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31 dicembre 2013

Dal libro al film: Lo Hobbit. La desolazione di Smaug

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Nota preliminare: solitamente la rubrica Dal libro al film è a titolo più informativo che opinionistico, ma quest'articolo farà eccezione, perché temo di rientrare nel novero degli spettatori decisamente non entusiasti dall'attesa seconda parte de Lo Hobbit. La domanda principale è: c'era proprio bisogno di tre film di tale spropositata lunghezza?
La desolazione di Smaug è precisamente poco burro spalmato su troppo pane, se mi passate la citazione. La pellicola si apre con un flashback di un anno precedente agli eventi del primo film, un dialogo lungo e mortalmente soporifero tra Gandalf (Ian McKellen) e Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage), che per di più mi è toccato vedere due volte perché il cinema che proiettava il film ha deciso di rimettere daccapo la pellicola per favorire i tanti maleducati ritardatari, ma questa è un'altra storia. Peraltro ho sempre creduto che iniziare libri e film con lunghe e tediose spiegazioni fosse un pessimo modo per ingraziarsi l'interesse del lettore/spettatore, ma tant'è.
La storia torna quindi nel presente, con i nani e l'hobbit inseguiti instancabilmente dagli orchi guidati da Azog (Manu Bennet). A questo punto, dopo scene allungate a dismisura e scene aggiunte per far brodo, Jackson inverte la tendenza e decide che la parte in cui il gruppo viene ospitato da Beorn il mutapelle (interpretato da Mikael Persbrandt) è troppo noiosa, come illo tempore lo era stata quella con Tom Bombadil, e la riduce a cinque minuti di incontro. 
Dopo la scoperta che Azog è nientemeno che uno dei più importanti luogotenenti del Negromante (?), inizia uno degli archi di punta del film, l'arrivo dei nani a Bosco Atro, abitato da strane creature con lentine blu fluo e modi metrosexual chiamate elfi silvani. Codesti elfi irrompono dopo lo scontro tra nani e ragni (una delle poche scene da salvare in tutto il film) e catturano i nani per condurli presso re Thranduil (Lee Pace).
A questo punto avviene l'impensabile. 
Lo spettatore medio, lo sappiamo, non è contento se
a) mancano le tette (versione maschile) 
b) manca una coppia struggente su cui fantasticare (versione femminile). 
Purtroppo per Hollywood, a Tolkien di queste cose importava una fava. Nella trilogia di LOTR Jackson aveva risolto ingigantendo il ruolo di Arwen attribuendole di tutto, dal salvataggio di Frodo originariamente avvenuto per mano di Glorfindel allo straripamento del Bruinel che uccide alcuni dei nazgûl e nel libro causato da Elrond, per poi spettacolarizzare la sua relazione romantica con Aragorn. Ne Lo Hobbit, mancando completamente la materia prima da ingigantire (i personaggi femminili), Jackson decide di scritturare Evangeline Lily (la Kate di Lost) per farne il capitano delle guardie del reame di Bosco Atro, la bella Tauriel, su cui Legolas, figlio del re Thranduil, sbava in ogni singola scena
La cosa è già ridicola di suo, se si considera che Orlando Bloom, pur portandosi bene i suoi anni, al contrario del personaggio che interpreta non è immortale, e quindi sembra il padre del se stesso di LOTR. Perché inserire forzosamente un personaggio inutile nell'economia della trama e che risulta ridicolo perché è (e si vede) più vecchio nel prequel che nel film che lo segue cronologicamente? Solo per potergli fare incontrare il padre del suo futuro amico Gimli (Peter Hambleton) e denigrare il ritratto del figliuolo che il nano si porta dietro? 
Ma il fondo non è ancora stato toccato: il triangolo no, noi non lo avevamo considerato nelle nostre fantasie più deliranti (e nemmeno la coppia, se è per questo), ma Jackson sì: prende il nano più attraente della compagnia dopo Thorin (che è troppo preso dal suo ruolo emo per poter avere un interesse amoroso), cioè Kili (Aidan Turner), e suggerisce un'attrazione tra i due sancita dalle solite battute goliardiche che dall'alba dei tempi servono a sottolineare la tensione sessuale piuttosto che a mascherarla:
Kili: "Non vuoi perquisirmi? Potrei avere un'arma sotto i pantaloni"
Tauriel: "Oppure nessuna."
Legolas rosica, le chiede perché quel nano insolente continui a fissarla dimenticando che da quando è comparso in scena anche lui non ha fatto altro. Lei risponde che per essere un nano è piuttosto alto. Io mi ficco due dita in gola: un nano e un elfo in un'opera derivata da un libro di Tolkien, non so se mi sono spiegata. E no, abbassate quelle mani, le vostre elucubrazioni sul rapporto da atleti negli spogliatoi tra Legolas e Gimli non mi interessano.
Ma torniamo alla trama. La situazione viene ancora una volta risolta da Bilbo, che ha ormai perso i riflettori, tutti concentrati sugli sfavillanti sguardi tra Tauriel, Legolas e Kili: grazie al potere dell'anello, riesce a liberare i nani dalle prigioni nell'ennesima scena di fuga allungata della durata di trenta minuti, poiché - a differenza del libro - non solo i nani vengono scoperti dagli elfi, ma vengono anche attaccati dagli orchi.
Durante la pausa, la signora accanto a me mi rivolge questa domanda:
"Ma secondo te quando inizia il film? Finora non hanno fatto altro che scappare".
Apro la bocca per risponderle che no, il libro è ben altro, c'è tanta roba interessante, ma mi rendo conto che ha ragione. Il film è un'eterna fuga rocambolesca.
"Non lo so, signora. Spero nel secondo tempo."



Il secondo tempo è effettivamente quello in cui inizia il film. Gandalf si reca a Dol Guldur per indagare sulle forze oscure che si stanno mettendo in moto, dove incontra Radagast (Sylvester McCoy) e scopre che le tombe dei nazgûl sono vuote. La compagnia frattanto arriva a Pontelagolungo (Esgaroth), poco sotto le pendici delle Montagne Nebbiose, e riesce a entrarvi di nascosto grazie al barcaiolo Bard (no, non è interpretato anche lui da Orlando Bloom, ma da Luke Evans che gli somiglia una cifra, ed è la seconda volta che hanno la geniale idea di mettere i due attori insieme nello stesso film), che li nasconde in casa salvo poi realizzare che il ritorno del legittimo erede del regno sotto la montagna potrebbe risvegliare il drago e dunque distruggere la sua città. Bard è un personaggio complesso, e almeno questa aggiunta l'ho apprezzata: povero e vedovo, con tre figli a carico, è per di più vittima della sfiducia della gente in quanto discendente di Girion, che ebbe l'occasione di uccidere Smaug ma sbagliò il colpo.
Thorin, sempre più preda dell'ossessione di recuperare il suo regno e le sue ricchezze, si allea con il governatore di Esgaroth (il sempre ottimo Stephen Fry) promettendo prodigiosi tesori alla città in cambio dell'equipaggiamento necessario a intraprendere la spedizione. La loro partenza avviene in pompa magna ma di corsa, e Thorin si lascia dietro Kili, che in un atto di eroismo durante la fuga da Bosco Atro è stato colpito da una freccia avvelenata, Fili (Dean O'Gorman), che non vuole abbandonare il fratello, Oin (John Callen), che vuole occuparsi del compagno ferito, e Bofur (James Nesbitt), così, senza motivo (si era svegliato tardi). Mi chiedo dove la sceneggiatura voglia andare a parare dividendo in questo modo il gruppo: mentre i restanti membri dell'impresa raggiungono la Montagna Solitaria e riescono a entrarvi (sempre grazie a Bilbo), i quattro nani rimasti a Pontelagolungo vengono attaccati dai soliti orchi, e quando Kili rischia di essere ucciso arriva... no, non lo spettro di
Tolkien a fare a pezzi il set e a incenerire la sceneggiatura, e no, nemmeno i suoi eredi a far causa a Jackson, no, purtroppo neanche i fan ad accoppare Kili pur di non assistere a quello che già sappiamo avverrà: ad arrivare è Tauriel che, preoccupata per le sorti del nano ferito, ha abbandonato i suoi doveri nel reame di Bosco Atro e ha raggiunto a sua volta Esgaroth, pedinata dall'immancabile Legolas che la segue come un pulcino fa con la chioccia.
In una scena molto simile a quella in cui Aragorn guarisce Frodo, Tauriel cura il febbricitante e moribondo Kili usando l'athelas in un tripudio di litanie elfiche, sospiri e sguardi languidi. Le femmine della sala sono in un brodo di giuggiole. I maschi si lamentano perché il costume di scena fa vedere poco le tette della Lily. Io sono sotto la poltrona e sto mangiando una delle mie copie de Lo Hobbit chiedendo perdono a Tolkien.



L'ultima parte è dedicata alla Montagna Solitaria e a Smaug, finalmente visto in tutta la sua magnificenza: Bilbo s'infiltra nei sotterranei alla ricerca dell'Arkengemma, ma nonostante indossi l'anello il drago riesce a fiutarlo e si risveglia. Bilbo cerca di giocarlo, ma Smaug si avvede della presenza dei nani e si avventa su di loro per distruggerli: il gruppo tenta di imprigionarlo versandogli addosso un'enorme quantità di oro fuso, ma il drago si libera e spicca il volo verso Pontelagolungo per distruggerla. Perché il drago lasci degli intrusi nella tana, decidendo di punto in bianco di andare ad attaccare gli umani, non ci è dato sapere, così come non ci è dato sapere perché mai i nani credessero di poter uccidere un drago con dell'oro fuso. Finalmente, comunque, azione, azione vera intendo, utile allo svolgimento della trama, senonché dopo mezz'ora di fiamme e di gente che corre, anche questa scena finisce per stancare e non si vede l'ora che proiettino i titoli di coda.



Lo ribadisco: ce n'era bisogno?
Lo Hobbit, il libro, è una storia semplice, adattabile anche a un pubblico più adulto, essenziale, leggera e scanzonata. Tre film, pur saccheggiando le Appendici e le raccolte di Racconti, sono troppi. A meno che, come ha dovuto fare Jackson, non si allunghi e si inventi, ma che non mi si dica che non c'era altra scelta: la scelta c'era, narrare la storia in un unico film (cosa che poteva essere stata fatta efficacemente) o al massimo due (con l'aggiunta dei retroscena), ed è stato scelto altrimenti per ragioni puramente economiche. Lo Hobbit, com'è evidente da questo secondo capitolo, è un film nato per il 3D: visivamente spettacolare, povero di contenuti, infedele allo spirito del libro.

Film bocciatissimo, insomma, se non si fosse capito, ad eccezione di qualche isolato spezzone. Temo al pensiero di ciò che Racconto di un ritorno farà della Battaglia dei Cinque Eserciti.




Articolo di Sakura87

28 dicembre 2013

2014: Nuovi adattamenti cinematografici in arrivo

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E' da diversi anni che la letteratura è diventata fonte primaria di ispirazione per il cinema e l'anno che sta per iniziare non ha alcuna intenzione di smentire il trend.
Tra i film in arrivo ci sarà anche quello tratto dal vostro libro preferito? Scopriamolo guardando insieme quali sono i principali titoli in programmazione per il 2014.



Il primo della lista è sicuramente Divergent, tratto dalla trilogia bestseller di Veronica Roth (ricordiamo che il terzo libro della serie, Allegiant, arriverà in Italia nel 2014 pubblicato sempre da DeAgostini), che si prepara a raccogliere il testimone di Hunger Games con una nuova saga distopica altrettanto avventurosa e spietata. Il film uscirà nelle sale americane il 21 marzo 2014 e avrà nel ruolo principale la giovane Shailene Woodley, celebre anche in Italia come protagonista delle serie La vita segreta di una teenager americana, e il semisconosciuto Theo James nella parte di Four. Da segnalare la partecipazione della star Kate Winslet, per la prima volta alle prese con un personaggio "cattivo", nel ruolo di Jeanine Matthews.
Come si diceva, Divergent farà una vera e proprio staffetta cinematografica con il più famoso Hunger Games (pubblicato in Italia da Mondadori), di cui a novembre uscirà il terzo capitolo Mockingjay - Il canto della rivolta (parte I) sempre diretto da Francis Lawrence che già aveva sostituito Gary Ross nel campione di incassi La ragazza di fuoco. Poiché squadra che vince non si cambia, tutti membri del cast, da Jennifer Lawrence a Josh Hutcherson, da Woody Harleeson a Liam Hemsworth, risultano confermati, con l'aggiunta di un'altra star di prima grandezza, Julianne Moore, nel ruolo del Presidente Alma Coin. Resta da vedere se la scelta di dividere il film tratto dall'ultimo volume della saga in due parti, scelta apparentemente inevitabile da Twilight in poi, penalizzerà la qualità con lungaggini inutili o se la tensione verrà mantenuta viva in entrambi gli episodi.


Tra questi due titoli di spicco si inserisce The Maze Runner - Il labirinto, uscita prevista per settembre dell'anno prossimo (nuova data dopo che si era inizialmente parlato di febbraio). Pubblicizzato ovunque come il romanzo adorato dai fan di Hunger Games e Divergent, in Italia questa saga edita da Fanucci nel 2011 non ha replicato il successo indiscusso delle altre due, ma con il traino del film potrebbe vivere un nuovo momento di gloria. Il film, con protagonista il Dylan O'Brien di Teen Wolf, si discosta leggermente da Hunger Games e assume un taglio più science fiction/thriller, raccontando la storia di un gruppo di teenagers che si risvegliano all'improvviso per trovarsi rinchiusi in un labirinto abitato da orribili creature.

Il 2014 sarà comunque l'anno delle distopie, tanto che non saranno solo i bestseller del momento ad essere trasformati in film ma avremo l'occasione di riscoprire classici del passato come The Giver, noto in italiano con il titolo di Il mondo di Jonas pubblicato nel 1995 dalla storica collana Superjunior della Mondadori. Molti trentenni tra di voi ricorderanno la storia del dodicenne

Jonas una società del futuro prossimo, dove sono state annullate le differenze individuali, la percezione del dolore, la passione e i sentimenti più profondi. L'idea del film era già stata presa in considerazione in passato ma scartata a causa della realtiva "mancanza di eventi e colpi di scena" del romanzo, tuttavia il progetto si è finalmente concretizzato e uscirà nelle sale americane ad agosto con un cast che annovera Jeff Bridges, Maryl Streep, Katie Holmes e Alexander Skarsgård e Taylor Swift.
Di genere totalmente diverso e più adatto agli amanti della commedia è invece l'adattamento del romanzo culinario di Richard C. Morais Madame Mallory e il piccolo chef indiano (The Hundred-Foot Journey), edito da Neri Pozza, che nel cast vede il premio Oscar Helen Mirren nel ruolo dell'odiosa cuoca di un ristorante stellato che, in un paesino della Francia, si scontrerà con un colorato ed eccentrico bistrot indiano gestito dal giovane Manish Dayal. Alla regia un veterano del genere: Lasse Hallstrom, regista del fortunato Chocolat. Il film dovrebbe uscire nelle sale ad agosto.


Imperdibile poi per gli amanti del thriller l'adattamento del disturbante bestseller di Gillian Flynn Gone Girl (pubblicato in Italia da Rizzoli con l'infelice titolo di L'amore bugiardo), con protagonisti Ben Affleck e Rosamund Pike nella parte di una coppia di sposini che dietro

l'apparenza perfetta cela una allucinante realtà fatta di bugie e torture psicologiche.
Altrettanto ad alta tensione Non ti addormenare (Before I Go to Sleep), film tratto dall'omonimo thriller targato Piemme del 2011 di S.J. Watson che sul grande schermo verrà interpretato dai premi Oscar Colin Firth e Nicole Kidman, diretti dall'inglese Rowan Joffé. La pellicola, voluta dal grande Ridley Scott, racconta la storia di una donna che ogni mattino si sveglia senza ricordare nulla del suo passato, finché pian piano inquietanti dettagli emergeranno e la costringeranno a mettere in discussione tutti colore che la circondano.


Molto interessante si prospetta invece la trasposizione cinematografica di Suite francese (Adelphi), forse l'opera più celebre di Irene Nemirovsky, affidata a due attrici di grande sensibilità come Michelle Williams e Kristin Scott Thomas dirette dall'inglese Saul Dibb, finora noto soprattutto come regista di documentari.
Infine sembra quasi superfluo ma vale la pena ricordarlo che al termine prossimo anno arriverà anche la terza e ultima parte de Lo Hobbit: There and Back Again che dovrebbe allietare le festività natalizie così come il secondo capitolo (La desolazione di Smaug) sta allietando quelle di quest'anno. Sebbene non popolare come Il Signore degli Anelli, soprattutto perché il libro da cui è tratto era stato pensato da Tolkien per lettori più giovani, questa trasposizione cinematografica di Peter Jackson merita sicuramente di essere vista se non altro per ammirare la splendida alchimia al di là del tempo e dello spazio fra il regista neozelandese e lo scrittore inglese e la perfetta realizzazione della Terra di Mezzo che ancora una volta Jackson e la sua squadra sono riusciti a portare sugli schermi. Ricordiamo che il romanzo originale, recentemente ripubblicato da Bompiani, è in realtà uno solo e di mole molto inferiore alla saga dell'anello, ma la possibilità di sfruttare appieno sia le potenzialità di incassi che i dispendiosi effetti cinematografici serviti per realizzarlo hanno spinto regista e produzione a trasformarlo in una nuova trilogia. In effetti l'opera di Tolkien è così densa di eventi che il materiale per tre pellicole non mancava, anche perché Jackson ne ha approfittato per colmare alcune lacune riguardo a Il signore degli Anelli non perfettamente spiegate nella sua precedente trilogia.

Concludiamo l'articolo con due segnalazioni che riguardano invece il mondo dei fumetti. La prima farà felici molti appassionati del genere in quanto legata al fumetto cult Sin City, di cui è in arrivo una nuova trasposizione dopo quella famosissima del 2005. Siintitoletrà Sin City: A Dame to Kill For e, come il suo predecessore, coprirà diversi filoni narrativi presenti nell'opera di Frank Miller. Quest'ultimo sarà ancora una volta coinvolto nella stesura della sceneggiatura e nella direzione del film, accanto al solito Robert Rodriguez mentre Bruce Willis, Jessica Alba, Mickey Rourke e Joseph Gordon-Levitt hanno accettato di ritornare a interpretare i loro vecchi personaggi. Il film dovrebbe uscire in estate e tra i nuovi membri del cast annover Eva Green, Josh Brolin, Ray Liotta e addirittura Lady Gaga.
La seconda segnalazione riguarda invece I, Frankenstein, film in uscita a gennaio con protagonista Aaron Eckhart tratto dalla graphic novel di Kevin Grevioux (che comprarirà sia come attore che come produttore esecutivo) a sua volta, inutile dirlo, ispirata al capolavoro del 1818 di Mary Shelley. La pellicola, che negli Stati Uniti è stata vietata ai minori di 13 anni per la presenza di sequenze di azione estrema e fantasiosa con forte violenza, si prospetta ovviamente piuttosto diversa dal romanzo della Shelley a partire dall'ambientazione che è del tutto contemporanea e vede il celebre "mostro" lottare per salvare la razza umana da una sollevazione di creature soprannaturali.

Segnalandovi le nostre recensioni di Divergent e Mockigjay - Il canto della rivolta vi ricordiamo che questa non è che una panoramica delle principali trasposizioni in arrivo sui nostri schermi.
A questo punto non mi resta che augurarvi buona visione!


Articolo di Valetta

16 marzo 2013

Dal libro al film: Il lato positivo

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A pochi di voi sarà sfuggito questo nuovo film di David O. Russel: tra la valanga di nomination ricevute, l'Oscar a Jennifer Lawrence, la caduta dalle scale di Jennifer Lawrence al momento del ritiro del premio, e la ripubblicazione del libro che ha ispirato la pellicola, non c'è angolo del web in cui non si parli de Il lato positivo (The silver lining playbook, USA, 2012).
Ulteriore conferma della popolarità un po' inaspettata di questa commedia romantica è l'enorme successo ottenuto al box office, dove Il lato positivo si è piazzato nel week-end d'uscita (è arrivato nelle nostre sale giovedì 7 marzo) al secondo posto, superato solo dal colossal Il grande e potente Oz, servendo in questo modo da traino alla vendita del libro che Salani ha appena ripubblicato in copertina rigida in edizione movie tie-in, nel tentativo di rilanciare un'opera che da noi era già apparsa (sempre per Salani) nel 2009 con il titolo L'orlo argenteo delle nuvole, passando però un po' inosservata (qui la nostra recensione). Per chi se lo stesse chiedendo, il titolo della prima pubblicazione è la traduzione letterale dell'originale americano; nella nostra lingua si perde però il doppio senso di "silver lining" che oltre a indicare una caratteristica delle nuove particolarmente amata dal protagonista allude appunto in senso figurato al "risvolto positivo".
Il film racconta la storia di Pat, affetto da disturbo bipolare e appena tornato a vivere a casa dei genitori dopo mesi di ricovero in un ospedale psichiatrico.
Jennifer Lawrence è Tiffany
Il grande sogno di Pat è quello di riconquistare la sua vecchia vita e soprattutto il rapporto con la moglie Nikki, alla quale però non può avvicinarsi a causa di un'ordinanza restrittiva. Nel suo faticoso tentativo di rimettersi in piedi l'uomo sarà aiutato, più o meno maldestramente, dal suo bizzarro psicanalista Cliff, dai genitori benintenzionati quanto preoccupati, e dalla vicina Tiffany, neo-vedova e squinternata quasi quanto lui, che lo convince a partecipare ad una gara di ballo per dilettanti in cambio di un suo aiuto nel riavvicinarlo a Nikki. 

Il progetto è rimasto nei cassetti del regista per diversi anni, fin dal 2008, quando la Weinstein acquisì i diritti del libro per farlo produrre a Sidney Pollack e Anthony Minghella, che purtroppo morirono entrambi quell'anno. L'opera passò così nelle mani di David O.Russel, che però faticò parecchio a ideare una sceneggiatura efficace, soprattutto per il particolare mix di emotività, dramma e farsa che caratterizza il libro di Quick.
Il regista risolve la questione calcando soprattutto sul lato della commedia, e trasformando di fatto il libro in una rom com, per quanto venata da risvolti malinconici come usano ultimamente dalle parti di Hollywood quegli autori che desiderano farsi chiamare indipendenti (non dimentichiamo che Russel è celebre per opere interessanti quanto bizzarre cone Three Kings e I Love Huckabees). Il bilanciamento tra dramma e comicità è qui particolarmente ben fatto ed è la ragione principale per le numerose critiche positive che il film ha ricevuto, sebbene il risultato si allontani decisamente dal tono del libro tanto che vale la pena considerarle due storie diverse.
La pellicola punta tutto su due elementi principali: innanzitutto l'alchimia fra i due protagonisti, Pat e Tiffany, ottenuta tramite dialoghi serrati e sempre sopra le righe, in cui l'instabilità emotiva emerge in esplosioni tanto drammatiche quanto esilaranti. Ai botta e risposta fra i due è decisamente dato più spazio rispetto al romanzo, dove il rapporto fra Pat e Tiffany è molto più lento a svilupparsi e basato soprattutto su lunghi silenzi; di Tiffany abbiamo sempre una conoscenza "di seconda mano" perché filtrata dallo sguardo di Pat che narra la storia in prima persona, mentre nell'opera di Russel Tiffany si divide la scena in modo quasi paritario con il protagonista maschile.

Tiffany e Pat si allenano per la gara
Il secondo elemento chiave è la famigerata gara di ballo a cui il film assegna ruolo di primo piano nell'evolversi della vicenda, accentuando il ruolo formativo nel processo di maturazione di Pat, già presente nel romanzo, fino a farla diventare il climax dell'intera storia, l'evento catartico che in qualche modo porta alla soluzione dei problemi dei protagonisti. Questo ruolo è accentuato dalla decisione di legare a doppio filo le sorti della competizione all'attività di scommesse sportive esercitata dal padre di Pat, che perderà tutte le sue vincite se i due protagonisti perderanno la gara. Questo risolvolto della vicenda è totalmente invenzione di Russel; nell'opera di Quick, infatti, Pat Sr ha un lavoro regolare, e pur essendo un fanatico di football non si guadagna da vivere con le scommesse; questa variazione ha evidentemente lo scopo di aggiungere pathos e scopo alla trama, rendendola più appetibile per lo spettatore: come in ogni grande film hollywoodiano gli eroi si preparano per l'intero film per l'impresa finale che porterà l'happy ending nella vita di tutte le persone coinvolte.
De Niro e Weaver: il padre e la madre del protagonsita
Altro significativo cambiamento, che indirizza il film verso la commedia, è quello di rendere il personaggio di Robert De Niro, Pat Sr, decisamente più gradevole rispetto al libro, nel quale Pat fatica per tutto il racconto a trovare un dialogo con il padre che, pur amando il figlio, sembra incapace di accettarne la malattia e non riesce a rivolgergli la parola se non quando in preda all'euforia per la vittoria della squadra di football del cuore. Il Pat Sr di De Niro è invece burbero e diffidente ma fondamentalemnte affettuoso e più portato a legare con il figlio, quasi una versione seria del suocero psicopatico di Ben Stiller in Ti presento i miei. In effetti erano state girate diverse versioni delle scene padre e figlio, nelle quali di volta in volta il personaggio di De Niro era più o meno negativo, optando poi per l'edulcorata versione finale.
Avendo reso la figura del padre più gradevole, Russel ha evidentemente ritenuto necessario tagliare quella del fratello di Pat, Frank, che qui fa poco più di una comparsata, mentre nel racconto di Quick è una figura fondamentale per la gaurigione del protagonista. Curiosità: essendo sia De Niro che Bradley Cooper di origine italiana, il cognome dei protagonisti è stato cambiato da Peoples a Solitano nel passaggio dalla carta alla pellicola.
Bradley Cooper è Pat

Ultimo cambiamento che val la pena di segnalare e che sottolinea la strada presa da Russel nella realizzazione del film sono i siparietti comici dedicati a Danny, l'amico squinternato di Pat che compare nei momenti più improbabili dichiarando di esser stato rilasciato dall'ospedale psichiatrico per poi essere immancabilmente riportato indietro da un solerte poliziotto. Inutile dire che di tali siparietti non vi è traccia nel romanzo e il ruolo di Danny è per certi versi sminuito rispetto all'originale.

Come accennato in precedenza, il peso del film ricade quasi interamente sulle spalle dei due protagonisti, Bradley Cooper (Una notte da leoni, Limitless) e Jennifer Lawrence (Un gelido inverno, Hunger Games) che, come dimostrano i numerosi riconoscimenti ricevuti, fanno un ottimo lavoro anche se, parere personale, l'Oscar alla Lawrence mi è sembrato decisamente un'esagerazione e principalmente legato alla capacità dell'attrice ventunenne (notevole) di tener testa a un Cooper di sedici anni più grande, risultando credibile in una parte pensata per un'attrice più vecchia.
Uno dei molti "confronti" fra i protagonisti
Bradley Cooper si è invece dovuto accontentare della meritata nomination per lo
splendido mix di aggressività e infantilità con cui tratteggia il suo Pat, una perfomance decisamente sopra i livelli medi dell'attore. Naturalmente nel gruppo di interpreti, tutti bravi, va ricodato anche il già citato De Niro, al suo primo ruolo decente da anni, convincente anche se un po' gigioneggiante.
Nel complesso ho un giudizio ambivalente verso questo film: al di là delle differenze rispetto al romanzo da cui è tratto, lo definirei comunque un'opera riuscita a metà, simpatica, divertente, godibile, ma sostanzialmente superficiale nell'affrontare il problema delle malattie mentali che sta alla base dell'opera di Quick. Come accade spesso in molte commedie il personaggio principale presenta all'inizio qualche grave problema che miracolosamente scompare a metà pellicola, quando un'attività alternativa ed esteticamente ed emotivamente gradevole per lo spettatore (il ballo) prende il posto di tutte le altre preoccupazioni. Una bella commedia che poteva dare di più.


Articolo di Valetta
 
Il trailer del film

07 marzo 2013

Dal libro al film: Noi siamo infinito. Ragazzo da parete

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Fa più paura essere gli emarginati del gruppo, gli sfigati, i nerd, i "ragazzi da parete" oppure fare un passo avanti e porsi sotto i riflettori, mettersi in gioco, decidere ciò che si vuole e andarselo a prendere? E' nell'universalità di questo dilemma, che colpisce forse gli adolescenti in modo più evidente ma che si può riproporre ad ogni età, che risiede il successo di Ragazzo da parete (The Perks of being a Wallflower), romanzo cult fra i giovanissimi americani, pubblicato nell'ormai lontano 1990 da Stephen Chbosky e appena ripubblicato in Italia in occasione dell'uscita del film con il titolo Noi siamo infinito. Ragazzo da parete da Sperling and Kupfer (ritrovate la nostra recensione qui)
All'epoca fu uno scandalo per il suo coraggio nel considerare apertamente  parte della vita quotidiana dell'adolescente medio il sesso, la droga, l'omosessualità e la depressione, realtà fino ad allora volutamente ignorate dalla cultura mainstream e che hanno fornito a Chbosky alternativamente la fama del rivoluzionario e dell'astuto generatore di polemiche. Forse per questo, a differenza di molti altri successi editoriali subito portati sul grande schermo, ci sono voluti vent'anni perché qualcuno decidesse di trasformare Ragazzo da parete in un film. Letto a vent'anni di distanza, infatti, dopo che decine di libri e telefilm hanno sdoganato la maggior parte di questi tabù, il racconto di Chbosky perde gran parte della sua carica sovversiva; ciò che non perde minimamente è il suo fascino, grazie alla sua capacità di catturare con arguzia e realismo una delle età più difficili e contraddittorie della vita.
Logan Lerman è Charlie
La storia è quella di Charlie, timido quindicenne il cui unico amico si è suicidato al termine delle scuole medie e che si appresta quindi ad iniziare le scuole superiori da perfetto wallflower (ragazzo da tappezzeria appunto), almeno finché un attento professore d'inglese e una coppia di outsider come lui non lo prendono sotto la loro ala, insegnandogli cosa sono l'amicizia e l'amore e spingendolo finalmente a buttarsi nella mischia. Quello che doveva essere un anno tranquillo e magari un po' sottotono diventa per Charlie l'anno più bello della sua vita, vissuto fra feste a base di milkshake e brownie conditi di LSD, ruoli da protagonista n
el Rocky Horror Picture Show, Kerouac, Salinger e scazzottate nella caffetteria della scuola.
Il valore di Noi siamo infinito risiede sopratutto nella sua potenza espressiva, nella sua capacità di richiamare perfettamente alla memoria del lettore le sensazione e le atmosfere della nostra vita liceale: la scuola, le feste, le chiacchierate nel cuore della notte al freddo su una panchina, la trepidazione del primo amore, l'impossibilità di essere accettati per quel che si è. La genialità della trasposizione cinematografica sta nell'aver colto questo aspetto del libro e ad essere riuscito a riprodurlo perfettamente su pellicola. Potrebbe sembrare un risultato scontato: dopotutto la casa di produzione, la medesima che ha garantito il successo di Juno, ha affidato sia la scrittura della sceneggiatura che la regia allo stesso Stephen Chbosky, tuttavia la partecipazione dell'autore alla realizzazione del film non sempre ha garantito la realizzazione di trasposizioni degne di questo nome (io ancora non mi rassegno allo scempio dei film di Harry Potter).
Emma Watson nella scena del tunnel
Chbosky invece è stato all'altezza del compito creando un film dal delizioso sapore retrò, in cui le luci, le ambientazioni e i colori così anni '90 sono fatti apposta per tirare le corde della nostalgia; soprattutto, Chbosky  ha saputo intuire l'appeal cinematografico di scandire la storia di Charlie, così come avveniva nel libro, attraverso una colonna sonora furbescamente alternativa e inevitabilmente cult, che spazia dagli Smiths ai Beatles, avendo anche l'accortezza di modificare leggermente la playlist rispetto al romanzo per garantire un maggiore impatto emotivo: chi può, infatti, resistere all'euforia, l'innocenza e la voglia di vivere di tre ragazzi lanciati a tutta velocità in un tunnel verso l'infinito con il vento fra i capelli e Heroes di David Bowie  a tutto volume nelle orecchie?
Il regista, inoltre, ha saputo riportare nella pellicola lo stesso tocco leggero che aveva dimostrato nella scrittura del libro e che gli aveva permesso di affrontare temi dolorosamente forti come depressione e abusi senza scadere nel melodrammatico e nel morboso. Le inquadrature spesso a campo largo con pochi misurati primi piani e alcune scene giustamente stralunate conferiscono a tutto il film un tocco delicato, poetico, che spesso suggerisce più che dire apertamente ma che proprio per questo rimane poi impresso più a fondo nella mente di chi guarda.

Watson, Lerman e Miller
Indovinata, inoltre, è stata la scelta di tutti gli attori, a partire dai tre protagonisti che insieme combinano quel misto di fragilità, tenerezza e irriverenza che li rendono così facili da amare. Naturalmente le attenzioni di tutti erano puntate su Emma Watson, alla sua prima prova d'attrice matura dopo aver vestito per sette anni la parte di Hermione nella saga di Harry Potter. Nel ruolo di Sam, ex ragazza scapestrata decisa a costruirsi un futuro, la Watson si comporta discretamente riuscendo a non bamboleggiare eccessivamente con un personaggio che per necessità di sceneggiatura combina dolcezza e civetteria ai limiti dell'irritante. L'onere di conquistare lo spettatore, tuttavia, ricade soprattutto sulle spalle di Logan Lerman, già celebre fra i giovanissimi per aver impersonato Percy Jackson nell'omonima saga, e che qui ha il compito difficile di far entrare il suo Charlie da subito nel cuore del pubblico; con quella faccetta un po' così, con quell'aria innocente velata di una malinconia che lascia intuire un turbamento più profondo, Lerman è sicuramente all'altezza della situazione. Infine una piacevole conferma è Ezra Miller che, dopo aver attirato l'attenzione dei critici nella parte del giovane sociopatico Kevin in E ora parliamo di Kevin, affronta qui il ruolo di Patrick, il fratellastro gay di Sam con una relazione clandestina con il campione di football della scuola, al quale dona un'indole ribelle e carismatica assolutamente credibile.
Menzione speciale va ovviamente all'ottimo Paul Rudd, della cui aria da adorabile bietolone
Paul Rudd è il professor Anderson
ci siamo un po' tutte innamorate fin dai tempi di Ragazze a Beverly Hills. Qui ricopre il ruolo dell'insegnante di inglese di Charlie, la cui parte viene purtroppo notevolmente ridimensionata rispetto al libro sia per una questione di tempistica, sia probabilmente per la difficoltà di mostrare in un film il tentativo dell'insegnante di trascinare Charlie fuori dal suo guscio facendogli leggere i capisaldi dei romanzi di formazione della letteratura americana. Peccato.
Un'altra figura significativamente ridimensionata, immagino per la difficoltà di gestire un numero eccessivo di sottotrame,  è quella di Candance, sorella maggiore di Charlie che qui fa poco più di una comparsata mentre nel romanzo ha un ruolo di primo piano nel mostrare il desiderio del protagonista di essere compreso, accettato, amato.
In definitiva, quindi, chi ha letto il romanzo non potrà fare a meno di avvertire quel senso di affrettatezza e superficialità che accompagna quasi tutte le trasposizione cinematografiche, ma nel complesso potrà dirsi soddisfatto del lavoro di Chbosky che rispetta totalmente lo spirito dell'opera di partenza. Chi invece il romanzo non l'ha letto, difficilmente resterà indifferente a questo film struggente, interamente giocato sulle  atmosfere e i ricordi che esse scatenano, con una colonna sonora imperdibile e un tocco poetico fatto apposta per rimanere nel cuore.



Articolo di Valetta
 
Il trailer del film

24 febbraio 2013

Dal libro al film: Speciale Oscar 2013

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Si sa... il libro è sempre meglio del film. Raramente accade il contrario. In un modo o nell'altro, però, sembra non esserci mai accordo tra libro e film. Eppure quello tra libro e film è un connubio che spesso si è rivelato vincente, in entrambi i sensi: libri che hanno conferito a film una tale aura sì da vincere i premi più prestigiosi, creare attesa, consolidare pubblico, e film che a loro volta hanno portato alla ribalta fenomeni letterari sconosciuti o magari passati in sordina. In ogni caso, il fascino del red carpet non risparmia nessuno. 
Quest'anno, alla vigilia dell'85° edizione degli Academy Awards abbiamo voluto spendere due parole sui film in nomination tratti da libri, tra classici e romanzi meno noti.

Sul primo dei sei libri da Oscar si è scritto di tutto e di più, e non ha bisogno di presentazioni: Lo Hobbit di Tolkien (1937), portato sul grande schermo dal solito Peter Jackson. Il film, primo episodio di una nuova trilogia, stiracchia il breve romanzo di Tolkien puntando tutto sull'effetto visivo. Prevedibili dunque i tre premi per il quale è in gara: Miglior scenografia, Miglior trucco e Migliori effetti speciali.
Di seguito, la sinossi de Lo Hobbit o la riconquista del tesoro, edito da Adelphi:
"Lo hobbit" è il libro con cui Tolkien ha presentato per la prima volta, nel 1937, il foltissimo mondo mitologico del Signore degli Anelli, che ormai milioni di persone di ogni età, sparse ovunque, conoscono in tutti i suoi minuti particolari. Tra i protagonisti di tale mondo sono gli hobbit, minuscoli esseri "dolci come il miele e resistenti come le radici di alberi secolari", timidi, capaci di "sparire veloci e silenziosi al sopraggiungere di persone indesiderate", con un'arte che sembra magica ma è "unicamente dovuta a un'abilità professionale che l'eredità, la pratica e un'amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe" quali gli uomini. Se non praticano la magia, gli Hobbit finiscono però sempre in mezzo a feroci vicende magiche, come capita appunto a Bilbo Baggins, eroe quasi a dispetto di questa storia, che il grande "mago bianco" Gandalf coinvolgerà in un'impresa apparentemente disperata: la riconquista del tesoro custodito dal drago Smog. Bilbo incontrerà così ogni sorta di avventure, assieme ai tredici nani suoi compagni e a Gandalf, che appare e scompare, lasciando cadere come per caso le parole degli insegnamenti decisivi. E il ritrovamento, apparentemente casuale, di un anello magico, è il germe della grande saga che Tolkien proseguirà nei tre libri del "Signore degli Anelli" illuminando nel suo durissimo senso un tema segreto de "Lo hobbit": cosa fare dell'Anello del Potere?


Una new entry è invece lo sconosciuto Il lato positivo (titolo originale: Silver Linings Playbook), che uscirà in Italia il 7 Marzo. Il film ha fatto incetta di nomination, ben otto: Miglior film, Miglior regista, Miglior attore e attrice protagonista per Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, Miglior attore e attrice non protagonista per Robert De Niro e Jackie Weaver, Miglior Sceneggiatura non originale e Miglior Montaggio. Il film si basa su L'orlo argenteo delle nuvole, di Matthew Quick, edito in Italia da Salani:
Pat Peoples è convinto che la sua vita sia un film prodotto da Dio. La sua missione: diventare fisicamente tonico ed emotivamente stabile. L'inevitabile happy end: il ricongiungimento con la moglie Nikki. Questo ha elaborato Pat durante il periodo nel "postaccio", la clinica psichiatrica dove ha trascorso un tempo che non ricorda, ma che dev'essere stato piuttosto lungo... Infatti, ora che è tornato a casa, molte cose sembrano cambiate: i suoi vecchi amici sono tutti sposati, gli Eagles di Philadelphia hanno un nuovo stadio e, soprattutto, nessuno gli parla più di Nikki, e anche le foto del loro matrimonio sono scomparse dal salotto. Dov'è finita Nikki? Come poterla contattare, chiederle scusa per le cose terribili che le ha detto l'ultima volta che l'ha vista? E come riempire quel buco nero tra la litigata con lei e il ricovero nel postaccio? E, in particolare, qual è la verità? Quella che ti fa soffrire fino a diventare pazzo, o quella di un adorabile ex depresso affetto da amnesie ma colmo di coraggiosa positività? Pat guarda il suo mondo con sguardo incantato, cogliendone solo il bello, e anche se tutto è confuso, trabocca di squinternato ottimismo, fino all'imprevedibile finale. L'orlo delle nuvole è argenteo, perché dietro c'è sempre il sole.

Stagione fortunata anche per i classici. Innanzitutto per il musical de I miserabili, basato sul celeberrimo musical teatrale di Claude-Michel Schönberg che continua a essere rappresentato ininterrottamente dal 1980. Tra i favoriti, ha collezionato ben otto nomination: Miglior film, Miglior Attore protagonista per Hugh Jackman e Miglior Attrice non protagonista per Anne Hathaway, Migliori Costumi, Miglior Scenografia, Miglior Canzone, Miglior Trucco e Miglior Sonoro.
Questa la sinossi dell'edizione integrale dei Mammut:
Un'epopea della miseria e un imponente affresco d'epoca che, nella Parigi dell'800, vede protagonisti alcuni indimenticabili personaggi, come Jean Valjean, la solare Cosette, Fantine, il cupo ispettore Javert: anti-eroi ricchi di luci e ombre, capaci di gesti scellerati ma anche di azioni generose e commoventi. Una storia dal ritmo incalzante, magistrale e irripetibile per l'autenticità delle emozioni e per la complessità della trama narrativa.

Secondo classico portato quest'anno sul grande schermo, Anna Karenina, nella nuova e originalissima trasposizione di Joe Wright (già regista di Espiazione, di Ian McEwan). Solo quattro nomination per questo film:  Miglior Fotografia, Miglior Scenografia, Miglior Colonna Sonora (con in gara l'italiano Dario Marianelli, già Oscar per Espiazione), Migliori Costumi.
Tra le tante edizioni italiane, abbiamo scelto quella BUR:
Centro della vicenda è la tragica passione di Anna, sposata senza amore a un alto funzionario, per il brillante ma superficiale Vronskij.
Parallelo a questo amore infelice è quello felice di Kitty per Levin, un personaggio scontroso e tormentato al quale Tolstoj ha fornito i propri tratti. "In Anna Karenina è rappresentata - scrive Natalia Ginzburg - la colpa come ostacolo, anzi come barriera invalicabile al raggiungimento della felicità". Tra i primi lettori il libro ebbe Dostoevskij che così ne scrisse: "Anna Karenina è un'opera d'arte assolutamente perfetta. Vi è in questo romanzo una parola umana non ancora intesa in Europa... e che pure sarebbe necessaria ai popoli d'Occidente".

Il vincitore delle nomination, ben dodici, è Lincoln, che segna il ritorno di Steven Spielberg. Film superfavorito, soprattutto per i premi più grossi: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior attore protagonista per Daniel Day-Lewis e Miglior attrice non protagonista per Sally Field. Il libro da cui è tratto, Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, purtroppo ancora inedito in Italia, è incentrato sullo scontro politico tra il presidente Lincoln e i potenti uomini del suo gabinetto per l'abolizione dalla schiavitù degli afroamericani alla fine della Guerra civile.

Chiudiamo con un altro favorito, con le sue undici nomination: Vita di Pi, di Ang Lee, in gara soprattutto per il premio al Miglior Film e Miglior Regia. Il libro, del canadese Yann Martel, è stato edito in Italia da Piemme:
Piscine Molitor Patel è indiano, ha sedici anni, è affascinato da tutte le religioni, e porta il nome di una piscina. Nome non facile che dà adito a stupidi scherzi e giochi di parole. Fino al giorno in cui decide di essere per tutti solo e soltanto Pi. Durante il viaggio che lo deve condurre in Canada con la sua famiglia e gli animali dello zoo che il padre dirige, la nave mercantile fa naufragio. Pi si ritrova su una scialuppa, alla deriva nell'Oceano Pacifico, in compagnia soltanto di quattro animali. Tempo pochi giorni e della zebra ferita, dell'orango del Borneo e della iena isterica non resta che qualche osso cotto dal sole. A farne piazza pulita è stato Richard Parker, la tigre del Bengala con cui Pi è ora costretto a dividere quei pochi metri. Contro ogni logica, il ragazzo decide di ammaestrarla. La loro sfida è la sopravvivenza, nonostante la sete, la fame, gli squali, la furia del mare e il sale che corrode la pelle. Il loro è un viaggio straordinario, ispirato e terribile, ironico e violento, che ci porta molto più lontano di quanto avessimo mai potuto immaginare. A scoprire che la stessa storia può essere mille altre storie. E che riaccende la nostra fede nella magia e nel potere delle parole.

Articolo di Tancredi

19 febbraio 2013

Dal libro al film: Il racconto dell'ancella

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Immaginate un paese in cui la pornografia, il sesso a pagamento, i rapporti extramatrimoniali o in ogni caso non procreativi sono vietati. Un paese in cui la donna è ricondotta alla sua essenza più pura: la portatrice del divino miracolo della vita.
In questo paese non troppo futuro, minacciato dalle propaggini di un disastro nucleare e dall'incremento della sterilità, governato da una dittatura militare che ha annullato ogni libertà personale e soffocato ogni alterità di tipo sessuale, religioso e razziale, la donna è stata spogliata di ogni dignità e identità e categorizzata per ciò che è in grado di dare alla società. Se sposata, è una Moglie. Se non sposata, giovane e incapace di procreare, è una Marta, una serva delle mogli. Se non sposata, sterile e animata da un particolare fervore servile nei confronti del suo paese e del nuovo ruolo assunto dalle donne, è una Zia, la nuova suora in un mondo in cui le suore sono condannate a morte per il loro rifiuto di procreare. Se sterile e anziana o rivoltosa, è una Non-Donna, e verrà immediatamente allontanata dalla società per lavorare nelle colonie radioattive. Coloro che sono giovani e fertili, invece, sono costrette alla procreazione. Costoro sono le Ancelle.
Robert Duvall (Fred) e Faye Dunaway
(Serena)

Offred– un nome non l’ha più – una volta era una moglie (una seconda moglie, pratica divenuta illegale con l’avvento del regime) e una madre. Adesso è un’Ancella, costretta a vestire di rosso, a chinare il capo per non essere scrutata dagli sguardi maschili, e a essere assegnata a un Comandante perché partorisca un figlio in vece della sua sterile moglie, Serena. Senza mai perdere la speranza di trovare la figlia, Offred è costretta a piegarsi al suo ruolo, trovando un po’ di conforto solo tra le braccia di Nick, l’autista del Comandante con cui inizia una relazione appoggiata da Serena, la quale spera che Offred possa in tal modo generare il prima possibile un erede e allontanarsi dalla sua intimità familiare.

Il racconto dell’ancella è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Margaret Atwood, la storia di un mondo andato a rotoli in cui una donna cerca di ritagliarsi un brandello di spazio. Il romanzo della Atwood non era facile da adattare, trattandosi
Natasha Richardson (Offred) in una scena del film
di un lungo monologo disordinato in cui i ricordi di Offred si accavallano alla narrazione presente: il regista Volker Schlöndorff e lo sceneggiatore Harold Pinter (il quale, insoddisfatto dai tagli e modifiche compiuti dall'autrice sul suo script, ha dichiarato la sua lontananza dal progetto) realizzano un prodotto che mantiene i toni cupi del romanzo, trasformando il flusso di pensieri della protagonista, restituito dalla sua voce che sovente risuona fuori campo, in una storia ordinata che non si discosta molto dall’originale. La regia un po’ anonima non rende giustizia al lavoro della Atwood, tuttavia il film si lascia guardare grazie al buon cast: Natasha Richardson (Gothic, Le mani della notte) è Offred, donna piegata che riesce a mantenere una fertile vita interiore nonostante il ruolo che la società le ha imposto; Robert Duvall (Il Padrino, Apocalypse Now) interpreta il Comandante, impossibile da inquadrare nei suoi sprazzi di umanità, di ricerca di un affetto che gli è negato, di lussuria; Serena, l’algida moglie del Comandante, è ben interpretata da Faye Dunaway (Bonnie e Clide, Chinatown), mentre Nick è Aidan Quinn (Vento di passioni, La chiave di Sara). Menzione va fatta di Moira, interpretata da Elizabeth McGovern (che gli italiani conosceranno soprattutto per il suo ruolo di Cora nella serie televisiva Downton Abbey), donna spregiudicata costretta a procreare nonostante la sua omosessualità. Se la relazione tra Offred e Nick, com’era prevedibile, viene rivestita di una passione e un sentimentalismo decisamente dilatati rispetto all’opera originale, è la storia di Moira a subire più tagli e modifiche: nel romanzo della Atwood Moira è collega universitaria e coinquilina di Offred prima che questa sposi Luke, e non fanno conoscenza nel Centro di Rieducazione come avviene nel film, cui viene
Natasha Richardson (Offred) e Aidan Quinn (Nick) in una scena del film
condotta solo in seguito. Viene eliminato – probabilmente per questioni di spazio e tempo - anche l’interessante personaggio della madre di Offred, fervente femminista esiliata nelle colonie per il suo attivismo. Il finale del romanzo, inoltre, diverge da quello del film perché oscuro: nessuno conosce con certezza il destino della protagonista, la cui testimonianza è stata rinvenuta da storici di un'epoca molto successiva alla sua che studiano il ruolo della donna nel periodo della Repubblica di Gilead, e possono solo ipotizzarne le sorti.
Il film, uscito nelle sale nel 1990, ha una durata di 109 minuti, e merita, se non una menzione, almeno la visione, soprattutto se non si ha avuto modo di leggere il romanzo di Margaret Atwood: questa versione femminista della classica storia distopica alla 1984 offre interessantissimi spunti di riflessione, soprattutto se si paragona la situazione culturale della Repubblica di Gilead alla condizione femminile di certi paesi mediorientali.


Il trailer in inglese del film

L'edizione italiana del romanzo

Articolo di Sakura87


08 febbraio 2013

Dal libro al film: The Help

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Caso editoriale negli Stati Uniti, passato invece un po' in sordina qui da noi dove il tema della segregazione razziale ha un minore impatto emotivo, The Help è uno di quei romanzi che sembrano fatti apposta per diventare un film. Non a caso la sua autrice, l'esordiente Kathryn Stockett, aveva già concesso all'amico di infanzia e regista Tate Taylor i diritti cinematografici della sua opera nel 2008, ovvero l'anno prima che essa venisse pubblicata. 
Nonostante i numerosi rifiuti iniziali, una volta ottenuta la pubblicazione il romanzo della Stockett si rivelò quasi immediatamente un best-seller, rimanendo nella classifica dei libri più venduti per 50 settimane consecutive e raggiungendo i 10 milioni di copie complessive, di conseguenza in modo abbastanza prevedibile l'industria hollywoodiana nella forma di Chris Columbus si è buttata a pesce su di esso finanziando il progetto cinematografico le cui riprese sono iniziate già nell'anno successivo, il 2010, con appunto Taylor alla regia.
Il film è arrivato nelle sale americane nell'agosto 2011, bissando in qualche modo il successo del romanzo, mentre da noi è uscito a inizio 2012 ottenendo un riscontro discreto anche se non esaltante, accompagnato da una riedizione del romanzo da parte della Mondadori che per sfruttare il traino del film ha sostituito il titolo della prima edizione, L'aiuto, con quello originale The Help, appunto. Per chi non avesse letto il libro (di cui vi ricordiamo la nostra recensione qui), la pellicola racconta il legame tra una ragazza bianca decisa a diventare scrittrice e di un gruppo di cameriere di colore ("gli aiuti" del titolo) sullo sfondo di Jackson, Mississippi, ai tempi della segregazione razziale.
Skeeter, Minny e Abeleen in una scena
La giovane Eugenia 'Skeeter' Phelan, appena tornata dal college, rifiuta di adeguarsi al destino delle sue coetanee, tutte già mogli e mamme, e, indignata per il trattamento riservato alla servitù "negra", decide di raccontare la storia di un gruppo di loro, guidate dalle coraggiose Abeleen e Minny, in un'epoca in cui una cosa del genere avrebbe potuto costare la vita a tutte loro.
Si tratta della classica storia corale femminile, genere di cui Hollywood vanta una vasta tradizione che da sempre combina melodramma e momenti di ilarità, giocando sulla complicità fra le protagoniste. In particolar modo il film di Taylor segue piuttosto fedelmente il romanzo da cui è tratto, apportando giusto qualche taglio secondario per venire incontro ai tempi cinematografici con il risultato di alleggerire ulteriormente l'aspetto drammatico della vicenda.
Se già leggendo il libro della Stockett avevamo avuto la sensazione che il contesto della vicenda fosse affrontato con molta superficialità, senza mai indagare a fondo le implicazioni della cultura razzista dominante, questo è ancora più evidente guardando il film, il quale punta soprattutto sui dialoghi attraverso gli instancabili scambi di battute fra le protagoniste, mentre si limita ad accennare alcuni fra gli eventi più drammatici come la morte del figlio di Abeleen, le violenze subite da Minny, l'uccisione di un attivista nero da parte del Ku Klux Klan. Addirittura scene che dovrebbero risultare altamente drammatiche come la fuga terrorizzata di Minny inseguita dal marito della sua padrona che in realtà voleva solo offrirle un passaggio, scena che dovrebbe farci riflettere sul livello di violenza e paura che caratterizzava la vita della gente di colore, si trasforma in una scena comica con la goffa cameriera che ballonzola per i campi seminando pezzi di spesa per strada.
Il cast di The Help: Davis, Howard, Stone e Spencer
Se si esclude la commovente sequenza finale e un paio di scene toccanti, il tono è quindi più quello della commedia, accentuato dalle scelte scenografiche estremamente curate che privilegiano colori allegri e solari delle gonne a palloncino delle signore e dei loro cappelli colorati. A questo proposito è divertente notare come le grandi case di produzione hollywoodiane fatichino ad accettare l'idea di una protagonista femminile non bella: invece della sciapa Skeeter dagli indomabili capelli crespi ci ritroviamo una graziosissima e boccoluta Emma Stone (The Amazing SpiderMan, Crazy Stupid Love) dagli occhioni perennemente sgranati, la quale per il resto sembra perfettamente in parte rendendo la sua Eugenia insipida ed inutile come era apparsa nel romanzo. Parte della drammaticità si perde indubbiamente per l'impossibilità di tradurre sullo schermo la struttura narrativa del romanzo, che era per metà raccontato direttamente dalla voce stanca e malinconica della stessa Abeleen. Per questo motivo molto meno spazio viene dato alla pur toccante e intensa relazione tra la donna e la piccola Mae Mobley, bimba trascurata da una madre anaffettiva. L'interpretazione che ne dà Viola Davis (Beautiful Creatures, Il dubbio) è comunque perfetta, un complesso mix di combattività, malinconia e rassegnazione che avrebbe meritato qualcosa in più della sola nomination all'Oscar, che ha invece premiato come non protagonista la Minny di Octavia Spencer (Le regole della truffa), che a mio parere aveva un compito decisamente più facile per due motivi: non solo le era stato assegnato un personaggio estremamente esuberante e fuori dalle righe con cui di solito gli attori si divertono a gigioneggiare, ma Kathryn Stockett ha rivelato di aver scritto il personaggio di Minny proprio modellandolo sulla Spencer di cui è amica di lunga data. In generale comunque tutto il cast merita una menzione particolare e non a caso il suo valore è stato riconosciuto ai SAG awards che hanno assegnato al film il premio Outstanding Performance by a Cast in a Motion Picture; tra di esse segnaliamo in particolar modo l'eclettica Jessica Chastain (Zero Dark Thirty, The tree of life) che, pur avendo mancato l'appuntamento con l'Oscar, ha ottentuto numerosi altri riconoscinemti per la sua interpretazione della fragile Celia, e Bryce Dallas Howard (SpiderMan 3, The Village), perfetta nell'interpretare la meschina Hilly Holbrook.
Jessica Chastain e Octavia Spencer
La pellicola infine vanta un'attenta cura dell'ambientazione; su pressione di Taylor e della Stockett infatti l'intero film è stato girato in Mississippi, prevalentemente nella cittadina di Greenwood, mentre alcune scene sono filmate proprio nell'odierna Jackson, in cui realmente esistono alcuni degli edifici e negozi citati sia nel libro che nel film. Come spesso accade nei film storici, la straordinaria attenzione dedicata alla perfetta resa dell'epoca toglie un po' l'anima al racconto, per quanto nel complesso chi ha amato il libro dovrebbe rimanere abbastanza soddisfatto da questa trasposizione. Per tutti gli altri rimane l'impressione che The Help sia uno di quei film fatti apposta per farci sentire buoni e moderni mentre giustamente ci indignamo per l'inumano trattamento degli afro-americani, per poi uscire dal cinema e riprendere tranquillamente a lagnarci del fastidio causato dalla consistente presenza di immigrati sui mezzi pubblici o sull'inaffidabilità delle badanti rumene sempre pronte a rubarci in casa.



Il trailer italiano del film
 

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