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03 gennaio 2014

Speciale Horror: Il colore venuto dallo spazio - H.P. Lovecraft

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Howard Phillips Lovecraft nacque a Providence nel 1890 e lì stesso morì nel 1937.
Il suo nome per gli appassionati dell'orrore è sinonimo di genio e di grandezza e rappresenta uno dei fondatori del genere moderno, insieme al quello di Edgar Allan Poe.
Nei pur brevi anni di produzione letteraria, legata anche all'instabilità del suo equilibrio mentale e a una vita piuttosto disagiata, trascorsa tra la sua Providence e New York, Lovecraft scrisse una notevole quantità di racconti brevi, pubblicati - talvolta anche rifiutati - su riviste di settore come 'Weird Tales' e 'Amazing Stories', diversi romanzi , tra cui 'La ricerca onirica dello sconosciuto Kadath', 'Il caso di Charles Dexter Ward' e 'Le montagne della follia', diversi componimenti poetici e un epistolario pressoché sterminato, intrattenendo rapporti con semplici lettori e altri grandi nomi della letteratura fantastica da Seabury Quinn a Clark Ashton Smith a August Derleth.
La sua fantasia visionaria lo portò a creare una mitologia alternativa fatta di entità cosmiche maligne e di dimensioni aliene, rispetto alle quali ogni legge fisica e ogni tentativo di comprensione da parte delle facoltà mentali umane risulta destinato a soccombere, di divinità oscure e presenze terrificanti, dagli Antichi Dei  ai Grandi Antichi, che sono entrati a far parte dell'immaginario fantastico in modo permanente.
I loro nomi stridenti e fastidiosi, come Cthulhu, Yog-Sothoth e Nyarlatothep, e le evocazioni attraverso incantesimi in lingue blasfeme e dimenticate, contenuti in un vero feticcio del genere, il libro inventato 'Necronomicon Mortis' dell'altrettanto inventato stregone arabo Abdul Alhazred, hanno dato ispirazione a serie cinematografiche, come quella di 'La casa' e 'L'armata delle tenebre', a videogames e gruppi musicali hardrock, entrando a far parte della cultura popolare.
Tra i temi più importanti della sua produzione è centrale quello dell'alienazione, legata a contesti sociali ed economici che mettono in crisi la visione dell'uomo e del suo posto nell'ordine cosmico, che viene rappresentata dalle minacce che alla vita umana provengono da dimensioni ed entità sconosciute, al di là della portata di ogni comprensione scientifica e razionale.

'Il colore venuto dallo spazio' (The Colour Out of Space) è un racconto horror fantascientifico dello scrittore americano Howard Phillips Lovecraft che, pur non appartenendo al cosiddetto Ciclo di Cthulhu gode di grande popolarità tra gli appassionati dello scrittore di Providence.
Scritto nel marzo 1927, fu pubblicato per la prima volta nel settembre dello stesso anno sulla rivista Amazing Stories. È considerato uno dei suoi racconti più celebri e meglio riusciti e ad esso si sono ispirati tre film.

La Recensione

Il fatto che in questo racconto breve di Lovecraft manchino alcuni degli elementi soliti nella sua narrativa, come esseri mostruosi come gli Antichi Dei a riti osceni con formule in linguaggi incomprensibili, rende maggiormente onore alla sua maestria nel creare effetti di suspence e nell'instillare al lettore un senso di paura irrazionale.
Leggere 'Il colore venuto dallo spazio' di sera, magari a letto, stando da soli è davvero terrificante: non si riesce a non sussultare a ogni minimo scricchiolio nel silenzio e l'immaginazione galoppa verso la follia.
Tutta l'abilità dell'autore si mostra nel creare un crescendo di suspence a partire da una storia molto breve - in origine fu pubblicata su una delle riviste di racconti fantastici con cui Lovecraft collaborò assiduamente - e tutto sommato lineare: in una notte serena come tutte le altre, nella tranquilla campagna del New England, nei dintorni della città immaginaria di tanta produzione dell'autore, Arkham, un meteorite precipita sul terreno di proprietà di Nahum Gardner.
La partenza in sordina è dominata dalla scelta di una sorgente percettiva, quella visiva. Dalla pietra caduta nel pozzo della fattoria dei Gardner si sprigiona una sostanza il cui colore risulta completamente indefinibile per l'occhio umano. La pietra sembra disintegrarsi nel nulla ma rimane visibile a tratti una strana luminescenza e si innesca un processo che passo passo trasforma tutte le terre dei Gardner in una desolazione abbandonata e guardata con terrore dagli abitanti della zona.
La vicenda è raccontata indirettamente da una voce narrante non identificata, quella del funzionario della ditta incaricata di trasformare tutta l'area nel bacino di una diga, che dovrebbe sommergere anche le terre maledette dei Gardner. Questi si imbatte in Ammi Pierce, contadino e un tempo vicino e conoscente dei Gardner, che ne racconta la storia, a tratti incredibile e terribilmente inquietante.
Il panorama geografico nel quale si svolge la vicenda riprende tutti gli elementi classici della narrativa di Lovecraft: la città iensistente di Arkham, nel New England, vicino alla Providence in cui l'autore visse buona parte della sua vita, le campagne bagnate dal fiume Miskatonic, gli scienziati della Miskatonic University, che non riescono a spiegare gli strani fenomeni che sembrano ammorbare le terre dei Gardner.
Buona parte della suspence si gioca sulla tensione tra città e campagna, in un rapporto di incomprensione e distanza, che rispecchia in qualche modo l'impossibilità della scienza, impersonata dai ricercatori di Arkham, di dare spiegazioni all'irrazionale e misterioso colore, che ognuno può vedere e pure rimane indefinibile al linguaggio umano.
Così, chiusi entrambi nell'incapacità di comunicare e dare un nome all'orrore strisciante che si annida in fondo al pozzo dei Gardner dalla caduta del meteorite, entrambi, contadini prima e gente di città poi, sono costretti ad assistere passivamente al suo espandersi, in un crescendo via via sempre più straniante e pauroso.
Dalle piante e e dagli animali le stranezze si diffondono come una piaga sul terreno di Nahum Gardner, lo rendono falsamente fertile ma ne avvelenano i raccolti e ne stravolgono i frutti. L'oscenità di piante che assumono colori e forme mai viste, di animali che lasciano impronte insolite, come fossero un sigillo di blasfemia, si diffonde lentamente, come una muffa maligna, fino a raggiungere gli esseri umani, la famiglia del contadino, che, incapace di reagire di fronte a un male che non si può nominare nè descrivere, si avvia a una lenta decadenza, in cui i vari membri soccombono, uno dopo l'altro, a un orrore tanto inenarrabile quanto inesorabile.
Il finale suggella questo andamento narrativo instillando al lettore un senso di inquietudine inattesa. Forse il pericolo spettrale proveniente dagli abissi dello spazio sconosciuto non ha finito di abitare le terre che stanno per diventare il bacino idrico di tutta la zona circostante. Forse è meglio non bere l'acqua dai rubinetti, se si tiene alla propria salute, fisica e mentale.
Se è vero che nei mostri osceni e nelle entità aliene dai nomi impronunciabli Lovecraft proiettava, come in immagini provenienti dalle pieghe profonde del tempo e dello spazio, orrori che nascono nell'oscurità dell'animo umano, questo racconto breve, privo di riferimenti al pantheon dei romanzi più famosi, dal Ciclo di Cthulhu alle Montagne della Follia, contiene tuttavia gli elementi della paura cosmica più tipici della produzione dell'autore, e mostra come questi siano in grado di trasformare le placide campagne del Nordest americano, famose per i colori del foliage autunnale, in una terra inquietante, in cui si nascondono i semi della follia.

Giudizio:
 +5stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Il colore venuto dallo spazio
  • Titolo originale: The Colour Out of Space
  • Autore: Howard Phillips Lovecraft
  • Traduttore: Giada Riondino
  • Editore: Gruppo Editoriale L'espresso
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Twin Stories
  • ISBN-13: -
  • Pagine: 112
  • Formato - Prezzo: brossura - euro 2,80


07 dicembre 2013

Speciale Natale: Il Natale di Poirot - Agatha Christie

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Agatha Mary Clarissa Miller, più nota come Agatha Christie, nata a Torquay nel 1890 e morta a Wallingford nel 1976, fu forse la più celebre giallista oggi nota.
Dei suoi più di 80 romanzi gialli, tradotti in 44 lingue e venduti in più di due miliardi di copie, 38 hanno per protagonista l'immaginario detective belga Hercule Poirot. Il Natale di Poirot è il diciassettesimo volume in cui l'investigatore compare.

A Natale, secondo la tradizione, le famiglie che sono state separate tutto l'anno, dopo aver messo da parte ogni contrasto, si riuniscono per festeggiare. Tutto questo, però, a volte ha solo lo scopo di mascherare odi e rivalità feroci. Come fa notare un acuto osservatore del carattere umano come Poirot: "A Natale c'è molta ipocrisia... e lo sforzo per essere amabili crea un malessere che può essere in definitiva pericoloso." Quasi a dimostrare la validità di questa riflessione la riunione familiare voluta dal vecchio e tirannico Simeon Lee, che ha chiamato attorno a sé tutti i figli e i nipoti, anche quelli che un tempo si erano ribellati a lui e lo avevano abbandonato, si trasforma ben presto in dramma. A farne le spese è proprio il vecchio patriarca, misteriosamente assassinato alla vigilia di Natale in una stanza chiusa dall'interno. Ma è possibile che l'assassino sia proprio un membro della famiglia? Tutti sono sospettabili, tutti avevano un motivo per volere la sua morte. Un caso complicato, ma nessun criminale può sperare di ingannare il grande Poirot. Scritto nel 1939, l'epoca d'oro del giallo classico, "Il Natale di Poirot", è un romanzo di grande suggestione nel quale la Christie ha utilizzato, con eccezionale bravura, tutti gli elementi più tipici della sua narrativa.

La Recensione

A Natale siamo tutti più buoni, si dice. Questo non è vero per Simon Lee, dispotico vegliardo che dal letto in cui è costretto dall'artrosi si diverte a tiranneggiare figli e nuore tirando a suo piacimento i cordoni della ricchissima borsa, una fortuna accumulata in gioventù in Sudadfrica. Simon approfitta del Natale per radunare attorno a sé i tre figli maggiori - Alfred, George, David - insieme alle consorti, ma anche Harry, diseredato da anni, e Pilar, che la defunta figlia Jennifer ha avuto con uno scapestrato spagnolo. Solo che negli intenti del vecchio Simon non c'è precisamente una calda riunione familiare intorno a una tavola imbandita, bensì il divertente spettacolo dei parenti (pervenuti nella speranza che quel Natale sia l'ultimo dell'odioso vecchio) che si azzannano alla gola l'un con l'altro per accaparrarsi una fetta dell'eredità. E quando Simon viene trovato ucciso nella sua camera, c'è solo l'imbarazzo della scelta tra tutti coloro che avevano una buona ragione per farlo fuori.

Il pittoresco Hercule Poirot entra in scena solo a un terzo del romanzo, proprio nell'atto di declamare al capo della polizia Johnson le profetiche parole "a Natale c'è molta ipocrisia... e lo sforzo per essere amabili crea un malessere che può essere in definitiva pericoloso". E, difatti, subito dopo suona il telefono che annuncia l'omicidio del facoltoso Simon Lee. Insieme a Johnson e all'ufficiale di polizia Sugden, Poirot si precipita a casa Lee per trovare l'ennesimo delitto della stanza chiusa: Simon decisamente non si è suicidato, eppure le finestre sono chiuse ermeticamente e i parenti, accorsi al suo grido, hanno dovuto abbattere la porta.
Lo schema delle indagini è quello classico cui le avventure di Poirot ci hanno abituato: il detective interroga separatamente i sospettati, svela le menzogne che sono state raccontate, indaga e infine annuncia pubblicamente di aver individuato il colpevole, che verrà svelato al termine della ricostruzione dei fatti. Ben poco si può dire in più della trama del romanzo senza inevitabilmente rovinare le sorprese che ha in serbo: Agatha Christie propone al lettore un enigma apparentemente insolubile e una risoluzione forse un po' troppo deus ex machina, ma proprio per questo inaspettata.
C'è molto poco, in realtà, dell'atmosfera natalizia. Ma è un classico immancabile nella libreria di qualsiasi appassionato di gialli che si rispetti, sempre che si prenda atto di ciò che vi si troverà: zero psicologia dei personaggi, zero brivido, e tanta - semplice ma ingegnosa - trama.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Il Natale di Poirot
  • Titolo originale: Hercule Poirot's Christmas
  • Autore: Agatha Christie
  • Traduttore: Enrico Piceni
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Oscar Scrittori Moderni
  • ISBN-13: 9788804510109
  • Pagine: 185
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro

22 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: Il Possidente - John Galsworthy

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Il Premio Nobel per la Letteratura nel 1932 fu assegnato allo scrittore inglese John Galsworthy "per la sua originale arte narrativa, che trova la sua forma più alta ne La saga dei Forsyte".

John Galsworthy nasce a Coombe, in Inghilterra, il 14 agosto 1867. Secondogenito di quattro figli di una ricca famiglia del Surrey, studiò dapprima ad Harrow (dove aveva studiato anche Lord Byron) e poi legge a Oxford. 
Dopo gli studi compì diversi viaggi in tutto il mondo che avrebbero dovuto accrescere la sua conoscenza del diritto internazionale ma che in realtà servirono più che altro ad avvicinarlo alla letteratura. Fu di ritorno dall'Australia, infatti, che conobbe in nave Joseph Conrad, al tempo secondo di bordo, con cui nacque un'amicizia profonda e duratura e grazie al quale iniziò ad interessarsi alla scrittura, apprezzando in particolar modo i lavori di Turgenev, Tolstoj e Kipling. 
Tuttavia non iniziò a scrivere fino ai ventotto anni,
inizialmente solo come forma di piacere personale. E' nello stesso periodo che inizia una relazione con Ada Nemesis Pearson Cooper, moglie di suo cugino Arthur Galsworthy, con la quale si sposerà solo dieci anni dopo, quando finalente Ada ottenne il divorzio dal marito. Influenze di questa complessa vicenda sentimentale si riscontrano chiaramente nelle prime opere dell'autore; in particolar modo ne Il Possidente l'infelice matrimonio fra Irene e Soames è chiaramente ispirato alla vicenda del primo matrimonio di Ada. 
I suoi primi racconti furono pubblicati sotto lo pseudonimo di John Sinjohn e furono successivamente ritirati dall'autore stesso, il quale ha sempre considerato I farisei dell'isola (The Island Pharisees, 1904) il suo primo lavoro degno di nota. 
Attualmente Galsworthy è noto principalmente come romanziere per la sua immensa serie La Saga dei Forsyte, che gli fruttò appunto il Nobel nel 1932. Il primo romanzo di questa vasta composizione apparve nel 1906 con il titolo de Il Possidente, nel quale si esprimeva un'aspra critica dell'alta borghesia cittadina da cui l'autore stesso proveniva.
Curiosamente, ci vollero 15 anni prima che Galsworthy decidesse di continuare la saga con i romanzi Nella ragnatela (In Chancery, 1920) e Affittasi (To Let, 1921), intervallati da due brevi interudi: L'estate di San Martino (1918) e Risveglio (1920). Sebbene in questa prima trilogia egli si dimostri comprensivo verso i suoi personaggi, Galsworth ne mette in luce la loro mentalità ristretta, snob e avida e il loro moralismo soffocante. Per questo è considerato uno dei primi autori di epoca Edoardiana a mettere in discussione alcuni degli ideali esaltati nella precedente letteratura Vittoriana

In questi quindici anni non era però rimasto inattivo, ma aveva composto un considerevole numero di racconti, romanzi e commedie teatrali (ed è infatti come drammaturgo che raggiunse la fama mentre era in vita). Tra di essi ricordiamo l'opera teatrale Justice del 1910, che riscosse tanto successo e suscitò tanto clamore da condurre ad una modifica della legislazione sulle prigioni inglesi. 

Molto coinvolto politicamente, attratto da posizioni riformiste e uno dei primi uomini di cultura a criticare la posizione subordinata della donna nella società vittoriana, Galsworthy utilizzò spesso le sue per per sostenere le cause in cui credevache includevano appunto la riforma delle carceri, i diritti della donne, la tutela degli animali e la lotta contro la censura.
Dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale come aiuto in un ospedale francese, perché troppo vecchio per comabttere, nel 1921 fu eletto primo presidente del PEN (l'associazione di letterati che difende la libertà d'espressione a livello mondiale) e ricevette un Ordine al Merito nel 1929.


Nel frattempo egli proseguì nella sua narrazione dell'epopea dei Forsyte creando due nuove trilogie Una commedia moderna (A modern comedy), scritta tra il 1924 e il 1929 e End of the chapter(1929-1931) che narra vicende che coinvolgono personaggi collaterali e ancora si intrecciano con le vite di alcuni dei più giovani Forsyte. A questi andrebbe aggiunta On Forsyte Change (1930), una raccolta di racconti dedicati alla prima generazione di Forsyte. Con l'avanzare dell'età, tuttavia, Galsworthy finì con l'identificarsi sempre più con quel mondo che aveva così aspramente criticato nei suoi primi lavori, atteggiamento che si riflette negli ultimi capitoli della saga dei Forsyte dove il suo atteggiamento verso il protagonista, Soames subisce significativi mutamenti. 


Quando gli fu assegnato il Nobel era ormai giunto al termine della sua esistenza: troppo malato per presenziare alla premiazione morì infatti solo sei mesi dopo aver ricevuto il riconoscimento.


Londra 1886. I Forsyte, ricca famiglia borghese, festeggiano il fidanzamento di June, nipotina del decano Jolyon, con un giovane architetto, Bosinney. La casata intera è riunita: ricca, potente, spietata con i deboli, conscia solo della sua forza. Eppure, proprio il debole Bosinney la scuoterà profondamente quando incontrerà Irene, moglie troppo bella dell'arido e avido Soames Forsyte... Ambientato nell'Inghilterra vittoriana, "Il possidente" ne restituisce appieno l'essenza, descrivendo l'orgoglio di una casta al suo apogeo e il nero viluppo di vizi e di passioni che si celano dietro una facciata di rispettabilità.

La Recensione

Sebbene non molto conosciuta in Italia, la Saga dei Forsyte è ancora oggi uno dei romanzi più apprezzati nel Regno Unito, anche grazie al film del 1945 con Errol Flynn e Greer Garson e alle due serie televisive (del 1967 e del 2002) che ne sono state tratte e che hanno contribuito a perpetuarne la fama finora. Se amate le epopee familiari, del resto, è pressochè impossibile non rimanere avvinghiati nella ragnatela di questo imponente racconto di cui Il Possidente rappresenta appunto il primo capitolo.
E quale miglior modo di iniziare una saga se non dedicando un libro al personaggio simbolo di questa famiglia immensa e complessa? Soames Forsyte non è il patriarca anzi, appartiene alla generazione più giovane e più lontana da quelle origini contadine che i Forsyte ormai membri riconosciuti dell'alta borghesia cittadina cercano in ogni modo di dimenticare. Eppure è in Soames più che in ogni altro membro della famiglia che quei valori e quelle caratteristiche che rendono tale un Forsyte sono maggiormente radicate e trovano maggior espressione in ogni aspetto della vita quotidiana.
Ciò che qualifica un Forsyte è il suo "senso della proprietà": consci della scalata sociale di cui hanno beneficiato essi si sentono definiti in tutto e per tutto da ciò che possiedono. Soames, come e più del padre James, vive questo materialismo all'estremo considerando oggetto di sua proprietà, alla stregua della propria casa e dei quadri da lui acquistati, l'affascinante moglie Irene. Il fatto che Irene, che l'ha sposato per pura convenienza, con la sua indole riflessiva, spirituale ed eterea sfugga con ostinazine indomita alla sua smania di possesso, indifferente ai regali e alla ricchezza di cui egli la riveste è per Soames frutto di una frustrazione carica di sofferenza che sconfina nella follia, o meglio vi sconfinerebbe se il "senso di proprietà" insito in lui non intervenisse sempre per riportarlo a quella condizione mentale razionale ed equilibrata che è essenziale per ogni Forsyte.


Principale oggetto della critica dell'autore è l'atteggiamento concreto e utiliritaristico della nuova borghesia vittoriana e edoardiana, capace di dare un valore a cose e persone solo in base al prezzo con cui possono essere comprate. Esemplare è il senso di smarrimento di Soames ogni volta che si deve confrontare con persone e situazioni che sfuggono a questa metalità gretta: non solo l'inafferrabile Irene ma anche lo sfuggente architetto Bosinney, per il protagonista rappresentano un vero rompicapo irrisolvibile. 

Bosinney è l'antitesi di Soames:trascurato sia nell'aspetto che nella gestione dei propri affari ma dotato di una sensibilità e un senso artistico che l'altro non possiederà mai, quest'uomo insignificate secondo i parametri di qualunque Forsyte che si rispetti riesce dove nessuno era riuscito finora, ovvero a raggiungere il cuore di Irene. L'incapacità del protagonista di concepire anche solo l'idea di un simile successo è quasi comica agli occhi del lettore, così come comici sono i tentativi di Soames di limitare Bosinney nelle spese per la casa che sta progettando, laddove l'altro, guidato esclusivamente dal proprio buon gusto, sembra incapace di comprendere un concetto così terreno come il denaro.
Simile a Bosinney nel temperamento è il giovane Joylon Forsyte, cugino di Soames ma totalmente estraneo alle "virtù di famiglia". Non a caso all'inizio del racconto egli conduce da quattordici anni una vita separata dal resto dei Forsyte in seguito alla decisione di fuggire da un matrimonio infelice per sposare la goverante della figlia. Il processo di riappacificazione tra joylon e l'anzianio padre, oltre ad essere uno degli aspetti più toccanti del romanzo, è il mezzo per una nuova sferzante critica alla società tardo-vittoriana, alla sua ipocrisia nel gestire i cosiddetti scandali familiari e, di riflesso, alla svantaggiata posizione della donna nel matrimonio e nel divorzio, situazione evidente sia nell'infelice matrimonio di Irene che nelle complicate situazione famigliari di alcuni personaggi minori. 


Come accennato, Glasgowry si muove fra questi temi con grande ironia, atteggiamento che rende la narrazione vivace e diverente ma che a tratti infastidisce perché rende l'opinione dell'autore troppo presente all'interno del racconto. D'altra parte è evidente come lo scrittore abbia una propria "agenda politica" che intende seguire e a cui è asservita la sua narrazione anche a costo di farle perdere, a volte, spontaneità e scorrevolezza. 
Glasgowry è comunque un narratore di consumata abilità e lo dimostra in alcuni passaggi descrittivi veramente sublimi, soprattutto quando utilizza l'ambientazione come contrappunto agli eventi e alle emozioni dei protagnisti, sottolineandone di volta in volta la drammaticità, al concitazione e l'intensità. Ho invece poco apprezzato la sua abitudine di ricorrere ai monologhi interiori per illustrare i pensieri dei personaggi; sicuramente si tratta di gusto personale ma mi è sembrata una tecnica un po' artificiosa, che rende in qualche modo il romanzo antiquato.
In definitiva non si può dire che l'opera non accusi il passaggio del tempo, soprattutto per lo stile compositivo eppure, al di là di alcune situazioni per noi sorpassate, non si può non percepire una certa modernità nella sua critica al materialismo e nella sua analisi delle mille facce e complessità del legame matrimoniale. Se vi piace il genere consiglio anche la lettura de I Buddenbrook di un altro premio Nobel, Thomas Mann, simile nelle tematiche ma con il fantaggio di essere limitato ad un solo volume.

Giudizio:
+3stelle+


La Saga dei Forsyte (The Forsyte Saga)


  • Il possidente (A man of property): romanzo - 1906
  • L'estate di San Martino: racconto contenuto nella raccolta Cinque racconti (Five Tales) - 1918
  • Nella ragnatela (In chancery): romanzo - 1920 Pubblicato anche col titolo "Alla Sbarra" da Mondadori, nel 1939 nella traduzione di Elio vittorini
  • Risveglio (Awakening) : racconto - 1920
  • Affittasi (To let): romanzo - 1921

  • Una commedia moderna (A modern comedy)


  • La scimmia bianca (The white monkey) - 1924
  • Idillio taciturno: terzo interludio (A silent wooing) - 1927
  • Il cucchiaio d'argento (The silver spoon) - 1926
  • Incontro: ultimo interludio (Passers by) - 1927
  • Canto del cigno (Swan song) - 1928

  • End of the chapter


  • Ancella (Maid in waiting) - 1929
  • Landa in fiore (Flowering wilderness) - 1930
  • Oltre il fiume (One more river) - 1931

  • La borsa dei Forsyte (On Forsyte 'change)- 1930

    Articolo di Valetta

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il Possidente
    • Titolo originale: The Man of Property
    • Autore:  John Galsworthy
    • Traduttore: Dàuli G.
    • Editore: Garzanti
    • Data di Pubblicazione: 2004
    • Collana: I Grandi Libri
    • ISBN-13: 9788811366492
    • Pagine: 336
    • Formato - Prezzo: Brossura - 8.50 Euro

    13 novembre 2013

    Il mastino dei Baskerville - Arthur Conan Doyle

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    I Contenuti

    Il mastino dei Baskerville è il romanzo più famoso fra quelli che vedono Sherlock Holmes e il dottor Watson come protagonisti. Un romanzo che, secondo le intenzioni dell'autore, non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Perché nell'avventura precedente Sherlock Holmes era precipitato, insieme al suo acerrimo nemico Moriarty, in un crepaccio, inghiottito dalle tenebre. Un finale che non lasciava via di scampo, e che non riuscì gradito ai lettori, ormai stregati dalla ferrea logica e dall'infallibile fiuto del detective. E così, costretto dalle insistenze del pubblico e dell'editore, Conan Doyle fece "resuscitare" il suo celebre personaggio, abbandonando il genere del romanzo storico cui avrebbe preferito dedicarsi.

    La Recensione

    Quando il dottor Mortimer si reca nello studio di Sherlock Holmes e Watson raccontando l'incredibile storia di una maledizione che grava sulla casa dei Baskerville legata a uno spaventoso mastino, il celebre investigatore, stimolato e incuriosito, si mostra subito pronto per risolvere un nuovo caso. 
    Sir Henry Baskerville, ultimo erede della famiglia in seguito alla recente morte dello zio in condizioni assai misteriose, ha ricevuto una lettera minatoria che lo avverte di tenersi lontano dal maniero di famiglia nel Devonshire, per non dover subire la stessa sorte del parente. Il signorotto, per nulla superstizioso, è pronto a partire per la brughiera insieme a Watson per cercare di far luce sul mistero.
    È proprio Watson il narratore di questa storia: tramite i suoi diari giornalieri indirizzati all'investigatore, veniamo a conoscenza degli eventi del Devonshire. È questo un espediente narrativo molto efficace, che permette al lettore, “aggiornato in tempo reale” e dunque posto sullo stesso piano di Watson, di immedesimarsi nella vicenda e farsi anch'egli investigatore. 
    Holmes sembra apparentemente un personaggio secondario, presente solo all'inizio e alla fine, ma anche questa volta, pur se in modo totalmente inaspettato, si dimostrerà la figura chiave del racconto. L'aspetto più affascinante della vicenda è costituito dallo scenario, che, evocando un'atmosfera “alla Poe” contribuisce a rendere il senso di mistero e di suspance: la notte buia nella brughiera, la nebbia che avvolge la campagna, gli urli di terrore che provengono da lontano, la palude con le sabbie mobili, le rocce delle montagne da cui si intravedono ombre di uomini, i paesani convinti di aver visto un mostruoso cane assassino. 
    I personaggi sono ben delineati anche se non troppo approfonditi psicologicamente: Watson e Sir Henry ma anche quelli secondari come i coniugi Barrymore, gli Stapleton, il dottor Mortimer. Sherlock è sempre lo stesso: riflessivo, cinico e pacato, con il completo di tweed e una pipa in bocca, pronto a stupire Watson quando meno se lo aspetta. La scrittura è ricca di dettagli ma molto scorrevole: inserendo nuovi indizi e nuove scoperte in ogni capitolo, spinge il lettore a proseguire fino alla fine.
    L'unico punto debole del romanzo sta nella risoluzione della vicenda: pur se costruita e descritta in modo eccellente, non vede, a mio avviso, quella genialità che contraddistingue ad esempio i gialli di Agatha Christie, nei quali il finale fa crollare tutte le convinzioni che il lettore aveva potuto crearsi e ribaltando totalmente la realtà quale appariva.
    Un classico del genere giallo, una delle più celebri avventure del mitico investigatore londinese Sherlock Holmes, da leggere se non l'avete ancora fatto.

    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Valeria Pinna

    Dettagli del libro
    • Titolo: Il mastino dei Baskerville
    • Titolo originale: The Hound of the Baskervilles
    • Autore: Arthur Conan Doyle
    • Traduttore: Oreste Del Buono
    • Editore: Mondadori
    • Data di Pubblicazione: 2010
    • Collana: Oscar classici moderni
    • ISBN-13: 9788804543190
    • Pagine: 187
    • Formato - Prezzo: Brossura, 9,00 Euro

    07 novembre 2013

    Speciale Premio Nobel: Padiglione cancro - Aleksandr Solgenitsin

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    Nel 1970 il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Aleksandr Isaevic Solgenitsin "per la forza etica con la quale ha proseguito l'indispensabile tradizione della letteratura russa", preferito a candidati quali Pablo Neruda ed Heinrich Boll, che otterranno il premio Nobel negli anni successivi. Il premio fu in realtà ritirato dall'autore solo nel 1974, anno in cui fu espulso dall'Unione Sovietica. Fino a quel momento lo scrittore aveva rifiutato di recarsi in Svezia per timore di non esser più riammesso nella madre patria e l'Accademia Svedese aveva rifiutato l'idea di una cerimonia alternativa a Mosca per non compromettere i rapporti diplomatici con l'URSS.

    Aleksandr Isaevic Solgenitsin
     (la pronuncia è solgenitsin) nasce a Kislovodsk, in Russia, l’11 dicembre 1918 da una famiglia abbastanza benestante e colta. Morto il padre pochi mesi prima della sua nascita in un incidente di caccia, la madre si trasferisce con il piccolo a Rostov sul Don. Nel 1924, a causa degli espropri ordinati dal regine, i due si trovano in miseria. Ciò tuttavia non impedisce ad Aleksandr di continuare gli studi, di sposare nel 1940 una compagna universitaria –Natal’ja Resevskaja- e di laurearsi con lode in matematica nel 1941.  Nello stesso anno si arruola come volontario nell’Armata Rossa e viene inviato sul fronte occidentale, ricevendo anche due onorificenze per atti di valore. Ma nel febbraio del 1945, a causa di una lettera (intercettata) in cui critica Stalin, viene arrestato, trasferito nella prigione moscovita della Lubjanka, condannato a otto anni di campo di concentramento e al confino a vita. Segue il pellegrinaggio di Solgenitsin da un lager all'altro. Nel 1953 termina la pena e viene mandato al confino ai margini del deserto Kazacco, a Kok Terek, dove si dedica all'insegnamento della matematica e alla scrittura de Il cervo e la bella del campo e Il primo cerchio. Riammalatosi di cancro (la malattia si era già già presentata durante la prigionia nel lager), viene curato a Taskent, periodo in cui nasce la sua opera Padiglione cancroDopo la morte di Stalin nel '53, in Russia inizia la denuncia dei crimini di stato, e molti ex deportati, fra cui Solgenitsin nel 1957, vengono riabilitati. Solgenitsin, ormai libero, si ricongiunge a Vladimir con l'ex moglie, che aveva divorziato da lui per evitare inutili persecuzioni e che si era nel frattempo risposata con un chimico di Rjazan. Nel 1961 la rivista Novyj Mir, con l’approvazione di Nikita Chruscev, pubblica Una giornata di Ivan Denissovic, il primo capolavoro assoluto dello scrittore. Il romanzo è un atto di accusa contro i lager staliniani e contro tutti coloro che vogliono soffocare la libertà dell’uomo. Con questo libro nasce di fatto il “caso” Solgenitsin: da questo momento le vicende della sua vita saranno strettamente legate alle sue opere.  Dopo la deposizione di Chruscev (1964), la censura torna a farsi sentire pesantemente in URSS, costringendo Solgenitsin a pubblicare all’estero con lo pseudonimo di Anonimo Sovietico. Nel 1969 l’Unione Scrittori espelle Solgenitsin rendendo precaria la sua posizione, nonostante si siano schierati apertamente a suo favore Solochov (premio nobel 1965), altri intellettuali russi (fra cui Evtusenko e Tvardoskjj), nonché la quasi totalità di quelli esteri (Bertrand Russel, Arthur Miller, Kosygin, Sartre, Moravia, Picasso, Gunther Grass, eccetera).  In crisi di nuovo anche il suo matrimonio: Solgenitsin si trasferisce a casa del celebre violoncellista Rostropovic a Zukova, nei pressi di Mosca, dove scrive Arcipelago Gulag, che viene sequestrato dal KGB. Nel 1970 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura che, come detto, ritirerà solo nel 1974, pronunciando un memorabile discorso, nel quale affermerà di parlare non per se stesso ma per le milioni di persone annientate nei tristemente celebri Gulag sovietici.  Si trasferisce dunque negli USA, precisamente nel Vermont, con Natal’ja Svetlova, con la quale si era unito dopo la separazione dalla Resetovshaja, e i tre figli avuti da lei. Nel 1990, al potere Mikhail Gorbaciov, Solgenitsin ottiene nuovamente la cittadinanza russa; nel 1994, sotto Boris Eltsin, ritorna in patria con la moglie Natal'ja. Dal quel momento fino alla sua morte, avvenuta per infarto nel 2008, Solgenitsin vive con la moglie in una dacia a Troice-Lykovo, a ovest di Mosca, tra quelle di Suslov e Cernenko.


    Il romanzo provocò nel 1967 la irrimediabile frattura tra lo scrittore e le autorità sovietiche. Nel reparto oncologico dell'ospedale di una città dell'Asia centrale si incontrano, senza riuscire a entrare in comunicazione, donne e uomini che hanno alle spalle esistenze diverse. L'incombere della malattia e della morte li costringe a fare il bilancio della propria vita, ma anche a confrontarsi con la spada di Damocle del fato. Il valore dei singoli si misurerà sulla base della loro capacità di far tesoro dell'esperienza della vita e della sofferenza e di riuscire a trasferire nel mondo esterno le riflessioni avviate in quella corsia d'ospedale.

    La Recensione

    In questo romanzo Solgenitsin porta all'estremo le potenzialità della narrativa classica russa, dimostrandosi un erede dei grandi maestri dell'Ottocento. In Italia il romanzo apparve per la prima volta nel 1968 con il titolo Divisione Cancro - Romanzo di Anonimo sovietico, nelle edizioni Il Saggiatore, la cui traduzione - di Maria Olsufieva - lascia però piuttosto a desiderare. L'opera, scritta negli anni 1963-1967 (nello stesso periodo della stesura di Arcipelago Gulag) e conosciuta anche sotto il titolo Padiglione cancro, è ambientata nell'Unione Sovietica del 1955, due anni dopo la morte di Stalin, prima dell'inizio della destalinizzazione di Chruščёv. Il romanzo, pur non essendo completamente autobiografico, è largamente ispirato alle reali esperienze di Solženicyn che, uscito dal gulag ed esiliato nel Kazakistan, si ammalò gravemente di tumore nel 1953 e l'anno successivo, nel 1954, fu curato nell'ospedale di Tashkent nell'Uzbekistan.  Riferendosi anche a Solgenitsin -ma soprattutto ai suoi predecessori con esclusione di Solochov che non è stato mai messo all'indice in patria-, Sartre asserì che per vincere il Nobel della letteratura bisognava essere dissidenti russi. La sua ironia, tuttavia, non incide sul giudizio relativo alla validità di scrittore di Solgenitsin: Sartre stesso si schierò dalla sua parte quando il governo sovietico, finito il periodo distensivo di Chruscev, cercò di boicottarlo. Solgenitsin, come si rileva anche in questa sua opera, rimase sempre un comunista convinto, anche quando venne deportato nei lager per le sue critiche a Stalin. Quando venne espulso dall’URSS e andò a vivere negli USA, biasimò sempre il modo di vivere americano. Non si curò assolutamente di risultare simpatico ai suoi nuovi concittadini e manifestò chiaramente il suo disprezzo verso il rock n’roll e verso la televisione che occupava gran parte del tempo libero degli occidentali. A differenza della moglie, non chiese la cittadinanza americana.
    Il filosofo ungherese Lukacs definisce Solgenitsin come l’ultimo rappresentante del “realismo critico”. L’autore racconta fatti realmente avvenuti, in gran parte autobiografici, mettendo in discussione le scelte dei protagonisti attraverso i loro dialoghi, durante la degenza nel padiglione dell'ospedale dove venivano curati i malati di cancro. Dimostrando forse un’eccessiva ingenuità, Solgenitsin propugnava -e questo si rileva anche in Padiglione Cancro- quella che Lukacs chiamava “l’ideologia plebea”, cioè il vagheggiamento dello spirito popolare come assolutamente buono, tanto che nella corsia dell'ospedale i malati continuavano a curarsi, oltre che con i farmaci e la radioterapia, anche con quei rimedi tipici della tradizione popolare, come ad esempio il decotto derivante dal fungo della betulla. Per Solgenitsin la Russia avrebbe dovuto vivere in uno splendido isolamento lontano dalla corruzione dei costumi occidentali e a contatto con la natura. L’intransigenza di Solgenitsin non lo rese simpatico neanche a molti suoi concittadini e lo accomuna sotto certi aspetti ai fondamentalisti religiosi, con la differenza che lui, ateo, perseguiva i veri principi del comunismo. Non quello praticato nell’URSS, quindi, ma ispirato ad una società utopistica dove gli uomini fossero effettivamente uguali, anche dal punto di vista economico, qualsiasi attività svolgessero. Il protagonista del romanzo di Solgenitsin è un uomo che ha sofferto, ma che trova una ragione di vivere nell’intensa attività di tutti i giorni. La figura di Kostoglotov è assimilabile a quella dell’eroe di Guerra e Pace, Bezuchow, per spirito di sacrificio e per la dedizione ad opere buone, ma a differenza di lui, che trova conforto nella religione, Solgenitsin trova soddisfazione nel lavoro e nella ricerca del bene comune in ottemperanza alle migliori dottrine comuniste.  Contrariamente a quanto si possa pensare, “Padiglione Cancro”, anche se si svolge nel reparto oncologico di un ospedale, è un romanzo vivace e niente affatto lacrimoso. I pazienti, che vivono insieme in una camerata non essendoci stanze private, non socializzano molto fra loro, sia per la diversa estrazione sociale, sia perché le loro malattie non invitano a farlo. Ma talvolta accade che si accenda qualche discussione fra i degenti ed allora si assiste allo scontro fra le diverse mentalità. Nel romanzo viene fatto anche cenno a qualche pudica relazione fra pazienti di diverso sesso. Fra queste c'è anche una delicata storia d’amore, che rimane peraltro a livello platonico, fra il protagonista, Kostoglotov, e la dottoressa che lo ha in cura. Quando alla fine della terapia lei lo inviterà a casa sua, un po’ per le circostanze avverse e un po’ perché teme di non avere niente da offrirle, Kostoglotov rinuncia ad andarla a trovare. Il protagonista sa che quelli che gli sono stati somministrati per iniezione, al fine di debellare il cancro, sono ormoni femminili che gli possono impedire, forse per sempre, le sue funzioni virili.  Per quanto la corsia dell’ospedale sia, come si può immaginare specie in URSS, tetra e spartana, mancando spesso dell’essenziale per un ospedale, i personaggi hanno tutti una loro dignità da salvaguardare e sono poco propensi all’autocommiserazione. Il cibo in ospedale è pessimo, ma coloro che sono benestanti e hanno i parenti che abitano in città possono contare su alimenti portati da casa, senza che apparentemente questo crei invidia e rabbia nei meno fortunati. I pazienti del reparto oncologico in URSS vivevano esperienze quasi kafkiane, dato che non venivano mai informati compiutamente della loro malattia e delle cure cui venivano sottoposti. L’autore si pone l’interrogativo di quanto sia giusto nascondere ai malati le diagnosi, perché, se qualcuno preferisce non conoscere il proprio male, altri preferirebbero affrontare la verità per quanto possa essere terribile.
    Solgenitsin, oltre che raccontare una storia, la vive insieme al suo protagonista; ciononostante riconosciamogli di saper essere abbastanza oggettivo anche nell'esporre le ragioni di chi non è d'accordo con le sue idee. L'autore, oltre ai pazienti, descrive il personale medico ed infermieristico, distinguendo fra coloro che hanno saputo adattarsi al sistema sfruttando le occasioni per ben sistemarsi e coloro che invece cercano di migliorarlo con critiche costruttive.
    Nello spirito primitivo del premio Nobel, i libri di Solgenitsin sono pregni di idealismo. Ciò che Solgenitsin condanna è la corruzione, la superficialità, il qualunquismo che mal si adattano alla sua visione di una scelta di vita ascetica ma piena di disponibilità verso il prossimo. L’eroe di Solgenitsin è quello che, per quanto colpito dalle sventure e dalla perfidia del prossimo, riesce a rimanere ancorato ai propri principi di solidarietà ed abnegazione.  Se avete apprezzato di Ursula Le Guin “I reietti dell’altro pianeta”, sappiate che il suo protagonista è molto simile a Oleg Kostoglotov di “Divisione Cancro”. Non mi stupirei se la Le Guin avesse preso spunto proprio da lui per il romanzo che vinse il premio Hugo nel 1975.

    Giudizio:
    +5stelle+

    Articolo di Antonio

    Dettagli del libro
    • Titolo: Padiglione cancro
    • Titolo originale: Rakovyi korpus
    • Autore: Aleksandr Solzenicyn
    • Traduttore: Spano C.
    • Editore: Newton&Compton
    • Data di Pubblicazione:2010
    • Collana: Grandi tascabili economici
    • ISBN-13: 9788854119345
    • Pagine: 384
    • Formato - Prezzo: Brossura - 7.00 Euro

    25 ottobre 2013

    Vathek e gli episodi - William Beckford

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    I Contenuti

    Scritto alla fine del XVIII secolo in francese e poi tradotto in inglese, "Vathek" è la risposta settecentesca al mito del dottor Faust, inserito nella tradizione orientaleggiante delle "Mille e una notte", al pari dello "Zadig" di Voltaire e del "Rasselas" di Johnson.
    L'orrore che suscita l'infelice Vathek, califfo di grandi ricchezze e di incontentabili appetiti, sta proprio nel patto diabolico suggeritogli dal perfido Giaurro, al fine di ottenere enormi poteri, una volta raggiunto il Palazzo del Fuoco Sotterraneo. Per realizzare il suo sogno di potenza, il califfo non esita a lasciare i suoi cinque palazzi, ad abiurare la fede musulmana e a compiere grandi nefandezze, come il sacrificio di cinquanta bambini, figli della sua gente.
    Nel viaggio verso il Palazzo, il suo seguito - fantasmagorico caravanserraglio che spazza e contamina tutto ciò che incontra - si assottiglia sempre più, fino a lasciarlo solo di fronte alle oscure porte dell'abisso. Ma si tratta di un perfido inganno, perché oltre quelle porte non lo attendono i talismani che controllano il mondo, bensì il regno di Eblis, l'inferno musulmano. A Vathek e alla sua donna, ridotti - come gli altri che li hanno preceduti - a morti viventi col cuore tormentato dalle fiamme, non resta che vendicarsi su Carathis, la madre che l'ha cresciuto nell'avidità e nell'assenza di una vera fede.
    Non c'è speranza nell'oscuro mondo dipinto da Beckford: il male è legato alla condanna senza appello e l'unica ricompensa per il patto mefistofelico è l'inganno.

    La Recensione

    Confesso che il motivo che mi ha spinto verso 'Vathek' è particolare: ne ho letto la prima volta su un fumetto della serie bonelliana 'Dampyr', che porta lo stesso titolo e al romanzo di Beckford è solo vagamente ispirato, visto che il protagonista è si di origini arabe come nel libro ma è un arcivampiro.
    Il 'Vathek' di Beckford invece è una figura quasi archetipale di personaggio romantico, l'antieroe maledetto, pronto alla dannazione per soddisfare una sete puerile di potere e piacere ma situato in un contesto - quello di romanzi illuministici a tesi come 'Zadig' o 'Candido' di Voltaire, 'Emilio' di Rousseau o anche 'Justine' del divino marchese De Sade - in cui il punto di vista della narrazione è caratterizzato da uno sguardo esterno e quasi estraneo, se non anche dichiaratamente ironico, nei confronti della vicenda per cui la morale del racconto risulta alla fine capovolta.

    Il califfo Vathek, uomo ricco e potente oltre ogni immaginazione, capace di fulminare con il solo sguardo, vota la sua vita al perseguimento di un unico fine, il piacere e si scopre privo di ogni scrupolo quando viene tentato da parte di un oscuro personaggio, il Giaurro - parola che di per sé vuol dire 'infedele'.
    In cambio dell'orrendo sacrificio di cinquanta bambini, del cui sangue il Giaurro chiede di dissetarsi, a Vathek viene promesso, una volta rinnegata totalmente la vera fede nella rivelazione di Maometto, libero accesso ai palazzi infernali della città maledetta di Eblis, sede del demonio biblico Shaitan, il nostro Satana, e anche alle ricchezze e alla potenza magica dei re morti nell'antichità, in particolare Suleiman ben Daoud, cioè il nostro re Salomone, figlio di Davide.
    Il percorso di Vathek è una lunga discesa verso il basso, che è risaputo essere molto agevole, e viene facilitato anche dall'ambizione di una figura femminile, Caratide, anziana principessa bizantina madre del califfo, che non esita ad affiancarlo in ogni nefandezza, a difenderlo con arti negromantiche e a spronarlo verso il male per una cupa bramosia di potere. Appare circondata da un nugolo di schiave negre mezze cieche e ugualmente malvagie, non esita ad abbandonare il suo palazzo e la torre dove aveva praticato le scienze esoteriche e accorre a fianco del figlio scellerato, quanto questo, innamoratosi, lungo la strada verso il palazzo sotterraneo di Eblis, di Nouronihar, splendida figlia dell'emiro Fakreddin, la cui fama di santità è diffusa in tutto il mondo, sembra aver dimenticato per i piaceri dell'amore il fine della ricerca, per la quale aveva scelto la dannazione.
    La discesa travolgente di Vathek, dal rogo della torre del palazzo di Samarah verso l'abisso di Eblis, trascina con sè tutto ciò che incontra: la bellissima Nouronihar, in principio promessa sposa e innamorata devota del suo cugino Goulchenrouz, un fanciullo tanto bello quanto poco virile che Vathek cerca di eliminare senza alcun rimorso, rinuncia all'affetto verso il pio padre Fakreddin e all'amore per il cugino, che viene però salvato, come anche i cinquanta bambini destinati a sfamare l'orrendo appetito del Giaurro, dall'intervento divino attraverso esseri a metà tra geni benigni e angeli. Anche Caratide lo segue nella discesa infernale e anzi lo spinge a non avere alcuna remora nel perseguire la ricerca del potere sotterraneo.
    Molto diverso da come me l'aspettavo, 'Vathek' riflette in forma di fiaba parte delle vicende biografiche dell'autore, aristocratico britannico, ricchissimo e coltissimo, con una madre ingombrante, in cui si ritrova la figura di Caratide, costretto a viaggiare a lungo fuori dalla sua patria per via di numerosi scandali legati alla sua omosessualità in cui rimase coinvolto.
    Beckford/Vathek  è un vero libertino - in quelli che vengono chiamati 'episodi', cioè racconti nel racconto, in stile 'Mille e una notte', fatti da altre anime dannate al protagonista e Nouronihar nel palazzo di Eblis mentre attendono che si compia il loro destino di peccatori irredimibili, compare anche la storia d'amore tra due uomini - e fonde insieme l'interesse per temi e ambientazioni orientaleggianti e la fascinazione erotica di una visione della vita interamente ispirata all'edonismo, il tutto con uno stile che ricorda in tanti aspetti quello di fiabe come 'Cappuccetto rosso'.
    La morale superficiale è che la via del piacere estremo, inteso come fine unico in se stesso, può portare solo all'annientamento e alla sofferenza, ma dal tono ironico e sornione con cui il narratore racconta la vicenda di Vathek appare altrettanto evidente come il suo sprofondarsi nel male sia la conseguenza di una scelta inevitabile e fortemente voluta, in una versione arabeggiante ed esteticamente evoluta dell'eroe monolitico così tipica del pensiero romantico, tanto che l'opera di Beckford è stata paragonata ad altre più note, nello stesso solco, di Horace Walpole e Mary Wollstonecraft Shelley.
    Bello da leggere come una fiaba oscura, con descrizioni suggestive e inquietanti come quella delle rovine di Persepoli, da cui si scende negli Inferi, questo romanzo breve è davvero una fusione originale di sottili perversioni e di un vitalismo spregiudicato e al di là di ogni giudizio morale.
    Non per nulla, dopo essere stato a lungo ignorato, quello magistralmente dipinto da Beckford è stato definito come 'il primo Inferno dell'età moderna' da uno che di inferni e dannazione se ne intendeva come Jorge Luis Borges.

    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Polyfilo

    Dettagli del libro
    • Titolo: Vathek e gli episodi
    • Titolo originale: Vathek. Un conte arabe
    • Autore: William Beckford
    • Traduttore: A. Camerino, R. Savinio
    • Editore: Bompiani
    • Data di Pubblicazione: 2003
    • Collana: Tascabili. Romanzi e racconti
    • ISBN-13: 9788845254970
    • Pagine: 257
    • Formato - Prezzo: Brossura -  Euro 7,90

    02 ottobre 2013

    La certosa di Parma - Stendhal

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    I Contenuti

    Protagonista è il giovane nobiluomo milanese Fabrizio del Dongo. Suo padre è un soldato napoleonico, sua madre una nobildonna milanese. Fabrizio cresce vivace e sano nel castello di Grianta, viene educato in un collegio di gesuiti a Milano, e il suo interesse si concentra sulle gesta eroiche dei suoi antenati. Circondato dalle attenzioni della madre e della zia, attira su di sé la gelosia del fratello Ascanio.
    Ammiratore di Napoleone, decide di combattere nel suo esercito in Belgio all’insaputa del padre, conservatore e filo-austriaco. Al suo arrivo i soldati francesi lo scambiano per una spia e lo arrestano. Riuscito a fuggire, cerca un altro battaglione napoleonico cui unirsi, ma le delusioni si sommano una dopo l’altra. Alla fine riuscirà a unirsi all’esercito e si troverà spettatore confuso, impaurito e deluso della famosa battaglia di Waterloo.
    Sconfitto Napoleone, Fabrizio si trova a girovagare senza meta. A Parigi scopre che deve far ritorno in Italia ma anche che Ascanio lo ha denunciato accusandolo di essere una spia napoleonica. Ricercato dalla polizia, dopo mille peripezie Fabrizio riesce a tornare al castello di Grianta, ma è costretto a fuggire di nuovo, fino a quando la zia, la duchessa di Sanseverina, segretamente innamorata di lui, non lo prende sotto la sua ala protettiva facendogli ottenere l’immunità. A Fabrizio viene consigliato di farsi monsignore, e dopo aver ricevuto la nomina raggiunge la zia alla corte del principato di Parma. Ma anche qui Fabrizio è vittima di raggiri, finisce in prigione e sarà condannato a morte. Proprio in prigione trova finalmente l’amore, Clelia Conti, figlia del governatore del carcere. Riuscito a fuggire grazie all’aiuto della zia, Fabrizio ha un figlio da Clelia.
    La conclusione del racconto vede ancora nuove peripezie per gli sfortunati protagonisti che paiono destinati a non trovare pace e occupati e nella stessa direzione...

    La Recensione

    Scritto in meno di due mesi verso la fine della vita di Henri Beyle, nel 1838, la Certosa di Parma è uno di quei romanzi storici che agli occhi di un lettore moderno possono apparire tendenti allo scritto d'appendice e vicini alla serie televisiva. E infatti dalla trama di Stendhal sono state tratte ben due fiction televisive, di cui una del 2012 per la regia di Cinzia TH Torrini, (la stessa che ci ha regalato anche Elisa di Rivombrosa).
    La vicenda, che non riguarda assolutamente la Certosa di Parma - la stessa viene citata a volte dai personaggi e compare, ma solo di sfuggita, solo nelle ultimissime pagine -, è la storia della vita avventurosa di un giovane aristocratico milanese cadetto, dei suoi ardori giovanili, e del suo rapporto, a tratti ambiguo, con la affascinante e bellissima zia, la duchessa Sanseverina.
    Il tema di fondo è politico e si sviluppa nei primi decenni del XIX secolo, dunque quasi di attualità, dopo la sbornia della rivoluzione francese e l'epopea napoleonica, cui Fabrizio partecipa da adolescente avventurandosi in modo picaresco fino a Waterloo, per assistere alla fine di un'era.
    Spontaneo, incosciente, coraggioso, animato da eroici furori e in contrasto con un padre e un fratello maggiore che sono alfieri della repressione restauratrice, il marchese del Dongo incarna la figura del nobile decaduto, che da un lato si fa prendere dalla passione per il liberalismo e dall'altro però vive e agisce secondo i privilegi di una casta che si avvia a perdere il suo ruolo sociale nel confronto con la realtà.
    Privo di qualunque qualità che non sia l'avventata sincerità della giovinezza, Fabrizio è vittima delle sue passioni, non ha una propensione e neppure un'educazione approfondita e nel corso delle sue avventure il narratore onnisciente, che guarda alla sua sprovvedutezza con occhio bonario e divertito insieme, lo dipinge sempre sul punto di perdersi, se non fosse per i continui interventi e interesse della zia.
    La duchessa, vedova di un generale napoleonico, decide di spostarsi da Milano nella piccola corte di Parma, più provinciale e governata da un occhiuto e gretto despota con grandi ambizioni politiche, dove gode dell'amore del ministro del ducato farnesiano e diviene epicentro di intrighi e maneggi tra le fazioni del ministro stesso, conservatore, e avversa, i liberali guidati dalla marchesa Raversi.
    Questa parte del romanzo non è del tutto storica perché dopo i regni napoleonici il ducato di Parma era governato da un ramo della famiglia Borbone, essendo quella originaria dei Farnese da tempo estinta. Probabilmente l'opportunità politica consigliava a Stendhal un'ambientazione non del tutto realistica, visto che siamo negli anni tra 1831-48, destinati a cambiare la fisionomia geopolitica dell'Europa e dell'Italia.
    Attorno a questi due personaggi, Fabrizio e la duchessa, ruotano una serie di comparse e caratteri minori, come il conte, amante ufficiale della Sanseverina, insieme geloso e affezionato al primo, che intuisce come il legame tra zia e nipote potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di più intenso e vive sospeso sotto la minaccia continua di perdere la donna che ama e il posto di ministro che gliela garantisce, come il principe Ernesto V, fautore di uno stato poliziesco ma ambizioso al punto di promuoversi negli ambienti liberali come riferimento per i circoli antiasburgici per i nascenti progetti di unificazione italiana; o ancora la viscida figura dell'adulatore, il fiscale Rassi, animato dalla sola ambizione di raggiungere, lui funzionario borghese, la posizione di nobile e pronto a essere messo in ridicolo in ogni modo dai suoi superiori e a prestarsi a qualunque inganno per i suoi fini; infine l'irrinunciabile eroina, Clelia, figlia di un ex generale napoleonico, divenuto poi il carceriere di Fabrizio, icona di bellezza e dei tormenti spirituali e sentimentali di ogni figura femminile romantica, pronta a ogni sacrificio per una visione dell'amore che sa di idealismo adolescenziale più che di vera passione e di coraggio.
    Attraverso le complicate vite dei due personaggi principali l'autore tratteggia il ritratto di una società e di un ceto, la nobiltà decadente, completamente e inconsapevolmente travolta dai tempi e dalle contraddizioni, che sembra non rendersi conto che il turbine rivoluzionario ha spazzato via le condizioni di vita dell'ancien regime. Fabrizio, dopo aver seguito i suoi ideali di giovane libertario fino a partecipare alla battaglia di Waterloo - ed è questa una delle sezioni narrative migliori del romanzo -, accetta di prendere i voti perché, avendo la sua famiglia già espresso due arcivescovi di Parma, si troverebbe la strada spianata a quella carica, sacrificando gli ideali sull'altare di un opportunismo venato di accenti edonistici. Con simili idee opportuniste la duchessa, vedova di un generale napoleonico, si lega a una corte reazionaria e viene dipinta sempre pronta a passare sopra ogni principio e ideale, pur di favorire e proteggere lo sventato e sfortunato nipote. Anche i membri della famiglia del principe così come i cortigiani sono dipinti come sospesi tra una vacua dabbenaggine e la futile superficialità di intrighi meschini e debolezze. Gli amori disinteressati che riempiono di passione le vite dei protagonisti si rivelano più leziosi ed evanescenti che densi di umanità.
    Indubbiamente la grande abilità descrittiva di Stendhal e la sottigliezza con cui analizza i risvolti psicologici di travagli e passioni dei protagonisti contribuisce molto a coinvolgere nelle vicende e nei percorsi interiori della storia.
    Di tutto questo mondo resta però difficile e non sempre immediato per un lettore moderno apprezzare la visione insieme distaccata e leggermente ironica - il tono leggermente sornione dell'autore/narratore a tratti richiama certi stilemi, senza suggerire una parentela necessaria, dei 'Promessi Sposi' di Manzoni - che ne delinea Stendahl, sia per il fatto che la traduzione, per quanto di un poeta come Sbarbaro, risulta datata e piuttosto distante dal gusto e dalla lingua attuali, sia perché il succedersi delle vicissitudini assume un ritmo e un sapore molto romanzeschi, tanto da apparire eccessivi e da spingere anche l'editore parigino a sostituire le ultime trecento pagine con una chiusa breve e rabberciata, che in effetti rimane tronca e frettolosa.

    Giudizio:
    +3stelle+

    Articolo di Polyfilo

    Dettagli del libro
    • Titolo: La Certosa di Parma
    • Titolo originale: La Chartreuse de Parme
    • Autore: Stendahl
    • Traduttore: Camillo Sbarbaro
    • Editore: Einaudi
    • Data di Pubblicazione: 2007
    • Collana: Einaudi Tascabili
    • ISBN-13: 9788806189426
    • Pagine: 508
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,50

    20 settembre 2013

    Ragione e sentimento - Jane Austen

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    I Contenuti

    Scritto nel 1795 con il titolo di Elinor and Marianne, "Sense and Sensibility" ("Ragione e sentimento") viene pubblicato nel 1811. Come gli altri maggiori romanzi della Austen, descrive le vicende di un'anima ingenuamente romantica che, attraverso l'esperienza, giunge a comprendere infine la realtà dell'esistenza. Protagoniste sono le giovani sorelle Dashwood, Elinor e Marianne, che, alla morte del padre, sono costrette a fare i conti con le ristrettezze economiche nella loro nuova e modesta casa nel Devonshire. Qui conosceranno le pene e le gioie dell'amore e, imparando a conciliare la ragione con il sentimento, diventeranno donne. Attorno a questo processo di maturazione la Austen tesse una trama piena di grazia e ironia, in cui con la sua elegantissima prosa riesce ad analizzare e descrivere con straordinaria sottigliezza il contrasto e il dissidio tra istanze psicologiche e morali.

    La Recensione di Valetta

    Nonostante questo sia il primo libro di Jane Austen, già emergono chiari quali sono i maggiori pregi di questa scrittrice, primo fra tutti la sua grande capacità di osservazione e comprensione dell'uomo e la sua abilità nel mettere su carta ciò che osserva attraverso i sui fantastici personaggi. Una cosa che mi stupisce sempre leggendo i libri della Austen è l'osservare che alla fine l'uomo è sempre uguale a se stesso. Non importa se il libro è scritto e ambientato a fine '700, e quindi le abitudini e i costumi sono enormemente diversi dai nostri (al punto a volte da sembrare ridicoli), le motivazioni, i sentimenti e i comportamenti degli uomini sono sempre gli stessi. A prima vista si potrebbe dire che la rigida società di allora, con le sue convenzioni, la sua etichetta così piena di regole non c'entra nulla con la nostra società, sicuramente molto più spontanea e, secondo alcuni, evoluta. Con miei amici oggi non parlo certo come ci si parlava allora, i divertimenti sono diversi, i gusti sono diversi. Ma a guardar bene, le dinamiche sono sempre le stesse, le motivazioni di fondo e i sentimenti che ci guidano sono del tutto speculari.E' la cornice che cambia, non il contenuto.A volte può far sorride leggere certi dialoghi, vien da pensare che noi oggi diremmo la stessa cosa in modo molto più diretto e senza tante complicazioni, così come ogni tanto le paranoie che si fanno alcuni personaggi ci possono sembrare incomprensibili, ma tutto questo è più che accettabile e passa comunque in secondo piano perché la storia è avvincente e non si può fare a meno di affezionarsi e identificarsi nei personaggi. 
    La forte passionalità di Marianne o la timidezza e la concretezza di Elinor non sono certo solo caratteristiche di ragazze di 3 secoli fa!

    Giudizio:
    +5stelle+

    La Recensione di Polyfilo

    Se si legge 'Ragione e sentimento' in originale - cioè dunque 'Sense and sensibiliy' - si resta sorpresi, oltre che dalla facilità e dalla freschezza della lingua, che un lettore non fatica eccessivamente a seguire anche dopo ormai due secoli, dalla frequenza con cui ricorre nel romanzo una parola, 'agreeable', che non è semplicissimo tradurre in italiano.
    Il concetto sottostante contiene sia il riferimento a un canone di gradevolezza e bellezza estetica sia il confronto, vitale in una società rigidamente strutturata come quella britannica a cavallo tra XVIII e XIX secolo, con l'accettazione sociale di stati d'animo, scelte e comportamenti.
    La convenienza, morale sociale ed economica, si erge a criterio al quale conformare le proprie scelte di vita.
    In riferimento a questa sorta di standard pratico, come ci si può aspettare dalla mentalità inglese, si sviluppa, per opposizione e confronto, il rapporto tra due sorelle, Elinor, la maggiore, e Marianne, più piccola, provenienti dalla buona società ma senza capitali e dunque destinate ad affrontare la vita anche e soprattutto in considerazione di ciò.
    Le due giovani donne diventano icone e personificazione, nei contrasti e nella diversità di temperamenti e desideri, delle due forze evocate dal titolo stesso del romanzo, ragione e sentimento, o meglio, secondo l'originale 'sense and sensibility', che si avvicina più alle nostre idee di ragionevolezza e spontaneità. Elinor, la saggia tra le due sorelle - ma anche amiche del cuore -, non cede mai agli impulsi e vive tutta la sua sfera affettiva nella mediazione autoimposta degli atteggiamenti che ci si aspetta in società da una ragazza del suo rango, e il suo buon senso finisce per mitigare e irreggimentare anche le passioni, sempre vissute con il freno a mano, come quella senza speranza per Andrew Ferrars, di cui lei è innamorata e che accetta di non poter sposare per suoi precedenti impegni, pur riuscendo ad apprezzarne l'onestà e la lealtà anche nel dolore della perdita.
    Questo atteggiamento così posato ed equilibrato trova la perfetta antitesi nell'impulsiva immediatezza della sorella, Marianne, dal temperamento artistico accentuato, che si dichiara indisponibile ad accettare vincoli di 'convenienza' nella scelta di amicizie e frequentazioni - materia di capitale importanza in una società così rigida come quella in cui è ambientato il racconto -, e soprattutto in amore. La passione in qualche modo sfrenata e adolescenziale per Willoughby, che lungi dall'essere l'eroe romantico quale era apparso all'inizio, si manifesterà nella sua debolezza di uomo, porterà Marianne a vivere si con maggiore intensità le vicende amorose, ma anche a gravi errori di giudizio, mettendone in pericolo la vita stessa.
    Nel finale, pur nell'affetto sincero e trionfante che lega le sorelle tanto nel dolore quanto nella felicità, la partita va alla ragionevolezza di Elinor, che per quanto suo autolimitandosi, riesce da un lato a realizzare i suoi desideri e dall'altro a non scendere a compromessi con la morale della 'convenienza', mentre Marianne, maturata dagli eventi, dovrà concordare che la ponderatezza della sorella, lungi dall'essere un cedimento al conformismo imperante, è in realtà null'altro che uno sguardo più esperto e capace, grazie al tempo e all'esperienza, di valutare in profondità le vicende umane.
    Oltre a questo conflitto antinomico che, anche per il lettore contemporaneo, risulta tutt'altro che privo di attualità e di interesse, grazie all'acume con cui Jane Austen ne indaga tutti i risvolti, sono godibilissime le descrizioni - su tutte quella del modesto cottage dei Dashwood e dei progetti di abbellimento di questo 'locus amoenus' - e gli accenti umoristici con cui l'autrice ridicolizza i criteri strettamente economici e superficiali su cui i suoi degnissimi personaggi basano le loro scelte più intime. Dalla ripartizione di un'eredità alla scelta di un partito da matrimonio, non mancano mai i calcoli sulle rendite che sarebbero necessarie per uno stile di vita 'conveniente' e gli interessi nella scelta delle relazioni sociali più adatte, ovviamente ammantate da ipocrite e poco credibili proteste di gratuità.
    Anche in questo, negli ultimi secoli, l'animo umano non sembra essere cambiato di molto.


    Giudizio:
    +5stelle+

    Dettagli del libro
    • Titolo: Ragione e sentimento
    • Titolo originale: Sense and Sensibility
    • Autore: Jane Austen
    • Traduttore: Luciano M.
    • Editore: Mondadori
    • Data di Pubblicazione: 2007
    • Collana: Oscar classici
    • ISBN-13: 9788804526001
    • Pagine: 416
    • Formato - Prezzo: Brossura - 8,40 Euro

    12 settembre 2013

    Con gli occhi chiusi - Federigo Tozzi

    ,
    I Contenuti

    Il romanzo fu pubblicato nel 1918. E' la storia, largamente autobiografica, di un'adolescenza, dei primi dolorosi incontri con la realtà e con l'amore. Pietro Rosi è un giovane fragile e sognatore, figlio di un oste rude e di una donna delicata. Pietro si innamora di una giovane contadina, Ghisola, sentimento che affronta "ad occhi chiusi". Quando a Firenze Ghisola, dopo essere stata l'amante di un uomo maturo, rimasta incinta, decide di sfruttare il sentimento di Pietro e di attribuirgli la paternità del figlio che aspetta, si trova costretta a sfuggirgli, perché Pietro la "rispetta" e fa sfumare il suo piano. Scoperta improvvisamente la verità Pietro "apre" gli occhi e termina così la sua adolescenza.

    La Recensione

    Con gli occhi chiusi è un Bildungsroman al negativo, ossia un romanzo di formazione che si conclude non con la crescita del protagonista e con il suo inserimento nella società degli adulti, ma con un suo fallimento.
    Scritto nel 1913, si inserisce nel contesto della letteratura di inizio Novecento in cui a dominare sono gli inetti, gli antieroi: primo tra tutti lo Zeno Cosini di Svevo, Michele de Gli Indifferenti di Moravia, Mattia Pascal di Pirandello e molti altri. La storia, ambientata tra Siena, Firenze e le stupende campagne toscane, racconta la storia di Pietro Rosi, un giovane adolescente privo di passioni, talenti e di un vero sogno, che si lascia trascinare dagli eventi della vita senza mai reagire davvero. Vive sottomesso dal padre, un uomo violento e pieno di sé che gestisce una trattoria e diversi poderi in campagna, che lo spinge ad allontanarsi dalla scuola e dall'istruzione in generale e gli rinfaccia sempre di non essere scaltro come lui, che senza saper né leggere né scrivere, col solo duro lavoro, è riuscito ad arricchirsi. La madre muore quando è ancora un bambino, e quasi non riesce a provare dolore né a esprimere sentimenti. Tutto sembra scivolargli addosso.
    La figura che condiziona in modo più significativo la sua esistenza è quella di Ghisola, una contadina che vive a Poggio a' Meli, dove la famiglia di Pietro amministra i poderi, insieme ai nonni che sono a servizio dei Rosi. Ghisola è analfabeta, bruttina, si veste di stracci, ma tra lei e Pietro si stabilisce un forte legame fin da quando sono piccoli, legame tuttavia destinato a rimanere nell'indefinito e nell'incomunicabilità. Quando la ragazza viene mandata via dal padre di Pietro, che intuisce la possibilità di una relazione tra i due, ed è costretta a tornare a Redda, Pietro si perde in una serie di scelte di vita sbagliate, passando da una breve militanza socialista ad un impegno poco proficuo negli studi tecnici, cercando inutilmente di ritrovare l'amore e la sincerità della contadina che ormai ha compromesso la sua purezza per denaro.
    Il romanzo è fortemente autobiografico e ricco di elementi psicanalitici (da poco tempo Freud aveva reso pubblici i suoi studi e influenzato fortemente la letteratura dell'epoca). Pietro è alter-ego dell'autore sia per quanto riguarda il rapporto fortemente conflittuale col padre che per le difficoltà incontrate nel percorso scolastico; ma soprattutto Ghisola richiama Isola, protagonista di un tormentato amore giovanile di Tozzi. Ciò che colpisce maggiormente è la perfetta rievocazione del mondo della campagna toscana di fine Ottocento: numerose sono le descrizioni delle colline, dei loro colori e profumi, degli elementi naturali che sembrano sempre riflettere la tragicità e l'incompletezza dei personaggi. In conclusione il titolo dell'opera merita una spiegazione. In parte è riferito anch'esso ad un elemento biografico dello scrittore: Tozzi infatti fu colpito da una malattia agli occhi che lo costrinse al buio per molto tempo. Ma vivere con gli occhi chiusi è anche sinonimo di incomunicabilità, dell'impossibilità di comprendere appieno la realtà e le persone che fanno parte della vita del personaggio.

    Sarà infatti nel fallimento e nella delusione che si concluderà la vicenda di Pietro.

    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Valeria Pinna

    Dettagli del libro
    • Titolo: Con gli occhi chiusi
    • Autore: Federigo Tozzi
    • Editore: BUR
    • Data di Pubblicazione: 1995
    • Collana: La Scala
    • ISBN-13: 9788817202930
    • Pagine: 192
    • Formato - Prezzo: Brossura - 6,80 Euro

    03 settembre 2013

    La vita oggi - Anthony Trollope

    ,
    I Contenuti

    Oltre ad essere il più lungo, La vita oggi è anche il più grande dei romanzi di Anthony Trollope, l'opera in cui meglio risalta il suo genio letterario. Genio vittoriano, che si affianca a quello di Dickens e di Thackeray, e che a detta di Henry James poggiava sulla "sua totale comprensione dell'usuale". "La vita oggi" è un'ambiziosa satira sociale e fu ispirato da una serie di scandali finanziari degli anni Settanta dell'Ottocento. Decine di personaggi attorniano il protagonista principale: un finanziere, August Meimotte, dall'oscuro passato, che impianta a Londra famiglia, affari e vita sociale, e si imbarca in un colossale investimento, che attrae e travolge, segnando innanzitutto la sua propria ascesa e caduta, capitali, talenti, fortune ed entusiasmi provenienti da ogni parte dell'aristocrazia del danaro e dei titoli. E ciascuno di questi sotto-protagonisti, assieme a familiari e affiliati, è posto al centro, come accade nella vita vera, di una sotto-trama, come il ramo che s'impianta nel tronco maggiore e si conclude a sé. Perché il protagonista vero, che il vittoriano Trollope mette in scena, è la disonestà dei suoi tempi, di perturbante attualità nel confronto spontaneo con i nostri. 

    La Recensione

    Quando si parla di scrittori profetici. Al centro del romanzo c'è un colossale scandalo finanziario in cui un paio di uomini d'affari senza scrupoli arraffano risparmi (veri) di ingenui e speranzosi risprmiatori e giocando al rialzo in borsa di azioni di una compagnia ferroviaria (falsa) accaparrando una fortuna (vera) lasciando gli sventati soci con un pugno di mosche in mano.
    In altre parole, qualche squalo della finanza gioca in borsa sul nulla e un sacco di gente finisce sul lastrico.
    La cosa vi è familiare? Aspettate di conoscere il personaggio chiave del romanzo, Augustus Melmotte, uomo d'affari immensamente ricco, volgare, maleducato, caciarone, di cui nessuno ha veramente idea di dove abbia preso i soldi ma tutti sono abbastanza certi si tratti di mezzi illeciti. I membri della vecchia aristocrazia lo disprezzano apertamente per la sua volgarità ma nel privato ne diventano amici, attirati dalle sue ricchezze. Il popolino lo adora per la sua immagine di successo di uomo "che si è fatto da solo", nonostante la dubbia origine della sua ricchezza. O forse proprio per quella. Per tentare di evitare di esser travolto dagli scandali finanziari, il grand'uomo, che oltre a essere immensamente ricco è anche immensamente arrogante, decide di scendere in politica come salvatore della patria. Ovviamente col partito conservatore. Ovviamente i suoi stessi colleghi di partito si vergognano di lui, ma non esitano a sostenerlo ciecamente finché la fortuna gira dalla sua parte. E altrettanto ovviamente gli avversari politici sono incapaci di arrestare la sua ascesa perché, a parte puntare il dito contro i difetti del grand'uomo, non sanno proporre una sola idea originale per contrastarlo. 

    No, non vi sto riassumendo l'ultimo libro di Marco Travaglio, ma il romanzo capolavoro dello scrittore vittoriano Anthony Trollope, il quale, povera anima, si scandalizzava per la degenerazione morale dell'Inghilterra del 1870, dove l'unico valore dominante sembrava essere il dio denaro, e la metteva alla berlina in questa corposa opera dal titolo sarcastico e lievemente disgustato.
    Non immaginava, il grand'uomo, che il bello doveva ancora venire e che, a parte qualche sottile variazione, le assurdità da lui ridicolizzate più di un secolo orsono ancora l'avrebbero fatta da padrone nell'occidente degli anni 2000.
    Oggi forse non avremo più l'aristocrazia (per lo meno in Italia), ma i ricchi figli di papà e i nullafacenti politici incapaci di produrre alcuna forma di reddito ma pronti a contrarre debiti colossali coi soldi altrui direi che non ci mancano proprio.
    Se non altro si è persa l'abitudine di vendere la propria figlia al miglior offerente in cambio di un buon vitalizio, come invece capita alle povere Marie Melmotte e Hetta Carbury in quest'opera, dove entrambe imparano ben presto che sentimenti e matrimonio hanno poco a che fare l'uno con l'altro. Alla faccia della sacralità del rito millenario che ci viene continuamente ricordata da qualche benpensante oggigiorno.
    Fa veramente piacere osservare come nell'800 vittoriano fosse proprio un uomo ad accorgersi e denunciare nel suo romanzo la ridicola condizione di asservimento del genere femminile, trattato null'altro che come merce di scambio per rimediare agli sconquassi finanziari propdotti dagli uomini di famiglia, i quali, dal canto loro, non sembrano avere alcun obbligo morale se non quello di ricercare il proprio piacere.
    In quest'opera Trollope ne ha per tutti: per gli uomini d'affari senza scrupoli, l'aristocrazia parassitaria, i figli di papà buoni a nulla e pieni di pretese, la Chiesa incapace di parlare di fede ma preparatissima a parlar di soldi, il disprezzo della donna e il razzismo verso gli ebrei. Attraverso le intricate vicende dei Carbury, dei Melmotte e dei Longstaffes, l'autore si scaglia con la sua penna sferzante verso una società ipocrita e senza principi morali, molto attenta alle forme e pronta a giudicare il prossimo ma incapace di correggere se stessa. Unica critica che gli si può rivolgere è che la sua ironia bruciante fa poco per appassionare il lettore alle vicende personali dei protagonisti, per cui si finisce per interessarsi di più al fato dei personaggi "negativi" che alle vicissitudini amorose del triangolo tra Hetta, Paul e Roger.
    In vita Trollope ebbe modo di polemizzare con Dickens per il suo eccessivo sentimentalismo, ma forse non avrebbe guastato se avesse imparato ad aggiungere un po' di cuore alle sue opere, donando loro giusto quel pizzico di passione che le avrebbe rese perfette.
    Rimane comunque un romanzo affascinante e godibilissimo che, nonostante le sue quasi ottocento pagine in lingua originale (più di mille dell'edizione italiana), scorre come un fiume, capace ancora oggi di risultare originale, divertente e coinvolgente, per cui consiglio sicuramente la lettura di questo romanzo per riscoprire un autore ormai quasi dimenticato in Italia e che invece meriterebbe uno spazio di primo piano nelle nostre librerie. 

    Giudizio:
    +4stelle+

    Articolo di Valetta

    Dettagli del libro
    • Titolo: La vita oggi
    • Titolo originale: The way we live now
    • Autore: Anthony Trollope
    • Traduttore: Romano Carlo Cerrone
    • Editore: Sellerio
    • Data di Pubblicazione:2010
    • Collana: La Memoria
    • ISBN-13: 9788838925139
    • Pagine: 1182
    • Formato - Prezzo: Tascabile (in due volumi) - Euro 22,10

     

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