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12 settembre 2013

Con gli occhi chiusi - Federigo Tozzi

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I Contenuti

Il romanzo fu pubblicato nel 1918. E' la storia, largamente autobiografica, di un'adolescenza, dei primi dolorosi incontri con la realtà e con l'amore. Pietro Rosi è un giovane fragile e sognatore, figlio di un oste rude e di una donna delicata. Pietro si innamora di una giovane contadina, Ghisola, sentimento che affronta "ad occhi chiusi". Quando a Firenze Ghisola, dopo essere stata l'amante di un uomo maturo, rimasta incinta, decide di sfruttare il sentimento di Pietro e di attribuirgli la paternità del figlio che aspetta, si trova costretta a sfuggirgli, perché Pietro la "rispetta" e fa sfumare il suo piano. Scoperta improvvisamente la verità Pietro "apre" gli occhi e termina così la sua adolescenza.

La Recensione

Con gli occhi chiusi è un Bildungsroman al negativo, ossia un romanzo di formazione che si conclude non con la crescita del protagonista e con il suo inserimento nella società degli adulti, ma con un suo fallimento.
Scritto nel 1913, si inserisce nel contesto della letteratura di inizio Novecento in cui a dominare sono gli inetti, gli antieroi: primo tra tutti lo Zeno Cosini di Svevo, Michele de Gli Indifferenti di Moravia, Mattia Pascal di Pirandello e molti altri. La storia, ambientata tra Siena, Firenze e le stupende campagne toscane, racconta la storia di Pietro Rosi, un giovane adolescente privo di passioni, talenti e di un vero sogno, che si lascia trascinare dagli eventi della vita senza mai reagire davvero. Vive sottomesso dal padre, un uomo violento e pieno di sé che gestisce una trattoria e diversi poderi in campagna, che lo spinge ad allontanarsi dalla scuola e dall'istruzione in generale e gli rinfaccia sempre di non essere scaltro come lui, che senza saper né leggere né scrivere, col solo duro lavoro, è riuscito ad arricchirsi. La madre muore quando è ancora un bambino, e quasi non riesce a provare dolore né a esprimere sentimenti. Tutto sembra scivolargli addosso.
La figura che condiziona in modo più significativo la sua esistenza è quella di Ghisola, una contadina che vive a Poggio a' Meli, dove la famiglia di Pietro amministra i poderi, insieme ai nonni che sono a servizio dei Rosi. Ghisola è analfabeta, bruttina, si veste di stracci, ma tra lei e Pietro si stabilisce un forte legame fin da quando sono piccoli, legame tuttavia destinato a rimanere nell'indefinito e nell'incomunicabilità. Quando la ragazza viene mandata via dal padre di Pietro, che intuisce la possibilità di una relazione tra i due, ed è costretta a tornare a Redda, Pietro si perde in una serie di scelte di vita sbagliate, passando da una breve militanza socialista ad un impegno poco proficuo negli studi tecnici, cercando inutilmente di ritrovare l'amore e la sincerità della contadina che ormai ha compromesso la sua purezza per denaro.
Il romanzo è fortemente autobiografico e ricco di elementi psicanalitici (da poco tempo Freud aveva reso pubblici i suoi studi e influenzato fortemente la letteratura dell'epoca). Pietro è alter-ego dell'autore sia per quanto riguarda il rapporto fortemente conflittuale col padre che per le difficoltà incontrate nel percorso scolastico; ma soprattutto Ghisola richiama Isola, protagonista di un tormentato amore giovanile di Tozzi. Ciò che colpisce maggiormente è la perfetta rievocazione del mondo della campagna toscana di fine Ottocento: numerose sono le descrizioni delle colline, dei loro colori e profumi, degli elementi naturali che sembrano sempre riflettere la tragicità e l'incompletezza dei personaggi. In conclusione il titolo dell'opera merita una spiegazione. In parte è riferito anch'esso ad un elemento biografico dello scrittore: Tozzi infatti fu colpito da una malattia agli occhi che lo costrinse al buio per molto tempo. Ma vivere con gli occhi chiusi è anche sinonimo di incomunicabilità, dell'impossibilità di comprendere appieno la realtà e le persone che fanno parte della vita del personaggio.

Sarà infatti nel fallimento e nella delusione che si concluderà la vicenda di Pietro.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Valeria Pinna

Dettagli del libro
  • Titolo: Con gli occhi chiusi
  • Autore: Federigo Tozzi
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: La Scala
  • ISBN-13: 9788817202930
  • Pagine: 192
  • Formato - Prezzo: Brossura - 6,80 Euro

19 luglio 2013

Il giocatore - F. M. Dostoevskij

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I Contenuti

Il giocatore, indimenticabile romanzo breve o racconto lungo, venne dettato dall'autore ad Anna Snitkina perché a lui mancava il tempo di scriverlo. è la storia di un progressivo, inarrestabile impoverimento, non solo economico ma soprattutto morale. Eppure, narrata con una certa dose d'umorismo, si legge tutta d'un fiato.


La Recensione

Attenzione: la recensione potrebbe contenere spoiler

Pubblicato nel 1866, Il giocatore è un romanzo breve del celebre scrittore russo Dostoevskij che ripercorre alcune delle vicende biografiche dell'autore quando, nell'estate del 1863, durante un viaggio all'estero, visse un periodo sottomesso dall'ossessione per l'amore non ricambiato per una donna e per il gioco.
Il romanzo è ambientato in una cittadina tedesca denominata Roulettenburg, dove si ritrova il protagonista Aleksej Ivanoviĉ, precettore di due bambini presso la famiglia di un generale russo in rovina che aspetta con ansia la notizia della morte della vecchia zia per poter accedere all'eredità e sposare la bella francese M.lle Blanche.
Fanno parte della compagnia anche Polina, figliastra del generale, di cui Aleksej è profondamente innamorato senza tuttavia essere ricambiato, e il marchese de Grieux, che incalza il generale per i suoi debiti. L'equilibrio dei primi capitoli si rompe con l'arrivo della zia, viva e vegeta e con nessuna intenzione di concedere al generale il suo patrimonio. La zia è il primo personaggio che comincia ad avvicinarsi fortemente al mondo del gioco, in questa cittadina molto rinomata per il casinò e soprattutto per la roulette, da cui appunto trae il nome. Da giocatrice accanita, grazie a qualche iniziale colpo di fortuna la vecchia diventa una vera malata del gioco, fino al punto di perdere gran parte dei suoi averi prima della partenza.
La seconda parte del romanzo racconta gli eventi posteriori alla partenza della zia. È evidente in questa parte una forte volontà di distacco dagli eventi da parte dell'io narrante Aleksej, che afferma di non riconoscere più il se stesso di un tempo e di non sapere più il motivo della sua attuale situazione di rovina e disgrazia.

Sostituendo la passione per Polina a quella per il gioco, anche Aleksej cade in un vortice che lo conduce sempre più in basso: nel finale di questo racconto-confessione il protagonista è in preda alla disperazione e va a giocare l'unico fiorino che gli è rimasto, la sua ultima possibilità.

Vera protagonista di questa vicenda risulta in realtà la roulette. Ciò che sembra guidare veramente tutti i personaggi che in modo più o meno significativo vi si avvicinano non è tanto l'amore per il denaro in sé quanto piuttosto il desiderio di raggiungere uno scopo, di veder cambiare la propria vita con la semplice scelta casuale di un numero o di un colore. Ma la roulette risucchia ben presto i suoi giocatori in un diabolico meccanismo che li porta in breve alla perdita dell'autocontrollo, all'incapacità di fermarsi alle prime vincite e a voler invece continuare, continuare a giocare e ad accumulare.
Aleksej rivela all'inizio del romanzo una concezione molto negativa di questo mondo: “Da principio tutto mi parve laido, moralmente abietto e sudicio”. Tutto gli sembra dominato dalla falsità, i giocatori gli paiono “gentaglia che gioca in modo sporco” e i croupiers delle canaglie. Tutto questo gli genera un'insolita e strana sensazione di insofferenza, per cui decide di lasciare il casinò.
Si avvicina inizialmente al gioco da esterno, spinto prima da Polina a giocare per conto di lei e poi come accompagnatore della vecchia zia, che gradisce i suoi consigli e le sue spiegazioni prima di ogni puntata.
Una riflessione molto interessante è contenuta nel dialogo tra il protagonista e il tanto disprezzato marchese francese al quale Aleksej (alter ego di Dostoevskij ) spiega come sia facile per un russo all'estero rovinarsi: la roulette è, secondo il suo parere, creata appositamente per i russi, i quali sono incapaci di trattenere i propri capitali, al contrario degli altri europei, ma altresì sono portati a disperderli facilmente e sono attratti da questo meccanismo che dà la possibilità di arricchirsi senza faticare in pochissimo tempo.
Quando infatti anch'egli diventa giocatore accanito rivede in se stesso tutte le caratteristiche che aveva osservato negli altri: il gioco diventa l'unico desiderio e l'unico pensiero della giornata, sembra non esistere altro che la roulette e anche Polina appare ormai un ricordo lontano.
In soli venti mesi, a causa dei debiti, il giovane finisce in prigione, diventa domestico presso un signore ma, dopo poco tempo, torna nuovamente alla roulette, di nuovo col desiderio di vincere e di ribaltare il suo destino. Come attratto da una calamita non riesce a fare a meno di giocare e anche l'ultima vincita che lo porta a moltiplicare il suo ultimo fiorino non è indicativa del fatto che Alekesj non continuerà a giocare e giocare ancora nonostante la sua ultima esclamazione: “domani, domani tutto finirà!”


Il giocatore è un romanzo molto coinvolgente che, tramite la narrazione in prima persona, delinea una personalità contrastata e ricca di sfumature ma soprattutto la psicologia del giocatore, una figura purtroppo quanto mai attuale. È la storia di un amore irrealizzato che avrebbe potuto portare il protagonista alla salvezza e la storia di un mostro, la roulette, che stringe sempre più le vittime tra i suoi artigli.
Il ritmo della narrazione è molto serrato sebbene sia un romanzo psicologico e degne d'attenzione risultano in particolar modo le scene ambientate al casinò, dove corruzione, falsità e disperazione regnano sovrane.


Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Valeria Pinna

Dettagli del libro
  • Titolo: Il giocatore
  • Titolo originale: Игрок, Igrok
  • Autore: Fedor M. Dostoevskij
  • Traduttore: Giacinta De Dominicis Jorio
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 1997
  • Collana: BUR Superclassici
  • ISBN-13: 9788817018678
  • Pagine: 220
  • Formato - Prezzo: Brossura - 6,50 Euro

01 giugno 2013

La quarta mano - John Irving

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I Contenuti

Patrick Wallingford, giornalista televisivo dal fascino irresistibile, si vede mozzare la mano da un leone durante un reportage su un circo in India: un evento decisamente tragico che però, per essere stato visto in diretta da milioni di persone, diventa per lui il miglior trampolino di lancio professionale. E' anche l'occasione che aspettava da anni il celebre chirurgo Zajac per effettuare il primo trapianto di mano nella storia della medicina. Mentre Zajac contatta Wallingford per proporgli l'intervento, Doris Clausen, fervente ammiratrice del giornalista, decide di donargli la mano del marito con conseguenze imprevedibili.
Una trama ai limiti dell'assurdo, sempre accompagnata da una scrittura straordinaria e condita da un humour svagato e sottile. Ma anche una satira contro il mondo dell'informazione e una grande storia d'amore.

La Recensione

John Irving è conosciuto in Italia soprattutto per il romanzo "Le regole della casa del sidro", da cui è stato tratto un film che appare periodicamente alla televisione (anche se, si spera, non raggiungerà mai la frequenza con cui viene trasmesso Pretty Woman).
In "La quarta mano", un racconto piuttosto surreale, scritto con mano leggera, il protagonista è un giornalista, Patrick Wallingford, una specie di anchorman, che viene mandato dalla rete televisiva per cui lavora a fare un reportage in India su uno strano incidente capitato a una trapezista. La donna, rimasta ferita durante un esercizio acrobatico senza rete di protezione, era caduta uccidendo il marito che aveva tentato di prenderla al volo. Intervistando la vedova, Patrick viene a sapere che nei circhi equestri indiani lavorano come trapeziste bambine minorenni. Queste vengono cedute dai genitori indigenti per svolgere un'attività che, per quanto pericolosa, rimane l'unica alternativa alla prostituzione. Ma il capo della rete televisiva non è interessato a questo argomento, trova inoltre il servizio giornalistico di Patrick poco avvincente, e pretende che si rechi a intervistare il domatore di leoni. Durante le riprese, avvicinando troppo il microfono alla gabbia delle belve, la mano di Patrick viene artigliata dalla zampa di un leone e divorata.
L'incidente, ripreso in diretta televisiva, porta Patrick, giornalista non particolarmente noto, alla ribalta della cronaca. Una sua ascoltatrice gli offre la mano del marito, morto anch'esso in un infortunio, per un eventuale trapianto. Pretende però una contropartita: un figlio. La donna, infatti, desidera ardentemente la maternità, che il defunto marito, sterile, non era stato in grado di darle.
Nel romanzo si riscontrano alcune incongruenze. L'autore non spiega ad esempio il motivo per cui Patrick, bello, simpatico, benestante, sexy e gentile, abbia solo relazioni a  livello molto superficiale con l'altro sesso, fino a quando non incontra la donna che gli dona la mano del defunto marito. E' ben vero che lui è reduce da un matrimonio fallito, ma è il comportamento femminile che appare del tutto anomalo, dal momento che in genere le donne cercano relazioni stabili. Lo scrittore si limita a dire che c'era qualcosa di decisamente troppo fragile in Patrick Wallingford. Le donne cercavano sempre di proteggerlo. In un altro punto del libro viene aggiunto che Patrick è immaturo, ma come spiegazione rimane poco convincente: se le donne stringessero relazioni durature soltanto con uomini maturi, la razza umana si sarebbe già estinta.
L'autore inoltre non spiega cosa spinga il giornalista, così ricercato dal sesso femminile, a innamorarsi di una donna della sua stessa età (trentasei anni), provinciale, non particolarmente colta né particolarmente bella. Di lei viene detto che era piuttosto minuta, attraente, con un tono di voce eccezionalmente sexy e accanita tifosa della locale squadra di rugby, sport di cui Patrick non era assolutamente interessato prima di conoscerla. Dopo il rapporto sessuale avuto al loro primo incontro - rapporto voluto da lei in quanto era in periodo di ovulazione - la relazione viene praticamente interrotta e Patrick, modificando radicalmente il comportamento tenuto con l'altro sesso, dovrà farle una corte assidua per cercare di convincerla a sposarlo.
Nonostante le incongruenze sopra accennate, la storia si snoda piacevolmente, intervallata da alcuni flash sulla singolare vita del chirurgo che sottopone il giornalista all'operazione di trapianto.
Non bisogna aspettarsi un romanzo impegnato, ma la narrazione è molto coinvolgente e solletica il lato romantico femminile e quello maschile dell'avventura salace. La scrittura è scorrevole ed il tono piacevolmente ironico.
John Irving è un ottimo intrattenitore e riesce a rendere avvincente una storia improbabile. Se non sapete cosa leggere sotto l'ombrellone, consiglierei caldamente questo romanzo, con l'avvertenza che potreste scegliere di trascurare i bagni per arrivare a scoprirne il finale.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezza)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La quarta mano 
  • Titolo originale: The Fourth Hand 
  • Autore: John Irving
  • Traduttore: Giovanni Pannofino 
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2004 
  • Collana: Scrittori contemporanei 
  • ISBN-13: 9788817001823
  • Pagine: 378
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 7,50 

05 maggio 2013

La fabbricante di vedove - Maria Fagyas

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I Contenuti

Finita la prima guerra mondiale, anche gli uomini di Ladany -piccolo villaggio agricolo nella remota regione ungherese del Tiszazung- tornanano a casa. Ritrovano le moglie che, durante il lungo periodo bellico, hanno lavorato da sole nei campi, svolto affari lucrosi, migliorato notevolmente il tenore di vita. Donne che hanno rivelato forza, serietà ed impegno che nessuno, in condizioni normali, era disposto a riconoscere loro. Ma i reduci, poco dopo il loro ritorno a casa, cominciano ad ammalarsi e poi a morire. Se ne vanno, uno dopo l'altro, a decine, ma le donne non sembrano addolorarsi troppo per quei decessi inesplicabili, che nulla permette di attribuire a cause non naturali. Il giovane Rudi Mikay, che ha abbandonato gli studi universitari per entrare nella polizia con il grado di tenente, vuol indagare su questa ecatombe di mariti. Ma la sua iniziativa non trova seguito: nessuno vuole casi giudiziari o creare scandali che possano turbare la tranquilla vita della contea. La magistratura lo scoraggia, il medico condotto gli da del visionario, e l'unica persona che gli è consentito incriminare è Amalia Kovach, la levatrice di Ladany che pratica, abilmente, aborti clandestini. Ma anche contro di lei non riesce a mettere assieme un dossier sufficiente di prove per condannarla. Rudo sta ormai per abbandonare l'inchiesta, quando il velo comincia a sollevarsi sulla sinistra trama che sconvolge la vita di quel borgo sperduto, fin troppo quieto ed idilliaco. E qui sta la sorpresa del romanzo.
Basandosi su un fatto realmente accaduto, Maria Fagyas -autrice del fortunato romanzo "Il tenente del diavolo"- ha ricostruito l'inquietante e misteriosa vicenda in un libro che non è un "giallo", pur avendone tutti gli ingredienti, bensì un quadro delle condizioni di vita di una povera comunità contadina e, soprattutto, delle condizioni di vita delle donne di quella comunità che si rivela sorprendentemente veritiero ed attuale. Le donne di Ladany, infatti, affrontano e risolvono, a loro modo, il nodo dell'emancipazione femminile, un nodo estremo, certo, ma emblematico. 

La Recensione

Questo romanzo si ispira ad un fatto realmente accaduto negli anni Venti: nel Tiszazug, remota e arretrata regione dell'Ungheria, circa cinquanta persone, in maggioranza uomini, furono avvelenate dalle loro mogli, figlie o altri parenti di sesso femminile. Delle donne accusate, venti vennero ritenute colpevoli. Sei di queste vennero condannate a morte e le rimanenti a pene detentive. Nei casi in cui erano trascorsi troppi anni dal delitto, la colpevolezza non poté essere provata e molte responsabili sfuggirono al castigo.
La vita delle contadine non doveva essere facile a quel tempo. Gli uomini erano gli indiscussi padroni in famiglia e, una volta svolti quei lavori ritenuti troppo pesanti per le donne -non dovevano essere molti perché il sesso femminile era robusto-, andavano a passare le serate in osteria dove, oltre a giocare a carte, si ubriacavano e diventavano ulteriormente brutali e maneschi. Pertanto, quando gli uomini partirono per la guerra, le donne, rimaste sole, ebbero un'esistenza più tranquilla e furono in grado di permettersi comodità prima insperate, pur continuando a lavorare, e ampliando in qualche caso le proprietà, dal momento che non c'erano gli uomini a dissipare i risparmi. I reduci della guerra, ritornati dopo sette anni di assenza, avrebbero voluto riprendere la vita di un tempo, ma non riuscirono a comprendere che la mentalità delle loro donne era cambiata e adattarsi al nuovo stato di cose. Mentre i mariti erano lontani, le donne erano state aiutate nei lavori più gravosi dai prigionieri russi, che erano stati ben lieti di sfuggire alla prigionia, dandosi da fare a svolgere i lavori nei campi che le contadine avevano difficoltà a compiere. Si prestavano a qualsiasi attività e accettavano con riconoscenza dalle donne ciò che gli uomini di casa pretendevano brutalmente di diritto. E' quindi comprensibile che le donne rifiutassero di ritornare nella situazione anteguerra con tutti i mezzi possibili.
Il romanzo descrive mirabilmente il muro di omertà che le donne avevano creato per proteggersi, e il modo in cui poi si incrinò dando inizio alle confessioni. Ma oltre al racconto delle indagini, alla vita nei villaggi rurali, alle usanze del luogo, c'è una delicata ma impossibile storia d'amore fra il tenente di polizia Rudi Mikay che segue il caso e la moglie di un benestante del paese. La donna, americana di nascita, era impreparata alla vita di un villaggio ungherese dove la gente le sembrava rozza e insensibile. E' comprensibile che si sentisse scioccata nel vedere sepolti vivi i cuccioli di fronte alla cagna madre che guaiva.
Interessanti i rapporti fra il tenente di polizia e la gente del villaggio. In particolare quello con la levatrice abortista, Amalia Kovach, che lui intuiva fornire il veleno alle donne che volevano disfarsi del marito, ma contro cui non riusciva a ottenere le prove. Pur essendo su posizioni opposte, è descritto magistralmente il rapporto di stima reciproca fra i due.
E' un bel romanzo, insomma, dove tutti personaggi sono mirabilmente descritti pur utilizzando il minor numero possibile di parole. La scrittura della Fagyas è estremamente asciutta, secondo la migliore tradizione americana, ma decisamente incisiva. Ogni scrittore esordiente dovrebbe leggere questo libro e imparare a caratterizzare i personaggi come fa l'autrice. Il romanzo ha quasi cinquant'anni, ma non li dimostra e mantiene intatta la sua freschezza. Purtroppo è di difficile reperimento in libreria.
Maria Fagyas, ungherese di nascita ma statunitense d'adozione, si traferì a Hollywood dove il marito, commediografo, lavorava per l'MGM. Ebbe una produzione letteraria molto contenuta: prima di "La fabbricante di vedove" pubblicò il romanzo "Il tenente del diavolo" e, successivamente, una raccolta di novelle.

Giudizio:
+4stelle+ (e mezzo)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La fabbricante di vedove 
  • Titolo originale: The Widowmaker
  • Autore: Maria Fagyas 
  • Traduttore: Marina Valente 
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 1988
  • Collana: Biblioteca Universale Rizzoli 
  • ISBN-13: 9788817137041
  • Pagine: 272  
  • Formato - Prezzo: Euro 7,30

15 aprile 2013

Il processo - Franz Kafka

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I Contenuti

Josef K. condannato a morte per una colpa inesistente è vittima del suo tempo. Sostiene interrogatori, cerca avvocati e testimoni soltanto per riuscire a giustificare il suo delitto di "esistere". Ma come sempre avviene nella prosa di Kafka, la concretezza incisiva delle situazioni produce, su personaggi assolutamente astratti, il dispiegarsi di una tragedia di portata cosmica. E allora tribunale è il mondo stesso, tutto quello che esiste al di fuori di Josef K. è processo: non resta che attendere l'esecuzione di una condanna da altri pronunciata.

La Recensione di Lorenzo Pompeo

Vado subito al dunque: perché recensire questo libro, un classico così noto e citato? Questa domanda mi ha tormentato parecchio negli ultimi giorni. Forse - mi sono detto - vale la pena di recensirlo proprio per questo, proprio perché è un libro che a forza di essere dato per scontato, è stato quasi dimenticato. Il termine "kafkiano" è entrato ormai nell'uso comune. Tra le opere di Kafka, questa sembrerebbe essere quella più vicina al suo campo semantico. E ciò potrebbe persino fornire un alibi a un lettore svogliato per evitarlo in quanto, apparentemente, già noto. Come un giallo del quale si conosce già l'assassino. A fare da contrappeso a questa insostenibile leggerezza, dall'altra parte c'è la mole della critica, con le sue innumerevoli interpretazioni contrastanti, come numeri di un abile contorsionista circense. Aggiungere una voce a questo coro è impresa ardita. Proverò quindi a percorrere il sentiero forse meno impervio delle sensazioni personali, aggiungendo, se possibile, solo qualche riflessione a margine. Il termine "kafkiano" si riferisce, a mio avviso, allo strato più superficiale di questo romanzo, pubblicato nel 1925, a un anno dalla scomparsa dell'autore, per volontà e a cura dell'amico Max Brod. Al quale Kafka diede il manoscritto incompiuto nel 1920, raccomandandogli di bruciarlo dopo la sua morte (vicenda romanzesca che sembra quasi un capitolo dell'opera in questione). Forse non solo a me questo libro ha fatto venire in mente gli omini in bombetta dei quadri di Magritte, lo scambio, la contaminazione tra il quotidiano e l'assurdo, l'ordinario e lo straordinario presente nei quadri del grande pittore belga. Inaspettata, almeno per me, è stata la presenza di un soffuso e persistente erotismo, accompagnato da un altrettando persistente senso di colpa e da una continua frustrazione del desiderio, che si smarrisce in un labirinto dal quale non sembra esserci via d'uscita nemmeno nel tragico epilogo ("gli parve che la sua vergogna gli sarebbe sopravvissuta" - pensa il protagonista mentre i due aguzzini stanno eseguendo la sua condanna a morte). In verità Il processo è un mondo completo: ci sono descrizioni realistiche, verosimili, della vita di un qualsiasi ufficio, c'è un personaggio, il protagonista, col quale il lettore simpatizza immediatamente. Di questo fantomatico Josef K il lettore conosce tutto. Se non fosse per la vicenda del processo nel quale è coinvolto, la sua vita sarebbe del tutto ordinaria. Anche se lui non sembra avere nessuna colpa, eppure la colpa c'è, inafferrabile e misteriosa. Il processo è il romanzo nel quale è racchiusa un'intera esistenza, come un insetto custodito in un cristallo d'ambra. Probabilmente oggi un libro di questo genere non troverebbe un editore disposto a correre il rischio di pubblicarlo, anche perché non rientra in nesun "genere". Ma proprio per questo è un libro che va assolutamente letto.

Giudizio:
+5stelle+

La Recensione di Patrizia

Joseph K., stimato procuratore di un’importante banca, viene posto in stato di arresto la mattina del suo trentesimo compleanno: nessuno gli notifica il capo d’accusa, anzi gli viene detto che questo tribunale (che non ha nulla a che vedere con i tribunali ordinari) non prevede tale atto, ma solo la condanna o l’assoluzione. L’arresto non comporta nessuna conseguenza sul piano pratico: Joseph K. continua la sua vita ma deve, di tanto in tanto, presentarsi alle udienze fissate dal tribunale. Quello che colpisce il lettore è che Joseph K. (così come tutti quelli che ruotano attorno a lui) accetta la situazione: cerca di difendersi ma rimanendo dentro le regole fissate dal Tribunale, mentre per noi che leggiamo è chiara l’assurdità della situazione. Le udienze del tribunale si svolgono in locali celati nelle soffitte delle abitazioni comuni, in luoghi sordidi e difficilmente irraggiungibili. I giudici, i cancellieri e gli altri impiegati sono personaggi squallidi, corruttibili che si ammantano dell’aurea di superiorità che il loro ruolo comporta nell’immaginario comune. Sono invece tutti presi dalla loro parte e usano il timore che incutono negli altri per accrescere l’alta (ma falsa) opinione che hanno di sé e del Tribunale in cui operano.
Cosa vuol dire Kafka in questo romanzo? Perché Joseph K. accetta passivamente quello che gli accade? Per rispondere a queste domande sono stati versati fiumi d’inchiostro da persone molto più autorevoli e competenti di me, io mi limiterò a esprimere le mie opinioni. Kafka aveva studiato legge e lavorava in una grande compagnia assicurativa: quindi conosceva dall’interno i meccanismi dei tribunali e le trappole della burocrazia; secondo me però non è solo qui il senso de Il Processo: perché, altrimenti, avrebbe dovuto considerare un Tribunale e una Legge diversi da quelli ordinari?
Leggendo il romanzo per me è chiaro che Joseph K. si “sente” colpevole: non sa bene quale sia la sua colpa ma, nel profondo del suo essere, sa che non è immune da cattive azioni e comportamenti riprovevoli. La sentenza del tribunale arriverà un anno dopo, il giorno del suo trentunesimo compleanno. E’ come se Joseph K., giunto quasi all’apice della sua carriera, fosse caduto in una profonda crisi e in quell’anno avesse fatto una disamina della sua vita. Il Tribunale può rappresentare quella parte di coscienza che continuamente analizza e in maniera inflessibile giudica le azioni sulla base di criteri che rimangono celati alla stessa coscienza, a cui viene svelata solo la consapevolezza della accusa sotto forma di senso di colpa. La parte più razionale di Joseph K. sa che tutta la vicenda è assurda e soprattutto che i suoi giudici non sono all’altezza del compito, essendo essi stessi corrotti e manipolatori, ma non riesce a sottrarsi al senso di colpa, alla consapevolezza che in fondo il Tribunale ha ragione.

«L'unica cosa che ora posso fare», si disse, e l'uniformità dei suoi passi e dei passi degli altri due confermò i suoi pensieri, «l'unica cosa che ora posso fare è conservare sino alla fine la capacità di discernere con calma. Ho sempre voluto allungare venti mani sul mondo e per di più a scopi non sempre lodevoli. Non era giusto. Dovrei far vedere, ora, che nemmeno un anno di processo mi ha potuto insegnare qualcosa? Dovrò andarmene come un tardo a capire? Si dovrà poter dire di me che all'inizio del processo volevo concluderlo e che, ora che è alla fine, lo voglio cominciare da capo? Non voglio che si dica questo. Sono grato che per compiere questo tragitto mi abbiano dato per compagni questi due signori, che non parlano quasi e non capiscono niente, e che sia stato lasciato a me di dirmi da solo il necessario».
Kafka scrive molto bene e con poche parole riesce a tratteggiare i personaggi patetici e ridicoli che popolano questo romanzo, eppure io non sono rimasta emotivamente coinvolta né rapita dal genio dello scrittore (e lo stesso è accaduto leggendo “Le metamorfosi” e “La colonia penale”) pur riconoscendone l’originalità: un’eccessiva freddezza dello stile, un distacco dalle vicissitudini del protagonista mi impediscono di condividere l’ansia che pervade Joseph K. dal momento del suo arresto sino al verdetto finale.
La difficoltà di penetrare sino in fondo i molteplici significati di quest’opera (o meglio la netta sensazione che è difficile sostenere una tesi piuttosto che un’altra) mi hanno spinta a leggere Lettera al padre con la speranza di trovare dei punti di riferimento per dipanare qualche filo dell’ingarbugliata matassa che per me è Il processo. In effetti, nell’accorata lettera che Kafka scrive al padre, senza mediazioni e senza filtri, sono riuscita a cogliere una delle possibili genesi della colpa, apparentemente immotivata e priva di oggetti concreti, che attraversa l’opera kafkiana.

In questo modo il mondo per me risultò diviso in tre parti: una in cui vivevo io, lo schiavo, sotto leggi che erano state escogitate soltanto per me e che inoltre, non sapevo perché, non ero mai in grado di rispettare completamente; poi un secondo mondo, infinitamente distante dal mio, in cui vivevi tu, impegnato a governare, impartire ordini e andare in collera se non erano eseguiti; e infine un terzo mondo, dove il resto degli uomini vivevano felici, liberi da ordini e obbedienza. Io ero costantemente in preda alla vergogna: o seguivo i tuoi ordini, ed era una vergogna perché valevano soltanto per me, o recalcitravo, e anche questa era una vergogna, perché non si poteva recalcitrare davanti a te, o non riuscivo a seguirli, perché ad esempio non avevo la tua forza, il tuo appetito, la tua abilità, per quanto tu pretendessi quella data cosa da me come ovvia; e questa era comunque la vergogna più grande. Così si agitavano non solo le riflessioni, ma anche la sensibilità di tuo figlio. (Lettera al padre, ed. Newton Compton pagg. 29-30)
E ancora, riferendosi al legame tra lui e la sorella Ottla, con cui condivideva il difficile rapporto con il padre:
Tu sei certamente uno degli argomenti principali della nostra conversazione, da sempre, ma non è perché vogliamo escogitare qualcosa contro di te che stiamo assieme, bensì per analizzare assieme con ogni sforzo, con divertimento, con serietà, con amore, ostinazione, rabbia, contrarietà, dedizione, senso di colpa, con tutte le energie della testa e del cuore questo terribile processo che aleggia tra noi e te, in tutti i suoi particolari, da tutti i lati, con ogni motivazione, da lontano e da vicino; questo processo in cui tu hai sempre affermato di essere giudice mentre, almeno in massima parte (qui lascio la porta aperta a ogni errore in cui naturalmente posso incorrere), sei solo una delle parti, debole e abbagliato come noi. (Lettera al padre, ed. Newton Compton pag. 42).
Non mi azzardo certo ad affermare che tutto il senso de Il processo è racchiuso in Lettera al padre, ma questo scritto può essere d’aiuto per aumentarne la comprensione e individuare l’origine prima di alcune delle tematiche frequenti nell’opera kafkiana e che l’autore è riuscito a trasformare in questioni universali n cui ogni lettore può cercare di riconoscersi.

Giudizio:
+3stelle+

Dettagli del libro
  • Titolo: Il processo
  • Titolo originale: Der prozess
  • Autore: Franz Kafka
  • Traduttore: Franchetti E.
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: I grandi romanzi
  • ISBN-13: 9788817018197
  • Pagine: 292
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7,40 Euro

17 febbraio 2011

Sayonara, gangsters - Takahashi Gen'ichirō

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I Contenuti

In un futuro non troppo lontano, due giovani amanti si regalano reciprocamente un nome: Sayonara, gangsters (lui) e Song Book (lei). Insieme al gatto Enrico IV, gran bevitore di latte e vodka, si muovono in un scenario improbabile e stranamente lirico, popolato da killer immortali, poeti trasformati in frigoriferi e alieni in vacanza studio sulla Terra.

La Recensione

Recensire un libro come "Sayonara, gangsters" potrebbe essere un compito veramente arduo per un lettore occasionale di letteratura giapponese come lo sono io. Potrei scegliere la via più facile e buttare là una manciata di definizioni come "post-modernismo" o "avant-pop", ripresi dalla post-fazione, che danno sempre un tocco "intellettuale" alla recensione (e al recensore). Non sapendo però che cosa intendano indicare precisamente i due termini sopra indicati, mi limiterò ad esporre quelle che sono le mie impressioni, come sempre.
"Sayonara, gangsters" è quanto di più surreale mi sia capitato di leggere. Il libro è diviso in tre parti: nella prima si fa la conoscenza del protagonista, narratore in prima persona della propria vita, nella seconda del suo lavoro in una scuola di poesia e la terza si incontrano i famigerati gangsters e del loro "stile di vita". Non c'è una vera trama, i capitoli sono molto brevi e spesso la sensazione di labirintite prende il sopravvento tra la miriade di (non tutte) oscure citazioni ad autori giapponesi e americani del '900 e situazioni incredibili apparentemente scollegate tra loro. Allora che cosa mi ha fatto dare quattro stelle ad un libro semi-sconosciuto in Italia che sembra essere troppo lontano dalla nostra cultura per essere apprezzato appieno? Lo stile è decisamente accattivante, leggero nonostante i temi spesso trattati e, soprattutto, questo è decisamente il più riuscito tentativo, tra quelli che ho letto, di fondere letteratura e poesia. Non un genere che ami, però qui non c'è la pesantezza che spesso si può trovare in questo tipo di commistioni. Anzi, spesso l'umorismo usato riesce a rendere quel velo di amara allegria che colpisce il lettore senza però stenderlo al tappeto, inducendolo ad andare avanti fino all'ultima pagina. Così si passa da poeti trasformati in frigorifero a depressi baristi ali-muniti, arrivando addirittura a due pagine di un manga riprese per intero, con disegni e nuvole. Per non parlare poi di mille altre situazioni improbabili che non cito per non rovinare la lettura. Il tutto senza che una sola cosa risulti fuori posto, grazie alla capacità dell'autore di saper trattare il surreale con immagini forti senza rendersi stucchevole o ridicolo.
In conclusione, Takahashi Gen'ichiro ha scritto un libro di una bellezza incomprensibile. Conoscere almeno un po' la cultura giapponese è assolutamente essenziale per non fermarsi a pag. 40.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Sayonara, gangsters
  • Titolo originale: Sayonara, gyangutachi
  • Autore: Takahashi Gen'ichiro
  • Traduttore: Gianluca Coci
  • Editore: Bur
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Scrittori contemporanei
  • ISBN-13: 9788817020350
  • Pagine: 369
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

09 febbraio 2011

Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop - Fannie Flagg

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I Contenuti

Vero e proprio caso editoriale, presenza stabile nelle classifiche dei best seller americani per oltre nove mesi, Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop è un piccolo capolavoro che molti lettori hanno scoperto e amato anche grazie all'omonimo fortunato film degli anni Novanta. Coniugando uno humour irresistibile alla rievocazione struggente di un mondo che non c'è più, Fannie Flagg racconta la storia del caffé aperto in un'isolata località dell'Alabama dalla singolare coppia formata da Ruth, dolce e riservata, e Idgie, temeraria e intraprendente. Un locale, il loro, che è punto di incontro per i tipi umani più diversi e improbabili: stravaganti sognatori, poetici banditi, vittime della Grande Depressione. La movimentata vicenda che coinvolge Ruth e Idgie, implicate loro malgrado in un omicidio, e la tenacia che dimostrano nello sconfiggere le avversità, donano a chiunque segua le loro avventure la fiducia e forza necessarie per affrontare le difficoltà dell'esistenza.

La Recensione

Raramente, ormai, mi prende la frenesia del libro da finire a tutti i costi, quel romanzo che sei costretto a tenere a distanza per resistere alla tentazione di terminarlo in un solo giorno. Ed è ciò che mi è successo con Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop.
 

Il romanzo è stato un vero e proprio caso editoriale all'inizio degli anni Novanta, complice soprattutto la trasposizione cinematografica non certo fedelissima, che tuttavia ha un'anima propria tanto che non saprei decidere quale delle due versioni sia migliore.
Attenti, uomini: vi presenteranno Pomodori verdi fritti come una storia d'amore e sarete tentati di tenervene alla larga; la scrittura è senza dubbio molto femminile, non so se mi spiego, e non dubito che sarà particolarmente apprezzata dalle donne, ma voi non correte il rischio di perdervi un bel romanzo solo perché il marketing punta alla fascia femminile per vendere più copie: la storia d'amore, più raccontata che vissuta, è solo uno degli ingredienti (è il caso di dirlo) di un emozionante romanzo che restituisce -smussando gli angoli- le atmosfere dell'Alabama a cavallo tra gli anni venti-trenta, ancora sconquassata dagli strascichi dell'abolizionismo.
La storia, in realtà, non procede cronologicamente, ed è suddivisa in due piani temporali; nel 1985, alla casa di riposo Rose Terrace, la grassa e pavida Evelyne Couch in visita alla suocera fa la conoscenza di Virginia Threadgoode, che tornerà a trovare settimanalmente. Evelyne è imprigionata tra il desiderio di una vita più vivace per cui si sente ormai troppo vecchia e l'inerzia in cui si trascina attraverso un matrimonio insoddisfacente. Gli incontri settimanali con quella che a prima vista le era sembrata solo una vecchia svitata diventano per lei le uniche occasioni di distrazione: la solare Virginia vive con entusiasmo nei suoi ricordi, ed Evelyne inizia anche lei a rifugiarvisi per sfuggire al grigiore di una vita ormai divenuta insopportabile.
Virginia, detta Ninny, trascorse la sua gioventù nel minuscolo paesino di Whistle Stop, ospitata da una famiglia adottiva d'eccezione: cresciuta sotto l'ala protettrice dei generosissimi coniugi Threadwoode, di cui sposò in seguito uno dei figli, Ninny ricorda con fervore le spregiudicatezze di Idgie, ardita e intraprendente, un vero e proprio spirito libero in grado di conquistare chiunque. Figlia dei coniugi Threadwoode, generosa come il padre e calorosa come la madre, Idgie diviene un maschiaccio per essere cresciuta in adorazione del fratello Buddy, tra la vergogna delle sorelle e il gran divertimento dei fratelli. L'angelica e bellissima Ruth, catechista giunta a Whistle Stop in un momento tragico per la famiglia Threadwoode, prorompe come un fulmine nella vita di Idgie, che si innamora istantaneamente di lei. Ruth, pur ricambiandola, si costringe a tornare in Georgia per sposare il fidanzato. Nessun mistero, fin dalle prime pagine, su quale sarà l'esito della loro storia: Ruth tornerà sotto il tetto dei Threadwoode e vivrà con Idgie gestendo il caffè da loro aperto presso la fermata del treno. Sono loro le protagoniste (anche se non indiscusse, perché qua e là i riflettori le abbandoneranno in favore di altri personaggi) del secondo piano temporale, che copre gli anni '20-'60 in ordine non cronologico, seguendo gli aneddoti raccontati dall'anziana Virginia a Evelyne. La narrazione è pertanto spezzata in brevi capitoli che saltano da un piano temporale all'altro, framezzati anche da bollettini settimanali del giornale di Whistle Stop, e di tanto in tanto di altre cittadine cardine della storia.
Evelyne farà dell'immagine di Idgie un modello per resistere alle piccole avversità della vita e per superare le proprie debolezze. Se Idgie è un personaggio indimenticabile nella sua vividezza, lo stesso non si può dire di Ruth, che sbiadirà gradualmente dalle pagine del romanzo lasciando di sé un ben magro ricordo; sono altri i tipi umani che rimarranno impressi al lettore: Buddy, l'affascinante fratello di Idgie; Sipsey, la superstiziosa governante di casa Threadwoode che mise al mondo tanti bambini; Big George, l'enorme figlio da lei adottato e cresciuto, il braccio destro (e anche il sinistro) di Idgie e Ruth; il brutale Frank, ben occultato sotto gli abiti da uomo perbene;  il piccolo Trump, dal braccio monco; e ancora molti altri i personaggi che affolleranno il caffè di Whistle Stop.
Il romanzo glissa sugli aspetti meno romantici del periodo storico: si accenna agli scontri razziali e al Ku Klux Klan, ma di fatto, sebbene non tutti i cittadini gradiscano che Idgie serva indiscriminatamente a bianchi e negri, non vi è un solo scontro violento e i membri del Ku Klux Klan sembrano bambini travestiti ansiosi di mostrare le maschere e poi fuggire. Se la Storia si fosse svolta ccsì come nell'idilliaco mondo costruito da Fannie Flagg, il mondo si sarebbe risparmiato un gran bel periodo nero. Inoltre, nessuno trova mai anche solo lontanamente insolita la relazione tra le due donne, come se l'omosessualità nell'Alabama degli anni venti fosse perfettamente integrata e anzi incoraggiata. Personalmente, non gradisco molto le idealizzazioni, ma comprendo che possano piacere a chi non aspetta altro che fuggire dalle brutture di questo mondo e dunque desideri non trovarle anche nei libri.
Quanto allo stile di Flannie Flagg, obiettivamente non è nulla d'eccezionale, ma riesce a essere realmente scorrevole senza privarsi di un buon lessico. Se cercate un ottimo libro, Pomodori verdi fritti non fa per voi; se invece cercate un romanzo distensivo di buona qualità, ve lo consiglio caldamente. 


Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop
  • Titolo originale: Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe 
  • Autore: Fannie Flagg
  • Traduttore: O. Crosio
  • Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788817042024
  • Pagine: 363
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,90 Euro


07 aprile 2010

Emma - Jane Austen

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I Contenuti

La bella, giovane, ricca e intelligente Emma Woodhouse stringe amicizia con Harriet Smith, meno fortunata di lei, e tenta in ogni modo di trasformare l'amica in una donna di gran fascino, un essere a sua immagine. Nel frattempo non esita a intrecciare un flirt con un giovanotto, Frank Churchill... Alla fine Emma riuscirà a imparare dai propri errori, divenendo più saggia ma senza perdere la sua incontenibile allegria. Il romanzo di Jane Austen è qui presentato in una nuova traduzione e con apparati introduttivi inediti e accompagnato da uno scritto di Walter Scott.

La Recensione



Citazione oramai scontata, Jane Austen parlando di Emma, disse "I am going to take a heroine whom no-one but myself will much like.". Sembra altrettanto obbligato constatare che, in effetti, tra tutte le eroine austeniane, Emma è quella verso cui è più difficile provare simpatia (ok, a volte la vorresti proprio prendere a schiaffi). Devo anzi ammettere che la seconda rilettura ha suscitato una certa irritabilità verso la fanciulla in questione che proprio non mi ricordavo, per questo si perde una stellina rispetto al mio primo giudizio. Sicuramente Emma è un po' un caso a parte, unica protagonista di un romanzo dell Austen a non essere afflitta da preoccupazioni economiche e, per questo, non tormentata dall'ossessione del matrimonio ad ogni costo. Apprendiamo quindi che lo "zitellaggio" è qualcosa di disdicevole e pietoso solo per le poverette come Miss Bates che devono contare sulla carità altrui e non sono neppure belle o intelligenti, mentre per la ricca, e pure un po' vizialtella, Miss Woodhouse si tratta di una condizione onorevole e un'assicurazione di indipendenza.
Emma dichiara che cederebbe al matrimonio solo a patto di incontrare un amore assoluto ma per tutto il libro dimostra di non avere la minima idea di che cosa parla. La totale assenza di qualsivoglia (pre)occupazione le permette di auto-eleggersi cupido ufficiale della regione combinando unioni in base a criteri assolutamente inattaccabili quali "lui è alto e lei è bassa, sono fatti l'uno per l'altra: si completano a vicenda", in barba a qualunque sentimento contrario espresso dalle parti e pure al più comune buon senso. Impagabile spalla, da questo punto di vista, è la povera Harriet Smith, ragazzetta dalle umili origini elevanta al rango di "cavia da laboratorio" di Miss Woodhouse. Nel ruolo Harriet se la cava alla grande, pronta com'è a dichiararsi innamorata ogni qualvolta la sua consulente sentimentale glielo suggerisce. Il risultato di queste macchinazione è ovviamente desolante (per Emma, per noi che leggiamo è abbastanza comico) e la nostra attraversa varie fasi di pentimento che contribuiscono a smorzare la sua aria snob e l'impressione che sia un po' frigidina. E' curioso notare, infatti, che l'unica creatura austeniana che potrebbe abbandonarsi tranquillamente ai propri sentimenti, sia proprio quella che sentimenti profondi sembra non averne, solo vizi e capriccetti. E' per questo, più che per il suo evidente snobismo (particolarmente evidente se vi capita di ascoltare l'audiolibro, neanche la regina d'Inghilterra sembra così snob), che Emma risulta un po' difficile da amare, bisogna imparare a conoscerla a fondo e il romanzo in questo non aiuta perchè effettivamente è un po' più dispersivo rispetto ad altre opere della Austen e si perde in alcune inutilità. Le sorelle Dashwood hanno sicuramente più cuore e le Bennet più cervello, ma è pur vero che momenti comici come quelli che ci regala la povera Emma altrove non si trovano. Ed è pur vero che Mr Knightley batte di gran lunga il buon Mr Darcy :) L'impressione è che con quest'opera l'autrice voglia sperimentare la leggerezza di esser donna e non dover dipendere da nessuno, si fa contagiare dalla gaiezza delle prospettive della sua protagonista e compone una storia meno pensata, più frizzante e, forse proprio per il suo tono leggero, più adatta a mostrare l'arguzia della Austen nello scoprire e descivere i meccanismi dell'attrazione reciproca.


Delle innumerevoli trasposizioni cinematografiche di questo romanzo nessuna finora mi è sembrata in grado di cogliere l'essenza dell'opera al di là degli aspetti da romanzetto rosa sulla scia di "chi sposa chi". Forse quella che più mi ha soddisfatta è la versione della BBC del 2009 con Romola Garai nella parte principale mentre la versione del '95 per il grande schermo con la Paltrow che si aggira per la pellicola con la sua faccetta da madonnina infilzata mi è sembrata insopportabile. Per assurdo mi è sembrato che l'interpretazione di Alicia Silverstone nel famigerato Clueless abbai reso al meglio la spensieratezza del personaggio.

Giudizio:
+4stelle+


Articolo di valetta97

Dettagli del libro


  • Titolo: Emma
  • Titolo originale: Emma
  • Autore: Jane Austen
  • Traduttore: Bruno Maffi
  • Editore: Rizzoli (BUR)
  • Data di Pubblicazione: 1992
  • Collana: Classici
  • ISBN-13: 9788817168823
  • Pagine: 450
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,50

26 gennaio 2010

Il Conte di Montecristo - Alexandre Dumas (pére)

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I Contenuti

Il romanzo fu pubblicato nel 1844. Edmondo Dantès, marinaio, prigioniero, misteriosamente ricco, mette a soqquadro l'alta società parigina. Imprigionato a Marsiglia nel 1815, il giorno delle nozze, con la falsa accusa di bonapartismo, rimane rinchiuso per 14 anni nel castello di If, vittima della rivalità in amore di Fernando e in affari di Danglars, odiato anche dal magistrato Villefort. Questi i tre nemici su cui, dopo l'evasione, cadrà la terribile vendetta di Dantès. Il romanzo associa, senza la preoccupazione di una trama logica e ragionata, le più incredibili avventure con l'aiuto anche di uno stile agile e incalzante. Questa nuova edizione contiene uno scritto di André Maurois.

La Recensione


Non lasciatevi spaventare dalla mole, né dal secolo in cui è stato scritto.
Questo è un romanzo che potrete portarvi a letto, sotto l’ombrellone, sulla tazza del wc, spaparanzati nella vostra poltrona preferita. Un romanzo dal nome altisonante che potrete sfoggiare con orgoglio sul tram, in una sala d’aspetto, su una panchina del parco.

Dumas è senza dubbio il genio dei romanzi d’appendice. Se questi erano i
feuilleton, all’epoca, argh, non so cosa siano questi fogli di carta stampata che si vendono oggigiorno.
Fatto sta che questo è un ottimo libro. Dal punto di vista storico, dal punto di vista politico, dal punto di vista umano. Presenta una moltitudine di personaggi vivi, che agiscono spinti da passioni estreme: invidia, cupidigia, amore, vendetta.
Edmond Dantès è semplicemente un personaggio da colpo di fulmine: spinto dalla gioia di vivere che la sua età gli permette, dall’amore verso la sua bella fidanzata, accecato dalla fiducia nei confronti del suo migliore amico, cade dalla felicità più alta agli abissi più reconditi della crudeltà umana. Tradimento, ingenuità, e anche un pizzico di sfortuna: ed eccolo gettato in una profonda segreta nel Castel d’If, privato anche di un regolare processo per un reato di bonapartismo di cui non si è mai macchiato. Quattordici anni di prigionia. Probabilmente chiunque perderebbe il senno, in uno squallido buco in cui non penetra mai la luce: ma Dantès no. Dantès risveglia la sua mente: e passa in rassegna tutti i suoi ricordi, tutte le sue conoscenze. Qualunque cosa, pur di non pensare alla sua condizione.
Dantès riemerge dagli abissi dell’inferno a trentaquattro anni. Ricco, libero (grazie al suo ingegno e all’aiuto dell’abate Faria), e spietato. Ed ecco che il romanzo storico si trasforma in romanzo di vendetta: con lucida premeditazione, sfruttando la sua nuova incommensurabile ricchezza che prostra ai suoi piedi uomini e istituzioni, Edmond, adesso Conte di Montecristo, pianifica con lucida perfidia un complotto che priverà coloro che hanno cospirato alle sue spalle di tutto ciò che amano. Ricchezze, famiglia, serenità. E forse anche della vita.
Impossibile non innamorarsi di questa figura misteriosa per tutti ma non per noi. Noi che conosciamo il suo passato, i suoi desideri, ma non riusciamo a prevedere i suoi piani. Noi che divoriamo pagina dopo pagina i suoi pensieri, assimiliamo i personaggi, tifiamo per uno e proviamo antipatia per l’altro, ci infuriamo, ci commuoviamo, sospiriamo di sollievo. Ma sempre, sempre, sempre, sentiamo il cuore traboccare di compassione e complicità nei confronti del nostro amato Edmond Dantès. Un personaggio che ti si incastona nel cuore senza possibilità di separazione, come pochi altri.
Il conte di Montecristo è un catalogo delle infinite sfaccettature dell’essere umano. Mostra la vittoria della ragione sul sentimento, che pure si prende le sue piccole rivincite. Mostra come la vendetta sia un piatto che va servito freddo. Mostra come la sorte dell’uomo sia continuamente in bilico, e com’egli possa cadere dal più alto dei trionfi alla peggiore delle sorti. Mostra come l’umana saggezza stia tutta in due parole: aspettare e sperare.
"Insensato!", disse. "Mi dovevo svellere il cuore il giorno in cui decisi di vendicarmi!"
Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro

  • Titolo: Il Conte di Montecristo
  • Titolo originale: Le Comte de Monte-Cristo
  • Autore: Alexandre Dumas (padre)
  • Traduttore: Franceschini E.
  • Editore: BUR Biblioteca Universale Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: I grandi romanzi
  • ISBN-13: 9788817009676
  • Pagine: XXIV-914
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

12 gennaio 2010

Vineland - Thomas Pynchon

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I Contenuti

1984, Vineland, immaginaria cittadina della California: Zoyd Wheeler una volta all'anno si butta attraverso una vetrina; Frenesi, sua moglie, conturbante ex attrice underground, scompare nel nulla; Prairie, la figlia, è un'adolescente eccentrica e seducente. Intorno a loro, un universo improbabile ma reale in cui si muovono figli dei fiori e agenti dell'FBI, rockers e metallari, matti veri o presunti e intellettuali. Una straordinaria, grottesca, paradossale epopea degli anni della contestazione, il romanzo-denuncia di un grande autore della narrativa postmoderna.


La Recensione

Entrare a "Vineland" (è il primo Pynchon che affronto) procura un immediato stato d'ansia. Sarà la prosa clamorosamente barocca dell'autore, sarà il fatto che è uno dei pochissimi che Harold Bloom (secondo alcuni Vate supremo della letteratura mondiale, per altri cialtrone baronale dedito alla cura del suo ormai lucrosissimo marchio di fabbrica) mette indiscutibilmente sugli altari che uno si chiede subito: "fu vera gloria o questo romanzo è immangiabile"? Il Re è nudo o sono io che non ne vedo i broccati? Chiarisco immediatamente: "Vineland" è oggettivamente un romanzo illeggibile. Sul resto, poi, si può liberamente dibattere. Ad esempio sul cosa leghi insieme un critico letterario borghese, élitario e conservatorissimo con uno scrittore, osannato dai lettori di mezzo mondo, che con il suo stile distrugge ogni residua certezza del romanzo borghese, apre mondi che fino alla sua venuta non si erano ancora mai visti e, soprattutto, è così postmoderno che più postmoderno non si può? Perché a tal proposito mi torna in mente il caro vecchio (antico, direi quasi) Frederic Jameson che, tra le molte definizioni, individuava il postmoderno come una cartografia per le nuove strade che la nostra epoca ci apre davanti. Il suo lavoro di sociologo della letteratura gli faceva vedere il postmoderno come una sovrastruttura (in senso sociologico, appunto) e quindi un elemento della realtà da affrontare e studiare con adeguato spirito critico. Di quella cartografia, "Vineland" fa ulteriore scempio, un passo avanti ancora che ci porta ad una mappa senza riferimenti, una mappa che si perde in essa stessa: pur iniziando in chiave realistica (per quel che può significare una tale definizione applicata a questo romanzo...), ben presto entriamo in una palude dove gli innumerevoli flussi si disperdono, tanto che non ha alcun senso pensare ad una trama o alla descrizione di personaggi. A questo proposito, un'ottima sfida sarebbe quella di prendere in esame uno dei capitoli centrali (e tra i più lunghi) del libro, quello che nell'edizione recensita va da pagina 153 a 222, e cercare di capire cosa accade, in che luogo, quando e soprattutto perché, chi parla a chi e chi altri risponde a quale domanda o sollecitazione. In tutta sincerità, io non sono riuscito a capirlo (e sfido chiunque, purché in buona fede) e non mi sento, stavolta, di dire che il limite sia mio. Detto questo, è chiaro che lo scopo ultimo di "Vineland" è quello di denunciare il nostro stato di abitanti sperduti e inebetiti della nostra stessa epoca: partendo da un'America disfatta che compare magicamente a sprazzi nel delirio, Pynchon rappresenta una sorta di welfare della vacuità cioè un sistema di riferimenti, in questo caso ovviamente culturali, che redistribuisce una devastante povertà di argomenti fatta di Televisione (deisticamente sempre con la maiuscola), di musica squinternata e improbabile, di stili di vita devastanti e perciò devastati. Questo "total khéops" (tanto per produrre un'altra connessione postmoderna in quella mappa) viene rimescolato con le invenzioni assolute, con la pirotecnica creatività e con un impasto linguistico e stilistico davvero "unico" - e sia inteso, questo, nel bene come nel male - che fanno del romanzo una sorta di tempio assoluto. Sapere poi chi o che cosa stiamo adorando, è un altro paio di maniche. Insomma, che oggetto è questo libro? Se a Pynchon possiamo chiaramente riconoscere di essere il padre putativo di un altro grande nome, quel David Foster Wallace che ha lasciato scie di orfani dappertutto, possiamo anche illuderci che "Vineland" non sia propriamente un semplice (si fa per dire!) romanzo ma tenti di essere quell'operazione che Wallace ha saputo portare a compimento in maniera magnifica: libro-digressione per antonomasia, universo-mondo senza alcun senso, in parte saggio (senza riuscirci mai davvero), in parte pura invenzione goliardica, assolutamente e totalmente autoreferenziale, "Vineland" sa mantenere siderali tutte le sue distanze da chi legge tanto da riuscire pienamente inafferrabile. La cordicella da tirare per riportarlo giù è quella della fiaba, fiaba che è quanto di più vicino si possa immaginare ad un libro così. E allora eccoci dalle parti di Hans Christian Andersen e del suo "I vestiti nuovi dell'imperatore" nel quale le mirabolanti stoffe "avevano il potere di risultare invisibili agli occhi degli uomini sciocchi, o ignoranti, o di chi non era all'altezza della propria carica" (cito da un'edizione per bambini della Fabbri). Il ricatto che subiamo, da lettori, da critici, da appassionati di letteratura, è quindi quello dell'amor proprio ferito: siamo noi a non essere all'altezza?! Per me, confesso, "Vineland" è un gran libro. Smutandatissimo, perdinci: e il Re è nudo, chiappe al vento!

Articolo di desian

Dettagli del libro


  • Titolo: Vineland
  • Titolo originale: Vineland
  • Autore: Thomas Pynchon
  • Traduttore: Pier Francesco Paolini
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: luglio 2008
  • Collana: Scrittori Contemporanei
  • ISBN-13: 978-88-17-20272-5
  • Pagine: 446
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,80

02 novembre 2009

La Bibbia - Péter Nàdas

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I Contenuti

Budapest, primi anni Cinquanta. Una villa in collina, con le sue stanze grandi e un austero giardino d’inverno, è il regno ovattato in cui il piccolo Gyuri, figlio di alti funzionari di partito, trascorre giornate apatiche, con la sola compagnia dei nonni. L’ingresso di due ragazze nella routine familiare sconvolge bruscamente la falsa quiete della casa, portando a galla pulsioni, ipocrisie e crudeltà con cui il giovane non si è ancora misurato.
La Bibbia è l’intenso racconto di formazione che apre una raccolta incentrata su temi cari a Péter Nádas: l’adolescenza, il desiderio e il ricordo. Al centro di tre racconti stilisticamente perfetti, altrettanti adolescenti lottano con un senso di misteriosa estraneità che li trattiene sulla soglia del mondo dei grandi, divisi tra repulsa e attrazione. La narrazione magistrale e potente di Nádas smaschera senza appello una società e un’intera epoca storica.

La Recensione

Può bastare un solo libro, peraltro una "semplice" raccolta di tre racconti, per poter capire quanto vale un autore pubblicato nella nostra lingua per la prima volta? Certo, Nadas non è proprio uno sconosciuto: il suo nome figura da tempo nella lista dei papabili per il Nobel della letteratura e, inoltre, la sua fama nei paesi dove è già conosciuto (la Germania più di altri) è forte e consolidata. Invece fino a poche settimane fa, l'autore ungherese era pressoché sconosciuto al pubblico dei lettori italiani. A distanza di pochi giorni sono uscite due sue traduzioni (l'altra, per Baldini Castoldi, è "Fine di un romanzo familiare"), per il resto le pochissime recensioni che ho avuto modo di leggere si limitano a qualche sparuto cenno biografico e a poco altro: in una addirittura l'intero articolo poggiava praticamente sulle quarte di copertina dei due libri appena usciti. Insomma, visto dalla stampa, niente da segnalare. Sembrerebbe.
Perché invece, entrando dentro le pagine di questa raccolta, ci si trova dentro l'universo autentico dell'esistenza adolescenziale (coi turbamenti che si porta dietro, dalla scoperta dell'erotismo a quella della perdita) per come ognuno di noi, ragazzini o ragazzine, può averla vissuta e riconoscerla tale. Inoltre, la scansione dei racconti crea una sorta di climax rovesciato verso una rarefazione del tono: si comincia con un realismo assoluto e quasi tangibile nel brano che dà il titolo alla raccolta (in realtà quasi un romanzo breve, con la sua suddivisione in 16 veloci capitoli) per poi passare, parlando di morte della madre, ad una prosa già leggermente più rarefatta, quasi per tratti, e si finisce con una sorta di monologo interiore fatto di veri sprazzi, pennellate del sé che si narra senza sosta. Soffermandoci con ordine sui tre episodi, il primo ("La Bibbia", appunto) sviluppa per più di metà dell'intero libro l'idea che un volume rilegato delle Sacre Scritture possa incrinare l'interno borghese di una famiglia e Gyuri, il ragazzino protagonista, misurerà su questo crepaccio familiare il suo transito verso il mondo adulto. I primi turbamenti sessuali, disegnati attorno ai corpi candidi della ragazzina del giardino accanto e della nuova governante-bambina di casa, saranno per Gyuri una scoperta che va ben oltre quello che sembra rappresentare: scoprirà l'ipocrisia degli adulti. In "Il giardiniere" è l'ombrosa figura di un padre (che non si rassegna alla morte della moglie) a proiettare tutte le sue angosce, il suo dolore insensato e sordo, le sue cattiverie sul figlio che ancora una volta diventa specchio di una condizione ancora non comprensibile, in un mondo fatto di adulti chiusi nei loro silenzi e in decisioni repentine che non sono dettate da una qualche necessità di equilibrio o di vita felice ma soltanto per soffocare il dolore della perdita. Che resta, e cova sotto la brace. Infine "Oggi", racconto ispirato dalla repressione della primavera di Praga, è un flusso di coscienza in forma di ghirigoro nel quale il protagonista, ancora una volta un ragazzo, si abbandona ad una rassegnata disperazione nel descrivere ciò che vede attorno a sé (e ciò che sente dentro), la fine di un sogno dal volto umano, quale poteva essere la svolta che Dubcek avrebbe voluto dare al socialismo ceco, e il fallimento che si infrange, metafora moderna, contro l'altolà di un semaforo rosso a un incrocio. Il ragazzino rimane bloccato lì. In definitiva, se questo volumetto è la prima opportunità che viene data a noi lettori di lingua italiana di confrontarci con la prosa di un autore che viene considerato un grande vecchio della letteratura continentale, il risultato soddisfa appieno: soddisfa per lo stile, soddisfa per i temi e la narrazione che li presenta e li sviluppa, soddisfa per il tono. Una lingua capace di farci rivivere da dentro emozioni, sensazioni, turbamenti, rabbie che fanno parte della nostra formazione di esseri umani. Aspettando la prova e la lettura del romanzo citato in apertura, ma intanto: se tutti noi siamo arrivati fin qui lo dobbiamo non soltanto alla Storia che abbiamo (e che ci ha) attraversato ma anche a parole scritte in questo modo.

Articolo di desian

Dettagli del libro
  • Titolo: La Bibbia
  • Titolo originale: A Biblia, A kertész, Ma
  • Autore: Péter Nadas
  • Traduttore: Rényi A.
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Scrittori Contemporanei
  • ISBN-13: 978-88-17-03572-9
  • Pagine: 173
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9.80 


 

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