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31 dicembre 2013

Bilancio del 2013 - Speciale nuovo anno

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Oggi è l'ultimo giorno del 2013 ed è tempo di bilanci: ma come si può istituire il bilancio di un anno di letture di più di dieci persone? Per rendere l'idea, un po' di numeri: quest'anno abbiamo recensito 263 libri, pubblicato 110 articoli di varia natura, e intervistato 4 autori. Abbiamo pubblicato diversi approfondimenti e articoli d'opinione, infittito le news, e inaugurato - oltre alla rubrica settimanale Listopia - uno speciale tematico a cadenza mensile che finora si è occupato dei vincitori del Premio Hugo, di quelli del Premio Nobel, e dei romanzi a tema natalizio (domani conoscerete il nuovo Speciale che ci terrà compagnia per gennaio).
In più volevamo mettervi al corrente di una nuova notizia: a partire da gennaio vorremmo creare una newsletter mensile a cui potrete iscrivervi e che vi informerà con un'unica mail dei nostri migliori contenuti pubblicati durante il mese trascorso. Nei prossimi giorni vi daremo tutte le informazioni del caso.
Infine, come facciamo ormai da anni, abbiamo stilato una lista rappresentativa di libri che ci sono piaciuti particolarmente o che particolarmente non abbiamo apprezzato: ecco a voi una selezione di quindici recensioni pubblicate quest'anno, secondo i criteri che seguono:



+5stelle+ Cinque dei libri più belli recensiti quest'anno +5stelle+

La festa del caprone di Mario Vargas Llosa - Einaudi
Scrive Patrizia:

Il romanzo si snoda attraverso tre linee narrative. La prima, quella che apre il romanzo, ha la voce di Urania Cabral, affermata professionista che ha lasciato Santo Domingo all’età di quattordici anni e vi torna dopo 34 senza un motivo specifico. Forse, dopo tanti anni, è pronta a fare i conti con il proprio passato e i suoi passi, durante l’abituale corsa mattutina, la portano sulla soglia della vecchia casa di famiglia, dove vive ancora il padre Agustin Cabral, ex Presidente del Senato ai tempi di Trujillo, immobilizzato a causa di un ictus e con il quale aveva interrotto tutti i contatti dal giorno della partenza per gli Stati Uniti. Urania, nel corso della sua lunga giornata, si ritrova anche a parlare con nostalgici anziani e con giovani che hanno mitizzato il periodo della dittatura ricordando con nostalgia che tutti lavoravano e non c’era microcriminalità; l’orrore è diventato mito, si trova a pensare una stupefatta Urania che ricorda bene la mancanza di libertà, anche nella propria vita personale, imposta dal regime di Trujillo.

Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk - Einaudi
Scrive Valeria Pinna:

Il mio nome è rosso è un libro molto complesso: per arrivare all'ultima pagina e comprenderlo a fondo sono richieste molta pazienza e dedizione. Ma vi assicuro che il risultato è un'esperienza senza dubbio appagante. L'amore, il sesso, la morte, l'omicidio, la bellezza, l'arte, la miniatura, la religione, i conflitti interiori dell'animo umano sono tutti protagonisti di questo grande affresco di una Istanbul di fine Cinquecento ritratta in un'atmosfera realistica e magica allo stesso tempo.

Padiglione Cancro di Aleksandr Solgenitsin - Newton Compton
Scrive Antonio:

Nello spirito primitivo del premio Nobel, i libri di Solgenitsin sono pregni di idealismo. Ciò che Solgenitsin condanna è la corruzione, la superficialità, il qualunquismo che mal si adattano alla sua visione di una scelta di vita ascetica ma piena di disponibilità verso il prossimo. L’eroe di Solgenitsin è quello che, per quanto colpito dalle sventure e dalla perfidia del prossimo, riesce a rimanere ancorato ai propri principi di solidarietà ed abnegazione.

Limonov di Emmanuel Carrère - Adelphi
Scrive Polyfilo:

Carrère, con l'abilità di uno sceneggiatore professionale, raccoglie in prima persona e racconta le esperienze del suo protagonista in maniera esemplare, unendo momenti lirici e aneddoti sordidi, mettendo in mostra tutti gli angoli nascosti della sua policroma personalità ed evidenziandone contraddizioni e lati oscuri. Ma quel che è più importante è che riesce a cucire in modo perfetto, senza eccessi e senza sbavature, il ritratto di un dissidente e artista con il ritratto di una nazione. Si rimane nell'ambito del romanzo di formazione e nello stesso tempo, come in un saggio di geopolitica, la storia, quella recente degli ultimi due decenni del crollo dell'URSS, dell'era di Eltsin e degli oligarchi e infine della democrazia di Putin dalle forti venature di cesarismo, irrompe con tutta la sua forza nella narrazione.

Prima che sia notte di Reinaldo Arenas - Guanda
Scrive Tancredi:

Nella sua autobiografia, che ripercorre una vita umile eppure pulsante, energica, instancabile, che non si piega mai, Arenas intreccia gli affetti e le passioni e i tormenti: gli uomini che l'Isola ha offerto al suo desiderio insaziabile (più di cinquemila, proclama); la passione della scrittura, soffocata dal regime, tradita dagli amici scrittori ipocriti, mai ripagata dagli editori stranieri; i regimi, prima quello di Batista, poi quello di Castro, e quella brevissima, di una illusoria felicità, parentesi rivoluzionaria cui aveva pure aderito, salvo indovinare ben presto il colore dell'operazione condotta dal lider maximo. L'amore (omosessuale), la scrittura, la politica sono le tre passioni di Arenas, ma anche i tre volti di Cuba, che l'autore demolisce e ricostruisce in un infinito gioco di specchi: Cuba è l'isola di sole e mare, di spiagge popolate di bei ragazzi, di amori urlati con vitalità e fierezza; Cuba è anche l'immenso salotto letterario che Arenas e i suoi popolavano, un salotto umile, alla buona, più una taverna che un circolo di intellettuali; Cuba è, ed è diventata soprattutto, l'isola del mare negato, delle spiagge popolate di militari, delle prigioni e dei campi di lavoro forzato.

+1stella+ Cinque dei libri recensiti cui è stato assegnato il voto minimo +1stella+

Sul lato sbagliato della strada di Amanda Mazzi - Erasmo
Scrive Pythia:

Questo romanzo non avrebbe dovuto essere pubblicato così com'è. È una questione di rispetto per i lettori, che spendono denaro e tempo per un prodotto non conforme, e anche per l'autrice, che nonostante la cura, la passione e la dedizione sicuramente impiegate viene penalizzata da un lavoro a metà. Manca decisamente una revisione degna di questo nome, per forma e contenuti: il buono c'è, ma si perde in una marea di imperfezioni.

Il buon Gesù e il cattivo Cristo di Philip Pullman - Tea
Scrive Sakura:

Definito "apocalittico" dal Guardian, questo romanzetto non merita certo tanto scalpore (e in effetti il libro in Italia è passato pressoché inosservato): sebbene l'esistenza di Cristo, passata sotto silenzio, incarni ancora una volta l'aspra critica di oscurantismo rivolta dall'autore alla chiesa cattolica, nonché i travisamenti di cui i testi sacri sono sempre stati oggetto, Pullman rinuncia alla sua vena polemica, o non riesce a esprimerla appieno. La narrazione è pacata, fin troppo politically correct nell'evitare di approfondire episodi particolarmente controversi che avrebbero potuto essere spunto di critica, come il rapporto tra Maria Maddalena e Gesù o l'incontro di quest'ultimo con la donna di Canaan.

Tutto ciò che sappiamo dell'amore di Colleen Hoover - Rizzoli
Scrive Valetta:

Come sempre evito ogni spoiler, ma non posso fare a meno di inveire contro la stupidità del finale in cui tutti gli ostacoli che separavano i nostri innamorati svaniscono nell'aria come per magia e Will finalmente comprende che la sua aspirante fidanzata è molto più importante del benessere del suo fratellino di nove anni che non ha nessuno al mondo. Splendido messaggio. Molto maturo. A dirvela tutta ci sarebbero mille altre cose che ho odiato a proposito di questo libro, ma mi sembra inutile e tedioso lamentarmi per pagine e pagine, perciò concluderò dicendo che l'ho trovato prevedibile, superficiale, noioso e, a dispetto delle infinite tragedie che l'autrice si è ostinata a infilarci, assolutamente poco toccante.

Drood di Dan Simmons - Elliot
Scrive Valetta:

Questo è il terzo romanzo che leggo collegato o ispirato dall'opera incompiuta di Dickens, includendo Il ladro di libri incompiuti di Matthew Pearl e Il mistero di Edwin Drood riveduto e completato da Leon Garfield, ed è sicuramente anche il più deludente, il che è tutto dire se si considera che il libro di Pearl era stato un potentissimo sonnifero. Dickens era sicuramente un romanziere pieni di difetti ma ha creato personaggi e storie straordinarie, come sia possibile che coloro che decidono di ispirarsi a lui producano solo schifezze proprio non si spiega. Sarà il desiderio di emulazione senza averne il talento, sarà l'idea che i lettori sono una manica di ignoranti che non possono leggere un romanzo ambientato nell'800 senza subire una conferenza scritta sull'epoca vittoriana, fatto sta che sto seriamente considerando di abbandonare tutte le speranze e curare la mia astinenza da Dickens rileggendo le sue opere per l'ennesima volta.

Confessioni di un barman di Paolo Marini e Mirco Cavalli - Curiosando Editore
Scrive Polyfilo:

Il problema di base dell'esperimento di Marini è che pare essere mancato un serio intervento di editing che riuscisse trasformare - ammesso che fosse possibile - del materiale grezzo da diario privato in un prodotto editoriale potabile. La classica zucca in carrozza, insomma. Se anche l'idea in sé potrebbe essere intrigante e offrire buoni spunti di sviluppo - e lo insegna Tom Cruise in Cocktail -, nel percorso intimo di Cuper Bennati, barman con base fiorentina ma cosmopolita e vagabondo nell'anima oltre che nel cuore, manca una trama vera e propria.

+5stelle+ Piccoli e medi editori a cinque stelle +5stelle+

La nemica di Iréne Nèmirovsky - Elliot
Scrive Polyfilo:

Da un lato l'analisi spietata dell'ipocrisia imperante in certi strati sociali e all'interno dei meccanismi famigliari, in particolare nel rapporto fortemente autobiografico tra madre e figlia, prelude a temi che saranno caratterizzanti in romanzi successivi, in particolare in Jezabel, dall'altro lo stile, per quanto non privo di ingenuità sentimentali, manifesta una notevolissima capacità descrittiva, un tratto abile nel cesellare con poche pennellate situazioni e personaggi, forse senza scendere in profondità come avverrà nei romanzi più tardi, ma perfettamente in grado di mostrare i tormenti dell'animo nella complessità di accenti e sfumature che contraddistingue la scrittura di grande valore.

Il portiere e lo straniero di Emanuele Santi - L'asino d'oro
Scrive Daniele:

Emanuele Santi affascina con toni enfatici ed evocativi, tanto che sembra quasi di essere con Camus mentre vola da un palo all’altro prima di vedere la propria carriera sportiva stroncata dalla tubercolosi. Così, attraverso l’ardore indipendentista che infiammava gli animi degli algerini che, non potendosi riversare in altri contesti a causa delle repressive leggi coloniali francesi, si concentrava tutto nelle partite di calcio, il lettore vede quanto Camus fosse influenzato dalla propria patria e fosse sensibile ai soprusi che subiva dalla Francia. L’autore ha effettuato una ricerca molto approfondita riguardo quel periodo e, unendola alla propria capacità di raccontare storie di sport, ha creato un credibile e affascinante punto di vista su quanto vissuto - sportivo e non - l’autore de “Lo straniero” abbia messo nelle sue opere. Quindi, fin dal titolo, “Il portiere e lo straniero”, mostra al lettore il nodo principale dell’argomento. Dalla prima pagina all’ultima ci si trova davanti a un’opera che non mostra mai cali nell’intensità della narrazione, sempre precisa nel dimostrare la tesi alla propria base e avvolgente quasi fosse un romanzo.

Un'eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal - Bollati Boringhieri
Scrive Mara:

La tristezza e il rimpianto per lo splendore perduto in modo irrimediabile, che investono Edmund de Waal e chi legge dapprima davanti al Palazzo parigino, ora sede di un istituto di previdenza privato; indi a quello viennese, contemporaneo del primo, dove ora è la società che riunisce i casinò austriaci. Pure il percorso illustrato si fa via via più intimo e drammatico allorché si giunge sulla Ringstraße. L’Autore si sofferma sulla figura del trisavolo Ignace, del quale ci mostra un perspicuo ritratto. Nella nostra storia incontriamo ben tre Ignace: divertente e facile ritrovarli. Questo trisavolo, neri i folti capelli e la barba, così come ce lo presenta una fotografia del 1871, era uomo d’affari spregiudicato e passionale, con numerose amanti, padre di tre figli, che vediamo poco dopo, ragazzini: il minore è Viktor, il futuro padre di Elisabeth, nonna amatissima da Edmund e figura chiave nel racconto. Ignace, in quell’anno, si fece costruire il palazzo scintillante sulla Ringstraße e volle che, proprio nella grande sala da ballo, ben visibili da tutti, la serie di dipinti alle pareti raffigurasse episodi biblici tratti dal libro di Ester: Ester incoronata regina di Israele, in ginocchio al cospetto del gran sacerdote vestito con gli abiti rabbinici… E poi gli Ebrei che annientano i figli di Aman, il nemico di Israele.

Berlino segreta di Franz Hessel - Elliot
Scrive Mara:

Lo stile è scorrevole, quasi musicale, in grado di adattarsi al registro itinerante del racconto. I toni ci sono tutti, con preferenza verso l'umoristico e l'ironico, come il contrasto tra i "sogni di gloria" di Wendelin e la modesta realtà della pensioncina in cui egli vive , "al quarto piano sopra negozi ed uffici, tra Friedrichstrasse e Unter den Linden". Protagonista assoluto è il paesaggio cittadino, che emerge discreto, il supporto imprescindibile, il sipario sul quale s'intrecciano le vite degli stravaganti personaggi, tutti ritratti con cura dal vivo. I cognomi adottati sono espressione del personaggio stesso, ma in una sorta di rovesciamento sarcastico: ad esempio, un tale Schilfkrot (Ranocchia, in tedesco) è un applaudito cantante, ispirato ad una celebrità dell'epoca, realmente esistita e famosa a Berlino in quel periodo. Donne fatali, alla Marlene Dietrich (alla quale Hessel dedicò un suggestivo libretto, nel 1931), come Margot, che ama indossare camicie maschili e passeggiare a cavallo nel Tiergarten, in compagnia di baldi giovani, Wendelin in testa, va da sé. O come l'inquietante, sessualmente ambigua, Fancy Freo, la cui specialità consiste nell'eseguire "le più audaci canzonette berlinesi con il massimo di raffinatezza e il minimo di sguaiataggine".

Il candelabro sepolto di Stefan Zweig - Skira
Scrive Mara:

Anno 455 e.v.: Roma è conquistata e saccheggiata dai Vandali di Genserico. L’imperatore Petronio Massimo fugge abbandonando la città, ma viene ben presto ucciso dalla folla esasperata. E’ il papa Leone Magno, poi diventato santo, a fermare i Vandali chiedendo loro di non distruggere Roma e di non massacrare la popolazione. In pochi giorni la Città è spogliata delle sue ricchezze: l’operazione viene effettuata in modo rigoroso, sistematico… teutonico, senza incontrare alcuna resistenza da parte degli abitanti atterriti. Nella pacifica Comunità Ebraica locale si diffonde il terrore: tutti sono consapevoli che la sventura occorsa al popolo ospitante si tradurrà in dolore e nuove persecuzioni per gli Ebrei.

Ringraziandovi ancora una volta - calorosamente - di averci seguito per tutto il 2013, ci auguriamo che continuerete a farlo anche quest'anno. I nostri buoni propositi? Continuare a offrirvi il meglio che possiamo, come sempre.


Lo staff della Stamberga


13 dicembre 2013

Una grande e terribile bellezza - Libba Bray

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I Contenuti

Fine Ottocento. Alla morte della madre, la sedicenne Gemma Doyle, trascurata da un padre schiavo del laudano, lascia Bombay dove ha trascorso l'intera infanzia per un severo e cupo collegio femminile appena fuori Londra, la Spence Academy. Qui, dopo molti tentativi, riesce a entrare nell'esclusivo gruppo formato dalla potente Felicity, la vezzosa Pippi e l'imbranata Ann. Dopo il primo periodo di permanenza, costellato di noiose lezioni, rigida disciplina e soprattutto oscure visioni (nonché dalla presenza di Kartik, un giovane misterioso e seducente che l'ha seguita fin dall'India e l'avvisa di non dar retta ai sogni che la funestano), Gemma scopre un diario segreto che le svela l'esistenza dell'Ordine, una congrega di sole donne dedite alla magia e alla ricerca di universi paralleli dove tutto è possibile. Assieme alle amiche, e nonostante la ferma opposizione di Kartik e di altri a lui vicini, la ragazza è intenzionata a saperne di più, a ribellarsi alle regole che la vorrebbero studentessa modello, a raggiungere la grotta nascosta dove l'attende un destino imprevedibile e dove alcuni pressanti interrogativi troveranno finalmente un chiarimento.

La Recensione

Finalmente. Era da così tanto che non leggevo uno Young Adult decente che stavo per assegnare cinque stellette giusto per la soddisfazione.
La prima cosa da dire è che questo non è il solito paranormal romance in cui un'ambientazione vagamente fantasy serve a cammuffare l'ennesima storia di amore proibito fra una quindicenne e il suo unico, vero e indissolubile amore. Una grande e terribile bellezza è soprattutto la storia di un'amicizia fra quattro ragazze e delle rinunce e dei compromessi inevitabilmente legati al diventare adulti. Di sentimentale in questo romanzo c'è gran poco, l'autrice relega questo aspetto ai margini del racconto e anche quando decide di portarlo in primo piano lo fa per parlarci non di romanticismo ma, sorpresa, dei desideri erotici della protagonista (la quale, per una volta, non è pronta a sottomettersi al suo spasimante/stalker dopo il primo sguardo infuocato).
La vicenda è ambientata sul finire dell'800, prima in India e poi in un esclusivo collegio inglese, dove Gemma viene mandata in seguito alla morte violenta della madre perché possa ricevere un'educazione adeguata ad una futura moglie e mamma, ovvero la massima gratificazione a cui una signorina della buona società possa aspirare.
Anche le ragazzine beneducate però si ribellano, soprattutto se come Gemma hanno una lingua tagliente, provengono da un ambiente assolutamente poco british come quello indiano, e sono soggette a incontrollabili visioni. La ribellione sarà ovviamente adeguata alle circostanze, per cui, superata qualche scaramuccia iniziale, Gemma si trova parte di un piccolo gruppo improvvisato che, in un'atmosfera "all' Attimo fuggente", si ritrova di notte in una grotta nascosta per entrare in mondi paralleli dove poter dimenticare le frustrazioni della vita quotidiana e vedere, almeno in queste realtà alternative, i propri sogni realizzarsi.
Se inizialmente sembra di trovarsi di fronte a quattro ragazzine che giocano alle sedute spiritiche, prospettiva un po' noiosetta che può scoraggiare i lettori poco pazienti, la storia pian piano si evolve in un racconto paranormale che non manca di suspence e tensione man mano che la realtà di sogno scoperta dalle ragazze mostra il risvolto terrificante della sua apparente perfezione.
E' questa la "great and terrible beauty" citata nel titolo dall'autrice, evidentemente affascinata dalla grande letteratura romantica di fine '800 (intesa come corrente letteraria, non come romanzi d'amore) da lei riprodotta sia nell'ambientazione, con questo imponente e misterioso collegio in mezzo al nulla, sia nell'esaltazione di emozioni violente e contrapposte quali ammirazione e terrore, desiderio e ripugnanza associate a luoghi, persone e sensazioni di assoluta bellezza.
Naturalmente stiamo parlando di uno Young Adult e la Bray non è certo Byron o Emily Brontë, tuttavia il risultato è originale e interessante così come ben riuscita è la caratterizzazione di un'eroina fiera, indipendente e orgogliosa, decisa a fare di testa propria contro il volere altrui anche a rischio di commettere degli errori. Il messaggio femminista è palese in ogni pagina del romanzo, ogni volta che l'autrice ribadisce il ruolo subordinato delle donne nella società dell'epoca, ridotte a mute statuine di bella presenza, possibilmente dotate di una cospicua dote. Ci si potrebbe domandare se certe riflessioni delle protagoniste sul loro destino non siano un po' troppo avanti coi tempi ma bisogna ricordare che qui non si parla di ragazzine vittoriane che si improvvisano suffraggette ma di adolescenti che, come le adolescenti di ogni epoca, sognano di sposarsi per amore o chiedono di essere amate ed ascoltate dalla propria famiglia. I diversi modi in cui Gemma, Felicity, Pippa e Ann affrontano il proprio destino, chi con rassegnazione e chi combattendolo, mostrano realisticamente le diverse scelte che ogni donna può compiere.
Unica nota negativa che posso esprimere, oltre alla già accennata eccessiva lentezza della prima parte, è la confusione che circonda il mondo magico in cui le ragazze si immergono. C'è un gran parlare di sette, ordini, mondi paralleli, reami irraggiungibili e rune magiche, ma alla fin fine non è per niente chiaro cosa siano, come funzionino o che scopo abbiano metà delle cose citate e tutto si riduce ad un gran calderone di eventi non molto sensato che conduce ad un confronto finale tra buoni e cattivi piuttosto confuso. Al di là di questo Una grande e terribile bellezza si colloca decisamente sopra la media della categoria, merito anche, per una volta, di uno stile maturo e curato che si può permettere di utilizzare l'abusata narrazione in prima persona al presente senza apparire infantile ma, al contrario, ottenendo un effetto di maggior tensione e mistero. Volendo trovare un difetto direi che la Bray calca un po' la mano nei sarcastici monologhi che la protagonista tiene con se stessa; Gemma è una di quelle persone dotate di grande ironia ma con l'abitudine di commentare mentalmente ogni gesto e ogni affermazione, per cui spesso i dialoghi sono formati da una riga di conversazione e dieci righe di sarcastico commento della ragazza al lettore. All'inizio è piuttosto divertente, ma a lungo andare la cosa diventa stancante.
L'approccio maturo della Bray ci risparmia infine uno stucchevole happy ending e punta il dito contro i rischi di vivere in una realtà immaginaria per evitare i problemi della vita di tutti i giorni; leggerò con piacere anche gli altri due romanzi della serie, sperando siano all'altezza delle aspettative.

Giudizio:
+3stelle+ 

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo: Una grande e terribile bellezza
  • Titolo originale: A great and terrible beauty
  • Autore: Libba Bray
  • Traduttore: A. Petrelli
  • Editore: Elliot
  • Collana: Scatti
  • Data di Pubblicazione: giugno 2008
  • ISBN-13: 9788861920392
  • Pagine: 456
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,80 Euro 

06 dicembre 2013

La nemica - Iréne Nèmirovsky

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I Contenuti

Gabri ha una madre bella e frivola, più interessata ai suoi flirt che a prendersi cura delle due figlie. 
 Nel corso degli anni, Gabri ha osservato con odio e rancore il mondo degli adulti, che non le hanno dato né insegnato nulla, costruendo la sua vita sull'assenza d'amore. Ma il tempo è dalla sua parte. 
Quasi all'improvviso, la bambina taciturna e scostante si trasforma in un'adolescente piena di fascino e gioia di vivere. Forte del potere della giovinezza, Gabri può ora prendersi le sue piccole e grandi rivincite, per giungere alla partita finale con la nemica di sempre. 
L'odio e l'orgoglio sono i veri protagonisti di questo romanzo di formazione, pubblicato nel 1928 su una rivista letteraria con lo pseudonimo Pierre Nerey (ottenuto dall'anagramma di Irene: Nerey). L'uso di un nome diverso e molti degli elementi narrativi rivelano il carattere dolorosamente autobiografico dell'opera: impossibile non ritrovare nel ritratto impietoso della donna egoista e infedele la madre dell'autrice, che era solita parlare di lei come della "nemica". 
 Secondo romanzo di Irene Némirovsky, mai apparso finora in volume singolo e inedito in Italia, "La nemica" si caratterizza come un atto di rivincita, teatro di sentimenti contraddittori, il cui groviglio potrà sciogliersi e trovare la propria catarsi soltanto nella sua drammatica conclusione.

La Recensione

Se è vero che per uscire dall'infanzia è necessario compiere, almeno in senso metaforico, un gesto simbolico dell'uccisione del padre, questo è quello che Iréne Nèmirovsky fa compiere alla protagonista del suo secondo romanzo, con la differenza che l'omicidio catartico è perpetrato verso la figura materna, anche se non ne sarà la madre la vittima reale.
La breve vicenda ruota intorno al rapporto, negato e cercato, tra una figlia, Gabrielle, e la sua giovane madre, Francine. Questa si trova, da sola e in condizioni disagiate, visto che il marito è via da lungo tempo per affari, a prendersi cura di due bambine, Gabrielle, appunto, la più grande, e Michette, una bambina.

Proveniente dalla profonda provincia francese, Francine si lascia sopraffare dal fascino scintillante della metropoli parigina: la sua prima apparizione, in una fredda domenica innevata, è a passeggio nel Bois de Boulogne con un amico, mentre le due bambine, la piccola affidata alla grande, restano indietro, lasciate a se stesse, prive delle attenzioni più normali che ci si aspetterebbero da una figura materna, senza nulla da mangiare per tutta una giornata.

In seguito, la morte accidentale della piccola Michette in un incidente domestico scava un abisso incolmabile tra madre e figlia, anche quando il padre ritorna a casa, accompagnato da un affascinante cugino con cui cui ha avuto successo negli affari in Polonia, e il tenore di vita della famiglia, che grazie alle nuove ricchezze può adottare lo stile di vita della buona borghesia, migliora fortemente. Nonostante l'affetto per il padre, Gabri è sola e cresce sola, trascurata da una madre sempre più mondana e distaccata dal ruolo materno, tanto da venir sempre chiamata per nome da un narratore onnisciente che privilegia il punto di vista della figlia.

Gabrielle sviluppa la sua personalità definendo se stessa in opposizione a Francine, soprattutto quando ne scopre il rapporto adulterino con il cugino che abita nel loro stesso palazzo. Nell'adolescente, che sublima nell'immagine della sorellina morta la propria condizione di bambina trascurata, monta un senso di rivolta sordo e introverso: formalmente si comporta bene, subisce la rigida educazione imposta dai genitori che vogliono inserirsi nell'alta società anche attraverso la loro figlia, ma in realtà cova un rancore profondo e un desiderio di vendetta nei confronti della madre e dei 'grandi' in generale. Cerca uno sfogo per i suoi conflitti interiori, e non riuscendo a fare leva sul rapporto con il padre per vendicarsi della madre, finisce per cadere tra le braccia di uno spiantato aristocratico russo scampato ai bolscevichi, che per mantenersi danza nelle sale da ballo.

La scoperta da parte di Francine di questa relazione clandestina però non porta il rapporto madre-figlia nella direzione che Gabri sembra cercare con determinazione, cioè uno scontro frontale. Anzi i ruoli finiscono per capovolgersi ancora di più perché, cercando di recuperare una forma di intimità, Francine trasforma la figlia in confidente delle proprie pene d'amore, una volta di più invertendo le parti.
Ancora una volta l'egocentrismo materno tenta di fagocitare la figlia usando come arma il bisogno di affetto di Gabri, perchè è questo desiderio di essere notata e amata che emerge limpido nel suo odio ancora infantile verso di lei, e raggiunge il suo scopo in un finale straziante e inaspettato, con un crescendo di sensi di colpa e di contraddizioni che intrecciano tra di loro.
Se è vero che l'urgenza che contraddistingue il secondo romanzo della scrittrice ucraino-francofona ne è il limite, visto che la critica lo ha giudicato non all'altezza di opere successive come 'David Golder' o 'Suite francese', è vero anche ne costituisce anche il lato più interessante, che avvince il lettore alla narrazione.
Da un lato l'analisi spietata dell'ipocrisia imperante in certi strati sociali e all'interno dei meccanismi famigliari, in particolare nel rapporto fortemente autobiografico tra madre e figlia, prelude a temi che saranno caratterizzanti in romanzi successivi, in particolare in Jezabel, dall'altro lo stile, per quanto non privo di ingenuità sentimentali, manifesta una notevolissima capacità descrittiva, un tratto abile nel cesellare con poche pennellate situazioni e personaggi, forse senza scendere in profondità come avverrà nei romanzi più tardi, ma perfettamente in grado di mostrare i tormenti dell'animo nella complessità di accenti e sfumature che contraddistingue la scrittura di grande valore.


Giudizio:
+5stelle+


Articolo di Polyfilo


Dettagli del libro
  • Titolo: La nemica
  • Titolo originale: L'ennemie
  • Autore: Iréne Nèmrovsky
  • Traduttore: M. Capuano
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: LIT - Libri In Tasca
  • ISBN-13: 9788861923409
  • Pagine: 151
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,00 Euro

13 settembre 2013

Berlino segreta - Franz Hessel

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I Contenuti

In questo affascinante ritratto della Berlino degli anni '20 del Novecento, Franz Hessel ci fa conoscere la sua visione del mondo e la sua proposta di una garbata forma di resistenza personale alla frenesia della modernità, basata su una personalissima etica di rinuncia al piacere del possesso.

La Recensione

Franz Hessel è stato uno dei maggiori protagonisti della vita artistica berlinese durante il periodo della Repubblica di Weimar. Di origine ebraica, era nato a Stettino il 21 novembre 1880; per sfuggire alla persecuzione nazista si rifugiò, come altri intellettuali tedeschi ed austriaci, nella Francia del Sud, a Sanary sur Mer. Ivi morì il 6 gennaio 1941, in un campo di internamento dove, allo scoppio della guerra, era stato rinchiuso, come tanti suoi concittadini, in quanto straniero.
Negli anni '20, con la moglie Helen Grund, pittrice e traduttrice, e l'amico Henri-Pierre Roché, Hessel aveva dato vita ad una sorta di triangolo amoroso, del quale lo stesso Roché trasse ispirazione per il romanzo "Jules et Jim", cui in seguito si rifece il regista francese Truffaut nell'omonimo, indimenticabile film (1961/62)  con Jeanne Moreau.
Famoso per aver dedicato gran parte della propria produzione giornalistica alle passeggiate per le strade di Parigi -oltre che di Berlino, dove pure soggiornò-, L'autore tedesco è considerato il più significativo esponente, nel suo Paese, della cosiddetta "flanerie" (termine coniato, diversi anni prima, da Baudelaire), cioè l'arte di passeggiare con calma, senza una meta precisa, per conoscerne una città e penetrarne i segreti. A tale proposito pubblicò nel 1929 una raccolta di saggi, "Spazieren in Berlin". Tra i romanzi: "Pariser Romanze", 1920 ("Romanza parigina. Carte di un disperso", Adelphi, 1997, pp. 92) e il presente "Heimliches Berlin", 1927 (cioè "Berlino segreto"), scritto, tra il 1924 e il 1925 durante un breve soggiorno a Parigi, pubblicato nel 1927 ( l'editore era Rowohlt di Berlino, con cui a lungo lo scrittore collaborò) e ripubblicato in Germania solo nel 1982 (ed. Suhrkamp). La presente, con Elliot, è la prima edizione italiana, arricchita da un ottimo saggio introduttivo della traduttrice Eva Banchelli.
Teatro della vicenda -più che un romanzo, una sorta di commedia di costume in tredici scene, che si dipana nell'arco di ventiquattr'ore- è il quartiere Ovest della capitale tedesca, la zona attorno al vasto parco cittadino del Tiergarten, amata dalla borghesia colta e prediletta dall'intelligentia bohemienne, un "mondo di ieri" destinato a scomparire di fronte all'avanzata dei nuovi ricchi, coloro che hanno fatto fortuna negli anni della (prima) grande inflazione -1919/1924-. I luoghi che formano un universo che affiora qua e là, una sorta di "segreto" magico, custodito dai diversi personaggi nell'animo dei quali il difficile periodo di crisi, per il momento alle spalle, ha lasciato una consapevolezza di assoluta precarietà, un' inquietudine diffusa, un'ansia insopprimibile a spostarsi da un luogo all'altro, per trovare, forse (!), un significato alla propria esistenza. Ecco allora la figura principale della rappresentazione: Wendelin Domrau, bello, elegante, slanciato, un giovane la cui presenza allieta uomini e donne della sua cerchia, che vive a Berlino fino all'estate del 1924. Quando egli, dopo mille titubanze, se ne va -chissà fino a quando, poi...- tutti si accorgono del vuoto che ha lasciato. Compagna dei suoi stati d'animo è la bellissima Karola, la quale vorrebbe, a sua volta, partire, ma non riesce a prendere una decisione. Ama, ricambiata, Wendelin, ma nessuno dei due parrebbe riuscire a dar corpo al piano di fuga. Oltretutto è legatissima al figlio Erwin, di otto anni. Ella è sposata con Clemens Kestner, amico a sua volta di Wendelin, un colto e bizzarro docente universitario di filologia, studioso di storia antica e molto occupato nella traduzione di Omero. A una società avida di guadagno, egli contrappone una tranquilla morale del "non possesso". Hessel ce ne fa conoscere i sentimenti, prendendosi in modo bonario gioco di lui. Clemens ama davvero sua moglie, ma, di fronte alla prospettiva che Karola lo lasci per viaggiare con Wendelin, è più preoccupato dall'idea di perdere quest'ultimo (così narcisista, fragile e capace di rievocargli gli anni giovanili), piuttosto che la donna, con la quale, in fondo, il legame non si spezzerà mai! Evidenti sono, nell'intreccio, i riferimenti autobiografici.
Lo stile  è scorrevole, quasi musicale, in grado di adattarsi al registro itinerante del racconto. I toni ci sono tutti, con preferenza verso l'umoristico e l'ironico, come il contrasto tra i "sogni di gloria" di Wendelin e la modesta realtà della pensioncina in cui egli vive , "al quarto piano sopra negozi ed uffici, tra Friedrichstrasse e Unter den Linden". Protagonista assoluto è il paesaggio cittadino, che emerge discreto, il supporto imprescindibile, il sipario sul quale s'intrecciano le vite degli stravaganti personaggi, tutti  ritratti con cura dal vivo. I cognomi adottati sono espressione del personaggio stesso, ma in una sorta di rovesciamento sarcastico: ad esempio, un tale Schilfkrot (Ranocchia, in tedesco) è un applaudito cantante, ispirato ad una celebrità dell'epoca, realmente esistita e famosa a Berlino in quel periodo.   Donne fatali, alla Marlene Dietrich (alla quale Hessel dedicò un suggestivo libretto, nel 1931), come Margot, che ama indossare camicie maschili e passeggiare a cavallo nel Tiergarten, in compagnia di baldi giovani, Wendelin in testa, va da sé. O come l'inquietante, sessualmente ambigua, Fancy Freo, la cui specialità consiste nell'eseguire "le più audaci canzonette berlinesi con il massimo di raffinatezza e il minimo di sguaiataggine". 
Una quotidianità che finisce per coincidere con un grande caffè-concerto, ma che, sotto una veste spensierata e disinibita, nasconde una carattere di attesa drammatica; ma ancora pulsante di vita e di colore. Tra pochi anni il nazismo, accolto con entusiasmo da troppi -anche se Berlino non ne fu certo la culla-, coprirà tutto col suo nero sudario.  

Giudizio:
+5stelle+


Articolo di Mara


Dettagli del libro
  • Titolo: Berlino segreta
  • Titolo originale: Heimliches Berlin
  • Autore: Franz Hessel
  • Traduttore: Eva Banchelli
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: Maggio 2013
  • Collana: Raggi
  • ISBN-13: 9788861923485
  • Pagine: 149
  • Formato - Prezzo: Brossura; Euro 16,50
                 

19 giugno 2013

Drood - Dan Simmons

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I Contenuti

Il 9 giugno del 1865, durante un viaggio in treno in compagnia della sua giovane amante, Charles Dickens rimane coinvolto in un terribile incidente ferroviario, in seguito al quale incontra un misterioso e sinistro personaggio di nome Drood che cambierà per sempre la sua vita. Il racconto degli sconvolgenti avvenimenti che seguirono è affidato al suo migliore amico ed eterno rivale, Wilkie Collins, autore di libri di strepitoso successo come La donna in bianco e La pietra di luna, che viene coinvolto in una serie di indagini nell’underworld di Londra, attraverso sotterranei oscuri e misteriosi, colonie umane di derelitti e delinquenti, fumerie d’oppio clandestine, pratiche di mesmerismo e antiche sette segrete. Quando però l’enigmatico Drood sembra avvicinarsi alle loro ricerche, egli viene messo da parte da Dickens, il quale comincia a mostrare segnali inquietanti di cambiamento. Come se non bastasse, anche Collins inizia ad avere visioni inspiegabili, allucinazioni, un senso costante di minaccia. Provato fisicamente e mentalmente ma allo stesso tempo avvinto da questo gioco mortale, Collins si dibatte tra la paura della follia e il dubbio che tutto questo faccia invece parte di un diabolico piano della creatura che si fa chiamare Drood…

La Recensione

Non me ne vogliano i fan di Hyperion, ma l'unico traguardo raggiunto da Dan Simmons con questo Drood è quello di aver scritto uno dei libri più brutti che ho letto quest'anno. Anzi, considerando le aspettative, direi senz'altro il più brutto.
Sulla scia delle "note positive" aggiungerei che grazie a questo libro la mia (già elevata) insofferenza verso il romanziere Wilkie Collins ha raggiunto picchi indescrivibili. Di contro, il mio smisurato amore per Dickens sta iniziando a vacillare: perché non ci si mette a scrivere il primo romanzo mistery della propria carriera pochi mesi prima di morire, con il rischio concreto di lasciare l'opera a metà, autorizzando implicitamente i posteri a lanciarsi nella produzione di un'infinità di romanzi che si propongono di svelare il mistero attorno all'ultima opera di Dickens e invece svelano solo nuovi abissi di noia.
Faccio un passo indietro per i non-membri del "Charles Dickens fan club". Nel 1865 Dickens rimane coinvolto nel disastro ferroviario di Staplehurst, nel quale sei carrozze del treno su cui viaggiava precipitano da un ponte in riparazione.
Nonostante l'autore esca incolume dall'incidente ne rimane mentalmente sconvolto e fisicamente indebolito, dando inzio a un declino che lo porterà alla morte cinque anni dopo, prima che potesse completare il suo ultimo romanzo Il mistero di Edwin Drood. Siccome il destino è barbaro e meschino, il romanzo si interrompe proprio quando il suo protagonista, Edwin Drood, scompare improvvisamente senza lasciare alcuna traccia. Che fine ha fatto Drood? E' ancora vivo o è stato ucciso? E se così fosse, chi l'ha ucciso? E soprattutto, cosa spinse Dickens a scrivere un romanzo così cupo e angosciante, diverso da tutto il resto della sua produzione? 
Molti nella storia della letteratura hanno tentato di rispondere a queste domande, con risultati abbastanza sconfortanti. Simmons raggiunge a mio parere nuovi apici di inutilià trasformando del materiale così eccitante in una delle storie più noiose mai scritte. Egli si mette nei panni del romanziere Wilkie Collins, autore de La donna in bianco e grande amico e colaboratore di Dickens, e in prima persona narra gli ultimi cinque anni di vita del grande autore, da Staplehurst alla morte, cinque anni infestati dalla presenza di un personaggio tanto misterioso quanto pericoloso e sfuggente: il famigerato Drood.
Quello che Simmons vorrebbe scrivere è una sorta di viaggio allucinante, un incubo ad occhi aperti che trascina due fra i più importanti autori vittoriani nei labirintici bassifondi di Londra, prima cacciatori e poi vittime di una figura a metà fra realtà e leggenda, un pericoloso assassino dai misteriosi poteri sovrannaturali, deciso a sfruttare il loro talento per consegnare alla storia le sue spaventose gesta. Il risultato finale è purtroppo molto diverso e potremmo brevemente riassumerlo come la tediosa e pedante biografia di Dickens e Collins, scritta dallo stesso Collins. La causa di tutti i mali risiede nel fatto che, per scrivere quest'opera, Simmons ha deciso di documentarsi, sia sui suoi due protagonisti che sulla Londra vittoriana; in teoria questo tipo di ricerca dovrebbe essere scontata per qualunque scrittore che si rispetti ma evidentemente così non è, visto l'alto numero di lettori che sono andati in visibilio per le approfondite ricerche fatte da Simmons e soprattutto visto l'irrefrenabile desiderio di Simmons stesso di esibire il risultato delle sue ricerche nel romanzo. Ripetutamente ed estensivamente. Tanto che delle prime 400 pagine, quelle che effetivamente contengono una sembrianza di trama saranno al massimo una decina, tutte le altre raccontano la vita di Dickens, della moglie, dei figli e anche dei cani, e quella di Collins, più un estensivo resoconto delle opere pubblicate dai due, insieme e separati. Nelle ultime 400 pagine la situazione migliora ma non di molto (le pagine di trama sagono ad una cinquantina). Per di più queste informazione biografiche non solo sono per il 90% ininfluenti sulla trama, ma non sono in alcun modo mescolate con essa (del resto come potrebbero dato che la trama praticamente non esiste?), tanto che più che un romanzo sembra di leggere la tesi di laurea di uno studendello di letteratura inglese. Uno studentello mediocre per di più, che continua ripetere le stesse informazioni all'infinito (ho letteralmente perso il conto del numero di volte in cui si racconta che il fratello di Collins ha sposato la figlia di Dickens o di quante volte vengano ripetuti i nomi dei cani di Dickens. I cani di Dickens, per l'amor del cielo!). Per di più, le conoscenze diffuse da Simmons le potete recuperare tutte leggendo le biografie dei due romanzieri su Wikipedia, coiadiuvate dalla lettura di una paio di romanzi di Dickens stesso che vi forniranno una descrizione dei bassifondi di Londra molto più viva e vibrante della scolastica imitazione che ne fa Simmons.
Inoltre, il Collins di Simmons non è altro che una figura mediocre, petulante, codarda e rovinata dalle malattie veneree e dalla dipendenza dal laudano (cosa probabilmente vera) oltre che rosa dall'invidia verso l'amico-rivale di maggior successo, il quale, a sua volta, attraverso gli occhi gelosi di Collins appare come un bambinone ipocrita e borioso con un ego grande come l'intera Inghilterra (anche questa cosa probabilmente un po' vera). La rivalità fra i due viene ridotta a battibecchi fra due arroganti egocentrici e la narrazione, già lenta, ne soffre. Dell'angoscia che l'autore vorrebe evocare non vi è quasi traccia anche perché del personaggio chiave, il diabolico Drood, Simmons si dimentica per decine e decine di pagine di fila, senza contare che la risoluzione di questo delirio onirico che dovrebbe mantenerci svegli nei nostri letti la notte è palese fin dalle prime pagine per chiunque voglia ricordare che il narattore ingurgita bottiglie di laudano come fosse acqua minerale.
Questo è il terzo romanzo che leggo collegato o ispirato dall'opera incompiuta di Dickens, includendo Il ladro di libri incompiuti di Matthew Pearl e Il mistero di Edwin Drood riveduto e completato da Leon Garfield, ed è sicuramente anche il più deludente, il che è tutto dire se si considera che il libro di Pearl era stato un potentissimo sonnifero. Dickens era sicuramente un romanziere pieni di difetti ma ha creato personaggi e storie straordinarie, come sia possbile che coloro che decidono di ispirarsi a lui producano solo schifezze proprio non si spiega. Sarà il desiderio di emulazione senza averne il talento, sarà l'idea che i lettori sono una manica di ignoranti che non possono leggere un romanzo ambientato nell'800 senza subire una conferenza scritta sull'epoca vittoriana, fatto sta che sto seriamente considerando di abbandonare tutte le speranze e curare la mia astinenza da Dickens rileggendo le sue opere per l'ennesima volta.

Giudizio:
+1stella+

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo: Drood
  • Titolo originale: Drood
  • Autore: Dan Simmons
  • Traduttore: A. Tagliavini
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • ISBN-13: 9788861921573
  • Pagine: 817
  • Formato - Prezzo: Rilegato - Euro 14,60

22 maggio 2013

La sinfonia di Parigi e altri racconti - Irène Némirovsky

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I Contenuti

Agli inizi degli anni Trenta, Irene Némirovsky accantonò per un paio d'anni la scrittura di romanzi, per "subire" la fascinazione positiva e feconda da parte del cinema. Assidua frequentatrice delle sale cinematografiche, entusiasta per l'avvento del sonoro, l'autrice intuì nella settima arte, con sensibilità quasi profetica, una straordinaria risorsa per la scrittura, una fonte di suggerimenti e spunti anche tecnici, in grado di ampliarne le possibilità espressive. Fu così che nel 1931 nacquero le tre storie d'amore, "La sinfonia di Parigi", "Natale" e "Carnevale di Nizza", qui tradotte e pubblicate per la prima volta in Italia, con la speranza che potessero un giorno essere trasposte sul grande schermo. Del resto, per la scrittrice francese l'incontro con il cinema era già avvenuto con la realizzazione del film David Golder, per il quale il regista Julien Duvivier dichiarò di non aver avuto bisogno di aggiungere scene o modificare i dialoghi tratti dal romanzo omonimo, tanto la scrittura della Némirovsky si armonizzava perfettamente al ritmo e alle tecniche narrative cinematografiche. Nessuna di queste storie diventò mai un film, ponendo così fine alle sue speranze di poter lavorare come sceneggiatrice. Eppure, il tentativo non fu vano e la lettura di queste tre brevi opere potrà meglio farci comprendere quanto l'amore per il cinema abbia influenzato lo stile dell'autrice di "Suite francese".

La Recensione

Irène Némirovsky è sempre in grado di sorprenderti.
Con un libretto color viola dove, in copertina, spicca la sagoma della Tour Eiffel, l’Editore Elliot ci dona tre deliziose brevi novelle, espressione del genio poliedrico della grande scrittrice ebrea, ucraina di nascita (1903), naturalizzata francese, morta ad Auschwitz nell’estate del 1942, dove perì forse soppressa nella camera a gas, forse sopraffatta dal tifo.
In “La sinfonia di Parigi e altri racconti” l’A. si cimenta con una nuova modalità espressiva.
Infatti, all’inizio degli anni Trenta del Novecento, attratta dall’incanto della settima arte, il Cinema, ella lasciò temporaneamente il genere “Romanzo” per cimentarsi con una scrittura, per così dire, “ottica”, adatta a una versione cinematografica. Vennero così alla luce, nel 1931, “La sinfonia di Parigi", "Natale" e "Carnevale di Nizza”, tre racconti ambientati a Parigi, ora tradotti e pubblicati in italiano per la prima volta.
Del resto, come ci viene ricordato nella presentazione, l’incontro di Némirovsky con lo schermo era già avvenuto grazie alla realizzazione del film “David Golder” di Julien Duvivier (1931, prima pellicola sonora del regista francese), tratto dal suo omonimo romanzo, uscito due anni prima.
Anzi il cineasta affermò di non aver avuto bisogno di aggiungere scene o modificare dialoghi, tanto la scrittura si sposava col ritmo e le tecniche cinematografiche.
Nessuna delle tre storie qui presentate diventò un film e i tragici eventi che, anno dopo anno, si susseguirono, non ci hanno consentito di vedere una Irène matura, magari celebrata sceneggiatrice, oltre che romanziera illustre. Ma esse ci regalano una prosa gradevole, di agile e veloce lettura, perché quanto mai coinvolgente.
Una scena sfocia nell’altra, le dissolvenze giungono al momento giusto; uno stile sonoro, onomatopeico. “Prima, un’immagine silenziosa, poi il dolce brontolio di Parigi, simile alla vibrazione di una corda di violino […]il fischio di un treno, alcuni colpi di clacson, resi più dolci, sfumati, dalla distanza. Il ticchettio della pioggia su una lunga strada”.
Tanti piccoli quadri esatti, ben disegnati, mai artificiosi. E’ il mondo dove giunge Mario Cavalhère, il protagonista del primo racconto, “La sinfonia di Parigi”: è un giovanotto di provincia, giunto nella capitale per frequentare i corsi di composizione musicale al Conservatorio. Il suo sogno è scrivere, un giorno, “la sinfonia di Parigi”. Egli dovrà passare attraverso fallimenti, delusioni e dolori (anche affettivi), farà i conti con i compromessi che la vita, prima o poi, impone, potrà contare su pochissimi amici, come un anziano musicista bohémien di cui seguirà tutto solo il funerale, ma, alla fine, grazie al lavoro, alla sofferenza, all’amore, la sinfonia prenderà corpo, concludendosi in “un inno solenne e gioioso”.
La seconda novella ci presenta una famiglia della medio/alta borghesia, padre, madre, due figlie adulte, poco più che ventenni, due figli minori, maschio e femmina, ancora bambini. Tutto ruota attorno alla festività del Natale, inteso non certo come solennità religiosa, ma come insopportabile, bensì irrinunciabile, Rito Collettivo, da celebrarsi in un clima misto di conformismo e falsità. Stupendo il ritratto dei genitori: due persone anziane, che non hanno mai conosciuto giovinezza, astiose l’una verso l’altra e contro il mondo intero: “Lui è calvo, piccolo di statura e brutto. Grugnisce, di cattivo umore: ‘…che stupida usanza andare al veglione natalizio, invece di restarsene tranquillamente a casa propria…’. La signora, imbellettata, civettuola, vecchia, tozza…”. Ti chiedi subito come possano, due creature così attempate, avere un paio di figli ancor piccoli, gli unici, in famiglia, a credere nella magia del Natale; immagino per poco tempo ancora…
Scopri poi che, nonostante l’apparenza scoraggiante, entrambi i coniugi si prendono, per così dire, le loro libertà: inevitabile.
Il fulcro della storia sono le vicende amorose delle due figlie maggiori, Marie Laure e Claudine, sempre impegnate a divertirsi in balli e ricevimenti, pur sotto l’occhiuta sorveglianza di madri e zie, nonché alla ricerca un… buon partito per sistemarsi. “Ragazzo perbene”, così il padre valuta un certo pretendente; e, va da sé, il termine significa esclusivamente ricco di famiglia, secondo la ferrea, intramontabile morale borghese. Poco importa, è chiaro, come queste ricchezze siano state acquisite. Le ragazze riescono, di tanto in tanto, a sfuggire al controllo e, specie una, a cercare guai. Ma sarà proprio il perbenismo ipocrita nel quale hanno sempre vissuto, unito ad una certa astuzia femminile, a salvare il tutto. Con soddisfazione, sia pur moderata, come si conviene, dell’intera famiglia. Dissolvenza.
“L’illusione dell’amore” potrebbe essere il sottotitolo dell’ultimo racconto, “Carnevale di Nizza”, dove l’Autrice ci delizia al massimo con i suoi virtuosismi letterari, in grado di sortire un continuo effetto sorpresa. A cominciare dalla trovata di mandare all’indietro, dal 1932 al 1907, le “lancette” della grande meridiana della chiesa posta in Place de la Trinité di Parigi. Il frastuono della metropoli cede il posto ad un’atmosfera calma e dolce da Belle Époque. Sul tetto praticabile dell’omnibus, il cosiddetto imperiale -predecessore dei tram-, “compare una struttura di cui [...]è impossibile precisare la natura e l’uso. Zampilli di garza, uccelli [...] fiori artificiali: i fiori tremolano al vento sugli steli di ottone, gli uccelli becchettano ciliegie”.
Che strana scena è mai questa? La spiegazione giunge dopo qualche istante di perplessità: “…una volta che l’immagine si rimpicciolisce e arretra, si capisce che si tratta del cappello della giovane donna”.
Per la strada, intanto, passa il “vecchio donnaiolo”, monocolo e ghette chiare, intento a seguire una graziosa modista, mentre due uomini giungono in senso inverso discutendo i fatti politici del giorno. Lo Zar, i Balcani…
I protagonisti sono una coppia ancor giovane: Simone e René Jacquelain. Ordinati, di bell’aspetto senza far girare la testa, tranquilli. L’armonia viene pian piano sconvolta dalla presenza di un cugino di lui, Tony, ventenne -in teoria studente, in pratica perdigiorno-, che si è installato in casa loro. Eccone l’immagine: “…magro e muscoloso, capelli bruni che ricadono in riccioli disordinati sulla fronte, un’aria beffarda e volitiva da bambino viziato. Tiene sotto il braccio una cartella da studente. La scaraventa sul tavolo. ‘Buongiorno, ragazzi miei!’”.
Il dipanarsi della storia non lo racconto per non sciupare al lettore la sorpresa. Il fattore Tempo, che tutto trasforma, il richiamo, cui non si può resistere, della Vita reale, fatta di Prestigio e di Carriera, cancellano la fallace gioia dei Sentimenti, l’abbaglio di un Amore che tuttavia forse non avrebbe mai potuto concretizzarsi.
“La giovinezza è breve, l’amore passa…”. Lo ricorda la canzone del carnevale.

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Mara

Dettagli del libro
  • Titolo: La sinfonia di Parigi e altri racconti
  • Titolo originale: La symphonie de Paris, Noël, Carnaval de Nice
  • Autore: Irène Némirovsky
  • Traduttore: Ilaria Piperno
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: Novembre 2012
  • Collana: Lampi
  • ISBN-13:  ISBN 9788861923102
    Pagine: 91
  • Formato - Prezzo: Brossura; Euro 9,00

06 febbraio 2012

Intervista a Marilù Oliva, autrice di 'Fuego'.

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L'autrice

Marilù Oliva vive a Bologna. Insegna lettere alle superiori e scrive. Fuego (Elliot, 2011) è il suo terzo romanzo, dopo ¡Tú la pagarás! (Elliot, 2010), in cui è comparsa per la prima volta la conturbante e dannata Elisa Guerra, detta La Guerrera, e dopo Repetita (Perdisa Pop, 2009). ¡Tú la pagarás! si è classificato in finale nel prestigioso Premio Scerbanenco, Repetita ha vinto il Premio Azzeccagarbugli Sezione Opere Prime ed è arrivato secondo al Festival Camaiore Letteratura Gialla. Entrambi i libri sono giunti in finale al Bloody Mary Award. Ha pubblicato racconti per il web e testi di saggistica, l’ultimo è uno studio sulle correlazioni tra la vita e le opere del Nobel colombiano Gabriel García Márquez: Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, Sugarpulp.Il suo sito è www.mariluoliva.net

Il Libro

Una torrida estate bolognese, un piromane che gioca col fuoco e una morte strana, molto strana, legata a culti sciamanici. L’autopsia conduce ai locali notturni latino-americani della provincia, il regno della Guerrera, al secolo Elisa Guerra. Capoerista nonché pubblicista e studentessa di criminologia, lei è concentrata in una lotta per la sopravvivenza: gli ostacoli sono il disinganno della vita, la precarietà e un’occupazione di cui si vergogna. Quando l’ispettore Basilica la coinvolge nelle indagini, lei ci si tuffa nel suo modo incosciente, senza riserve, così come balla e beve rum. Un nuovo viaggio nei controsensi delle notti di salsa e dei personaggi che le animano, molti ammantati di nomi pittoreschi: Princesa, El Tigrón, El ChupaChupa. Smanie di potere, ripicche, desideri muovono i loro passi in caldissimi, sensuali balli e qualcuno forse, nell’ombra, sta macchinando un nuovo delitto. La Guerrera osserva e fotografa: se inciampa, è per l’incapacità di riconoscere gli imprevisti mascherati. Poco conta che si presentino sotto forma di sconosciuti, di serpenti esotici, di sogni chimici o di una bellissima voce nera d’oltreoceano giunta dall’oltreoceano. Lei cadrà ma subito dopo si rialzerà, ecco spiegata l’essenza profonda del suo soprannome. Non è del tutto sola, questa lottatrice di capoeira che conosce segreti e perversioni di ballerini e insegnanti di danza: l’amica Catalina, con la sua dolcezza azzurra e i suoi studi di alchimista, l’aiuterà nell’interpretazione esoterica del fuoco e Dante le coprirà le spalle con la saggezza dei suoi versi indelebili.

L'Intervista

1) Ciao Marilù, benvenuta e complimenti vivissimi per il tuo libro ‘Fuego’. La tua protagonista, Elisa Guerra, detta la Guerrera, è una donna che incarna volitività, intelligenza e determinazione. Sembra essere indistruttibile e possedere una fonte segreta di energia. Qual è il suo segreto?

Credo che il suo segreto risieda nella sua dannazione. La Guerrera, è una giovane donna che la vita ha sbalzato in un mondo non facile. Non ha filtri, non ha protezioni se non il suo guscio di pessimismo e forza combattiva. Ho scelto di chiamarla così perché sia il cognome che il soprannome recano in sè l’idea delle battaglie che quotidianamente deve affrontare. Poche volte vince, spesso viene sconfitta, ma non soccombe mai. Ha dei sogni in un cassetto che resta sempre chiuso e questo contribuisce a peggiorare la sua accidia. Non crede nell’amore, non crede nemmeno nell’uomo, il suo è un materialismo puro che non concede spazio a nulla di spirituale. La salsa è l’unico lenitivo, insieme all’amicizia e ad altri effimeri piaceri della vita, come il rum e le patatine fritte.

2) Nei tuoi libri ricorrono spesso rituali e mitologia. La simbologia del fuoco, attorno a cui si svolge ‘Fuego’, abbraccia simboli esoterici, misteriosi, nascosti… Catalina, l’amica piú fidata della Guerrera, sembra conoscere i segreti delle forze misteriose che interagiscono tra la natura e l’uomo. La lettura delle carte sembra servirle come mezzo per porsi ad un livello più alto, quasi puramente istintivo, come se si creasse un ponte tra la realtà e le forze occulte che scorrono parallele. Da dove viene la sua conoscenza?

Da anni di studi esoterici, da un apprendistato alchimistico e da una propensione naturale alla magia. L’elemento occulto si è incarnato in Catalina - cartomante, astrologa e molto altro – perché lei mi consente di portare avanti il dualismo tra la magia e la concretezza, speculare nella coppia Catalina-La Guerrera. Le due sono un esempio di integrazione positiva: Catalina poggia i piedi su credenze cosmiche, La Guerrera è atea e materialista, ma entrambe convivono pacificamente, stimandosi, e nessuna delle due pretende di far cambiare idea all’altra.

3) Il commissario Basilica è un uomo di cui ci si innamora alla prima lettura. Ci si appassiona soprattutto per le sue debolezze, per il suo non essere un ‘super-uomo’, per i suoi dilemmi e le sue rinunce. Come si sta evolvendo il rapporto tra Elisa e Basilica?

La tensione tra di loro aumenta. Ognuno deve fare i conti col suo fardello di problemi, ricordi, sensi di colpa. Ognuno è messo con le spalle al muro dalle proprie debolezze. Ma siamo vicini alla quemadura. Alla bruciatura.

4) Il tuo libro trasuda fuoco, passione, sensualità. Quale musica ti ha ispirata mentre scrivevi ‘Fuego’. Qual è la canzone che Elisa ama di più?

La complessità della salsa e l’amore “totalitario” di Elisa verso questo genere le impediscono di scegliere una sola canzone. Ti dico però che ama le salse dure e movimentate. La Excelencia è uno dei suoi gruppi preferiti, ma non solo.

5) Elisa conosce perfettamente la Divina Commedia che è divenuta, per lei, una fonte di conoscenza dell’animo umano che applica continuamente e che le serve per comprendere le azioni e le debolezze di chi la circonda e, dove è possibile, di prevederne le intenzioni…

La Guerrera è rimasta presto senza genitori ed è stata cresciuta da una prozia (tema, questo, che approfondirò nel prossimo romanzo) che ha un concetto distorto di cultura e l’ha obbligata a ricordare a memoria la Divina Commedia. Ma ha imparato con il cuore quei versi e li riesuma all’occorrenza: Dante è diventato un amico prezioso, un anello di congiunzione tra alta poesia e vita quotidiana. Per lei non è un insigne rappresentante della letteratura italiana: per lei è un amico che la rassicura con la sua pacca sulla spalla.

6) Che cosa desidera di più Elisa Guerra dal lavoro, dal futuro e da se stessa?

In Fuego lei ha smesso di desiderare. Forse ricomincerà, nel prossimo romanzo.

7) Tutti i tuoi personaggi sono unici, li ritroveremo in una nuova avventura della Guerrera?

I protagonisti e i comprimari torneranno. Tra i personaggi secondari, alcuni spariranno, altri no. Ci sono personaggi come il peruviano El Pony, il dj tozzo rancoroso e iroso, che va in giro con una pedanina e che detesta La Guerrera, che non posso abbandonare, ci sono troppo affezionata! Oppure anche Princesa, la mulata meravigliosa dalla pelle color nocciola, di cui si racconta in giro qualche segreto lascivo...

8) Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto sceneggiando una graphic novel sulla Guerrera, i disegni sono del bravissimo Niccolò Pizzorno.

9) Qual è il tuo messaggio per i tuoi lettori?

Ne ho sparsi alcuni, qua e là. Senza pretese, solo per chi ha voglia di riconoscerli.

10) In questi giorni è scoppiata una – in realtà vecchia – polemica sulle marchette letterarie. Tu che ne pensi?

Sono contraria alle marchette in ogni senso e proprio per questo mi stupisco. Perché quasi sempre mi capita una cosa curiosa: in generale, quelli che sbraitano contro le pagliuzze negli occhi degli altri, ignorano completamente le travi che offuscano i propri, di occhi. Ci sono marchette di vario tipo: conosco un’infinità di gente che ha pubblicato un libro o che ricopre un ruolo di rilievo solo perché ha ricevuto favori dalle conoscenze giuste.

11) Tu scrivi per diverse testate, da Carmilla a Thriller Magazine. Secondo quali criteri fai le tue recensioni?

Innanzitutto questioni di tempo mi impongono una dura selezione dei libri, non riesco a recensirne più di cinque al mese, quando va bene. Scelgo quelli che mi piacciono di più, anche se mi capita di non aver tempo per commentare romanzi che ritengo molto belli. Mi piace conoscere autori nuovi, italiani ma anche stranieri, quindi è difficile che recensisca per tre anni di seguito lo stesso scrittore, a meno che non sia uno dei miei preferiti (e sono pochissimi).

12) Esiste una recensione oggettiva al 100%?

Ad oggi no. Ogni recensione è filtrata dai gusti personali, dalla disposizione d’animo, dal background del critico. In qualsiasi libro, se mi ci metto, posso trovare più di un difetto. Ci sono commentatori che – avendo scelto a priori di parlare male di quel libro e di quell’autore (per le marchette letterarie di cui parlavamo sopra, ad esempio, o per proprie antipatie personali) cercano quello che secondo loro è un difetto e ci si concentrano sopra, magari mettendo in secondo quello che davvero conta.

13) Cioè, cosa davvero conta?

Be’, innanzitutto la scrittura (è una scrittura interessante/originale/scorre via bene o è omologata, ripetitiva, noiosa?). Poi la tenuta della storia, la potenza dei personaggi, l’originalità.

14) Perché dici “Ad oggi no”? In futuro potrebbe cambiare la situazione?

Se si individuassero dei criteri onesti per recensire, sì. Delle linee guida collegate ai punti di cui parlavamo sopra. Ma credo che ora non sia fattibile, siamo troppo conservatori per adattarci a quello che è poi accaduto, ad esempio, coi criteri docimologici della scuola: prima gli insegnanti davano un voto al tema di italiano secondo il loro personale giudizio globale, adesso devono - giustamente - attenersi a una griglia di valutazione.

15) Cosa pensi della critica che dilaga sul web e di realtà come anobii?

L’ho sempre sostenuto: il web è un’opportunità di democrazia. Tutti possono accedervi, tutti possono esprimersi. Anobii è un esempio in piccolo di questa democrazia. È molto bello che esista una tale comunità di bibliofili e io presto attenzione a quello che i lettori dicono. Se una persona ti legge, significa non solo che ha speso dei soldi per acquistare il tuo libro o si è preso la briga di andare a sceglierlo in biblioteca, ma significa soprattutto che ti ha dedicato del tempo, delle energie, delle emozioni, e questa è la cosa più preziosa. C’è infine da distinguere un’esigua fascia di persone che utilizzano questi contenitori come valvola di sfogo alla loro frustrazione.

16) Come ci si difende?

Basta ignorarli. Nel momento in cui ti metti in gioco con una pubblicazione, sai che ti aspetta anche questo. Ma sono episodi limitati, per fortuna. Nel web si conosce anche tanta gente interessante!

Grazie Marilù e ancora tanti complimenti per il tuo libro ‘Fuego’.

Grazie a te per l’ospitalità e un abrazo muy fuerte!



Articolo di Vittoria A.

22 settembre 2010

Intervista a Marilù Oliva, autrice di "Tu la Pagaras!"

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L'autrice: Marilù Oliva è nata e vive a Bologna dove insegna lettere alle superiori. Prima di laurearsi ha fatto l'insegnante di salsa, l'autista di autobus e l'impiegata. Ha inoltre lavorato per diverse redazioni ed e' stata direttrice artistica di una rivista di musica e cultura latinoamericana e ha coordinato e presentato un programma televisivo per una rete locale, Rete8. Le sue passioni sono la salsa cubana e portoricana, sia in musica che in ballo, l' America Latina, Gabriel Garcia Márquez, Dante Alighieri, Catullo, i Borgia, cinema, fumetti, storia antica e contemporanea, letteratura noir (e non solo), giornalismo, web, criminologia. Marilu' scrive narrativa e saggistica e legge tantissimo.


www.mariluoliva.net
www.carmillaonline.com
http://mariluoliva.splinder.com/
http://www.thrillermagazine.it/
www.facebook.com

Il libro: Bologna. È quasi finita la notte quando, in una sala da ballo di salsa e merengue, viene ritrovato il cadavere del barista del locale, Thomàs Delgado. Molti sono i potenziali indiziati, prima tra tutti la Guerrera, fidanzata di Thomàs. Disincantata, scanzonata, impulsiva, un po’ vanitosa, un po’ maschiaccio, vera salsera, spirito combattivo, la Guerrera lavora presso una sorta di redazione-garage per un giornale diretto da un becero individuo. È guerriera di capoeira, l’arte marziale brasiliana nascosta sotto forma di danza, e oltre alla salsa ha due grandi passioni: Dante Alighieri e le patatine fritte. Vive con Catalina, l’amica cartomante, appassionata come lei di balli latinoamericani e santeria. Le indagini vengono condotte dall’ispettore Gabriele Basilica e si incrociano con quelle della Guerrera, che lo introduce nel mondo della salsa, svelandogliene fascino e incoerenze, verità e mistero. La ragazza a volte si contraddice, tanto che i sospetti cadono a più riprese su di lei. Infatti, avrebbe avuto molte buone ragioni per farla pagare a Thomàs, inguaribile sciupafemmine. Nel frattempo un altro cadavere viene ritrovato nella campagna emiliana: anche in questo caso la vittima è legata all’ambiente dei locali di salsa e merengue. E così, tra insegnanti di danza, animatori pugliesi che si spacciano per latinoamericani, ballerine bellissime e signore rifatte, esibizionisti, rituali religiosi affascinanti e arcani, storie di sesso torbido, gelosie e superstizioni, l’ispettore Basilica si trova catapultato in un mondo per lui inedito e pressoché incomprensibile. Però proprio dagli orishas, gli dei della santeria cubana, quando tutte le piste sembrano condurre solo a un vicolo cieco, verrà un aiuto inaspettato che porterà Basilica di fronte a una verità sorprendente... (Quotando la descrizione su aNobii)

1. Ciao Marilù, complimenti per “Tu la pagaras”, veramente bellissimo. Il tuo romanzo ci porta lontano, nella bellezza misteriosa di Cuba e dei suoi rituali. Da dove è nato questo interesse?

Grazie, Vittoria. L’interesse per Cuba e per la sua religione è puramente antropologico ed è nato quando all’università diedi un esame sul sincretismo religioso delle civiltà post-colombiane. Ciò che mi affascina di più del pantheon religioso cubano sono le caratteristiche degli orishas (sorti dall’incrocio tra i santi cattolici, le divinità africane degli schiavi yoruba e quelle degli autoctoni lucumì), che molto hanno in comune con le antiche divinità greche o romane: provano emozioni molto simili a quelle degli uomini: invidia, rabbia, amore.

2. La storia si svolge a Bologna, ma gli eventi si susseguono nel mondo delle danze caraibiche. Qual è stata la tua esperienza con il ballo?

È stata un’esperienza molto intensa che mi ha letteralmente rapita e che è inscindibile da quella musicale. Io ballo spesso e ascolto salsa quasi tutti i giorni.

3. Elisa “La Guerrera” è la protagonista. Che rapporto hai con lei? Ti somiglia?

Sì, mi assomiglia anche se siamo molto diverse. Fisicamente è piccolina come ma mentre io sono molto chiara (carnagione, occhi, etc), lei è scura. Ha gli occhi arabi e neri, i capelli scuri lunghissimi e il viso un po’ rovinato. Caratterialmente è l’esasperazione di quello che ero io a vent’anni, quando andavo a ballare la salsa: impulsiva, arrabbiata con un mondo non sempre giusto, azzardatrice. Lei regge l’alcol molto meglio di me e soprattutto è una vera guerriera di capoeira! Con lei ho in questo periodo un rapporto ossessivo perché sono alla stesura del secondo romanzo della serie appunto de “La Guerrera”: la penso spesso, la leggo spesso, delle volte pretendo da lei più del dovuto.

4.Elisa è forte e determinata ma anche profondamente umana, dolce, sensibile, con una spiccata propensione a mettersi nei pasticci. Raccontaci come è nato questo personaggio che si farà sicuramente amare sia dal pubblico femminile che da quello maschile.

Elisa Guerra esisteva già in un manoscritto risalente a un decennio fa. Un mistery di quattro amiche (esisteva anche il personaggio di Catalina) che non ho mai pubblicato. Ho deciso di estrapolare questi due personaggi perché secondo me erano i più forti, narrativamente parlando. La Guerrera, come hai sottolineato, presenta diverse ambivalenze: è profondamente umana ma anche cinica, dice di non credere in nulla ma si lascia suggestionare dai tarocchi di Catalina, fa il maschiaccio ma è vanitosa. La contraddizione è la metafora delle verità mancate: qui nessuno –figuriamoci io!- ha una verità da sbandierare.

5. Il tuo romanzo presenta una galleria di personaggi unici e interessantissimi, con dei soprannomi che riassumono una vita intera. Parlaci un po’ di loro.

I soprannomi sono tipici dell’ambiente latino. C’è chi se li sceglie con cura e con un pizzico di vanità, come El Tigròn dj. C’è chi invece se li trova suo malgrado appioppati, come il personaggio di El Pony. Lui è un dj strafottente, ignorante e irascibile che, credendo di fare una scelta ganza, aveva anni prima deciso di battezzarsi El Bonny. Ma, data la sua conformazione tracagnotta e la sua lunga testa equina, il suo nome è stato storpiato in El Pony appunto. È un personaggio molto buffo che si porta appresso nella console di ogni discoteca una pedanina sopraelevante, di quelle che usano gli atleti di ginnastica artistica. Poi c’è Princesa, ballerina venezuelana: portamento regale, bellezza ambrata frutto di secoli di incroci ben riusciti: una vera principessa, esteriormente, come dice il soprannome. El Cubano è un barese che si spaccia per cubano e io trovo questo individuo molto realistico: quante persone conosciamo, che fingono di essere quello che non sono? Quanti si rivestino di qualità o dettagli che non possiedono e si sentono davvero vivi solo quando portano avanti la loro pantomima?

7. L'ispettore-capo Basilica è un uomo tutto d’un pezzo che però, grazie alla protagonista, nel corso del romanzo inizierà a porsi delle domande sulla propria felicità. Nei tuoi libri la componente psicologica è sempre molto forte. Che cosa spinge Basilica a dubitare delle proprie scelte? Quanto incide, secondo te, la passione nella vita delle persone?

Incide molto se uno si lascia andare alla passione. Basilica si è ritrovato, verso i trentacinque anni, sposato con una moglie che non ama, cui si è unito per forza d’inerzia. Il lato negativo di Basilica è che è troppo dedito al dovere e questo gli ha fatto spostare l’attenzione da questioni molto importanti come l’amore o la soddisfazione personale. L’incontro con La Guerrera sarà sconvolgente, in questo senso, e salutare: lui almeno comincerà a porsi delle domande. Non è detto che arriveranno subito le risposte, però.

8. Può una passione cambiare il corso di una vita?

Come no! Non solo può cambiare il corso della vita, ma contribuisce a renderla molto, molto più piacevole.

9. Dante Durante è sempre presente, come una voce di fondo, a sottolineare, con la sua saggezza, che da sempre le vicende umane seguono dei percorsi quasi obbligati. E la musica delle salsa, in sottofondo, scandisce il ritmo di amori, illusioni, delusioni, speranze, malinconie, desideri. Un connubio perfetto. Da dove è nata l’ispirazione?

Dante è una mia grandissima passione fin dai tempi del liceo. All’università scelsi di sostenere due esami in filologia dantesca col professor Pazzaglia, esimio dantista. E oggi, grazie al cielo, ho modo di leggerlo spesso grazie al mio lavoro (sono insegnante di lettere). Nel romanzo Dante ha una funzione precisa: rappresenta la cultura seria, densa di umanità, costruttiva versus la cultura nozionistica di cui si ammantano alcune categorie di intellettuali/personaggi. Elisa è stata costretta a imparare la Commedia a mente, ma ha trasformato questa acquisizione puramente mnemonica in un alleato prezioso: ora Dante è sempre con lei, pronto a uscire, attraverso il suo pensiero, con qualche verso che le funge da farmaco in situazioni difficili. Alcuni passi di Inferno, Paradiso e Purgatorio sono per lei occasione di ricevere una pacca sulla spalla, un consiglio, di fare un sorriso.

10. Catalina è un personaggio chiave. Legge le carte, cucina divinamente e soprattutto conosce profondamente il cuore delle persone. Tutti noi vorremmo un’amica come lei. Come nasce questo personaggio.

Catalina esiste ed è inventata allo stesso tempo. Nasce, come ti ho sopra detto, in un precedente manoscritto e ha il nome spagnoleggiato della persona a cui mi sono realmente ispirata: Caterina. Della sua diretta ispiratrice Catalina ha diversi aspetti: tutto ciò che riguarda il rapporto col cielo e col soprannaturale l’ho ripreso dalla realtà. La mia amica fa i tarocchi (e non sbaglia mai, ma per me è tutto un caso!), è esperta di astrologia e alchimia, è grande interprete degli eventi e ha gli occhi turchesi. Ma non sa cucinare come la Catalina del romanzo e di diverso ha altri particolari che non posso svelare!

11. Catalina legge le carte. Qual è il tuo rapporto con l’esoterismo?

Mi affascina ma fondamentalmente sono un’agnostica.

13. Cosa mi risponderebbe la Guerra se la salutassi dicendo “a presto, anzi, alla prossima avventura?”

Stasera ti porto a ballare!

14. Cosa prevedono le carte di Catalina sulle future vicende della sua più cara amica?

La Guerrera non si farà fare le carte tanto facilmente. Lei non crede in niente. Ma se Catalina la prendesse a tradimento e gliele facesse, allora uscirebbero i tarocchi del sole, delle stelle e del diavolo. In sintesi: fuoco, fuoco, fuoco.

Grazie Marilù, un fortissimo abbraccio.

Un abbraccio a te, carissima. E grazie mille per le tue belle domande.

Articolo di Vittoria A.





 

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