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30 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: La festa del caprone - Mario Vargas Llosa

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Nel 2010 il Premio Nobel per la letteratura viene assegnato allo scrittore peruviano, naturalizzato spagnolo, Mario Vargas Llosa, "per la sua cartografia delle strutture del potere e la sua tagliente immagine della rivolta, della resistenza e della sconfitta dell'individuo". Personaggio eclettico ed esuberante, inizialmente vicino alla sinistra dalla quale si distaccherà del tutto, alterna l'impegno letterario a quello civile, fino ad arrivare a candidarsi alle presidenziali peruviane del 1990, dalle quali esce sconfitto da Alberto Fujimori. Proprio questa sconfitta lo spingerà a prendere nel 1993 la nazionalità spagnola, in aperta polemica con la politica nazionale.

Jorge Mario Pedro Vargas Llosa nasce il 28 marzo del 1936 ad Arequipa, una città del Perù meridionale, in una famiglia creola del ceto medio. Vive fin da giovanissimo esperienze oltre i confini del suo Paese: cresce in Bolivia, studia Lettere e Giurisprudenza presso l'Universidad Nacional Mayor de San Marcos. Vargas Llosa oltre che scrittore, come numerosi altri autori latinoamericani è particolarmente attivo politicamente. Negli anni cinquanta si dichiara vicino a Fidel Castro e alle sue idee, per poi però distanziarsene e criticarle. Tale gesto gli causa forti attriti con l'amico-nemico Gabriel García Márquez, apertamente di sinistra, sul quale Vargas Llosa nel 1971 aveva scritto una tesi di dottorato. I due, in seguito a tali divergenze, recidono del tutto i propri rapporti di amicizia, in un clima di tensione mai successivamente sopito.
Mario Vargas Llosa inizia la propria carriera letteraria nel 1959 con una raccolta di racconti, ma il successo giunge nel 1963 col romanzo La ciudad y los perros (La città e i cani, pubblicato in Italia nel 1967), ambientato nell'accademia militare di Lima, di cui l’autore era stato allievo dai 14 ai 16 anni. Il libro ottiene un grande successo soprattutto in Europa, ma in Perù viene inizialmente bruciato perché considerato dissacrante. In questo suo primo romanzo Vargas Llosa utilizza una tecnica quasi cinematografica in cui narrazione e sovrapposizioni di tempi e piani si alternano e che caratterizzerà buona parte della sua opera successiva. La medesima tecnica narrativa è riutilizzata anche nel secondo romanzo La casa verde (1966), in cui le vicende di una casa chiusa a Piura diventano l’occasione per dar visibilità alle molteplici voci che animano il Perù: la cultura europea delle città vicino alla costa e la civiltà primitiva degli Indios, ancora all'età della pietra ma in grado di seguire i ritmi imposti dalla natura. Grazie a questo romanzo Vargas Llosa è nel 1967 il primo vincitore del neo-istituito premio venezuelano per la narrativa di lingua spagnola, il prestigioso Premio Rómulo Gallegos. La casa verde rimane nel cuore e nella mente dello scrittore peruviano poiché gli ricorda il periodo della sua infanzia vissuta a Piura ma anche i suoi esordi da scrittore a Parigi (dove per la prima volta aveva iniziato a dare vita agli uomini e alle donne della Casa Verde), come egli stesso racconta nel corso della conferenza Historia secreta de una novela, tenuta nel dicembre del 1968 alla Washington State University. 
La guerra del fin del mundo del 1981 è considerata una delle opere più importanti di Vargas Llosa, in cui lo scrittore amplia il proprio orizzonte a tutta l’America Latina e si serve del romanzo storico per porre l’accento sul contrasto tra l’anima occidentale e quella indigena del continente. In questo romanzo si ripercorrono le vicende del movimento millenarista del profeta brasiliano Antônio O Conselheiro (Antonio Il consigliere); la vicenda, poco nota al di fuori dei confini del Brasile, diventa l’occasione per condurre una lucida analisi dei contrasti fra la società costiera nello stato di Bahia, prevalentemente intellettuale e progressista, e la popolazione più arretrata e conservatrice dell'interno.
Vargas Llosa non si sottrae neanche al confronto con la realtà contemporanea del suo paese e in diversi romanzi (Historia de Mayta, 1984; Quién mató a Palomino Molero?, 1986; Lituma en los Andes, 1993) affronta il tema del terrorismo e della dittatura (la storia recente del Perù è stata caratterizzata dallo scontro tra lo stato e due gruppi armati di sinistra: i militanti maoisti di Sendero Luminoso e il Movimiento Revolucionario Túpac Amaru). 
Nel 2000 pubblica l’altro grande romanzo a sfondo storico della sua produzione narrativa: La fiesta del chivo (La festa del caprone), incentrato sulla vicenda politica del feroce dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo, che ha governato ininterrottamente la Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961. 
I romanzi degli ultimi anni (El Sueño del Celta, 2010; El héroe discreto, 2013) ritornano all'ambientazione peruviana dei romanzi giovanili. 

Nel 1961 un gruppo di dominicani decide di uccidere in un agguato il dittatore Rafael Leónidas Trujillo, il «Caprone», padrone assoluto di Santo Domingo, violentatore e paternalista, che da trent'anni controlla le coscienze, i pensieri, i sogni dei cittadini... Molti anni dopo, Urania Cabral, figlia dell'ex presidente del Senato Agustin Cabral, professionista di successo, torna nella Santo Domingo che ha lasciato quattordicenne. Per chiudere i conti con un passato impossibile da rimuovere? Per vendicare torti e sofferenze? Per amore della sua terra, delle sue radici?

La Recensione

Il romanzo si snoda attraverso tre linee narrative. La prima, quella che apre il romanzo, ha la voce di Urania Cabral, affermata professionista che ha lasciato Santo Domingo all’età di quattordici anni e vi torna dopo 34 senza un motivo specifico. Forse, dopo tanti anni, è pronta a fare i conti con il proprio passato e i suoi passi, durante l’abituale corsa mattutina, la portano sulla soglia della vecchia casa di famiglia, dove vive ancora il padre Agustin Cabral, ex Presidente del Senato ai tempi di Trujillo, immobilizzato a causa di un ictus e con il quale aveva interrotto tutti i contatti dal giorno della partenza per gli Stati Uniti. Urania, nel corso della sua lunga giornata, si ritrova anche a parlare con nostalgici anziani e con giovani che hanno mitizzato il periodo della dittatura ricordando con nostalgia che tutti lavoravano e non c’era microcriminalità; l’orrore è diventato mito, si trova a pensare una stupefatta Urania che ricorda bene la mancanza di libertà, anche nella propria vita personale, imposta da regime di Trujillo.
La narrazione di Urania si alterna a capitoli i cui protagonisti sono il gruppo di dominicani che ha organizzato, e poi portato a termine, l’attentato a Trujillo. Li troviamo seduti in macchina, a fari spenti, con le pistole in mano, mentre aspettano l’auto del Chivo (in spagnolo “caprone”, il nomignolo con cui era indicato da amici e nemici Trujillo) che dovrebbe passare proprio da quel punto per recarsi nella sua casa di Caoba, fuori Santo Domingo (o meglio Ciudad Trujillo, come era stata ribattezzata), luogo destinato ai festini del Capo o all’incontro con i suoi fedelissimi per predisporre quelle azioni di violenza o di pubblico linciaggio che avevano permesso al dittatore di restare in carico per trent'anni. Il racconto non termina con la morte di Trujillo perché Vargas Llosa ci racconta cosa accadde dopo l’attentato sino a ricongiungersi idealmente alla passeggiata che trentaquattro anni dopo Urania farà per Santo Domingo, dove quegli uomini sono diventati eroi anonimi cui dedicare vie e piazze.
La terza linea narrativa segue Trujillo in quella che sarà la sua ultima giornata di vita, dalla sveglia alle quattro del mattino sino alla corsa in automobile verso la casa di Caoba ed è proprio nella figura del Chivo che, secondo me, Vargas Llosa mostra tutta la sua bravura nel delineare i personaggi nella loro sfera motivazionale. Trujillo è descritto dall'autore senza alcuna valutazione estrinseca alle sue azioni (era un mostro crudele o un salvatore della patria che non si poneva il problema dei mezzi con cui raggiungere il fine ultimo?), l’unico punto di vista riportato è quello dello stesso protagonista: tutte le azioni, anche le più riprovevoli, commesse da Trujillo sono descritte come inevitabili, perché a raccontarle è lo stesso protagonista. Questa soluzione stilistica, che aveva già trovato magistrale applicazione in La guerra della fine del mondo, non ha né risultati caricaturali né tanto meno l’effetto di coprire di un’aura di simpatia il Chivo, che era e rimane un dittatore. Il risultato è un racconto profondamente onesto (nel senso che Trujillo appare sincero nelle sue spiegazioni) come quello che potrebbe venir fuori da una lunga esperienza psicoanalitica. Nessun compiacimento nel narratore ma la convinzione che solo con l’omicidio era possibile fare uscire di scena quell'uomo così carismatico che, nonostante tutti gli orrori commessi, aveva saputo soggiogare e affascinare un intero popolo per trentuno anni.
Oltre all'assenza della voce diretta ed esplicita dell’autore (di cui non conosciamo l’opinione), altro elemento degno di nota del libro è la soluzione narrativa di annullare la distanza temporale: non c'è soluzione di continuità tra il presente e il ricordo di eventi passati. I protagonisti iniziano a raccontare, o ricordare, eventi passati e dopo qualche riga i verbi utilizzati scivolano dal tempo passato al presente, i ricordi prendono vita e i fatti accaduti si svolgono lì davanti agli occhi di chi narra e di chi ascolta. L’arresto di un fratello, la violenza perpetrata a una compagna di classe, l’eliminazione violenta di migliaia di haitiani  non sono ricordi alleggeriti dal tempo, ma fatti che conservano ancora tutta la loro forza e la loro carica emotiva, come se si stessero svolgendo dentro l’auto o in un angolo della sala del ricco banchetto dato da Trujillo in onore dei suoi amici.
La festa del caprone porta con sé altre considerazioni, quali il ruolo degli Stati Uniti nella politica dell’America Latina o quali siano i valori che la politica deve perseguire, ma si tratta di tematiche ampie che vanno bel al di là della discussione su questo libro con l'indubbio merito di far riflettere i lettori riguardo il proprio presente.

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Patrizia

Dettagli del libro

  • Titolo: La festa del caprone
  • Titolo originale: La fiesta del Chivo
  • Autore: Mario Vargas Llosa
  • Traduttore: Glauco Felici
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13:9788806207793
  • Pagine: 467
  • Formato - Prezzo: Brossura – 14,00 Euro 

Speciale Premio Nobel: L'africano/Il ritornello della fame - Jean-Marie-Gustave LeClézio

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Nel 2008 il premio Nobel per la letteratura viene assegnato allo scrittore di origini franco-mauriziane, nato da famiglia bretone, Jean-Marie Gustave LeClézio, in quanto "autore di nuove partenze, avventura poetica ed estasi sensuale, esploratore di un'umanità al di là e al di sotto della civiltà regnante".

Jean-Marie Gustave LeClézio proviene da una famiglia piuttosto girovaga, originaria della regione francese della Bretagna, che si trasferì nel 1798 nel dominio coloniale di Mauritius per fare poi ritorno in madrepatria. 
Qui lo scrittore è nato, a Nizza, nel 1940, mentre il padre prestava servizio come medico coloniale nei possedimenti britannici africani, in Nigeria, dove il resto della famiglia lo raggiunse nel 1948, dopo aver passato i primi anni dell'infanzia nel piccolo villaggio provenzale di Roquebilliere.
Dopo aver studiato nell'ateneo inglese di Bristol e nell'Università di Provenza iniziò una carriera di insegnante negli Stati Uniti, per poi prestare servizio militare in Thailandia nel 1967 e spostarsi ancora, dopo esserne stato espulso per l'impegno contro la prostituzione infantile, nel Centro-America, dedicandosi allo studio di linguaggi, tradizioni e cultura dei Maya e arrivando a vivere tra il 1970 e il 1974 con un tribù di indios panamensi.
Il suo percorso di studio si è diretto in modo particolare verso la valorizzazione di culture tribali originali, spaziando dalle civiltà mesoamericane a quelle dell'isola mauriziana, fino alle ricerche sullo sciamanesimo sud-coreano, e trasferendosi a insegnare anche presso l'università femminile coreana di Ewha.
Ha diviso la sua carriera tra la docenza universitaria in varie cattedre, tra Boston, Austin, Bangkok e Albuquerque, e la scrittura, che, a partire dall'età di sette anni non ha mai abbandonato, pubblicando il primo romanzo nel 1963 Il verbale, con il quale ha anche ottenuto il Prix Renaudot.
In effetti la sua produzione di saggista e romanziere è stata continua, complessa e stratificata, caratterizzata dall'intreccio indissolubile tra studi quasi etnografici, interessi per culture folkloriche periferiche e ricerca delle origini, anche in senso autobiografico e familiare.
Dopo un primo periodo, durato all'incirca fino al 1970,  nel quale aderisce alle ricerche formali della corrente del 'nouveau roman' di Alain Robbe-Grillet, la sua ispirazione trova la svolta e acquista una voce più completa e originale nell'esplorazione di mondi marginali anche come opposizione alle brutture della società moderna, più volte descritta e contestata in romanzi come La Guerra, Il cercatore d'oro (sul conflitto subsahariano nel Biafra), o il più recente Urania, ambientato in una sperduta vallata messicana.
Non è un caso che questa venatura girovaga, quasi picaresca, e sensibilissima ai miti delle origini si concretizzi anche con un matrimonio, nel 1975, con la seconda moglie Jemia Jean, marocchina del Sahara Occidentale, insieme alla quale ha scritto una raccolta di racconti mauriziani, e ha ricevuto nel 2010 l'onorificenza dell'Ordine dell'Aquila Azteca dal presidente messicano Felipe Calderon in riconoscimento dei suoi studi sulla civiltà precolombiana di Michoacan.
Nella sua opera, come nella sua vita, la protesta e il vagabondaggio inteso come fonte di incroci culturali sono sempre presenti e solo nell'ultima fase della produzione l'interesse si focalizza, virando verso sfumature anche amare e nostalgiche, sulla propria storia famigliare, anch'essa, come abbiamo visto, composita e sparpagliata nello scacchiere della globalizzazione.
Per questo motivo la scelta dei due brevi romanzi presentati di seguito - L'africano, del 2004, e Il ritornello della fame, uscito poco prima di ricevere il premio dell'Accademia di Svezia nel 2008 - racchiude bene il suo sforzo di trasfigurare anche nella propria storia le vicende della mondializzazione e la ricerca delle origini, visto che in essi l'autore racconta il suo vissuto personale nei confronti del padre e della madre.

Nel 1948, a otto anni, J.M.G. Le Clézio lascia Nizza, la sua città natale, e con la madre e il fratello parte per la Nigeria, dove il padre, che non ha mai conosciuto, è medico nell'esercito britannico. Inizia così uno straordinario viaggio che, più di cinquant'anni dopo, sarà oggetto di questo libro. Le Clézio racconta il continente nero attraverso gli occhi di un bambino che entra in contatto con un mondo dove tutto - natura, sole, temporali, insetti "esiste" con intensità e violenza, un mondo che gli regala una sensazione di libertà fisica e mentale per lui fino a quel momento sconosciuta. Fondamentale è l'incontro con il padre, uomo duro, abituato alla solitudine cui lo ha costretto la guerra. È dalla prospettiva del bambino che viene descritta la sua severità, il suo modo di vestire e i tentativi di ricuperare il tempo perduto con i figli. E sempre dalla stessa prospettiva emerge l'ammirazione verso quest'uomo misterioso, cui Le Clézio tenta di "avvicinarsi" per tutto il libro. Ad accompagnarlo nella sua indagine ci sono le foto scattate proprio dal padre, immagini piene di suggestione, non professionali e, forse per questo, assolutamente autentiche.

La Recensione

L'africano è il breve diario dell'incontro di Le Clézio bambino con il padre, uomo severo, che ha vissuto per scelta in una condizione di isolamento e insieme di impegno in quelli che erano i margini dell'impero coloniale britannico, come medico di frontiera. Il motivo della scelta paterna è abbastanza significativo del suo carattere: appena laureato in Inghilterra prende servizio in una cittadina di mare e viene redarguito da un superiore per non avergli presentato il suo biglietto da visita appena arrivato in città. Come reazione Le Clèzio padre decide di prendere l'occasione, evidentemente non troppo ambita, di trasferirsi in servizio nel nulla ai confini tra Nigeria e Camerun. 

Dopo un tentativo, fallito per via della II Guerra Mondiale, di ricongiungersi alla famiglia rimasta in Francia, il padre si fa raggiungere da moglie e figli nel 1948, quando lo scrittore ha già otto anni. In questo breve diario Le Clézio parte dall'immagine tarda del padre in pensione, tornato in Francia, che non sa, e non vuole neppure fino in fondo, rinunciare allo stile di vita 'africano', per tornare a ritroso a quei giorni della sua infanzia e ritrovare, nel cuore dell'Africa subsahariana, insieme il rapporto con la figura paterna e con le sue origini.
In questo senso dalla prospettiva del bambino le due immagini, il continente nero e il padre, sembrano quasi sovrapporsi e raggiungere una sorta di riconciliazione serena e leggermente venata di quella nostalgia che si può immaginare nel guardare indietro alla propria infanzia e avere nel contempo la visione di un proprio genitore ormai entrato nella vecchiaia.
Del padre viene descritta la severità, il suo modo di vestire e i tentativi di ricuperare il tempo perduto con i figli in una serie di aneddoti che portano la ricerca, tra presente e ricordo, sempre più verso l'interno della coscienza. E sempre più emerge un senso di serena e malinconica pacificazione verso quest'uomo misterioso, cui Le Clézio tenta di "avvicinarsi" per tutto il libro, fondata nella comprensione che in un altrove del tempo e dello spazio, l'Africa dei giorni in cui era bambino, affondano le radici di una ricerca che l'autore ha poi seguito per tutta la vita, da scrittore e da saggista, quella delle origini di popoli e tradizioni, del rispetto dignitoso e fermo, forse in apparenza anche scostante, per la diversità e la lontananza, fisica e spirituale.
Alcune foto scattate proprio dal padre, dall'archivio privato di Le Clézio, illustrano questo percorso della memoria e rendono ancora più efficaci gli aneddoti in cui si struttura, senza soluzione di continuità, la narrazione. Nel loro bianco e nero autentico si sentono i colori di questo mondo un po' dimenticato e un po' troppo lontano, fatto di piccoli villaggi di capanne di fango come Ogoja e Kano, di ospedali e ambulatori di emergenza, di privazioni vissute con la gioia semplice che solo un bambino o un idealista possono avere, di corse a piedi nudi nel fruscio dell'erba alta della savana, delle stoffe sgargianti dei vestiti delle donne e dei costumi tribali.
Il risultato è una ricostruzione biografica della vita del padre, commovente nello stile asciutto e distaccato, quasi fosse un saggio più che un diario personale, in cui emerge forte e sereno, pur nelle asprezze del carattere e del territorio, l'amore per le proprie radici.

Nella Parigi degli anni Trenta, Ethel Brun, “figlia unica di una famiglia in guerra, tra le mura di una casa in pericolo”, percorre l'età inquieta dell'adolescenza. Una famiglia di coloni, la sua, arrivata dall'isola di Mauritius per mescolarsi alla ricca borghesia della capitale, senza riuscire a dimenticare l'indolenza e gli eccessi, i profumi penetranti e i colori della terra a cui appartiene. A tredici anni, Ethel incontra Xenia, figlia di esuli russi, e davanti al suo sguardo azzurro e fiero conosce per la prima volta la vertigine del desiderio e della diversità. A quindici, nel vacuo brusio delle chiacchiere da salotto, sente risuonare con insistenza il nome di Hitler – l'uomo che arginerà la minaccia bolscevica – e stringe una silenziosa alleanza di sguardi con il timido Laurent, senza sapere che di lì a pochi anni i loro destini si legheranno in modo indissolubile. Ma quando lo spettro dell'occupazione si allarga sulla Francia e i Brun sono costretti a sfollare a Nizza, Ethel sperimenta abissi ben più tormentosi della voracità della giovinezza: quelli della miseria e del bisogno, che le accenderanno in corpo una tenacia insospettata, la forza di sopravvivere in un mondo che va a fuoco sotto i suoi occhi.

La Recensione

Il cantiere destinato a rimanere incompiuto in Rue de l'Armorique a Parigi, che lo zio Soliman mostra orgoglioso alla piccola Ethel, è quello della casa color malva che l'anziano rimpatriato di Mauritius decide di lasciare alla piccola nipote, come sostegno contro l'incapacità del padre di Ethel, Alexandre Brun, di gestire il patrimonio di famiglia.
Se in L'africano Le Clézio aveva indagato il lato paterno delle origini, quasi in forma di saggio biografico, in questo che è un vero e proprio romanzo, lo scrittore ne esplora l'altro ramo, quello materno, legato strettamente all'esotismo delle radici mauriziane, che lui stesso ha dichiarato di sentire come una seconda patria rispetto alla Francia.
La famiglia Brun è raccontata dal punto di vista, anche qui, di una bambina che cresce.
Il clan tornato da Mauritius con una posizione finanziariamente brillante frequenta i salotti buoni della capitale francese del periodo tra le due guerre e i due genitori, Alexandre e Justine, la cui vita coniugale è funestata da un rapporto adulterino del padre con una donna di spettacolo, Maude, mantengono uno stile di vita dispendioso, nonostante i continui rovesci economici paterni che ne assottigliano sempre più il patrimonio.
Nello sguardo di una bambina questo ambiente è rappresentato dai pranzi affollati della domenica, in cui ascolta i discorsi dei grandi che parlano di politica, e in cui si affaccia la figura dell'emergente cancelliere tedesco, visto con favore come argine contro il bolscevismo, e li riporta come se fossero una lista di luoghi comuni e banalità da conversazione perbenista del dopopranzo.
Quasi nell'ombra, un po' in disparte, Ethel cresce e trova un primo legame con una ragazza di origini russe, un'aristocratica fuggita dalla rivoluzione d'ottobre, Xenia, con cui impara a bere il the forte che l'amica, la cui famiglia vive in condizione di povertà lavorando per un laboratorio di sartoria, porta nei freddi giorni invernali in una bottiglia coperta di panni per mantenerlo caldo.
Quando questo legame viene meno perché, come capita nell'adolescenza, le amicizie spesso si perdono per strada spontaneamente, Ethel si trova da sola ad affrontare lo sfacelo finanziario della famiglia, dopo che la madre Justine ha evitato di contrastare le follie del padre per mantenerlo legato al talamo, e deve assistere anche alla perdita del terreno di Rue de l'Armorique, che viene perso in seguito al fallimento nella costruzione di un palazzo dal nome esotico di 'Tebaide'. A poco a poco mentre il mobilio della casa dei Brun viene portato via per pagare i creditori e molti parigini, tra cui la famiglia stessa di Ethel, vengono costretti a lasciare la città su cui incombe l'ombra della svastica nazista - ormai la II Guerra Mondiale ha già trovato nella Francia occupata la sua prima illustre vittima -, quella che è ormai una giovane donna scopre la forza della fame.
La sua forza e il desiderio di vivere si materializzano nell'immagine della fuga verso le coste provenzali in cerca di rifugio, a bordo di una vecchia macchina, la De Dion da tempo dismessa per risparmiare, nel mezzo di una fiumana di sfollati. Nella miseria umana Ethel diventa donna e si innamora di Laurent, un ragazzo della cerchia famigliare che viveva in Gran Bretagna e combatteva perciò dalla parte degli Alleati e decide di sfidare la storia vivendo questo rapporto cui la guerra impone la dimensione dell'attesa in una Nizza fredda e cupa.
Chiaramente viene adombrato in questo rapporto il mito delle origini, rivissuto nella storia d'amore tra i genitori dello scrittore e, anche se 'Il ritornello' esce nel 2008, in realtà Le Clézio riporta in vita fatti anteriori a quelli raccontati in 'L'africano', che è del 2004.
La scelta si pone in un'ottica di continuità quasi genetica della narrazione.
La scoperta della fame e della forza da parte di Ethel esplora l'altro lato delle origini, quello materno, legato con più forza all'orizzonte esotico dell'isola di Mauritius e insieme, pur rivolto al passato, funziona come stimolo a guardare oltre.
Come a Nizza Ethel ritrova Maude, l'amante del padre, che vive nell'indigenza della guerra e della solitudine e cerca di aiutarla come può, e supera anche la morte del genitore, così si distacca anche dal passato per ricongiungersi con Laurent e rivolgersi a una vita nuova, da costruire al di là dell'Atlantico, negli Stati Uniti.
Anche nello stile romanzesco e vivo del 'Ritornello' si sente ancora quell'urgenza, distaccata e insieme appassionata, di trovare nella lontananza delle origini la giusta dimensione del presente, che caratterizza così in profondità la storia e la ricerca di Le Clézio.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: L'africano
  • Titolo originale: L'Africain
  • Autore: Jean-Marie Gustave Le Clézio
  • Traduttore: Maurizia Balmelli
  • Editore: Instar Libri
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Le antenne
  • ISBN-13: 9788846100825
  • Pagine: 104
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

  • Titolo: Il ritornello della fame
  • Titolo originale: Ritournelle de la faim
  • Autore: Jean-Marie Gustave Le Clézio
  • Traduttore: Maurizia Balmelli
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Scala Stranieri
  • ISBN-13: 9788817032346
  • Pagine: 202
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,50

29 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: Il figlio dell'Imperatore - Kenzaburō Ōe

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Nel 1994 il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Kenzaburō Ōe, «che con forza poetica crea un mondo immaginario in cui vita e mito si condensano per formare uno sconcertante ritratto dell'attuale condizione umana».

Kenzaburō Ōe nacque a Ōse, nella Prefettura di Ehime, il 31 gennaio 1935. Il padre morì nove anni dopo durante la Guerra del Pacifico. Dei primi anni di formazione, Ōe ricorda i suoi primissimi modelli letterari, Huckleberry Finn e Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson. Successivamente studiò letteratura francese a Tokyo con il professore Kazuo Watanabe, specialista e primo traduttore in giapponese di Rabelais. Influenzato dunque dalla letteratura francese, ma anche da quella nordamericana, nel 1957 iniziò a scrivere racconti, mentre del 1958 è il suo primo romanzo (Memushiri Kouchi, inedito in italiano). Dopo aver sposato Yukari Itami (rispettivamente figlia e sorella dei registi Mansaku Itami e Juzo Itami) viaggiò in Cina, dove conobbe Mao Zedong, in Russia e in Europa, dove conobbe Sartre. Le opere di questo periodo hanno in comune il tema dell'occupazione del Giappone da parte delle potenze straniere, veicolato da perturbanti metafore sessuali.
Nel 1961 pubblicò su rivista i due racconti Seventeen e Morte di un giovane militante (tradotti e raccolti in italiano da Marsilio ne Il figlio dell'Imperatore insieme al discorso tenuto in occasione della vittoria al Nobel), che gli valsero minacce dai gruppi fascisti, la censura dell'editore della rivista che li aveva pubblicati, e le critiche della sinistra per non aver reagito alla censura.
La vita personale e letteraria di Ōe fu scossa nel 1963 dalla nascita di Hikari, primo dei suoi tre figli, affetto da una grave sindrome di Down, tema della successiva opera Un'esperienza personale (Kojitenki na taiken), che nel 1964 si aggiudicò il premio Shinchosha. Hikari, grazie alle battaglie quotidiane dei genitori, riuscì poi a superare le difficoltà comunicative attraverso la musica: è oggi uno dei più noti compositori del Giappone.
Nel 1965, dopo aver incontrato alcuni sopravvissuti al disastro di Hiroshima, «coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo; che hanno salvato la dignità umana in mezzo alle più orrende condizioni mai sofferte dall'umanità», Ōe, attivista antinucleare e pacifista, scrisse Note su Hiroshima (Hiroshima Notō), pubblicato in Italia da Alet Edizioni nel 2008. Tra i romanzi che seguirono, significativi furono Il grido silenzioso (Man'en gan'nen no futtōboru, lett. "football americano nel primo anno dell'era Man'nen"), insignito nel 1967 del premio Jun'ichirō Tanizaki, e il saggio del 1970 Okinawa Notō ("appunti di Okinawa"), in cui accusava l'esercito giapponese di aver istigato al suicidio i civili di Okinawa durante l'invasione dell'isola nel 1945. Per quest'opera Ōe fu querelato nel 2005 da due ufficiali in pensione, ma nel 2008 venne assolto con una sentenza che riconosceva le responsabilità dell'esercito.
Nel 1994 venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura, occasione in cui pronunciò a Stoccolma il suo celebre discorso Aimai na Nihon no watashi ("Io e il mio ambiguo Giappone", ma anche "Il Giappone, l'ambiguità e io"), titolo che ricalca quello del discorso tenuto da Yasunari Kawabata, Premio Nobel per la Letteratura nel 1968 (Io e il mio bel Giappone). Lo stesso anno gli venne conferito anche il Bunkasho, riconoscimento letterario consegnato dall'Imperatore in persona, che l'autore, coerentemente alla sua ideologia, rifiutò affermando di non riconoscere alcuna autorità o valore più alto della democrazia. Il gesto gli valse nuovamente pesanti minacce dai gruppi nazionalistici. 

Pochi mesi dopo l'autore dichiarò che la sua opera più recente, la trilogia Moeagaru midori no ki ("l'albero verdeggiante dalla chioma in fiamme"), sarebbe stata l'ultima a causa del suo desiderio di dedicarsi al pensiero filosofico. Due anni dopo, tuttavia, l'attentato al gas nervino nella metropolitana di Tokyo del 1995 lo spinse a riprendere in mano la penna e a pubblicare Il salto mortale (Chugaeri), tradotto in italiano nel 2006 da Garzanti e incentrato sulle sette religiose terroristiche.

Il libro del premio Nobel Kenzaburo Oe che esce in Italia col titolo "Il figlio dell'Imperatore" comprende due parti autonome: "Seventeen" e "Morte di un giovane militante", quest'ultimo mai pubblicato né in Giappone, né in nessuna parte del mondo dopo l'uscita (1961) in una rivista letteraria giapponese. La rivista fu immediatamente ritirata dopo le minacce di morte all'autore e all'editore. Il racconto letteralmente sparì, quasi non fosse mai stato scritto. L'estrema destra giapponese non sopportava gli attacchi irriverenti alla famiglia imperiale, il feroce sarcasmo contro ogni delirio di onnipotenza.

La Recensione

Il figlio dell'Imperatore si compone di due parti autonome: Seventeen e Morte di un giovane militante, pubblicate per la prima volta in patria nel 1961 sulla rivista di letteratura "Bungakukai", a distanza di un mese l'una dall'altra. Colpevole di aver caricato all'inverosimile il reazionarismo del giovane fascista protagonista dei due racconti, Ōe ricevette pesanti minacce dai gruppi fascisti, così come pure l'editore di "Bungakukai", tanto che quest'ultimo fu costretto a bloccare la distribuzione della rivista e a pubblicare una lettera di scuse formali. Lo scrittore venne peraltro aspramente criticato anche dalla sinistra per non aver reagito alla censura: Morte di un giovane militante rimane tuttora mai ripubblicato in Giappone.
I due racconti si ispirano alla storia vera di Yamaguchi Otoya, il diciassettenne che il 12 ottobre 1960 accoltellò a morte in diretta televisiva Inejiro Asanuma, capo del Partito Socialista Giapponese, durante un pubblico dibattito in occasione delle elezioni parlamentari. Il giovane non viene mai chiamato per nome: Ōe omette appositamente qualsiasi riferimento a nomi, luoghi e date. 
Il clima è quello teso degli anni '57-'60, momento di rinegoziazione dei delicati rapporti politici tra l'esercito di difesa statunitense, ancora stanziato sul territorio giapponese, e il potere imperiale. Nel discorso Io e il mio ambiguo Giappone, riportato in coda ai racconti e al folto apparato di note, Kenzaburō Ōe con poche frasi dipinge la perfetta essenza del Giappone in quel momento storico, ma anche presente:

«Ho la sensazione che oggi, dopo centoventi anni di modernizzazione seguiti all'apertura del paese, il Giappone sia ancora lacerato da due tipi di ambiguità di senso opposto. Le stesse che vivo anch'io in prima persona, come scrittore che ne porta su di sé i segni profondi.
Ambiguità che si manifestano in vari modi, tanto evidenti e forti da creare lacerazioni in un'intera nazione e nel suo popolo. La modernizzazione del Giappone è stata tutta tesa all'imitazione del modello occidentale. Eppure il Giappone è parte dell'Asia e i giapponesi sono determinatissimi a mantenere la propria cultura tradizionale.»
Narrati in prima persona dal protagonista, Seventeen e Morte di un giovane militante rappresentano la formazione personale e politica di un giovane studente che, da iniziali e precarie posizioni progressive, abbraccia di getto l'ideologia fascista dopo essere stato frastornato dalla pomposa retorica di un comizio. I racconti offrono un ritratto quasi caricaturale del fanatismo di cui il ragazzo cade presto preda, in un delirio di onnipotenza dal sapore più religioso che politico volto a omaggiare la figura dell'Imperatore. Dopo aver compiuto l'opera della sua vita, un gesto senza alcuna conseguenza politica ma roboante, estremo, emblematico, il ragazzo si impiccherà nella cella del riformatorio in cui è stato rinchiuso. Non potrà ricorrere all'harakiri, il tipico suicidio rituale, ma vergherà sulla parete Sette vite per il mio paese. Lunga vita a Sua Maestà Imperiale, l'Imperatore!
Parole e reazioni del protagonista potrebbero forse sembrare grottesche, se non fossimo un popolo vissuto per più di vent'anni sotto il giogo del fascismo. Senza dubbio familiare risulterà l'ultranazionalismo, che nel protagonista è culto dell'Imperatore in quanto divinità più che esaltazione della nazione e della cultura giapponese. Il machismo estremo, onanista, che talvolta sfiora quasi l'omosessualità tanto è il compiacimento del proprio corpo; quasi mai l'eccitazione fisica si traduce nell'urgenza di un rapporto sessuale con un altro essere umano, trovando piuttosto sfogo nell'autocompiacimento, nell'atto violento, o nella sua contemplazione. L'apprezzamento della modernità, della velocità dei trasporti. Quel senso quasi fisico della disciplina. Il culto della giovinezza. La valorizzazione del lavoro fisico. E naturalmente la violenza, politica, familiare, efferata, protetta e giustificata dalla divisa che come un'armatura nasconde l'intrinseca debolezza psicologica e morale: con la divisa, il seventeen non è più un debole adolescente, può essere uguale agli altri, o meglio, può essere qualcosa di più degli altri; la violenza trova il suo tramite nelle mani nude, simbolo del culto del corpo, o nelle armi tradizionali, simbolo dell'identità e della storia del suo paese.
I due racconti senza dubbio non sono facili da apprezzare, complice anche una traduzione dal giapponese che nel 1997 non aveva raggiunto i suoi massimi livelli (che per inciso non sono ancora stati raggiunti, vuoi per latitanza di ottimi traduttori italiani, vuoi per il divario tra le due culture). Tutt'altra storia per il discorso del Nobel, che svela la profondità di Kenzaburō Ōe quale giapponese, quale scrittore, quale essere umano.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Il figlio dell'imperatore
  • Titolo originale: Sevuntīn; Aimai na Nihon no watashi
  • Autore: Kenzaburō Ōe
  • Traduttore: M. Morresi
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: 1997
  • Collana: Romanzi e racconti
  • ISBN-13: 9788831768184
  • Pagine: 172
  • Formato - Prezzo: Brossura - Fuori catalogo

28 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: L'altalena del respiro - Herta Müller

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Herta Müller ha vinto il premio Nobel nel 2009 con questa motivazione: "Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo degli spodestati”. La sua bibliografia è spesso incentrata sugli effetti che hanno la violenza, la crudeltà e l'orrore sull'animo umano e molte delle sue opere sono ambientate durante la dittatura di Nicolae Ceaușescu, che lei stessa ha vissuto. La musica folk Romena e l'attivismo politico hanno influenzato la sua opera sopra ogni altra cosa.

Herta Müller è nata a Niţchidorf, Romania, il 17 agosto 1953 in una comunità sassone. Dopo l'università, trova lavoro come traduttrice per un'azienda dalla quale viene licenziata dopo tre anni per mancata collaborazione con i servizi segreti, la Securitate. Nel 1982 pubblica il suo primo libro, la raccolta di racconti Bassure (Niederungen), che viene sottoposto a censura. Nel 1987 va a vivere in Germania con il marito, dove attualmente risiede, e nel 1995 viene accolta nell'Accademia Tedesca di Letteratura e Poesia. Per protesta nel 1997 abbandona il PEN Club, organizzazione internazionale di letterati fondata da John Galsworthy, per la decisione presa dal comitato di riunire le associazioni di Germania Ovest ed Est. 
Nel 2008 ha inviato una lettera di critica al presidente dell'Istituto di Cultura Romena, che aveva espresso il suo sostegno a una scuola romeno-tedesca nella quale lavoravano due ex-informatori della Securitate. Molti dei suoi libri sono stati pubblicati in Italia dopo la vittoria del Nobel del 2009 da Marsilio, Feltrinelli, Keller e Sellerio. Da ricordare, oltre all'opera qui recensita, tra quelli tradotti in italiano: Il paese delle prugne verdi (Herztier, Amburgo 1994), pubblicata in Italia da Keller; Cristina e il suo doppio (Cristina und ihre Attrappe oder Was (nicht) in den Akten der Securitate steht, Gottinga 2009), pubblicato da Sellerio; Oggi avrei preferito non incontrarmi (Heute wär ich mir lieber nicht begegnet, Reinbek bei Hamburg 1997), Feltrinelli; Il re s'inchina e uccide (Der König verneigt sich und tötet, Monaco 2003), saggio pubblicato da Keller.

Gennaio 1945, la guerra non è ancora finita: per ordine sovietico inizia la deportazione della minoranza rumeno-tedesca nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina. Qui inizia anche la storia del diciassettenne Leopold Auberg, partito per il Lager con l’ingenua incoscienza del ragazzo ansioso di sfuggire all’angustia della vita di provincia. Cinque anni durerà poi l’esperienza terribile della fame e del freddo, della fatica estrema e della morte quotidiana. 
Per scrivere questo libro Herta Müller ha raccolto le testimonianze e i ricordi dei sopravvissuti e in primo luogo quelli del poeta rumeno-tedesco Oskar Pastior. Avrebbe dovuto essere un’opera scritta a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire da sola dopo la morte di Pastior nel 2006. È infatti attraverso gli occhi di quest’ultimo, quelli del ragazzo Leo nel libro, che la realtà del Lager si mostra al lettore. Gli occhi e la memoria parlano con lingua poetica e dura, metaforica e scarna, reale e nello stesso tempo surreale – come la condizione stessa della mente quando il corpo è piagato dal freddo e dalla fame. Fondato sulla realtà del Lager, intessuto dei suoi oggetti e della passione, quasi dell’ossessione per il dettaglio quale essenza della memoria e della percezione, questo romanzo è un potente testo narrativo.

La Recensione

La storia de L’altalena del respiro - pubblicato nel 2009 e uscito in Italia nel 2010 per Feltrinelli – è incentrata sull’esperienza del diciassettenne Leopold Auberg in un campo di lavoro forzato sovietico e ben rappresenta il motivo per cui l’autrice ha ricevuto il Nobel. Scritto come una serie di riflessioni sulla vita di un individuo che è stato strappato alla famiglia senza colpe alcune se non quella di essere tedesco – quindi nemico nonostante la guerra si stia concludendo con l’inesorabile sconfitta della Germania -, il libro mostra al lettore l’abisso in cui si può perdere l’animo umano quando l’ideologia prevarica il buon senso. 

Leopold, partito quasi come se stesse andando in gita – come ci si aspetterebbe dal figlio di una famiglia agiata –, finirà per patire le sofferenze dalla fame e del lavoro forzato, sopravvivendo ma rimanendone segnato per sempre. I rapporti con il mondo esterno sono irrimediabilmente incrinati e l’unico amico che continuerà a stare vicino a Leopold per tutta la vita è quello che l’ha cambiato radicalmente: l’angelo della fame. Quest’ultimo è la più importante delle tante metafore che accompagnano il lettore nella poetica della Müller.
I pensieri del protagonista – che racconta la sua terribile esperienza in prima persona – sono ricordi che vengono descritti senza linearità temporale, costruiti in potenti figure retoriche per dare un’idea della differenza tra la forza dello spirito e la desolante realtà in cui è immerso il corpo. Le parole della Müller lasciano infatti il segno e la descrizione della vita nel lager è un pugno nello stomaco del lettore, nonostante venga fatto capire che Leopold rimarrà in vita per portare l’esperienza del lager come fardello, pena ancora maggiore della morte.

Il problema di questo libro, che personalmente ho faticato non poco a finire nonostante la sua brevità, sta, paradossalmente, proprio nella poetica dell’autrice: a volte risulta astrusa, senza un filo logico, altre dà l’idea di essere solo una serie di belle frasi messe insieme. L’astrazione dalla realtà a cui si costringe il protagonista per non perdersi definitivamente disorienta il lettore e rende la storia una serie di episodi eterogenei. Molti espressioni sono ripetute ossessivamente – per esempio l’angelo della fame che non abbandona mai il protagonista, oppure la “lepre del viso” per dire che qualcuno sta per morire di fame e che quindi è sprecato scambiarci il “pane delle guance” – e la fame che pesa sul protagonista e sul lettore diventa un concetto meno potente pagina dopo pagina.
In conclusione, L’altalena del respiro non è una lettura facile. Ci può stare, visto anche l’argomento trattato, ma il continuo uso delle figure retoriche – comunque d’impatto - e la ripetizione degli stessi concetti rendono più pesante una lettura che ha nella quotidiana resistenza dello spirito alle brutture della materia un argomento di sconvolgente forza emotiva.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: L'altalena del respiro
  • Titolo originale: Atemschaukel 
  • Autore: Herta Müller
  • Traduttore: Carbonaro Margherita
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: I Narratori
  • ISBN-13: 9788807018114 
  • Pagine: 251
  • Formato - Prezzo: Brossura/Ebook - 15,30 Euro/6,99 Euro

27 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: Nemico, Amico, Amante... - Alice Munro

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Il Premio Nobel di quest'anno è stato assegnato alla Canadese Alice Munro, definita "maestra del racconto breve contemporaneo".

La prima canadese e la tredicesima donna a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, Alice Ann Laidlaw nasce a Wingham, Ontario, il 10 luglio del 1931.
Figlia di un allevatore di animali da pellicia e di un'insegnante, la carriera di scrittrice della Munro inizia giovanissima, appena diciannovenne, quando pubblica il suo primo racconto, The Dimensions of a Shadow, mentre studia Inglese e Giornalismo alla University of Western Ontario, facoltà che abbandonerà prima della conclusione per sposarsi con il primo marito James Munro (del quale manterrà il cognome anche dopo il divorzio). Dopo alcuni anni nel West Vancouver la coppia si trasferisce nel 1963 a Victoria, dove apriranno la libreria Munro's Books, ancora attiva attualmente.

La prima raccolta completa di Alice Munro, Danza delle ombre felici (Dance of the Happy Shades), viene pubblicata nel 1968 ed è un immediato successo, tanto da aggiudicarsi il Governor General's Award, il più prestigioso premio letterario canadese. Il lavoro della scrittrice viene esaltato per aver rivoluzionato l'architettura del racconto, specialmente per la sua tendenza a muoversi avanti e indietro nel tempo all'interno delle sue storie.
Il secondo Governor General's Award arriva nel 1978 grazie all'opera Chi ti credi di essere? (Who Do You Think You Are?, pubblicato anche col titolo The Beggar Maid ), nuova raccolta in cui questa volta i racconti che la compongono sono tutti collegati uno all'altro, e da quel momento in poi l'ispirazione non sembra mai abbandonarla tanto che negli anni '80 e '90 pubblicherà una nuova raccolta circa ogni quattro anni, facendosi la fama di " Chekhov contemporanea". Si accumulano anche i riconoscimenti e dopo un tour letterario di tre anni in Cina, Australia e Sandinavia le viene assegnato il posto di writer's in residence sia alla University of British Columbia che alla University of Queensland.
Nel frattempo divorzia da Munro dopo quindici anni di matrimonio e tre figlie insieme e, nel 1976, sposa il geografo Gerald Fremlin, con il quale si trasferisce nuovamente in Ontario, ambientazione della maggior parte dei suoi racconti. Nel 2006, durante la promozione dell'opera La vista da Castle Rock (The View from Castle Rock), l'autrice annuncia la possibilità di ritirarsi dal mondo della letteratura, decisione smentita qualche anno più tardi con la pubblicazione di una nuova raccolta Troppa felicità (Too Much Happiness). I suoi racconti non hanno mai smesso di essere pubblicati sulle più importanti riviste letterarie mondiali, oltre a essere tradotte in tredici lingue, e nel 2006 la sua storia The Bear Came Over the Mountain, inclusa nella raccolta Nemico, Amico, Amante... è stata adattata per il grande schermo dalla regista Sarah Polley per il film Away from her, con Julie Christie e Gordon Pinsent.


Nove racconti perfetti: la musica del quotidiano, il gioco smorzato dei sentimenti e delle allusioni. Da Flannery O'Connor a Henry James, da Chechov a Tolstoj, non c'è un autore di racconti al quale Alice Munro non sia stata paragonata. Ma la sua capacità di dipanare in un lampo l'irriducibile complessità della natura umana è incomparabile. Questi racconti possiedono la straordinaria capacità di trascinare il lettore nei meandri di una memoria che non è la sua per risvegliare emozioni che sono di tutti. La scrittura della Munro è aperta, lussureggiante, fitta di accadimenti e particolari necessari. Il paesaggio canadese, la natura selvaggia del Nord Ovest partecipano alle emozioni dei personaggi, integrano la loro storia, determinano le loro decisioni.

La Recensione

Quando si ha la fama di essere una delle più grandi autrici contemporanee di racconti e si vince addirittura il Premio Nobel per questo, è difficile sopravvivere alle aspettative dei lettori. La reazione che incontro con maggior frequenza quando leggo commenti su Alice Munro è: embè? Come a dire: "tutto qui? è per questo che vengono assegnati i Nobel oggigiorno?".

Effettivamente la scrittura di questa autrice non possiede quegli elementi che fanno gridare al capolavoro dopo poche pagine. Il suo stile è semplice, garbato, raffinato nelle sue metafore ma pur sempre diretto e legato al quotidiano. I suoi racconti sono popolati da personaggi e situazioni ordinarie; anche quando un evento estraneo irrompe nella quotidianità dei suoi protagonisti non è mai un colpo di scena sconvolgente ma una piccola sfumatura destinata a innescare cambiamenti sotterranei e lentamente apprezzabili. Sebbene la Munro prediliga quasi sempre un narratore onnisciente il suo focus è principalmente sulle figure femminili, molto più complesse e sfaccettate delle loro controparti maschili che occupano più il ruolo di personaggi di contorno, a volte un po' monodimensionali. Fa eccezione l'ultimo racconto dell'opera, The bear came over the mountain, nel quale la protagonista femminile, Fiona, è presentata al lettore quasi esclusivamente dal punto di vista del marito Grant, che fatica ad accettare la perdita della compagna che conosceva a causa della demenza senile.
In generale, nessuna delle donne in Nemico, Amico, Amante... è particolarmente bella o intelligente o spiritosa, nessuna è inequivocabilmente meschina o cattiva, l'unica loro straordinarietà è nell'essere figure comuni, che non vuol dire banali ma semplicemente realistiche. Sono donne che tutte noi potremmo aver incontrato, donne che tutte noi potremmo essere o siamo già state in un particolare momento della nostra vita.

Trattandosi di un'opera scritta in età matura (è stata pubblicata per la prima volta nel 2001), in essa l'autrice tocca diverse fasi della vita, dall'adolescenza con il suo desiderio di emancipazione alla maturità con le sue prese di consapevolezza, fino alla vecchiaia con la sua solitudine. Di qualsiasi momento si tratti, anche quelli teoricamente più gioiosi della giovinezza, esso è raccontato con tono spassionato e concreto, poco incline al romanticismo e spesso disincantato tanto da poter conferire agli eventi un'atmosfera un po' deprimente. I personaggi di questi racconti sembrano accettare ogni emozione, per quanto forte, come parte naturale della vita di ogni uomo e ogni donna: essi si rivolgono all'amore, all'odio, all'amicizia, alla paura con un atteggiamento pratico e, in alcune occasioni, quasi rassegnato.
Ciò che maggiormente interessa la Munro sembra essere la percezione che ognuno ha di sé, come spesso non coincida con ciò che gli altri vedono di noi e come a volte un piccolo evento insignificante o una fortuita coincidenza possa modificare questa percezione spingendoci verso una presa di coscienza nuova e più completa.

E' difficile dire qualcosa della trama di questi nove racconti proprio perché spesso si tratta di piccole incursioni in particolari momenti della vita dei protagonisti, situazioni comuni come lo stadio finale di una malattia, l'evolversi di un rapporto fra sorelle, le diverse fasi della vita matrimoniale, i tradimenti, il passaggio dall'adolescenza all'età adulta, che acquistano significato per la loro capacità di mostrare le mille sfaccettature dell'animo umano attraverso situazioni ordinarie in cui tutti noi potremmo trovarci prima o poi. In questo senso il paragone con Chekhov è giustificato e sebbene non sempre si sia d'accordo con la prospettiva offerta dall'autrice non si può fare a meno di apprezzarne la sincerità e la capacità di scavare nel profondo con pochi gesti immediati.

Confesso che dopo la lettura dei primi racconti ero un po' perplessa, sebbene il primo, Nemico, amico, amante, sia quello che più si avvicina alla nostra idea di storia avvincente, con la sue sequenza di coincidenze e il suo finale a sorpresa. La causa principale è che dal racconto breve, forse per associazione alle favole della nostra infanzia, ci si aspetta sempre una morale, un messaggio conclusivo che nell'opera della Munro non c'è. O forse è semplicemente nell'indole di molti di noi voler trovare una spiegazione per tutto, ed è per questo che terminato ogni racconto si rischia di ritrovarsi a chiedersi: e quindi? dove voleva andare a parare l'autrice?
Una volta abituatami allo stile della Munro ho però iniziato ad apprezzarne le sottigliezze oltre che la velata ironia e sono rimasta conquistata dal realismo dei suoi personaggi che, a dispetto delle premesse poco incoraggianti, riescono davvero ad appassionare il lettore al loro fato.
In conclusione posso quindi dire che, se avete intenzione di approcciarvi all'opera di questa autrice dovete farlo liberandovi di aspettative e pregiudizi, pensando a voi stessi più che come a dei lettori a degli spettatori di una mostra fotografica, pronti ad immergervi negli affreschi che l'autrice ci regala. Non saprei dire se davvero la Munro sia più meritevole dei principali concorrenti al Nobel di quest'anno ma personalmente devo ammettere che mi ha convinta e sicuramente questa non sarà l'unica sua opera che leggerò.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo: Nemico, Amico, Amante
  • Titolo originale: Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage
  • Autore: Alice Munro
  • Traduttore: Susanna Basso
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806174682
  • Pagine: 315
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12.00 Euro

22 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: Il Possidente - John Galsworthy

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Il Premio Nobel per la Letteratura nel 1932 fu assegnato allo scrittore inglese John Galsworthy "per la sua originale arte narrativa, che trova la sua forma più alta ne La saga dei Forsyte".

John Galsworthy nasce a Coombe, in Inghilterra, il 14 agosto 1867. Secondogenito di quattro figli di una ricca famiglia del Surrey, studiò dapprima ad Harrow (dove aveva studiato anche Lord Byron) e poi legge a Oxford. 
Dopo gli studi compì diversi viaggi in tutto il mondo che avrebbero dovuto accrescere la sua conoscenza del diritto internazionale ma che in realtà servirono più che altro ad avvicinarlo alla letteratura. Fu di ritorno dall'Australia, infatti, che conobbe in nave Joseph Conrad, al tempo secondo di bordo, con cui nacque un'amicizia profonda e duratura e grazie al quale iniziò ad interessarsi alla scrittura, apprezzando in particolar modo i lavori di Turgenev, Tolstoj e Kipling. 
Tuttavia non iniziò a scrivere fino ai ventotto anni,
inizialmente solo come forma di piacere personale. E' nello stesso periodo che inizia una relazione con Ada Nemesis Pearson Cooper, moglie di suo cugino Arthur Galsworthy, con la quale si sposerà solo dieci anni dopo, quando finalente Ada ottenne il divorzio dal marito. Influenze di questa complessa vicenda sentimentale si riscontrano chiaramente nelle prime opere dell'autore; in particolar modo ne Il Possidente l'infelice matrimonio fra Irene e Soames è chiaramente ispirato alla vicenda del primo matrimonio di Ada. 
I suoi primi racconti furono pubblicati sotto lo pseudonimo di John Sinjohn e furono successivamente ritirati dall'autore stesso, il quale ha sempre considerato I farisei dell'isola (The Island Pharisees, 1904) il suo primo lavoro degno di nota. 
Attualmente Galsworthy è noto principalmente come romanziere per la sua immensa serie La Saga dei Forsyte, che gli fruttò appunto il Nobel nel 1932. Il primo romanzo di questa vasta composizione apparve nel 1906 con il titolo de Il Possidente, nel quale si esprimeva un'aspra critica dell'alta borghesia cittadina da cui l'autore stesso proveniva.
Curiosamente, ci vollero 15 anni prima che Galsworthy decidesse di continuare la saga con i romanzi Nella ragnatela (In Chancery, 1920) e Affittasi (To Let, 1921), intervallati da due brevi interudi: L'estate di San Martino (1918) e Risveglio (1920). Sebbene in questa prima trilogia egli si dimostri comprensivo verso i suoi personaggi, Galsworth ne mette in luce la loro mentalità ristretta, snob e avida e il loro moralismo soffocante. Per questo è considerato uno dei primi autori di epoca Edoardiana a mettere in discussione alcuni degli ideali esaltati nella precedente letteratura Vittoriana

In questi quindici anni non era però rimasto inattivo, ma aveva composto un considerevole numero di racconti, romanzi e commedie teatrali (ed è infatti come drammaturgo che raggiunse la fama mentre era in vita). Tra di essi ricordiamo l'opera teatrale Justice del 1910, che riscosse tanto successo e suscitò tanto clamore da condurre ad una modifica della legislazione sulle prigioni inglesi. 

Molto coinvolto politicamente, attratto da posizioni riformiste e uno dei primi uomini di cultura a criticare la posizione subordinata della donna nella società vittoriana, Galsworthy utilizzò spesso le sue per per sostenere le cause in cui credevache includevano appunto la riforma delle carceri, i diritti della donne, la tutela degli animali e la lotta contro la censura.
Dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale come aiuto in un ospedale francese, perché troppo vecchio per comabttere, nel 1921 fu eletto primo presidente del PEN (l'associazione di letterati che difende la libertà d'espressione a livello mondiale) e ricevette un Ordine al Merito nel 1929.


Nel frattempo egli proseguì nella sua narrazione dell'epopea dei Forsyte creando due nuove trilogie Una commedia moderna (A modern comedy), scritta tra il 1924 e il 1929 e End of the chapter(1929-1931) che narra vicende che coinvolgono personaggi collaterali e ancora si intrecciano con le vite di alcuni dei più giovani Forsyte. A questi andrebbe aggiunta On Forsyte Change (1930), una raccolta di racconti dedicati alla prima generazione di Forsyte. Con l'avanzare dell'età, tuttavia, Galsworthy finì con l'identificarsi sempre più con quel mondo che aveva così aspramente criticato nei suoi primi lavori, atteggiamento che si riflette negli ultimi capitoli della saga dei Forsyte dove il suo atteggiamento verso il protagonista, Soames subisce significativi mutamenti. 


Quando gli fu assegnato il Nobel era ormai giunto al termine della sua esistenza: troppo malato per presenziare alla premiazione morì infatti solo sei mesi dopo aver ricevuto il riconoscimento.


Londra 1886. I Forsyte, ricca famiglia borghese, festeggiano il fidanzamento di June, nipotina del decano Jolyon, con un giovane architetto, Bosinney. La casata intera è riunita: ricca, potente, spietata con i deboli, conscia solo della sua forza. Eppure, proprio il debole Bosinney la scuoterà profondamente quando incontrerà Irene, moglie troppo bella dell'arido e avido Soames Forsyte... Ambientato nell'Inghilterra vittoriana, "Il possidente" ne restituisce appieno l'essenza, descrivendo l'orgoglio di una casta al suo apogeo e il nero viluppo di vizi e di passioni che si celano dietro una facciata di rispettabilità.

La Recensione

Sebbene non molto conosciuta in Italia, la Saga dei Forsyte è ancora oggi uno dei romanzi più apprezzati nel Regno Unito, anche grazie al film del 1945 con Errol Flynn e Greer Garson e alle due serie televisive (del 1967 e del 2002) che ne sono state tratte e che hanno contribuito a perpetuarne la fama finora. Se amate le epopee familiari, del resto, è pressochè impossibile non rimanere avvinghiati nella ragnatela di questo imponente racconto di cui Il Possidente rappresenta appunto il primo capitolo.
E quale miglior modo di iniziare una saga se non dedicando un libro al personaggio simbolo di questa famiglia immensa e complessa? Soames Forsyte non è il patriarca anzi, appartiene alla generazione più giovane e più lontana da quelle origini contadine che i Forsyte ormai membri riconosciuti dell'alta borghesia cittadina cercano in ogni modo di dimenticare. Eppure è in Soames più che in ogni altro membro della famiglia che quei valori e quelle caratteristiche che rendono tale un Forsyte sono maggiormente radicate e trovano maggior espressione in ogni aspetto della vita quotidiana.
Ciò che qualifica un Forsyte è il suo "senso della proprietà": consci della scalata sociale di cui hanno beneficiato essi si sentono definiti in tutto e per tutto da ciò che possiedono. Soames, come e più del padre James, vive questo materialismo all'estremo considerando oggetto di sua proprietà, alla stregua della propria casa e dei quadri da lui acquistati, l'affascinante moglie Irene. Il fatto che Irene, che l'ha sposato per pura convenienza, con la sua indole riflessiva, spirituale ed eterea sfugga con ostinazine indomita alla sua smania di possesso, indifferente ai regali e alla ricchezza di cui egli la riveste è per Soames frutto di una frustrazione carica di sofferenza che sconfina nella follia, o meglio vi sconfinerebbe se il "senso di proprietà" insito in lui non intervenisse sempre per riportarlo a quella condizione mentale razionale ed equilibrata che è essenziale per ogni Forsyte.


Principale oggetto della critica dell'autore è l'atteggiamento concreto e utiliritaristico della nuova borghesia vittoriana e edoardiana, capace di dare un valore a cose e persone solo in base al prezzo con cui possono essere comprate. Esemplare è il senso di smarrimento di Soames ogni volta che si deve confrontare con persone e situazioni che sfuggono a questa metalità gretta: non solo l'inafferrabile Irene ma anche lo sfuggente architetto Bosinney, per il protagonista rappresentano un vero rompicapo irrisolvibile. 

Bosinney è l'antitesi di Soames:trascurato sia nell'aspetto che nella gestione dei propri affari ma dotato di una sensibilità e un senso artistico che l'altro non possiederà mai, quest'uomo insignificate secondo i parametri di qualunque Forsyte che si rispetti riesce dove nessuno era riuscito finora, ovvero a raggiungere il cuore di Irene. L'incapacità del protagonista di concepire anche solo l'idea di un simile successo è quasi comica agli occhi del lettore, così come comici sono i tentativi di Soames di limitare Bosinney nelle spese per la casa che sta progettando, laddove l'altro, guidato esclusivamente dal proprio buon gusto, sembra incapace di comprendere un concetto così terreno come il denaro.
Simile a Bosinney nel temperamento è il giovane Joylon Forsyte, cugino di Soames ma totalmente estraneo alle "virtù di famiglia". Non a caso all'inizio del racconto egli conduce da quattordici anni una vita separata dal resto dei Forsyte in seguito alla decisione di fuggire da un matrimonio infelice per sposare la goverante della figlia. Il processo di riappacificazione tra joylon e l'anzianio padre, oltre ad essere uno degli aspetti più toccanti del romanzo, è il mezzo per una nuova sferzante critica alla società tardo-vittoriana, alla sua ipocrisia nel gestire i cosiddetti scandali familiari e, di riflesso, alla svantaggiata posizione della donna nel matrimonio e nel divorzio, situazione evidente sia nell'infelice matrimonio di Irene che nelle complicate situazione famigliari di alcuni personaggi minori. 


Come accennato, Glasgowry si muove fra questi temi con grande ironia, atteggiamento che rende la narrazione vivace e diverente ma che a tratti infastidisce perché rende l'opinione dell'autore troppo presente all'interno del racconto. D'altra parte è evidente come lo scrittore abbia una propria "agenda politica" che intende seguire e a cui è asservita la sua narrazione anche a costo di farle perdere, a volte, spontaneità e scorrevolezza. 
Glasgowry è comunque un narratore di consumata abilità e lo dimostra in alcuni passaggi descrittivi veramente sublimi, soprattutto quando utilizza l'ambientazione come contrappunto agli eventi e alle emozioni dei protagnisti, sottolineandone di volta in volta la drammaticità, al concitazione e l'intensità. Ho invece poco apprezzato la sua abitudine di ricorrere ai monologhi interiori per illustrare i pensieri dei personaggi; sicuramente si tratta di gusto personale ma mi è sembrata una tecnica un po' artificiosa, che rende in qualche modo il romanzo antiquato.
In definitiva non si può dire che l'opera non accusi il passaggio del tempo, soprattutto per lo stile compositivo eppure, al di là di alcune situazioni per noi sorpassate, non si può non percepire una certa modernità nella sua critica al materialismo e nella sua analisi delle mille facce e complessità del legame matrimoniale. Se vi piace il genere consiglio anche la lettura de I Buddenbrook di un altro premio Nobel, Thomas Mann, simile nelle tematiche ma con il fantaggio di essere limitato ad un solo volume.

Giudizio:
+3stelle+


La Saga dei Forsyte (The Forsyte Saga)


  • Il possidente (A man of property): romanzo - 1906
  • L'estate di San Martino: racconto contenuto nella raccolta Cinque racconti (Five Tales) - 1918
  • Nella ragnatela (In chancery): romanzo - 1920 Pubblicato anche col titolo "Alla Sbarra" da Mondadori, nel 1939 nella traduzione di Elio vittorini
  • Risveglio (Awakening) : racconto - 1920
  • Affittasi (To let): romanzo - 1921

  • Una commedia moderna (A modern comedy)


  • La scimmia bianca (The white monkey) - 1924
  • Idillio taciturno: terzo interludio (A silent wooing) - 1927
  • Il cucchiaio d'argento (The silver spoon) - 1926
  • Incontro: ultimo interludio (Passers by) - 1927
  • Canto del cigno (Swan song) - 1928

  • End of the chapter


  • Ancella (Maid in waiting) - 1929
  • Landa in fiore (Flowering wilderness) - 1930
  • Oltre il fiume (One more river) - 1931

  • La borsa dei Forsyte (On Forsyte 'change)- 1930

    Articolo di Valetta

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il Possidente
    • Titolo originale: The Man of Property
    • Autore:  John Galsworthy
    • Traduttore: Dàuli G.
    • Editore: Garzanti
    • Data di Pubblicazione: 2004
    • Collana: I Grandi Libri
    • ISBN-13: 9788811366492
    • Pagine: 336
    • Formato - Prezzo: Brossura - 8.50 Euro

    17 novembre 2013

    Speciale Premio Nobel: Il taccuino d'oro - Doris Lessing

    ,
    Nel 2007 il Premio Nobel per la Letteratura venne assegnato alla scrittrice britannica Doris Lessing con le seguenti motivazioni: «Questa cantrice dell’esperienza femminile, con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa». 

    Doris Tyler nasce a Kermanshah, in Iran (allora conosciuto come Persia), il 22 ottobre 1919, da un funzionario britannico e un'infermiera. Nel 1925 la famiglia si trasferì nella colonia inglese della Rodhesia del Sud (oggi Zimbabwe), dove si occupò della coltivazione del mais. La madre, memore dell'attiva vita sociale di Teheran, era asfissiata dalla vita di campagna, e tentò di rimediarvi trasformando la loro abitazione in una dimora vittoriana e imponendo alla figlia un'educazione da signorina inglese che generò continui conflitti tra le due. Il difficile rapporto con la figura materna traspare da molti dei suoi libri, tanto che di lei Doris ebbe a dire «E' stata lei ad aprirmi le porte della scrittura, ad aprirmi le porte di un mondo in cui le sarei sfuggita per sempre».
    Dopo alcuni anni di educazione in un convento dominicano, Doris venne ritirata e proseguì la propria istruzione da autodidatta. Lasciata finalmente la famiglia, si guadagnò da vivere esercitando diverse professioni, sempre alternando il lavoro alla passione per la lettura e la scrittura. Nel 1937 sposò il suo primo marito, Frank Wisdom, da cui ebbe due figli e da cui divorziò nel 1943. Nel 1942, nel frattempo, le sue simpatie verso il comunismo l'avevano indotta ad aderire al Left Book Club, dove aveva conosciuto il suo futuro secondo marito, Gottfried Lessing, attivista politico tedesco da cui ebbe a sua volta un figlio e da cui divorziò dopo breve tempo.
    Doris fuggì nel 1949 a Londra per proseguire la sua carriera come scrittrice e le sue idee politiche, lasciando i due figli di primo letto al padre e conducendo invece il terzo con sé. La sua campagna contro le armi nucleari e l'apartheid sudafricano le era infatti costata l'espulsione dalla Rodhesia. Nel 1950 venne pubblicato il suo primo libro, L'erba canta, ambientato proprio in Rodhesia e imperniato sulla difficile convivenza tra bianchi e neri e sulle politiche razziali, cui seguì un gran numero di romanzi e racconti, tra cui la raccolta This Was the Old Chief's Country (1951), la serie Children of Violence (Martha QuestFiveUn matrimonio per beneEchi della tempesta, pubblicati rispettivamente nel 1952, 1953, 1954, 1958). Su questa sua prima fase di produzione incide enormemente l'impegno politico comunista (tema su cui tornerà nel romanzo del 1985 La brava terrorista), nonché la volontà di testimoniare il fallimento delle politiche coloniali inglesi.
    L'opera di svolta sarà però proprio Il taccuino d'oro, pubblicato nel 1962, romanzo politico, intimistico, summa delle ideologie dell'autrice e fulcro di quella che viene generalmente riconosciuta come la fase psicologica della sua produzione. Di questa fase fanno parte le opere maggiormente autobiografiche e quelle che più strizzano l'occhio alla condizione femminile e alle sue trasformazioni, nonostante l'autrice si sia sempre dichiarata lontana dal movimento femminista. Verso gli anni '70, Doris Lessing mostrò anche un certo interesse verso la fantascienza, che svilupperà nella serie Canopus in Argo: Shikasta (1979), Un pacifico matrimonio (1980), Four and Five (1980), The Sirian Experiments (1980), Un luogo senza tempo (1982), The Sentimental Agents in the Volyen Empire (1983), romanzi che non perdono di vista la critica politica proponendo l'analisi di diverse società a diversi stadi del loro sviluppo.
    Nel 1994 decise di pubblicare la prima parte della sua autobiografia, Sotto la pelle, incentrata sui trent'anni trascorsi in Africa; nel 1997 pubblicò la seconda parte, Camminando nell'ombra.
    Nel 2007, ottantottenne, ottenne il Premio Nobel per la Letteratura, fino a quel momento la scrittrice più anziana mai premiata. Intitolò il suo discorso On Not Winning the Nobel Prize e lo dedicò alla disuguaglianza di opportunità. La sua ultima opera è Alfred and Emily, pubblicata nel 2008, romanzo parzialmente autobiografico che ripercorre la vita (reale e immaginaria) dei suoi genitori.
    Muore a Londra all'età di novantaquattro anni il 17 novembre 2013.

    Questo di Doris Lessing (Premio Nobel per la Letteratura 2007) è un romanzo che rappresenta una sorta di 'summa' dei suoi temi, dei suoi problemi e delle sue suggestioni. La protagonista, Anna Wulf, non può esimersi dall'analizzare i mille motivi che costituiscono la sua vita, motivi di ordine politico, sociale e anche sessuale. Così gli spunti, i pensieri, gli eventi di cui il libro formicola, si raccolgono in quattro taccuini, di cui quello d'oro rappresenta un po' la quintessenza: e il loro insieme dà luogo a una narrazione distesa e insieme concentrata e intesa, a una panoramica della vita di una donna intensamente partecipe del nostro tempo. E nel libro c'è un po' di tutto: la minaccia atomica, i rifugiati politici nell'Africa Centrale, le barriere razziali, i rapporti dei genitori coi figli, spesso singolarmente conformisti e mancati suicidi, l'industria culturale, i rapporti degli uomini con gli uomini in un'atmosfera di fluttuante omosessualità, i rapporti delle donne con le donne, vagamente ambigui, e specialmente delle donne con gli uomini... e molte altre cose.

    La Recensione

    Molly Jacobs torna dall'America dopo un anno di assenza e rivede l'amica Anna Wulf. Entrambe sono giovani madri single, attive militanti di sinistra nonostante la delusione conseguente al fallimento del sogno del Partito, e pienamente inserite nella vita culturale inglese (Molly è attrice, mentre Anna vive delle rendite del suo primo e unico romanzo, Frontiere di guerra). Anna aggiorna Molly sulle novità riguardanti Tommy, il problematico figlio ventenne che ha lasciato in Inghilterra, Richard, suo ex marito magnate della finanza, e Marion, seconda moglie di Richard depressa e alcolizzata a causa del suo matrimonio infelice. Questa storyline, nonché cornice, è narrata nelle sezioni Donne Libere, in ciascuna delle quali sono interpolate parti dei quattro Taccuini, sempre nel medesimo ordine (Nero, Rosso, Giallo, Blu), che si interrompono tra loro per poi essere interrotte da un nuovo intermezzo di Donne Libere, e così via fino al finale.
    I taccuini, che Anna Wulf scrive nel tentativo di dare un ordine alla sua vita (o, più che altro, alla sua mente palesemente provata), sono quattro, e lungi dal restituire resoconti ordinati dei loro contenuti, sono affollati di pagine di diario non sempre cronologicamente disposte, articoli di giornale, bozze per romanzi e racconti, ricordi di gioventù, prolisse analisi di eventi avvenuti o che avrebbero potuto realizzarsi. Il Taccuino Nero contiene sostanzialmente le esperienze vissute nella colonia inglese della Rhodesia del sud, in cui Anna durante la giovinezza trascorse volontariamente alcuni anni in un campo comunista; il Taccuino Rosso riporta esperienze e riflessioni dei successivi anni come membro attivo del Partito Comunista a Londra; il Taccuino Giallo, nonostante ciò venga esplicitato solo alla fine e la storia spesso ricalchi esperienze reali di Anna tanto che talvolta si sovrappongono, è la bozza di un romanzo che la protagonista sta scrivendo: come Anna, Ella ha un figlio piccolo, una relazione con un uomo sposato che non contraccambia pienamente i suoi sentimenti, vive con un'amica attrice quasi coetanea, ha una professione nell'ambito editoriale ed è vicina agli ambienti comunisti; il Taccuino Blu somiglia al Nero nella sua essenza di diario personale, ma è molto più disordinato e incongruo, poiché Anna vi registra pensieri, riflessioni, esperienze, sogni e tensioni.

    A una struttura così complessa e intrigante (nonché difficile da gestire, cosa in cui Doris Lessig riesce quasi perfettamente) non corrisponde purtroppo un contenuto all'altezza: le 730 pagine di romanzo si arrovellano continuamente sugli stessi dubbi della protagonista, dei suoi alter ego e dei suoi amici, dubbi immutabili poiché non esiste la minima evoluzione dei personaggi. Il risultato a fine lettura è di immensa stanchezza e insofferenza verso Anna Wulf, la sensazione è che abbia ripetuto i medesimi concetti all'infinito senza mai trovarvi una risoluzione, tanto che spesso si ha il dubbio di aver sbagliato pagina poiché le situazioni si ripetono con varianti minime. Lo schema è sempre lo stesso: Anna ha dei profondi dubbi sul Partito comunista, dà loro voce timidamente, li nega, decide di non lasciare il partito, ma ha dei profondi dubbi, etc. Lungi dall'essere la donna moderna che queste pagine dovrebbero proporre, è un essere inerte e invertebrato che si trascina stancamente tra una scelta sbagliata e l'altra, scelte che sembra essersi imposta senza una reale motivazione e prese con la stessa levità con cui si sceglierebbe la marca del detersivo per la lavatrice. Il rapporto altalenante con il partito comunista riflette esattamente la sua vita sentimentale, e ancora una volta si ripete continuamente lo stesso schema: Anna incontra un uomo, sa precisamente che non la soddisferà sentimentalmente o sessualmente, decide ugualmente di intrattenere con lui una relazione sessuale, le sue attese vengono prontamente soddisfatte, ma non ha il coraggio di troncare e attende stancamente che sia l'altro a farlo. Persino la maternità è frutto di una scelta irresponsabile, appena un'idea subito messa in pratica con un uomo che non amava. "Donne Libere", è il titolo delle sezioni-cornice: ma nel Taccuino d'oro ci sono solo donne prigioniere di se stesse. 
    La galleria di personaggi che circondano Anna non offre un panorama meno desolante: uomini vanitosi ed egocentrici, tutti pronti senza alcuna eccezione a tradire la moglie, tra cui spiccano senza dubbio Richard, che tradisce senza posa Marion, Michael, l'uomo sposato con cui Anna ha una relazione, e Saul, l'americano donnaiolo di cui Anna si dichiara innamorata pochi giorni dopo averlo accettato in casa come coinquilino; intellettuali e/o comunisti annoiati e senza scopo, o - al contrario - talmente ferventi nelle loro occupazioni da risultare totalmente ciechi nei confronti del loro ambiente; donne frustrate da matrimoni sbagliati, o donne single frustrate da relazioni sbagliate, i cui migliori esempi sono, per l'una e per l'altra categoria, Marion e Molly; inclassificabile resta Tommy, il figlio ventenne di Molly, i cui comportamenti straniati potrebbero essere giustificati solo da un'impressionante cumulo di patologie psichiatriche o dalla provenienza da pianeti diversi da quello terrestre.

    Da una scrittrice vissuta in due paesi agli antipodi (le colonie africane e l'Inghilterra benestante), che ha superato due guerre e due matrimoni falliti, che ha visto due secoli, mi sarei aspettata qualcosa di più da dire che non la stessa, stanca ripetizione continua della propria delusione politica e sentimentale. Il taccuino d'oro è un lungo, infinito dialogo tra una donna e il suo nevrotico masochismo.

    Giudizio:
    +2stelle+ (e mezzo)

    Articolo di Sakura87

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il taccuino d'oro
    • Titolo originale: The Golden Notebook
    • Autore: Doris Lessing
    • Traduttore: Serini M.
    • Editore: Feltrinelli
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: Universale Economica
    • ISBN-13: 9788807880940
    • Pagine: 723
    • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro
     

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