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31 dicembre 2013

Dal libro al film: Lo Hobbit. La desolazione di Smaug

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Nota preliminare: solitamente la rubrica Dal libro al film è a titolo più informativo che opinionistico, ma quest'articolo farà eccezione, perché temo di rientrare nel novero degli spettatori decisamente non entusiasti dall'attesa seconda parte de Lo Hobbit. La domanda principale è: c'era proprio bisogno di tre film di tale spropositata lunghezza?
La desolazione di Smaug è precisamente poco burro spalmato su troppo pane, se mi passate la citazione. La pellicola si apre con un flashback di un anno precedente agli eventi del primo film, un dialogo lungo e mortalmente soporifero tra Gandalf (Ian McKellen) e Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage), che per di più mi è toccato vedere due volte perché il cinema che proiettava il film ha deciso di rimettere daccapo la pellicola per favorire i tanti maleducati ritardatari, ma questa è un'altra storia. Peraltro ho sempre creduto che iniziare libri e film con lunghe e tediose spiegazioni fosse un pessimo modo per ingraziarsi l'interesse del lettore/spettatore, ma tant'è.
La storia torna quindi nel presente, con i nani e l'hobbit inseguiti instancabilmente dagli orchi guidati da Azog (Manu Bennet). A questo punto, dopo scene allungate a dismisura e scene aggiunte per far brodo, Jackson inverte la tendenza e decide che la parte in cui il gruppo viene ospitato da Beorn il mutapelle (interpretato da Mikael Persbrandt) è troppo noiosa, come illo tempore lo era stata quella con Tom Bombadil, e la riduce a cinque minuti di incontro. 
Dopo la scoperta che Azog è nientemeno che uno dei più importanti luogotenenti del Negromante (?), inizia uno degli archi di punta del film, l'arrivo dei nani a Bosco Atro, abitato da strane creature con lentine blu fluo e modi metrosexual chiamate elfi silvani. Codesti elfi irrompono dopo lo scontro tra nani e ragni (una delle poche scene da salvare in tutto il film) e catturano i nani per condurli presso re Thranduil (Lee Pace).
A questo punto avviene l'impensabile. 
Lo spettatore medio, lo sappiamo, non è contento se
a) mancano le tette (versione maschile) 
b) manca una coppia struggente su cui fantasticare (versione femminile). 
Purtroppo per Hollywood, a Tolkien di queste cose importava una fava. Nella trilogia di LOTR Jackson aveva risolto ingigantendo il ruolo di Arwen attribuendole di tutto, dal salvataggio di Frodo originariamente avvenuto per mano di Glorfindel allo straripamento del Bruinel che uccide alcuni dei nazgûl e nel libro causato da Elrond, per poi spettacolarizzare la sua relazione romantica con Aragorn. Ne Lo Hobbit, mancando completamente la materia prima da ingigantire (i personaggi femminili), Jackson decide di scritturare Evangeline Lily (la Kate di Lost) per farne il capitano delle guardie del reame di Bosco Atro, la bella Tauriel, su cui Legolas, figlio del re Thranduil, sbava in ogni singola scena
La cosa è già ridicola di suo, se si considera che Orlando Bloom, pur portandosi bene i suoi anni, al contrario del personaggio che interpreta non è immortale, e quindi sembra il padre del se stesso di LOTR. Perché inserire forzosamente un personaggio inutile nell'economia della trama e che risulta ridicolo perché è (e si vede) più vecchio nel prequel che nel film che lo segue cronologicamente? Solo per potergli fare incontrare il padre del suo futuro amico Gimli (Peter Hambleton) e denigrare il ritratto del figliuolo che il nano si porta dietro? 
Ma il fondo non è ancora stato toccato: il triangolo no, noi non lo avevamo considerato nelle nostre fantasie più deliranti (e nemmeno la coppia, se è per questo), ma Jackson sì: prende il nano più attraente della compagnia dopo Thorin (che è troppo preso dal suo ruolo emo per poter avere un interesse amoroso), cioè Kili (Aidan Turner), e suggerisce un'attrazione tra i due sancita dalle solite battute goliardiche che dall'alba dei tempi servono a sottolineare la tensione sessuale piuttosto che a mascherarla:
Kili: "Non vuoi perquisirmi? Potrei avere un'arma sotto i pantaloni"
Tauriel: "Oppure nessuna."
Legolas rosica, le chiede perché quel nano insolente continui a fissarla dimenticando che da quando è comparso in scena anche lui non ha fatto altro. Lei risponde che per essere un nano è piuttosto alto. Io mi ficco due dita in gola: un nano e un elfo in un'opera derivata da un libro di Tolkien, non so se mi sono spiegata. E no, abbassate quelle mani, le vostre elucubrazioni sul rapporto da atleti negli spogliatoi tra Legolas e Gimli non mi interessano.
Ma torniamo alla trama. La situazione viene ancora una volta risolta da Bilbo, che ha ormai perso i riflettori, tutti concentrati sugli sfavillanti sguardi tra Tauriel, Legolas e Kili: grazie al potere dell'anello, riesce a liberare i nani dalle prigioni nell'ennesima scena di fuga allungata della durata di trenta minuti, poiché - a differenza del libro - non solo i nani vengono scoperti dagli elfi, ma vengono anche attaccati dagli orchi.
Durante la pausa, la signora accanto a me mi rivolge questa domanda:
"Ma secondo te quando inizia il film? Finora non hanno fatto altro che scappare".
Apro la bocca per risponderle che no, il libro è ben altro, c'è tanta roba interessante, ma mi rendo conto che ha ragione. Il film è un'eterna fuga rocambolesca.
"Non lo so, signora. Spero nel secondo tempo."



Il secondo tempo è effettivamente quello in cui inizia il film. Gandalf si reca a Dol Guldur per indagare sulle forze oscure che si stanno mettendo in moto, dove incontra Radagast (Sylvester McCoy) e scopre che le tombe dei nazgûl sono vuote. La compagnia frattanto arriva a Pontelagolungo (Esgaroth), poco sotto le pendici delle Montagne Nebbiose, e riesce a entrarvi di nascosto grazie al barcaiolo Bard (no, non è interpretato anche lui da Orlando Bloom, ma da Luke Evans che gli somiglia una cifra, ed è la seconda volta che hanno la geniale idea di mettere i due attori insieme nello stesso film), che li nasconde in casa salvo poi realizzare che il ritorno del legittimo erede del regno sotto la montagna potrebbe risvegliare il drago e dunque distruggere la sua città. Bard è un personaggio complesso, e almeno questa aggiunta l'ho apprezzata: povero e vedovo, con tre figli a carico, è per di più vittima della sfiducia della gente in quanto discendente di Girion, che ebbe l'occasione di uccidere Smaug ma sbagliò il colpo.
Thorin, sempre più preda dell'ossessione di recuperare il suo regno e le sue ricchezze, si allea con il governatore di Esgaroth (il sempre ottimo Stephen Fry) promettendo prodigiosi tesori alla città in cambio dell'equipaggiamento necessario a intraprendere la spedizione. La loro partenza avviene in pompa magna ma di corsa, e Thorin si lascia dietro Kili, che in un atto di eroismo durante la fuga da Bosco Atro è stato colpito da una freccia avvelenata, Fili (Dean O'Gorman), che non vuole abbandonare il fratello, Oin (John Callen), che vuole occuparsi del compagno ferito, e Bofur (James Nesbitt), così, senza motivo (si era svegliato tardi). Mi chiedo dove la sceneggiatura voglia andare a parare dividendo in questo modo il gruppo: mentre i restanti membri dell'impresa raggiungono la Montagna Solitaria e riescono a entrarvi (sempre grazie a Bilbo), i quattro nani rimasti a Pontelagolungo vengono attaccati dai soliti orchi, e quando Kili rischia di essere ucciso arriva... no, non lo spettro di
Tolkien a fare a pezzi il set e a incenerire la sceneggiatura, e no, nemmeno i suoi eredi a far causa a Jackson, no, purtroppo neanche i fan ad accoppare Kili pur di non assistere a quello che già sappiamo avverrà: ad arrivare è Tauriel che, preoccupata per le sorti del nano ferito, ha abbandonato i suoi doveri nel reame di Bosco Atro e ha raggiunto a sua volta Esgaroth, pedinata dall'immancabile Legolas che la segue come un pulcino fa con la chioccia.
In una scena molto simile a quella in cui Aragorn guarisce Frodo, Tauriel cura il febbricitante e moribondo Kili usando l'athelas in un tripudio di litanie elfiche, sospiri e sguardi languidi. Le femmine della sala sono in un brodo di giuggiole. I maschi si lamentano perché il costume di scena fa vedere poco le tette della Lily. Io sono sotto la poltrona e sto mangiando una delle mie copie de Lo Hobbit chiedendo perdono a Tolkien.



L'ultima parte è dedicata alla Montagna Solitaria e a Smaug, finalmente visto in tutta la sua magnificenza: Bilbo s'infiltra nei sotterranei alla ricerca dell'Arkengemma, ma nonostante indossi l'anello il drago riesce a fiutarlo e si risveglia. Bilbo cerca di giocarlo, ma Smaug si avvede della presenza dei nani e si avventa su di loro per distruggerli: il gruppo tenta di imprigionarlo versandogli addosso un'enorme quantità di oro fuso, ma il drago si libera e spicca il volo verso Pontelagolungo per distruggerla. Perché il drago lasci degli intrusi nella tana, decidendo di punto in bianco di andare ad attaccare gli umani, non ci è dato sapere, così come non ci è dato sapere perché mai i nani credessero di poter uccidere un drago con dell'oro fuso. Finalmente, comunque, azione, azione vera intendo, utile allo svolgimento della trama, senonché dopo mezz'ora di fiamme e di gente che corre, anche questa scena finisce per stancare e non si vede l'ora che proiettino i titoli di coda.



Lo ribadisco: ce n'era bisogno?
Lo Hobbit, il libro, è una storia semplice, adattabile anche a un pubblico più adulto, essenziale, leggera e scanzonata. Tre film, pur saccheggiando le Appendici e le raccolte di Racconti, sono troppi. A meno che, come ha dovuto fare Jackson, non si allunghi e si inventi, ma che non mi si dica che non c'era altra scelta: la scelta c'era, narrare la storia in un unico film (cosa che poteva essere stata fatta efficacemente) o al massimo due (con l'aggiunta dei retroscena), ed è stato scelto altrimenti per ragioni puramente economiche. Lo Hobbit, com'è evidente da questo secondo capitolo, è un film nato per il 3D: visivamente spettacolare, povero di contenuti, infedele allo spirito del libro.

Film bocciatissimo, insomma, se non si fosse capito, ad eccezione di qualche isolato spezzone. Temo al pensiero di ciò che Racconto di un ritorno farà della Battaglia dei Cinque Eserciti.




Articolo di Sakura87

30 dicembre 2013

Listopia: I milleuno libri da leggere almeno una volta nella vita (#621 - 640)

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Quante volte ci siamo imbattuti in una di queste liste? La stessa BBC ne aveva stilata una da cento libri (piuttosto faziosa, se volete la mia opinione). Scopo di queste liste, è noto, non è permettere al lettore di scoprire nuovi libri e nuovi autori, bensì distruggere ogni sua pretesa di letterato facendolo sentire oltremodo ignorante per il gran numero di volumi che, a fine lista, scopre di non aver non solo mai letto, ma nemmeno sentito nominare. Noi vi proponiamo questa, pubblicata in volume, che già da diversi anni circola più minacciosamente della videocassetta di The Ring (o di Pootie Tang - questa è pessima, se la capite vergognatevi) distruggendo l'autostima di ogni lettore che credeva di aver letto tutti o la maggior parte dei cosiddetti libri da leggere prima di morire. La lista in questione ha i suoi difetti. Intanto è stata stilata approssimativamente nel 2005, per cui la sezione 2000 risulta incompleta; inoltre mette in lista solo narrativa, ed è eccessivamente sbilanciata su romanzi pubblicati nel corso del 1900, glissando decisamente su quelli pre-Ottocento. Continuiamo con un'altra carrellata di venti romanzi: nel corso degli articoli vedremo quali sono stati pubblicati in Italia e quali risultano ancora inediti.


621. Wild Harbour – Ian MacPherson (1936)
This is the world of universal future war. Faced with the threat of bombs, bacteriological warfare and poison gas, a married couple whose pacifism compels them to opt out of 'civilisation', take to the hills to live as fugitives in the wild. Plainly and simply told, Wild Harbour charts the practical difficulties of living rough in the beautiful hills of remote Spayside. In this respect the book belongs to a tradition of Scottish fiction reflected in novels such as Stevenson's Kidnapped and Buchan's John Macnab. But it takes a darker and more contemporary turn, for although Hugh and his wife Terry learn to fend for themselves, they cannot escape from what the world has become.

622. Assalonne, Assalonne! – William Faulkner (1936)
Nel gennaio del 1937, recensendo su «El Hogar», il recente Assalonne, Assalonne!, Borges scriveva: «Conosco due tipi di scrittore: l'uomo la cui prima preoccupazione sono i procedimenti verbali, e l'uomo la cui prima preoccupazione sono le passioni e le fatiche dell'uomo. Di solito si denigra il primo tacciandolo di "bizantinismo" o lo si esalta definendolo "artista puro". L'altro, più fortunato, riceve gli epiteti elogiativi di "profondo", "umano", "profondamente umano" o il lusinghiero vituperio di "barbaro"... Tra i grandi romanzieri Joseph Conrad è stato forse l'ultimo cui interessavano in egual misura le tecniche del romanzo e il destino e il carattere dei personaggi. L'ultimo fino alla straordinaria comparsa di Faulkner. A Faulkner piace esporre il romanzo attraverso i personaggi. Il metodo non è del tutto originale ... ma Faulkner vi trasfonde una intensità quasi intollerabile. In questo libro di Faulkner vi è un'infinita decomposizione, un'infinita e nera carnalità. Lo scenario è lo Stato del Mississippi: gli eroi, uomini annientati dall'invidia, dall'alcol, dalla solitudine, dai morsi dell'odio. Assalonne, Assalonne! è paragonabile a L'urlo e il furore. Non conosco maggior elogio di questo». Né noi conosciamo migliore presentazione di questa. Assalonne, Assalonne! è apparso per la prima volta nel 1936.

623. Le montagne della follia – H.P. Lovecraft (1936)
Sicuramente la più avventurosa tra tutte le storie scritte da Lovecraft, Le montagne della follia è un romanzo che si svolge nell'Antartide, e narra di una spedizione scientifica che si trova alle prese con dei reperti vecchi di milioni di anni che si riveleranno in seguito degli esseri alieni giunti sulla Terra dalle profondità dello spazio cosmico. Questi esseri, tornati alla vita dopo un lungo periodo di ibernazione, faranno vivere agli scienziati protagonisti della vicenda una serie di avventure mozzafiato nel sottosuolo antartico, che li porteranno a contatto con le vestigia di un'antichissima civiltà scomparsa da millenni.

624. La foresta della notte – Djuna Barnes (1936)
Al centro della Foresta della Notte dorme la Bella Schizofrenica, in un letto dell’Hotel Récamier. T.S. Eliot, accompagnando questo libro alla sua uscita, scrisse che vi trovava «una qualità di orrore e di fato strettamente imparentata con quella della tragedia elisabettiana». E presto il romanzo sarebbe diventato una leggenda. La foresta della notte è del 1936.





625. Gente indipendente – Halldór Laxness (1936)
Nella selvaggia Islanda a cavallo fra i secoli XIX e XX, la vita del bracciante Bjartur di Sumarhús sembra giungere a una svolta: finalmente, dopo diciotto anni passati al servizio dell'ufficiale distrettuale, è in grado di acquistare un appezzamento di terreno nella brughiera orientale e dichiararsi indipendente. Dopo anni di pasti frugali e duro lavoro, animati unicamente da discussioni di poesia e letteratura, di politica e di religione, il variegato nucleo familiare di Bjartur potrà definitivamente insediarsi nella casupola di torba da lui stesso costruita. Non solo la storia di un contadino alla conquista della propria emancipazione, ma anche della società islandese dell'epoca, di cui l'autore mostra le piccolezze e le meschinità.

626. Auto da fé – Elias Canetti (1935)
Romanzo primo e ultimo di Canetti, narra l'incrociarsi delle vite di Kien, misantropo e profondo amatore dei testi antichi e Therese, la sua governante, dura e meschina. Da una parte un grande studioso, Kien, che ritiene superflui i contatti con il mondo e ama in fondo una cosa sola: i libri. Dall'altra la sua governante, Therese, che raccoglie in sé le più raffinate essenze della meschinità umana. Il romanzo racconta l'incrociarsi di queste due remote traiettorie e ciò che ne consegue: la minuziosa, feroce vendetta della vita su Kien, che aveva voluto eluderla con la stessa accuratezza con cui analizzava un testo antico.

627. The Last of Mr. Norris – Christopher Isherwood (1935)
First published in the 1930s, The Berlin Stories contains two astonishing related novels, The Last of Mr. Norris and Goodbye to Berlin, which are recognized today as classics of modern fiction. Isherwood magnificently captures 1931 Berlin: charming, with its avenues and cafés; marvelously grotesque, with its nightlife and dreamers; dangerous, with its vice and intrigue; powerful and seedy, with its mobs and millionaires—this is the period when Hitler was beginning his move to power. The Berlin Stories is inhabited by a wealth of characters: the unforgettable Sally Bowles, whose misadventures in the demimonde were popularized on the American stage and screen by Julie Harris in I Am A Camera and Liza Minnelli in Cabaret; Mr. Norris, the improbable old debauchee mysteriously caught between the Nazis and the Communists; plump Fräulein Schroeder, who thinks an operation to reduce the scale of her Büste might relieve her heart palpitations; and the distinguished and doomed Jewish family, the Landauers.

628. Non si uccidono così anche i cavalli? – Horace McCoy (1935)
Anni 30: in piena Grande Depressione Robert e Gloria, entrambi a Hollywood in cerca di un ingaggio, per sbarcare il lunario si iscrivono a una maratona di ballo nei pressi della spiaggia di Malibu: in cambio di vitto e alloggio i partecipanti devono danzare per giorni e giorni senza mai fermarsi, fino allo sfinimento. In palio ci sono mille dollari e, soprattutto, la possibilità di farsi notare dai produttori e dai registi che bazzicano questi eventi. La maratona attira sbandati senza quattrini e giovani in cerca di successo, e ben presto si trasforma in una vera e propria lotta per la soprawivenza, dove non c'è spazio per i sentimenti né per la pietà umana e dove tutto, anche la sofferenza, è ridotto a spettacolo per gli occhi insaziabili del pubblico. Fino all'epilogo macchiato di sangue. Una storia nera e inquietante che ricorda fin troppo da vicino la nostra epoca malata di reality show.

629. La casa a Parigi – Elizabeth Bowen (1935)
Dopo aver pubblicato E' morta Mabelle, una raccolta di alcune fra le migliori short-stories di Elizabeth Bowen, presentiamo adesso un romanzo che, apparso nel 1935, viene a segnare per concorde ammissione dei critici uno dei momenti più alti delle sue capacità narrative. La casa a Parigi si apre all'inizio su un mondo di tranquilla normalità. La signora e la signorina Fisher madre e figlia che, in passato, avevano gestito una piccola pensione per studentesse straniere nella loro casa a Parigi, hanno accettato di ospitare per una giornata due bambini in viaggio senza i rispettivi genitori.

630. I naufraghi – Graham Greene (1935)
Anthony Farrant abbandona l'Inghilterra degli anni Trenta e diventa l'uomo di fiducia, il guardiaspalle di un magnate svedese senza scrupoli e senza pietà. Nel mondo spietato dell'alta finanza internazionale Farrant trova la forza per riscattare lo squallore della sua esistenza.






631. Giorni in Birmania – George Orwell (1934)
Questo testo è il primo romanzo scritto da Orwell. Protagonista è il trentacinquenne John Flory, mercante angloindiano di legname che, insofferente ai codici di comportamento dei sahib bianchi e attratto dalla cultura orientale, si muove a cavallo tra due mondi senza riuscire a trovare una propria collocazione e, privo della forza morale necessaria per ribellarsi alla comunità bianca, rimane frustrato dagli inevitabili compromessi.

632. Il segreto delle campane – Dorothy L. Sayers (1934)
La pianura dei Fens è una terra desolata che vive sotto la continua minaccia della palude. I suoi abitanti sono taciturni e schivi e vivono un'esistenza dallo scorrere lento. Eppure, l'apparente grigiore nasconte ribollimenti drammatici: un giorno viene trovato un cadavere nel terreno della chiesa, orrendamente mutilato e dentro la tomba di un altro defunto. Il fatto accade a Fenchurch St. Paul, uno dei paesini dei Fens, poche case raccolte attorno a un'enorme chiesa. Nessuno è in grado di dare un nome al cadavere. Il rettore di Fenchurch conosce lord Peter Wimsey e gli viene spontano chiedere il suo aiuto. Lord Wimsey è tutto quello che gli abitanti del paese non sono: sofisticato, colto, ironico. Inoltre ha una sottile intelligenza analitica che gli permette di vedere al di là delle apparenze. E in quel macabro delitto intravvede una grandezza che supera qualunque immaginazione. Grandezza di metodo, soprattutto. Che cosa c'è di grande, si domanda, nel provincialismo di Fenchurch? La chiesa e le profonde gole di bronzo delle campane che cantano ognuna un suo inno e ognuna ha il suo nome. E come in un elegante gioco di prestigio, estrae dal suo cilindro la soluzione. Imprevista. Fulminante.

633. Il romanzo da tre soldi – Bertolt Brecht (1934)
Il Dreigroschenroman è il primo romanzo scritto dal grande drammaturgo, e sviluppa in un vasto intreccio narrativo motivi, ricerche e personaggi della Dreigroschenoper.

634. Romanzo con cocaina – M. Ageyev (1934)
È la storia, negli anni precedenti e successivi alla rivoluzione, di un giovane moscovita che si dipinge senza compiacimenti: attratto dalla voluttà dell’umiliazione e del dolore, tratta con crudeltà spaventosa la madre di cui si vergogna, seduce l’ingenua Zinočka e la contagia con la sifilide. Tra l’amicizia per Burkevic che divenuto bolscevico lo respingerà e lo sfortunato amore per Sonja, la cocaina lo accompagnerà nella sua discesa agli inferi.



635. Il postino suona sempre due volte – James M. Cain (1934)
E' la storia, scarna, di una passione devastante, che ha per teatro uno scalcinato distributore di benzina su una statale a pochi chilometri da da San Francisco, per ostacolo un marito rozzo e brutale e per via di fuga nient'altro che la tenebra. A questo romanzo ci si arrende al primo incontro, come Frank Chambers a Cora, uno dei più temibili e vessatori fantasmi femminili che abbiano mai abitato le pagine di un romanzo: nelle parole dello stesso Cain, neppure una donna, ma "il desiderio fatto realtà".

636. Tropico del Cancro – Henry Miller (1934)
Romanzo in prima persona, o meglio vera e propria autobiografia con il ritmo narrativo di un romanzo, l'opera racconta, con linguaggio fluidamente realistico, la vita e le imprese dell'autore e dei suoi amici, aspiranti artisti, nei quartieri poveri della Parigi degli anni '30. Una storia piena di alberghi modesti, di stanze infestate dalle cimici, di risse e di sbornie ricorrenti, di emigrati, di truffe e di postriboli, ma soprattutto un'avventura umana di straordinario spessore, un simbolico viaggio lontano da tutte le convenzioni, alla scoperta della propria identità. Apparso nel 1934 a Parigi, il libro conquistò subito notorietà più per i suoi presunti contenuti pornografici che per il suo straordinario e innovativo valore letterario.

637. Una manciata di polvere – Evelyn Waugh (1934)
Tony Last, il protagonista di Una manciata di polvere, è un gentleman inglese, tra le cui peculiarità caratteriali c'è certamente la sciocchezza. Tony non capisce mai niente: sbaglia grossolanamente nei suoi giudizi, nelle sue previsioni, nella sua valutazione morale e intellettuale del prossimo. Tony è un imbecille, ma è un imbecille meraviglioso, quasi eroico nella sua riluttanza ad accettare la bruttezza morale di ciò che lo circonda. In un mondo in cui ciò che conta è soltanto il potere, Tony rimane un idealista che, nonostante tutte le prove contrarie, pensa che esistano al mondo la bellezza, l'onestà e la rettitudine. Fra tanti eroi del romanzo degli anni trenta, quasi tutti immersi nell'impegno politico e intellettuale, spicca Tony Last, questo glorioso, amabile imbecille.

638. Tenera è la notte – F. Scott Fitzgerald (1933)
Francis Scott Fitzgerald ha condensato come in uno straziante testamento in questo libro che conosce molte versioni, ma non quella definitiva, la cronaca del naufragio di una generazione, la storia di un amore esigente e crudele vissuto, anzi patito, come un peccato capitale, la denuncia della seduzione del denaro e la confessione dell'inevitabile sconfitta della sensibilità.




639. Teniamo duro, Jeeves – P.G. Wodehouse (1933)
Pelham Grenville Wodehouse (Guildford, Surrey, 1881 - Southampton, New York, 1975) è il più importante scrittore umoristico del '900 e ancora oggi uno dei più popolari. Le sue opere - circa 90 romanzi e svariate raccolte di racconti, oltre a commedie e soggetti per film - sono pubblicate regolarmente in non meno di 25 lingue. Il suo personaggio più famoso, una figura ormai proverbiale, è Jeeves, l'impeccabile e onnisciente maggiordomo al servizio di Bertie Wooster, giovane signore che si caccia sempre nei guai. I due sono protagonisti di 12 romanzi e numerosi racconti.

640. Chiamalo sonno – Henry Roth (1933)
Il «caso Henry Roth» è forse unico nella letteratura del Novecento. Nel 1934 Chiamalo sonno, opera prima di uno sconosciuto newyorkese di 28 anni, fu salutato dalla critica come un capolavoro. Poi l'oblio. Roth si ritirò nel Maine ad allevare anatre, e per decenni il suo silenzio è stato interrotto solo da qualche raro racconto. Nel 1960 alcuni critici influenti promossero la ristampa del suo romanzo e rapidamente, nel giro di pochissimi anni, Chiamalo sonno ha superato i 2 milioni di copie e oggi è unanimemente considerato un classico, uno dei massimi risultati della letteratura del secolo, non solo statunitense. Si può leggere Chiamalo sonno come un romanzo di formazione e come un romanzo sociale, come descrizione della New York degli inizi del Novecento e come studio di rapporti familiari filtrati da una sensitiva coscienza infantile, come «romanzo ebraico» e come metafora del rapporto di trasformazione dell'europeo in America.

Articolo di Sakura87

Speciale Natale: Hogfather - Terry Pratchett

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Terry Pratchett, popolare autore britannico nato a Beaconsfield nel 1948, è noto in tutto il mondo per la sua serie di romanzi umoristici Mondo Disco (Discworld), iniziata nel 1983 con il romanzo Il colore della magia e arrivata ormai al quarantesimo volume pubblicato in UK a ottobre, Raising Steam. I volumi, che si è soliti dividere in sottocicli, sono romanzi fantasy che parodiano tutti i cliché della letteratura fantastica: il ciclo Scuotivento è dedicato all'omonimo mago pasticcione e all'Università Invisibile; quello sulle Streghe ha per protagonista il trio Nonnina Weatherwax, Tata Ogg e Magrat Garlic, che rappresentano i tre volti della Triplice Madre (la vecchia, la madre e la vergine);
il ciclo Guardia, dai toni più giallistici, è incentrato sulle indagini della Guardia Cittadina di Ankh-Morpork; l'arco narrativo Morte presenta come protagonista la Morte personificata, che compare come cameo in praticamente tutti gli altri romanzi; Tiffany è rivolto ai più giovani e racconta le avventure di un'apprendista strega; Moist von Lipwig, il ciclo più recente - composto da soli tre romanzi - e più adulto, è dedicato alle divertenti peripezie di un truffatore. Hogfather, ventesimo romanzo ambientato nel Mondo Disco, è il quarto del sottociclo Morte. In Italia, dove i romanzi sono stati inizialmente tradotti da Salani in ordine sparso e solo di recente si è intrapresa la pubblicazione in ordine cronologico (l'ultimo romanzo tradotto, All'anima della musica!, è uscito in UK nel 1994 come sedicesimo volume del ciclo), è tuttora inedito.

IT'S THE NIGHT BEFORE HOGSWATCH AND IT'S TOO QUIET.
Where is the big jolly fat man? Why is Death creeping down chimneys and trying to say Ho Ho Ho? The darkest night of the year is getting a lot darker...
Susan the gothic governess has got to sort it out by morning, otherwise there won't be a morning. Ever again...
The 20th Discworld novel is a festive feast of darkness and Death (but with jolly robins and tinsel too).
As they say: You'd better watch out...

La Recensione

Ankh-Morpork si accinge a festeggiare Hogswatch, la notte magica in cui tutto può accadere, persino che un enorme uomo-maiale vestito di rosso arrivi nelle case a bordo di una slitta trainata da maiali, si cali giù dal camino, beva lo sherry e mangi i tortini lasciati dai bambini prima di andare a letto, per poi metter doni nelle loro calze appese se sono stati buoni.
Quando tre figure incorporee e incappucciate si presentano alla Gilda degli Assassini commissionando l'omicidio di Hogfather, il capo pensa a uno scherzo. Ma quando nelle casse compaiono milioni di dollari, non può far altro che accettare il folle incarico e affidarlo al più folle assassino della Gilda, l'inquietante Mr. Teatime, che più che al denaro promesso è interessato alla sfida che comporta l'eliminazione di un'entità che esiste solo in quanto personificazione antropomorfica.
Anche Susan Sto Lat, nipote acquisita di Morte che desidera solo una vita normale, aspetta Hogswatch dopo aver messo a letto i bambini di cui è governante. Solo che, invece di Hogfather, dal camino si cala suo nonno con un vestito rosso e una barba finta, insieme al maggiordomo Albert in abito verde e cappellino a punta: Morte ha deciso di sostituirsi a Hogfather, e Susan, temendo che il nonno sia impazzito e abbia tolto di mezzo quello vero, si ritroverà suo malgrado a indagare.
Nel frattempo, all'Università Invisibile compare lo Gnomo delle Verruche.

Terry Pratchett catapulta il lettore in una magica parodia a tema natalizio, trasformando il grasso e bonario vecchietto nel più triviale Hofather (letteralmente "Babbo Maiale"). Ma il romanzo, che trasuda geniali trovate, offre all'autore l'occasione di inoltrarsi ancora una volta nel mondo delle religioni, della fede e delle credenze popolari. L'innocuo e benevolo Hogfather non è altro che una divinità nata insieme all'uomo in tempi di sacrifici per far sorgere il sole, ed evolutasi insieme all'umanità per andare infine a ricoprire il ruolo che oggi le spetta grazie alla fede dei bambini, esattamente allo stesso modo in cui le divinità maggiori nascono, esistono e mutano in misura della fede dei loro devoti.
Il plot intreccia coralmente le vicende di diversi personaggi, tutte avvenute nel corso di un'unica, dilatata notte: mentre Mr. Teatime mette in atto il suo piano per eliminare Hogfather, obbedendo inconsapevolmente a un piano più grande e oscuro deliberato da entità superiori, i Regolatori, Morte viaggia a bordo della slitta di Hogfather per consegnare i doni ai bambini in sua vece, mantenendo così viva la loro fede. Con astuzia è riuscito a coinvolgere nella ricerca del vero Hogfather la nipote Susan, che può arrivare dove a lui, a sua volta entità super partes, non è permesso. Se il romanzo si fosse limitato a questi intrecci il risultato sarebbe stato migliore, ma - come quasi sempre - Pratchett non riesce a resistere alle sbavature, e arricchisce un romanzo già lungo e saturo di un altro sottointreccio ambientato nell'Università Invisibile, dove compaiono nuove divinità minori di cui di cui l'Arcimago Ridcully cerca di scoprire l'origine interrogando una nuova macchina pensante, l'Hex.
Geniale l'idea di affidare un romanzo a tema natalizio a uno dei personaggi più cinici usciti dalla penna di Pratchett, la giovane Susan, tra i cui principali precetti impartiti ai pargoli annovera il don't get afraid, get angry insieme alla raccomandazione di non temere i mostri sotto il letto ma di pestarli con l'attizzatoio. Per Susan, che ha tagliato i ponti con la famiglia e affronta la vita con impagabile stoicismo, gli spiriti faranno tutto in una notte. Ma niente finale buonista per Terry Pratchett, che di buonista - fortunatamente - non ha assolutamente nulla. Eppure nemmeno lui, forse, data l'occasione, è riuscito a resistere a un po' di sentimentalismo.

Sottociclo di Morte:
- Morty l'apprendista, 1991 (Mort)
- Il tristo mietitore, 2008 (Reaper Man)
- All'anima della musica!, 2013 (Soul Music)
- Hogfather, inedito in Italia
- Thief of Time, inedito in Italia
Giudizio:
+4stelle+ +emezza+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Hogfather
  • Autore: Terry Pratchett
  • Editore: Gollancz
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9781473200135
  • Pagine: 368
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 9,99 £

25 dicembre 2013

Angolotesti: "Natale a Regalpetra" di Leonardo Sciascia

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Dopo tanto tempo, in occasione delle feste natalizie, torna un nuovo appuntamento dell'ormai sporadica rubrica Angolotesti. Due anni fa, in occasione delle feste natalizie, vi avevo proposto L'abete di Hans Christian Andersen. Oggi parliamo invece del più breve e prosaico Natale a Regalpetra, racconto autobiografico di Leonardo Sciascia inserito nella raccolta Le parrocchie di Regalpetra. Pubblicata da Laterza nel 1956, l'opera si articola attorno al capitolo "Cronache scolastiche" e vuole restituire storie di vita di un qualunque paese siciliano (Regalpetra è un nome fittizio per indicare Racalmuto, il paese natale di Sciascia). Nutrendosi del periodo in cui Sciascia insegnò in una scuola elementare, il nucleo principale del libro denuncia le arretrate condizioni del sistema scolastico siciliano e il contesto talvolta degradato in cui nascono e crescono i bambini, spesso costretti a frequentare la scuola al mattino e a lavorare nel pomeriggio per contribuire al sostentamento familiare. Il racconto che segue restituisce un quadro natalizio ben poco pittoresco e buonista.




Natale a Regalpetra


   - Il vento porta via le orecchie - dice il bidello.
   Dalle vetrate vedo gli alberi piegati come nello slancio di una corsa.
   I ragazzi battono i piedi, si soffiano sulle mani cariche di geloni.
   L’aula ha quattro grandi vetrate: damascate di gelo, tintinnano per il vento come le sonagliere di un mulo.
   Come al solito, in una paginetta di diario, i ragazzi mi raccontano come hanno passato il giorno di Natale: tutti hanno giuocato a carte, a scopa, sette e mezzo e ti-vitti (ti ho visto: un gioco che non consente la minima distrazione); sono andati alla messa di mezzanotte, hanno mangiato il cappone e sono andati al cinematografo.
   Qualcuno afferma di aver studiato dall’alba, dopo la messa, fino a mezzogiorno; ma è menzogna evidente.
   In complesso tutti hanno fatto le stesse cose; ma qualcuno le racconta con aria di antica cronaca: "La notte di Natale l’ho passata alle carte, poi andai alla Matrice che era piena di gente e tutta luminaria, e alle ore sei fu la nascita di Gesù".
   Alcuni hanno scritto, senza consapevole amarezza, amarissime cose: "Nel giorno di Natale ho giocato alle carte e ho vinto quattrocento lire e con questo denaro prima di tutto compravo i quaderni e la penna e con quelli che restano sono andato al cinema e ho pagato il biglietto a mio padre per non spendere i suoi denari e lui lì dentro mi ha comprato sei caramelle e gazosa".
   Il ragazzo si è sentito felice, ha fatto da amico a suo padre pagandogli il biglietto del cinema… Ha fatto un buon Natale. Ma il suo Natale io l’avrei voluto diverso, più spensierato.
   "La mattina del Santo Natale - scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto".
   La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. Dopo che si è lavato e asciugato e vestito, è uscito con suo padre "per fare la spesa". Poi ha mangiato il riso col brodo e il cappone.
"E così ho passato il Santo Natale".




Leonardo Sciascia nacque l'8 gennaio 1921 a Racalmuto (Agrigento), primogenito di un impiegato nelle miniere di zolfo e di una casalinga. Nel 1935 la sua famiglia si trasferì ad Agrigento, dove iniziò a frequentare
l'Istituto Magistrale IX Maggio e dove lo scrittore Vitaliano Brancati, suo professore, lo iniziò alla letteratura. Nel 1941 conseguì il diploma magistrale e lavorò al Consorzio Agrario di Racalmuto, dove poté venire a contatto con la realtà contadina. Tre anni dopo sposò la maestra elementare Maria Andronico, da cui ebbe due figlie. La sua attività letteraria iniziò nel 1950 con la pubblicazione delle Favole della dittatura, subito apprezzate da Pasolini, cui seguì la raccolta di poesie La Sicilia, il saggio Pirandello e il pirandellismo (con cui vinse il Premio Pirandello nel 1953), e numerose collaborazioni con riviste antologiche dedicate alla letteratura e agli studi etnologici.
Nel frattempo, parallelamente alla sua attività di scrittore, aveva iniziato a insegnare nella stessa scuola elementare della moglie. Queste sue esperienze confluirono nella raccolta autobiografica Le parrocchie di Regalpietra (1956).
Nell'anno scolastico 1957-58, Sciascia fu assegnato al Ministero dell'Istruzione a Roma. Di questo periodo sono i tre racconti in seguito pubblicati nella raccolta Gli zii di Sicilia. Tornato a Caltanissetta, impiegato nel Patronato Scolastico, ebbe inizio il periodo d'oro dell'autore, quello dei romanzi polizieschi ambientati in Sicilia, in cui denunciava le connivenze tra mafia e potere e la capillare diffusione della mentalità mafiosa: Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966), Il contesto (1971), Todo modo (1974), Una storia semplice (1984). Tali romanzi ottennero un notevole successo di pubblico, tanto che si considera Sciascia il fautore di una nuova stagione del giallo italiano contemporaneo. Tra le altre opere ricordiamo ll consiglio d'Egitto (1963), la commedia Morte dell'onorevole (1965), il saggio Morte dell'inquisitore (1967).
Trasferitosi a Palermo nel 1967, Sciascia iniziò a collaborare per il Corriere della Sera, dove si distinse per i suoi articoli contro la mafia scagliandosi anche contro i magistrati che si erano macchiati di carrierismo, tra cui Borsellino. Nel 1970 decise di andare in pensione, dopo aver pubblicato la raccola di saggi La corda pazza, senza mai smettere di scrivere. Nel 1975 si presentò alle elezioni comunali come indipendente nelle liste del Partito Comunista Italiano, riportando un'ottima vittoria, ma appena due anni dopo gli estremismi del Partito lo convinsero ad abbandonare la carica di consigliere e a candidarsi piuttosto al Parlamento europeo e alla Camera con i Radicali, venendo eletto per entrambe le posizioni. Di questo periodo sono le opere L'affaire Moro (1978), Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia (1979), più diversi saggi di letteratura e cultura siciliana. Nel frattempo gli venne diagnosticato un tumore al midollo osseo, che lo costrinse a numerosi viaggi a Milano: nonostante ciò, Sciascia continuò a scrivere (Porte aperte, 1987; Il cavaliere e la morte, 1988). Il suo ultimo romanzo, Una storia semplice, venne pubblicato esattamente il giorno della sua morte, il 20 novembre 1989.

Sakura87

23 dicembre 2013

Listopia: I milleuno libri da leggere almeno una volta nella vita (#601 - 620)

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Quante volte ci siamo imbattuti in una di queste liste? La stessa BBC ne aveva stilata una da cento libri (piuttosto faziosa, se volete la mia opinione). Scopo di queste liste, è noto, non è permettere al lettore di scoprire nuovi libri e nuovi autori, bensì distruggere ogni sua pretesa di letterato facendolo sentire oltremodo ignorante per il gran numero di volumi che, a fine lista, scopre di non aver non solo mai letto, ma nemmeno sentito nominare. Noi vi proponiamo questa, pubblicata in volume, che già da diversi anni circola più minacciosamente della videocassetta di The Ring (o di Pootie Tang - questa è pessima, se la capite vergognatevi) distruggendo l'autostima di ogni lettore che credeva di aver letto tutti o la maggior parte dei cosiddetti libri da leggere prima di morire. La lista in questione ha i suoi difetti. Intanto è stata stilata approssimativamente nel 2005, per cui la sezione 2000 risulta incompleta; inoltre mette in lista solo narrativa, ed è eccessivamente sbilanciata su romanzi pubblicati nel corso del 1900, glissando decisamente su quelli pre-Ottocento. Continuiamo con un'altra carrellata di venti romanzi: nel corso degli articoli vedremo quali sono stati pubblicati in Italia e quali risultano ancora inediti.


601. Un giorno di gloria per Miss Pettigrew – Winifred Watson (1938)
È una fredda, grigia, nebbiosa giornata di novembre degli anni Trenta a Londra e Miss Pettigrew, il cappotto di un indefinibile, orrendo marrone, l'aria di una spigolosa signora di mezza età e un'espressione timida e frustrata negli occhi, è alla porta di un appartamento al 5 di Onslow Mansions, in uno dei quartieri più eleganti della capitale inglese. Stamani si è presentata come sempre al collocamento e l'impiegata le ha dato l'indirizzo di Onslow Mansions e un nome: Miss LaFosse. L'edifìcio in cui si trova l'appartamento è tanto esclusivo e ricercato da metterle soggezione. Miss Pettigrew coi suoi abiti logori, il suo mesto decoro e il coraggio perduto nelle settimane trascorse con lo spauracchio dell'ospizio dei poveri, suona ripetutamente prima che la porta si spalanchi e appaia sulla soglia una giovane donna. È una creatura così incantevole da richiamare subito alla mente le bellezze del cinematografo. Miss Pettigrew sa tutto delle dive del cinematografo: ogni settimana per oltre due ore vive nel mondo fatato del cinema, dove non ci sono genitori prepotenti e orridi pargoli a vessarla. Miss LaFosse la fa entrare e poi scompare nella camera da letto, per ricomparire poco dopo seguita da un uomo in veste da camera, di una seta dalle tinte così abbaglianti che Miss Pettigrew deve socchiudere gli occhi. In preda all'ansia, stringendo la borsetta fra le dita tremanti, Miss Pettigrew si sente sconfitta e abbandonata prima ancora che la battaglia per l'assunzione cominci, ma anche elettrizzata.

602. La nausea – Jean-Paul Sartre (1938)
La nausea (1938) ha dato ragione a quanto affermava il suo autore Jean-Paul Sartre, recensendo un romanzo di Faulkner: «I buoni romanzi finiscono per somigliare moltissimo ai fenomeni naturali; si dimentica il loro autore, li si accetta come pietre o alberi, perché ci sono, perché esistono». A oltre sessant'anni dalla sua pubblicazione, questo romanzo trasgressivo e ricchissimo ci restituisce il disagio della pace in agonia in Francia, nell'Europa, nel mondo alla vigilia della seconda guerra mondiale: il libro più libero di Sartre, il libro più disinteressato e più appassionato insieme.

603. Rebecca la prima moglie – Daphne du Maurier (1938)
"La notte scorsa ho sognato che tornavo a Manderley...". Così inizia il romanzo più famoso di Daphne du Maurier, considerato un classico della letteratura gotica e di quella romantica. Una giovane donna s'innamora del ricco e affascinante Maxim de Winter, rimasto vedovo di recente. Arrivati a Manderley, la splendida tenuta dei de Winter, la ragazza si accorge che Rebecca, la prima moglie, è più viva che mai nella memoria di tutti coloro che l'hanno conosciuta. E che la sua presenza si allunga come un'ombra cupa e inquietante sul suo matrimonio, sulla sua identità, sulla magnifica dimora. Un romanzo grandioso sulla gelosia, la memoria, il passato e il presente, inesorabilmente legati tra loro.

604. Cause for Alarm – Eric Ambler (1938)
Kate and Richard Ryan have the perfect marriage--marred only by their inability to have a child. The adoption agency's call fulfills that dream...and opens the door to a nightmare... Julianna Starr has chosen Kate and Richard to be more than the parents of her child. For Richard is the man of her fantasies, the one she's been waiting for. Stalking the couple, Julianna molds herself in Kate's image and insinuates herself into Richard's life, determined to tear their perfect marriage apart. But for Kate and Richard, the nightmare has only begun. Because Julianna is not alone. From her dark past comes a man of unspeakable evil... No one is safe--not even the innocent child Kate and Richard call their own.

605. Brighton Rock – Graham Greene (1938)
Brighton, anni '30. Pinkie, il gangster adolescente, non prova alcun sentimento, disprezza la debolezza del corpo e dello spirito. È lui che, a colpi di rasoio, ha ucciso Kite, e anche Hale, sebbene il referto dell'autopsia parli di "morte naturale". Pinkie è la personificazione del male, ma, da bravo cattolico, è convinto che non saranno gli uomini a ripagarlo con ciò che merita. Sa che l'inferno esiste, il paradiso, forse. Non immagina invece che esista una donna come Ida Arnold, l'angelo vendicatore di Hale, convinta che premi e castighi vadano riscossi in questo mondo. Ida ha incontrato Hale solo per poche ore, ma ha deciso di raccogliere una sfida apparentemente impossibile: portare il suo assassino davanti alla giustizia terrena. E, insieme, salvare la giovane, ingenua Rose, la cameriera che potrebbe far vacillare l'alibi di Pinkie e che costui manipola e sposa. Nella forma di un appassionante thriller sulla malavita, Greene ha scritto in Brighton Rock una profonda riflessione sul male, sul peccato e sulla redenzione.

606. U.S.A. – John Dos Passos (1937)
In the novels that make up the U.S.A.trilogy—The 42nd Parallel, 1919, and The Big Money—Dos Passos creates an unforgettable collective portrait of America, shot through with sardonic comedy and brilliant social observation. He interweaves the careers of his characters and the events of their time with a narrative verve and breathtaking technical skill that make U.S.A. among the most compulsively readable of modern classics. A startling range of experimental devices captures the textures and background noises of 20th-century life: "Newsreels" with blaring headlines; autobiographical "Camera Eye" sections with poetic stream-of-consciousness; "biographies" evoking emblematic historical figures like J.P. Morgan, Henry Ford, John Reed, Frank Lloyd Wright, Thorstein Veblen, and the Unknown Soldier. Holding everything together is sheer storytelling power, tracing dozens of characters from the Spanish-American War to the onset of the Depression. The U.S.A. trilogy is filled with American speech: labor radicals and advertising executives, sailors and stenographers, interior decorators and movie stars. Their crisscrossing destinies take in wars and revolutions, desperate love affairs and harrowing family crises, corrupt public triumphs and private catastrophes, in settings that include the trenches of World War I, insurgent Mexico, Hollywood studios in the silent era, Wall Street boardrooms, and the tumultuous streets of Boston just before the execution of Sacco and Vanzetti.

607. Murphy – Samuel Beckett (1937)
Murphy è un personaggio grottesco e affascinante che trascorre le giornate avvinto a una sedia a dondolo, gli occhi spenti, nella penombra, proiettato nei meandri del suo spirito. Schiavo di un'opprimente fisicità, è destinato a trovare l'evasione solo nella pazzia. Ma attorno a lui e ai suoi silenzi pullula una congerie di individui divertenti e ciarlieri che snodano una commedia di amori incorrisposti, sospesi in pochi gesti a definire per sempre le inconsistenze delle loro vite. La scrittura del primo grande romanzo di Beckett è ancora sotto l'ala del magistero joyciano, ma già proiettata verso quella visualità teatrale che sfocierà nelle indimenticabili pièces della maturità e verso la riduzione delle esistenze dei suoi personaggi ai primi segni della vita mentale. Una sorta di rappresentazione dell'indolenza cosmica che attraversa patologicamente il mondo, spinta dal nulla, ma popolata da un continuo balbettio, un flusso orale sconnesso, un linguaggio schizofrenico tendente al nonsenso. La compresenza di comico e tragico che è in Murphy forse Beckett non l'ha più raggiunta, o perseguita, nei romanzi successivi. Rimane un caposaldo della sua produzione letteraria e, più generalmente, della letteratura del Novecento.

608. Uomini e topi – John Steinbeck (1937)
Pubblicato nel 1937 negli Stati Uniti, apparso un anno dopo in Italia nella celebre traduzione di Cesare Pavese, Uomini e topi è un piccolo intenso dramma che colloca l'amara vicenda dei suoi protagonisti su uno sfondo di denuncia sociale. Il romanzo affronta in chiave simbolica il problema dell'emigrazione contadina all'Ovest, terra di mancate promesse negli anni successivi alla Depressione: è la storia tragica e violenta di due braccianti che trovano lavoro in un ranch della California, il grande Lennie, gigante buono e irresponsabile, e il saggio George, guida e sostegno dell'amico nella vana resistenza alla difesa del mondo. Sfruttamento e lotte sociali, ingiustizia e sofferenza umana, tutti temi che verranno trattati con realismo aspro e risentito in Furore, sono qui espressi con una vena di lirica commozione e con quel vigore narrativo che fa di Steinbeck uno dei grandi autori americani.

609. I loro occhi guardavano Dio – Zora Neale Hurston (1937)
Janie Stark, donna di colore di qurant'anni, rievoca la storia della sua tormentata vita. Sposata a un uomo molto più grande di lei Janie fugge per finire tra le braccia di Joe, furbo e ambizioso, che ben presto diventa un potente commerciante. Condannata a subire i soprusi di Joe, rivelatosi arrogante e violento, Janie decide di fuggire di nuovo quando incontra Tea Cake, per ricominciare una nuova vita. Ma la sorte si accanisce contro di lei, e sarà proprio Janie, quando un cane rabbioso morde Tea Cake, a dover mettere fine alle sofferenze del ragazzo con un colpo di fucile. Solo dopo aver subito un processo infamante, Janie ritorna al suo paese natale, dove vivrà nel ricordo di una felicità perduta.

610. Lo Hobbit – J.R.R. Tolkien (1937)
In una versione ricca di note e riferimenti viene ripubblicata la prima avventura della saga del mondo fantastico di Tolkien, nella quale il protagonista, dopo ostacoli e vicissitudini, trova l'anello prodigioso attorno a cui ruota il secondo libro, "Il Signore degli anelli". "In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima...".

611. Gli anni – Virginia Woolf (1937)
Pubblicato nel 1937 verso la fine della carriera di Virginia Woolf, Gli anni segue, attraverso tre generazioni, le vicende di una numerosa famiglia della borghesia londinese, i Pargiters. Nel rievocare gli eventi piccoli e grandi che si sono susseguiti nell'arco di mezzo secolo, Woolf tocca argomenti a lei molto cari e di perenne attualità: da un lato lo scorrere del tempo, la tensione tra il nostro desiderio di immutabilità e l'inevitabilità del cambiamento, dall'altro la polemica sociale su questioni come il sesso, la famiglia, l'educazione e la politica. In queste pagine infatti l'autrice traccia soprattutto un lucido quadro della condizione della donna inglese dal 1880 fino agli anni '30 del secolo scorso. Gli anni si pone dunque come un duro e intelligente atto d'accusa alla società firmato dalla penna di una delle scrittrici più significative del Novecento, e l'immediato successo che riscosse ne fece, al tempo, il suo libro più popolare.

612. In Parenthesis – David Jones (1937)
"This writing has to do with some things I saw, felt, and was part of": with quiet modesty, David Jones begins a work that is among the most powerful imaginative efforts to grapple with the carnage of the First World War, a book celebrated by W.B. Yeats and T.S. Eliot as one of the masterpieces of modern literature. Fusing poetry and prose, gutter talk and high music, wartime terror and ancient myth, Jones, who served as an infantryman on the Western Front, presents a picture at once panoramic and intimate of a world of interminable waiting and unforeseen death. And yet throughout he remains alert to the flashes of humanity that light up the wasteland of war.

613. The Revenge for Love – Wyndham Lewis (1937)
Published in the shadow of the Spanish Civil War, "The Revenge for Love" is a political thriller attacking the fraudulence and feeble-mindedness of life in the Britain of the 1930s. A brilliant satire on a world that has lost its sense of self and been seduced by the appeal of Communism, it is one of a handful of books (it could be compared to Orwell's "Coming Up for Air" or Koestler's "Darkness at Noon") which defined a particular mood and to today's audience gives an unparalleled sense of how Europe turned toxic on the eve of the Second World War. A major statement by a great artist and writer "The Revenge for Love" now deserves a new generation of readers and is the perfect introduction to Lewis' work.

614. La mia Africa – Isak Dineson (Karen Blixen) (1937)
Vissuta fino al '31 in una fattoria dentro una piantagione di caffè sugli altipiani del Ngong, Karen Blixen ha descritto con una limpidezza senza pari il suo rapporto d'amore con un continente. Sovranamente digiuna di politica, ci ha dato il ritratto forse più bello dell'Africa, della sua natura, dei suoi colori, dei suoi abitanti. I Kikuyu che nulla più può stupire, i fieri e appassionati Somali del deserto, i Masai che guardano, dalla loro riserva di prigionieri in cui sono condannati a estinguersi, l'avanzata di una civiltà "che nel profondo del loro cuore odiano più di qualsiasi cosa al mondo". Uomini, alberi, animali si compongono nelle pagine della Blixen in arabeschi non evasivi, in una fitta trama di descrizioni e sensazioni che, oltre il loro valore documentario, rimandano alla saggezza favolosa di questa grande scrittrice, influenzando in modo determinante i contenuti della sua arte : "I bianchi cercano in tutti i modi di proteggersi dall'ignoto e dagli assalti del fato; l'indigeno, invece, considera il destino un amico, perché è nelle sue mani da sempre; per lui, in un certo senso, è la sua casa, l'oscurità familiare della capanna, il solco profondo delle sue radici". [La nostra recensione]

615. Avere e non avere – Ernest Hemingway (1937)
Fra battute di pesca al largo della costa cubana e cacce nel Wyoming, fra il terzo matrimonio e la guerra di Spagna, nacquero i tre racconti di "Avere e non avere", pubblicati come un unico romanzo nel 1937. Protagonista del trittico è Harry Morgan, "onesto" contrabbandiere che naviga fra Key West e Cuba, al timone di un battello carico di cinesi clandestini e di alcol. Duro e coriaceo nell'affrontare una vita giocata sul filo del pericolo, a contatto con la peggior schiuma umana e sotto il tiro continuo della legge, Harry Morgan diventa l'emblema dei reietti, condannati a ricorrere ad ogni espediente per sopravvivere, in una società spaccata fra gli 'have' e gli 'have not'. In "Avere e non avere" Hemingway ha messo fortemente in risalto le istanze politiche e sociali, raccogliendo i motivi e gli umori contestatari dell'America rooseveltiana.

616. Summer Will Show – Sylvia Townsend Warner (1936)
Sophia Willoughby, a young Englishwoman from an aristocratic family and a person of strong opinions and even stronger will, has packed her cheating husband off to Paris. He can have his tawdry mistress. She intends to devote herself to the serious business of raising her two children in proper Tory fashion. Then tragedy strikes: the children die, and Sophia, in despair, finds her way to Paris, arriving just in time for the revolution of 1848. Before long she has formed the unlikeliest of close relations with Minna, her husband’s sometime mistress, whose dramatic recitations, based on her hair-raising childhood in czarist Russia, electrify audiences in drawing rooms and on the street alike. Minna, “magnanimous and unscrupulous, fickle, ardent, and interfering,” leads Sophia on a wild adventure through bohemian and revolutionary Paris, in a story that reaches an unforgettable conclusion amidst the bullets, bloodshed, and hope of the barricades. Sylvia Townsend Warner was one of the most original and inventive of twentieth-century English novelists. At once an adventure story, a love story, and a novel of ideas, Summer Will Show is a brilliant reimagining of the possibilities of historical fiction.

617. Eyeless in Gaza – Aldous Huxley (1936)
Written at the height of his powers immediately after Brave New World, Aldous Huxley's highly acclaimed Eyeless in Gaza is his most personal novel. Huxley's bold, nontraditional narrative tells the loosely autobiographical story of Anthony Beavis, a cynical libertine Oxford graduate who comes of age in the vacuum left by World War I. Unfulfilled by his life, loves, and adventures, Anthony is persuaded by a charismatic friend to become a Marxist and take up arms with Mexican revolutionaries. But when their disastrous embrace of violence nearly kills them, Anthony is left shattered—and is forced to find an alternative to the moral disillusionment of the modern world.

618. The Thinking Reed – Rebecca West (1936)
Isabelle, a wealthy American widow, arrives in France to restart her life and discovers she has her choice of eligible suitors. Torn between a placid liaison with a southerner and a tortuous affair with a Frenchman, Isabelle's plans suddenly take an unexpected turn that will ultimately lead her to a love that will force her to reconsider the implications of her affluent existence. With her signature wit and wisdom, West presents a captivating ode to marriages depth and the romance of the bond between husband and wife.

619. Via col vento – Margaret Mitchell (1936)
Rossella O'Hara è la viziata e capricciosa ereditiera della grande piantagione di Tara, in Georgia. Ma l'illusione di una vita facile e agiata si infrangerà in brevissimo tempo, quando i venti della Guerra Civile cominceranno a spirare sul Sud degli Stati Uniti, spazzando via in pochi anni la società schiavista. Il più grande e famoso romanzo popolare americano narra così, in un colossale e vivissimo affresco storico, le vicende di una donna impreparata ai sacrifici: la tragedia della guerra, la decimazione della sua famiglia, la necessità di dover farsi carico della piantagione di famiglia e di doversi adattare a una nuova società. E soprattutto la sua lunga, travagliata ricerca dell'amore e la storia impossibile con l'affascinante e spregiudicato Rhett Butler, avventuriero che lei comprenderà di amare solo troppo tardi...

620. Fiorirà l'aspidistra – George Orwell (1936)
L'aspidistra, per la capacità di resistere al caldo e al freddo, alla polvere, alla mancanza di luce, senza richiedere particolari cure, è la pianta più diffusa nelle abitazioni della piccola borghesia inglese. Per Gordon Comstock, il protagonista del romanzo, l'aspidistra costituiva dunque il simbolo di un mondo che detestava: l'opaca rispettabilità borghese, il conformismo, la meschina aspirazione al benessere materiale come fine ultimo della vita. Gordon si era ribellato e, disprezzando le legittime ambizioni dei familiari, aveva rinunciato a impieghi redditizi per un misero posto di commesso di libreria che gli dava solo il minimo per vivere in una squallida soffitta. Il suo solo vero desiderio era divenire un grande scrittore; ma i versi che egli inviava alle riviste letterarie venivano regolarmente respinti. Deluso, eternamente scontento, si era abbandonato a un cupo vittimismo che lo spingeva sempre più in basso fra i reietti della società. Se l'amicizia di Ravelston e l'amore di Rosemary nulla avevano potuto sul suo testardo autolesionismo, l'annuncio di una prossima paternità, lo riconduce alle oscure ma solide soddisfazioni di un'esistenza borghese.

Articolo di Sakura87

 

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