisogno di essere bilanciato a dovere.In conclusione, “La luce morente”, vista in un’ottica di riscoperta delle origini dell’autore, va letto. In sé porta un’urgenza narrativa che non viene del tutto liberata, ma i fan non rimarranno delusi. Per chi invece non conosce ancora George R. R. Martin è meglio passare direttamente a “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”. Rimane comunque, dal mio punto di vista, una lettura entropicamente affascinante.
Il romanzo sarà ristampato ad aprile dalla Gargoyle editore con il titolo di "In fondo al buio".

Giudizio:
+4stelle+

La Recensione di Sakura

C'è un pianeta che vaga nei profondi abissi dell'universo: avvicinatosi al sistema solare Ruota di Fuoco, Worlorn è stato identificato, esplorato e parzialmente colonizzato. Ora che la sua orbita lo sta conducendo nuovamente lontano dall'universo conosciuto, quelle città sono disabitate, il Festival del Margine è stato smantellato, e sulla sua superficie vagano poche centinaia di abitanti provenienti da diversi mondi. 
Quando Dirk t'Larien, avaloniano, riceve la pietra dell'anima appartenuta a Gwen, decide di trovarla e di raggiungerla su Worlorn, di cui la donna sta studiando l'ecosistema. Dirk è un inetto sveviano catapultato in un contesto fantascientifico. "Falso uomo", viene più volte definito - con diverso significato - da chi lo disprezza, e non a torto: in nome dell'amore riposto in una donna che non vede da anni, sfida le distanze per atterrare in un pianeta in declino su cui si aggirano uomini appartenenti a una cultura che non comprende e che pretende di giudicare e di sfidare. Gwen, la donna che ama, si è legata a un Kavalar in un vincolo simile al matrimonio, ma con regole tribali che lo rendono incomprensibile e ingiusto agli occhi di Dirk, il quale, dall'alto di una sua sedicente superiorità morale e culturale, si sente in diritto e in dovere di recidere quel legame per liberarla. 
Gwen, la classica donna che si proclama cosmopolita e vuole provare l'ebbrezza del far parte di una cultura diversa ma poi vuole sfidarne tutte le convenzioni e cambiarne le regole perché la giudica retrograda e maschilista, dal canto suo non sa proprio se preferire un ritorno nel mondo civilizzato con l'inabile ex compagno o restare con il virile e affezionato nuovo marito di cui però non riesce proprio ad accettare le usanze. Se il personaggio di Gwen non fosse a sua volta così inetto ci si chiederebbe perché dovrebbe preferire Dirk a Jaan: il primo, uomo moderno, è campione di parole non mantenute, codardia, ristrettezza mentale e insipidità; il secondo, pur essendo legato alla propria cultura tribale, è pronto a sfidarne quasi tutte le regole maschiliste e brutali in nome dell'amore per la propria compagna e di un senso di giustizia estraneo alla civiltà Kavalar. Laddove Jaan rischia la vita per preservare i suoi ospiti, garantire l'onore e il rispetto verso Gwen, proteggere i non-Kavalar residenti su Worlorn - considerati "falsi uomini" - dalle battute di caccia del clan Kavalar Braith, Dirk trama per portar via la donna da sotto il tetto dei suoi ospiti, rifiuta la loro protezione salvo poi mettersi nei guai e chiedere loro aiuto, accetta sfide mortali cui poi non si presenta per vigliaccheria, promette amicizia e complicità per poi fuggire al momento opportuno. 
Un perfetto esempio, questo In fondo il buio, di scontro tra culture con rovesciamento di ogni stereotipo possibile: il personaggio che dovrebbe rappresentare la (in)civiltà più retrograda, l'uomo che divide la donna con il compagno d'armi e che lo mette al di sopra del vincolo coniugale, l'appartenente a una comunità barbara che caccia come un animale chi è considerato inferiore, risulta aperto di mente, giusto, generoso, coraggioso, pronto a cambiare quegli aspetti della sua stessa comunità che reputa inaccettabili, molto più moderno in definitiva di Dirk, che dovrebbe rappresentare l'aperta mentalità occidentale. D'altronde Martin, nella sua più famosa e matura saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco, ha confermato la sua capacità di saper mostrare tutte le facce d'ogni medaglia, rivelando i lati umani dei nemici più efferati, la complessa bellezza delle più brutali etnie (i Kavalar, a tal proposito, sembrano essere una prima bozza di ciò che in seguito diventerà la civiltà dothraki) e l'inettitudine nascosta in molti dei personaggi più positivi. Tema molto più interessante e pregnante di una supposta storia d'amore talvolta sbandierata a (s)proposito di questo romanzo, la quale, se ci fosse stata - e non c'è: Gwen non ama più Dirk e Dirk è appigliato al ricordo di una Gwen che non è mai esistita -, sarebbe stata ben banale. 
La mano di Martin risulta acerba nella prosa, nella povertà di descrizioni, nel finale incerto che lascia insoddisfatto il lettore, e nella mancanza di carattere e personalità di molti personaggi: Dirk e Gwen, tanto per dirne due, ma anche Ruark, il collega di Gwen su Worlorn. D'altro canto, altri come Jaan Vikary, il rivale di Dirk, e come Garse, suo teyn (termine che designa un compagno d'armi, un amante, un fratello acquisito cui si è legati nel corpo e nell'anima), spiccano originali e ben costruiti, e molti e interessanti sono i dettagli della loro cultura approfonditi da Martin, il quale (si apprezza lo sforzo: l'autore ha rivelato di detestare le lingue e di aver affidato allo staff della serie tv lo sviluppo di quelle da lui inventate per la serie cartacea) ha anche inserito a fine romanzo un glossario dei termini più ardui. 
Una buona opera d'esordio, se si considera che è stata anche candidato all'Hugo Award del '78, ma la distanza dalle opere successive è molta.

Nota sull'edizione: si segnalano i tantissimi refusi ed errori del testo che rendono la lettura particolarmente gravosa.

Giudizio:
+3stelle+

Dettagli del libro (edizione Fanucci)
  • Titolo: La luce morente
  • Titolo originale: Dying of the light
  • Autore: George R. R. Martin
  • Traduttore: Franco Giambalvo
  • Editore: Fanucci
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: Biblioteca di Fantascienza 
  • ISBN-13: 9788834704288
  • Pagine: 290
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,33
Dettagli del libro (edizione Gargoyle)
  • Titolo: In fondo il buio
  • Titolo originale: Dying of the light
  • Autore: George R. R. Martin
  • Traduttore: Tarallo M.; Tintori A.
  • Editore: Gargoyle
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Extra 
  • ISBN-13: 9788889541678
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,90

05 settembre 2013

Ghost Track - Pier Luca Cozzani

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I Contenuti

Quale mistero si cela dietro il passato di Valentino Zenchen? Perché sua madre è stata uccisa? Chi è Baldr, l'uomo il cui potere sembra non avere limiti? Valentino e Alice Cohen, una promettente agente dei servizi segreti israeliani, sveleranno queste inquietanti verità, fino a scoprire un segreto che cambierà per sempre la storia del Ventesimo secolo.

La Recensione

“Ghost Track” è un godibile thriller dal respiro internazionale nel quale complotti esoterici e spy story vengono uniti da dosi massicce di azione e mistero. Tutto comincia quando il protagonista, Valentino Zenchen, perde la fidanzata durante un’immersione in circostanze poco chiare. In seguito viene contattato da Baldr, enigmatico leader di una setta chiamata “Odin’s Horn”, per aggiungere la musica a dei video nei quali vengono torturati degli uomini. Da quel momento la sua tranquilla vita di fonico viene stravolta dagli eventi e si ritrova immerso, insieme all’agente del Mossad Alice Cohen, in una cospirazione mondiale che si rifà alla mitologia norrena.

Di carne al fuoco c’è n’è molta: società segrete che manovrano le sorti del pianeta ispirate da divinità nordiche, bambini addestrati come killer, spie israeliane e molto altro ancora. L’autore non ha certo lesinato sulle idee per questo suo romanzo d’esordio. Inoltre si nota quanto sia stata meticolosa la ricerca in campo sia storico che tecnologico, per non parlare delle coinvolgenti descrizioni di Roma.
Nel dettaglio, la prosa si attesta su un buon livello, molto superiore a quello di un esordiente, nonostante ci siano delle imperfezioni (per fare un esempio, mi è capitato di leggere qualcosa come “la meglio attrezzatura di Roma”) e degli "spiegoni" evitabili che appesantiscono la lettura.
Passando a un aspetto negativo, lo svolgimento della trama è la cosa che meno mi ha convinto: l’azione è sempre iperbolica e sfida in più di un caso le leggi della fisica e del buon senso, i protagonisti riescono a sempre a cavarsela in una maniera o nell’altra (possibilmente nel modo più fortunato possibile) e le coincidenze, per arrivare alla risoluzione della trama, si sprecano. Spesso si rimane incollati alle pagine per vedere come andrà a finire il capitolo, per poi storcere il naso davanti alla soluzione. I colpi di scena non sono male, ma a un lettore con un po’ di dimestichezza non sembreranno niente di nuovo. È un po’ come vedere qualcuno correre a perdifiato per strada inseguito da un brutto ceffo fino a che, a un certo punto, si ritrova davanti a un muro senza vie di fuga. L’eccitazione è tanta e ci si chiede come potrebbe uscire da una situazione apparentemente senza scampo. Quando tutto sembra perduto, all’improvviso, appare dal nulla qualcuno mai visto fino a quel momento che lo aiuta a saltarlo perché non c’è altro modo per uscirne e proseguire il racconto. Insomma, qualcosa che può succedere solamente nella finzione e che pecca di realismo. Questa è un po’ la sensazione che ho provato seguendo le peripezie di Valentino Zenchen (personaggio discretamente caratterizzato che affascina nonostante faccia di tutto per risultare odioso) e Alice Cohen (che invece riesce a farsi odiare a causa delle sue smancerie fuori luogo e di tutti i luoghi comuni della bella-intelligente-spavalda-ma-fragile ragazza dei romanzi d’azione in lei accentrati). Gli altri personaggi sembrano più che altro dei luoghi comuni del genere con pochissima originalità, utili solo ai fini della trama. Questo difetto è comunque perdonabile a un esordiente.
In conclusione, “Ghost Track” è un discreto thriller che attirerà i lettori in astinenza da Dan Brown and Co. e che hanno ancora qualche giorno di ferie da passare sotto l’ombrellone. Con qualche accorgimento in più l’autore, Pier Luca Cozzani, avrebbe potuto scrivere una trama e dei personaggi più profondi e meno stereotipati. Rimane comunque una buona prova d’esordio che merita un’occhiata dagli amanti del thriller e dell’azione.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Ghost Track
  • Autore: Pier Luca Cozzani
  • Editore: Cut-Up Edizioni
  • Data di Pubblicazione: Novembre 2012
  • Collana: Neon
  • ISBN-13: 9788895246345
  • Pagine: 468
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro
 

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