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20 ottobre 2013

Enfer - Fabrizio Corselli

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I Contenuti

Parigi, 1793. Rinchiuso presso la prigione di Stato della Conciergerie per l'omicidio della giovane Heléne Dubois, il libertino Alexandre Morel attende l'esecuzione della propria condanna a morte. Inesorabili trascorrono i giorni in piena solitudine, finché l'inaspettato incontro con Madeleine, una ventenne prostituta, non conquisterà di lui l'anima più nera, riportando alla luce quella profonda vena creativa che ha sempre caratterizzato la sua cupa indole di poeta crudele. Dopo il primo giorno, frequenti diventano le visite di Madeleine presso le carceri durante la notte. Una serie d'incontri che si trasformeranno, via via, in una relazione dai toni sempre più audaci e altresì feroci, contesi fra ardite trasgressioni e indicibili vizi. Madeleine sta per aprire i cancelli degli Inferi attraverso un'esperienza che la vede non più come chi consola gli animi dei condannati a morte bensì, ella stessa, come carnefice. Chi, alla fine, fra i due amanti vestirà i panni dell'inquisito e dell'inquisitore, in un torbido gioco d'amore che va consumandosi lentamente all'interno di quella prigione, come nel perpetuo tormento di una bolgia infernale?

La Recensione

Giudicare opere poetiche è sempre un compito arduo, motivo per cui per questa recensione non verrà applicato un giudizio in stellette. Molto più che la narrativa, la poesia è riflesso dell'animo dello scrittore, e il modo in cui colpisce o meno il lettore dipende spesso dalla sensibilità di quest'ultimo. Non che ciò svincoli il poeta dall'aspetto stilistico, che rimane sempre e comunque imprescindibile: si compie spesso l'errore di credere che la poesia rifugga da schemi teorici e regole formali, cosa che si traduce nell'esistenza in Italia di diverse migliaia di poeti improvvisati. 
Fabrizio Corselli, già autore del poema fantasy Drak'kast, improvvisato certo non è: insegna composizione poetica, organizza progetti didattici volti a promuovere la poesia nelle scuole, è curatore editoriale di una collana di haiku, ha una lunga storia di opere poetiche pubblicate a tema mitologico, epico, fantastico. Enfer, una delle sue ultime fatiche, rappresenta un'incursione nel campo dell'erotico d'ispirazione libertina. 
Figura molto in voga in Inghilterra e in Francia nel XVIII secolo, il libertino non è solo l'incarnazione della più sfrenata libertà e perversione sessuale, si fa anche bocca della verità assoluta e senza orpelli e dell'onestà di non negare le pulsioni primarie presenti in ogni uomo («L'educazione e la morale sono le nostre più acerrime nemiche», verga il narratore e protagonista dell'opera). Nella Parigi del 1793, Alexandre Morel attende in una cella della Conciergerie che venga eseguita la sua condanna a morte per aver assassinato la sua giovane amante Heléne: suoi sono i versi di Enfer, che descrivono con vividezza gli amplessi e le torture inflitte alla docile Madeleine, prostituta che proprio alla Conciergerie è solita andare a offrirsi ai condannati. Quella di Madeleine è una vera e propria «discesa all'inferno», la capitolazione completa alla volontà del suo amante celato da una maschera veneziana, in un crescendo di lussuria e brutalità che culmina in un prevedibile apice. 
Enfer è una silloge tematica che mescola diversi generi: dalla prosa all'epistola, con un'ovvia e netta predominanza per la poesia, declinata in varie forme. Se si esclude una certa ridondanza che si riflette nel ripetersi di alcune scene - con ben poche varianti - nel corso dell'opera, si tratta di un'opera matura (in entrambi i sensi) in cui s'intrecciano i motivi romantici di eros e thanatos in un'atmosfera nera che ben restituisce il buio Settecento francese. Si notano metodo e rigore nella composizione poetica, nonché conoscenza della materia, precisione di linguaggio e coraggio di trasgredire (particolarmente vivide e coraggiose le parole «La sua leggerezza è per me forza, linfa vitale;/ se solo fosse stato Cristo un libertino, ah, sì,/ avrei abusato ancora e ancora della sua corona/ come del suo ano, fino a moltiplicarne/ i piaceri più smodati al pari di pani e di pesci»). La scelta di temi scabrosi e la puntualità con cui vengono affrontati ne fanno un'opera che, in un'epoca in cui Cinquanta sfumature è considerato un romanzo erotico e trasgressivo, potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno.

Giudizio:
n/a

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Enfer
  • Autore: Fabrizio Corselli
  • Editore: Ciesse Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Blue
  • ISBN-13: 9788866600800
  • Pagine: 80
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,00 Euro

27 marzo 2012

Angolotesti: "Quartiere di Cordova" di Federico García Lorca

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Dopo lunga assenza torna stasera la rubrica Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Del poeta spagnolo Federico Garc
ía Lorca, esponente di spicco del gruppo letterario avanguardista Generazione del '27 che produsse in Spagna probabilmente la poesia più rimarchevole dai tempi del Barocco, avevamo già avuto modo di parlare. Il testo poetico proposto oggi fa parte della raccolta Poema del Cante jondo, pubblicata nel 1932 ma composta tra il 1921 e il 1922. Il "cante jondo" (letteralmente canzone profonda) non è altro se non uno stile vocale del flamenco, e infatti la raccolta è (non unica) testimonianza del grande amore del poeta per la sua terra, l'Andalusia. Quartiere di Cordova non necessita di spiegazioni: come tutte le poesie della raccolta, restituisce suoni e ritmi popolari che il poeta amava accompagnare con la chitarra.


Barrio de Córdoba
Tópico nocturno

[Quartiere di Cordova
Topico notturno
]


En la casa se defienden
de las estrellas.
La noche se derrumba.
Dentro hay una niña muerta
con una rosa encarnada
oculta en la cabellera.
Seis ruiseñores la lloran
en la reja.

Las gentes van suspirando
con las guitarras abiertas.

[Nella casa si difendono
dalle stelle.
La notte si schianta.
Dentro c'è una bambina morta
con una rosa color carne
nascosta tra la capigliatura.
Sei usignoli la piangono
sull'inferriata.

La gente sospira
con le chitarre aperte.]



Federico García Lorca nacque a Fuente Vaqueros (Granada) il 5 giugno 1898. Poeta e drammaturgo spagnolo, si appassionò al folclore gitano della sua regione, l'Andalusia, e partecipò al fervore creativo che scosse la Spagna nei due decenni precedenti all'instaurazione del franchismo. Omosessuale, nella sua opera poetica si fece portavoce degli oppressi: gli zingari, i neri di Harlem, coloro che furono schiacciati dal totalitarismo. Proprio per le sue manifeste tendenze antifranchiste fu fucilato a Víznar il 19 agosto 1936. Il suo corpo, gettato in una fossa comune, non fu mai ritrovato.
García Lorca lasciò un impressionante canzoniere; le sue raccolte più famose sono Libro de poemas, Romancero gitano, Poema del cante jondo, Poeta en nueva York. Appena un anno prima della sua morte, in seguito alla caduta nell'arena del grande amico Ignacio, García Lorca compose un'elegia in quattro parti (Lo scontro e la morte, Il sangue versato, Corpo presente, Anima assente) cui diede il nome di Lamento per Ignazio Sánchez Mejías.

Sakura87

27 gennaio 2012

Angolotesti: "Il corvo" di Edgar Allan Poe

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Buonasera a tutti i nostri lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Dopo la parentesi 'contemporanea' del nostro collaboratore Tancredi, torniamo oggi all'Ottocento e alla poesia: il testo che vi propongo, infatti, è la più famosa poesia del celeberrimo padre del moderno horror, del racconto poliziesco, e del giallo psicologico. Mi riferisco, naturalmente, a Il corvo di Edgar Allan Poe. Pubblicata nel 1845 nella raccolta Il corvo e altre poesie, i versi descrivono la visita di un corvo parlante (che ripete in modo ossessionante un'unica frase, Mai più!) a un uomo disperato per la perdita dell'amata Lenore. Il corvo segna la discesa dell'uomo nella follia, probabilmente risvegliandone il senso di colpa per l'assassinio della donna. Le domande che l'amante, sempre più allucinato, continua a porre all'animale, hanno - e non può essere altrimenti - una sola risposta: Mai più.
Angosciante e inquietante, ipnotica e suggestiva, Il corvo è una delle più famose e riuscite poesie dell'orrore psicologico. 

Nota: traduzione reperita su pensieriparole.it, che non riporta il nome del traduttore né l'edizione; nona strofa tradotta personalmente, poiché è mancante in quasi tutte le traduzioni reperibili sul web.



The Raven
[Il corvo]

Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
`'Tis some visitor,' I muttered, `tapping at my chamber door -
Only this, and nothing more.'
[Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo
su bizzarri volumi di un sapere remoto,
mentre, il capo reclino, mi ero quasi assopito,
d'improvviso udii bussare leggermente alla porta.
"C'è qualcuno," mi dissi, "che bussa alla mia porta -
solo questo e nulla più.
"]
Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; - vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow - sorrow for the lost Lenore -
For the rare and radiant maiden whom the angels named Lenore -
Nameless here for evermore.
[Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato,
dalle braci morenti scorgevo i fantasmi al suolo.
Bramavo il giorno e invano domandavo ai miei libri
un sollievo al dolore per la perduta Lenore,
la rara radiosa fanciulla che gli angeli chiamano Lenore
e che nessuno, qui, chiamerà mai più.]
And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me - filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
`'Tis some visitor entreating entrance at my chamber door -
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; -
This it is, and nothing more,'
[E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende
rabbrividivo, colmo di assurdi tenori inauditi;
Sebbene ripetessi, per acquietare i battiti del cuore:
"È qualcuno alla porta, che chiede di entrare,
qualcuno attardato, che mi chiede di entrare.
Ecco: è questo e nulla più."]
Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
`Sir,' said I, `or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you' - here I opened wide the door; -
Darkness there, and nothing more.
[Poi mi feci coraggio e senza più esitare
"Signore," dissi, "o Signora, vi prego, perdonatemi,
ma ero un po' assopito ed il vostro lieve tocco,
il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare
di avervi veramente udito". Qui spalancai la porta:
c'erano solo tenebre e nulla più."]
Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the darkness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, `Lenore!'
This I whispered, and an echo murmured back the word, `Lenore!'
Merely this and nothing more.
[Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo,
stupefatto, impaurito sognai sogni che mai
si era osato sognare: ma nessuno violò
quel silenzio e soltanto una voce, la mia,
bisbigliò la parola "Lenore" e un eco rispose:
"Lenore". Solo quello e nulla più.]
Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
`Surely,' said I, `surely that is something at my window lattice;
Let me see then, what thereat is, and this mystery explore -
Let my heart be still a moment and this mystery explore; -
'Tis the wind and nothing more!'
[Rientrai nella mia stanza, l'anima che bruciava.
Ma ben presto, di nuovo, si udì battere fuori,
e più forte di prima. "Certo" dissi "è qualcosa
proprio alla mia finestra: esplorerò il mistero,
renderò pace al cuore, esplorerò il mistero.
Ma è solo il vento, nulla più."]
Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore.
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door -
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door -
Perched, and sat, and nothing more.
[Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali
entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi
che non fece un inchino, né si fermò un istante.
E con aria di dame o di gran gentiluomo
si appollaiò su un busto di Palladie sulla porta
si posò, si sedette, e nulla più.]
Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
`Though thy crest be shorn and shaven, thou,' I said, `art sure no craven.
Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore -
Tell me what thy lordly name is on the Night's Plutonian shore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'
[Poi quell'uccello d'ebano, col suo austero decoro,
indusse ad un sorriso le mie fantasie meste,
"Perché" dissi "rasata sia la tua cresta, un vile
non sei, orrido, antico Corvo venuto da notturne rive.
Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive?"
Disse il Corvo: "Mai più".]
Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning - little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door -
Bird or beast above the sculptured bust above his chamber door,
With such name as `Nevermore.'
[Molto mi stupii di udire quello sgraziato uccellaccio parlare così chiaramente,
sebbene poco senno vi fosse nella sua risposta - poca importanza;
poiché in nessun modo a nessun essere vivente
fino ad allora fu concesso di vedere un uccello alla sua porta -
uccello o bestia sul busto scolpito alla sua porta,
                          che portasse il nome "Mai più".]
But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only,
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered - not a feather then he fluttered -
Till I scarcely more than muttered `Other friends have flown before -
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.'
Then the bird said, `Nevermore.' 
[Ma quel corvo posato solitario sul placido busto,
come se tutta l'anima versasse in quelle parole,
altro non disse, immobile, senza agitare piuma,
finché non mormorai: "Altri amici di già sono volati via:
lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze"
Allora disse il Corvo: "Mai più".]
Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
`Doubtless,' said I, `what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore -
Till the dirges of his hope that melancholy burden bore
Of "Never-nevermore."'
[Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto,
"Parole" mi dissi "che sono la sua scorta sottratta
a un padrone braccato dal Disastro, perseguitato
finché un solo ritornello non ebbe i suoi canti,
un ritornello cupo, i canti funebri della sua speranza:
Mai, mai più".]
But the raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore -
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking `Nevermore.'
[Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie,
sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta,
una poltrona dove affondai tra fantasie diverse,
pensando cosa mai l'infausto uccello del tempo antico.
Cosa mai quel sinistro, infausto e torvo anomale antico
potesse voler dire gracchiando "Mai più".]
This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom's core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion's velvet lining that the lamp-light gloated o'er,
But whose velvet violet lining with the lamp-light gloating o'er,
She shall press, ah, nevermore!
[Sedevo in congetture senza dire parola
all'uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano in cuore;
cercavo di capire, chino il capo sul velluto
dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava,
sul viola del velluto dove la lampada luceva
e che purtroppo Lei non premerà mai più.]
Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
`Wretch,' I cried, `thy God hath lent thee - by these angels he has sent thee
Respite - respite and nepenthe from thy memories of Lenore!
Quaff, oh quaff this kind nepenthe, and forget this lost Lenore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'
[Parve più densa l'aria, profumata da un occulto
turibolo, oscillato da leggeri serafini
tintinnanti sul tappeto. "Infelice" esclamai "Dio ti manda
un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei,
dunque bevilo e dimentica la perduta tua Lenore!"
Disse il Corvo "Mai più".]
`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil! -
Whether tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted -
On this home by horror haunted - tell me truly, I implore -
Is there - is there balm in Gilead? - tell me - tell me, I implore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'
["Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
tu sei o demonio, se il maligno" io dissi "ti manda
o la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa
incantata, in questa casa inseguita dall'Onore,
io ti imploro, c'è un balsamo, dimmi, un balsamo in Galaad?"
Disse il Corvo: "Mai più".]
`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us - by that God we both adore -
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels named Lenore -
Clasp a rare and radiant maiden, whom the angels named Lenore?'
Quoth the raven, `Nevermore.'
["Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello
tu sei o demonio, per il Cielo che si china su noi,
per il Dio che entrambi adoriamo, dì a quest'anima afflitta
se nell'Eden lontano riavrà quella santa fanciulla,
la rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Lenore".
Disse il Corvo: "Mai più".]
`Be that word our sign of parting, bird or fiend!' I shrieked upstarting -
`Get thee back into the tempest and the Night's Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken! - quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!'
Quoth the raven, `Nevermore.'
["Siano queste parole d'addio" alzandomi gridai
"Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno
della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta"
Disse il Corvo: "Mai più".]
And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon's that is dreaming,
And the lamp-light o'er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted - nevermore!
[E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
e la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l'anima mia dall'ombra che galleggia sul pavimento
non si solleverà mai più.]




Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, secondo di tre figli di una coppia di attori. Alla morte dei genitori, avvenuta quando Poe aveva solo due anni, fu adottato da una ricca coppia.
Poe si trasferì ben presto in Inghilterra, dove studiò, rivelando una memoria straordinaria e una morbosa passione, al limite dell'insanità, per la musica e la poesia. Nel 1821, Poe tornò in America, trasferendosi in Virginia, dove studiò in accademia per poi iscriversi al corso di lingue della University of Virginia, che abbandonò dopo un solo anno.
Le discordie con il padre per motivi economici e il matrimonio della ragazza di cui era innamorato spinsero Poe a trasferirsi a Boston, dove si mantenne con vari lavori per poi unirsi all'esercito sotto falso nome mentendo anche sulla propria età. Nel 1927 pubblicò la sua prima raccolta poetica, di stampo byroniano, che passò pressoché inosservata: Tamerlano e altre poesie. Nel 1829 Poe si trasferì presso una zia vedova a Baltimora; qui pubblicò il secondo libro di poesie, Al Aaraaf, Tamerlano e poesie minori. Due anni dopo, riuscì a farsi espellere dall'Accademia dei cadetti che frequentava, e si trasferì a New York, dove pubblicò la sua terza raccolta poetica, intitolata semplicemente Poesie, che conteneva anche le due precedenti.
Dopo i suoi primi tentativi poetici, Poe si rivolse alla prosa. Per la prima volta, nel 1833, un suo lavoro (il racconto Manoscritto trovato in una bottiglia) ottenne un riconoscimento. Nel 1935 lo scrittore divenne assistente editore presso un periodico, ma dopo pochi mesi venne licenziato per ubriachezza. Tornò dunque a Baltimora dove, di nascosto, sposò la cugina tredicenne (Poe aveva ormai ventisei anni) facendola figurare come maggiorenne nel certificato di matrimonio. In questi anni continuò a pubblicare poesie, recensioni e racconti, tentando di vivere del proprio lavoro.
Nel 1838 uscì
Storia di Arthur Gordon Prym, l'anno successivo la raccolta Racconti del grottesco e dell'arabesco, affiancando la sua professione di scrittore a quella di giornalista. Pochi anni dopo, l'amata moglie iniziò a mostrare i segni della tubercolosi, dolore che fece sprofondare lo scrittore ancor più nel vizio dell'alcolismo.
Nel 1845 videro la luce i suoi versi più famosi, la poesia
Il corvo, che riscosse un immediato successo. Due anni dopo la moglie morì nel cottage di New York che entrambi abitavano, e in cui Poe risiederà fino alla sua morte.
Il 3 ottobre 1848, Poe venne trovato in stato di delirio nelle strade di Baltimora e ricoverato in ospedale, dove morì il 7 ottobre senza mai recuperare abbastanza lucidità da rivelare cosa gli fosse successo e perché al momento del ritrovamento indossasse abiti non suoi. Le cause della sua morte rimangono tuttora un mistero, anche se, oltre alla palese responsabilità dell'alcolismo dell'autore, sono state formulate le più bizzarre ipotesi, compreso il
cooping (somministrazione di droga a ignari cittadini durante le elezioni politiche al fine di ottenerne il voto).
 
Sakura87

09 novembre 2011

Angolotesti: "Lezione di anatomia" di Arrigo Boito

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Buonasera a tutti i nostri lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli. Nulla di specifico, come al solito, solo qualche accenno per i non addetti ai lavori.
Restiamo ancora nell'Ottocento, spostandoci verso la fine del secolo a Milano. E penetriamo nell'ambiente scapigliato, la nostra personale versione della bohème: letterati ribelli, spesso dediti a sregolate vite di abusi di droga (e non di rado precocemente finite con il suicidio), antiborghesi e anticonformisti, e soprattutto incapaci di accettare e affrontare la mercificazione dell'arte. Respinto il Romanticismo italiano e rifacendosi piuttosto a quello tedesco, gli scapigliati prediligono temi scabrosi e macabri: il mistero, l'orrore, il mondo onirico, lo stridente contrasto amore/morte.
Tra gli esponenti di spicco figurano Emilio Praga, Iginio Ugo Tarchetti, Carlo Dossi e Arrigo Boito. E' quest'ultimo l'autore del testo che vi propongo oggi, Lezione di anatomia, componimento poetico del 1865 contenuto nella raccolta Il libro dei versi.
Un giovane studente è assorto sul cadavere di una giovinetta morta di tisi (
un'etica) steso su un letto di ferro, mentre la voce formale del medico enuncia la sua lezione. E' bella, bionda, giovane, e la scienza sta profanando il suo eterno riposo. La scienza, strappatala a una giusta sepoltura, seziona i suoi sogni e le sue speranze con disumana impassibilità. Sul petto che un tempo conteneva il cuore di una vergine, il poeta osserva uno squarcio sanguinante. Quel cuore, sede letteraria di ogni emozione, è ora in mano al medico, che lo mostra, lo spoglia da ogni abito metafisico, additandone i vili componenti carnali. Inveisce ancora, il poeta, contro una scienza che riesce a donare solo pallidi conforti dopo aver strappato alla vita i mondi del sogno e l'anima. E' il momento più preziosamente lirico della poesia, un appello all'Ideale più puro: la scapigliatissima immagine della bellezza sfiorita in giovane età. Ma non può esservi Ideale in un mondo tanto lugubre, freddo e scialbo: il Reale è comunque destinato a penetrarvi e a oltraggiarlo, così come svela l'analisi dell'utero della giovane.



Lezione di anatomia

La sala è lugubre;

dal negro tetto
discende l'alba,
che si riverbera
sul freddo letto
con luce scialba.
 
Chi dorme?... Un'etica
defunta ieri
all'ospedale;
tolta alla requie
dei cimiteri,
e al funerale:
 

tolta alla placida
nenia del prete,
e al dormitorio;
tolta alle gocciole
roride e chete
dell'aspersorio.
 

Delitto! e sanguina
per piaga immonda
il petto a quella!...
Ed era giovane!
ed era bionda!
ed era bella!
 

Con quel cadavere
(steril connubio!
sapienza insana!)
tu accresci il numero
di qualche dubio,
scïenza umana!
 

Mentre urla il medico
la sua lezione
E cita
ad hoc:
Vesalio, Ippocrate,
Harvey, Bacone,
Sprengel e Koch,

 

io penso ai teneri
casi passati
su quella testa,
ai sogni estatici
invan sognati
da quella mesta.

Penso agli eterei
della speranza
mille universi!
Finzion fuggevole
più che una stanza
di quattro versi.

Pur quella vergine
senza sudario
sperò, nell’ore
più melanconiche
come un santuario
chiuse il suo cuore,

ed ora il clinico
che glielo svelle
grida ed esorta:
«ecco le valvole
«ecco le celle
«ecco l’aòrta

Poi segue: « huic sanguinis
circulationi...».
Ed io, travolto,
ritorno a leggere
le mie visioni
sul bianco volto.

Scïenza, vattene
co’ tuoi conforti!
Ridammi i mondi
del sogno e l’anima!
Sia pace ai morti
e ai moribondi.

Perdona o pallida
adolescente!
Fanciulla pia,
dolce, purissima,
fiore languente
di poësia!

E mentre suscito
nel mio segreto
quei sogni adorni,...
in quel cadavere
si scopre un feto
di trenta giorni. 



Arrigo Boito nacque a Padova nel 1842. Musicista, poeta e librettista, sfidò precocemente le convenzioni musicali dell'epoca. Appena diplomatosi, nel 1861, viaggiò in Francia, dove conobbe Verdi e Rossini, e poi in Polonia, dove compose il suo primo libretto, l'Amleto. Tornato a Milano strinse amicizia con Emilio Praga, con cui aderì al movimento della Scapigliatura lombarda, inserito dal fratello Camillo Boito (autore del famoso romanzo Senso). E' questo il periodo dell'attività poetica e letteraria: fondò e diresse con Praga «Il Figaro», testata principale della rivolta scapigliata, e scrisse il poema narrativo Re Orso (1865), nonché vari libretti, tra cui il Mefistofele (di cui elaborò anche la musica), l'Otello e il Falstaff di Verdi, la Gioconda di Ponchielli, alcune novelle, e varie poesie che nel 1877 confluiranno ne Il libro dei versi. Dopo aver militato tra le truppe di Garibaldi durante la Terza Guerra d'Indipendenza del 1868 si dedicò prevalentemente all'attività di librettista. Ebbe una lunga relazione romantica con l'attrice Eleonora Duse, storica amante di D'Annunzio, per cui adattò a libretto l'Antonio e Cleopatra di Shakespeare. Nel 1912 fu nominato senatore.
Per tutta la vita lavorò a quella che considerava la sua opera magna, il Nerone, tragedia lirica di cui scrisse libretto e musica. Rimase incompiuta con la morte dell'autore, avvenuta nel 1918 per angina pectoris.



Sakura87

26 settembre 2011

Dieci piccoli passi - Francesco Pierucci

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I Contenuti

"Fine. Pura liberazione dello spirito. Non c'è mai stata fine più dolce. Come ambrosia soave nelle vene. Eterna catarsi del peccato originale. Sospiro atarassico di un mattino primaverile. Sono qui e sono ora. Mi faccio cullare incessantemente dal tepore dell'ignoto dimenticando ciò che non ho mai vissuto. In fondo cos'è la vita? Solo grande buio bianco. Chiudo gli occhi e finalmente vedo. Sono ovunque. Tutto è vivo intorno a me. Corro veloce, lontano dalla paura di rimanere ciò che sono. Discepolo delle stelle, viaggio nella mente di chi non è ancora nato. Mi lascio il futuro alle spalle. Sono pronto. La fine è vicina. E ogni fine è sempre un nuovo inizio."


La Recensione

Pubblicato da una giovane e coraggiosa casa editrice, Dieci piccoli passi è il titolo di una raccolta di racconti inframezzata da brevi componimenti lirici. Una scelta, questa, piuttosto singolare e, di per sé, interessante. Ed effettivamente ciò complica non poco il lavoro al recensore. Devo confessare che della poesie da un po' di tempo evito di occuparmene, dopo diversi anni di passione e militanza poetica. Ritengo che i nostri tempi permettano forse solo la sopravvivenza della narrativa (o meglio, delle narrazioni), in grado di annidarsi in alcune strette fessure nel palinsesto della mistificazione. Tuttavia cosa sarebbe il mondo se non ci fosse un giovane (classe '89, per essere precisi) che scrive poesie sul non-senso della vita ("In fondo cos'è la vita? Solo grande buio bianco" - dichiara l'autore), raccontando di un "mondo etereo, dove l'anima può rifiatare dagli affanni" e che si chiede se "saremo polvere o figli di Dio?"
Un velo di pessimismo esistenziale ricopre quasi tutti i racconti. Questo, credo, sia il filo che collega i componimenti lirici alle prose. Un'aurea di romanticismo decadente sembra circondare i vari personaggi, caratterizzati da un destino quasi sempre tragicamente segnato, nel quale trionfa il binomio amore-morte. Questa nota tragica dà vita a narrazioni a volte riuscite (ho trovato ben orchestrato il racconto Ius eligendi sepulchrum). Non manca qualche stonatura (a mio parere, ovviamente) come nel racconto Diverso, narrato in prima persona da un diversamente abile, il quale, per qualche motivo, ignoto al lettore, appare dotato di una invidiabile dote: la proprietà di un perfetto italiano letterario (non oso negare che ciò sia possibile, ma l'autore potrebbe almeno spiegarci come e perché ciò sia successo). Tuttavia alla parte del severo censore preferisco quella del benevolo recensore. L'autore, giovane partenopeo, dimostra senza dubbio di possedere un buon controllo della lingua. Sarà lui stesso, in futuro, a scegliere come spendere il proprio talento.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Lorenzo Pompeo

Dettagli del libro
  • Titolo: Dieci piccoli passi
  • Autore: Francesco Pierucci
  • Editore: Edizioni La Gru 
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Catarsi
  • ISBN-13: 9788897092094
  • Pagine: 99
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14 Euro

16 settembre 2011

Angolotesti: "L'assiuolo" di Giovanni Pascoli

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Buonasera a tutti i lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli. Nulla di specifico, come al solito, solo qualche accenno per i non addetti ai lavori.
Dopo Gautier rimaniamo nell'Ottocento, passando però dalla prosa romantica alla poesia simbolista di Giovanni Pascoli. Poeta notissimo (spesso tutt'altro che positivamente) a chi ha terminato la scuola dell'obbligo, come ogni autore imposto necessiterebbe di una rilettura a mente lucida e vergine dalla critica per poterne meglio apprezzare le caratteristiche meno 'accademiche'.
La turbata personalità del poeta romagnolo ha dato vita a numerose raccolte poetiche pervase dal tema degli affetti familiari, custoditi con morbosa gelosia, che si intreccia con la persistente ombra della morte, ora vista come necessaria nel ciclo naturale delle cose, ora come angoscioso nulla. L'assiuolo è tratto da Myricae, prima raccolta poetica dell'autore la cui edizione definitiva (del 1900) contiene circa centocinquantasei componimenti scritti nel corso di vent'anni di vita. In essa l'autore si immagina immerso in un paesaggio notturno così nebbioso da impedirgli di scorgere la luna, circondato da una moltitudine di impressioni soprattutto uditive; spicca tra le altre il verso di un assiolo (uccello popolarmente associato a disgrazie e trapassi), chiù, il quale da voce si trasforma in singulto e poi in pianto di morte. Incombono dunque l'angoscia (un sussulto) e i ricordi (un grido che fu), mentre il frinire delle cavallette si trasfigura in sistri d'argento, antichi strumenti egizi che rimandano ai misteri dell'aldilà (le invisibili porte) che non possono essere spiegati né enunciati, ma a cui si può solo alludere (forse non s'aprono più).
La poesia che segue è un meraviglioso esempio di musicalità, perfettamente resa dallo schema rimico, dalle allitterazioni, dalle sinestesie e dalle onomatopee.


L'assiuolo
 
Dov’era la luna? ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù...

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com’eco d’un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d’argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s’aprono più?...);
e c’era quel pianto di morte...
chiù...



Giovanni Pascoli nacque nel 1855 in provincia di Forlì da famiglia agiata, quarto di dieci fratelli; ben presto la sua giovinezza fu funestata da una lunga serie di lutti: il padre (ucciso mentre rientrava a casa in carrozza), la madre, tre dei fratelli. Divenuto capofamiglia, Giovanni, dopo aver escluso dalla sua vita qualsiasi relazione sentimentale, tentò morbosamente di ricostruire un nucleo familiare insieme alle due amate sorelle, Ida e Maria, e dalla prima si sentì tradito quando si sposò contro la sua volontà. Personalità fragile e tormentata, Pascoli fece sempre rivivere in sé un fanciullino, la parte infantile soffocata in ogni uomo adulto, figura umile eppure superiore perché capace di vedere la vera realtà delle cose, osservandole con occhi nuovi e attraverso vie intuitive e a-razionali. Pascoli si fece portavoce della rivelazione di una realtà segreta cui può accedere solo il poeta, in quanto in grado di svelare l'universale nel particolare attraverso una catena di analogie simboliche. Il suo percorso poetico va dalle Myricae (1891), piena espressione della corrente poetica simbolista ma fortemente legata al classicismo carducciano, e in cui si intrecciano motivi familiari a motivi naturalistici, ai Poemi conviviali (1904), in cui si ravvede l'inizio della tendenza espressionista, passando per i Canti di Castelvecchio (1903), in cui viene meno il frammentismo che costituiva la più evidente caratteristica di Myricae.
Qualche mese dopo aver pronunciato il discorso
La grande Proletaria si è mossa, inno al nazionalismo italiano e volto a incoraggiare pubblicamente l'impresa coloniale in Libia (il poeta, dopo una giovanile parentesi socialista, era nel frattempo approdato a un populismo conservatore), Pascoli morì di cancro al fegato, nel 1912, a Bologna.

Sakura87
 

22 agosto 2011

Angolotesti: "La collina" di Edgar Lee Masters

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Buongiorno a tutti i lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli.
Siamo al quarto appuntamento e, dopo avervi proposto due novellisti siciliani e un poeta spagnolo, ho optato per un trasferimento oltremare recuperndo un autore americano che l'opera congiunta di Cesare Pavese, Fernanda Pivano e Fabrizio de André hanno reso conosciuta in Italia. Mi riferisco, naturalmente, a Edgar Lee Masters e alla sua Antologia di Spoon River. La nota poetessa nostrana Fernanda Pivano ricevette in regalo la raccolta da Cesare Pavese durante l'ultimo biennio fascista, e si innamorò così tanto della poesia di Masters da tradurla privatamente. Grazie all'intercessione di Pavese, Einaudi pubblicò l'antologia, che per superare la censura del Ministero della Cultura Popolare fu spacciata come la raccolta di pensieri di un fittizio San River. E' del 1971, invece, l'album Non al denaro non all'amore né al cielo del cantautore genovese Fabrizio de André, le cui nove tracce corrispondono ad altrettante poesie dell'antologia. Segue la prima -una di quelle che De André modificò e inserì nel suo album-, che si pone come introduzione alle seguenti.
Nota: per evitare qualsiasi violazione di copyright, la traduzione proposta -con tutti i difetti del caso- è la mia.


The Hill
[La collina]

Where are Elmer, Herman, Bert, Tom and Charley,
The weak of will, the strong of arm, the clown, the boozer, the fighter?
All, all are sleeping on the hill.

[Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il forte di braccio, il pagliaccio, l'ubriacone, l'attaccabrighe?
Tutti, tutti stanno dormendo sulla collina.]

One passed in a fever,
One was burned in a mine,
One was killed in a brawl,
One died in a jail,
One fell from a bridge toiling for children and wife—
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.

[Uno morì di febbre,
uno bruciò in miniera,
uno fu ucciso in una rissa,
uno morì in una cella,
uno cadde da un ponte lavorando con fatica per i bambini e la moglie
Tutti, tutti stanno dormendo, dormendo, dormendo sulla collina.]

Where are Ella, Kate, Mag, Lizzie and Edith,
The tender heart, the simple soul, the loud, the proud, the happy one?—
All, all are sleeping on the hill.

[Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizzie ed Edith,
la tenera di cuore, l'anima semplice, la chiassosa, l'orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte stanno dormendo sulla collina.]

One died in shameful child-birth,
One of a thwarted love,
One at the hands of a brute in a brothel,
One of a broken pride, in the search for heart’s desire;
One after life in far-away London and Paris
Was brought to her little space by Ella and Kate and Mag—
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.

[Una morì di un parto scandaloso,
una di un amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una d'orgoglio spezzato, alla ricerca del desiderio del suo cuore;
una, dopo aver vissuto nelle lontane Londra e Parigi
fu riportata al suo piccolo spazio vicino a Ella e Kate e Mag

Tutte, tutte stanno dormendo, dormendo, dormendo sulla collina.]

Where are Uncle Isaac and Aunt Emily,
And old Towny Kincaid and Sevigne Houghton,
And Major Walker who had talked
With venerable men of the revolution?—
All, all are sleeping on the hill.

[Dove sono Zio Isaac e Zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il Maggiore Walker che aveva parlato
con i venerabili uomini della rivoluzione?

Tutti, tutti stanno dormendo sulla collina.]

They brought them dead sons from the war,
And daughters whom life had crushed,
And their children fatherless, crying—
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.

[Hanno portato loro i figli morti in guerra,
e le figlie che la vita aveva schiacciato,
e i loro orfani, in lacrime
Tutti, tutti stanno dormendo, dormendo, dormendo sulla collina.]

Where is Old Fiddler Jones
Who played with life all his ninety years,
Braving the sleet with bared breast,
Drinking, rioting, thinking neither of wife nor kin,
Nor gold, nor love, nor heaven?
Lo! he babbles of the fish-frys of long ago,
Of the horse-races of long ago at Clary’s Grove,
Of what Abe Lincoln said
One time at Springfield.

[Dov'è il vecchio Suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i suoi novant'anni
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, senza pensare a una moglie o a un parente,
né al denaro, né all'amore né al cielo?
Eccolo, che blatera del pesce fritto di tanti anni fa,
delle corse dei cavalli a Clary's Grove,
di ciò che Abe Lincoln aveva detto
una volta a Springfield.]


Edgar Lee Masters nacque a Garnett, in Kansas, nel 1868. Lewiston (dove si trasferì in seguito), con il suo cimitero di Oak Hill e il vicino fiume Spoon,  fu la sua prima fonte d'ispirazione per l'Antologia di Spoon River. Il successo gli arrise nel 1914, quando pubblicò le prime poesie sotto lo pseudonimo di Webster Ford, ispirate alla sua infanzia nell'Illinois. E' del 1915, invece, la pubblicazione a puntate delle liriche dell'Antologia di Spoon River, che l'anno successivo uscì in volume. Nel 1924 la raccolta ebbe un seguito -di poca fortuna-, The New Spoon River. Dopo aver abbandonato la professione di avvocato per dedicarsi alla sola letteratura, il poeta visse di stenti fino a morire in disgrazia nel 1950 per una polmonite.
Ispirate a persone realmente esistenti, le poesie dell'Antologia attaccano l'ipocrisia e le meschinità di una piccola cittadina americana. Duecentoquarantaquattro voci rivelano i retroscena delle vite di personaggi apparentemente rispettabili o al contrario pubblicamente deprecati, tutti accomunati dall'essere sepolti nel cimitero sulla collina, ricostruendo la storia del fittizio paese di Spoon River. Tra procuratori legali seppelliti insieme all’amato cane, poetesse gobbe stuprate e morte per aborto, poeti e bottai, mogli uccise, ragazzini morti incidentalmente, mariti la cui vita è stata succhiata pian piano dalle mogli, i sentimentali troveranno anche un certo giudice nano, un certo matto che volle imparare a memoria l’Enciclopedia Britannica, un certo blasfemo picchiato a morte per aver insultato Dio, un certo malato di cuore la cui anima lo abbandonò restando sulle labbra di una donna, un certo ottico che volle creare lenti speciali, un certo chimico che non riuscì mai a comprendere come gli uomini si combinassero attraverso l’amore, un certo medico che fu costretto a vendere il proprio mestiere, e soprattutto un certo suonatore Jones che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero, non al denaro, non all’amore, né al cielo.
Sakura87

16 giugno 2011

Angolotesti: "Lamento per Ignacio Sánchez Mejías" di Federico García Lorca

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Buongiorno a tutti i lettori,
torna oggi Angolotesti, una selezione di testi letterari o poetici nella loro interezza con una breve contestualizzazione perché possiate meglio apprezzarli. 
Tutti, immagino, conosceranno il noto poeta spagnolo Federico García Lorca, esponente di spicco del gruppo letterario avanguardista Generazione del '27 che produsse in Spagna probabilmente la poesia più rimarchevole dai tempi del Barocco. E' proprio la memoria di un poeta barocco metaforicamente ripudiato dai posteri per la sua arzigogolatezza che il gruppo di artisti spagnoli recupera: Luis de Góngora, morto nel 1627 (da lì la scelta del nome che la costellazione di autori si diede). Il testo del poeta andaluso García Lorca che vi propongo oggi, tuttavia, di avanguardistico ha ben poco: è invece un'elegia, un sentito pianto in memoria dell'amico torero Ignacio Sánchez Mejías, morto per le conseguenze di una drammatica corrida a Madrid il 13 agosto 1934. Per evitare qualsiasi problema di copyright, la traduzione proposta è la mia:

Llanto por Ignacio Sánchez Mejías
1
La cogida y la muerte

[Lamento per Ignacio
Sánchez Mejías

1
Lo scontro e la morte]


A las cinco de la tarde.
Eran las cinco en punto de la tarde.
Un niño trajo la blanca sábana
a las cinco de la tarde.

Una espuerta de cal ya prevenida
a las cinco de la tarde.

Lo demás era muerte y sólo muerte
a las cinco de la tarde.
[Alle cinque della sera.
Erano le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Tutto il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.]
El viento se llevó los algodones
a las cinco de la tarde.

Y el óxido sembró cristal y níquel
a las cinco de la tarde.

Ya luchan la paloma y el leopardo
a las cinco de la tarde.

Y un muslo con un asta desolada
a las cinco de la tarde.

Comenzaron los sones de bordón
a las cinco de la tarde.

Las campanas de arsénico y el humo
a las cinco de la tarde.

En las esquinas grupos de silencio
a las cinco de la tarde.

¡Y el toro solo corazón arriba!
a las cinco de la tarde.

Cuando el sudor de nieve fue llegando
a las cinco de la tarde,

cuando la plaza se cubrió de yodo
a las cinco de la tarde,

la muerte puso huevos en la herida
a las cinco de la tarde.
A las cinco de la tarde.
A las cinco en punto de la tarde. 
[Il vento portò via il cotone
alle cinque della sera.
E l'ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Lottano già la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Iniziarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane di arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
E solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando arrivò il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l'arena si coprì di iodio
alle cinque della sera,
la morte depose uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.]
Un ataúd con ruedas es la cama
a las cinco de la tarde.

Huesos y flautas suenan en su oído
a las cinco de la tarde.

El toro ya mugía por su frente
a las cinco de la tarde.

El cuarto se irisaba de agonía
a las cinco de la tarde.

A lo lejos ya viene la gangrena
a las cinco de la tarde.

Trompa de lirio por las verdes ingles
a las cinco de la tarde.
Las heridas quemaban como soles
a las cinco de la tarde,

y el gentío rompía las ventanas
a las cinco de la tarde.

A las cinco de la tarde.
¡Ay qué terribles cinco de la tarde!
¡Eran las cinco en todos los relojes!
¡Eran las cinco en sombra de la tarde!
[Un feretro con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti gli risuonano alle orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza si iridava d'agonia
alle cinque della sera.
Da lontano viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavano come soli
alle cinque della sera,
e la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Erano le cinque su tutti gli orologi!
Erano le cinque in ombra della sera!]


Federico García Lorca nacque a Fuente Vaqueros il 5 giugno 1898. Poeta e drammaturgo spagnolo, si appassionò al folclore gitano della sua regione, l'Andalusia, e partecipò al fervore creativo che scosse la Spagna nei due decenni precedenti all'instaurazione del franchismo. Omosessuale, nella sua opera poetica si fece portavoce degli oppressi: gli zingari, i neri di Harlem, coloro che furono schiacciati dal totalitarismo. Proprio per le sue manifeste tendenze antifranchiste fu fucilato a Víznar il 19 agosto 1936. Il suo corpo, gettato in una fossa comune, non fu mai ritrovato.
García Lorca lasciò un impressionante canzoniere; le sue raccolte più famose sono Libro de poemas, Romancero gitano, Poema del cante jondo, Poeta en nueva York. Appena un anno prima della sua morte, in seguito alla caduta nell'arena del grande amico Ignacio, García Lorca compose un'elegia in quattro parti (Lo scontro e la morte, Il sangue versato, Corpo presente, Anima assente) cui diede il nome di Lamento per Ignazio Sánchez Mejías.
Sakura87
 

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