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31 dicembre 2013

Bilancio del 2013 - Speciale nuovo anno

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Oggi è l'ultimo giorno del 2013 ed è tempo di bilanci: ma come si può istituire il bilancio di un anno di letture di più di dieci persone? Per rendere l'idea, un po' di numeri: quest'anno abbiamo recensito 263 libri, pubblicato 110 articoli di varia natura, e intervistato 4 autori. Abbiamo pubblicato diversi approfondimenti e articoli d'opinione, infittito le news, e inaugurato - oltre alla rubrica settimanale Listopia - uno speciale tematico a cadenza mensile che finora si è occupato dei vincitori del Premio Hugo, di quelli del Premio Nobel, e dei romanzi a tema natalizio (domani conoscerete il nuovo Speciale che ci terrà compagnia per gennaio).
In più volevamo mettervi al corrente di una nuova notizia: a partire da gennaio vorremmo creare una newsletter mensile a cui potrete iscrivervi e che vi informerà con un'unica mail dei nostri migliori contenuti pubblicati durante il mese trascorso. Nei prossimi giorni vi daremo tutte le informazioni del caso.
Infine, come facciamo ormai da anni, abbiamo stilato una lista rappresentativa di libri che ci sono piaciuti particolarmente o che particolarmente non abbiamo apprezzato: ecco a voi una selezione di quindici recensioni pubblicate quest'anno, secondo i criteri che seguono:



+5stelle+ Cinque dei libri più belli recensiti quest'anno +5stelle+

La festa del caprone di Mario Vargas Llosa - Einaudi
Scrive Patrizia:

Il romanzo si snoda attraverso tre linee narrative. La prima, quella che apre il romanzo, ha la voce di Urania Cabral, affermata professionista che ha lasciato Santo Domingo all’età di quattordici anni e vi torna dopo 34 senza un motivo specifico. Forse, dopo tanti anni, è pronta a fare i conti con il proprio passato e i suoi passi, durante l’abituale corsa mattutina, la portano sulla soglia della vecchia casa di famiglia, dove vive ancora il padre Agustin Cabral, ex Presidente del Senato ai tempi di Trujillo, immobilizzato a causa di un ictus e con il quale aveva interrotto tutti i contatti dal giorno della partenza per gli Stati Uniti. Urania, nel corso della sua lunga giornata, si ritrova anche a parlare con nostalgici anziani e con giovani che hanno mitizzato il periodo della dittatura ricordando con nostalgia che tutti lavoravano e non c’era microcriminalità; l’orrore è diventato mito, si trova a pensare una stupefatta Urania che ricorda bene la mancanza di libertà, anche nella propria vita personale, imposta dal regime di Trujillo.

Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk - Einaudi
Scrive Valeria Pinna:

Il mio nome è rosso è un libro molto complesso: per arrivare all'ultima pagina e comprenderlo a fondo sono richieste molta pazienza e dedizione. Ma vi assicuro che il risultato è un'esperienza senza dubbio appagante. L'amore, il sesso, la morte, l'omicidio, la bellezza, l'arte, la miniatura, la religione, i conflitti interiori dell'animo umano sono tutti protagonisti di questo grande affresco di una Istanbul di fine Cinquecento ritratta in un'atmosfera realistica e magica allo stesso tempo.

Padiglione Cancro di Aleksandr Solgenitsin - Newton Compton
Scrive Antonio:

Nello spirito primitivo del premio Nobel, i libri di Solgenitsin sono pregni di idealismo. Ciò che Solgenitsin condanna è la corruzione, la superficialità, il qualunquismo che mal si adattano alla sua visione di una scelta di vita ascetica ma piena di disponibilità verso il prossimo. L’eroe di Solgenitsin è quello che, per quanto colpito dalle sventure e dalla perfidia del prossimo, riesce a rimanere ancorato ai propri principi di solidarietà ed abnegazione.

Limonov di Emmanuel Carrère - Adelphi
Scrive Polyfilo:

Carrère, con l'abilità di uno sceneggiatore professionale, raccoglie in prima persona e racconta le esperienze del suo protagonista in maniera esemplare, unendo momenti lirici e aneddoti sordidi, mettendo in mostra tutti gli angoli nascosti della sua policroma personalità ed evidenziandone contraddizioni e lati oscuri. Ma quel che è più importante è che riesce a cucire in modo perfetto, senza eccessi e senza sbavature, il ritratto di un dissidente e artista con il ritratto di una nazione. Si rimane nell'ambito del romanzo di formazione e nello stesso tempo, come in un saggio di geopolitica, la storia, quella recente degli ultimi due decenni del crollo dell'URSS, dell'era di Eltsin e degli oligarchi e infine della democrazia di Putin dalle forti venature di cesarismo, irrompe con tutta la sua forza nella narrazione.

Prima che sia notte di Reinaldo Arenas - Guanda
Scrive Tancredi:

Nella sua autobiografia, che ripercorre una vita umile eppure pulsante, energica, instancabile, che non si piega mai, Arenas intreccia gli affetti e le passioni e i tormenti: gli uomini che l'Isola ha offerto al suo desiderio insaziabile (più di cinquemila, proclama); la passione della scrittura, soffocata dal regime, tradita dagli amici scrittori ipocriti, mai ripagata dagli editori stranieri; i regimi, prima quello di Batista, poi quello di Castro, e quella brevissima, di una illusoria felicità, parentesi rivoluzionaria cui aveva pure aderito, salvo indovinare ben presto il colore dell'operazione condotta dal lider maximo. L'amore (omosessuale), la scrittura, la politica sono le tre passioni di Arenas, ma anche i tre volti di Cuba, che l'autore demolisce e ricostruisce in un infinito gioco di specchi: Cuba è l'isola di sole e mare, di spiagge popolate di bei ragazzi, di amori urlati con vitalità e fierezza; Cuba è anche l'immenso salotto letterario che Arenas e i suoi popolavano, un salotto umile, alla buona, più una taverna che un circolo di intellettuali; Cuba è, ed è diventata soprattutto, l'isola del mare negato, delle spiagge popolate di militari, delle prigioni e dei campi di lavoro forzato.

+1stella+ Cinque dei libri recensiti cui è stato assegnato il voto minimo +1stella+

Sul lato sbagliato della strada di Amanda Mazzi - Erasmo
Scrive Pythia:

Questo romanzo non avrebbe dovuto essere pubblicato così com'è. È una questione di rispetto per i lettori, che spendono denaro e tempo per un prodotto non conforme, e anche per l'autrice, che nonostante la cura, la passione e la dedizione sicuramente impiegate viene penalizzata da un lavoro a metà. Manca decisamente una revisione degna di questo nome, per forma e contenuti: il buono c'è, ma si perde in una marea di imperfezioni.

Il buon Gesù e il cattivo Cristo di Philip Pullman - Tea
Scrive Sakura:

Definito "apocalittico" dal Guardian, questo romanzetto non merita certo tanto scalpore (e in effetti il libro in Italia è passato pressoché inosservato): sebbene l'esistenza di Cristo, passata sotto silenzio, incarni ancora una volta l'aspra critica di oscurantismo rivolta dall'autore alla chiesa cattolica, nonché i travisamenti di cui i testi sacri sono sempre stati oggetto, Pullman rinuncia alla sua vena polemica, o non riesce a esprimerla appieno. La narrazione è pacata, fin troppo politically correct nell'evitare di approfondire episodi particolarmente controversi che avrebbero potuto essere spunto di critica, come il rapporto tra Maria Maddalena e Gesù o l'incontro di quest'ultimo con la donna di Canaan.

Tutto ciò che sappiamo dell'amore di Colleen Hoover - Rizzoli
Scrive Valetta:

Come sempre evito ogni spoiler, ma non posso fare a meno di inveire contro la stupidità del finale in cui tutti gli ostacoli che separavano i nostri innamorati svaniscono nell'aria come per magia e Will finalmente comprende che la sua aspirante fidanzata è molto più importante del benessere del suo fratellino di nove anni che non ha nessuno al mondo. Splendido messaggio. Molto maturo. A dirvela tutta ci sarebbero mille altre cose che ho odiato a proposito di questo libro, ma mi sembra inutile e tedioso lamentarmi per pagine e pagine, perciò concluderò dicendo che l'ho trovato prevedibile, superficiale, noioso e, a dispetto delle infinite tragedie che l'autrice si è ostinata a infilarci, assolutamente poco toccante.

Drood di Dan Simmons - Elliot
Scrive Valetta:

Questo è il terzo romanzo che leggo collegato o ispirato dall'opera incompiuta di Dickens, includendo Il ladro di libri incompiuti di Matthew Pearl e Il mistero di Edwin Drood riveduto e completato da Leon Garfield, ed è sicuramente anche il più deludente, il che è tutto dire se si considera che il libro di Pearl era stato un potentissimo sonnifero. Dickens era sicuramente un romanziere pieni di difetti ma ha creato personaggi e storie straordinarie, come sia possibile che coloro che decidono di ispirarsi a lui producano solo schifezze proprio non si spiega. Sarà il desiderio di emulazione senza averne il talento, sarà l'idea che i lettori sono una manica di ignoranti che non possono leggere un romanzo ambientato nell'800 senza subire una conferenza scritta sull'epoca vittoriana, fatto sta che sto seriamente considerando di abbandonare tutte le speranze e curare la mia astinenza da Dickens rileggendo le sue opere per l'ennesima volta.

Confessioni di un barman di Paolo Marini e Mirco Cavalli - Curiosando Editore
Scrive Polyfilo:

Il problema di base dell'esperimento di Marini è che pare essere mancato un serio intervento di editing che riuscisse trasformare - ammesso che fosse possibile - del materiale grezzo da diario privato in un prodotto editoriale potabile. La classica zucca in carrozza, insomma. Se anche l'idea in sé potrebbe essere intrigante e offrire buoni spunti di sviluppo - e lo insegna Tom Cruise in Cocktail -, nel percorso intimo di Cuper Bennati, barman con base fiorentina ma cosmopolita e vagabondo nell'anima oltre che nel cuore, manca una trama vera e propria.

+5stelle+ Piccoli e medi editori a cinque stelle +5stelle+

La nemica di Iréne Nèmirovsky - Elliot
Scrive Polyfilo:

Da un lato l'analisi spietata dell'ipocrisia imperante in certi strati sociali e all'interno dei meccanismi famigliari, in particolare nel rapporto fortemente autobiografico tra madre e figlia, prelude a temi che saranno caratterizzanti in romanzi successivi, in particolare in Jezabel, dall'altro lo stile, per quanto non privo di ingenuità sentimentali, manifesta una notevolissima capacità descrittiva, un tratto abile nel cesellare con poche pennellate situazioni e personaggi, forse senza scendere in profondità come avverrà nei romanzi più tardi, ma perfettamente in grado di mostrare i tormenti dell'animo nella complessità di accenti e sfumature che contraddistingue la scrittura di grande valore.

Il portiere e lo straniero di Emanuele Santi - L'asino d'oro
Scrive Daniele:

Emanuele Santi affascina con toni enfatici ed evocativi, tanto che sembra quasi di essere con Camus mentre vola da un palo all’altro prima di vedere la propria carriera sportiva stroncata dalla tubercolosi. Così, attraverso l’ardore indipendentista che infiammava gli animi degli algerini che, non potendosi riversare in altri contesti a causa delle repressive leggi coloniali francesi, si concentrava tutto nelle partite di calcio, il lettore vede quanto Camus fosse influenzato dalla propria patria e fosse sensibile ai soprusi che subiva dalla Francia. L’autore ha effettuato una ricerca molto approfondita riguardo quel periodo e, unendola alla propria capacità di raccontare storie di sport, ha creato un credibile e affascinante punto di vista su quanto vissuto - sportivo e non - l’autore de “Lo straniero” abbia messo nelle sue opere. Quindi, fin dal titolo, “Il portiere e lo straniero”, mostra al lettore il nodo principale dell’argomento. Dalla prima pagina all’ultima ci si trova davanti a un’opera che non mostra mai cali nell’intensità della narrazione, sempre precisa nel dimostrare la tesi alla propria base e avvolgente quasi fosse un romanzo.

Un'eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal - Bollati Boringhieri
Scrive Mara:

La tristezza e il rimpianto per lo splendore perduto in modo irrimediabile, che investono Edmund de Waal e chi legge dapprima davanti al Palazzo parigino, ora sede di un istituto di previdenza privato; indi a quello viennese, contemporaneo del primo, dove ora è la società che riunisce i casinò austriaci. Pure il percorso illustrato si fa via via più intimo e drammatico allorché si giunge sulla Ringstraße. L’Autore si sofferma sulla figura del trisavolo Ignace, del quale ci mostra un perspicuo ritratto. Nella nostra storia incontriamo ben tre Ignace: divertente e facile ritrovarli. Questo trisavolo, neri i folti capelli e la barba, così come ce lo presenta una fotografia del 1871, era uomo d’affari spregiudicato e passionale, con numerose amanti, padre di tre figli, che vediamo poco dopo, ragazzini: il minore è Viktor, il futuro padre di Elisabeth, nonna amatissima da Edmund e figura chiave nel racconto. Ignace, in quell’anno, si fece costruire il palazzo scintillante sulla Ringstraße e volle che, proprio nella grande sala da ballo, ben visibili da tutti, la serie di dipinti alle pareti raffigurasse episodi biblici tratti dal libro di Ester: Ester incoronata regina di Israele, in ginocchio al cospetto del gran sacerdote vestito con gli abiti rabbinici… E poi gli Ebrei che annientano i figli di Aman, il nemico di Israele.

Berlino segreta di Franz Hessel - Elliot
Scrive Mara:

Lo stile è scorrevole, quasi musicale, in grado di adattarsi al registro itinerante del racconto. I toni ci sono tutti, con preferenza verso l'umoristico e l'ironico, come il contrasto tra i "sogni di gloria" di Wendelin e la modesta realtà della pensioncina in cui egli vive , "al quarto piano sopra negozi ed uffici, tra Friedrichstrasse e Unter den Linden". Protagonista assoluto è il paesaggio cittadino, che emerge discreto, il supporto imprescindibile, il sipario sul quale s'intrecciano le vite degli stravaganti personaggi, tutti ritratti con cura dal vivo. I cognomi adottati sono espressione del personaggio stesso, ma in una sorta di rovesciamento sarcastico: ad esempio, un tale Schilfkrot (Ranocchia, in tedesco) è un applaudito cantante, ispirato ad una celebrità dell'epoca, realmente esistita e famosa a Berlino in quel periodo. Donne fatali, alla Marlene Dietrich (alla quale Hessel dedicò un suggestivo libretto, nel 1931), come Margot, che ama indossare camicie maschili e passeggiare a cavallo nel Tiergarten, in compagnia di baldi giovani, Wendelin in testa, va da sé. O come l'inquietante, sessualmente ambigua, Fancy Freo, la cui specialità consiste nell'eseguire "le più audaci canzonette berlinesi con il massimo di raffinatezza e il minimo di sguaiataggine".

Il candelabro sepolto di Stefan Zweig - Skira
Scrive Mara:

Anno 455 e.v.: Roma è conquistata e saccheggiata dai Vandali di Genserico. L’imperatore Petronio Massimo fugge abbandonando la città, ma viene ben presto ucciso dalla folla esasperata. E’ il papa Leone Magno, poi diventato santo, a fermare i Vandali chiedendo loro di non distruggere Roma e di non massacrare la popolazione. In pochi giorni la Città è spogliata delle sue ricchezze: l’operazione viene effettuata in modo rigoroso, sistematico… teutonico, senza incontrare alcuna resistenza da parte degli abitanti atterriti. Nella pacifica Comunità Ebraica locale si diffonde il terrore: tutti sono consapevoli che la sventura occorsa al popolo ospitante si tradurrà in dolore e nuove persecuzioni per gli Ebrei.

Ringraziandovi ancora una volta - calorosamente - di averci seguito per tutto il 2013, ci auguriamo che continuerete a farlo anche quest'anno. I nostri buoni propositi? Continuare a offrirvi il meglio che possiamo, come sempre.


Lo staff della Stamberga


31 ottobre 2013

Cinque libri per festeggiare Halloween

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31 Ottobre, la notte delle streghe. Questo post è rivolto a voi anime in pena che questa sera, invece di vagare di festa in festa mascherati nel modo più raccapricciante possibile, vi chiuderete in casa cercando di ignorare vanamente questa sorta di carnevalata fuori stagione. Per sopravvivere all'ennesima replica di Italia1 di Final Destination 87, evitando di sfogare la vostra ira sui poveri sparuti pargoli che verranno timidamente a bussare a casa vostra chiedendo "dolcetto o scherzetto", vi proponiamo qualche lettura rilassante (più o meno) per cogliere il meglio di questa festività all american da cui oramai, volenti o nolenti, siamo stati invasi.

Poiché sappiamo che avete palati raffinati cercheremo di evitare le ovvietà e non vi rimanderemoi all'opera omnia di Stephen King, preferendo indirizzarvi verso un'autrice che lo stesso King ha più volte indicato come uno dei suoi maestri: Shirley Jackson.
Di lei abbiamo due proposte: Abbiamo sempre vissuto nel castello e L'incubo di Hill House.

Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson (Adelphi, Fabula, 2009)


"A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre L'incendiaria di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo La lotteria. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai "cattivi", ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia


L'incubo di Hill House di Shirley Jackson (Adelphi, Fabula, 2004)

Chiunque abbia visto qualche film del terrore con al centro una costruzione abitata da sinistre presenze si sarà trovato a chiedersi almeno una volta perché le vittime di turno non optino, prima che sia troppo tardi, per la soluzione più semplice - e cioè non escano dalla stessa porta dalla quale sono entrati, allontanandosi senza voltarsi indietro. A tale domanda, meno oziosa di quanto potrebbe parere, questo romanzo fornisce una risposta. Non è infatti la fragile e indifesa Eleanor Vance a scegliere la Casa, prolungando l'esperimento paranormale in cui l'ha coinvolta l'inquietante professor Montague. È la Casa - con le sue torrette buie, le sue porte che sembrano aprirsi da sole - a scegliere, per sempre, Eleanor Vance.


Se questi romanzi sono troppo classici per i vostri gusti potete invece buttarvi sul fenomeno del momento: gli zombie. Oltre ad essere protagonisti di una serie tv, The Walking Dead, la cui fama non accenna a diminuire quest'anno i putrescenti non-morti si sono visti anche al cinema mentre tentavano di mangiarsi il sempre bello Brad Pitt. Per chi non lo sapesse World War Z è stato tratto dall'omonimo libro del 2006 di Max Brooks, che racconta la sua versione della pandemia in forma epistolare.

World war Z. La guerra mondiale degli zombi di Max Brooks (Cooper,Cooper Storie, 2013)

Comincia in uno sperduto paesino della Cina. E subito dilaga in tutto il mondo. La piaga, la peste ambulante, l'epidemia. La guerra degli zombi. Creature mostruose che contagiano e fagocitano il nostro pianeta, la nostra casa. I sopravvissuti sono pochi. Una storia irreale? Il semplice parto della fantasia di uno scrittore? Forse. Max Brooks, con l'artificio di una raccolta di interviste "sul campo", dà vita a un affresco in cui le tante e diverse voci ricreate e animate in questo libro parlano di guerra, sofferenza e solitudine, ma anche di speranza, coraggio e nobiltà

Pubblicato nello stesso periodo ma completamente diverso come approccio all'horror è la prima opera di Mark Z. Danielewski, che mescola horror e satira in una cofezione inusuale: l'impaginazione infatti obbliga a tratti a rigirare il testo, secondo lo stile stile della letteratura ergodica. 


Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (Mondadori, Le strade blu, 2005)

Un libro-labirinto, a metà strada tra horror e thriller psicologico, ma anche un trattato postmoderno di critica letteraria. Johnny Truant è ossessionato da un manoscritto trovato nell'appartamento del vecchio Zampanò, morto da poco. Si tratta dell'analisi e della ricostruzione di un film documentario intitolato "The Navidson Record". In esso un famoso fotografo racconta della sua vita in una misteriosa casa di campagna. Una casa più grande dall'interno che all'esterno, con un muro nel quale compare all'improvviso una porta. Il fotografo, la sua famiglia, i suoi amici si avventurano nei corridoi infiniti che si aprono dietro la soglia, in un crescendo di traversie fisiche e psicologiche, che finiranno per riflettersi anche su chi legge...

Concludiamo con un ritorno al classico, una lettura imprescindibile per gli amanti del genere, Il giro di vite, racconto di fantasmi di Henry James che magistralmente genera tensione e paura con uno stile evocativo e ricco di suggestioni. Oltre ad essere stato portato sul grande schermo almeno una ventina di adattamenti, l'ultimo dei quali nel 2009, l'opera ha anche ispirato il celebre film The Others, con Nicole Kidman


Giro di vite di Henry James (Mondadori, Oscar Classici, 2003)

Apparso in dodici puntate nella rivista "Collier's Weekly" dal 27 gennaio al 16 aprile 1898, Giro di vite è uno dei capisaldi dell'opera di Henry James, quello forse che ha ottenuto più attenzione sia da parte della critica che da parte del pubblico. Ispirato da una storia di fantasmi narrata allo scrittore dall'arcivescovo di Canterbury Edward White Benson, questo romanzo breve narra la vicenda di due bambini affidati alla servitù di una vecchia villa di campagna dove avvengono sconcertanti apparizioni. L'atmosfera di un Male incombente è resa ancor più intollerabile dall'ambientazione quasi pastorale e dal senso di pace e luminosità che questa sembra irradiare tutt'attorno. Il terrore che scaturisce da tale contrasto è di natura psicologica, nasce dalla mente del narratore più che dalla descrizione dei fatti: sottile e modernissimo espediente che anticipa la sperimentazione letteraria del Novecento.

Come sempre speriamo di avervi dato qualche suggerimento interessante e di avervi aiutato ad entrare un po' di più nello spirito della festa che forse non ci appartiene tanto ma è oramai entrata di prepotenza nelle nostre case e poi, suvvia, ogni tanto qualche brivido di paura non fa male a nessuno!
Articolo di Valetta

07 settembre 2013

La ricerca del leone - Russell Hoban

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I Contenuti

Un padre, Jachin-Boaz, che disegna mappe preziose per tutte le esigenze. Un figlio, Boaz-Jachin, che vuole una mappa con almeno una zona vuota, ed è proprio la mappa che il padre non può dargli. Un leone, in un mondo dove tutti i leoni sono ormai scomparsi. Con questi tre elementi Russell Hoban ha costruito un romanzo – una favola? una parabola? un’allegoria? – che ha ricordato ai critici le grandi opere di Tolkien e di C.S. Lewis. Ma Hoban non vuole creare ex novo dei mondi fantastici ben delimitati: la sua arte peculiare è quella di tuffare il fantastico selvaggio (in questo caso la ricerca dell’impossibile, enigmatico leone, minaccia di morte e promessa di vera vita) in un mondo concreto e quotidiano, osservato con deliziosa ironia, un mondo di camion e di poliziotti, di librerie e di chitarre, di flirts e di manicomi. Trascinati dalle imprevedibili avventure parallele, e alla fine convergenti, del padre e del figlio alla ricerca del leone, si procede nella lettura sempre più coinvolti in questa caccia metafisica, dove il cacciatore e spesso la preda, mentre sempre più pressante si fa la domanda: che cos’è il leone? Ogni lettore troverà in questo singolarissimo romanzo significati diversi: ma soprattutto vi si riconosceranno i lettori più giovani – quelli, per intendersi, che hanno amato Hesse –, come in un mito che tocca una certa sensibilità nomade e avventurosa dei nostri anni. Oltre tutto, in queste pagine troveranno una delle rarissime variazioni convincenti su un tema oggi quasi inavvicinabile, eppure essenziale: la relazione tra padre e figlio, qui descritta con grande finezza nel suo oscillare fra un’assoluta impossibilità d’intendersi e un totale accordo nella nella ricerca di qualcosa che il mondo, così com'è, non ha: il leone.

La Recensione

Questo romanzo, edito nel 1973, è il primo dei sedici pubblicati da Hoban che, in precedenza, aveva scritto solo libri per bambini e ragazzi. E' peraltro una favola -ancorché per adulti- e, come tale, piena di simbolismi che necessitano di essere interpretati. A prescindere comunque da qualsiasi interpretazione, la sua lettura risulta estremamente piacevole ed avvincente. Ma è anche un romanzo che tratta di un argomento sempre attuale come quello del rapporto genitore-figli.
Dato il contesto surreale del romanzo, la trama non risulta particolarmente significativa. In ogni caso si può immaginare che, in un mondo abbastanza simile al nostro, ma con in aggiunta qualche elemento fantastico, Jachin, come suo padre prima di lui, fosse un commerciante di mappe: Vendeva mappe per scavare pozzi. Vendeva mappe di visioni-e-miracoli agli asceti, mappe di malattie-e-incidenti ai medici, mappe di denaro-e-gioielli ai ladri, e mappe di ladri alla polizia. Talvolta, per esigenze particolari, era lui stesso a disegnare queste mappe. Per anni, attingendo a una enorme quantità di cognizioni minuziosissime, raccolte in tanti anni di lavoro ed osservazioni, si era dedicato a disegnare per il figlio una mappa guida che gli avrebbe indicato dove trovare tutto ciò di cui gli fosse venuta voglia di andare in cerca, assicurandogli così un buon punto di partenza per la sua vita di uomo, ma quando infine aveva deciso di mostrarla al figlio, questi non ne era rimasto particolarmente colpito e si era limitato a segnalare che non indicava dove trovare un leone.
Un giorno Jachin scomparve e, quando madre e figlio andarono a cercarlo nel suo laboratorio, trovarono solo un biglietto su cui c'era scritto che andava a cercare un leone.
E' diventato matto? Non ci sono più leoni, aveva detto la moglie di Jachin, dato che tutti ormai sapevano come un virus, trasmesso dal morso delle pulci, avesse fatto estinguere la specie.
Da anni il rapporto di Jachin con sua moglie non funzionava anche sotto l'aspetto prettamente fisico. Alla fine, sentendosi soffocare dall'insoddisfacente menage coniugale, l'uomo aveva deciso di andarsene in un altro paese. Qui aveva trovato lavoro in una libreria e si era formato una nuova famiglia. Jachin, il leone, lo vedeva tutti i giorni. L'animale lo aspettava per la strada che percorreva per andare al lavoro. Jachin, quando lo incontrava, rischiava la vita, perché più volte era rimasto vittima dei suoi artigli ed aveva dovuto ricorrere alle cure dell'ospedale. I medici, non riuscendo a capire cosa gli procurasse quelle ferite e pensando che fossero autoinflitte, avevano stabilito di internarlo in un istituto psichiatrico. Per esserne dimesso, Jachin era stato costretto a fingere di non credere più all'esistenza del leone, anche se non era il solo ad averlo visto.
Dopo un certo tempo, Boaz, il figlio di Jachin, che era rimasto affascinato dall'immagine del leone morente scolpito in un antico bassorilievo, si era messo anche lui alla ricerca del leone. Nel suo girovagare sperava di riuscire anche a incontrare suo padre. Boaz però aveva capito che Jachin, quando aveva scritto di voler andare alla ricerca del leone, non intendeva un animale in carne ed ossa. Boaz, inoltre, avrebbe voluto che suo padre gli restituisse la mappa che aveva disegnato per lui e che si era portato via. Ogni tanto si fermava dove trovava lavoro per guadagnare i soldi che gli servivano per continuare a viaggiare. Veniva a conoscere molte persone durante i suoi spostamenti e questi incontri lo aiutavano a crescere.
Si potrebbe affermare che il viaggio alla ricerca del leone stia a simboleggiare per Boaz il passaggio dall'adolescenza alla maturità, mentre la belva che tende a divorare Jachin è il rimorso per aver abbandonato il figlio, come se il rimorso e la maturità fossero due facce della stessa medaglia rappresentata da leone, tant'è che quando i due s'incontreranno... Ma questa è la mia interpretazione, non è detto che sia l'interpretazione giusta o la sola; ogni lettore potrà dare la propria.
I nomi Jachin e Boaz sono quelli che, secondo la Bibbia (I Re, 7,21), Salomone diede alle colonne erette davanti al vestibolo del Tempio: Jachin, cioè il Signore "rende stabile", e Boaz, "da Lui viene la forza". Russell Hoban, nato a Philadelphia nel 1925 da genitori ebrei emigrati dall'Ucraina, è vissuto dal 1969 a Londra dove è morto nel 2011.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La ricerca del leone
  • Titolo originale: The Lion of Boaz-Jachin and Jachin-Boaz
  • Autore: Russell Hoban
  • Traduttore: Adriana Motti
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 1976
  • Collana: Narrativa contemporanea
  • ISBN-13: 9788845901331
  • Pagine: 218
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 7,23

27 giugno 2013

Limonov - Emmanuel Carrère

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I Contenuti

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro.
E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale».
La vita di Eduard Limonov, però, è innanzitutto un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère riesce a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante – a volte perfino accattivante. Ma mai, assolutamente mai, mediocre.
Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall'amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il «duro metallo di cui è fatta la sua anima», Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo, senza mai chiudere gli occhi, con una temerarietà e una pervicacia che suscitano rispetto.
Ed è senza mai chiudere gli occhi che Emmanuel Carrère attraversa questa esistenza oltraggiosa, e vi si immerge e vi si rispecchia come solo può fare chi, come lui, ha vissuto una vita che ha qualcosa di un «romanzo russo».

La Recensione

Il racconto della vita di Limonov è sospeso a metà tra biografia e romanzo, tra saggio sulla Russia contemporanea e reportage di attualità, con accenti di autobiografia, e in esso l'autore mescola alle testimonianze in presa diretta anche memorie e aneddoti personali, nella forma di una biografia fortemente partecipata.
Purtroppo in italiano il titolo - che è anche il soprannome del protagonista e in russo viene da 'limonka' ossia granata, bomba a mano, nome usato anche per una fanzine di avanguardismo politico a lui legata - non rimanda al campo semantico originario, quello del conflitto, ma a qualcosa di molto più leggero.
In ogni caso la vita di Eduard Savenko, in arte Limonov, è materia da letteratura.
In apertura l'autore, che conosce e a modo suo stima anche il personaggio di cui racconta la vita, pone le basi per un interessante parallelo tra Limonov e un protagonista della Russia e della politica internazionale, il presidente-quasi-autocrate Vladimir Putin. Entrambi provengono dallo stesso ambiente sociale, sono figli di agenti del Keghebè e soffrono, anche in senso materiale, del disfacimento dell'URSS e del blocco comunista, rimanendo spaesati e privi di punti di riferimento e di valori a cui attaccare il proprio orgoglio nazionale e la propria identità.
La differenza sta nel fatto che mentre Limonov brama il potere soprattutto per narcisismo, in Putin, che ci arriva quasi per cooptazione degli oligarchi più influenti dell'era Eltsin, almeno secondo l'autore, il narcisismo è un prodotto del potere, e non una sua causa.
Entrambi però, su fronti opposti, condividono la memoria positiva degli anni della loro infanzia sovietica:


"Chi vuol restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore"
(Vladimir Putin)

Limonov, sempre secondo l'autore, certo condivide questo aforisma di Putin e certo del politico russo invidia il ruolo di padre di una patria che senza di lui sembrava diretta a cedere il ruolo di grande potenza che si era ritagliato grazie al Comunismo sovietico.
La sua personalità a tutto tondo, bellicista perchè in guerra col mondo, interventista, artistoide ed egocentrica presenta dei lati dannunziani: dall'esibizionismo narcisista e un po' metrosexual a una forte dose di ambiguità sessuale, dall'impegno militarista sfrontato e scevro di ogni remora e regola morale e politica alla capacità di comunicare e crearsi un seguito ideale, da una forma alquanto complessa, a volte tortuosa, di coerenza a una spregiudicata e camaleontica capacità di adattamento.
Vicino al presidente Putin per alcuni aspetti, in particolare la nostalgia dell'orgoglio nazionale sovietico, e insieme suo rivale politico, si ritrova ad essere dissidente soprattutto per la forte volontà di emergere.
In qualche misura, nelle sue debolezze e nei suoi spigoli, Limonov incarna il tipo dell'ultra-uomo nietzschiano e della volontà di potenza, e la sua agitata vita interiore ed esteriore produce un'immagine, artefatta e spontanea insieme, che può rappresentare bene una certa parte della storia spirituale russa. Del resto Càrrere lo paragona spesso a dei personaggi usciti dalla penna di Dostoevskij.
Brevemente vale la pena di sottolineare che - e questo potrebbe essere un pregio e insieme una debolezza - il carattere di Limonov non è mai, nella narrazione, del tutto scisso dalla memoria personale del suo biografo francese. L'autore non manca da un lato di ricordare come il loro rapporto di conoscenza sia stato fondamentale nella scelta di scrivere e, dall'altro, di rimarcare come, nel suo stesso pensiero, luci e ombre del protagonista si presentino al giudizio in un'ampia gamma di sfumature.
Il percorso di vita che il poeta dissidente russo sceglie è quello dell'impegno in prima persona e in prima fila, e le aspirazioni letterarie sono un tramite per arrivare alla gloria e occupare uno spazio sotto le luci della ribalta. Il riscatto nazionale e la rinascita dell'orgoglio russo, con elementi di panslavismo, passano attraverso la fuga dall'URSS sonnolenta degli anni '70 di Breznev, la crisi e il fallimento di ogni prospettiva artistica nella Manhattan che lo accoglie si, ma come fenomeno da baraccone e al più come domestico, e infine con il ritorno all'Europa degli anni 80, in particolare alla Francia dove riesce a inserirsi nel panorama intellettualoide della perestrojka.
Carrère, con l'abilità di uno sceneggiatore professionale, raccoglie in prima persona e racconta le esperienze del suo protagonista in maniera esemplare, unendo momenti lirici e aneddoti sordidi, mettendo in mostra tutti gli angoli nascosti della sua policroma personalità ed evidenziandone contraddizioni e lati oscuri.
Ma quel che è più importante riesce a cucire in modo perfetto, senza eccessi e senza sbavature, il ritratto di un dissidente e artista con il ritratto di una nazione. Si rimane nell'ambito del romanzo di formazione e nello stesso tempo, come in un saggio di geopolitica, la storia, quella recente degli ultimi due decenni del crollo dell'URSS, dell'era di Eltsin e degli oligarchi e infine della democrazia di Putin dalle forti venature di cesarismo, irrompe con tutta la sua forza nella narrazione.
Gli spazi della prosa si adattano alla miseria della vita da clochard in squallidi monolocali newyorchesi, ai rapporti omosessuali consumati per sete di avventura e di contatto umano e sbandierati con fierezza da artista, al rapporto masochista con le donne, soprattutto Natascia, alcolizzata e ninfomane, e uniscono le follie di sgangherate spedizioni nei Balcani in fiamme all'ardore patriottico, che lo porterà a fondare un partito d'opinione e a scontare una condanna per terrorismo in un moderno gulag come oppositore di un regime, lui che aveva sempre odiato la retorica della dissidenza di Brodsky e Solzenitsyn.
La parte più coinvolgente è appunto quella del prigioniero politico, nella quale Limonov riesce a soddisfare il suo bisogno di martirio testimoniando di essere presente e protagonista del suo tempo. Nelle carceri trova compimento il percorso iniziato nelle sperdute latitudini della Siberia alla ricerca di un rapporto totale con la sua terra e riceve una sorta di illuminazione mistica.
Ma il finale - che del resto è solo provvisorio: Limonov a settant'anni suonati è ancora vivo e vegeto, nonchè politicamente arzillo - non è trionfale nè consolatorio: nonostante tutto, Eduard è uno sconfitto, non è una maschera tragica e neppure gli è riservato il riconoscimento del sacrificio, in una nazione che sembra votata a un torpore etilico e fatalista di fronte agli sconvogimenti della storia.
Rimane una figura titanica e incongrua sullo sfondo sterminato e incomprensibile delle steppe dell'Asia centrale, che emerge e si confonde tra i cieli pesanti come cappe e orizzonti irraggiungibili e insieme quotidiani.

Giudizio:
+5stelle+ 

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Limonov
  • Titolo originale: Limonov
  • Autore: Emmanuele Carrère
  • Traduttore: Francesco Bergamasco
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Fabula
  • ISBN-13: 9788845973291
  • Pagine: 356
  • Formato - Prezzo:  Brossura - Euro 19,00
A sinistra Emmanuele Càrrere, autore della biografia, a destra il poeta Limonov

16 giugno 2013

La Famiglia Karnowski - Israel Joshua Singer

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I Contenuti

Un grande romanzo, pubblicato nell'originale lingua yiddish a New York, nel 1943, successivamente dimenticato e riscoperto negli ultimi anni, ci racconta le storie di tre generazioni di Ebrei, da fine Ottocento alla metà degli Anni Trenta del Novecento; dalla natia Polonia alla moderna Berlino, alla dura New York della salvezza e dell'esilio.

La Recensione

A settant’anni dall’uscita a New York in lingua originale (yiddish, poiché il testo in inglese apparve assai più tardi), finalmente, grazie alla Casa Editrice Adelphi e alla vissuta traduzione di Anna Linda Callow, anche il pubblico italiano può conoscere e amare questo romanzo, davvero un cuneo che l’autore “con la penna insinua nella chiusa personalità dei lettori”, secondo un’efficace affermazione di Elias Canetti. 
La Famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer è un’opera / mondo nella quale ci si avventura seguendo svariati percorsi e tematiche -uno per tutti: l’antisemitismo europeo nelle sue diverse forme e sfumature-; un’affascinante, drammatica rappresentazione di tre generazioni di Ebrei: dalla natìa, tradizionale Polonia di fine Ottocento alla moderna Berlino, dapprima della, sia pur ingannevole, integrazione, indi del nazismo; fino alla durissima New York della salvezza e dell’esilio; nella perenne ricerca di un equilibrio, molto difficile e sofferto da realizzarsi, tra identità ed assimilazione. 
La lettura è scorrevole, coinvolgente, anche perché inserita in un ambito storico ben preciso; infatti il volume è pure un prezioso documento di notevole valore storico per ricostruire la vita delle comunità ebraiche distrutte dalla “follia” nazista. Indispensabile un inquadramento, sia pur sintetico, dell’Autore nell’ambito, in primo luogo, del suo contesto familiare. “Dedico queste pagine alla memoria del mio defunto fratello, I.J. Singer […] Egli era per me non soltanto il fratello maggiore, ma anche un padre spirituale e veramente un maestro di vita. Io guardo a lui come a un modello di grande spiritualità e di probità letteraria”. Con tali parole l’insigne Autore polacco, naturalizzato statunitense, scrittore in lingua yiddish, Isaac Bashevis Singer (1902/1991), Premio Nobel per la letteratura 1978, dedica il suo La Famiglia Moskat(1950) al fratello maggiore di undici anni, Israel Joshua, nato nel 1893 e morto d’infarto a cinquantun anni.
Davvero una famiglia eccezionale, i Singer. I genitori, il Rabbino (e autore di commentari) Pinchas Meindl Zinger e Basheva Zylberman, a sua volta figlia di un rabbino hassidico di Bilgoraj, ebbero quattro figli: la primogenita, Esther, fu valente scrittrice a sua volta, ma misconosciuta dall’ambiente tradizionale che la voleva sacrificata, in quanto donna, nelle sue aspirazioni culturali; seguivano tre maschi, Israel Joshua, Isaac Bashevis -in omaggio alla madre, appunto Basheva- e Moshe, l’unico non scrittore, morto nel 1946. Dopo i primi anni di vita e l’adolescenza passate nel quartiere popolare ebraico di Varsavia dove il padre teneva il suo tribunale rabbinico, Israel, considerato a lungo il “genio di famiglia”, aveva lasciato quell’ambiente tradizionale ed abbracciato la Haskalah, l’Illuminismo ebraico. In patria aveva pure studiato pittura, ma ben presto sentì nascere in sé la vocazione letteraria. Nel 1918, suggestionato dalla Rivoluzione bolscevica, si recò in Russia, dove aderì ad un gruppo di scrittori radicali yiddish, il Circolo di Kiev, e cominciò a pubblicare i primi racconti. Disgustato per il perdurante antisemitismo, che sperava fosse scomparso grazie alla nuova situazione politica, tre anni dopo ritornò a Varsavia, dove continuò la sua attività letteraria e iniziò a collaborare con Forward, il celebre quotidiano yiddish di New York. Sulle colonne del giornale apparvero articoli assai critici verso l’Unione Sovietica, che gli valsero l’ostilità dell’ambiente comunista cui aveva in precedenza aderito. Decise allora di partire per gli USA, dove, alcuni anni dopo, arrivò il fratello minore Isaac (il quale, a sua volta, iniziò a scrivere per Forward). Una meritata fama lo raggiunse. Non a caso, tanti anni dopo, l’illustre critico letterario statunitense Harold Bloom, in un’intervista datata 2009, ha dichiarato che, tra i due fratelli Singer, il più dotato non è il Premio Nobel Isaac, ma il meno noto, al contemporaneo pubblico dei lettori, Israel Joshua. Purtroppo, proprio all’indomani dell’uscita de La famiglia Karnowski, Israel morì all’improvviso. Per le paradossali vicende dell’esistenza egli entrerà in una sorta di cono d’ombra, mentre inizierà l’ascesa del fratello minore.
Occorre tener presente un aspetto nell’opera di Israel  J. Singer. Egli non ci parla direttamente della Shoah perché si spegne prima che essa sia conosciuta nella sua completezza; ma ne ha un’intuizione, rendendocela così -forse- ancora più terribile. Quel vuoto, quel “non detto”, quei riferimenti a “laggiù” ti toccano il cuore.
Il nostro romanzo è suddiviso in tre parti, ciascuna dedicata ad un personaggio della famiglia, colui intorno al quale ruota il racconto: David; Georg; Jegor. Indimenticabile l’inizio che inquadra i Karnowski “della grande Polonia”, affidabili -pur non facoltosi- commercianti di legname, studiosi di Talmud e di altri sacri testi; nonché di materie profane, quali la filosofia e la matematica, ed affamati lettori di libri in lingua tedesca. Personaggi liberi, ben consapevoli delle loro qualità, ai quali sta stretto l’ambiente religioso ed ultratradizionale dello shtetl di Melnitz. E infatti il polemico rampollo di casa, David, “raffinato purista della grammatica ebraica”, ben presto prende l’irrevocabile decisione di andarsene, con la giovane moglie Lea, da quel luogo di “selvaggi e bifolchi” verso la patria della ragione e dei lumi, la città che, fin da adolescente, lo aveva attratto in modo irresistibile, cioè Berlino. L’Autore ha arricchito questo personaggio con diversi aspetti della propria esperienza giovanile. Nella nuova patria David si ambienta molto bene: parla un perfetto tedesco, ha successo nell’attività commerciale, diviene una figura di rilievo in città e, grazie alla sua cultura, stringe rapporti, anche istituzionali, con la migliore società ebraica, radicata nel Paese da molte generazioni. Nulla a che vedere con gl’immigrati dall’Est Europa, quelle persone che si ostinano a parlare yiddish e non sanno esprimersi in corretto tedesco. Allorché alla coppia nasce un figlio, gli vengono imposti due nomi: Moshe, in memoria di Moses Mendelssohn, il fondatore della Haskalah, ma pure il nome con il quale sarebbe stato chiamato, nel giorno del bar mitzvah, a leggere il testo sacro in sinagoga; e Georg, il nome tedesco, a ricordo di quello del nonno paterno  (Gershom), da usare nella vita quotidiana. Tutto questo in omaggio all’aurea massima, ribadita il giorno della circoncisione del piccolo: “Sii ebreo a casa tua, ma un uomo [cioè un tedesco, in nulla diverso dagli altri] quando ne esci”. 

Se David ha trovato la sua strada, non si può dire altrettanto di Lea. La giovane si sente una straniera in un contesto tanto diverso da quello in cui è cresciuta, cioè l’ambiente caldo, familiare di Melnitz, lasciato così a malincuore. Ella si consola parlando con il figlioletto nell’idioma di casa, chiamandolo col diminutivo di Moysele; anche se, ben presto, questi impara a correggerla stizzito: “Io non sono Moysele, sono Georg!”. Ma soprattutto fonte di gioia per Lea sono le visite che ella compie, allorché gli affari spingono David lontano da casa, all’Emporio delle Occasioni di Solomon Burak, posto a poca distanza dallo Scheunenviertel, la zona abitata da ebrei galiziani e polacchi. Solomon, chiamato Shloymele dalla moglie Ita, è, a sua volta, un immigrato da Melnitz, abbandonata da giovanissimo, diversi anni prima, per andare a fare il venditore ambulante nei paesini tedeschi, con un fagotto di mercanzia appresso. Ma, al contrario di Karnowski, non ha affatto rinnegato le proprie origini, ci mancherebbe! 
Il negozietto dell’inizio sulla Linienstraße è stato rimpiazzato dall’enorme magazzino dove Burak concentra le ingenti quantità di merci che acquista a basso costo: articoli di fine serie, giacenze dopo fallimenti o incendi, tutto ciò che è a buon mercato. Ottiene credito dalla banche, in quanto operatore affidabile. La clientela è costituita per lo più da gentili, attratti dai prezzi convenienti, ma anche da quegli ebrei, residenti nel Paese da tanto tempo, i quali peraltro non gradiscono affatto che si rammenti loro, tra un acquisto e l’altro, donde vengono. Il Sig. Burak, peraltro, sa benissimo che i goym, alla fin fine, in cuor loro, detestano tutti gli ebrei, indipendentemente dal numero di anni di residenza sul suolo tedesco, dalle apparenze, dal linguaggio forbito. Georg cresce secondo i desideri paterni; ma, nonostante l’impegno di David, i coetanei vedono in lui soprattutto l’ebreo, a cominciare da coloro che risiedono nello stesso palazzo, tutti “gentili”. Il ragazzo matura nel tempo una volontà di ferro e, dopo la prima giovinezza scioperata e un inizio inconcludente di studi filosofici, si iscrive alla Facoltà di Medicina. In parte per vocazione sincera, in parte per spirito di concorrenza verso la prima (e forse unica) passione amorosa della sua vita: Elsa Landau, affascinante dottoressa, figlia di un medico vegetariano convinto, un tipo bizzarro, di nome Fritz, ma di gran cuore e competenza, tutto dedito ai suoi pazienti del quartiere operaio di Neukölln; unico ebreo tra goym privi di pregiudizi e colmi di gratitudine per lui. Padre e figlia formano un duo affiatato, spesso in polemica, ma legati da profondo affetto. Anche la bella Elsa dalla lunga chioma rossa è attratta da Georg, ma è tutta concentrata dapprima sulle ricerche mediche, indi divorata dal demone dell’ambizione politica. Diventa ben presto deputata di sinistra al Reichstag, è inseguita dalla stampa; e, per motivi opposti, dagli avversari politici conservatori, i quali non sopportano che una donna -per di più giovane, di gradevole aspetto e per giunta ebrea- occupi un posto di riguardo. E, col passare del tempo, altri nemici, ben più pericolosi, cercheranno di insidiarla. Non c’è quindi posto, nella vita di lei, per un marito ed una famiglia. Benché articolato secondo una linea maschile, il romanzo ci dona pure stupende figure femminili; Elsa è tra queste, così come, per motivi diversi, Lea, simbolo della tenerezza ostinata.
Allorché scoppia il primo conflitto mondiale Georg si arruola, quale medico militare, sul fronte orientale e si batte con coraggio, come tanti ebrei, ai quali, negli anni successivi, la patria volgerà le spalle col più atroce dei tradimenti. I terribili ricordi dei campi di battaglia resteranno impressi nel giovane per sempre. Il dopoguerra segna la rapida affermazione professionale del Dr. Karnowski, il quale diventa, in pochi anni, il più famoso ginecologo di Berlino, direttore di una rinomata clinica sulla Kaiser Allee. In ospedale conosce una timida e sensibile infermiera, Teresa Holbek; attratto dalla sua dolcezza e dedizione, Georg incomincia a frequentarla con assiduità. Ciò porta non poco trambusto nelle rispettive famiglie d’origine: gli Holbek sono cristiani, con un’opinione negativa nei confronti degli Ebrei. David Karnowski, dal canto suo, è fuori di sé. Per quanto integrato nella società tedesca, è per lui inconcepibile che il primogenito esca con una shikse, termine dispregiativo yiddish per “non ebrea”. Georg non intende ragione e sposa Teresa, rompendo i ponti col padre (ma la madre non lo abbandona). Teresa è una specie di Lea in versione cristiana. La moglie tradizionale, che tuttavia, all’occorrenza, sa essere forte e decisa.Ma sotto la cenere dell’apparenza spumeggiante e spensierata, tipica della Repubblica di Weimar, cova un fuoco che porterà a tragiche conseguenze. La crisi postbellica del 1922/1924 e la tremenda inflazione che seguì alla chiusura degli stabilimenti della Ruhr; il fallito putsch nazista di Monaco del novembre 1923, conclusosi  con l’arresto di Adolf Hitler -che, in carcere, scrive il suo programma politico, cioè il Mein Kampf-; l’uscita dalla prigione dopo soli nove mesi (in realtà era stato condannato a cinque anni di detenzione), la trionfale, irresistibile ascesa nel periodo successivo, delle camicie brune e del loro indiscusso capo. Senza contare l’altra, indimenticata, crisi finanziaria, quella del 1929. Tempi bui si preparano per gli Ebrei. In modo inesorabile, lento, ma non troppo, si moltiplicano le violenze e le aggressioni ai loro danni. Singer dipinge con colori foschi e con frasi efficacissime quel clima di “tensione indefinita […] un misto di attesa, esaltazione, paura, quando gli uomini in stivali [i nazisti, è chiaro] s’impadronirono delle strade e delle piazze”. Tanti, tra gli Ebrei, specie coloro che risiedono in Germania da secoli, cercano di non dare importanza a ciò che sta accadendo, ritengono (o fanno finta di ritenere) che queste agghiaccianti novità non riguardi loro, integrati da sempre nel tessuto sociale; ma l’angoscia e il terrore sono palpabili ovunque. Paradossi dell’esistenza, fa notare a David un anziano e coltissimo libraio, Efraim Walder, una delle poche persone residenti sulla Dragonerstraße, il luogo dove vivono in prevalenza gl’immigrati dall’Est, cui egli si degni di far visita: “…volevamo essere ebrei in casa e uomini in strada, è arrivata la vita e ha messo tutto sottosopra: siamo goym in casa ed ebrei in strada”.
A queste gravi preoccupazioni se ne aggiunge un’altra per Georg e Teresa, non meno dolorosa. Dal loro matrimonio è nato un figlio, chiamato Georg -come il padre- Joachim -dal nome del defunto nonno materno-, detto ben presto Jegor. Fin dalla più tenera età il ragazzo subisce l’influenza della famiglia della madre, dove, da una parte, la nonna gli propina, forse quasi senza rendersene conto, i triti luoghi comuni dell’antigiudaismo cristiano; dall’altra, con rara perfidia, lo zio Hugo, fratello di Teresa, un debosciato fanatico di uniformi, marce e quant’altro (sedicente valoroso soldato nella guerra che ha visto la Germania sconfitta dai “traditori”), sostenitore dei nuovi padroni del Paese, gli fa un vero e proprio lavaggio del cervello, instillandogli odio antisemita, che porta Jegor, sensibilissimo e psicologicamente instabile come molti coetanei, a rifiutare la parte ebraica di sé. Rifiuto che, per assurdo (ma è un’assurdità apparente, se ci si pensa bene), tocca il culmine allorché egli viene denudato a forza su un podio, nel teatro della sua scuola, di fronte, non solo ai compagni di classe, ma a tutti gli studenti, al corpo insegnante ed altre autorità, poiché il preside, l’ottuso Prof. Kirchenmeyer, decide di mostrarlo come modello vivente delle nuove teorie razziali, come espressione del “cattivo influsso della razza negro-semitica su quella nordica quando si uniscono”. Jegor ne esce traumatizzato. Conseguenza devastante e, come detto, all’apparenza incomprensibile: odio irrefrenabile verso il padre e tutti gli Ebrei, unito ad un’attrazione fatale nei confronti degli uomini che marciano, marciano, tanti cari a suo zio.Anche a causa di tale tragica situazione, per togliere i congiunti da quell’aria ammorbata che sta per ucciderli nell’anima e nel corpo, Georg si dà da fare per ottenere, a sé e ai suoi, un visto di espatrio, finché ciò è possibile. Destinazione: gli USA. Nella speranza che, al di là dell’oceano, il figlio ritrovi se stesso.
La terza parte del libro, dedicata a Jegor, è, a mio parere, la più avvincente, anche se, confesso, talvolta ho avuto la tentazione di interromperne la lettura, tanto quelle pagine grondano sofferenza. Se si ha però l’animo di proseguire e giungere alla fine, ci si rende conto quanto La Famiglia Karnowski sia un autentico romanzo di formazione, anzitutto per il lettore. Inoltre non mancano notizie di carattere storico/politico a proposito della diffusione nel mondo della piovra nazista, che riusciva a raggiungere con i suoi tentacoli anche i Paesi democratici. 
Lascio quindi a chi legge la sorpresa di scoprire pian piano questo “viaggio di conversione” in America dei Karnowski, insolita, profonda Teshuvah (in ebraico, letteralmente, "Ritorno"), che tocca, secondo corde diverse, i membri della Famiglia, anche in un rapporto rinnovato proprio con quelle persone che, nella precedente esistenza di “laggiù”, erano state trattate con freddezza ed alterigia. Ma è il giovanissimo Karnowski il perno della vicenda. Dopo una discesa agl’inferi, che è quanto di più orribile ed inimmaginabile si possa concepire, ha il coraggio di riprendersi la propria umanità, sia pure a prezzo di un gesto estremo. Commoventi le pagine finali, Padre e Figlio che si ritrovano. Saranno la Vita a vincere, dopo la disperazione e la morte del dolore.


Giudizio:
+5stelle+

Articolo di  Mara


Dettagli del libro

  • Titolo: La Famiglia Karnowski
  • Titolo originale: Di mishpohe Karnovski 
  • Autore: Israel Joshua Singer
  • Traduttore: Anna Linda Callow
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Biblioteca Adelphi
  • ISBN-13: 978-88-459-2771-3
  • Pagine: 498
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 20,00
                                                  

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

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I Contenuti

Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

La Recensione di Morwen

Una premessa è doverosa: il libro si legge meglio se si conoscono le opere di cui si parla, che in ordine di apparizione sono: Lolita di Vladimir Vladimirovič Nabokov, Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Daisy Miller di Henry James e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.
Il libro è un curioso intreccio tra saggio letterario, diario e romanzo, che racconta le esperienze di lettura e condivisione della lettura di un gruppo di giovani donne (e, marginalmente, giovani uomini) nella Repubblica Islamica Iraniana durante il regime dell'ayatollah Khomeini.
Ogni parte, dedicata ad uno degli autori sopra elencati, ripercorre l'esperienza di lettura del romanzo in uno dei corsi tenuti dalla professoressa Nafisi, prima nelle aule universitarie e, in seguito, nel salotto della propria casa.

Ne emergono letture interessanti dei libri proposte, strettamente condizionate dalla vita e dalle idee delle proprie lettrici e dalla cultura iraniana e, al contempo, un'immagine della letteratura come via di uscita da un mondo soffocante e alienante, una sorta di rifugio in una dimensione parallela che aiuti a tutelare il diritto all'immaginazione di ciascuna persona.
Sullo sfondo la vita quotidiana nell'Iran delle classi agiate, dal ritorno dell'autrice nel paese nel 1979 dopo la conclusione dei suoi studi universitari in America, fino alla sua successiva ripartenza nel 1997.
Molto ben caratterizzati i personaggi delle brillanti allieve della Nafisi, costruiti, come ammette la stessa autrice, dalla giustapposizione di esperienze e caratteristiche di ragazze differenti, per tutelare l'anonimato di quelle che non hanno mai lasciato l'Iran. Un po' faticoso, invece, orientarsi nell'intreccio di aneddoti e letture, ostico per chi non conosce già la storia dell'Iran e che può creare una certa confusione nel lettore.

Un libro a mio parere non bellissimo, ma che offre spunti di riflessione molto interessanti.


Giudizio
+4stelle+ 

La Recensione di Valeria Pinna
“Vivere nella Repubblica dell'Iran è come fare sesso con un uomo che ti disgusta.”
In questo romanzo, per me bellissimo, Azar Nafisi racconta la sua esperienza di vita e di insegnamento in Iran, nel particolare e terribile periodo dell'instaurazione del regime dell'ayatollah Khomeini, fondamentalista islamico, e della guerra contro l'Iraq, negli anni '80.
Nata a Teheran, dopo aver compiuto gli studi di letterature straniere in Inghilterra e negli Usa, la scrittrice decide di tornare nel proprio paese natale, di non scappare, al contrario di molti altri intellettuali, ma di proseguire quella che sente la sua missione, la resistenza al regime tramite l'insegnamento.
Khomeini in breve tempo crea un regime di censura totale che limita le libertà e i diritti dei singoli incidendo in modo profondo sulle vite private di tutti i cittadini, in particolare delle donne. Costrette a portare il velo, a girare accompagnate sempre da qualche membro maschile della famiglia, non hanno neanche la libertà di sorridere in pubblico, di stringere la mano a qualcuno che sia di sesso opposto, di ricrearsi con un minimo divertimento.
Gli slogan più diffusi sono quelli che proclamano “morte all'America e all'occidente”, sono banditi tutti i modi di vivere all'occidentale, le università vengono totalmente islamizzate e le librerie sono costrette a chiudere perché quasi tutti i libri sono bollati come osceni e immorali.
Azar, come molti dei suoi colleghi, viene espulsa dall'università di Teheran, a causa del suo rifiuto a voler indossare il velo e dei suoi corsi orientati all'insegnamento della letteratura inglese e americana. Nel frattempo continua a leggere e si occupa dei figli e del marito, mentre che la città viene bombardata incessantemente durante il giorno e la notte.
Ma non ha dimenticato i suoi alunni né la sua missione.
Decide infatti di organizzare dei seminari segreti, che si tengono il giovedì mattina a casa sua, per i quali sono invitate sette delle sue migliori studentesse.
In questi incontri si leggono romanzi e si discute di letteratura e delle più importanti eroine dei romanzi. Le scelte e i pensieri di Lolita, di Daisy Miller, di Gatsby, di Elizabeth Bennet vengono riletti e interpretati in modo particolare, alla luce delle personali vicende delle ragazze e dell'insegnante e della situazione tragica dell'Iran. Ecco allora che cosa vuol dire leggere Lolita a Teheran, trasmettere le opere migliori della letteratura occidentale in un altro contesto.
Si sentono infatti come Lolita, rapita da Humbert Humbert e privata del fiore dei suoi anni, come Gatsby vedono infranti i loro sogni, ma sanno essere seduttive come Daisy o diffidenti e orgogliose come Elizabeth.
Sebbene all'esterno indossino lo chador, che cerca di rendere uguali tutte le donne, di privarle della loro personalità e della loro femminilità, nel salotto dell'insegnante ognuna mostra il proprio carattere e trova il coraggio di esprimersi liberamente, di rivelare le proprie paure e i propri sogni: Azin viene picchiata dal marito ma non può sperare nel divorzio perché i giudici islamici assegnano sempre i figli il marito; Sanaz è fidanzata da moltissimi anni e deve sposarsi in Turchia, ma sono anni che lei e il fidanzato non si vedono più; Nassrin ha passato cinque anni in prigione per alcuni suoi comportamenti ritenuti poco consoni dal regime, e così via.

L'ho trovato un romanzo davvero interessante, nel quale l'autrice ha rielaborato, con una prosa elegante e scorrevole, quadro storico, vicende personali e discussioni letterarie facendo una sorta di diario–racconto del decennio di guerra e dittatura vissuto nell'Iran.


Giudizio
+4stelle+

Dettagli del libro


  • Titolo: Leggere Lolita a Teheran
  • Titolo originale: Reading Lolita in Tehran: A Memoir in Books
  • Autore: Azar Nafisi
  • Traduttore: Serrai R.
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845921544
  • Pagine: 379
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro
 

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