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19 novembre 2013

Wolf Hall - Hilary Mantel

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I Contenuti

L’Inghilterra all’inizio del 1500 è in un vicolo cieco, a un passo dal disastro. Se il re morisse senza un erede maschio, il Paese sarebbe condannato a una guerra civile. Enrico VIII vorrebbe annullare il suo matrimonio e sposare Anna Bolena, ma il Papa e la maggioranza dei regnanti d’Europa si oppongono. Sarà Thomas Cromwell ad occuparsi di questa impasse: figlio di un fabbro di Putney, uomo capace di redigere un contratto come di addestrare un falco, disegnare una mappa e sedare una rissa, arredare una casa così come di corrompere una giuria. Architetto machiavellico del regno di Enrico VIII e artefice dei destini della dinastia dei Tudor, il protagonista del pluripremiato romanzo di Hilary Mantel emerge in tutta la sua contraddittoria umanità: nonostante le sue umili origini, quest’uomo venuto dal nulla, dedito ai mestieri più disparati - mercenario in Francia, banchiere a Firenze, commerciante di tessuti ad Anversa – in virtù delle sole doti intellettuali sarà in grado di rompere le rigide regole della società inglese e rialzarsi da una drammatica situazione personale, e di lui si servirà il re per ottenere il divorzio da Caterina d’Aragona e unirsi ad Anna Bolena, dando così un nuovo corso alla storia della chiesa d’Inghilterra.

La Recensione

Non c'è bisogno di essere appassionati di storia per conoscere Enrico VIII e la sua ossessione per la ricerca di un erede maschio, che costarono al cristianesimo uno scisma come mai visti prima e alle sue sei mogli ben più di qualche grattacapo (in effetti alcune di loro si ritrovarono presto senza più alcun "capo" da grattare). Enrico e le sue disavventure matrimoniali hanno investito la casata dei Tudor di un fascino che dura tuttora, e dimostrato dalla sequela di romanzi, film e telefilm dedicati a quest'epoca storica, ultimo fra i quali la serie HBO "I Tudors". Se avete seguito il telefilm (e siete riuscite a staccare gli occhi per un attimo dal labbrone sensuale di Jonathan Rhys-Meyers per districarvi nel garbuglio di intrighi, alleanze e parentele che governavano le sorti della corte inglese) avrete forse notato un meschino personaggio dall'aria infida e calcolatrice che sarà il principale artefice della rovina di Anna Bolena.

Ecco, quello è Thomas Cromwell, ed è lui il nostro eroe.

La storia, si sa, è scritta dai vincitori, per cui la tradizione cattolica e la cultura illuminista ci hanno per secoli inculcato l'immagine agiografica di Tommaso Moro illuminato pensatore disposto a morire per difendere le sue idee sulla supremazia del Papa a capo della Chiesa, vittima di un tiranno crudele, Enrico, e di una prostituta d'alto bordo, la Bolena.

Hilary Mantel ribalta questa prospettiva e sceglie per il suo racconto l'antieroe per eccellenza, un uomo, Thomas Cromwell, che la storia ci ha consegnato come un arrivista senza scrupoli dal passato oscuro, celebre per i suoi intrighi che ne favorirono la sfavillante ascesa e la rovinosa caduta.
Basandosi sui fatti storici, l'autrice ci regala una diversa comprensione del Cromwell politico ma soprattutto del Cromwell uomo, non più una figura guidata dalla cieca ambizione ma un padre, un marito, un fratello deciso a ribaltare le sorti di un infanzia povera e violenta per offrire alla sua famiglia una posizione sicura e un benessere duraturo. Il racconto prende il via proprio da quest'infanzia, dal nostro eroe a terra in una pozza del suo sangue, ridotto in fin di vita dai calci e pugni del padre. E' un breve guizzo, un piccolo prologo prima di saltare avanti di un paio di decadi, dopo gli anni passati a combattere in mezza Europa, le istruttive esperienze coi mercanti italiani e fiamminghi, i contatti con le menti più coraggiose del fuoco riformista avviato da Martin Lutero, un balzo che ci porta direttamente alla corte di Enrico al servizio dell'allora onnipotente cardinale Wolsey. Da qui in poi è una corsa a capofitto verso la cima, raggiunta dribblando la caduta di Wolsey, a cui resterà comunque fedele fino all'ultimo, le cacce alle streghe di Moro, le macchinazioni dei Bolena, gli scatti d'ira di Enrico e le crisi di gelosia del suo seguito di conti, duchi e cardinali, grazie a una combinazione di arguzia, competenza e una giusta dose di sfacciataggine.

Ma al di là della mente brillante e la lingua tagliente è il Cromwell privato che conquista il lettore, il marito fedele e il padre coscienzioso, l'uomo che trae la sua essenza dalla sfera familiare tanto che, quando il destino lo priva dei suo capisaldi uno ad uno con metodicità incessante, egli provvede a ricrearsi una nuova famiglia prendendo in casa lontani parenti, pupilli e perfino impiegati che alleverà come figli propri. Il calore e l'intimità che permeano la quotidianità di quest'uomo imponente sono esaltate dallo stile confidenziale scelto dalla Mantel, una narrazione in terza persona dal punto di vista del protagonista e interamente al presente, per ribadire che no, non ci stiamo occupando di una figura oscura morta e sepolta da secoli, ma di un essere umano vero, vivo, vibrante di passioni che ha lasciato nella storia un'impronta indelebile che si scorge ancora oggi. Il continuo alternare il racconto degli eventi con i pensieri di Cromwell e le conversazioni riportate in discorso indiretto, come un unico stream of consciousness, unito con l'abitudine a riferirsi al protagonista con il semplice pronome "egli" a volte renda la narrazione veramente difficile da comprendere ma ha il vantaggio di annullare qualsiasi barriera fra lettore e personaggi dando al sensazione reale di trovarsi nella mente di Cromwell stesso.
Il suo sguardo attento e disincantato vede oltre i capricci lussuriosi di Enrico e coglie un sovrano tanto determinato a cambiare il corso della storia quanto tormentato dai dubbi e i sensi di colpa; intuisce la fredda determinazione di Anna Bolena e il fascino di una personalità capace di far dimenticare a ogni uomo una carnagione giallognola e un petto troppo piatto; soprattutto percepisce la natura fondamentalmente sadica di un uomo, Tommaso Moro, che la Chiesa venera come un campione della cristianità sorvolando sull'intransigenza che l'ha portato a ricorrere alle più crudeli forme di tortura verso chiunque sospettasse di eresia e ad essere incapace dei più banali gesti di compassione verso i suoi stessi familiari.

Certo alcuni storceranno il naso di fronte a questa nuova prospettiva degli eventi, ed è indubbio che alcune parti siano state romanzate, tuttavia ho molto apprezzato come la Mantel, pur non tacendo sull'arguzia e l'intraprendenza del suo eroe, abbia saputo smantellare l'immagine di un arrivista senza scrupoli liberando queste qualità dal pregiudizio che Cromwell ha da sempre subito in quanto unico commoner, uomo del popolo, nelle camere del potere, fino ad allora "territorio di caccia" esclusivo di nobili e alti prelati.
Ho già il seguito nella "to-read" list.  


The Thomas Cromwell Trilogy
 
  • Wolf Hall (Wolf Hall, 2011, Fazi) - Vincitore del Man Booker Prize 2009
  • Anna Bolena, una questione di famiglia (Bring up the bodies, 2013, Fazi) - Vincitore del Man Booker Prize 2012
  • The Mirror and the Light (inedito, pubblicazione prevista per il 2015)

  • Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Valetta

    Dettagli del libro
    • Titolo: Wolf Hall
    • Titolo originale: Wolf Hall
    • Autore: Hilary Mantel
    • Traduttore: Giuseppina Oneto
    • Editore: Fazi
    • Collana: Le Strade
    • Data di Pubblicazione: 2011
    • ISBN-13: 9788864111957
    • Pagine: 784
    • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 18,00

    16 novembre 2013

    La tavola fiamminga - Arturo Pérez-Reverte

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    I Contenuti

    «Chi ha ucciso il cavaliere?» Un quadro fiammingo del Quattrocento cela un'iscrizione che la giovane restauratrice Julia riporta alla luce e sulla quale è sfidata a indagare da un misterioso avversario. In una Madrid insolita e sfuggente si ritroverà coinvolta in una partita mortale che prosegue da cinque secoli. Dalla raffinata penna di Pérez-Reverte un thriller colto che ha fatto scuola.

    La Recensione

    Una restauratrice di quadri scopre la scritta “quis necavit equitem” - traduzione: “chi ha ucciso il cavaliere”- nascosta dal pittore Pieter Van Huys in “La partita a scacchi”, dipinto del 1471. Nel quadro si vedono tre personaggi, due dei quali giocano a scacchi. Di questi uno è Ferdinando Altenhoffen, duca di Ostemburgo, che gioca con i pezzi neri; l’altro, con quelli bianchi, è Roger de Arras, prode soldato, amico del duca, che verrà ucciso in un agguato nel 1469. La terza persona è Beatrice di Borgogna, moglie di Ferdinando. 
    Fra i pezzi degli scacchi "mangiati" c’è un cavallo bianco in cui, per tutti gli interessati, il pittore ha voluto rappresentare simbolicamente il cavaliere Roger de Arras che, al tempo in cui è stato fatto il quadro, era già morto da due anni. La notizia del peculiare enigma nascosto nel quadro potrebbe far crescere l’interesse del pubblico ed aumentare conseguentemente anche il prezzo del dipinto. Viene incaricato uno storico di fama perché chiarisca gli avvenimenti di quel tempo e un esperto scacchista affinché, giocando la partita di scacchi a ritroso, individui il pezzo che ha “mangiato” il cavallo. Tale pezzo dovrebbe rappresentare simbolicamente l’autore -o il mandante- dell’omicidio di Roger de Arras, rappresentato (come si è detto) dal cavallo. Ma lo storico viene subito ucciso ed ecco che, al giallo di cinquecento anni prima, se ne aggiunge un altro molto più coinvolgente per coloro che hanno a che fare con il dipinto. 
    Gli omicidi non si arrestano qui. Presto anche la gallerista che doveva trattare la vendita del quadro viene trovata morta. Sorge il dubbio che la partita a scacchi, evidenziata nel quadro e ferma al 1471, se giocata a ritroso, fosse stata impostata dal pittore in modo da indicare l’assassino del cavaliere, se proseguita, possa indicare la vittima successiva e di seguito il colpevole. L’importante è capire quale sia il ruolo di ciascuno dei personaggi reali rispetto ai pezzi degli scacchi. Mentre per l’uccisione di Roger de Arras l’esperto scacchista riesce a individuare il mandante, rimane un mistero quale possa essere l’esecutore degli omicidi recenti, dato che non si riesce a comprendere quale possa essere il movente che lo spinga a commettere i crimini, non essendoci un collegamento con quello di cinquecento anni prima. 
    La partita a scacchi su più livelli, che il lettore può seguire mossa dopo mossa, è senza dubbio un’idea originale ed intrigante, ma necessita, per una buona comprensione, della conoscenza almeno superficiale del gioco degli scacchi. Come in Il codice da Vinci, capostipite del filone che si rifà ad eventi pittorici e storici,  il difetto del romanzo non sta nell’intreccio, di per sé originale e avvincente, ma nella caratterizzazione dei personaggi, che appaiono troppo stereotipati. Inoltre qualche lungaggine riguardo la vita dei protagonisti avrebbe potuto essere evitata. Per quanto l’autore riesca a creare una buona dose di suspense, si nota peraltro qualche forzatura nella ricerca della giusta creazione dell’atmosfera di mistero. Ad esempio, dopo la morte dell’esperto storico nella vasca da bagno - non si sa inizialmente se per un incidente o un delitto - sembra apodittica l’affermazione della restauratrice di temere di essere la vittima successiva. E’ ben vero che era stata l’amante dello storico ucciso, ma la relazione era terminata un anno prima. L’autore, cioè, vorrebbe che il lettore scorgesse un collegamento fra la vittima e coloro che si occupano del dipinto senza peraltro una base razionale logica che la giustifichi. Si viene pertanto a creare la curiosa sensazione che la protagonista del romanzo pecchi di protagonismo. 
    Nonostante la scrittura di Perez-Reverte sia scorrevole, non è questo un libro da poter leggere d’un fiato. Occorre studiare le mosse dei pezzi degli scacchi di cui l’autore opportunamente ha predisposto i disegni nelle varie fasi della partita, sia in avanti che a ritroso, senza dei quali la lettura sarebbe di difficile comprensione. La valutazione del romanzo tiene conto dell’originalità dell’intreccio ma anche della caratterizzazione piuttosto stereotipata di alcuni personaggi, degli atteggiamenti talvolta contraddittori che l’autore impone ai protagonisti, e del movente un po’ labile degli omicidi.

    Giudizio:
    +3stelle+ (e mezzo)

    Articolo di Antonio

    Dettagli del libro
    • Titolo: La tavola fiamminga
    • Titolo originale: La tabla des Flandes 
    • Autore: Arturo Pérez-Reverte
    • Traduttore: Roberta Bovaia e Silvia Sichel
    • Editore: il Saggiatore
    • Data di Pubblicazione: 2008
    • Collana: Tascabili
    • ISBN-13: 9788856500059
    • Pagine: 344
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,80

    23 ottobre 2013

    Le stanze buie - Francesca Diotallevi

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    I Contenuti

    Torino 1864. Un impeccabile maggiordomo di città viene catapultato nelle Langhe: per volere testamentario di un lontano zio, suo protettore, dovrà occuparsi della servitù nella villa dei conti Flores. Il protagonista si scontra così con il mondo provinciale, completamente diverso da quello dorato e sfavillante dell'alta società torinese, e con le abitudini dei nuovi padroni e dei loro dipendenti. Nella casa ci sono un conte burbero, una donna eccentrica e anti-conformista, ma anche sola e infelice, un cameriere dalla doppia faccia e una vecchia che sa molte cose, ma soprattutto c'è una stanza chiusa da anni nella quale non si può assolutamente entrare. A partire da questo e da altri misteri il maggiordomo si troverà, suo malgrado, a scavare nel passato della famiglia per scoprire segreti inconfessati celati da molto tempo e destinati a cambiare per sempre la sua vita.

    La Recensione

    E' raro al giorno d'oggi trovare un'esordiente con la cura del dettaglio e la proprietà di linguaggio di Francesca Diotallevi. Le stanze buie è sì un thriller, ma anche un buon romanzo storico che con cura meticolosa ricostruisce un Ottocento tutto italiano.
    L'ambientazione è quella dei palazzi signorili - a cui serie tv come Downton Abbey e romanzi come Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro hanno abituato il pubblico italiano -, senonché le lande inglesi devono lasciare il posto alle più nostrane nebbie piemontesi: Le stanze buie si svolge tra Torino e le Langhe, in due piani temporali distinti in cui a raccontare in prima persona è il protagonista Vittorio Fubini, severo maggiordomo spinto dai cimeli di un'asta a rievocare l'anno saliente della sua lunga esistenza.
    Convocato a Villa Flores dalle ultime volontà del defunto zio, colui che lo ha mantenuto e gli ha concesso di diventare l'impeccabile maggiordomo qual è, Vittorio si ritrova quarantenne a dirigere una magione che è quanto di più lontano dalle ville in cui ha lavorato: la casa e la servitù sono trasandate, mentre il burbero padrone, produttore di vini, è in perenne conflitto con la giovane moglie che, dal canto suo, piuttosto che occuparsi della gestione della casa preferisce chiudersi in un capanno a produrre profumi e viziare la figlioletta Nora; la quale - per di più - è preda di inquietanti visioni di donne in veste bianca che si aggirano per la magione nel cuore della notte... Ma Le stanze buie è ben più che una storia di fantasmi: vi sono a Villa Flores stanze chiuse da anni che nascondono segreti pericolosi e inconfessabili, segreti che riguardano la stessa famiglia Fubini.
    La giovane autrice del romanzo dimostra già un'ottima capacità nel delineare una trama per nulla banale e in grado di regalare continue sorprese al lettore, nel caratterizzare i molti personaggi che agiscono tra le pagine, nella documentazione del periodo storico scelto e nella conseguente cura posta nell'ambientazione. Anche la sua prosa è affatto immatura: mai troppo particolareggiato né asettico, lo stile di Francesca Diotallevi è di una sensibilità squisita; gestire una narrazione in prima persona che non scada nel diario scolastico è impresa difficile, ma seppur esordiente la Diotallevi è riuscita a farlo meglio di molte altre scrittrici italiane che pure pubblicano con editori ben più famosi. Riuscito molto bene anche il protagonista maschile, sempre facile preda - quando si tratta di scrittrici donne - di pietose caratterizzazioni che vacillano tra il maschio rude e la donnicciola: la figura del maggiordomo, in particolare, professione che sacrifica quasi interamente la vita privata e intimistica per votarsi alla cura della casa e della famiglia altrui, affascina tanto quanto è difficile da restituire in modo vivido.
    Se proprio c'è da trovare un difetto in questo romanzo, è il restare in ombra delle figure minori della servitù. Ma, per il resto, Le stanze buie è qualcosa di realmente valido nel desolante panorama italiano - professionistico e non.

    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Sakura87

    Dettagli del libro
    • Titolo: Le stanze buie
    • Autore: Francesca Diotallevi
    • Editore: Ugo Mursia Editore
    • Data di Pubblicazione: settembre 2013
    • Collana: Romanzi Mursia
    • ISBN-13: 9788842552772
    • Pagine: 400
    • Formato - Prezzo: Brossura - 22,00 Euro

    16 ottobre 2013

    Il colore viola - Alice Walker

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    I Contenuti

    Violentata dall'uomo che credeva essere suo padre, privata dei due figli, sposata a un uomo che odia, Celie, una giovane donna di colore, viene separata anche dall'amata sorella Nettie, che finirà missionaria in Africa. Per trent'anni Nettie scriverà a Celie lettere che questa non riceverà mai, mentre Celie, oppressa dalla vergogna della sua condizione, riesce a scrivere solo a Dio. Sarà l'amante del marito, una affascinante cantante di blues, a cambiare il colore della sua vita, insegnandole a ridere, giocare, amare.

    La Recensione

    Nella Georgia a cavallo tra le due grandi guerre, Celie è povera, di colore e donna: tre caratteristiche che, insieme, la annullano agli occhi della società. Violentata dal padre, due volte madre di figli nati dall'incesto che per di più le sono stati strappati, Celie viene ceduta in moglie ancora ragazzina a un uomo già maturo, senza che la sua situazione cambi minimamente: dopo averla sposata, Albert ne fa sfogo delle sue voglie, matrigna dei suoi figli di primo letto, schiava al lavoro nella sua casa e nei suoi campi.
    L'insicurezza e la docilità di Celie si specchiano in figure di donna a lei molto dissimili: Shug Avery, ex-amante per cui Albert ha gettato via la giovinezza e la reputazione, e Sofia, la moglie scelta dal figliastro Harpo. La prima è una cantante blues di pessima reputazione, indipendente e volitiva, ammirata e ricercata nonostante il colore della sua pelle; Shug, lungi dall'acuire le sofferenze domestiche di Celie, diviene sua confidente, protettrice, amica e infine amante. Se Shug si è ritagliata il suo posto nel mondo con il fascino e il canto, Sofia l'ha fatto con la forza: la sua gagliardia e la sua robustezza ne hanno fatto una donna impossibile da sopraffare con la violenza. Shug e Sofia sovvertono, o piuttosto piegano ai loro scopi, gli schemi patriarcali che invece frustrano le altre donne del romanzo.
    Il colore viola è un romanzo epistolare di lettere indirizzate a un Dio creato dai bianchi e indifferente alla sofferenza della gente di colore e soprattutto delle donne, un continuo monologo le cui domande - il perché della sofferenza, del razzismo, della violenza, della solitudine - s'infrangono ogni volta contro un muro di silenzio. Quando Celie realizzerà che non esiste un'entità suprema cui rivolgere la propria richiesta di senso, o che almeno quell'entità suprema non è interessata a darle delle risposte, indirizzerà le proprie confessioni - ugualmente inascoltate - alla sorella Nettie, scomparsa da tempo.
    Se Il colore viola è un documento umano validissimo, certificato dalla discendenza della stessa Walker da mezzadri neri e dalle persecuzioni subite dal Ku Klux Klan, certamente non si può dire - a mio parere - che sia una pregevole opera letteraria, nonostante la vittoria al Premio Pulitzer del 1983 e al National Book Award for Fiction dello stesso anno. Lo stile è semplice, quasi infantile - e riflette d'altronde la rusticità della protagonista, pressoché analfabeta - e le vicende narrate, pur trattando argomenti complessi quali la pedofilia, l'incesto, la violenza domestica e il razzismo, non risultano più di tanto approfondite. Celie, dopo pagine e pagine di sottomissione cieca alla volontà altrui - non solo maschile -, si apre fin troppo velocemente all'accettazione di sé, all'indipendenza, alla rabbia, persino alla piena manifestazione del suo desiderio fisico verso una donna (non è chiaro se dovuto a una reale omosessualità o se scaturito dal sentirsi per la prima volta desiderata da qualcuno), scivolando verso un epilogo fin troppo felice e scontato.
    Dal romanzo è stato tratto un notissimo film del 1985 diretto da Steven Spielberg.

    Giudizio:
    +3stelle+ (e mezzo)

    Articolo di Sakura87

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il colore viola
    • Titolo originale: The color purple
    • Autore: Alice Walker
    • Traduttore: Caramella M.
    • Editore: Sperling & Kupfer
    • Data di Pubblicazione: 2008
    • Collana: Frassinelli Paperback
    • ISBN-13: 9788860614346
    • Pagine: 303
    • Formato - Prezzo: Brossura - 9.50 Euro

    02 ottobre 2013

    La certosa di Parma - Stendhal

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    I Contenuti

    Protagonista è il giovane nobiluomo milanese Fabrizio del Dongo. Suo padre è un soldato napoleonico, sua madre una nobildonna milanese. Fabrizio cresce vivace e sano nel castello di Grianta, viene educato in un collegio di gesuiti a Milano, e il suo interesse si concentra sulle gesta eroiche dei suoi antenati. Circondato dalle attenzioni della madre e della zia, attira su di sé la gelosia del fratello Ascanio.
    Ammiratore di Napoleone, decide di combattere nel suo esercito in Belgio all’insaputa del padre, conservatore e filo-austriaco. Al suo arrivo i soldati francesi lo scambiano per una spia e lo arrestano. Riuscito a fuggire, cerca un altro battaglione napoleonico cui unirsi, ma le delusioni si sommano una dopo l’altra. Alla fine riuscirà a unirsi all’esercito e si troverà spettatore confuso, impaurito e deluso della famosa battaglia di Waterloo.
    Sconfitto Napoleone, Fabrizio si trova a girovagare senza meta. A Parigi scopre che deve far ritorno in Italia ma anche che Ascanio lo ha denunciato accusandolo di essere una spia napoleonica. Ricercato dalla polizia, dopo mille peripezie Fabrizio riesce a tornare al castello di Grianta, ma è costretto a fuggire di nuovo, fino a quando la zia, la duchessa di Sanseverina, segretamente innamorata di lui, non lo prende sotto la sua ala protettiva facendogli ottenere l’immunità. A Fabrizio viene consigliato di farsi monsignore, e dopo aver ricevuto la nomina raggiunge la zia alla corte del principato di Parma. Ma anche qui Fabrizio è vittima di raggiri, finisce in prigione e sarà condannato a morte. Proprio in prigione trova finalmente l’amore, Clelia Conti, figlia del governatore del carcere. Riuscito a fuggire grazie all’aiuto della zia, Fabrizio ha un figlio da Clelia.
    La conclusione del racconto vede ancora nuove peripezie per gli sfortunati protagonisti che paiono destinati a non trovare pace e occupati e nella stessa direzione...

    La Recensione

    Scritto in meno di due mesi verso la fine della vita di Henri Beyle, nel 1838, la Certosa di Parma è uno di quei romanzi storici che agli occhi di un lettore moderno possono apparire tendenti allo scritto d'appendice e vicini alla serie televisiva. E infatti dalla trama di Stendhal sono state tratte ben due fiction televisive, di cui una del 2012 per la regia di Cinzia TH Torrini, (la stessa che ci ha regalato anche Elisa di Rivombrosa).
    La vicenda, che non riguarda assolutamente la Certosa di Parma - la stessa viene citata a volte dai personaggi e compare, ma solo di sfuggita, solo nelle ultimissime pagine -, è la storia della vita avventurosa di un giovane aristocratico milanese cadetto, dei suoi ardori giovanili, e del suo rapporto, a tratti ambiguo, con la affascinante e bellissima zia, la duchessa Sanseverina.
    Il tema di fondo è politico e si sviluppa nei primi decenni del XIX secolo, dunque quasi di attualità, dopo la sbornia della rivoluzione francese e l'epopea napoleonica, cui Fabrizio partecipa da adolescente avventurandosi in modo picaresco fino a Waterloo, per assistere alla fine di un'era.
    Spontaneo, incosciente, coraggioso, animato da eroici furori e in contrasto con un padre e un fratello maggiore che sono alfieri della repressione restauratrice, il marchese del Dongo incarna la figura del nobile decaduto, che da un lato si fa prendere dalla passione per il liberalismo e dall'altro però vive e agisce secondo i privilegi di una casta che si avvia a perdere il suo ruolo sociale nel confronto con la realtà.
    Privo di qualunque qualità che non sia l'avventata sincerità della giovinezza, Fabrizio è vittima delle sue passioni, non ha una propensione e neppure un'educazione approfondita e nel corso delle sue avventure il narratore onnisciente, che guarda alla sua sprovvedutezza con occhio bonario e divertito insieme, lo dipinge sempre sul punto di perdersi, se non fosse per i continui interventi e interesse della zia.
    La duchessa, vedova di un generale napoleonico, decide di spostarsi da Milano nella piccola corte di Parma, più provinciale e governata da un occhiuto e gretto despota con grandi ambizioni politiche, dove gode dell'amore del ministro del ducato farnesiano e diviene epicentro di intrighi e maneggi tra le fazioni del ministro stesso, conservatore, e avversa, i liberali guidati dalla marchesa Raversi.
    Questa parte del romanzo non è del tutto storica perché dopo i regni napoleonici il ducato di Parma era governato da un ramo della famiglia Borbone, essendo quella originaria dei Farnese da tempo estinta. Probabilmente l'opportunità politica consigliava a Stendhal un'ambientazione non del tutto realistica, visto che siamo negli anni tra 1831-48, destinati a cambiare la fisionomia geopolitica dell'Europa e dell'Italia.
    Attorno a questi due personaggi, Fabrizio e la duchessa, ruotano una serie di comparse e caratteri minori, come il conte, amante ufficiale della Sanseverina, insieme geloso e affezionato al primo, che intuisce come il legame tra zia e nipote potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di più intenso e vive sospeso sotto la minaccia continua di perdere la donna che ama e il posto di ministro che gliela garantisce, come il principe Ernesto V, fautore di uno stato poliziesco ma ambizioso al punto di promuoversi negli ambienti liberali come riferimento per i circoli antiasburgici per i nascenti progetti di unificazione italiana; o ancora la viscida figura dell'adulatore, il fiscale Rassi, animato dalla sola ambizione di raggiungere, lui funzionario borghese, la posizione di nobile e pronto a essere messo in ridicolo in ogni modo dai suoi superiori e a prestarsi a qualunque inganno per i suoi fini; infine l'irrinunciabile eroina, Clelia, figlia di un ex generale napoleonico, divenuto poi il carceriere di Fabrizio, icona di bellezza e dei tormenti spirituali e sentimentali di ogni figura femminile romantica, pronta a ogni sacrificio per una visione dell'amore che sa di idealismo adolescenziale più che di vera passione e di coraggio.
    Attraverso le complicate vite dei due personaggi principali l'autore tratteggia il ritratto di una società e di un ceto, la nobiltà decadente, completamente e inconsapevolmente travolta dai tempi e dalle contraddizioni, che sembra non rendersi conto che il turbine rivoluzionario ha spazzato via le condizioni di vita dell'ancien regime. Fabrizio, dopo aver seguito i suoi ideali di giovane libertario fino a partecipare alla battaglia di Waterloo - ed è questa una delle sezioni narrative migliori del romanzo -, accetta di prendere i voti perché, avendo la sua famiglia già espresso due arcivescovi di Parma, si troverebbe la strada spianata a quella carica, sacrificando gli ideali sull'altare di un opportunismo venato di accenti edonistici. Con simili idee opportuniste la duchessa, vedova di un generale napoleonico, si lega a una corte reazionaria e viene dipinta sempre pronta a passare sopra ogni principio e ideale, pur di favorire e proteggere lo sventato e sfortunato nipote. Anche i membri della famiglia del principe così come i cortigiani sono dipinti come sospesi tra una vacua dabbenaggine e la futile superficialità di intrighi meschini e debolezze. Gli amori disinteressati che riempiono di passione le vite dei protagonisti si rivelano più leziosi ed evanescenti che densi di umanità.
    Indubbiamente la grande abilità descrittiva di Stendhal e la sottigliezza con cui analizza i risvolti psicologici di travagli e passioni dei protagonisti contribuisce molto a coinvolgere nelle vicende e nei percorsi interiori della storia.
    Di tutto questo mondo resta però difficile e non sempre immediato per un lettore moderno apprezzare la visione insieme distaccata e leggermente ironica - il tono leggermente sornione dell'autore/narratore a tratti richiama certi stilemi, senza suggerire una parentela necessaria, dei 'Promessi Sposi' di Manzoni - che ne delinea Stendahl, sia per il fatto che la traduzione, per quanto di un poeta come Sbarbaro, risulta datata e piuttosto distante dal gusto e dalla lingua attuali, sia perché il succedersi delle vicissitudini assume un ritmo e un sapore molto romanzeschi, tanto da apparire eccessivi e da spingere anche l'editore parigino a sostituire le ultime trecento pagine con una chiusa breve e rabberciata, che in effetti rimane tronca e frettolosa.

    Giudizio:
    +3stelle+

    Articolo di Polyfilo

    Dettagli del libro
    • Titolo: La Certosa di Parma
    • Titolo originale: La Chartreuse de Parme
    • Autore: Stendahl
    • Traduttore: Camillo Sbarbaro
    • Editore: Einaudi
    • Data di Pubblicazione: 2007
    • Collana: Einaudi Tascabili
    • ISBN-13: 9788806189426
    • Pagine: 508
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,50

    05 maggio 2013

    La fabbricante di vedove - Maria Fagyas

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    I Contenuti

    Finita la prima guerra mondiale, anche gli uomini di Ladany -piccolo villaggio agricolo nella remota regione ungherese del Tiszazung- tornanano a casa. Ritrovano le moglie che, durante il lungo periodo bellico, hanno lavorato da sole nei campi, svolto affari lucrosi, migliorato notevolmente il tenore di vita. Donne che hanno rivelato forza, serietà ed impegno che nessuno, in condizioni normali, era disposto a riconoscere loro. Ma i reduci, poco dopo il loro ritorno a casa, cominciano ad ammalarsi e poi a morire. Se ne vanno, uno dopo l'altro, a decine, ma le donne non sembrano addolorarsi troppo per quei decessi inesplicabili, che nulla permette di attribuire a cause non naturali. Il giovane Rudi Mikay, che ha abbandonato gli studi universitari per entrare nella polizia con il grado di tenente, vuol indagare su questa ecatombe di mariti. Ma la sua iniziativa non trova seguito: nessuno vuole casi giudiziari o creare scandali che possano turbare la tranquilla vita della contea. La magistratura lo scoraggia, il medico condotto gli da del visionario, e l'unica persona che gli è consentito incriminare è Amalia Kovach, la levatrice di Ladany che pratica, abilmente, aborti clandestini. Ma anche contro di lei non riesce a mettere assieme un dossier sufficiente di prove per condannarla. Rudo sta ormai per abbandonare l'inchiesta, quando il velo comincia a sollevarsi sulla sinistra trama che sconvolge la vita di quel borgo sperduto, fin troppo quieto ed idilliaco. E qui sta la sorpresa del romanzo.
    Basandosi su un fatto realmente accaduto, Maria Fagyas -autrice del fortunato romanzo "Il tenente del diavolo"- ha ricostruito l'inquietante e misteriosa vicenda in un libro che non è un "giallo", pur avendone tutti gli ingredienti, bensì un quadro delle condizioni di vita di una povera comunità contadina e, soprattutto, delle condizioni di vita delle donne di quella comunità che si rivela sorprendentemente veritiero ed attuale. Le donne di Ladany, infatti, affrontano e risolvono, a loro modo, il nodo dell'emancipazione femminile, un nodo estremo, certo, ma emblematico. 

    La Recensione

    Questo romanzo si ispira ad un fatto realmente accaduto negli anni Venti: nel Tiszazug, remota e arretrata regione dell'Ungheria, circa cinquanta persone, in maggioranza uomini, furono avvelenate dalle loro mogli, figlie o altri parenti di sesso femminile. Delle donne accusate, venti vennero ritenute colpevoli. Sei di queste vennero condannate a morte e le rimanenti a pene detentive. Nei casi in cui erano trascorsi troppi anni dal delitto, la colpevolezza non poté essere provata e molte responsabili sfuggirono al castigo.
    La vita delle contadine non doveva essere facile a quel tempo. Gli uomini erano gli indiscussi padroni in famiglia e, una volta svolti quei lavori ritenuti troppo pesanti per le donne -non dovevano essere molti perché il sesso femminile era robusto-, andavano a passare le serate in osteria dove, oltre a giocare a carte, si ubriacavano e diventavano ulteriormente brutali e maneschi. Pertanto, quando gli uomini partirono per la guerra, le donne, rimaste sole, ebbero un'esistenza più tranquilla e furono in grado di permettersi comodità prima insperate, pur continuando a lavorare, e ampliando in qualche caso le proprietà, dal momento che non c'erano gli uomini a dissipare i risparmi. I reduci della guerra, ritornati dopo sette anni di assenza, avrebbero voluto riprendere la vita di un tempo, ma non riuscirono a comprendere che la mentalità delle loro donne era cambiata e adattarsi al nuovo stato di cose. Mentre i mariti erano lontani, le donne erano state aiutate nei lavori più gravosi dai prigionieri russi, che erano stati ben lieti di sfuggire alla prigionia, dandosi da fare a svolgere i lavori nei campi che le contadine avevano difficoltà a compiere. Si prestavano a qualsiasi attività e accettavano con riconoscenza dalle donne ciò che gli uomini di casa pretendevano brutalmente di diritto. E' quindi comprensibile che le donne rifiutassero di ritornare nella situazione anteguerra con tutti i mezzi possibili.
    Il romanzo descrive mirabilmente il muro di omertà che le donne avevano creato per proteggersi, e il modo in cui poi si incrinò dando inizio alle confessioni. Ma oltre al racconto delle indagini, alla vita nei villaggi rurali, alle usanze del luogo, c'è una delicata ma impossibile storia d'amore fra il tenente di polizia Rudi Mikay che segue il caso e la moglie di un benestante del paese. La donna, americana di nascita, era impreparata alla vita di un villaggio ungherese dove la gente le sembrava rozza e insensibile. E' comprensibile che si sentisse scioccata nel vedere sepolti vivi i cuccioli di fronte alla cagna madre che guaiva.
    Interessanti i rapporti fra il tenente di polizia e la gente del villaggio. In particolare quello con la levatrice abortista, Amalia Kovach, che lui intuiva fornire il veleno alle donne che volevano disfarsi del marito, ma contro cui non riusciva a ottenere le prove. Pur essendo su posizioni opposte, è descritto magistralmente il rapporto di stima reciproca fra i due.
    E' un bel romanzo, insomma, dove tutti personaggi sono mirabilmente descritti pur utilizzando il minor numero possibile di parole. La scrittura della Fagyas è estremamente asciutta, secondo la migliore tradizione americana, ma decisamente incisiva. Ogni scrittore esordiente dovrebbe leggere questo libro e imparare a caratterizzare i personaggi come fa l'autrice. Il romanzo ha quasi cinquant'anni, ma non li dimostra e mantiene intatta la sua freschezza. Purtroppo è di difficile reperimento in libreria.
    Maria Fagyas, ungherese di nascita ma statunitense d'adozione, si traferì a Hollywood dove il marito, commediografo, lavorava per l'MGM. Ebbe una produzione letteraria molto contenuta: prima di "La fabbricante di vedove" pubblicò il romanzo "Il tenente del diavolo" e, successivamente, una raccolta di novelle.

    Giudizio:
    +4stelle+ (e mezzo)

    Articolo di Antonio

    Dettagli del libro
    • Titolo: La fabbricante di vedove 
    • Titolo originale: The Widowmaker
    • Autore: Maria Fagyas 
    • Traduttore: Marina Valente 
    • Editore: Rizzoli
    • Data di Pubblicazione: 1988
    • Collana: Biblioteca Universale Rizzoli 
    • ISBN-13: 9788817137041
    • Pagine: 272  
    • Formato - Prezzo: Euro 7,30

    21 aprile 2013

    Il messaggero - Kader Abdolah

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    I Contenuti

    Dopo aver raccolto nel Corano le rivelazioni di Allah a Maometto, Zayd, figlio adottivo e cronista del Messaggero, sente l'urgenza di consegnare ai posteri la storia della sua vita. Perché "non si può capire il Corano se non si capisce Mohammad: un sognatore, un gaudente, un amante delle donne e della vita", ma soprattutto "un uomo curioso". Zayd parte alla ricerca di testimoni del suo tempo - mercanti, poeti, studiosi, nemici o familiari del suo signore - cui cede la parola per ripercorrere la vicenda del profeta e condottiero che ha cambiato la storia. Dagli anni delle sue prime spedizioni come carovaniere, dei suoi primi contatti con la civiltà persiana, egiziana e bizantina, ai giorni della ricerca di una risposta al mistero del creato e di un riscatto del suo popolo dall'arretratezza. Prende forma così un ritratto composito e affascinante di Maometto, che restituisce tutti i suoi sentimenti e tutta la sua umanità: un profondo senso religioso convive con gusti libertini, la pazienza con l'ira, la mistica con un mondano cinismo. Ma, attenzione, avverte l'autore, che si conferma acuto testimone del suo tempo e costruttore di ponti tra culture: questo è un racconto, una personalissima ed eterodossa reinvenzione letteraria. Perché Kader Abdolah mescola storia e immaginazione, cronaca e poesia, nella consapevolezza della complessità di un'avventura umana, religiosa e politica che l'Occidente non può eludere, e a cui ci si può avvicinare anche con la sagace leggerezza di una storia romanzata.

    La Recensione

    A fronte di una scrittura esageratamente piana, paratattica, povera di parole, che incanta e un po' assopisce come un'antica cantilena, Il messaggero dell'ateo e laicista Kader Abdolah, perseguitato da tutti i regimi avvicendatisi in quel dell'Iran, risulta un romanzo godevole, denso di significato, dal senso stratificato, che dà da pensare. Nel bene e nel male, sia chiaro.
    Si potrebbe pensare, per cominciare, a un paragone esageratamente banale e ben poco equilibrato tra Saramago e Abdolah. Mentre il primo è risultato semplicemente "indigesto" per le sue posizioni nette nella storia politica del Portagollo, per il suo laicismo che non ha fatto prigionieri, scagliandosi contro l'intera triade delle religioni monoteiste, ad Abdolah è "bastato" parlare (bene o male poco importa) di Maometto, guadagnandosi così un biglietto di sola andata fuori dal suo paese. Se poi gli si affianca Rushdie, il gioco di specchi si fa più ricco e stimolante. Ma rimane una sensazione: che mentre Saramago, Rushdie e altri del genere hanno schiacciato il pedale dell'acceleratore sulla via della blasfemia pura, Kader Abdolah ha shakespeariamente suscitato molto rumore per nulla - tanto scalpore per un romanzetto a prima vista banale. Ma è davvero un raccontino alternativo sulla vita di Maometto e niente più?
    Domanda retorica dalla risposta scontata: eppure spiegarla non è tanto semplice. Chi ha alzato la voce contro Kader Abdolah, a differenza di quanti sono caduti nel tranello di una blasfemia esibita provocariamente (come nel caso di Saramago), ha ben inteso la finissima operazione intellettuale compiuta dallo scrittore iraniano: il racconto di un Maometto umanamente contraddittorio si trasfigura nella metafora di un intero popolo, della sua storia passata, ma soprattutto del suo presente e del suo futuro. L'autore ricostruisce sapientemente il contesto storico che fa da sfondo all'azione mitica di Maometto: la frammentazione del popolo arabo, stritolato tra ebrei, bizantini e persiani, mai unito, disseminato tra clan e tribù economicamente, politicamente e soprattutto religiosamente indipendenti. Chi mastica un po' di storia conosce bene l'eterno tallone d'achille dei popoli arabi, la loro incapacità ad amalgamarsi in un'unità. Un popolo che, in momenti fortunati nella storia della Terra, è pure riuscito a espandersi oltre il consentito, spargendosi nel Mediterraneo. E anche oggi, quando il mondo arabo pare più forte che mai, la mancanza di un unico Stato dell'Islam è sintomo di dissidi interni millenari, a frattali, dall'entità più grande a quella più piccola. Cos'è cambiato in questi duemila anni? La religione. Cos'è accaduto? Maometto. Come illustra Abdolah, Maometto è un giovane idealista e sognatore, che cerca e invoca una divinità a sostegno del suo sogno rivoluzionario: unire gli arabi, distruggere le tribù, abbattere gli idoli dei clan, saldare i popoli in un unico potere politico ed economico. Di qui l'intuizione della religione come unico collante e la necessità della sua invenzione. Poi, il passaggio da Maometto il Messaggero a Maometto il Condottiero, che uccide, depreda e conquista, incollando i cuori con la religione e con il sangue degli oppositori.
    Ecco la colpa terribile di Abdolah: aver riletto la storia di Maometto da un punto di vista socio- economico e politico, come gli insegna la sua buona formazione marxista. Forse è proprio questo ad apparire intollerante: più del Maometto umano, del Maometto condottiero e del Maometto sciupafemmine, della sua sposa quattordicenne e dei suoi vizi. A disturbare il regime dello Scià e poi di Khomeini è l'operazione volta a squarciare il velo della religione, smascherare la necessità della sua invenzione, come collante dei popoli e soprattutto braccio armato dei regimi.


    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Tancredi

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il messaggero
    • Titolo originale: De boodchapper
    • Autore: Kader Abdolah
    • Traduttore: E. Svaluto Moreolo
    • Editore: Iperborea
    • Data di Pubblicazione: 2010
    • Collana: 
    • ISBN-13: 9788870911831
    • Pagine: 332
    • Formato - Prezzo: Brossura - 17,00 Euro

    16 aprile 2013

    Tregua nell'ambra - Ilaria Goffredo

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    I Contenuti

    Martina Franca, Puglia, gennaio 1943.
    L’Italia è entrata in guerra da tre anni e la vita della popolazione peggiora di giorno in giorno. Gli stenti gravano anche sull’esistenza della giovane Elisa, una diciottenne piegata dal terrore del fascismo e dei bombardamenti alleati, dalla fame. Un giorno Elisa conosce Alec, il figlio di una vicina di casa, un uomo misterioso e dallo strano accento; incute in lei un’adorazione che talvolta si tramuta in timore.
    In un romanzo che ha il sapore di sole e calce, terra e pane nero, la vita rincorre e sfida gli orrori della dittatura e dei campi di concentramento, spera nelle attività antifasciste e incassa le perdite.
    Il coraggio di una ragazza che diventa donna. La tenacia di un amore in bilico sull’abisso. Il ritratto di un’Italia che non c’è più. La coscienza di ciò che siamo stati nel flusso della grande Storia.


    La Recensione

    Volendo usare un'etichetta per questo romanzo, ben conscio dei limiti propri di qualunque operazione volta a definire, e dunque a limitare, non ho timore a definire Tregua nell'ambra un romanzo sentimentale, più che un romanzo storico, come pure cerca di presentarsi, a cominciare da quella citazione di Primo Levi, all'esordio del libro, che ben presto pare assolutamente pretenziosa e poi addirittura fuori luogo.
    Malgrado questa presentazione, Tregua nell'ambra potrebbe meritarsi una sua dignità, fosse solo per il ritratto vivido che l'autrice ci restituisce della vita italiana in un paesino pugliese nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. Purtroppo, anche queste promesse non vengono mantenute, e quel che poteva sembrare un bel romanzo di formazione femminile in tempi di guerra ben documentato si riduce alla fine a esser un romanzetto sentimentale, pretenzioso e non esente da stereotipi e ingenuità narrative.
    L'autrice non riesce, innanzitutto, ad amalgamare il fondo storico con la vicenda personale e sentimentale della protagonista, innamorata tramite il più classico dei colpi di fulmine del misterioso Alec, un giovane inglese piombato a turbare la sua quotidianità molto più della guerra stessa. Si ha dunque la sensazione di due filoni staccati, che s'incontrano attraverso artifici narrativi evidenti e macchinosi, a cominciare da un escamotage dal sapore manzoniano: un uomo di potere del paese, innamorato della protagonista, reagisce al rifiuto di quest'ultima facendo arrestare la famiglia per presunto antifascismo. Quel che ne consegue è la classica vicenda di separazioni, ricongiungimenti e nuove separazioni, che conduce a un finale improvviso e aperto, segnale di un sequel in arrivo.
    A rovinare la lettura di quello che altrimenti sarebbe stato un umile ma dignitoso romanzo sentimentale è, oltre alla pretenziosità accennata all'inizio, la mancata capacità di trattare certi temi forti in modo adeguato. Nel suo peregrinare Elisa si trova prigioniera di un campo di lavori forzati: una parentesi cupa, per la quale l'autrice sembra essersi documentata, ma che richiede una competenza e una maturità che non trovano riscontro nel testo; al contrario, il tema delle deportazioni, della repressione del regime, è affrontato in maniera un po' superficiale, abbozzata, o per meglio dire, ingenua.
    Come se non bastasse, malgrado il lavoro sulla caratterizzazione della protagonista, i personaggi appaiono piatti, immobili, assolutamente statici: complice anche la scelta di distribuire la vicenda su più romanzi, scegliendo dunque un finale aperto, non vediamo mutare Elisa nel corso della vicenda; Alec, poi, risulta fin troppo costruito e idealizzato. Del tutto abbozzati gli altri personaggi, che del resto sono solo delle figurine di contorno alla coppia che regge tutta la storia. 

    La cura dell'ambientazione è altrettanto scostante: la documentazione storica c'è, ma non è distribuita in maniera omogenea. La sensazione è di leggere alcuni passaggi descrittivi da manuale scolastico, mentre altri pezzi di storia galleggiano nel nulla; l'autrice dipinge in maniera soddisfacente la vita nel regime fascista, ma poi si perde in ingenuità varie (un esempio: la creazione di campi di concentramento per ebrei e le sperimentazioni condotte dai tedeschi sono state scoperte a guerra conclusa; è poco verosimile che un semplice comandante fascista, in basso nella gerarchia, inchiodato a un campo di lavoro tra le colline pugliesi ne sia stato al corrente), per poi indugiare in tecnicismi militari del tutto superflui.
    La scrittura è abbastanza buona, da segnalare una certa proprietà linguistica e un vocabolario ricco. Discorso diverso per l'uso dell'inglese, in cui l'autrice scrive buona parte dei dialoghi tra i soldati inglesi che affollano l'ultima parte del romanzo: un inglese scolastico, povero, non privo di qualche vistoso errore. Una scelta apprezzabile per dare maggiore realismo, ma superflua in un romanzo che di storico ha solo l'ambientazione e soprattutto controproducente se, come in questo caso, allunga ulteriormente la lista dei difetti.
    Nondimeno, non mi sento di elaborare un giudizio del tutto negativo: la scrittura c'è, sebbene da affinare; al di là della vicenda, la storia è ben costruita, con un'appropriata gestione delle coordinate spazio-temporali, è organica e fluida. Aggiungo mezzo punto per la volontà di raccontare la storia, la nostra storia: di questi tempi, tra zombie innamorati e vampiri glitterati, non è cosa da poco.

    Giudizio:
    +2stelle+ e 1/2

    Articolo di Tancredi

    Dettagli del libro
    • Titolo: La tregua nell'ambra
    • Autore: Ilaria Goffredo
    • Editore: Autopubblicato
    • Data di Pubblicazione: 2012
    • Collana: 
    • ISBN-13:
    • Pagine: 367
    • Formato - Prezzo: Ebook - gratuito 

    13 aprile 2013

    Butcher's Crossing - John E. Williams

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    I Contenuti

    "Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher's Crossing. Un gruppo di sei baracche di legno era tagliato in due da una stradina sterrata e poco oltre, su entrambi i lati, c'erano alcune tende sparse". Ecco lo sperduto villaggio del Kansas dove, in una torrida giornata del 1873, giunge Will Andrews, ventenne bostoniano affamato di terre selvagge. L'America sta cambiando, la ferrovia in breve scalzerà la tensione verso l'ignoto che aveva permeato il continente, lasciando solo il mito della frontiera. Eppure, il giorno in cui Will sente sotto i piedi la sua terra promessa, esiste ancora la caccia al bisonte, un'esperienza portentosa, cruenta e fondante, archetipo della cultura americana. È questo che il ragazzo vuole: dimenticare le strade trafficate ed eleganti di Boston e rinascere in una terra che lo accolga come parte integrante della natura. Ma in questi luoghi lontani dalla costa orientale e dalla metropoli gli uomini sono legnosi, stremati dall'attesa di un riscatto mai ottenuto e negli occhi custodiscono tutta l'esperienza del mondo. La caccia, l'atroce massacro di cui Will si rende complice, è un momento in cui si addensano simbologie, dove il rapporto tra l'essere umano e la natura diventa grandiosa rappresentazione, ma soprattutto è un viaggio drammaticamente diverso da ciò che il ragazzo si aspettava, da quel che immaginava di scoprire su se stesso e sul suo paese.

    La Recensione

    Secondo romanzo dell'autore americano John Edward Williams, più conosciuto per il successivo Stoner (di cui tutti parlano ma che nessuno sembra aver letto), Butcher's Crossing vede finalmente la luce in Italia dopo più di cinquant'anni dalla sua pubblicazione originale. E' stato talvolta indicato, non a torto, come uno degli antecedenti più prossimi di temi cari a Cormac McCarthy: la lotta tra l'uomo e la natura selvaggia, la perfezione dei grandi spazi dell'incontaminato, la violenza e il decadimento. In un certo senso, si potrebbe dire che Butcher's Crossing mostra il passaggio verso l'era moderna dei territori di frontiera, gli stessi che McCarthy mostrerà nel loro declino.
    Ambientato intorno al 1870, il romanzo costituisce dunque un vivido spaccato della vita di frontiera: Butcher's Crossing è un ammasso di case al limitare della prateria, la cui principale fonte di reddito è il commercio delle pellicce di bisonte, in attesa dell'imminente costruzione della ferrovia.

    «Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s Crossing. Un gruppo di sei baracche di legno era tagliato in due da una stradina sterrata e poco oltre, su entrambi i lati, c’erano alcune tende sparse. Il carro ne superò una sulla sinistra, eretta in modo approssimativo, di color grigio militare, con i due lati arrotolati verso l’alto e una tavola appesa a un lembo del tetto, su cui era scritto alla meglio, in caratteri rossi «Joe Long-Barbiere». Sul lato opposto della strada c’era un edificio basso, quasi quadrato, senza finestre, con un pezzo di tela a mo’ di porta. Davanti alle assi di legno grezzo della costruzione c’era un’insegna più curata dell’altra, con su scritto, in nero, «Bradley-Tessuti». Di fronte all’edificio successivo, una lunga struttura rettangolare a due piani, la diligenza si fermò. Dall’interno proveniva un basso, continuo mormorio di voci, unito al tintinnio costante dei bicchieri che sbattevano l’uno contro l’altro. Una lunga tettoia schermava l’ingresso, ma sopra alla porta, nell’ombra, si distingueva un’insegna dai caratteri elaborati, rossi con i bordi neri, che diceva: «Jackson’s Saloon».»
    Tale è lo scenario che si offre agli occhi di Andrews Willis, giovane studente di Harvard in cerca di  «quella natura selvaggia [...] forma di libertà e bellezza, di speranza e vigore che gli sembrava alla base di tutte le cose più intime della sua vita, che pure non erano né libere, né belle, né piene di speranza o vigore. Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini, piuttosto che ricercarle come la prateria lì intorno, che affondava le sue radici fibrose nella nera e fertile umidità della terra, nella natura selvaggia, rinnovandosi proprio in questo modo, anno dopo anno.» Il villaggio polveroso, la prateria sterminata, il miraggio di terre ancor più estreme e della vita da cacciatore operano in lui una vera e propria trasfigurazione: dimentico degli agi di Boston, decide d'impulso di investire i suoi risparmi in una spedizione che tutti in paese gli sconsigliano. Miller, cacciatore veterano, aspetta da dieci anni l'occasione della sua vita, una battuta di caccia ai danni di una colossale mandria di bufali avvistata in una valle tra le montagne del Colorado.
    I prati del Kansas lasciano ben presto posto al deserto, alle altezze vertiginose del Colorado, al verde eden da esse protetto e in cui penetra infine l'uomo. La natura incontaminata accoglie e ingloba Willis e i suoi compagni: Miller, l'uomo di ferro, roso dall'ossessione del cacciatore; Charlie, il conciatore monco dedito al whiskey e alla bibbia; Schneider, lo scuoiatore mercenario.
    Willis, a un passo dal trovare quella verità che di cui è alla ricerca, contempla con occhi vergini la maestosità del paesaggio che lo circonda, rendendosi complice della carneficina compiuta da Miller. La natura selvaggia finirà per trasformare gli uomini che vi sono penetrati: Miller vi si contrapporrà con un'esaltazione ai limiti della follia, restando vittima della sua stessa fame di sangue; Charlie, resosi complice di Miller, verrà privato del senno; Schneider, il pensiero sempre rivolto alla civiltà, finirà per essere il capro espiatorio della vendetta del Creato. Solo Willis, che vi si è assoggettato senza compromessi, trarrà infine una risposta alla sua ricerca di un senso, fornendo dunque la chiave di volta di Butcher's Crossing: la sua essenza di bildungsroman.
    Punto di forza del romanzo è la suggestiva ambientazione, che Williams restituisce con un magistrale talento evocativo: ma tale è la forza descrittiva, dei personaggi come dei paesaggi, che purtroppo finisce per annullare qualsiasi altro elemento. Butcher’s Crossing è come un film dalla fotografia superba che manca di una trama; come un documentario mozzafiato di terre estreme in un tempo ormai passato; come un arazzo di quasi quattrocento pagine: splendido da contemplare, ma privo di movimento.

    Giudizio:
    +3stelle+ (e 1/2)

    Articolo di Sakura87

    Dettagli del libro
    • Titolo: Butcher's Crossing
    • Titolo originale: Butcher's Crossing
    • Autore: John E. Williams
    • Traduttore: Tummolini S.
    • Editore: Fazi
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: Le strade
    • ISBN-13: 9788864112817
    • Pagine: 359
    • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 17.50 Euro

    Centurio. Il potere di Roma - John Stack

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    I Contenuti

    Da sempre, Roma persegue con determinazione e ferocia una strategia di espansione territoriale senza precedenti. E, dopo aver conquistato l’intero territorio italiano, la Spagna e la Macedonia, è ormai inevitabile lo scontro con la grande potenza che detiene il controllo del Mediterraneo: Cartagine. Tuttavia il Senato è consapevole dell’inferiorità romana nei confronti delle invincibili navi nemiche. Per avere almeno una possibilità di vittoria, è indispensabile creare dal nulla una flotta di dimensioni tali da tener testa ai cartaginesi. Un compito titanico, che ricade sulle spalle di Septimus. Appartenente a un’antica e nobile famiglia di soldati, il centurione si è messo in luce come abile stratega e carismatico condottiero, eppure lui non sa niente di combattimenti navali. E così è costretto a servirsi di Atticus, un esperto navigatore di origini greche. Con i cartaginesi che già tengono in ostaggio alcune legioni romane stanziate sulle coste siciliane, i due comandanti dovranno quindi allestire nel più breve tempo possibile una flotta efficiente e addestrare i legionari alla guerra in mare. Ma, ben presto, si renderanno conto che, tra le file del Senato, nel cuore stesso della Repubblica, si annidano interessi e ambizioni personali che rischiano di spianare la strada al nemico…

    La Recensione

    260 a.C. - siamo nel cuore della prima guerra punica. La Sicilia è terra di scontro tra Cartaginesi e Romani, prima vera prova della flotta marina della res publica.
    Questo il periodo storico scelto da John Stack per il suo romanzo. Un romanzo storico da manuale, tra invenzione e documentazione, dotato di una scrittura appropriata, densa di azione ma anche di pathos, approfondite descrizioni ma anche un'interessante caratterizzazione dei personaggi, che siano storici o inventati dall'autore.
    Il libro segue la vicenda della flotta navale romana, tra cui spicca l'Aquila: a bordo troviamo il comandante Septimus, incaricato di imbastire in pochi mesi - come realmente pare esser avvenuto - una flotta capace di contrastare il dominio marittimo di Cartagine, e Atticus, di origini greche, chiamato proprio per la sua ricca esperienza. Con la creazione di questi due personaggi John Stack ha voluto dare volto ai tanti uomini dimenticati dalla storia, e che pure hanno contribuito al corso degli eventi. Una scelta apprezzabile, originale, che mostra innanzitutto la capacità dell'autore di collocare personaggi del tutto inventati, con un background tutto da scrivere, in un contesto storico il più verosimile possibile, a fianco di nomi più noti e altisonanti. Interessanti le interazioni tra i due, soprattutto il gioco di specchi che rivela le mille sfumature dell'incontro culturale greco-romano. 
    Su un altro piano, figure come i consoli rivali Gneo Cornelio Scipione e Gaio Duilio, da un lato, e il cartaginese Annibale Giscone, dall'altro. Per quanto la narrazione sembri abbastanza romanocentrica, l'autore non manca di dare spazio e dignità alla controparte cartaginese, elaborando un altro gioco di specchi, quello tra Scipione e Giscone. Il ritratto accurato e storicamente fondato di Scipione si colora di vivacità, e la sua ambizione trova espressione nel desiderio di ottenere l'agnomen Siciliano, per onorare il suo successo; peccato che all'indomani della sua pessima figura otterrà piuttosto un agnomen come Asina, a testimonianza del suo fallimento (a onor di cronaca rivelo che l'infamante nome non comportò una affrettata conclusione della sua carriera, che anzi progredì ulteriormente). Scorbutico, irascibile e oltremodo ambizioso: questo il ritratto di Scipione; non è da meno quello di Giscone, scelto da Stack come volto dell'arroganza di Cartagine, che si cullava infantilmente nel suo dominio dei mari - almeno, fino a quel momento.
    Inutile dire quanto appaia ben documentata l'opera: l'intero romanzo è intriso di termini romani, il più delle volte senza traduzione o spiegazione. Una scelta forse inusuale, ma che trovo soddisfacentemente audace: personalmente, ritengo un'intrusione le note didascaliche, e l'autore riesce a evitare il problema scegliendo termini la cui mancata traduzione, nel lettore occasionale, non causa alcuna perdita: unità di misura e termini militari resi in latino danno colore alla lettura, senza per questo rallentarla.
    Risultano invece eccessive le scene d'azione: esageratamente lunghe, iperrealistiche e ridondanti. I tentativi di dare vita sulla pagina a scene d'azione visualizzate come nei film spesso si rivelano fallimentari. Certo: si tratta di un romanzo storico fatto di scontri e battaglie navali - ma già dopo dieci pagine di azione, attacchi e quant'altro la tentazione è di sfogliare rapidamente le pagine restanti. Per eccesso di zelo, l'autore si perde negli infiniti movimenti di una nave e nel mare monstrum dei suoi tecnicismi: viene da esclamare, voglio leggere un romanzo storico, non un trattato di strategia militare!
    Malgrado questo inconveniente la lettura tiene, trascina il lettore attraverso i sotterfugi, gli inganni, i giochi di potere di Roma, lo porta dentro l'azione viva, dentro il Senato, tra le affollate strade di Roma antica, fino alla conclusione di una guerra che, come ben si sa, fu solo l'inizio.


    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Tancredi

    Dettagli del libro
    • Titolo: Centurio. Il potere di Roma
    • Titolo originale: Masters of the Sea. Ship of Rome
    • Autore: John Stack
    • Traduttore: A. Zabini
    • Editore: TRE60
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • Collana: 
    • ISBN-13: 9788867020881
    • Pagine: 378
    • Formato - Prezzo: Rilegato - 9,90 Euro 

    08 aprile 2013

    La cattedrale del mistero. Il segreto della reliquia maledetta - Núria Esponellà

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    I Contenuti

    Catalogna, 1161. Una nuova cattedrale, un’opera destinata a suscitare meraviglia e timor di Dio nei pellegrini per i secoli a venire. È questo il sogno di padre Berenguer, il potente abate del monastero di Sant Pere de Rodes. Un sogno che, in vista del prossimo Giubileo, può finalmente realizzarsi: grazie all’intervento di un generoso benefattore, infatti, l’incarico viene affidato al maestro Peire, lo scultore più rinomato d’Europa. Il giovane Blai, un orfano cresciuto tra le mura del monastero, non sa nulla delle ambizioni dell’abate, eppure rimane subito affascinato dai lavori di restauro.
    E in lui nasce il desiderio di emulare il grande artista, di mettersi alla prova, scoprendo così un talento innato, tanto da riuscire a conquistarsi la fiducia e la stima di Peire. Ma tutto cambia quando un evento funesto rompe la quiete di quel luogo sacro: approfittando della confusione creata dai lavori, qualcuno s’intrufola nella cripta della cattedrale e ruba le reliquie di san Pietro. Un atto vile e blasfemo, che mette a repentaglio l’intera comunità benedettina e i delicati rapporti con l’autorità papale. Perché quelle reliquie custodiscono un segreto dirompente, un segreto di cui solo l’abate è a conoscenza. E gli unici che possono ritrovarle senza destare sospetti sono Blai e Sebastià, un cavaliere crociato su cui grava un passato oscuro e che, alcuni anni prima, ha preso i voti per espiare le sue colpe. La loro missione sarà irta di ostacoli: tra lotte di potere, intrighi e tradimenti, dovranno salvare uno tra i simboli più venerati della Cristianità e, soprattutto, le ragioni stesse dell’esistenza della Chiesa di Cristo…

    La Recensione

    La Cattedrale del Mistero arriva in Italia insignito dal prestigioso premio Néstor Luján che viene dato in Spagna al  miglior romanzo storico dell'anno. Dubito peraltro che in Italia lo conoscano in molti.
    Contrariamente a quanto scritto nella quarta di copertina del libro, il giovane Blai non "rimane affascinato dai lavori di restauro tanto da far nascere in lui il desiderio di emulare il grande artista", ma dalla bellezza di Candia, la figlia del maestro Peire, lo scultore di fama. Appena la incontra, Blai si innamora e decide di impegnarsi nel lavoro di edificazione della cattedrale, sperando di entrare nelle grazie del padre della giovane amata e poterne ottenere la mano. Ma della ragazza si innamora anche il figlio del nobile che finanzia le opere di restauro della cattedrale, mettendo una seria ipoteca sulle possibilità del giovane Blai, agli ultimi posti nella scala sociale, di coronare il suo sogno d'amore. Le lotte, gli intrighi e gli omicidi, che si susseguono fino al lieto fine, non vengono compiuti per i begli occhi di Candia ma per il possesso delle reliquie di San Pietro. Le reliquie di qualche santo, non diversamente  da oggi, erano un business per chi le deteneva e quindi potevano diventare oggetto di desiderio da parte di qualche famiglia potente.
    Per quanto l'autrice, Núria Esponellà, non sia alla sua prima pubblicazione, in questo romanzo si riscontrano alcuni difetti tipici in genere degli esordienti quali:
    - un eccesso di informazioni nei primi capitoli che rendono inialmente un po' ostica la lettura;
    - la ripetizione di nozioni nel timore che il lettore non le abbia sufficientemente recepite;
    - una ridondanza di figure retoriche più adatte alla literary fiction che a un romanzo di genere, il quale richiederebbe una scrittura più asciutta. Alcuni esempi: "le ceneri del suo cuore", "oasi di pace", "il frutto acerbo della guerra", "buio come la gola di un lupo". O ancora, indossava l'abito grigio delle monache benedettine, che lasciava solamente intuire le sue forme, come un'ostrica la presenza di una perla. E lascia perplessi anche la frase si comportava come un uomo fatto e finito; non aveva più voglia di andare su e giù come un bue senza campanaccio.
    Talvolta le similitudini si sovrappongono l'una all'altra, come: "Molto più tardi, a notte fonda, aveva udito un latrato da bestia feroce che rimbombava con immenso frastuono, come se nelle viscere della montagna gridassero centinaia di voci oscure che cercavano di farsi sentire". Appare infine strano che Núria Esponellà, un'insegnante, cada in una tautologia come questa: "trovava che fosse di una bellezza angelica, perfetta, senza difetti".
    Viene da chiedersi se alcune incongruenze non dipendano dalla traduzione dallo spagnolo all'italiano. La parola "toccacciarla", ad esempio, intesa come palpeggiamento spinto, non mi risulta esistere nella nostra lingua e il francesismo "routinaria" è un termine talmente brutto da diffidare qualunque scrittore dall'usarlo anche se la parola si ritrova in qualche dizionario. Inoltre la sensazione di claustrofobia non potrà essere descritta come se i muri si "attorcigliassero"; al più come se si stringessero addosso. E se un "sottinteso" è per Blai talmente chiaro da non aver necessità di spiegazione, non si dirà che "Blai non lo fece esplicitare".
    Alcune fra le espressioni usate nel romanzo sono per lo più di uso colloquiale, ma non hanno una valenza letteraria, pertanto non si dovrebbe scrivere che "l'abate lasciò che il priore se ne andasse con la pulce nell'orecchio" o che "Sebastà ci aveva fatto il callo".
    Non si mette in discussione la validità delle ricerche storiche fatte dall'autrice, e l'elemento più valido del romanzo è appunto lo spaccato di vita medievale che ci viene offerto. Per quanto riguarda il cosiddetto "mistero" della cattedrale, risulta un pò discutibile il modo in cui viene introdotto: la scrittrice ne fa cenno infatti nelle prime pagine del romanzo ("l'abate aveva cinquant'anni e da oltre dieci serbava un segreto"), per poi riprenderlo solo verso la fine del libro. A questo proposito Núria Esponellà sfodera una certa ironia dicendo che "un uomo solo che custodisce un segreto è come una mela cotogna saporita che non viene usata per fare la cotognata e finisce per marcire", lunga metafora che potrebbe riassumersi in: non c'è gusto ad avere un segreto se non lo si può condividere.
    Il linguaggio castigato, i buoni sentimenti di cui abbonda il romanzo ed anche la scelta del titolo italiano "La cattedrale del mistero" sembrerebbero indirizzare il libro ad un pubblico molto giovane. Il titolo in catalano Rere els murs, ovvero "dietro le mura", risulta a mio avviso meno altisonante ma più accattivante per un pubblico adulto.

    Giudizio:
    +3stelle+

    Articolo di Antonio

    Dettagli del libro
    • Titolo: La cattedrale del mistero. Il segreto della reliquia maledetta
    • Titolo originale: Rere els murs 
    • Autore: Núria Esponellà
    • Traduttore: Simone Bertelegni
    • Editore: Tre60
    • Data di Pubblicazione: 2013
    • ISBN-13: 9788867020898
    • Pagine: 416
    • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 9,90

    15 marzo 2013

    Speciale Idi di Marzo: 7 libri su Caio Giulio Cesare

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    Il 15 marzo 44 a.C., quattrocentosessantaseiesimo anno della Repubblica di Roma, un uomo di potere venne ucciso con ventitré coltellate durante una seduta senatoria in un luogo che oggi si riconosce nell'attuale Largo di Torre Argentina di Roma.
    No, dite pure a Vespa di riporre i plastici, perché non è dell'ennesimo caso di cronaca italiana che si parla, ma del più celebre assassinio della storia mondiale dai tempi fantastici di Caino e Abele: l'omicidio del Divus Caio Giulio Cesare. Un assassinio atteso, congiurato, forse inevitabile, preceduto, come vuole la tradizione, da una incredibile serie di presagi.
    Di Cesare è stato detto di tutto e di più: e se anche il lavoro degli storici, un giorno, dovesse arrivare a compimento, così non sarebbe ancora per gli scrittori che ne vogliano raccontare le gesta, più o meno romanzate.
    Dunque nella ricorrenza delle Idi di Marzo vi proponiamo una selezione di libri, romanzi e biografie, su uno dei personaggi più discussi della storia mondiale: certi che, duemila anni dopo, ha ancora qualcosa da raccontare.

    Biografia:

    Giulio Cesare di Christian Meier (Garzanti Libri, 2004)
    Meier inserisce la sua parabola all'interno della crisi del sistema repubblicano e dei suoi risvolti politici, militari e sociali. Dalla ricostruzione del contesto storico e dal confronto con i contemporanei, amici e nemici, emerge una figura in grado di riunire "tutto ciò che è grande": stratega e condottiero capace di trascinare i suoi uomini nelle imprese più azzardate, politico e diplomatico, oratore e scrittore. Meier traccia un ritratto di Cesare sfrontato e temerario, pronto a farsi trascinare dalla passione, dotato di una inesauribile energia e di un carisma innegabile.

    Teatro:

    Giulio Cesare di William Shakespeare (Feltrinelli, 2000)
    Uno "stanco" Cesare, un Bruto "intellettuale", Cassio, Antonio e poi Ottaviano sono tutti coinvolti nella moderna riflessione sulla condizione umana, in un dramma che anticipa l'Amleto e preannuncia la massima stagione dell'arte shakespeariana. Tutto passa e tutto cambia; i miti sorgono e decadono per essere sostituiti da altri che a loro volta crolleranno; la realtà è inafferrabile e sfuggente, osservabile da mille interpretazioni. Testo originale a fronte. 


    Romanzi storici:
    Serie "Ciclo dell'imperatore" di Conn Iggulden: Le porte di Roma - Il soldato di Roma - Cesare. Padrone di Roma - La caduta dell'aquila (Piemme, 2007-2009)
    Mentre a Roma, capitale di un dominio ormai tanto esteso da toccare tutte le sponde del Mediterraneo, la sacra istituzione della Repubblica inizia a vacillare sotto i colpi di ambiziosi uomini d'arme e politici spregiudicati, il giovane Caio Giulio, insieme all'amico fraterno Marco Bruto, viene affidato al feroce ex gladiatore Renio affinchè gli insegni la disciplina e lo trasformi in un vero guerriero. L'addestramento è durissimo, fatto di prove massacranti, notti insonni, punizioni spietate. Ma è grazie a esso che si forgerà il suo carattere. Ben presto per Caio l'infanzia è solo un remoto ricordo. Nel suo futuro c'è Roma. È là che lo aspettano le scelte e gli incontri in grado di segnare il suo destino: quello con Mario, generale di innumerevoli campagne, uomo di grande coraggio e lealtà; o quello con l'incantevole Cornelia, per amore della quale è disposto a correre qualunque rischio. Mentre le ombre della guerra civile si allungano sulla città eterna, Caio scopre gli intrighi, le passioni e le rivalità che travolgeranno la sua vita, consegnandola all'immortalità.

    Idi di Marzo di Valerio Massimo Manfredi (Mondadori, 2009)
    Roma, inizi di marzo del 44 a.C. Caio Giulio Cesare, il pontefice massimo, il dittatore perpetuo, l'invincibile capo militare che ha assoggettato il mondo alla legge romana, è un uomo di cinquantasei anni, solo in apparenza nel pieno della sua prestanza fisica e psichica. In realtà è stanco e malato, una belva fiaccata e rinchiusa nella gabbia dei propri incubi spaventosi. La missione di cui si sente investito - chiudere la sanguinosa stagione delle guerre fratricide, riconciliare le fazioni, salvare il mondo e la civiltà di Roma vacilla paurosamente sotto i colpi dei complotti di palazzo, orditi da chi vede in lui il tiranno efferato, colpevole, dopo lo strappo del Rubicone, di aver messo per sempre fine alla libertà della repubblica. Cesare è come paralizzato, incapace di reggere sulle spalle il peso di un potere immenso e cerca rifugio nella preparazione dell'ennesima campagna bellica, quella contro i Parti. Ma la logica politica della congiura definitiva incalza implacabile e neppure il sacrificio eroico di Publio Sestio, il più fedele legionario di Cesare, compagno di mille battaglie, che si lancia lungo le strade che portano a Roma in una spasmodica corsa contro il tempo per tentare di salvargli la vita, né la cura devota e amorevole della moglie Calpurnia, le attenzioni dell'amante Servilia e del medico Antistio riusciranno a disinnescarla. I presagi si compiranno, le Idi di marzo deflagreranno e il mondo non sarà più lo stesso.

    Serie "I Signori di Roma" di Coleen McCullough, volumi 4-6: Le donne di Cesare - Cesare, il genio e la passione - Le Idi di Marzo (BUR, 2012-2000-2004)
    Geniale uomo di stato, eroico condottiero, splendido oratore ma anche dissipatore, volubile, gran seduttore, calcolatore astuto e cinico: questo il ritratto ricco di luci e ombre di Giulio Cesare, primo e unico dittatore a vita nella storia di Roma, suo padrone assoluto, al punto che dopo di lui "Cesare" divenne sinonimo di imperatore. Gli anni considerati nel saggio sono quelli densi di eventi che vanno dal 70 al 58 a.C., in cui Cesare, prima di partire per la Gallia, s'impone gradualmente sull'insidiosa scena politica e prepara la sua irresistibile ascesa.

    Idi di Marzo di Thornton Wilder (Sellerio, 1995)
    Se Cesare è un grande condottiero lo è in quanto sa spingere fino in fondo una meditazione lucida sulla libertà e le sue illusioni, con quella stessa volontà e intelligenza che, in tutto il libro, viene attribuita al poeta Catullo. Il rapporto tra il poeta e il dittatore, centrale per tutto il lungo racconto che accompagna l'ultimo anno di vita di Cesare, si svolge come un confrontarsi di ragioni diverse, ma che trovano entrambe la propria verità su una superiore coscienza che sa i propri limiti: che è poi, sembra suggerire Thornton Wilder, parte del fascino e del segreto del potere.

    Dictator: L'ombra di Cesare - Il nemico di Cesare - Il trionfo di Cesare di Andrea Frediani (Newton Compton, 2012)
    Per la prima volta in un unico volume la trilogia che ha come protagonista il più grande condottiero di tutti i tempi: Giulio Cesare. Andrea Frediani ripercorre la vita e le gesta dell'eroe; ridisegna con impeccabile verosimiglianza storica, ma allo stesso tempo con una sorprendente potenza narrativa, le epiche battaglie che lo hanno reso leggendario, gli amori, le passioni. Dall'incontro d'infanzia con Labieno, che al fianco di Cesare combatterà fin dalle prime campagne militari, alla loro separazione; dal passaggio sul Rubicone, con cui il dittatore prenderà possesso della penisola, alla lotta contro Pompeo; dalla grande vittoria di Farsalo alla campagna africana; "Dictator" ripercorre le tappe principali che hanno portato alla soglia dell'Impero. Sullo sfondo, intrighi, tradimenti e intrecci amorosi, nel romanzo sul più grande uomo di Roma antica.

    Articolo di Tancredi e Sakura


    Nota: immagini liberamente reperite su Google. Le sinossi dei libri a destra delle copertine sono tratte da IBS. 


     

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