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17 dicembre 2013

Speciale Natale: Regalo di Natale - De Giovanni, Giménez-Bartlett, James, Malvaldi, Manzini, Recami

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Alicia Gimenez-Bartlett (Almansa, 10 giugno 1951): Laureata in letteratura e filologia moderna all'Università di Valencia e conseguito il dottorato a Barcellona, ha insegnato per tredici anni letteratura spagnola. Dopo il successo dei suoi libri che hanno vinto in patria numerosi premi (fra l'altro nel 1997 ha vinto il Premio Femenino Lumen quale migliore scrittrice spagnola), si è dedicata interamente alla scrittura. In Italia è conosciuta prevalentemente per la serie di romanzi polizieschi che vedono come protagonista l'ispettrice di polizia Petra Delicado e il viceispettore Fermin Garzon. Maurizio De Giovanni (Napoli, 1958): Noto per una serie di romanzi gialli ambientati a Napoli negli anni '30, avente come protagonista il commissario Ricciardi, dotato del potere di percepire gli ultimi pensieri fatti dalle persone prima di morire. De Giovanni ha vinto numerosi premi fra cui nel 2010 come migliore autore italiano. Nel 2012 gli attori Scamarcio e Golino hanno acquistato i diritti del romanzo Per mano mia per farne una serie televisiva a cui collaborerà lo stesso De Giovanni. Francesco Recami (Firenze, 1956): La sua carriera di scrittore inizia con la redazione di testi divulgativi e guide di montagna per poi passare alla letteratura per ragazzi. Esordisce nella letteratura per adulti con il libro L'errore di Platini edito da Sellerio e i suoi maggiori successi li ha pubblicati appunto con la casa editrice siciliana. Antonio Manzini (Roma, 1964): Attore e sceneggiatore romano (allievo di Camilleri all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica), ha esordito nella narrativa con il racconto scritto in collaborazione con Niccolò Ammaniti per l'antologia Crimini. Il primo romanzo, Sangue marcio, è stato pubblicato da Fazi. Segue La giostra dei criceti con Einaudi e Pista nera con Sellerio. Con quest'ultimo editore ha pubblicato diversi racconti. Bill James (Cardiff, 15 agosto 1928), pseudonimo di Allan James Tucker: Ha lavorato inizialmente per varie testate giornalistiche e ha usato diversi pseudonimi. E' famoso per aver scritto la serie di polizieschi che hanno come protagonisti i poliziotti Colin Harpur e Desmond Iles, e che annovera 28 romanzi e svariati racconti. Marco Malvaldi (Pisa, 1974): Laureato in chimica all'Università di Pisa, ha esordito nella narrativa nel 2007 con il giallo La briscola in cinque con la casa editrice Sellerio. Gli stessi personaggi della serie BarLume, da cui è nato il successo di Malvaldi, compaiono in altri tre romanzi. Sempre con la Sellerio sono stati pubblicati altri due gialli e numerosi racconti.

 
   

Il famoso ultimo momento è il tempo giusto per i regali di Natale. Lo sanno anche gli eroi dei gialli pubblicati dalla casa editrice Sellerio, noti ai nostri lettori per averli già incontrati nei romanzi. Costoro, però, siano (a seconda dei loro autori) poliziotti professionisti o investigatori capitati per avventura, per senso di giustizia o per carattere intrigante, incappano nell’ultima indagine festiva, proprio mentre sono in corsa per gli acquisti dei regali. Le complicazioni, le considerazioni amare e gli umori neri insiti nella vistosa contraddizione esistenziale: caccia al criminale/caccia al regalo, finiscono con l’accentuare, stilizzare, potenziare ancor di più i tratti caratteriali che li hanno resi più familiari ai lettori che li amano.
In questa raccolta, affrontano l’indagine del regalo di Natale gli investigatori: Petra Delicado e il vice Fermín Garzón (autrice: Alicia Giménez-Bartlett); Gelsomina Settembre, assistente sociale (che Maurizio de Giovanni ha appositamente immaginato per questa antologia); la Casa di Ringhiera (il caso e la necessità in versione mistero guidati da Francesco Recami); Rocco Schiavone (sempre più arruffato da Antonio Manzini); Harpur e Isles (la coppia angeli-demoni del gallese Bill James); e i vecchietti del BarLume (gli artisti del pettegolezzo investigativo inventati da Marco Malvaldi).

La Recensione

Sei racconti di altrettanti autori, quattro dei quali italiani, un ventaglio di scrittori abbastanza ampio da soddisfare il gusto della maggior parte dei lettori. Premetto che sono tutti racconti piacevoli ma, personalmente, l’umorismo che mi è più congeniale è quello di Francesco Recami con i suoi personaggi  della "casa di ringhiera", mentre mi è ostico quello del gallese Bill James. Volendo stilare una personale scala di preferenze, dopo Recami, metterei al secondo posto Marco Malvaldi con i simpatici vecchietti del BarLume specializzati nel pettegolezzo investigativo, e al terzo posto Alicia Giménez-Bartlett con l'investigatrice Petra Delicado. Inserirei il racconto di Maurizio De Giovanni al quarto posto, Antonio Manzini al quinto e all'ultimo, naturalmente, Bill James. 
Dei sei, il racconto più intonato alla ricorrenza del Natale e in particolare alla ricerca dei regali è proprio quello di Recami, dal titolo Scambio di regali nella casa di ringhiera. Nel racconto la signora Angela sta preparando il pranzo di Natale, quando una vicina di casa la prega di accompagnarla a fare un'operazione in banca. Pensando di poter tornare in tempo, lascia in forno l’arrosto, dato che deve cuocere lentamente per almeno un’ora. Purtroppo, mentre sta facendo la fila davanti alla cassa in attesa del proprio turno, viene bloccata nell'istituto di credito da un esilarante rapinatore solitario e questo le impedisce di arrivare a casa prima che l’arrosto bruci. Intanto il forno si surriscalda mandando in cortocircuito l'intero impianto elettrico, il che impedirà una morte accidentale, a conferma del proverbio che non tutto il male viene per nuocere, anche se nessuno, tranne l'interessato, conoscerà le circostanze che potevano portare alla tragedia
A questo proposito farei una distinzione tra il giallo umoristico e quello deduttivo o classico. In quest’ultimo non c’è –o non ci dovrebbe essere- spazio al caso; il colpevole verrà determinato a seguito di un ragionamento o un’intuizione che si basa sulla logica.  Nel giallo umoristico, invece, è proprio il caso che gioca il ruolo maggiore e determina l’effetto esilarante. Pertanto mi pare di poter affermare che, pur essendo filoni dello stesso genere, le regole sono diverse.
Nel racconto di Malvaldi, invece, è arrivato un nuovo commissario di polizia che, non conoscendo l'ambiente, chiede l’aiuto dei pettegoli vecchietti che bazzicano al Bar Lume per avere notizie dei clienti di una farmacia il cui titolare, assassinato, non si occupava solamente della vendita di medicinali, ma spaziava la propria attività anche nel campo dello strozzinaggio. Ecco quindi moltiplicarsi le persone che potevano avere un movente ad ucciderlo.

In quello della Giménez-Bartlett, alla cena di Natale degli agenti investigativi, si festeggiano anche i quarant’anni di lavoro di Fermin Garzon, il vice di Petra Delicado. A lui viene regalato uno smartphone di ultima generazione. Incredibilmente Garzon trova scritto sul display del  nuovo cellulare un messaggio che invita a fare attenzione a una certa principessa Umberta di origine italiana che, infatti, di lì a poco, rimarrà uccisa.
Nel racconto di De Giovanni troviamo come protagonista Gelsomina Settembre, assistente sociale, la cui vita è disturbata da un seno eccessivamente prosperoso e una madre petulante che continua ripeterle, testualmente, che, per trovare un uomo che la mantenga, deve imparare a essere zoccola.
Il protagonista della storia di Manzini è l'usuale e discutibile poliziotto corrotto, Rocco Schiavone, mentre in quella di James ritroviamo la coppia angeli-demoni Harpur & Isles.
In ogni caso una bella raccolta di racconti, delle piccole perle da assaporare una per una e che riescono a mettere il lettore di buonumore, cosa indispensabile nel periodo natalizio. Da consigliare ad amici e parenti, anche quelli che hanno poco tempo da dedicare alla lettura.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: Regalo di Natale
  • Autore: Vari
  • Editore: Sellerio
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: La memoria
  • ISBN-13: 9788838931215
  • Pagine: 308
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

11 dicembre 2013

L'ultima indagine - Leif GW Persson

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I Contenuti

Lars Martin Johansson è ricoverato alla clinica Karolinska, vittima di un ictus che ne ha seriamente compromesso la mobilità. Una vita di tensione ed eccessi ha fatto salire la pressione e affaticato il cuore, ma lo spirito del vecchio poliziotto non si arrende. Quando la dottoressa che lo ha in cura gli rivela nuovi particolari sull'omicidio mai risolto di una bambina uccisa venticinque anni prima, l'ex grande capo di polizia e servizi di sicurezza non resiste alla tentazione e decide di riprendere in mano il caso. Dal letto d'ospedale e dal divano dello studio di casa, facendo affidamento su intuito, ragionamento ed esperienza, Johansson si dimostrerà all'altezza della sua fama di "uomo che vede dietro gli angoli". Ironico e sottile, con l'ultima indagine del suo leggendario investigatore, Persson affronta la spinosa questione di come sia possibile ottenere giustizia quando la legge fallisce. E nel tracciare il toccante ritratto di un detective al tramonto, aggiunge al suo racconto un'insolita vena di tenerezza, alternando alle fasi di una caccia al colpevole il cui ritmo si fa via via più serrato, passi delicati e profondamente umani sulle relazioni tra un uomo condizionato dalla malattia e le persone che gli sono vicine.

La Recensione

I media hanno parlato diffusamente della tragedia della tredicenne Yara Gambirasio, prima data per rapita e, successivamente, trovata morta nella campagna di Brembate in provincia di Bergamo. Unico indizio del presunto assassino erano tracce del suo DNA ma, nonostante diciottomila test per raffrontarlo con altrettante persone, la polizia non è riuscita a trovare una corrispondenza e gli appelli dei genitori della bambina, affinché chi sa parli, non sono valsi a nulla.
Il caso di Yara è molto simile a quello trattato in questo romanzo di Persson, in cui si indaga sull'omicidio, avvenuto venticinque anni prima, di Yasmine, una bambina di nove anni stuprata e rinvenuta morta, avvolta nella federa di un cuscino. L'omicidio è caduto in prescrizione, ma l'ex capo della polizia svedese in pensione, Johansson, viene investito del caso dal suo medico curante a cui il padre, pastore della chiesa luterana, una donna in confessione aveva rivelato di sapere chi fosse l'assassino.
Venticinque anni prima non esisteva ancora la possibilità di fare il test sul DNA, ma per Johansson questa prova può considerarsi superflua, dato che trova altri elementi probanti. A differenza del delitto di Brembate, nel giallo di Persson gli indizi, ancorché labili, esistono e sono: l'elegante federa di un cuscino, un'auto rossa vista nelle vicinanze della strada percorsa dalla vittima e, soprattutto, il fatto che una sconosciuta avesse rivelato di sapere chi fosse l'assassino. Johansson si pone il quesito di chi poteva avere interesse a nascondere l'identità dell'assassino ed è lo stesso interrogativo che si pongono gli inquirenti del caso di Yara Gambirasio, essendo convinti che qualcuno, oltre all'assassino, debba conoscere la verità.
Per la legge svedese questo tipo di delitto cade in prescrizione dopo venticinque anni e venticinque anni sono appunto trascorsi. Ma Johansson, di cui si dice "che riesce a vedere dietro gli angoli", è capace di risolvere il caso in poche settimane. Non potendo il colpevole essere punito per il reato commesso, egli si interroga se non sia giusto che possa venire condannato per un altro reato di pari gravità, non caduto in prescrizione, di cui peraltro è innocente. Per l'ex capo della polizia la risposta è affermativa, secondo l'esergo tratto dalla Bibbia che recita "occhio per occhio". I gialli svedesi, pur non brillando sempre per originalità, si allargano spesso a trattare problematiche che inducono il lettore a riflettere.
Il romanzo ha conquistato diversi riconoscimenti in Svezia, quali il primo Premio dell'Accademia svedese del poliziesco, il primo Premio Miglior Giallo dell'anno e il Glass Key come miglior giallo scandinavo dell'anno.
E' effettivamente un poliziesco tanto meritevole? Dal punto di vista strettamente investigativo si può rispondere affermativamente. Si ricorda al proposito che Leif Persson, oltre ad essere un noto professore di criminologia, è stato consulente del Ministero di Giustizia e dei Servizi Segreti Inglesi, e che in questo romanzo conduce il lettore passo dopo passo alla scoperta della verità, senza mai risultare pedante. Tuttavia, dal punto di vista strettamente narrativo, le vicende personali del protagonista risultano troppo invasive rispetto alle indagini. Irritanti in quanto superflui, inoltre, i pensieri del protagonista inseriti dopo i dialoghi.
Due principalmente i motivi per cui venticinque anni prima le indagini erano fallite: nello stesso periodo le forze di polizia si erano concentrate sull'omicidio del primo ministro Palme e le indagini sul caso Yasmine erano state affidate ad un poliziotto incapace che però, per l'appoggio del sindacato, era sempre riuscito a mantenere il proprio posto di lavoro, a dimostrazione che quello della carenza di merito non è un problema solo italiano.
Si dice che i protagonisti dei gialli svedesi tendano invariabilmente alla depressione. Ciò è indubbiamente vero, come confermano i più famosi commissari di polizia Martin Beck (Sjowall-Wahloo) e Wallander (Mankell) che mostrano una personalità tormentata e problemi di coppia. Diverso il caso del protagonista di questo romanzo di Persson; i problemi dell'ex capo della polizia Johansson sono più che altro di carattere fisico, avendo appena subito un ictus che limita la sua autonomia
Discutibile  l'epilogo del romanzo, che tende più alla truculenza d'effetto dei libri di Larsson che alla consueta pacata razionalità di Persson. Probabilmente l'autore ha cercato di dare al romanzo uno spunto di maggiore originalità che però, a mio avviso, mal si adatta al contesto.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezza)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: L'ultima indagine
  • Titolo originale: Den doende detektiven
  • Autore: Leif GW Persson
  • Traduttore: Giorgio Puleo
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Farfalle
  • ISBN-13: 9788831715249
  • Pagine: 507
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 19,50

03 dicembre 2013

Giallo di zucca - Gaia Conventi

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I Contenuti

Se il giallo all’inglese l’avessero inventato i ferraresi, probabilmente assomiglierebbe a questo. Una vicenda ironica e delittuosa che intende sottolineare un fatto: in provincia non si crepa solo di noia. E poco importa se l’investigatore non porta il trench e se il suo braccio destro ha quattro zampe: a volte le cose serie richiedono improvvisazione e senso dell’umorismo.
Sullo sfondo di una Ferrara in festa, un killer, sfigato ma con tanta buona volontà, appende per il collo un losco individuo, proprio lì, nella libreria del centro. Così, a suon di vittime, la vicenda ci condurrà a spasso per Ferrara, in compagnia di un fotografo della Scientifica costretto a riallacciare i contatti col parentado ferrarese: solo scoprendo l’autore di quell’omicidio, e di quelli che seguiranno, potrà salvare il buon nome dei suoi familiari, presunti colpevoli di una faida libresca.
Tra gare di sbandieratori e aperitivi, dalla Ferrara da bere a quella dei sobborghi, dalla Caritas locale alla Sacca di Goro, l’ambientazione reale e i nomi – storpiati ma non troppo – di alcune location permetteranno al lettore di passeggiare, e investigare, assieme ai protagonisti.
E poi gattare, poliziotti imbranati, un commissario privo di scrupoli e dalle pessime maniere, ragazze in abiti succinti e indizi che rimandano ai personaggi delle fiabe.
Un giallo all’inglese in salsa ferrarese che vuole essere un omaggio a Ferrara e alla ferraresità dei suoi abitanti.

La Recensione

Non è uno di quei romanzi in cui la suspense riesca a inchiodare il lettore al libro, né fa respirare atmosfere cupe e paurose, di quelle, per intenderci, che impediscono di spegnere la luce quando è ora di dormire, ma è un giallo divertente, con battute mai banali o grossolane, dove il ritmo rimane sostenuto e costante. Particolarmente riuscite le caratterizzazioni dei personaggi, ivi compresa quella del cane Poirot che, vivendo a contatto con gli umani, ne ha somatizzato i comportamenti.
Il protagonista del romanzo, raccontato in prima persona, è Luchino - così è stato battezzato all'anagrafe dai suoi genitori e non perché fossero degli ammiratori di Luchino Visconti-, un agente della polizia scientifica armato di macchina fotografica. Luchino viene invitato dagli zii, che gestiscono una libreria a Ferrara, alla laurea del cugino Pierfilippo.
Accade nel frattempo che, in una libreria concorrente a quella degli zii di Luchino e sita nel centro di Ferrara, venga trovato impiccato un professore dalle tendenze sessuali piuttosto discutibili. L'uomo, che aveva ordinato un'edizione pornografica della favola di Cappuccetto Rosso, era anche stato insegnante di Pierfilippo. L'ulteriore rinvenimento, sulla scena del crimine dei successivi delitti, di elementi che richiamano le favole, desta notevole curiosità nell'opinione pubblica e, naturalmente, anche in Luchino, il cui interesse sull'andamento delle indagini non sfugge al burbero commissario di Ferrara incaricato del caso. Questi costringe Luchino ad indagare e fargli da informatore, mettendolo nella incresciosa situazione di dover spiare proprio i suoi parenti e conoscenti.
Sono molteplici i personaggi che l'autrice descrive e che girano intorno al protagonista. Oltre agli zii,  anche il cugino Pierfilippo e tre amici di quest'ultimo, una bella signora, padrona di una cagnetta molto attratta da Poirot, una ragazzina piacente, sempre vestita succintamente, accompagnata dalla solita amica bruttina avente la funzione di fare risaltare la bellezza dell'altra, un commissario indisponente, un gestore di libreria piuttosto enigmatico, lo straordinario tutor di Pierfilippo (il quale, prima di usufruire dei suoi servizi, non era mai stato uno studente brillante), e altri personaggi minori ma non per questo meno curiosi.
Gaia Conventi è dotata di un piacevole spirito ironico, ma quella che esprime è l'ironia gentile di chi ama i personaggi che crea e di cui guarda i difetti -anche quelli deprecabili- con occhio benevolo. A leggere il romanzo viene voglia di conoscere l'autrice di cui non si può fare a meno di apprezzare l'umorismo, la capacità di cogliere le peculiarità del carattere delle persone ed il modo garbato di descriverle.
Unica perplessità che, di per sé, è solo una sottigliezza che nulla toglie al romanzo; nel dialogo (a pagina 58) con Luchino, l'edicolante afferma:

«Certo, è un fumetto, ma pare sia piuttosto spinto...», il giornalaio fa l'occhiolino, sente puzza d'introiti.
Tralasciamo il classico "pecunia non olet" che in questo caso non è pertinente, ma perché puzza d'introiti e non profumo d'introiti? I soldi, per coloro che devono riceverli, ritengo abbiano un sentore decisamente accattivante. Lo sanno bene le ragazze attratte dagli uomini ricchi e il più delle volte non giovani, non belli e spesso anche poco simpatici, ma con quell'alone di opulenza che attira più dei normali feromoni umani. Ma, come sopra detto, questa è una sottigliezza "pour parler" che nulla toglie alla simpatia del romanzo che può essere letto anche da un pubblico molto giovane, abituato a ben altro linguaggio di quello castigatissimo di quest'opera, in cui l'esclamazione più spinta è "porca miseria". Sotto tale aspetto questo poliziesco, il cui protagonista non si comporta da "macho", non compie azioni violente e che legge romanzi rosa, può definirsi rivoluzionario.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: Giallo di zucca
  • Autore: Gaia Conventi
  • Editore: Betelgeuse
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Orion
  • ISBN-13: 9788863490299
  • Pagine: 237
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

24 novembre 2013

La Scampagnata - Andrea Campucci

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Il Contenuto

"Ho ucciso una donna e uno scarafaggio!" dice Gianni, a due giorni dal suo matrimonio con Marta, presentandosi in piena notte davanti al portone di casa di Loris, suo caro amico alle prese con i postumi di una difficile sbornia. L'incidente, spiega il protagonista, è accaduto poche ore prima nel suo appartamento, ma, ci tiene a precisare, "è tutta colpa di uno spigolo." Inizia così "La scampagnata", un noir dai toni caustici e sgradevoli e scandito da una precipitosa corsa contro il tempo. Il corpo di Milly, questo il nome della ragazza uccisa, deve essere smaltito. Ma molti imprevisti, tra l'assurdo e il ridicolo, complicheranno le cose, finché il vero protagonista del romanzo, un cadavere misteriosamente scomparso, non precipiterà i due amici in un susseguirsi di deliri e allucinazioni. La "donna scheletro" si troverà forse tra le rupi scoscese del Monte Mozzato? Tra i ruderi di un vecchio manicomio in rovina? O forse dietro tutto ciò si muovono le ombre di un oscuro tribunale chirurgico? La Festa della spada e i "cacciatori di pietre scorbutiche" accompagneranno il promesso sposo a un epilogo sorprendentemente farsesco, come se il giorno delle nozze, in fondo, non fosse altro che l'ennesimo tiro mancino di un destino beffardo. 

La Recensione

L'editore Arduino Sacco, da quanto mi risulta, non fa editing e non entra nel merito del romanzo, limitando il proprio intervento, se lo ritiene opportuno, a suggerire titolo e copertina del libro. Pertanto questo libro di Campucci può definirsi un autopubblicato ma, contrariamente a quanto ho potuto sperimentare fino a ora, presenta pochissimi refusi e una buona proprietà di linguaggio. Discutibile solo la parola "inteccherito" che mi risulterebbe essere un termine dialettale toscano per dire "irrigidito".
Il romanzo inizia come una storia noir surreale per poi volgere all'horror. Il protagonista, Gianni, a pochi giorni dalla data del proprio matrimonio intreccia una relazione con una ragazza appena conosciuta. Durante un amplesso a casa di Gianni, la ragazza urta con la tempia lo spigolo di un mobile e muore. Ad aumentare il surrealismo dell'avvenimento, uno scarafaggio affoga nella pozza di sangue fuoriuscito dalla disgraziata.
Sorvoliamo sulle precarie condizioni igieniche di un'abitazione dove scorrazzano tranquillamente scarafaggi e arriviamo a Gianni, sopravvissuto a un rapporto evidentemente molto focoso, che, preso dal panico, ricorre all'amico Loris per avere aiuto nel disfarsi del cadavere. Loris non solo accetta di venire incontro alle richieste di Gianni ma, essendo questi impegnato nei preparativi del matrimonio, si presta a occuparsi personalmente di nascondere il cadavere della ragazza, che intende occultare fra le balze del vicino monte Mozzato. Non tutto va però come previsto; infatti, il giorno successivo, due carabinieri si recano da Gianni per comunicargli che il suo amico è caduto da un dirupo e si trova in ospedale con un trauma cranico e una caviglia rotta. Superato il timore che le forze dell'ordine abbiano rinvenuto il corpo della defunta e fossero venuti per interrogarlo, Gianni si reca da Loris che però ha perso la memoria e non sa dargli se abbia compiuto l'incarico che si era assunto. Da qui partono le ricerche di Gianni, accompagnato da Loris in carrozzella per i postumi della caduta, sulle pendici del monte Mozzato alla ricerca della salma. 
I due giovani fanno molti incontri strani nel loro girovagare lungo i sentieri di montagna dove, nello stesso tempo, si svolge una caccia al tesoro piuttosto surreale. Il loro affannarsi risulterà inconcludente fino a quando il protagonista non avrà una scioccante sorpresa proprio il giorno del suo matrimonio.
Il romanzo può rientrare nella splatterstick comedy, creando talvolta un’atmosfera di delirio che ricorda quella dei libri di Ballard. Più che dall’interesse delle avventure dei due protagonisti, si è spinti a proseguire nella lettura dalla curiosità di capire come si concluderà la strana vicenda. Tanto più che lo smemorato Loris, su quanto ha visto prima del suo incidente, ha solo dei flashback che, invece di agevolare la ricerca, tendono a renderla ancor più complessa.
Il romanzo dovrebbe essere caratterizzato da un umorismo nero che strappa risate al culmine della tensione. Il condizionale è d’obbligo, tuttavia, perché non è facile entrare in sintonia con l’autore che tende a prediligere le situazioni demenziali. Prendiamo ad esempio uno dei dialoghi iniziali, anche se scorporarlo dal contesto può essere discutibile:

Gianni: «Ho ucciso una ragazza e uno scarafaggio!»
Loris: «Hai fatto cosa?»
Gianni: «Te l’ho detto ma è stato un incidente… lo giuro, non sono stato io! E’ tutta colpa di uno spigolo...»
Loris: «Mmm… una ragazza ed uno scarafaggio hai detto?» fece Loris affondando il capo in una cesta di biancheria «E quale dei due è più grave?»
Alcune delle situazioni da slapstick comedy raccontate si trascinano un po’ troppo a lungo. Se il protagonista inciampa una volta può far sorridere ma, quando il fatto si ripete altre volte, l’umorismo può stemperarsi. Ripetitivi sono anche i dialoghi e i pensieri del protagonista. Non ci sarebbe stato bisogno, a mio avviso, di ritornare sugli stessi concetti, ancorché espressi con parole diverse, per comprendere lo stato d’animo di Gianni, preoccupato che la fidanzata possa venire a conoscenza di ciò che è accaduto. Personalmente, pur riconoscendo all’autore qualche buono spunto, non apprezzo il cosiddetto umorismo demenziale, per cui ho trovato la lettura più angosciante che coinvolgente. Ciò non toglie che il romanzo possa essere apprezzato da chi ama il genere, data la scioltezza della scrittura e il ritmo sostenuto e incalzante.

Giudizio:
+2stelle+ (e mezza)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La Scampagnata
  • Autore: Andrea Campucci
  • Editore: Arduino Sacco
  • Data di Pubblicazione: maggio 2013
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788863547924
  • Pagine: 228
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,90

16 novembre 2013

La tavola fiamminga - Arturo Pérez-Reverte

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I Contenuti

«Chi ha ucciso il cavaliere?» Un quadro fiammingo del Quattrocento cela un'iscrizione che la giovane restauratrice Julia riporta alla luce e sulla quale è sfidata a indagare da un misterioso avversario. In una Madrid insolita e sfuggente si ritroverà coinvolta in una partita mortale che prosegue da cinque secoli. Dalla raffinata penna di Pérez-Reverte un thriller colto che ha fatto scuola.

La Recensione

Una restauratrice di quadri scopre la scritta “quis necavit equitem” - traduzione: “chi ha ucciso il cavaliere”- nascosta dal pittore Pieter Van Huys in “La partita a scacchi”, dipinto del 1471. Nel quadro si vedono tre personaggi, due dei quali giocano a scacchi. Di questi uno è Ferdinando Altenhoffen, duca di Ostemburgo, che gioca con i pezzi neri; l’altro, con quelli bianchi, è Roger de Arras, prode soldato, amico del duca, che verrà ucciso in un agguato nel 1469. La terza persona è Beatrice di Borgogna, moglie di Ferdinando. 
Fra i pezzi degli scacchi "mangiati" c’è un cavallo bianco in cui, per tutti gli interessati, il pittore ha voluto rappresentare simbolicamente il cavaliere Roger de Arras che, al tempo in cui è stato fatto il quadro, era già morto da due anni. La notizia del peculiare enigma nascosto nel quadro potrebbe far crescere l’interesse del pubblico ed aumentare conseguentemente anche il prezzo del dipinto. Viene incaricato uno storico di fama perché chiarisca gli avvenimenti di quel tempo e un esperto scacchista affinché, giocando la partita di scacchi a ritroso, individui il pezzo che ha “mangiato” il cavallo. Tale pezzo dovrebbe rappresentare simbolicamente l’autore -o il mandante- dell’omicidio di Roger de Arras, rappresentato (come si è detto) dal cavallo. Ma lo storico viene subito ucciso ed ecco che, al giallo di cinquecento anni prima, se ne aggiunge un altro molto più coinvolgente per coloro che hanno a che fare con il dipinto. 
Gli omicidi non si arrestano qui. Presto anche la gallerista che doveva trattare la vendita del quadro viene trovata morta. Sorge il dubbio che la partita a scacchi, evidenziata nel quadro e ferma al 1471, se giocata a ritroso, fosse stata impostata dal pittore in modo da indicare l’assassino del cavaliere, se proseguita, possa indicare la vittima successiva e di seguito il colpevole. L’importante è capire quale sia il ruolo di ciascuno dei personaggi reali rispetto ai pezzi degli scacchi. Mentre per l’uccisione di Roger de Arras l’esperto scacchista riesce a individuare il mandante, rimane un mistero quale possa essere l’esecutore degli omicidi recenti, dato che non si riesce a comprendere quale possa essere il movente che lo spinga a commettere i crimini, non essendoci un collegamento con quello di cinquecento anni prima. 
La partita a scacchi su più livelli, che il lettore può seguire mossa dopo mossa, è senza dubbio un’idea originale ed intrigante, ma necessita, per una buona comprensione, della conoscenza almeno superficiale del gioco degli scacchi. Come in Il codice da Vinci, capostipite del filone che si rifà ad eventi pittorici e storici,  il difetto del romanzo non sta nell’intreccio, di per sé originale e avvincente, ma nella caratterizzazione dei personaggi, che appaiono troppo stereotipati. Inoltre qualche lungaggine riguardo la vita dei protagonisti avrebbe potuto essere evitata. Per quanto l’autore riesca a creare una buona dose di suspense, si nota peraltro qualche forzatura nella ricerca della giusta creazione dell’atmosfera di mistero. Ad esempio, dopo la morte dell’esperto storico nella vasca da bagno - non si sa inizialmente se per un incidente o un delitto - sembra apodittica l’affermazione della restauratrice di temere di essere la vittima successiva. E’ ben vero che era stata l’amante dello storico ucciso, ma la relazione era terminata un anno prima. L’autore, cioè, vorrebbe che il lettore scorgesse un collegamento fra la vittima e coloro che si occupano del dipinto senza peraltro una base razionale logica che la giustifichi. Si viene pertanto a creare la curiosa sensazione che la protagonista del romanzo pecchi di protagonismo. 
Nonostante la scrittura di Perez-Reverte sia scorrevole, non è questo un libro da poter leggere d’un fiato. Occorre studiare le mosse dei pezzi degli scacchi di cui l’autore opportunamente ha predisposto i disegni nelle varie fasi della partita, sia in avanti che a ritroso, senza dei quali la lettura sarebbe di difficile comprensione. La valutazione del romanzo tiene conto dell’originalità dell’intreccio ma anche della caratterizzazione piuttosto stereotipata di alcuni personaggi, degli atteggiamenti talvolta contraddittori che l’autore impone ai protagonisti, e del movente un po’ labile degli omicidi.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La tavola fiamminga
  • Titolo originale: La tabla des Flandes 
  • Autore: Arturo Pérez-Reverte
  • Traduttore: Roberta Bovaia e Silvia Sichel
  • Editore: il Saggiatore
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Tascabili
  • ISBN-13: 9788856500059
  • Pagine: 344
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,80

09 novembre 2013

La mano - Henning Mankell

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I Contenuti

Kurt Wallander, leggendario commissario della polizia di Ystad, potrebbe finalmente realizzare uno dei suoi vecchi sogni e trasferirsi in una casa di campagna, fuori città. Un giro di ricognizione del giardino lo porta però a fare una macabra scoperta: dal terreno spunta lo scheletro di una mano umana. A chi apparteneva? Da quanto tempo quel corpo è sepolto in quel giardino? Nei poderi lì intorno, non c'è nessuno in grado di fornire una spiegazione. E passato troppo tempo, e nessuno ricorda più. Proprio mentre immaginava per sé un nuovo inizio, una vita nella natura, con un cane, e magari anche una donna al suo fianco, Wallander viene coinvolto in un caso che lo mette ancora una volta di fronte alle proprie incertezze. E i contrasti con Linda, la figlia che ha deciso di entrare in polizia ed è tornata a vivere con lui, non semplificano certo le indagini. Non resta che scavare indietro nel tempo per cercare di ricostruire la storia di una morte oscura e riportare alla luce un dramma in cui, come sempre accade, tra il bene e il male il confine sfuma, rendendo difficile stabilire dove abbia inizio la colpa e dove finisca l'innocenza.

La Recensione

Questo racconto di Mankell, che aveva stabilito tempo fa di interrompere la fortunata serie di inchieste del commissario Wallander, non è frutto di un ripensamento dello scrittore, ma risale a quando gli editori olandesi, per incentivare la vendita di romanzi gialli, gli avevano commissionato un poliziesco da regalare a coloro che avessero comprato un altro libro dello stesso genere. Cronologicamente si pone quindi prima de L’uomo inquieto, l’ultimo della serie.
Il romanzo, come tutti quelli scritti da Mankell, è piacevole. Cosa renda godibile la lettura dei suoi libri, quantunque non siano in genere particolarmente originali, ipotizzo sia dovuto a una serie di fattori.
Prima di tutto la scorrevolezza. In secondo luogo l’autore sa dosare opportunamente gli indizi. Di primo acchito, quello che viene presentato sembra  un caso irrisolvibile, ma poi si affaccia qualche timido elemento che dà impulso alle indagini. Quando alla polizia sembra di avere trovato la pista giusta e di essere sul punto di venire a capo del caso, ecco che l’autore scombina le carte facendo ripartire le indagini dal principio e a quel punto fa intervenire l’intuito risolutore di Wallander che, sotto alcuni aspetti, ricorda quello dell’altrettanto famoso commissario Maigret. Possiamo affermare quindi che i romanzi siano avvincenti, ancorché non siano pieni d'azione né particolarmente cruenti. Gli omicidi sono sempre di per sé eventi drammatici, ma l'autore non indulge in descrizioni raccapriccianti e non si sofferma a raccontarne gli aspetti più patetici.
In terzo luogo la personalità del protagonista. Per quanto burbero e irascibile, inizialmente in disaccordo con la moglie e successivamente, dopo il divorzio, con la figlia con cui convive, la sua umanità traspare dalle considerazioni che fa durante le indagini. Wallander però non pontifica mai e la sua vita privata, che occupa solo qualche frazione di pagina, non condiziona le investigazioni.
In ultimo luogo l’utilizzo del metodo induttivo che porta il lettore a seguire passo passo il protagonista nelle sue indagini fino alla risoluzione del caso.
I dialoghi, pur se non possono definirsi brillanti, non sono mai banali e scoprono talvolta una certa vena ironica nell'autore. Mankell riconosce di non essere dotato di particolare umorismo e non si mette ad inserire nel contesto episodi che si prestino ad esserlo, a differenza di altri scrittori il cui sforzo di cercare di scrivere qualcosa di divertente è talvolta patetico.
In questo romanzo Wallander, come in genere accade a tutti i padri, riconosce di essere geloso della figlia e la figlia, a sua volta, rimane disturbata nel vedere il padre guardare ragazze più giovani di lei. Padre e figlia vivono sotto lo stesso tetto e rispettano la privacy l'uno dell'altro, ma tengono fra loro una libertà di linguaggio che a me pare abbastanza rara fra generazioni diverse. Mi chiedo se questo modo di fare avvenga soltanto in Svezia o sia diventata una prassi comune a mia insaputa.
In definitiva, per chi già apprezza Mankell, questa indagine del commissario Wallander non sarà una delusione se non per la sua brevità; si potrebbe infatti definire un racconto lungo più che un romanzo.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La mano
  • Titolo originale: Handen
  • Autore: Henning Mankell
  • Traduttore: Laura Cangemi
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: ottobre 2013
  • Collana: Farfalle
  • ISBN-13: 9788831716680
  • Pagine: 140
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,00

07 novembre 2013

Speciale Premio Nobel: Padiglione cancro - Aleksandr Solgenitsin

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Nel 1970 il Premio Nobel per la Letteratura viene assegnato a Aleksandr Isaevic Solgenitsin "per la forza etica con la quale ha proseguito l'indispensabile tradizione della letteratura russa", preferito a candidati quali Pablo Neruda ed Heinrich Boll, che otterranno il premio Nobel negli anni successivi. Il premio fu in realtà ritirato dall'autore solo nel 1974, anno in cui fu espulso dall'Unione Sovietica. Fino a quel momento lo scrittore aveva rifiutato di recarsi in Svezia per timore di non esser più riammesso nella madre patria e l'Accademia Svedese aveva rifiutato l'idea di una cerimonia alternativa a Mosca per non compromettere i rapporti diplomatici con l'URSS.

Aleksandr Isaevic Solgenitsin
 (la pronuncia è solgenitsin) nasce a Kislovodsk, in Russia, l’11 dicembre 1918 da una famiglia abbastanza benestante e colta. Morto il padre pochi mesi prima della sua nascita in un incidente di caccia, la madre si trasferisce con il piccolo a Rostov sul Don. Nel 1924, a causa degli espropri ordinati dal regine, i due si trovano in miseria. Ciò tuttavia non impedisce ad Aleksandr di continuare gli studi, di sposare nel 1940 una compagna universitaria –Natal’ja Resevskaja- e di laurearsi con lode in matematica nel 1941.  Nello stesso anno si arruola come volontario nell’Armata Rossa e viene inviato sul fronte occidentale, ricevendo anche due onorificenze per atti di valore. Ma nel febbraio del 1945, a causa di una lettera (intercettata) in cui critica Stalin, viene arrestato, trasferito nella prigione moscovita della Lubjanka, condannato a otto anni di campo di concentramento e al confino a vita. Segue il pellegrinaggio di Solgenitsin da un lager all'altro. Nel 1953 termina la pena e viene mandato al confino ai margini del deserto Kazacco, a Kok Terek, dove si dedica all'insegnamento della matematica e alla scrittura de Il cervo e la bella del campo e Il primo cerchio. Riammalatosi di cancro (la malattia si era già già presentata durante la prigionia nel lager), viene curato a Taskent, periodo in cui nasce la sua opera Padiglione cancroDopo la morte di Stalin nel '53, in Russia inizia la denuncia dei crimini di stato, e molti ex deportati, fra cui Solgenitsin nel 1957, vengono riabilitati. Solgenitsin, ormai libero, si ricongiunge a Vladimir con l'ex moglie, che aveva divorziato da lui per evitare inutili persecuzioni e che si era nel frattempo risposata con un chimico di Rjazan. Nel 1961 la rivista Novyj Mir, con l’approvazione di Nikita Chruscev, pubblica Una giornata di Ivan Denissovic, il primo capolavoro assoluto dello scrittore. Il romanzo è un atto di accusa contro i lager staliniani e contro tutti coloro che vogliono soffocare la libertà dell’uomo. Con questo libro nasce di fatto il “caso” Solgenitsin: da questo momento le vicende della sua vita saranno strettamente legate alle sue opere.  Dopo la deposizione di Chruscev (1964), la censura torna a farsi sentire pesantemente in URSS, costringendo Solgenitsin a pubblicare all’estero con lo pseudonimo di Anonimo Sovietico. Nel 1969 l’Unione Scrittori espelle Solgenitsin rendendo precaria la sua posizione, nonostante si siano schierati apertamente a suo favore Solochov (premio nobel 1965), altri intellettuali russi (fra cui Evtusenko e Tvardoskjj), nonché la quasi totalità di quelli esteri (Bertrand Russel, Arthur Miller, Kosygin, Sartre, Moravia, Picasso, Gunther Grass, eccetera).  In crisi di nuovo anche il suo matrimonio: Solgenitsin si trasferisce a casa del celebre violoncellista Rostropovic a Zukova, nei pressi di Mosca, dove scrive Arcipelago Gulag, che viene sequestrato dal KGB. Nel 1970 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura che, come detto, ritirerà solo nel 1974, pronunciando un memorabile discorso, nel quale affermerà di parlare non per se stesso ma per le milioni di persone annientate nei tristemente celebri Gulag sovietici.  Si trasferisce dunque negli USA, precisamente nel Vermont, con Natal’ja Svetlova, con la quale si era unito dopo la separazione dalla Resetovshaja, e i tre figli avuti da lei. Nel 1990, al potere Mikhail Gorbaciov, Solgenitsin ottiene nuovamente la cittadinanza russa; nel 1994, sotto Boris Eltsin, ritorna in patria con la moglie Natal'ja. Dal quel momento fino alla sua morte, avvenuta per infarto nel 2008, Solgenitsin vive con la moglie in una dacia a Troice-Lykovo, a ovest di Mosca, tra quelle di Suslov e Cernenko.


Il romanzo provocò nel 1967 la irrimediabile frattura tra lo scrittore e le autorità sovietiche. Nel reparto oncologico dell'ospedale di una città dell'Asia centrale si incontrano, senza riuscire a entrare in comunicazione, donne e uomini che hanno alle spalle esistenze diverse. L'incombere della malattia e della morte li costringe a fare il bilancio della propria vita, ma anche a confrontarsi con la spada di Damocle del fato. Il valore dei singoli si misurerà sulla base della loro capacità di far tesoro dell'esperienza della vita e della sofferenza e di riuscire a trasferire nel mondo esterno le riflessioni avviate in quella corsia d'ospedale.

La Recensione

In questo romanzo Solgenitsin porta all'estremo le potenzialità della narrativa classica russa, dimostrandosi un erede dei grandi maestri dell'Ottocento. In Italia il romanzo apparve per la prima volta nel 1968 con il titolo Divisione Cancro - Romanzo di Anonimo sovietico, nelle edizioni Il Saggiatore, la cui traduzione - di Maria Olsufieva - lascia però piuttosto a desiderare. L'opera, scritta negli anni 1963-1967 (nello stesso periodo della stesura di Arcipelago Gulag) e conosciuta anche sotto il titolo Padiglione cancro, è ambientata nell'Unione Sovietica del 1955, due anni dopo la morte di Stalin, prima dell'inizio della destalinizzazione di Chruščёv. Il romanzo, pur non essendo completamente autobiografico, è largamente ispirato alle reali esperienze di Solženicyn che, uscito dal gulag ed esiliato nel Kazakistan, si ammalò gravemente di tumore nel 1953 e l'anno successivo, nel 1954, fu curato nell'ospedale di Tashkent nell'Uzbekistan.  Riferendosi anche a Solgenitsin -ma soprattutto ai suoi predecessori con esclusione di Solochov che non è stato mai messo all'indice in patria-, Sartre asserì che per vincere il Nobel della letteratura bisognava essere dissidenti russi. La sua ironia, tuttavia, non incide sul giudizio relativo alla validità di scrittore di Solgenitsin: Sartre stesso si schierò dalla sua parte quando il governo sovietico, finito il periodo distensivo di Chruscev, cercò di boicottarlo. Solgenitsin, come si rileva anche in questa sua opera, rimase sempre un comunista convinto, anche quando venne deportato nei lager per le sue critiche a Stalin. Quando venne espulso dall’URSS e andò a vivere negli USA, biasimò sempre il modo di vivere americano. Non si curò assolutamente di risultare simpatico ai suoi nuovi concittadini e manifestò chiaramente il suo disprezzo verso il rock n’roll e verso la televisione che occupava gran parte del tempo libero degli occidentali. A differenza della moglie, non chiese la cittadinanza americana.
Il filosofo ungherese Lukacs definisce Solgenitsin come l’ultimo rappresentante del “realismo critico”. L’autore racconta fatti realmente avvenuti, in gran parte autobiografici, mettendo in discussione le scelte dei protagonisti attraverso i loro dialoghi, durante la degenza nel padiglione dell'ospedale dove venivano curati i malati di cancro. Dimostrando forse un’eccessiva ingenuità, Solgenitsin propugnava -e questo si rileva anche in Padiglione Cancro- quella che Lukacs chiamava “l’ideologia plebea”, cioè il vagheggiamento dello spirito popolare come assolutamente buono, tanto che nella corsia dell'ospedale i malati continuavano a curarsi, oltre che con i farmaci e la radioterapia, anche con quei rimedi tipici della tradizione popolare, come ad esempio il decotto derivante dal fungo della betulla. Per Solgenitsin la Russia avrebbe dovuto vivere in uno splendido isolamento lontano dalla corruzione dei costumi occidentali e a contatto con la natura. L’intransigenza di Solgenitsin non lo rese simpatico neanche a molti suoi concittadini e lo accomuna sotto certi aspetti ai fondamentalisti religiosi, con la differenza che lui, ateo, perseguiva i veri principi del comunismo. Non quello praticato nell’URSS, quindi, ma ispirato ad una società utopistica dove gli uomini fossero effettivamente uguali, anche dal punto di vista economico, qualsiasi attività svolgessero. Il protagonista del romanzo di Solgenitsin è un uomo che ha sofferto, ma che trova una ragione di vivere nell’intensa attività di tutti i giorni. La figura di Kostoglotov è assimilabile a quella dell’eroe di Guerra e Pace, Bezuchow, per spirito di sacrificio e per la dedizione ad opere buone, ma a differenza di lui, che trova conforto nella religione, Solgenitsin trova soddisfazione nel lavoro e nella ricerca del bene comune in ottemperanza alle migliori dottrine comuniste.  Contrariamente a quanto si possa pensare, “Padiglione Cancro”, anche se si svolge nel reparto oncologico di un ospedale, è un romanzo vivace e niente affatto lacrimoso. I pazienti, che vivono insieme in una camerata non essendoci stanze private, non socializzano molto fra loro, sia per la diversa estrazione sociale, sia perché le loro malattie non invitano a farlo. Ma talvolta accade che si accenda qualche discussione fra i degenti ed allora si assiste allo scontro fra le diverse mentalità. Nel romanzo viene fatto anche cenno a qualche pudica relazione fra pazienti di diverso sesso. Fra queste c'è anche una delicata storia d’amore, che rimane peraltro a livello platonico, fra il protagonista, Kostoglotov, e la dottoressa che lo ha in cura. Quando alla fine della terapia lei lo inviterà a casa sua, un po’ per le circostanze avverse e un po’ perché teme di non avere niente da offrirle, Kostoglotov rinuncia ad andarla a trovare. Il protagonista sa che quelli che gli sono stati somministrati per iniezione, al fine di debellare il cancro, sono ormoni femminili che gli possono impedire, forse per sempre, le sue funzioni virili.  Per quanto la corsia dell’ospedale sia, come si può immaginare specie in URSS, tetra e spartana, mancando spesso dell’essenziale per un ospedale, i personaggi hanno tutti una loro dignità da salvaguardare e sono poco propensi all’autocommiserazione. Il cibo in ospedale è pessimo, ma coloro che sono benestanti e hanno i parenti che abitano in città possono contare su alimenti portati da casa, senza che apparentemente questo crei invidia e rabbia nei meno fortunati. I pazienti del reparto oncologico in URSS vivevano esperienze quasi kafkiane, dato che non venivano mai informati compiutamente della loro malattia e delle cure cui venivano sottoposti. L’autore si pone l’interrogativo di quanto sia giusto nascondere ai malati le diagnosi, perché, se qualcuno preferisce non conoscere il proprio male, altri preferirebbero affrontare la verità per quanto possa essere terribile.
Solgenitsin, oltre che raccontare una storia, la vive insieme al suo protagonista; ciononostante riconosciamogli di saper essere abbastanza oggettivo anche nell'esporre le ragioni di chi non è d'accordo con le sue idee. L'autore, oltre ai pazienti, descrive il personale medico ed infermieristico, distinguendo fra coloro che hanno saputo adattarsi al sistema sfruttando le occasioni per ben sistemarsi e coloro che invece cercano di migliorarlo con critiche costruttive.
Nello spirito primitivo del premio Nobel, i libri di Solgenitsin sono pregni di idealismo. Ciò che Solgenitsin condanna è la corruzione, la superficialità, il qualunquismo che mal si adattano alla sua visione di una scelta di vita ascetica ma piena di disponibilità verso il prossimo. L’eroe di Solgenitsin è quello che, per quanto colpito dalle sventure e dalla perfidia del prossimo, riesce a rimanere ancorato ai propri principi di solidarietà ed abnegazione.  Se avete apprezzato di Ursula Le Guin “I reietti dell’altro pianeta”, sappiate che il suo protagonista è molto simile a Oleg Kostoglotov di “Divisione Cancro”. Non mi stupirei se la Le Guin avesse preso spunto proprio da lui per il romanzo che vinse il premio Hugo nel 1975.

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: Padiglione cancro
  • Titolo originale: Rakovyi korpus
  • Autore: Aleksandr Solzenicyn
  • Traduttore: Spano C.
  • Editore: Newton&Compton
  • Data di Pubblicazione:2010
  • Collana: Grandi tascabili economici
  • ISBN-13: 9788854119345
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7.00 Euro

26 ottobre 2013

Argento vivo - Marco Malvaldi

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I Contenuti

C’è una rapina nella casa di uno scrittore molto noto; col bottino, sparisce il computer in cui è salvato il suo ultimo romanzo non ancora consegnato alla casa editrice e incautamente non conservato in altro modo. Da questo momento il file comincia a scivolare come argento vivo sul piano accidentato della sua avventura, e si insinua, imprendibile e vivificante come il metallo liquido degli alchimisti, nel tran tran quotidiano dei tanti e diversi protagonisti. Ognuno dei quali sarebbe per sorte lontanissimo dagli altri, ma si trova coinvolto occasionalmente a causa della deviazione che quel manoscritto ha impresso nella sua esistenza. Il grande scrittore e la moglie; il giovane ingegnere a tempo determinato che lotta con la vita insieme alla affannata compagna; la bella agente di polizia, che conduce l’indagine in competizione con il laido superiore; la banda dei balordi; il tecnico appena disoccupato che c’è capitato per caso; il vecchio editore e la giovane editor. Questa varietà di personaggi, con i loro pezzi di vita, l’autore muove intorno alle eventualità aperte dallo svolgersi dell’inchiesta di polizia, su cui a loro volta gli individui incidono inconsapevoli con le scelte che fanno, creando una commedia degli incroci della vita.
Al consueto umorismo fondato sull’equivoco della situazione e sull’effetto sorprendente di un dialogo surreale e ovvio insieme, Malvaldi innesta in questa commedia poliziesca un altro tipo di indagine: una investigazione ambientata in quella zona misteriosa in cui avviene l’incontro tra il caso, la libertà di agire, e il corso necessario delle cose.

La Recensione

Un paio di balordi costringono un tecnico di computer, sotto minaccia, ad aiutarli a compiere un furto in una abitazione. Per trasportare la refurtiva si impossessano di una vecchia utilitaria che, a fatto compiuto, viene posteggiata nuovamente nel luogo da cui era stata prelevata. In essa viene dimenticato, perché infilato sotto un sedile, un computer portatile rubato. Il proprietario dell'auto, cui fra l'altro Equitalia ha inviato una sanzione di oltre tredicimila euro per contravvenzioni non pagate, sospettato dalla polizia per il furto, dato che la targa dell'utilitaria è stata ripresa da una telecamera di sorveglianza, già in contrasto con il suo capo per vari motivi, perde il posto. Riuscirà tuttavia a vendicarsi sia dei balordi che gli hanno sottratto l'auto mettendolo nei pasticci, sia dell'impiegato comunale che gli ha fatto inopinatamente inoltrare l'esosa sanzione amministrativa.

Malvaldi abbandona in questo romanzo i vecchietti terribili che bazzicano il Bar Lume e ci racconta una storia un po' surreale ma godibile e piena di equivoci esilaranti. Ogni tanto va fuori dal tema prettamente giallo per intrattenerci con qualche perla di cultura di carattere tecnico. Personalmente trovo piacevole queste divagazioni, ma qualche lettore potrebbe non apprezzarle. Troverete anche la spiegazione del titolo insieme a una piccola lezione sul mercurio. I latini lo chiamavano hydrargyrum, la cui traduzione è argento liquido. Plinio però contestava questa definizione, in quanto l'argento liquido era quello che si otteneva artificialmente con un lungo procedimento a partire dalle sabbie alluvionali e riteneva più consona la dicitura di argento vivo per quello che si otteneva dal cinabro. Visto che magistrati e avvocati, divenuti romanzieri, ci intrattengono con i loro legal-thriller, mi pare giusto che Malvaldi, laureato in chimica, inserisca nei propri libri qualche nozione della sua specifica materia di studio.
Diamo merito a Malvaldi di saper scrivere dialoghi sempre divertenti, cosa tutt'altro che facile, nonostante questa volta il romanzo si svolga interamente in lingua italiana, anziché nel colorito dialetto toscano. L'unica costante, rispetto ai precedenti romanzi, rimane l'umorismo graffiante dell'autore. E' ben vero, volendo sottilizzare, che nel romanzo si trovano situazioni al limite del paradossale che potrebbero far arricciare il naso ai giallisti più sofisticati, ritengo tuttavia che esse possano essere bene accette per lo spirito caustico con cui vengono inserite.
Non ci sono cadaveri in questo romanzo che mantiene peraltro la struttura del poliziesco. Ad indagare, in disaccordo con il proprio superiore, è una bella agente di nazionalità rumena. Non riuscirà a venire a capo dell'intricata matassa, dovendo anche seguire le direttive imposte dal questore, ma otterrà anche lei qualche piccola soddisfazione di carattere personale.
In definitiva è un romanzo godibile, soprattutto per chi non ama i gialli troppo cruenti, ma sa apprezzare l'arguzia tipicamente toscana di un autore nazionale.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: Argento vivo
  • Autore: Marco Malvaldi
  • Editore: Sellerio
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: La memoria
  • ISBN-13: 9788838930799
  • Pagine: 276
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

05 ottobre 2013

La fine è nota - Geoffrey Holiday Hall

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I Contenuti

New York anni quaranta. Baycard Paulton è un uomo ricco e di successo. Ha una bella casa, una moglie affascinante, amici interessanti. Una sera, mentre sta rientrando nel palazzo dove abita, un uomo si toglie la vita cadendo dalla finestra del suo appartamento. Un incidente o un suicidio apparentemente inspiegabile che non soddisfa Paulton che ne rimane ossessionato. Inizia così a seguire a ritroso la vita dello sconosciuto per capire il motivo del suo gesto. Le indagini lo porteranno in giro per gli USA, trascurando la moglie, ospite di amici, che lo attende invano. Da questo libro è stato liberamente tratto il film omonimo sotto la regia di Cristina Comencini. Da segnalare che l’autore, che per diverso tempo per l’abilità nello scrivere si ritenne uno pseudonimo sotto cui si sarebbe nascosto Faulkner, è in realtà esistito veramente ed è nato a Santa Cruz nel New Mexico ed è morto nel 1981.

La Recensione

«Più di trent’anni fa – racconta Leonardo Sciascia nella presentazione a questo volume – precisamente nell’autunno del 1952, alla stazione ferroviaria di Caltanissetta acquistai l’ultimo dei “gialli” settimanali Mondadori: La morte alla finestra di G. Holiday Hall. E non che nei “gialli” Mondadori ne fossero mancati fino a quel momento di buoni, ma fin dalle prime pagine La morte alla finestra mi parve di qualità diversa, di livello più alto. Ero allora fortemente affezionato agli scrittori americani, da Steinbeck a Caldwell a Faulkner a Cain: e mi parve che in quella pleiade si accendesse il lumicino del giovane Holiday Hall, intruppato tra i “giallisti” ma di miglior vocazione e di diverso avvenire. Più precisamente avevo l’impressione che quel giovane scrittore (giovane e nuovo lo diceva la presentazione editoriale) avesse fatto i suoi latinucci sugli altri maggiori, e su Faulkner specialmente. Mi avvenne di leggere il libro qualche anno dopo, l’impressione di allora mi si confermò al punto che volli saperne di più. Scorsi l’elenco di tutti i “gialli” settimanali che erano nel frattempo usciti: ma non ne trovai altri di G. Holiday Hall. Andai a trovare Alberto Tedeschi, che della collana era direttore, per chiedergli di quell’autore, di quel libro. Tedeschi molto gentilmente cercò di soddisfare la mia curiosità, ma senza alcun risultato. G. Holiday Hall era scomparso dal mondo della detective story, né si era ripresentato al mondo letterario americano. Non ne seppi più nulla. Riletto dopo trentasette anni ancora mi pare valga la pena cercare di saperne di più sul suo autore. Un piccolo mistero che sarebbe divertente risolvere».
Un giallo nel giallo, quindi, ma alla piccola inchiesta di Sciascia sull’autore di questo strano giallo a ritroso (per il quale è parso giusto all'editore restituire il titolo originale tratto dal Giulio Cesare shakespeariano: La fine è nota), si possono aggiungere queste notizie: Geoffrey Holiday Hall scrisse nel 1954 un nuovo romanzo The Watcher at the Door (Qualcuno alla porta), poi più nulla; il suo editore americano non conserva più traccia di lui negli archivi; comparso in Francia col titolo L’homme de nulle part e con una conclusione diversa dall’originale, questo romanzo vinse nel 1954 il Grand Prix de la Littérature Policière; nemmeno l’editore francese ne sa di più su Geoffrey Holiday Hall.
Effettivamente, come dice Sciascia, Holiday Hall si eleva sopra molti giallisti per la qualità della scrittura, tipicamente "essenziale" com'è nella tradizione americana, e per la superba caratterizzazione psicologica dei personaggi che si "staccano" dalle pagine e fanno nascere nel lettore quell'empatia che si riscontra solo nei buoni scrittori. Ogni persona, che il protagonista, Baycard Paulton, incontra nella ricerca del motivo di quell'assurdo suicidio, racconta un periodo della propria vita in cui ha conosciuto la vittima e l'impressione che ne ha ricavato. Ma qualcuno non riferisce tutto ciò che sa e Paulton dovrà scoprire chi sia a nascondere episodi chiarificatori e perché non si vogliono rivelare quelle informazioni che potrebbero spiegare quella morte. C'è una costante in tutti i racconti e cioè la presenza di una donna che condiziona le scelte di vita della vittima. Anche in questo caso, quindi, risulta quanto mai azzeccato il detto francese cherchez la femme.
La letteratura è piena di amori fatali e questo raccontato in La fine è nota ricorda nelle sue linee essenziali quello cantato nella Carmen. Ma, una volta tanto, non si è in presenza di un femminicidio, il che, in considerazione dei fatti di cronaca di questi tempi, non è poco. Se però si volesse sapere come Geoffrey Holiday Hall giustifica l'ossessione di certi uomini verso donne da cui vengono respinti, questo nel libro non viene detto.
Per quanto la soluzione del "caso" sia ormai conosciuta, La fine è nota è un romanzo che si rilegge volentieri pur sapendo come vada a concludersi. Da segnalare, peraltro, che il finale del film della Comencini è diverso da quello del libro.

Giudizio:
+4stelle+ 

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La fine è nota
  • Titolo originale: The end is known
  • Autore: Geoffrey Holiday Hall
  • Traduttore: Simona Modica
  • Editore: Sellerio
  • Data di Pubblicazione: 1990
  • Collana: La memoria
  • ISBN-13: 9788838906145
  • Pagine: 244
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

04 ottobre 2013

Speciale Premio Hugo: La Regina delle nevi - Joan D.Vinge

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Dopo due anni di romanzi mediocri, il 1980 sfornò una decina di opere di fantascienza interessanti. In particolare tre furono quelle che si distinsero e precisamente: Timescape di Gregory Benford che conquistò il premio Nebula nel 1981, Solo il mimo canta al limitare del bosco (Mockingbird) di Walter Tevis e La regina delle nevi (The Snow Queen) di Joan Carol Dennison Vinge, vincitore del Premio Hugo del 1981. Gli altri candidati al premio Miglior romanzo di quell'anno furono: Il castello di Lord Valentine (Robert Silverberg), Il segreto dei costruttori di Ringworld (Larry Niven), Oltre l'orizzonte azzurro (Frederik Pohl) e Nel segno di Titano (John Varley).

Joan Carol Dennison Vinge, nata Dennison, è conosciuta con il cognome del primo marito Vernor Vinge, anch’egli scrittore di fantascienza e matematico che conquistò un premio Hugo nel 1993 con Universo Incostante (A Fire Upon the Deep). Si sposò in seconde nozze con l’editore James Frenkel, da cui ebbe due figli. Oltre al ciclo della Regina delle nevi (quattro romanzi), Joan Vinge scrisse anche il ciclo di Cat il telepate (tre romanzi), La Cintura del Paradiso, il racconto Eyes of Amber (premio Hugo nel 1978) e un’altra decina di opere.

Tiamat, il pianeta dai soli gemelli, è un mondo più ricco di acque che di terraferma, ed è proprio dalla vita marina che si estrae la sua principale fonte di ricchezza in un impero che si estende su un'intera galassia: la droga della longevità. Ma ora tempi nuovi si preparano per Tiamat. La Porta Stellare che collega il pianeta all'impero sta per chiudersi, ed il lungo ciclo dell'inverno sta per concludersi insieme al regno dell'antica ed ancora bellissima Arienrhod, la Regina delle Nevi di Tiamat. La scienza del popolo dell'inverno non può nulla contro il cataclismico mutamento che porterà al potere il più primitivo popolo dell'Estate, ma Arienrhod non è disposta a subire passivamente quello che sembra il suo ineluttabile destino. Se la scienza del suo popolo non può cambiare un mondo, può tuttavia concederle la donazione di una erede che dovrà essere allevata in segreto fra il popolo dell'Estate in attesa di prendere il suo posto alla guida di Tiamat. E così la piccola Moon crescerà all'oscuro della propria origine, ma ben presto si ritroverà sospinta verso l'antica città dove Arienrhod occupa ancora il trono, e dovrà lottare contro la Regina per un uomo che entrambe amano, senza conoscere il suo segreto.

La Recensione

Con La Regina delle Nevi, Joan Vinge ha voluto riproporre l’omonima favola di Andersen ma impostata in chiave fantascientifica. Nell’universo conosciuto e governato dall’Egemonia, fra mondi alieni tecnologicamente avanzati c’è anche un pianeta che vive in un tempo paragonabile al nostro medioevo. Questo è Tiamat, tenuto volutamente arretrato dall’Egemonia per i propri interessi. Tiamat, un mondo prevalentemente marino, è diviso in due zone: quella fredda, abitata dai Winter e governata dalla Regina delle Nevi, affamata della tecnologia che porterebbe il suo regno a essere sullo stesso piano degli altri mondi, e quella calda abitata dai Summer, popolazione più numerosa ed arretrata formata per la maggior parte da pescatori. Ogni centocinquanta anni l’orbita di Tiamat si avvicina alla Stella dell’Estate, un sole che produce sconvolgimenti climatici. Con l’avvicinarsi del grande caldo i Summer emigrano nelle terre dei Winter. La tradizione vuole venga eletta una nuova regina e alla vecchia venga imposto di suicidarsi per affogamento in mare. L’Egemonia ha  interesse che la tradizione venga rispettata affinché il cambiamento di regime mantenga inalterata l’arretratezza del pianeta (in pratica, come nel Gattopardo, tutto cambi perché niente cambi) e che dal sangue dei mer (si presume una specie di foche che abitano le acque del mare di Tiamat) possa venire estratto l’elisir di lunga vita, in cambio di quel po’ di tecnologia che l’Egemonia è disposta a concedere. 
La capacità della Vinge di descrivere mondi alieni, per quanto valida, non è paragonabile a quella di Jack Vance. Anche l'abilità dell’autrice nel tessere intrighi di palazzo non si avvicina a quella di George Martin, maestro in questo genere di cose. Tuttavia ciò che interessava Joan Vinge era raccontare una delicata e struggente storia d’amore, e in questo ha centrato il proprio scopo. Come nella favola, due giovani, Spark e Moon, si dichiarano eterno amore. Ma Moon viene scelta come Sibilla –specie di indovina capace di connettersi a un grande cervello elettronico- e Sparks, sentendosi messo in secondo piano, se ne va in cerca di fortuna a Carbuncle, la capitale dei Winter, dove viene irretito dalla perfida regina. Questa, che non vuole perdere il suo potere al momento della transizione dei Summer, cerca tramite Sparks di far venire presso di sé Moon, che non è altro che un suo clone, perché la sostituisca al momento del suicidio coatto. 
Brava l’autrice a rendere piacevolmente intrigante la storia dei due giovani amanti che, divisi da un avverso destino, un amore appassionato riuscirà a riunire facendo loro superare tutti gli ostacoli. Fra i due innamorati è Moon che mostra una maggiore determinazione, ed è costretta “multas per gente et multa per aequora vectus” a superare gli ostacoli più ardui per riuscire a ricongiungersi all’amato. Lui appare tutto sommato un debole che si adatta a compiere azioni riprovevoli pur di compiacere la Regina delle Nevi, che si serve di lui per il proprio divertimento e i propri scopi non propriamente etici. 
Viene riferito dalla critica americana -evidentemente più informata sulla vita privata dei due autori di quanto non lo sia il pubblico italiano- che Joan Vinge avrebbe descritto nel giovane Sparks  il proprio marito. Il paragone non è particolarmente lusinghiero per Vernor Vinge, e non stupisce quindi che il matrimonio fra Joan e Vernor si sia concluso con un divorzio.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La Regina delle Nevi
  • Titolo originale: The Snow Queen
  • Autore: Joan D.Vinge
  • Traduttore: Giuseppe Lippi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 1986
  • Collana: Altri Mondi
  • Pagine: 395
  • Formato - Prezzo: Rilegato con sovraccopertina - Lire 18.000

21 settembre 2013

Il quinto giorno - Frank Schatzing

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I Contenuti

14 gennaio, Huanchaco, costa del Perù. Il povero pescatore Juan Narciso Ucañan non crede ai suoi occhi: dopo settimane di magra, davanti a lui si stende un enorme banco di pesci. Ma ben presto il terrore cancella la sua felicità: i pesci, muovendosi come un unico essere, prima gli distruggono la rete, poi rovesciano la sua barca e infine si compattano, impedendogli di tornare in superficie. 13 marzo, costa norvegese. A bordo della nave oceanografica Thorvaldson, il biologo marino Sigur Johanson e Tina Lund, responsabile della Statoil per la scoperta di giacimenti petroliferi, guardano il monitor che rimanda le immagini di un robot calato sul fondo del mare: milioni di "vermi" sembrano aver invaso lo zoccolo continentale. 5 aprile, Vancouver Island, Canada. Leon Anawak fa da guida ai turisti che vogliono osservare le balene nelle acque della British Columbia. Ma i mammiferi marini non si vedono più, come se si fossero "smarriti" da qualche parte. Poi, improvvisamente, riappaiono e si comportano in modo del tutto anomalo. Tre avvenimenti lontani, un unico tratto comune: il mare. Un mondo brulicante di esseri misteriosi, un enigma che avvolge i sette decimi del nostro pianeta. Dall'Europa all'America, dal Polo Nord al Giappone, il mondo dovrà confrontarsi con questo enigma: scienziati, militari, capi di governo e individui comuni saranno trascinati in un'avventura senza precedenti, verso uno scontro titanico in cui si deciderà se la specie umana può avere ancora un futuro.



La Recensione

Banchi di pesci improvvisamente assalgono i pescatori. Balene, orche, capodogli si scagliano contro le barche con l'intento di affondarle. Perfino i mitili, che usano il loro peduncolo per ancorarsi alle rocce, sembrano preferire attaccarsi ai timoni delle navi impedendo loro di manovrare. Meduse particolarmente velenose e urticanti inquinano l'acqua. Batteri mortali trovano ospitalità nei corpi dei crostacei creando epidemie. Vermi mutanti distruggono la scarpata continentale che, crollando, produce maremoti disastrosi spazzando via le città costiere dell'emisfero settentrionale, le piattaforme petrolifere e varie isole. La Corrente del Golfo modifica il proprio percorso e la terra è minacciata da una nuova glaciazione. A cercare di capire la causa di questi fenomeni e a porvi rimedio sono chiamati i migliori scienziati da tutto il mondo, etologi, tecnici, industriali, geologi, nonché le forze militari e i servizi segreti statunitensi che si assumono il compito di gestire la crisi. Troppe le catastrofi perché si possa pensare a delle coincidenze e tutti ritengono che dietro ad esse ci sia un disegno ben preciso. Scartata la matrice terroristica per l'impossibilità che qualcuno possa essere in possesso del know how necessario, rimane solo la presenza di un'entità aliena. A questo punto si aprono due strade: la guerra oppure la presa di contatto per suggellare un accordo di non belligeranza. Superfluo dire che a favore della prima risoluzione si schiera l'esercito,  mentre gli scienziati sono più favorevoli alla seconda. Ecco quindi che nel conflitto sono tre le parti che si combattono e proprio quelle umane sono fra loro le più irriducibili.
Se gli amanti della fantascienza catastrofica non vengono spaventati dalle oltre mille pagine del libro e ritengono che sussistano i presupposti per un lungo ed avvincente romanzo d'azione, stanno commettendo a mio avviso un errore. Raramente mi è capitato di leggere romanzi altrettanto noiosi, prevedibili, prolissi e ripetitivi. I personaggi sono troppi e troppo stereotipati. Il tutto condito con considerazioni ridondanti pseudoreligiose e filosofiche da parte di sedicenti scienziati che spacciano per pensieri profondi frasi banali come: Nulla poteva togliere ad un dipinto la sua bellezza. Anche se ci si spennellava sopra, l'originale, per quanto nascosto, esisteva ancora. Quello che era orribile restava orribile, quello che era bello non avrebbe mai perso la propria bellezza. 
Il ritmo, che inizialmente sembra abbastanza sostenuto, tende a precipitare verticalmente per risalire faticosamente solo verso la fine. I dialoghi sono banali e tutti i personaggi tendono a essere particolarmente verbosi. Quando qualcuno di loro muore durante una delle tante catastrofi, viene subito sostituito da uno nuovo cui l'autore si premura di fornire una biografia il più possibile dettagliata, ivi compresi rimpianti e sensi di colpa dell'età giovanile. Il desiderio di saltare qualche pagina è quasi irresistibile, specie quando l'autore si ostina adinserire le sigle di enti, corpi militari, comitati, sottocomitati, reparti ordinari, reparti straordinari, meccanismi robotizzati, eccetera. C'è da respirare di sollievo a considerare che, a parte gli USA, le altre nazioni rimangano passive di fronte alla crisi in corso, in caso contrario le sigle si sarebbero moltiplicate ulteriormente e l'Italia stessa ne avrebbe potuto approfittare per nominare qualche nuova commissione parlamentare.
Il romanzo avrebbe avuto bisogno di una sostanziosa sforbiciata di capitoli. Si ha invece l'impressione che l'editore non se la sia sentita di leggere tutto quel malloppo di pagine e abbia saltato la revisione, contando sul fatto che, con una buona campagna pubblicitaria, il libro si sarebbe potuto vendere comunque, come è accaduto per "Il codice da Vinci". A sostegno di quest'ultimo, anche se Dan Brown non è il massimo come scrittore, c'è un'intreccio originale, cosa che non si può affermare nel caso de  Il quinto giorno.
Quello che sorprende è leggere recensioni entusiastiche da parte di molti giornali, e viene da chiedersi se chi le ha scritte abbia veramente letto il romanzo, su cui si sparano luoghi comuni a ripetizione. La resa dei conti finale, complice anche il fatto che ci si arriva collassati, appare un groviglio inenarrabile dove, fra scoppi, incendi, distruzioni, attentati e affondamenti, c'è una vera e propria ecatombe di persone. I "cattivi" hanno almeno il buon gusto di morire in silenzio, a differenza dei "buoni" che intrattengono il lettore con le loro considerazioni finali. Dulcis in fundo, nell'ultima parte del libro, uno dei sopravvissuti si sente in dovere di scrivere un sermoncino sotto forma di diario.
Il quinto giorno è quello, secondo la Genesi, in cui Dio creò il mare ed i suoi abitanti. Fra questi ultimi ci sarebbero forme aliene unicellulari, invisibili singolarmente a occhio nudo ma micidiali in gruppo. Da qui il titolo originale del romanzo, la cui traduzione letterale è Lo Sciame. Questa forma di vita, sempre presente dal giorno della creazione e comparabile a un enorme formicaio con tanto di regina, avrebbe causato gli eventi catastrofici per indurre l'uomo a comportarsi in maniera più responsabile ed ecologica nei confronti del mare e le sue creature.
L'unica cosa che mi abbia dato da pensare, tra tutto ciò che viene asserito nel romanzo, è l'affermazione che se i pesci, catturati in una grande rete a strascico, si mettessero a nuotare tutti in un'unica direzione, riuscirebbero a far capovolgere il peschereccio. Mi piacerebbe ascoltare il parere di qualche lettore con cognizioni di fisica.
Pare che nel 2015 verrà prodotto il film tratto dal romanzo. Potrebbe essere un successo, visto che sarà pieno di sorprendenti effetti speciali e dovrà necessariamente essere ridimensionato nel numero dei personaggi e nei discorsi.


Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: Il quinto giorno
  • Titolo originale: Der Schawarm
  • Autore: Frank Schatzing
  • Traduttore: Sergio Vicini
  • Editore: TEA
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: "I Grandi"
  • ISBN-13: 9788850221066
  • Pagine: 1031
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00
 

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