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16 novembre 2013

La tavola fiamminga - Arturo Pérez-Reverte

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I Contenuti

«Chi ha ucciso il cavaliere?» Un quadro fiammingo del Quattrocento cela un'iscrizione che la giovane restauratrice Julia riporta alla luce e sulla quale è sfidata a indagare da un misterioso avversario. In una Madrid insolita e sfuggente si ritroverà coinvolta in una partita mortale che prosegue da cinque secoli. Dalla raffinata penna di Pérez-Reverte un thriller colto che ha fatto scuola.

La Recensione

Una restauratrice di quadri scopre la scritta “quis necavit equitem” - traduzione: “chi ha ucciso il cavaliere”- nascosta dal pittore Pieter Van Huys in “La partita a scacchi”, dipinto del 1471. Nel quadro si vedono tre personaggi, due dei quali giocano a scacchi. Di questi uno è Ferdinando Altenhoffen, duca di Ostemburgo, che gioca con i pezzi neri; l’altro, con quelli bianchi, è Roger de Arras, prode soldato, amico del duca, che verrà ucciso in un agguato nel 1469. La terza persona è Beatrice di Borgogna, moglie di Ferdinando. 
Fra i pezzi degli scacchi "mangiati" c’è un cavallo bianco in cui, per tutti gli interessati, il pittore ha voluto rappresentare simbolicamente il cavaliere Roger de Arras che, al tempo in cui è stato fatto il quadro, era già morto da due anni. La notizia del peculiare enigma nascosto nel quadro potrebbe far crescere l’interesse del pubblico ed aumentare conseguentemente anche il prezzo del dipinto. Viene incaricato uno storico di fama perché chiarisca gli avvenimenti di quel tempo e un esperto scacchista affinché, giocando la partita di scacchi a ritroso, individui il pezzo che ha “mangiato” il cavallo. Tale pezzo dovrebbe rappresentare simbolicamente l’autore -o il mandante- dell’omicidio di Roger de Arras, rappresentato (come si è detto) dal cavallo. Ma lo storico viene subito ucciso ed ecco che, al giallo di cinquecento anni prima, se ne aggiunge un altro molto più coinvolgente per coloro che hanno a che fare con il dipinto. 
Gli omicidi non si arrestano qui. Presto anche la gallerista che doveva trattare la vendita del quadro viene trovata morta. Sorge il dubbio che la partita a scacchi, evidenziata nel quadro e ferma al 1471, se giocata a ritroso, fosse stata impostata dal pittore in modo da indicare l’assassino del cavaliere, se proseguita, possa indicare la vittima successiva e di seguito il colpevole. L’importante è capire quale sia il ruolo di ciascuno dei personaggi reali rispetto ai pezzi degli scacchi. Mentre per l’uccisione di Roger de Arras l’esperto scacchista riesce a individuare il mandante, rimane un mistero quale possa essere l’esecutore degli omicidi recenti, dato che non si riesce a comprendere quale possa essere il movente che lo spinga a commettere i crimini, non essendoci un collegamento con quello di cinquecento anni prima. 
La partita a scacchi su più livelli, che il lettore può seguire mossa dopo mossa, è senza dubbio un’idea originale ed intrigante, ma necessita, per una buona comprensione, della conoscenza almeno superficiale del gioco degli scacchi. Come in Il codice da Vinci, capostipite del filone che si rifà ad eventi pittorici e storici,  il difetto del romanzo non sta nell’intreccio, di per sé originale e avvincente, ma nella caratterizzazione dei personaggi, che appaiono troppo stereotipati. Inoltre qualche lungaggine riguardo la vita dei protagonisti avrebbe potuto essere evitata. Per quanto l’autore riesca a creare una buona dose di suspense, si nota peraltro qualche forzatura nella ricerca della giusta creazione dell’atmosfera di mistero. Ad esempio, dopo la morte dell’esperto storico nella vasca da bagno - non si sa inizialmente se per un incidente o un delitto - sembra apodittica l’affermazione della restauratrice di temere di essere la vittima successiva. E’ ben vero che era stata l’amante dello storico ucciso, ma la relazione era terminata un anno prima. L’autore, cioè, vorrebbe che il lettore scorgesse un collegamento fra la vittima e coloro che si occupano del dipinto senza peraltro una base razionale logica che la giustifichi. Si viene pertanto a creare la curiosa sensazione che la protagonista del romanzo pecchi di protagonismo. 
Nonostante la scrittura di Perez-Reverte sia scorrevole, non è questo un libro da poter leggere d’un fiato. Occorre studiare le mosse dei pezzi degli scacchi di cui l’autore opportunamente ha predisposto i disegni nelle varie fasi della partita, sia in avanti che a ritroso, senza dei quali la lettura sarebbe di difficile comprensione. La valutazione del romanzo tiene conto dell’originalità dell’intreccio ma anche della caratterizzazione piuttosto stereotipata di alcuni personaggi, degli atteggiamenti talvolta contraddittori che l’autore impone ai protagonisti, e del movente un po’ labile degli omicidi.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La tavola fiamminga
  • Titolo originale: La tabla des Flandes 
  • Autore: Arturo Pérez-Reverte
  • Traduttore: Roberta Bovaia e Silvia Sichel
  • Editore: il Saggiatore
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Tascabili
  • ISBN-13: 9788856500059
  • Pagine: 344
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,80

11 ottobre 2010

La formula del professore - Yoko Ogawa

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I Contenuti

Un caso editoriale in Giappone e una commovente storia che cambierà il nostro modo di guardare alla matematica, al baseball, alla memoria e molto altro ancora. Lei, governante per lavoro, madre single per scelta, timida e brillante, è stata assunta da un agiato professore per preoccuparsi della sua casa. Lui, il professore, un genio della matematica gentile e affettuoso, è vittima di una misteriosa malattia che lo ha reso incapace di ricordare qualsiasi cosa per più di ottanta minuti. Nel figlio di dieci anni della governante convivono il lato compassionevole del carattere della madre e un'innata curiosità tutta sua. Tra loro nascerà in pochi mesi una toccante amicizia fondata sul comune amore per la matematica e il baseball che cambierà le loro vite per sempre.

La Recensione

Fai scorrere il dito sulle costine di uno scaffale. Si ferma su un titolo che non comprendi: La formula del professore. Magari anche tu, da ragazzo/a, hai avuto un rifiuto per la matematica, e la figura del professore si erge ancora minacciosa tra tutti i ricordi del liceo.
Leggi la quarta di copertina. Solitamente, per quanto povera o errata, riesci a farti un’idea della storia, dei toni dell’opera, del messaggio dello scrittore. Ma cosa mai puoi aspettarti dal connubio tra numeri e formule, baseball, una giovane governante senza marito, un bambino dalla testa piatta soprannominato Rūto (‘radice quadrata’), un professore in pensione la cui memoria dura esattamente ottanta minuti? Il tutto scritto da una giapponese?
Ti rigiri quel volume tra le mani, nell’indecisione. E lì scatta il trucchetto magico: apri pagina sessantanove e leggi.
Pagina sessantanove, guarda caso, è l’inizio del capitolo quattro:

Ciò che il professore amava di più al mondo erano i numeri primi.
Certo ne conoscevo l’esistenza, ma non avevo mai pensato che potessero diventare un oggetto di amore. Anche se rivolto dunque a un oggetto un po’ bizzarro, quello del professore aveva le caratteristiche dell’autentico sentimento amoroso. Trattava quei numeri con tenerezza, con una devozione incondizionata e con rispetto. A volte li coccolava, altre volte si prostrava dinanzi a loro, ma non si allontanava mai dal suo oggetto d’amore.

In sole otto righe gli occhi meravigliati della giovane governante ti mostrano, con stile semplice e quasi poetico -forse un po’ infantile- il personaggio del professore.
A questo punto il libro finisce sottobraccio.

*

Una giovane ragazza madre, che per mantenere il figlio lavora come governante presso un’agenzia specializzata, viene assegnata a un professore di matematica in pensione che, a seguito di un incidente stradale avvenuto negli anni Settanta, non riesce a tenere le cose a mente per più di ottanta minuti. Ricorda perfettamente tutto ciò che è avvenuto fino alla data dell’incidente, ma, allo scadere dell’ottantesimo minuto, la sua memoria relativa agli ultimi trent’anni si resetta. Per arginare il problema, il professore trascrive le informazioni più importanti su foglietti che si appunta all'abito. Quello più usurato è: "La mia memoria dura esattamente ottanta minuti". Ogni mattina il professore si risveglia, prende coscienza della sua dolorosa condizione, poi si accorge del disegno stilizzato di un viso di donna accompagnato dalla scritta "La nuova governante". Ogni mattina rivolge alla donna le stesse domande, in più varianti: "Qual è il suo numero di telefono? Qual è la sua data di nascita? Qual è il suo numero di scarpe?", trovando poi un significato o un teorema matematico per ogni cifra.
Il professore, inoltre, è animato da uno straordinario amore per i bambini: venuto a conoscenza dell'esistenza del figlio della governante, che trascorre da solo a casa i momenti in cui non è a scuola, insiste affinché lo conduca con sé al lavoro. I due intrecciano una deliziosa complicità, grazie anche all'amore comune per il baseball.

Questo libro non vi aiuterà a conoscere il Giappone. Non imparerete nulla, o quasi, di matematica, né tanto meno di baseball. Non vi vezzeggerà gli occhi con uno stile particolareggiato, non vi strabilierà per la profondità dei personaggi. Non vi permetterà di riempire il vostro quadernetto di citazioni con aforismi, né, forse, vi farà riflettere a lungo non appena voltata l'ultima pagina.
Eppure è quel libro che mette un sorriso sulle labbra per ragioni che non si comprendono. Sarà per la purezza del legame tra uno sfortunato e solitario anziano e un bambino cresciuto senza la figura paterna. Sarà perché, più che raccontare una storia, vuole giustapporre brevi episodi di una poeticità disarmante: una partita di baseball, una festicciola in casa, un incidente domestico. Sarà perché è un romanzo che scorre tranquillo come acqua fresca, senza pretendere di essere nulla di più che una lettura distensiva e tranquillizzante: non vuole imporre un messaggio, non vuole offrire massime su una giusta condotta di vita, e certamente non vuole insegnare nozioni matematiche. Si accontenta di delineare discretamente una storia malinconica che intreccia le solitudini di tre persone, in toni garbati e senza sensazionalismi.
Particolare, delicato, tutt’altro che pretenzioso. Da scoprire. 


Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: La formula del professore
  • Titolo originale: Hakase no aishita sushiki
  • Autore: Yoko Ogawa
  • Traduttore: De Petra M.
  • Editore: Il Saggiatore Tascabili
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788856501896
  • Pagine: 202
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro

23 luglio 2010

Il club Dumas - Arturo Pérez-Reverte

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I Contenuti

Lucas Corso, mercenario bibliofilo al soldo dei più esigenti collezionisti d’Europa, è abituato a indagare sui libri antichi come un detective sulle tracce di ùn crimine. Questa volta, però, la sua fama viene messa a dura prova da due incarichi delicati quanto insoliti: verificare l’autenticità di un capitolo manoscritto dei Tre moschettieri e decifrare l’enigma nascosto in un testo rarissimo, il Libro delle Nove Porte del Regno delle Ombre, una sorta di manuale per invocare il diavolo, che il Santo Uffizio mise al rogo insieme al suo autore nel 1667. Le nove incisioni contenute nel volume sono l’unico indizio di un lungo viaggio che conduce Corsb dai vicoli di Toledo al Quartiere latino di Parigi, fra archivi, polverose librerie antiquarie e raffinate biblioteche private. Il mistero si tinge di sangue mentre la ricerca si addentra nei sentieri impervi dell’occulto, accompagnata da sospette streghe e apparizioni angeliche, seduzioni pericolose, incontri inaspettati e bizzarre incarnazioni dei personaggi letterari di Dumas. Due indagini si intrecciano in un allucinato gioco di specchi che sfida l’intelletto e l’immaginazione.


La Recensione

La vita è retta dal caso e ben poco viene a collimare, ma quando troviamo lo stesso schema in letteratura ci sentiamo presi un po’ in giro.

Lucas Corso è un mercenario bibliofilo senza scrupoli: compra e vende con metodi poco ortodossi, indaga sulla storia dei libri, giudica vecchi incunaboli, si prostituisce al migliore offerente eseguendo per lui il lavoro sporco, e non esitando ad affidare ad altri quello ancor più sporco. Corso è privo di emozioni, quando non strettamente attinenti alla sfera dei libri antichi, e bravo a fingere come il migliore dei manipolatori; ha un unico amico –se di amicizia si può parlare-, il libraio dongiovanni Flavio La Ponte (italiano, inutile chiederlo: pare che i nostri uomini all’estero abbiano questa fama), nessuna compagna, nessun legame.
La storia, narrata da un personaggio interno onnisciente -Boris Balkan- inizia prima che Corso compaia in scena, e precisamente con la morte per impiccagione (suicidio od omicidio, difficile stabilirlo) di Enrique Taillefer, influente collezionista di libri antichi. Poco prima di morire, il riccone commissiona a Flavio La Ponte la vendita di un capitolo manoscritto dei Tre moschettieri, “Il vino d’Angiò”, ed è qui che Corso viene incaricato delle indagini dall’amico Flavio. Questo, tuttavia, non è l’unico filo conduttore del romanzo: poco dopo, Corso viene convocato da Varo Borja, collezionista senza scrupoli di libri sul diavolo, che lo ingaggia per provare l’autenticità del suo Le nove porte del regno delle ombre, volume in latino stampato nel XVII secolo e di cui esistono solo tre copie certificate. Aristide Torchia, lo stampatore, fu bruciato dall’Inquisizione insieme alle sue opere per aver dichiarato di essere stato ispirato dal Diavolo in persona. In fondo al volume, nove incisioni che richiamano i Tarocchi e la simbologia esoterica. Tocca a Corso recarsi a Lisbona ad esaminare il volume della collezione Fargas –appartenente a un nobile in disgrazia- e poi a Parigi per giudicare quello della vedova Ungern, appassionata anch’essa del Diavolo e scrittrice di libri esoterici. Sulle sue tracce, tuttavia, c’è un misterioso figuro dai baffi neri con la faccia sfigurata da una cicatrice, che Corso soprannomina prontamente Rochefort per la sua somiglianza fisica con il mortale nemico di D’Artagnan. E sembra che il feuilleton di Dumas prenda vita, quando anche Milady fa la sua comparsa nella persona di Liana Lausauca, la vedova Taillefer, intenzionata a riprendersi “Il vino d’Angiò” a ogni costo. L’intreccio, dunque, è già notevolmente complicato: Corso intuisce una connessione tra Dumas e le Nove Porte, e inizia a indagare in quella direzione. Il cardinale Richelieu, infatti, sembrava non essere esattamente estraneo al mondo esoterico. Ulteriori omicidi, inoltre, rischiano di coinvolgere il mercenario nella storia del libro del Diavolo più di quanto non gli aggradi. I personaggi, i luoghi e gli eventi dei Tre Moschettieri sembrano essersi materializzati nella realtà. Lo studio delle incisioni dei tre esemplari delle Nove Porte rivela risultati inaspettati. A complicare il tutto, una strana ragazza dai capelli biondi e corti sembra incrociare troppo spesso la strada di Corso, presentandosi con il nome di Irene Adler, la donna che beffò Sherlock Holmes in uno dei racconti di Conan Doyle. Arturo Pérez-Reverte non si accontenta di intrecciare tutti i fili della narrazione in uno: ed ecco che il finale del libro non è scontato, nemmeno per chi ha visto il film.
Per farla breve, è apprezzabile il tentativo di Pérez-Reverte di tentare un intreccio così macchinoso e contorto: l’autore, però, non ha tenuto conto del fatto che, quando si carica in questo modo il lettore di aspettative, qualunque sia la risoluzione prescelta quasi certamente non risulterà soddisfacente. ll club Dumas resta in bilico tra il thriller e il gotico, senza sbilanciarsi con troppa convinzione verso quest’ultimo nonostante lo promettesse fin dalle prime pagine, e accelerando inutilmente la narrazione nel finale.
Molto accurato, invece, lo stile dell’autore: superiore a molti suoi connazionali contemporanei, mi viene da suggerire malignamente che il romanzo non abbia venduto quanto L’ombra del vento perché troppo ostico per il lettore medio da spiaggia. Il paragone con quel romanzo in particolare risulta spontaneo, essendo in sostanza entrambi gialli che si muovono nel mondo dei libri. Al contrario di quella di Zafòn, asettica ed elementare, la prosa di Pérez-Reverte è ricca e i periodi sono ragionevolmente lunghi: indugia molto sulla terminologia specifica che riguarda manoscritti e incunaboli. Per di più, il romanzo è accompagnato dalle incisioni delle Nove Porte (di tutti e tre gli esemplari del libro) e dalle tabelle compilate dal protagonista durante i suoi studi sul campo.

Consigliato agli amanti dei thriller, agli appassionati del genere gotico, a chi apprezza Dumas (abbondano i riferimenti alla sua vita e alle sue opere), o semplicemente a chi adora i libri sui libri. 


Giudizio:
+4stelle+

Dettagli del libro
  • Titolo: Il Club Dumas
  • Titolo originale: El club Dumas
  • Autore: Arturo Pérez-Reverte
  • Traduttore: Ilide Carmignani
  • Editore: Il Saggiatore Tascabili
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788856501483
  • Pagine: 382
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 Euro
 

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