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15 dicembre 2013

Splendore - Margaret Mazzantini

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I Contenuti

"Avremo mai il coraggio di essere noi stessi?" si chiedono i protagonisti di questo romanzo. Due ragazzi, due uomini, due destini. Uno eclettico e inquietto, l'altro sofferto e carnale. Una identità frammentata da ricomporre, come le tessere di un mosaico lanciato nel vuoto. Un legame assoluto che s'impone, violento e creativo, insieme al sollevarsi della propria natura. Un filo d'acciaio teso sul precipizio di una intera esistenza. I due protagonisti si allontanano, crescono geograficamente distanti, stabiliscono nuovi legami, ma il bisogno dell'altro resiste in quel primitivo abbandono che li riporta a se stessi. Nel luogo dove hanno imparato l'amore. Un luogo fragile e virile, tragico come il rifiuto, ambizioso come il desiderio. L'iniziazione sentimentale di Guido e Costantino attraversa le stagioni della vita l'infanzia, l'adolescenza, il ratto dell'età adulta. Mettono a repentaglio tutto, ogni altro affetto, ogni sicurezza conquistata, la stessa incolumità personale. Ogni fase della vita rende più struggente la nostalgia per l'età dello splendore che i due protagonisti, guerrieri con la lancia spezzata, attraversano insieme. Un romanzo che cambia forma come cambia forma l'amore, un viaggio attraverso i molti modi della letteratura, un caleidoscopio di suggestioni che attraversa l'archeologia e la contemporaneità. E alla fine sappiamo che ognuno di noi può essere soltanto quello che è. E che il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità.

La Recensione

Sarebbe facile dare addosso a questo romanzo, questa ennesima trovata commerciale, prenatalizia, su un tema che, a fronte del vuoto normativo italiano, sembra essersi ridotto a moda del momento, tutti ne parlano ma nessuno fa niente. Quant'è facile scrivere di due omosessuali in Italia? E dire che fino a pochissimo, pochissimo tempo fa nemmeno se ne poteva parlare. Ma è davvero così facile? Per scoprire la risposta basta prendere il libro in mano e voltare la prima pagina. E scoprire la cifra del talento di una grande scrittrice, malgrado tutto e tutti.
E' vero, la Mazzantini a partire da quel fortunato Non ti muovere sembra cavarsela benissimo a scrivere di uomini, ma che ne può sapere lei dell'indicibile amore di due uomini, prima giovani e poi adulti? Forse non molto, sarà per questo che la trama di Splendore sembra l'incontro tra il più malinconico Tondelli (quello di Camere separate) e un film come Brokeback Mountain: due uomini che scoprono l'amore nascosto nelle pieghe di una innegabile virilità, che si inseguono per tutta una vita, tra matrimoni e figli, lutti e dolori, spiagge e aeroporti. Ma oltre la trama lineare, di vicende già viste e sentite, oltre la ricchissima scrittura, densa di violente contrapposizioni semantiche, che i più tendono a snobbare, contando metafore e aggettivi, salvo poi derubricarla a scrittura commerciale, si scorge la profonda sensibilità di un muto spettatore, di chi osserva in silenzio e poi ricostruisce e rielabora. Che ne può sapere la Mazzantini dell'amore omosessuale?, si chiede l'incredule lettore di passaggio, mentre il lettore che resta, intrappolato tra le sue pagine, si chiede: come fa a dire quel che io non ho mai avuto il coraggio di ammettere? Più della finezza dell'introspezione, della ricchezza verbale e della vitalità del ritratto del protagonista, ciò che sorprende e santifica davvero l'autrice è la sua strabordante sensibilità, la pietas di un'autrice che accompagna il suo protagonista lungo tutta la sua vita, che si fa carico dei suoi sentimenti, dei suoi lutti e dei suoi dolori. Quando Guido gioca con i suoi riflessi, racconta di se stesso e del suo mare interiore, della sterminata mancanza che è per lui l'amore omosessuale, ho scoperto un'eco e uno specchio.
Splendore è davvero l'esperienza sensoriale delle contraddizioni della vita: astenersi gli insensibili e i vigliacchi. E se anche sembra eccessivo il peso dei lutti e delle perdite che subisce il protagonista, ma senza mai piegare il capo, voltata l'ultima pagina il senso si affaccia al capolino di una vita. Alla fine, inghiottito l'ultimo amaro boccone, ti rendi conto che lo splendore è l'irriducibilità di una vita che non si fa spegnere, nemmeno fosse l'ultima candela nel buio di tutto l'universo.


Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: Splendore
  • Autore: Margaret Mazzantini
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804638087
  • Pagine: 309
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 20,00 Euro 


    17 maggio 2013

    Il Grande Gatsby - Francis Scott Fitzgerald

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    I Contenuti

    Chi è il misterioso e ricchissimo vicino di casa di Nick Carraway, a West Egg? E perché passa tanto tempo a fissare quella piccola luce verde che brilla su uno dei moli dell'altra sponda della baia? Il filo conduttore del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald è il sogno impossibile cullato da Jay Gatsby. L'ambizioso giovanotto, che ha saputo conquistarsi con tutti i mezzi, leciti e no, prestigio, ricchezza e rispettabilità, vuol far rivivere l'amore fiorito un tempo tra lui e Daisy che un giorno lo ha respinto, povero e senza prospettive, per sposare il rampollo di una delle grandi famiglie americane. Ma i sogni più sono belli e meno hanno la possibilità di avverarsi. E Jay Gatsby non solo non riuscirà a strappare Daisy a Buchanan, pur gettando sulla bilancia tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma finirà addirittura col cadere, vittima innocente, sotto i colpi di un marito tradito messo sulle sue tracce, per vendetta, dal perfido rivale. Al di là dei riferimenti autobiografici, "Il Grande Gatsby" è sopratutto il ritratto di un epoca in cui il mondo dei contrabbandieri di alcolici si mescolava allegramente con quello dei banchieri e delle 'flappers' dei "Roaring Twenties", in attesa che la Grande Crisi seppellisse tutto sotto le macerie dell'"American Dream"

    La Recensione

    «Nelle notti estive, dalla casa del mio vicino si sentiva della musica. Nei suoi giardini azzurri uomini e donne andavano e venivano come falene tra i mormorii, lo champagne e le stelle. Durante l’alta marea del pomeriggio osservavo i suoi ospiti tuffarsi dal trampolino o prendere il sole sulla sabbia bollente della sua spiaggia mentre i suoi due motoscafi solcavano le acque dello Stretto, rimorchiando acquaplani tra cascate di schiuma.»
    Ammettiamolo che stiamo tutti leggendo (o rileggendo) questo romanzo in occasione della milionesima versione cinematografica firmata Baz Luhrmann-Leonardo DiCaprio che sta per travolgerci. Da parte mia confesso candidamente che il buon Leo ha il mio cuore da quando si è beccato un iceberg tra capo e collo anni orsono; per lui ho quindi buttato alle ortiche il pessimo ricordo che ho del romanzo e l'orrida sensazione di noia mortale che immancabilmente associo al film omonimo con Redford e ho ripreso in mano il libro di Fitzgerald che, come vi avranno ripetuto fino alla nausea, si suppone essere uno dei più grandi romanzi della letteratura americana.
    Fino alla nausea vi avranno anche ripetuto che questo libro meravigliosamente rappresenta i "Ruggenti Anni '20" e lo spirito decadente dell'Età del Jazz oltre che una riproduzione della parabola del "Sogno Americano" (qualunque cosa esso significhi) e questo spiega perché gli americani, dopo essersi concessi una ventina d'anni per digerirne la sfacciata vacuità l'hanno eletto a capolavoro eterno con il quale tormentare i poveri studenti delle scuole superiori (del resto da noi ci tormentano con "I promessi sposi", quindi forse alla fine gli studenti americani se la passano meglio).
    Io, che americana non sono, anche dopo una seconda lettura proprio non riesco a trovare in me la forza per gridare al capolavoro.
    Certo, non mi è sfuggita la perfetta rappresentazione di una classe sociale i cui membri si muovono annoiati da una festa all'altra, capaci di stringere amicizia con completi sconosciuti per poi dimenticarsi della loro esistenza appena voltate loro le spalle, indifferenti e tanto assuefatti al vuoto che li circonda da rimanere sconvolti alla scoperta che uno di loro in casa osa possedere libri veri invece che i tradizionali cartonati che dei libri riproducono solo i dorsi per riempire uno spazio altrimenti vuoto.
    Nemmeno mi è sfuggita la sfacciata ironia della scelta di intitolare un libro ad un personaggio, Gatsby, che non appare quasi mai in prima persona e che anche quando lo fa è sempre attraverso gli occhi e le parole di qualcun altro, che sia il narratore Nick o una qualunque delle altre sbiadite figure che popolano quest'opera, e per questo le informazioni che abbiamo su di lui risultano inevitabilmente parziali e non obbiettive. Eppure egli è in qualche modo sempre presente e per quanto sullo sfondo indirettamente o direttamente muove le fila delle vite di tutti i protagonisti, "grande" per la sua cieca determinazione e la follia senza freni che lo spinge a inventarsi una vita e un'identità dal nulla al solo scopo di realizzare un sogno e al tempo stesso proprio per questo indicibilmente patetico nel suo ancorarsi ad un passato mai esistito e nel suo rifiuto della realtà. Vista da vicino la grandezza di Gatsby assume i contorni di una truffa colossale, maschera di un uomo tragico e un po' insulso; Gatsby nel giro di poche pagine passa da carnefice a vittima, travolto da un mondo che credeva di governare, perso nell'oblio proprio quando la sua stella era al massimo dello splendore.
    Ed è infine quasi scontato osservare che tutta questa superficialità e questa indifferenza verso il prossimo esulano dal contesto del romanzo e si possono ritrovare in ogni società e in ogni epoca; aggiungerei però che ciò a mio parere è più vero in alcuni ambienti che in altri e onestamente è comunque un'osservazione che lascia il tempo che trova perché è comprovato che la gente ama addolorarsi per l'incomunicabilità che piaga la nostra società per poi non far nulla, nel proprio piccolo, per cambiare le cose.
    Ciò detto, forse Fitzgerald ha un po' esagerato con la vacuità perché anche alla seconda rilettura posso dire in completa sincerità che di Gatsby e del suo sogno romantico e ridicolo, della sua adorata Daisy e di quello scimmione del marito Tom con la sua volgare amante Myrtle e persino del povero Nick, voce narrante petulante e insulsa, non me ne importa assolutamente nulla. Neanche con la più buona volontà sono riuscita ad empatizzare con uno di loro e il perché delle reciproche attrazioni mi è rimasto totalmente oscuro. A questo si aggiunge una mia personale antipatia per le civetterie sociali di ogni tipo per cui, per quanto possa capire qual'era l'intento dell'autore, sono assolutamente priva della pazienza per sopportare giovani donne annoiate che blaterano nonsense languidamente sdraiate sul divano o le conversazioni spezzettate, vuote, inutili e insensate che imperversano per buona parte dell'opera e che solo parzialmente vengono redente dal gusto di Fitzgerald per una narrativa fatta di immagini altamente simboliche: una luce verde, un uomo solo in cima ad una scalinata, un cartellone pubblicitario comunicano molto più al lettore di mille dialoghi inutili.

    Giudizio:
    +3stelle+ 

    Articolo di Valetta

    Dettagli del libro
    • Titolo:Il Grande Gatsby
    • Titolo originale:  The Great Gatsby
    • Autore: Francis Scott Fitzgerald
    • Traduttore: Armando Bruno
    • Editore: Newton Compton
    • Data di Pubblicazione:  2010
    • ISBN-13: 9788854124479
    • Pagine: 172
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,99

      05 maggio 2013

      La fabbricante di vedove - Maria Fagyas

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      I Contenuti

      Finita la prima guerra mondiale, anche gli uomini di Ladany -piccolo villaggio agricolo nella remota regione ungherese del Tiszazung- tornanano a casa. Ritrovano le moglie che, durante il lungo periodo bellico, hanno lavorato da sole nei campi, svolto affari lucrosi, migliorato notevolmente il tenore di vita. Donne che hanno rivelato forza, serietà ed impegno che nessuno, in condizioni normali, era disposto a riconoscere loro. Ma i reduci, poco dopo il loro ritorno a casa, cominciano ad ammalarsi e poi a morire. Se ne vanno, uno dopo l'altro, a decine, ma le donne non sembrano addolorarsi troppo per quei decessi inesplicabili, che nulla permette di attribuire a cause non naturali. Il giovane Rudi Mikay, che ha abbandonato gli studi universitari per entrare nella polizia con il grado di tenente, vuol indagare su questa ecatombe di mariti. Ma la sua iniziativa non trova seguito: nessuno vuole casi giudiziari o creare scandali che possano turbare la tranquilla vita della contea. La magistratura lo scoraggia, il medico condotto gli da del visionario, e l'unica persona che gli è consentito incriminare è Amalia Kovach, la levatrice di Ladany che pratica, abilmente, aborti clandestini. Ma anche contro di lei non riesce a mettere assieme un dossier sufficiente di prove per condannarla. Rudo sta ormai per abbandonare l'inchiesta, quando il velo comincia a sollevarsi sulla sinistra trama che sconvolge la vita di quel borgo sperduto, fin troppo quieto ed idilliaco. E qui sta la sorpresa del romanzo.
      Basandosi su un fatto realmente accaduto, Maria Fagyas -autrice del fortunato romanzo "Il tenente del diavolo"- ha ricostruito l'inquietante e misteriosa vicenda in un libro che non è un "giallo", pur avendone tutti gli ingredienti, bensì un quadro delle condizioni di vita di una povera comunità contadina e, soprattutto, delle condizioni di vita delle donne di quella comunità che si rivela sorprendentemente veritiero ed attuale. Le donne di Ladany, infatti, affrontano e risolvono, a loro modo, il nodo dell'emancipazione femminile, un nodo estremo, certo, ma emblematico. 

      La Recensione

      Questo romanzo si ispira ad un fatto realmente accaduto negli anni Venti: nel Tiszazug, remota e arretrata regione dell'Ungheria, circa cinquanta persone, in maggioranza uomini, furono avvelenate dalle loro mogli, figlie o altri parenti di sesso femminile. Delle donne accusate, venti vennero ritenute colpevoli. Sei di queste vennero condannate a morte e le rimanenti a pene detentive. Nei casi in cui erano trascorsi troppi anni dal delitto, la colpevolezza non poté essere provata e molte responsabili sfuggirono al castigo.
      La vita delle contadine non doveva essere facile a quel tempo. Gli uomini erano gli indiscussi padroni in famiglia e, una volta svolti quei lavori ritenuti troppo pesanti per le donne -non dovevano essere molti perché il sesso femminile era robusto-, andavano a passare le serate in osteria dove, oltre a giocare a carte, si ubriacavano e diventavano ulteriormente brutali e maneschi. Pertanto, quando gli uomini partirono per la guerra, le donne, rimaste sole, ebbero un'esistenza più tranquilla e furono in grado di permettersi comodità prima insperate, pur continuando a lavorare, e ampliando in qualche caso le proprietà, dal momento che non c'erano gli uomini a dissipare i risparmi. I reduci della guerra, ritornati dopo sette anni di assenza, avrebbero voluto riprendere la vita di un tempo, ma non riuscirono a comprendere che la mentalità delle loro donne era cambiata e adattarsi al nuovo stato di cose. Mentre i mariti erano lontani, le donne erano state aiutate nei lavori più gravosi dai prigionieri russi, che erano stati ben lieti di sfuggire alla prigionia, dandosi da fare a svolgere i lavori nei campi che le contadine avevano difficoltà a compiere. Si prestavano a qualsiasi attività e accettavano con riconoscenza dalle donne ciò che gli uomini di casa pretendevano brutalmente di diritto. E' quindi comprensibile che le donne rifiutassero di ritornare nella situazione anteguerra con tutti i mezzi possibili.
      Il romanzo descrive mirabilmente il muro di omertà che le donne avevano creato per proteggersi, e il modo in cui poi si incrinò dando inizio alle confessioni. Ma oltre al racconto delle indagini, alla vita nei villaggi rurali, alle usanze del luogo, c'è una delicata ma impossibile storia d'amore fra il tenente di polizia Rudi Mikay che segue il caso e la moglie di un benestante del paese. La donna, americana di nascita, era impreparata alla vita di un villaggio ungherese dove la gente le sembrava rozza e insensibile. E' comprensibile che si sentisse scioccata nel vedere sepolti vivi i cuccioli di fronte alla cagna madre che guaiva.
      Interessanti i rapporti fra il tenente di polizia e la gente del villaggio. In particolare quello con la levatrice abortista, Amalia Kovach, che lui intuiva fornire il veleno alle donne che volevano disfarsi del marito, ma contro cui non riusciva a ottenere le prove. Pur essendo su posizioni opposte, è descritto magistralmente il rapporto di stima reciproca fra i due.
      E' un bel romanzo, insomma, dove tutti personaggi sono mirabilmente descritti pur utilizzando il minor numero possibile di parole. La scrittura della Fagyas è estremamente asciutta, secondo la migliore tradizione americana, ma decisamente incisiva. Ogni scrittore esordiente dovrebbe leggere questo libro e imparare a caratterizzare i personaggi come fa l'autrice. Il romanzo ha quasi cinquant'anni, ma non li dimostra e mantiene intatta la sua freschezza. Purtroppo è di difficile reperimento in libreria.
      Maria Fagyas, ungherese di nascita ma statunitense d'adozione, si traferì a Hollywood dove il marito, commediografo, lavorava per l'MGM. Ebbe una produzione letteraria molto contenuta: prima di "La fabbricante di vedove" pubblicò il romanzo "Il tenente del diavolo" e, successivamente, una raccolta di novelle.

      Giudizio:
      +4stelle+ (e mezzo)

      Articolo di Antonio

      Dettagli del libro
      • Titolo: La fabbricante di vedove 
      • Titolo originale: The Widowmaker
      • Autore: Maria Fagyas 
      • Traduttore: Marina Valente 
      • Editore: Rizzoli
      • Data di Pubblicazione: 1988
      • Collana: Biblioteca Universale Rizzoli 
      • ISBN-13: 9788817137041
      • Pagine: 272  
      • Formato - Prezzo: Euro 7,30

      05 marzo 2013

      Il Turchetto - Metin Arditi

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      I Contenuti

      Costantinopoli, 1531. Elie, un bambino ebreo di undici anni, si aggira per il bazar al seguito di Arsinée, la donna che l'ha fatto uscire dal ventre di sua madre, e di suo padre Sami. Al bazar, tutti lo conoscono come un monello capace di ritrarre chiunque in pochi secondi. Quando può, Elie fugge via dal bazar. Verso la bottega di Djelal, il danzatore sufi che crea gli inchiostri più belli di tutta Costantinopoli. Ad affascinare Elie sono, tuttavia, i suoi inchiostri - azzurri, cremisi, verdi - che gli permettono di esprimere il talento in cui sembra meravigliosamente eccellere: il disegno. L'infanzia di Elie in terra turca finisce il giorno in cui la morte si porta via Sami. In cambio di un ritratto fatto al capitano del Tizzone, una maestosa nave ancorata al porto, Elie si imbarca per Venezia, non prima di ribattezzarsi Ilias Troyanos, greco di Costantinopoli. A Venezia uno strabiliante destino lo attende. Ilias Troyanos diventa il Turchetto, il più grande di tutti i pittori della città. Uno strabiliante destino che si capovolge, tuttavia, nel suo opposto, in una sorte maligna, il giorno in cui la modella prediletta del Turchetto, Rachel, una bellissima ragazza ebrea dagli occhi incredibilmente verdi e dalla bocca perfetta, viene orribilmente assassinata e gettata in un canale da tre malviventi mascherati come a Carnevale e reduci da una notte di bagordi.

      La Recensione


      Attenzione: contiene spoiler sulla trama

      Un intrigante mistero avvolge un bellissimo ritratto di gentiluomo che possiamo ammirare al Museo del Louvre in Parigi. Chiamato L’uomo dal guanto, è attribuito al Tiziano. Sul marmo dove il soggetto appoggia il braccio sinistro c’è la firma: TICIANUS; tuttavia la T è di colore grigio scuro, mentre il resto del nome è in grigio/azzurro. Di chi si tratta? Forse (ma è una delle tante ipotesi) del gentiluomo genovese Girolamo Adorno, uomo di fiducia dell’Imperatore Carlo V a Venezia. In origine facente parte della pinacoteca dei Gonzaga, divenne dapprima di proprietà di Re Carlo I d’Inghilterra (quello ghigliottinato durante la Rivoluzione del 1649), poi del banchiere Jabach; indi del Re Sole (1671); da allora appartiene allo Stato francese.
      Circa un decennio fa l’opera fu prestata al Museo d’arte e di storia di Ginevra e la circostanza permise un’accurata indagine di tutti gli aspetti pittorici e materiali. Ne emerse che la T non solo è di colore diverso, ma è dipinta con un composto dissimile rispetto a quello delle altre lettere del nome TICIANUS; quasi fosse stata apposta in momenti diversi, al limite da persona diversa. Un’altra curiosità: la presenza di incenso nella resina che copre il dipinto è insolita in un quadro dell’epoca.
      Da queste premesse, complicate certo e tali da appassionare gli esperti, muove Metin Arditi. Personaggio dai molteplici interessi, è nato ad Ankara il 2 febbraio 1945, ma risiede a Ginevra, dove insegna alla Scuola Politecnica e presiede l’Orchestra della Svizzera romanza; nonché la Fondazione Strumenti per la Pace. Ha scritto numerosi saggi ed altri sei romanzi.
      Egli prende spunto da quell’insolita opera d’arte per narrarci, grazie ad una prosa immaginifica, piena di accenti accorati e drammatici, la storia di un pittore ebreo, Il Turchetto appunto, contemporaneo di Tiziano, sulla cui reale esistenza non vi è certezza. Il libro ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, quali: il Premio Page des Libraires; il Premio Jean-Giono; il Premio des Libraires du Festival littéraire de Nancy; il Premio Le Point Magazine.
      Romanzo storico, della pittura, dell’arte, della religione -strumento di crescita spirituale o pretesto di intolleranza?-, è centrato su due luoghi quanto mai significativi: Istanbul (o meglio: Costantinopoli) e Venezia. Il sipario si apre sulla città del Bosforo, conquistata dai Turchi circa ottant’anni prima. E’ il settembre 1531. Elie Soriano è un ragazzetto ebreo sefardita di 11 anni, figlio di Sami, commerciante, un uomo meno che quarantenne, ma stanco e malato. Elie tra sé disprezza il padre perché collabora con un mercante di schiavi; d’altronde questo è uno dei pochi mestieri che il Turchi consentano agli Ebrei di esercitare. La mamma è morta nel darlo alla luce, non senza aver mormorato tra i dolori, in un misto di turco e catalano: “Es un kütchük fâré muy lindo”, è un topino così grazioso... Quel “muso di topo” che egli avrà per tutta la vita. Chi, sia pure a suo modo, vicaria le funzioni materne è Arsinée, la levatrice che lo ha aiutato a venire al mondo.
      La donna non gli lesina rimproveri, alterna carezze a minacce, e, alla stregua di molti genitori biologici, non comprende il sacro fuoco dell’arte che divora questo monello. Elie è un disegnatore nato, stupefacente; già questo rappresenta un problema per l’ortodossia ebraica che vieta qualunque raffigurazione del Creatore e della creatura. Ciò vale pure per gl’islamici, ma la più grande gioia per Elie è quella di recarsi nella bottega del musulmano Dejal, il danzatore sufi, creatore di meravigliosi inchiostri, il quale, pur rimproverandogli con affetto la ferrea regola dell’iconoclastia, lo lascia libero di giocare e sognare. C’è poi il pope ortodosso Efthymios, il quale, mentre il ragazzo ammira i dipinti della sua chiesa, gli rammenta che pure Gesù è ebreo e che il nuovo messaggio portato da questi non nega affatto la Legge ebraica. Elie è perplesso di fronte all’affermazione sull’ebraicità di Cristo: si tratta senz’altro di una bugia raccontatagli dal monaco per metterlo a suo agio. “Gli spagnoli” rimugina, nella sua beata innocenza “non avrebbero scacciato gli ebrei [come invece successe alla sua famiglia d’origine] se Gesù fosse stato ebreo”.
      Metin Arditi ci dà una vivacissima raffigurazione d’ambiente, carica di allusioni sensuali, della già gloriosa capitale bizantina, ora divenuta metropoli turca, con gli harem e le violenze esercitate sulle popolazioni conquistate, specie sulle donne: 
      “Il rapimento delle sorelle era stato di una violenza inaudita… quattro marinai le avevano strappate dal letto che dividevano con la madre. Mentre venivano trascinate fuori dalla loro capanna, avevano sentito urla e il suono sordo delle percosse che venivano dalla stanza accanto, dove dormivano il padre e i tre fratelli. Erano stati feriti? Uccisi? Impossibile saperlo”. 
      Per non parlare della condizione patita dalla minoranza ebraica -al contrario di ciò che con generica superficialità talora si scrive e riflettendo sul termine di “crimine contro l’umanità” con cui, pochi giorni or sono, l’attuale Premier turco, Erdogan, ha gratificato il Sionismo-. “Patire e sopportare… Non conosceva altro” scrive l’autore a proposito del padre del protagonista. “Sopportare la povertà, la malattia, la vergogna. Soprattutto la vergogna. Venditore di schiavi… un lavoro che i turchi riservavano agli ebrei, come si gettano gli avanzi del pasto ai maiali. E un figlio che lo disonorava agli occhi di tutti…”. Il “disonore” proviene dal fatto che il ragazzino, abile disegnatore, viola una delle regole principali dell’ortodossia ebraica.
      Allorché suo padre, poco tempo dopo, muore, Elie decide di fuggire da Costantinopoli. Riesce ad imbarcarsi su una nave veneziana, il Tizzone, in cambio del ritratto del capitano abbozzato lì per lì.
      Lo ritroviamo nell’agosto 1574 a Venezia, affermato pittore. Al momento di cambiare vita, tanti anni prima, egli aveva avuto l’intuizione (comprendendo il pericolo costante cui sono soggetti gli Ebrei da sempre) di cambiare identità: era divenuto Ilias Troianus, cristiano d’origine greca, cresciuto “accanto ad una famiglia di ebrei spagnoli”.
      Nella grande città lagunare Elie diventa celebre col nome di Turchetto. Ha sposato la figlia di un notaio (che non ama, va da sé), è stimato dal Doge. Nei suoi dipinti notevole è la capacità d’introspezione psicologica, che ne aveva caratterizzato i disegni fin da quando era poco più che bambino; egli pare intuire l’atteggiamento delle persone le une verso le altre,
      Venezia è città ricca, raffinata, ma barbara e truce al tempo stesso; un luogo tra le cui calli silenziose si consumano efferati delitti, come quello che ha come vittima la bellissima ebrea Rachel Albuquerque, occhi verdi e bocca sensuale, modella preferita e amante di Elie. La relazione con un’ebrea porta il nostro protagonista davanti al Tribunale dell’Inquisizione: egli viene condannato all’impiccagione per eresia; le sue opere dovranno essere bruciate. Di lui resta solo quel misterioso ritratto di cui all’inizio, L’uomo dal guanto, attribuito al Tiziano a causa di quella strana firma.
      Vicissitudini sorprendenti invece riportano il Turchetto nella sua città originaria. A Istanbul (siamo nel 1576) non dipinge più, fa il facchino, nessuno si ricorda del genio pittorico, che aveva svelato la sua originaria identità dipingendo un’Ultima Cena come un seder ebraico; quale in effetti è, nonostante i tentativi di nasconderlo operati in modo puntuale nei secoli.
      “Gesù e gli Apostoli erano vestiti di nero, da rabbini, la testa coperta da uno zucchetto che Elie aveva realizzato con la tecnica della foglia d’oro….”
      Resta peraltro la profonda umanità dell’artista, che si concretizza nell’incontro, ricco d’amore, con la sua gente; come quando accompagna alla naturale fine l’amico mendicante, Zeytine, per poi quasi trasformarsi in lui e prendere il suo posto dove questi aveva chiesto la carità per tanto tempo.
      L’universo pittorico resta nel cuore dell’artista, come il ritratto di un personaggio, disprezzato magari, ma mai dimenticato.
      “Qualche istante dopo vide la propria mano abbozzare l’ovale di un viso. Con un movimento lento e abile segnò un tratto, poi un altro… sempre più rapido e sicuro, finché non prese forma completa un ritratto ricco di dettagli e sfumature.
      Era il ritratto di suo padre. Lo aveva rappresentato come il pover’uomo che era. Nell’angolo superiore destro del foglio aveva scritto queste parole: Sami Soriano, dipendente di un mercante di schiavi a Costantinopoli”.
      Giudizio:
      +5stelle+

      Articolo di Mara

      Dettagli del libro
      • Titolo: Il Turchetto
      • Titolo originale: Le Turquetto
      • Autore: Menin Arditi
      • Traduttore: Roberto Boi
      • Editore: Neri Pozza Editore
      • Data di Pubblicazione: 2012
      • Collana: I narratori nelle tavole
      • ISBN-13: 978-88-545-0618-3
      • Pagine: 256
      • Formato -Prezzo: Brossura- Euro 14,00
                        

      08 febbraio 2013

      Dal libro al film: The Help

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      Caso editoriale negli Stati Uniti, passato invece un po' in sordina qui da noi dove il tema della segregazione razziale ha un minore impatto emotivo, The Help è uno di quei romanzi che sembrano fatti apposta per diventare un film. Non a caso la sua autrice, l'esordiente Kathryn Stockett, aveva già concesso all'amico di infanzia e regista Tate Taylor i diritti cinematografici della sua opera nel 2008, ovvero l'anno prima che essa venisse pubblicata. 
      Nonostante i numerosi rifiuti iniziali, una volta ottenuta la pubblicazione il romanzo della Stockett si rivelò quasi immediatamente un best-seller, rimanendo nella classifica dei libri più venduti per 50 settimane consecutive e raggiungendo i 10 milioni di copie complessive, di conseguenza in modo abbastanza prevedibile l'industria hollywoodiana nella forma di Chris Columbus si è buttata a pesce su di esso finanziando il progetto cinematografico le cui riprese sono iniziate già nell'anno successivo, il 2010, con appunto Taylor alla regia.
      Il film è arrivato nelle sale americane nell'agosto 2011, bissando in qualche modo il successo del romanzo, mentre da noi è uscito a inizio 2012 ottenendo un riscontro discreto anche se non esaltante, accompagnato da una riedizione del romanzo da parte della Mondadori che per sfruttare il traino del film ha sostituito il titolo della prima edizione, L'aiuto, con quello originale The Help, appunto. Per chi non avesse letto il libro (di cui vi ricordiamo la nostra recensione qui), la pellicola racconta il legame tra una ragazza bianca decisa a diventare scrittrice e di un gruppo di cameriere di colore ("gli aiuti" del titolo) sullo sfondo di Jackson, Mississippi, ai tempi della segregazione razziale.
      Skeeter, Minny e Abeleen in una scena
      La giovane Eugenia 'Skeeter' Phelan, appena tornata dal college, rifiuta di adeguarsi al destino delle sue coetanee, tutte già mogli e mamme, e, indignata per il trattamento riservato alla servitù "negra", decide di raccontare la storia di un gruppo di loro, guidate dalle coraggiose Abeleen e Minny, in un'epoca in cui una cosa del genere avrebbe potuto costare la vita a tutte loro.
      Si tratta della classica storia corale femminile, genere di cui Hollywood vanta una vasta tradizione che da sempre combina melodramma e momenti di ilarità, giocando sulla complicità fra le protagoniste. In particolar modo il film di Taylor segue piuttosto fedelmente il romanzo da cui è tratto, apportando giusto qualche taglio secondario per venire incontro ai tempi cinematografici con il risultato di alleggerire ulteriormente l'aspetto drammatico della vicenda.
      Se già leggendo il libro della Stockett avevamo avuto la sensazione che il contesto della vicenda fosse affrontato con molta superficialità, senza mai indagare a fondo le implicazioni della cultura razzista dominante, questo è ancora più evidente guardando il film, il quale punta soprattutto sui dialoghi attraverso gli instancabili scambi di battute fra le protagoniste, mentre si limita ad accennare alcuni fra gli eventi più drammatici come la morte del figlio di Abeleen, le violenze subite da Minny, l'uccisione di un attivista nero da parte del Ku Klux Klan. Addirittura scene che dovrebbero risultare altamente drammatiche come la fuga terrorizzata di Minny inseguita dal marito della sua padrona che in realtà voleva solo offrirle un passaggio, scena che dovrebbe farci riflettere sul livello di violenza e paura che caratterizzava la vita della gente di colore, si trasforma in una scena comica con la goffa cameriera che ballonzola per i campi seminando pezzi di spesa per strada.
      Il cast di The Help: Davis, Howard, Stone e Spencer
      Se si esclude la commovente sequenza finale e un paio di scene toccanti, il tono è quindi più quello della commedia, accentuato dalle scelte scenografiche estremamente curate che privilegiano colori allegri e solari delle gonne a palloncino delle signore e dei loro cappelli colorati. A questo proposito è divertente notare come le grandi case di produzione hollywoodiane fatichino ad accettare l'idea di una protagonista femminile non bella: invece della sciapa Skeeter dagli indomabili capelli crespi ci ritroviamo una graziosissima e boccoluta Emma Stone (The Amazing SpiderMan, Crazy Stupid Love) dagli occhioni perennemente sgranati, la quale per il resto sembra perfettamente in parte rendendo la sua Eugenia insipida ed inutile come era apparsa nel romanzo. Parte della drammaticità si perde indubbiamente per l'impossibilità di tradurre sullo schermo la struttura narrativa del romanzo, che era per metà raccontato direttamente dalla voce stanca e malinconica della stessa Abeleen. Per questo motivo molto meno spazio viene dato alla pur toccante e intensa relazione tra la donna e la piccola Mae Mobley, bimba trascurata da una madre anaffettiva. L'interpretazione che ne dà Viola Davis (Beautiful Creatures, Il dubbio) è comunque perfetta, un complesso mix di combattività, malinconia e rassegnazione che avrebbe meritato qualcosa in più della sola nomination all'Oscar, che ha invece premiato come non protagonista la Minny di Octavia Spencer (Le regole della truffa), che a mio parere aveva un compito decisamente più facile per due motivi: non solo le era stato assegnato un personaggio estremamente esuberante e fuori dalle righe con cui di solito gli attori si divertono a gigioneggiare, ma Kathryn Stockett ha rivelato di aver scritto il personaggio di Minny proprio modellandolo sulla Spencer di cui è amica di lunga data. In generale comunque tutto il cast merita una menzione particolare e non a caso il suo valore è stato riconosciuto ai SAG awards che hanno assegnato al film il premio Outstanding Performance by a Cast in a Motion Picture; tra di esse segnaliamo in particolar modo l'eclettica Jessica Chastain (Zero Dark Thirty, The tree of life) che, pur avendo mancato l'appuntamento con l'Oscar, ha ottentuto numerosi altri riconoscinemti per la sua interpretazione della fragile Celia, e Bryce Dallas Howard (SpiderMan 3, The Village), perfetta nell'interpretare la meschina Hilly Holbrook.
      Jessica Chastain e Octavia Spencer
      La pellicola infine vanta un'attenta cura dell'ambientazione; su pressione di Taylor e della Stockett infatti l'intero film è stato girato in Mississippi, prevalentemente nella cittadina di Greenwood, mentre alcune scene sono filmate proprio nell'odierna Jackson, in cui realmente esistono alcuni degli edifici e negozi citati sia nel libro che nel film. Come spesso accade nei film storici, la straordinaria attenzione dedicata alla perfetta resa dell'epoca toglie un po' l'anima al racconto, per quanto nel complesso chi ha amato il libro dovrebbe rimanere abbastanza soddisfatto da questa trasposizione. Per tutti gli altri rimane l'impressione che The Help sia uno di quei film fatti apposta per farci sentire buoni e moderni mentre giustamente ci indignamo per l'inumano trattamento degli afro-americani, per poi uscire dal cinema e riprendere tranquillamente a lagnarci del fastidio causato dalla consistente presenza di immigrati sui mezzi pubblici o sull'inaffidabilità delle badanti rumene sempre pronte a rubarci in casa.



      Il trailer italiano del film

      03 febbraio 2013

      La lista di Schindler - Thomas Keneally

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      I Contenuti

      Che cosa significava finire nella "lista di Schindler"? Chi era in realtà Oskar Schindler, giovane industriale tedesco cattolico e corteggiatore di belle donne? Basandosi anche sulle testimonianze di quanti lo conobbero, Keneally ricostruisce la vita straordinaria di questo personaggio ambiguo e contraddittorio. Ritenuto da molti un collaborazionista, Schindler sottrasse uomini, donne e bambini ebrei allo sterminio nazista, trasferendoli dai lager ai suoi campi di lavoro in Polonia e in Cecoslovacchia, dove si produceva materiale bellico. Così, fornendo armi al governo tedesco e versando enormi somme di denaro, Schindler salvò migliaia di persone. Resta però un mistero il motivo che lo spinse a intrprendere quella sua personale lotta al nazismo.

      La Recensione

      Questo non è un romanzo, ma un documento storico: lo scrittore canadese Thomas Keneally, in seguito a un incontro casuale con Leopold Pfefferberg – amico e collaboratore di Oskar Schindler e salvo grazie a lui, come altri millecento ebrei che gli devono la vita -, ha deciso di raccogliere le testimonianze di chi ha conosciuto l’eroe tedesco, per ricostruire l’arco della sua vita che va dal 1939 al 1945. 

      Il ritratto che ne emerge è quello di un eroe assolutamente umano: Schindler era un grande bevitore, un donnaiolo incallito che mai si preoccupò della felicità di sua moglie Emilie, un uomo d’affari che amava i piaceri del lusso. Lungi dal cadere nei pericoli dell’agiografismo, la biografia non rintraccia nella sua infanzia una particolare tendenza filantropica, né ricerca un momento di illuminazione di divina bontà che convertì il cattivo tedesco nel santo cristiano. I fatti sono quelli, nudi e crudi, che la storia ci ha tramandato: non c’è alcun tentativo di romanzare la tragedia della Shoah, né espurgandone gli aspetti più truculenti per offrirne un quadro più consolante, né esacerbandoli in modo da spettacolarizzarla. Quando i toni sfiorano un po’ troppo l’idealizzazione, l’autore rammenta al lettore che Oskar Schindler fu pur sempre un uomo, sottolineandone un difetto o narrandone un errore. La lista di Schindler, non essendo un romanzo, non ha una trama, un arco narrativo: i capitoli – alcuni brevi, altri meno – narrano cronologicamente episodi della vita di Schindler, ricostruiti grazie ai racconti di collaboratori e sopravvissuti, restituendo anche un’ipotesi o l’altra nel caso di momenti oscuri. E’ così che, grazie ai ricordi commossi di Leopold Pfefferberg, suo più stretto collaboratore, o di Helen Hirsh, domestica del feroce comandante di Płaszów Amon Göth, e di molti altri che furono inclusi nella nota Lista, possiamo leggere nero su bianco di come Oskar Schindler, disgustato dalla brutalità delle Aktion tedesche e dall’abominio dei campi di sterminio, riuscì a proteggere più di un migliaio di vite ebree facendole lavorare nella sua fabbrica Emalia prima e trasferendole nel campo di lavoro di Brünnlitz poi, dove diede loro vitto e condizioni di vita umane. Non mancano naturalmente nelle testimonianze dei sopravvissuti racconti delle atrocità subite, dalle esecuzioni sommarie delle SS al rastrellamento del ghetto di Cracovia, dal terrificante tenore di vita condotto dai prigionieri all’ultimo, ancor più pericoloso periodo prima dell’arrivo dell’Armata Rossa, che spinse i vertici tedeschi a distruggere i campi e chi vi era prigioniero per eliminare più testimonianze possibili della loro follia.
      Banale e scontato sarebbe esprimere un commento sulla Shoah o sull’eroismo di un uomo che investì beni inimmaginabili e rischiò la vita un numero incalcolabile di volte per rimediare alle atrocità commesse dai suoi compatrioti, per cui il mio giudizio riguarda semplicemente la biografia scritta da Thomas Keneally: un gran bel lavoro, anche se ci si poteva sforzare di dare un po’ più di continuità agli episodi narrati e magari ampliare un po’ la cornice storica per aiutare a orientarsi anche chi è all’asciutto delle coordinate storiche della Seconda Guerra Mondiale. 

      Nota: per chi fosse incuriosito dalle modalità di stesura della biografia e dal suo background, Sperling ha pubblicato anche il libro Cercando Schindler, scritto dallo stesso autore.


      Giudizio:
      +4stelle+

      Articolo di Sakura87

      Dettagli del libro
      • Titolo: La lista di Schindler
      • Titolo originale: Schindler's Ark
      • Autore: Thomas Keneally
      • Traduttore: M. Castino
      • Editore: Sperling&Kupfer
      • Data di Pubblicazione: 2013
      • Collana: Super Bestseller
      • ISBN-13: 9788860618610
      • Pagine: 385
      • Formato - Prezzo: Brossura - 10,50 Euro

      09 gennaio 2013

      Le correzioni - Jonathan Franzen

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      I Contenuti

      Enid e Alfred Lambert, in una città del Midwest americano, trascinano le giornate accumulando oggetti, ricordi, delusioni e frustrazioni del loro matrimonio: l'uno in preda ai sintomi di un Parkinson che preferisce ignorare, l'altra con il desiderio, ormai diventato scopo di vita, di radunare per un«ultimo» Natale i tre figli allevati secondo le regole e i valori dell'America del dopoguerra, attenti a «correggere» ogni deviazione dal «giusto». Ma i figli se ne sono andati sulla costa: Gary, dirigente di banca, vittima di una depressione strisciante e di una moglie infantile; Chip che ha perso il posto all'università per «comportamento sessuale scorretto»; infine Denise, chef di successo che conduce una vita privata discutibile secondo i Lambert.

      La Recensione

      Che dilemma dare un'opinione su questo libro! Il problema non è tanto dire se si tratti o meno di un buon libro, il valore dell'opera è abbastanza evidente, ciò che proprio faccio fatica a definire è se Le correzioni mi sia davvero piaciuto. 
      Cerchiamo di andare con ordine ed esaminiamo il romanzo nel modo più obbiettivo possibile. L'opera di Franzen è un affresco ambizioso della società americana contemporanea, ritratta attraverso la vita di una tipica famiglia middle-class, i Lambert, genitori anziani e tre figli adulti, che si barcamenano nella vita cercando di adeguarsi a ideali di comportamento tanto profondamente radicati quanto fragili. Le correzioni del titolo hanno un significato ambivalente: ad un livello più immediato, come spiegato dallo stesso autore nell'ultimo capitolo del libro, esse alludono alle "correzioni" verificatesi sul mercato finanziario a fine anni '90 quando il boom economico del decennio precedente inizia a dare segnali di crisi, influendo in qualche modo sulle aspirazioni coltivate da alcuni dei protagonisti. Ad esso si lega un significato più profondo ma chiaramente delineato nel corso dell'intero racconto sotto forma degli "aggiustamenti" che ognuno dei Lambert impone a se stesso e ai suoi familiari per aderire il più possibile ai valori tradizionali e conservatori che hanno costituito il fulcro della società americana del dopo-guerra. 
      Il romanzo dietro una struttura semplice e lineare nasconde una complessità di tematiche e vedute che richiederebbero più di una lettura per essere apprezzate appieno. L'opera è infatti suddivisa in cinque capitoli, uno per ogni membro della famiglia Lambert, più un capitolo finale dedicato al confronto definitivo tra i protagonisti ed un epilogo. In ogni sezione Franzen compie il gioco dei sette veli su ciascuno dei suoi personaggi, presentando per ognuno di essi una situazione ideale e apparentemente sotto controllo che va via via sgretolandosi man mano che l'autore rimuove un velo dalla lente attraverso la quale stiamo guardando i Lamber,t mostrandoci sempre più in dettaglio la miseria nella quale è sprofondata la loro vita. Per ognuno dei protagonisti è una corsa verso il baratro a freno a mano tirato, impegnati come sono come tanti struzzi ad ignorare i palesi segni del progressivo crollo della vita "regolare" che credevano di vivere. 
      Maestra di quest'arte dell'illusione è la madre Enid, che da cinquant'anni vive accanto ad un uomo che si ostina ad immaginare diverso da quello che è, portando avanti silenziose ma caparbie lotte quotidiane per piegare marito e figli a quell'ideale di famiglia felice e di successo che nella borghese e sonnolenta St. Jude tutti sembrano aver ottenuto tranne lei. Decisa ad ignorare l'evidente crollo di salute fisica e psichica di Alfred e i fallimenti lavorativi e sentimentali dei figli, ella porta avanti con quell'aggressività tipica delle personalità passivo-aggressive le piccole manipolazioni necessarie per realizzare la sua ossessione definitiva, quella di vedere riunita tutta la famiglia attorno al focolare domestico per un ultimo Natale da trascorrere tutti insieme. 
      Naturalmente un incredibile accumularsi di cosmiche congiunzioni sembra cospirare contro di lei, prima fra tutte l'inarrestabile progressione del morbo di Parkinson che affligge Alfred e che egli, in modo simile alla moglie, tenta di ignorare aggrappandosi alle granitiche certezze di indefesso lavoratore e severo capofamiglia che per decenni hanno tenuto insieme la sua vita. Ma la malattia colpisce Alfred nel modo più infimo, privandolo progressivamente di ogni punto di riferimento, facendo saltare il coperchio del vaso di Pandora nel quale l'uomo aveva da sempre represso ogni minimo vizio e debolezza che ora si riversano su di lui sotto forma di paranoiche allucinazioni. Il declino della vecchiaia e soprattutto la vergogna legata alla perdita della dignità che inevitabilmente si accompagnano al dramma della demenza senile è uno degli aspetti migliori del libro, sviluppato dall'autore con grande perspicacia e rappresentato con scene surreali indimenticabili sebbene già viste in altri autori contemporanei.
      E' il crollo dell'ideale del maschio dominatore capace di realizzarsi solo attraverso la passività della sua compagna e, al tempo stesso è il crollo di un mondo oramai antiquato che ha dato vita a strutture sociali semplici, chiare e sicure, rappresentate da Alfred e dal suo solido lavoro di ingegnere ferroviario, gradualmente soppiantate da nuove realtà liquide e indefinite create dall'economia moderna nata dal prosperare incontrollato del mercato azionario. 
      Al pari del padre anche i due figli maschi, Chip e Gary, vivono questa contraddizione tra il desiderio di rappresentare un ideale di uomo forte, incontestabile capofamiglia o irresistibile seduttore, e la realtà dei fatti che li vede in balia di donne molto più forti, decise e scaltre di loro. Gary, il figlio maggiore, è anche quello che sembra aver maggiormente interiorizzato fin dall'infanzia i valori conservatori suggeriti dai genitori, riuscendo in apparenza a realizzare l'ideale di famiglia tanto adorato dalla madre, con una bella moglie e tre figli maschi, svegli e brillanti. Naturalemnte la realtà è ben lontana dal paradiso domestico che le apparenze sembrano suggerire: moglie e figli, una più infantile e volitiva degli altri, si ostinano a sfuggire al controllo che Gary vorrebbe imporre portando inesorabilemtne l'uomo sulla soglia della depressione. Paradossalmente gli sforzi di Gary per adeguarsi alle aspettative genitoriali lo rendono il figlio meno amato, quello solido ed affidabile a cui rivolgersi in caso di necessità ma anche quello che più viene dato per scontato e meno viene capito. Ne risulta un naturale risentimento del figlio verso i sue fratelli più giovani, al quale egli saprà reagire solo rifugiandosi in un materialistico egoismo, abbandonando di fatto ogni tentativo di empatia verso le necessità degli anziani genitori. 
      Il sentimento di invidia di Gary traspare in particolar modo nei confronti di Chip, il figlio di mezzo, l'ideale del figliol prodigo nato brillante e talentuoso ma fondamentalmente marcio dentro, inequivocabilmente lontano dal rigido moralismo di Alfred ed Enid eppure oggetto dell'incondizionato amore di entrambi, soprattutto di Alfred che nella sua repressione sentimentale lotta per tutta la vita per comunicare al figlio l'affetto che prova per lui.Chip sembra per certi aspetti percorre un cammino inverso rispetto a Gary, dalla ribellione all'assestamento anche se,esattamente come il figliol prodigo della parabola, deve toccare il fondo e prendere coscienza del proprio fallimento come uomo e come maschio prima di risalire la china. 
      E qui non è ben chiaro se l'intento dell'autore sia quello in qualche modo di ridicolizzare la rappresentazione stantia e sciovinista del maschio alfa o se essa in realtà non nasconda un rigurgito di misoginia, tanto le donne da lui rappresentare sono manipolatrici, arriviste e infantili. Fa forse eccezione la piccola di casa Denise, unico personaggio femminile verso il quale si riesce a provare una certa simpatia, la quale, manco a dirlo, affianca una passione e una dedizione per il lavoro ereditate direttamente da Alfred ad una totale incapacità di relazionarsi a livello personale col prossimo, complice la sua difficoltà nel venire a patti con la propria identità sessuale. Quasi una via di mezzo fra il pragmatismo un po' ottuso di Gary e la ribellione fine a se stessa di Chip, Denise funge in qualche modo da collante in questa famiglia disfunzionale dimostrando per certi versi una capacità empatica che sfugge ai due fratelli, curiosamente in contrasto con la freddezza che caratterizza i suoi rapporti interpersonali.
      In conclusione abbiamo a che fare con cinque protagonisti dalle personalità variegate e complesse, verso i quali è facile alternare sentimenti di comprensione ad altri di fastidio e disgusto. Per rappresentarli Franzen utilizza un linguaggio semplice e diretto, fatta eccezione per alcune ispirate metafore, ma anche estremamente prolisso, portato a frequenti digressioni e cambi di soggetto. La scelta è quella di mostrare l'animo dei persoaggi attraverso la minuziosa descrizione del quotidiano, focalizzandosi su eventi in apparenza insignificanti ma che contribuiscono a creare una visione d'insieme sebbene non sempre il risultato non sia sempre all'altezza dell'intento e alcuni passaggi risultino decisamente noiosetti. Infine, nonostante l'autore si affanni a smarcarsi dalla cultura americana "mainstream", incorre anche lui in alcune grossolanerie tipiche dell'americano medio che non ha mai messo il naso fuori dalla porta di casa; sorvolando sulla solita rappresentazione degli stati dell' est europeo come dittature da operetta, ho trovato risibile che una "chef" americana, rappresentate di una cucina che ha come piatto forte la bistecca in tutte le sue forme, potesse dichiararsi insoddisfatta della cucina europea e ancora più risibile l'insinuazione che medici europei spaccino come caramelle potenti e pericolosi psicofarmaci che nella "santa" America (dove gli psicofarmaci se li mangiano a colazione) non sono invece permessi.
      Al di là di questi "nei", comunque il valore dell'opera è abbastanza indiscutibile, ciò che mi ha impedito di amarla fino in fondo è stata più che altro la sensazione di avere fra le mani l'ennesima opera dell'Autore Americano Indipendente che svolge il suo compitino sulla dissacrazione dei valori della società borghese e della famiglia tradizionale. Quanti, quanti romanzi (e film) abbiamo già letto sull'ipocrisia del perbenismo, sulla fallacità delle relazioni famigliari, sui tormenti del matrimonio, sul fallimento del sogno americano, eccetera, eccetera eccetera? Certo Franzen stesso ha dichiarato di aver desiderato portare con questo romanzo i temi di un Pynchon o un DeLillo ad un pubblico più vasto attraverso uno stile meno ermetico (curioso quanto questa affermazione cozzi con lo sdegno espresso dall'autore quando il suo libro fu selezionato per il Book Club di Oprah, causando la famosa lite con la potente presentatrice), ma a parte che si potrebbe osservare che il valore di autori come Pychon e DeLillo risiede appunto nel loro stile innovativo, viene da chiedersi se Franzen aggiunga davvero qualcosa di nuovo sulla tematica affrontata. Ecco, a mio parere di nuovo sotto il sole non c'è molto e a dirla tutta sono un pochino stanca di leggere romanzi che ci ricordano che l'uomo fa schifo, la famiglia fa schifo, la società fa schifo e ancora di più sono stanca di leggere critici pronti ad affermare che ognuno non può fare a meno di riconoscersi nei Lambert. Parlino per loro, gentilmente.
        Giudizio:
        +3stelle+

        Articolo di Valetta

        Dettagli del libro
        • Titolo: Le correzioni
        • Titolo originale: The corrections
        • Autore: Jonathan Franzen
        • Traduttore: Silvia Pareschi
        • Editore: Einaudi
        • Collana: SuperET
        • Data di Pubblicazione: 1 Gen 2005
        • ISBN: 9788806174491
        • Pagine: 599
        • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro 

          17 dicembre 2012

          Il racconto dell'ancella - Margaret Atwood

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          I Contenuti

          In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Le poche donne in grado di avere figli, le "ancelle", sono costrette alla procreazione coatta, mentre le altre sono ridotte in schiavitù. Della donna che non ha più nome e ora si chiama Difred, cioè "di Fred", il suo padrone, sappiamo che vive nella Repubblica di Gilead, e che può allontanarsi dalla casa del padrone solo una volta al mese, per andare al mercato. Le merci non sono contrassegnate dai nomi, ma solo da figure, perché alle donne non è più permesso leggere. Apparentemente rassegnata al suo destino, Difred prega di restare incinta, unica speranza di salvezza; ma non ha del tutto perso i ricordi di "prima"...

          La Recensione

          «Pensate alla situazione in cui si trovavano prima, pensate ai bar per donne sole, all'indegnità degli appuntamenti a sorpresa. Era il mercato della carne. Non ricordate il terribile divario tra coloro che potevano avere un uomo facilmente e quelle per le quali era impossibile? Alcune di loro, prese dalla disperazione, deperivano per dimagrire, altre si gonfiavano i seni col silicone, altre ancora si facevano tagliare il naso. Quanta infelicità!»

          Niente più pornografia, niente più sesso a pagamento. Niente più spettacoli, niente più amanti e seconde mogli, niente più mercificazione del corpo femminile. La donna è ricondotta alla sua essenza più pura: la portatrice del divino miracolo della vita.
          Utopia? Niente affatto. E’ la fine dell’amore, ormai fastidioso orecchione alle pagine della prosecuzione della specie. E’ la fine della passione e del sesso per piacere, esplicitamente illegale. E’ la fine della società come noi occidentali l’abbiamo sempre conosciuta, di un mondo in cui ogni donna può scegliere se essere lesbica o eterosessuale, atea o credente, sposata o single, sessualmente attiva o meno, madre o no. Ogni donna è categorizzata nella sua funzione: ci sono Mogli ed Economogli, le compagne istituzionalizzate e sacre, vestite di azzurro. Ci sono le Marte, vestite di verde, che non possono procreare ma sono ancora giovani e utili al lavoro, al contrario delle Nondonne, anziane o rivoltose esiliate nelle Colonie a smaltire i rifiuti radioattivi dell’ultimo incidente nucleare. Ci sono le Zie, vestite di marrone, le nuove suore in un mondo in cui le suore sono condannate a morte per il loro rifiuto di procreare, e che hanno fatto mestiere del loro moralismo: la rieducazione delle speranze della specie umana. Costoro sono le Ancelle, vestite di rosso, tra le poche donne in grado di procreare, e reclutate forzatamente tra seconde mogli, lesbiche, single; donne che non appartenevano a nessuno, insomma, o meglio, che appartenevano a se stesse.
          Le Ancelle, rieducate dalle Zie a essere puro utero, non sono semplici concubine: il loro ruolo non è dare piacere in un mondo in cui non esiste  più il piacere, ma generare un figlio dei Comandanti le cui Mogli non sono adatte allo scopo. Assegnate a un Comandante specifico per un tempo massimo di due anni, prive di nome e di diritto, qualcosa più delle serve e qualcosa meno delle Mogli, sono costrette a camminare in coppia quando è loro concesso di uscire, a non mostrare nulla del loro corpo (nemmeno ai Comandanti), a sottostare alle Mogli e a rischiare di partorire figli deformi a causa delle ondate radioattive.
          Difred (nessun nome, solo una proprietà del Comandante) una volta era una donna normale: frequentava le lezioni universitarie, aveva un’amica lesbica, prendeva il caffè con la madre attivista, faceva l’amore con Luke di cui era poi diventata la seconda moglie, aveva una figlia che amava e un lavoro in biblioteca. Questo finché alle donne non venne proibito di avere un lavoro e del denaro, di mostrare le gambe, di uscire di casa. Questo finché non fu prelevata dal nuovo Governo per essere portata in un Centro di Rieducazione e trasformata in un’Ancella, le prime sfortunate della loro specie, quelle che conoscevano la libertà e se la sono vista portare via. La storia di Difred non è la storia di una ribelle che ha preso coscienza della depravazione del sistema e che ha deciso di sovvertirlo, ma la storia di una vittima passiva che ricorda vagamente cosa possedeva un tempo e cosa non possiederà mai più, che cerca di ritagliarsi il massimo di posto nel mondo che le è consentito generando un erede al Comandante.
          Una storia narrata in prima persona a tinte vividissime che quasi elimina lo scarto tra lettore e personaggio, tra realtà e finzione. Margaret Atwood, scrittrice e militante femminista, crea un’opera straordinaria che pur appartenendo al filone fantascientifico/distopico non si discosta poi troppo dalle reali condizioni di vita delle donne mediorientali e anche dal modo in cui i cattolici e i moralisti vorrebbero ridurre la figura femminile paragonando l’aborto a un assassinio e riducendo la donna a moglie e madre.
          Un romanzo da leggere e rileggere, un’immersione in una scrittura coinvolgente e impeccabile (vera poesia in prosa), tutt’altro che esclusivamente femminile.

          Giudizio:
          +5stelle+

          Articolo di Sakura87

          Dettagli del libro
          • Titolo: Il racconto dell'ancella
          • Titolo originale: The Handmaid's Tale
          • Autore: Margaret Atwood
          • Traduttore: Pennati C.
          • Editore: Ponte alle Grazie
          • Data di Pubblicazione: 2004
          • Collana: Romanzi
          • ISBN-13: 9788879286992
          • Pagine: 329
          • Formato - Prezzo: Brossura - 14.50 Euro
           

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