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14 novembre 2013

Intervista a Jo Walton, autrice di "Un altro mondo"

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L'autrice
Jo Walton è un'autrice di fantasy e science fiction di origine gallese che attualmente risiede a Montreal, in Canada, con il marito e il figlio. Nata nel 1964, la sua prima opera è stata The King’s Peace (2000) seguita da The King’s Name (2001). Nel 2002 ha vinto il John W. Campbell Award come Miglior Scrittore Esordiente e da quel momento non ha più smesso di pubblicare romanzi, tra cui ricordiamo Tooth and Claw che le ha fruttato nel 2003 il World Fantasy Award per il miglior romanzo e naturalmente Among others - Un altro mondo, che viene oggi pubblicato in Italia da Gargoyle dopo aver vinto l'Hugo e il Nebula Award per il miglior romanzo.


Il romanzo

Allevata da una madre pazza che si diletta con la magia, Morwenna Phelps ha trovato rifugio in due mondi. Crescendo in Galles, Morwenna giocava con gli spiriti che avevano trovato la propria casa tra le fabbriche in rovina. Ma la sua mente ha da sempre trovato libertà e speranza nei romanzi di fantascienza che sono stati i suoi più cari amici. Almeno finché sua madre non decide di tentare di piegare gli spiriti al suo volere costringendo Mori a confrontarsi con lei in una battaglia magica che la riduce ad un'invalida e costa la vita alla sua gemella. Rifugiatasi a casa del padre che fino ad allora non aveva mai conosciuto, Mori viene spedita in un collegio inglese, un luogo totalmente privo di magia. Isolata e malinconica, la ragazza tenta il fato eseguendo magia da sola, nella speranza di trovare nuovi amici più simili a lei. Ma la sua magia attira nuovamente l'attenzione della madre, accelerando una resa dei conti che non può più essere rimandata... Combinando elementi autobiografici con creazioni della sua immaginazione, sulla scia di romanzi come La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, Un altro mondo si conferma come il potenziale romanzo rivelazione di un'autrice il cui genio è già stato riconosciuto da figure di primo piano come Kelly Link, Sara Weinman e Ursula K. Le Guin.

L'intervista


Il testo dell'intervista in lingua originale lo trovate in fondo al post.
Scroll for english version.


Salve Jo, grazie per quest'opportunità di chiacchierare con te a proposito del tuo ultimo romanzo "Un altro mondo", che mi ha davvero colpita.
1. In "Un altro mondo" si racconta la storia di una fan di fantascienza che vive in un mondo popolato da creature fatate. In molti hanno commentato che questo romanzo conferma la commistione fra fantascienza e fantasy, sebbene i fan più accaniti dei due generi si ostinino a considerarli totalmente separati. Che cosa ne pensi? Fino a che punto fantasy e fantascienza sono connessi (se lo sono)?

Beh, storicamente sono stati scritti dagli stessi autori e letti dagli stessi lettori. Penso sia utile avere una più ampia definizione di genere che li includa entrambi -- spesso ciò che vogliono i lettori è essere diversi, singolari.
Nel libro è presente una domanda: "Chi preferiresti incontrare, un Plutoniano o un elfo?". Ecco, questa è una domanda su fantascienza e fantasy, il mito e il futuro. Certamente si tratta di due cose diverse ma che hanno molto in comune se le si confronta entrambe con la nostra realtà di tutti i giorni.


2. Mori, la protagonista di "Un altro mondo", divora praticamente ogni pezzo di sci-fi su cui riesce a mettere le mani. Come molti lettori ho particolarmente gradito veder citati così tanti titoli che mi sono piaciuti e mi sono anche fatta una lista di quelli che non ho letto ma potrebbero interessarmi. Avevi pianificato il tuo romanzo come un omaggio (alcuni hanno detto "una lettera d'amore") alla fantascienza o è stata un'inevitabile conseguenza della storia che volevi raccontare? Tra i libri letti da Mori, quali sono i tuoi preferiti?
Una delle caratteristiche del romanzo è che è semi-autobiografico per quanto concerne il rapporto di Mori con i libri. Mori legge per avere mezzi con cui affrontare il mondo, i suoi problemi nell'universo fantastico e quelli nel mondo reale. Esattamente ciò che ho fatto io da ragazzina. Non legge solo fantascienza, ma principalmente è la fantascienza che l'aiuta e l'attira.

I miei preferiti... beh, Tolkien, sempre, e anche Le Guin e Delany sono ancora tra i miei preferiti. Ma non ho mai avuto l'intenzione di creare per gli altri una lista di libri da leggere -- Mori sta ancora sviluppando il proprio gusto personale, per cui legge anche un po' di spazzatura lungo la strada.

3. Una delle caratteristiche più interessanti di questo romanzo è il modo in cui viene trattata la magia: non ci sono bacchette magiche o incantesimi e spesso gli eventi magici sono così evanescenti che potrebbero tranquillamente essere scambiati per destino o mere coincidenze. Cosa ti ha ispirato questo approccio "discreto", così diverso da ciò che siamo abituati a vedere nei fantasy moderni? Spesso nel libro dici che Il signore degli anelli è il libro preferito di Mori e che Tolkien "aveva veramente capito la magia": il suo lavoro ha influenzato la tua visione della magia?

In effetti non c'è molta magia esplicita in Tolkien, sebbene i suoi imitatori avessero la tendenza a inserirne molta di più.

Stavo scrivendo di questo mondo. I libri che cercano di infilare la magia nel nostro mondo spesso mi infastidiscono perché, se la magia funzionasse veramente nel modo in cui viene descritta, allora sarei stata un'idiota a non averla notata, e non sono un'idiota. Volevo un impianto magico che fosse perfettamente integrato con la nostra realtà, invisibile e impercettibile -- non falsificabile, facilmente confutabile. Volevo qualcosa di cui la gente non potesse dire "Non è così che funziona". 

4. Devo ammettere che spesso, durante la lettura del libro, mi sono chiesta se Mori fosse veramente capace di eseguire incantesimi e vedere le fate o se non fosse semplicemente un modo per riuscire ad affrontare gli eventi traumatici della sua esistenza. Questa ambiguità era nelle tue intenzioni?

Oh, assolutamente sì. Volevo che i lettori si ponessero questa domanda, ma ho sempre pensato che avrebbero poi concluso che era tutto vero -- Wim vede le fate, dopotutto, e, nelle mie intenzioni, questa è la prova definitiva che sono reali.

5. Mi è molto piaciuto il modo in cui l'amore di Mori per i libri influenza la sua vita, aiutandola a farsi nuovi amici e plasmando il suo modo di pensare. E' stato lo stesso anche per te o concordi con chi dice che leggere è solo un modo per sfuggire la realtà?

Ecco, è esattamente questo il punto, se i libri l'aiutano a sfuggire alla realtà, lo fanno fornendole una lima con cui segare le sbarre della sua prigione, non semplicemente tramite sogni a occhi aperti. Ci sono molti modi per fuggire.

6. Quando il racconto inizia l'evento principale della vita di Mori, il confronto finale con la madre e la perdita della sua gemella, è già avvenuto. L'impressione per il lettore è che tu abbia iniziato la storia laddove molti autori avrebbero posto la parola fine. Personalmente mi è sembrato un approcio geniale ma anche un po' rischioso: perché ti sei focalizzata su quest'aspetto del racconto? Non avevi paura di deludere il lettore? 

Mi interessava davvero molto parlare delle conseguenze di un'epica battaglia magica. Mi interessa molto di più ciò che accade al termine delle storie convenzionali, piuttosto che raccontare nuovamente quelle storie. Non avevo paura di deludere il lettore. Il lettore non ha bisogno di quel tipo di storia, è già stata raccontata in precedenza, per cui l'ha già letta e può colmare il vuoto degli eventi da solo.

Ma non direi che ciò che è accaduto a Mori è l'evento più importante della sua vita. Ha solo quindici anni, ha la possibilità di fare molte altre cose più significative.

7. Sia la madre che il padre di Mori si qualificano come cattivi genitori e in generale i suoi legami famigliari sono piuttosto particolari. Alcuni dei parenti più vicini ignorano totalmente le sue sofferenze e i problemi che ha con la madre, mentre spesso ella riceve aiuto da lontani parenti o persino da perfetti sconosciuti. C'è in questo una tua posizione sulla famiglia come istituzione in generale? Ritieni che la società moderna abbia dimostrato il fallimento della "famiglia tradizionale" come fonte di amore incondizionato per tutti i suoi membri?

Penso che molte famiglie siano state inadeguate per molti bambini. Altre famiglie invece sono state fantastiche. E' complicato. Personalmente non credo molto nell'amore incondizionato e penso che molte aspettative culturali che gravano sulle famiglie necessitino di un genere di perfezione non umanamente raggiungibile.

8. Sono rimasta un po' scioccata dalla sequenza del libro in cui Daniel, ubriaco, tenta di baciare la figlia e di infilarsi nel suo letto. Ciò che mi ha lasciata perplessa è stato il fatto che Mori non si è mostrata particolarmente scandalizzata e il fatto è stato presto accantonato da entrambi. Puoi spiegare meglio questa scena e perché Mori non ha chiesto spiegazione a Daniel per le sue azioni?

Per anni non si è potuto parlare di queste cose, ora si può, ma da un solo punto di vista, ovvero come se si trattasse della cosa peggiore che possa accadere a una persona. Per molte persone è così, ma per altre è solo una cosa che gli è capitata. Volevo parlarne in questo modo: uno dei temi principali del libro è appunto che ci possono capitare brutte cose e che le si può superare, si può andare avanti.

Un'altra cosa che c'è da dire riguardo è che i libri influenzano la nostra visione del mondo e questo non è sempre un bene. Mori ha letto in Lazarus Long, l'immortale di Robert Heinlein che l'incesto è ok, ed effettivamente dice proprio questo. Ciò ha influenzato la sua visione al riguardo, perché ha fiducia in Heinlein, ma su quell'argomento proprio non dovrebbe averne. Per cui ecco una cosa negativa imparata dai libri, per bilanciare tutte le cose positive. Ho partecipato a un comitato di valutazione su Heinlein una volta e c'era gente che diceva che questo passaggio del suo romanzo è innocuo. Non lo è.

Ma non affronta Daniel su quanto accaduto perché il loro rapporto è fragile e perché è stata affidata a lui dalle autorità e ha solo quindici anni. Per quanto nel libro non sia una figura autoritaria, ha comunque una forma di autorità su di lei ed essendo ancora quindicenne non può pensare di vivere da sola. Per cui è complicato.

9. Ho adorato la protagonista del romanzo. Hai descritto una quindicenne molto diversa da quelle che siamo abituate a vedere in letteratura, soprattutto negli young adult: è intelligente, coraggiosa, indipendente e non ossessionata dall'idea di trovare (e sposare) il suo vero amore. Ritieni che le teenagers siano sottovalutate nei romanzi moderni? Sono descritte come più superficiali di quanto non siano in realtà?

Sì, sono d'accordo. Conosco alcune adolescenti che sono davvero fantastiche, totalmente diverse dagli stereotipi. E un sacco di persone mi hanno detto di essere state come Mori da ragazzine. Cerchiamo di fare un po' di distinzioni e allargare la rappresentanza!

10. Ho inoltre trovato la tua percezione della sofferenza fisica e psicologica della protagonista estremamente realistica. E' stato difficile avvicinarsi e descrivere una tale condizione? Sei stata influenzata dalla tua esperienza personale?

Sì, molto. E sì, è stato difficile e doloroso rivivere i miei ricordi di adolescente.

11. Oltre al tuo amore per la fantascienza, "Un altro mondo" mostra il tuo amore per la tua terra natia, il Galles. Quanto c'è in questo libro del Galles in cui sei cresciuta? Il Galles possiede davvero quell'atmosfera fatata che si respira nel romanzo?
Non credo di aver descritto il Galles come "fatato", o almeno non più fatato di un sacco di altri posti. Ci sono posti totalmente privi di magia -- un mio amico, parlando di Los Angeles, raccontava che sulle cartine erano soliti scrivere "qui ci sono i draghi", e Los Angeles è uno dei posti più privi di draghi che io abbia mai visto. Ci sono posti senza draghi e dovremmo evitare di viverci. Ma il tipo di atmosfera fatata che ho fatto diventare magia vera e propria nel libro si può trovare in molti posti. Non sono stata dappertutto, ma non credo di aver mai visto un posto in Italia che ne fosse privo.

12. Una domanda sul titolo originale del romanzo, Among Others, ovvero Tra gli altri. A mio modo di vedere "gli altri" potrebbero essere sia le creature fatate che popolano la realtà di Mori che tutte quelle nuove persone che entrano nella sua vita dopo l'incidente e con cui deve imparare a instaurare un nuovo rapporto superando la sua naturale diffidenza. E' corretto?

Sì, lo è, e sicuramente miravo a questa doppia interpretazione con questo titolo.

13. E infine, perché hai ambientato il libro nel 1979 invece che oggi? hai scritto questo romanzo in particolare per coloro che erano adolescenti all'epoca? Lo chiedo perché oggi il fantasy è molto più di moda rispetto agli anni '70, ritieni che il lettore moderno possa ancora identificarsi con il senso di isolamento provato da Mori come fan di fantascienza?

Non credo che i lettori moderni possano aver questo problema. Persone di tutte le età e di tutti i generi sembrano apprezzare "Un altro mondo".

L'ho ambientato nel 1979 perché ho attinto alla mia esperienza personale ed è ad allora che risalgono i fatti. Non mi aspetto che un adolescente di oggi venga plasmato dagli stessi libri -- Harry Potter ha avuto un impatto enorme per questa generazione, per esempio. Ma la vera differenza la fa internet. Nessuno ora è isolato come lo era Mori nel 1979, perché possiamo trovare online persone a cui piacciono le nostre stesse cose. Quindi questa è una storia su un luogo preciso in un preciso momento storico.


14. Il nostro blog ha appena dedicato uno speciale al Premio Hugo per il Miglior Romanzo. "Un altro mondo" ha vinto il premio l'anno scorso, insieme al Nebula Award e al British Fantasy Award. Cos'hai provato quando ti è stata comunicata la vittoria? Vincere l'Hugo è diverso da vincere il Nebula o il British?

Sì, lo è. E' sempre splendido ricevere un premio, perché è un riconoscimento e una conferma che ad altre persone è piaciuto il tuo lavoro, ma l'Hugo è davvero speciale. Sono rimasta assolutamente stupefatta dalla vittoria e senza parole dall'emozione. Ancora provo queste sensazioni quando lo guardo sulla mia scrivania, wow.

Grazie infinite per il tuo tempo e la tua gentilezza!
 
Grazie a te per queste acute domande, mi ha fatto molto piacere che tu abbia apprezzato il libro. 

English version
1. In “Among Others” you tell the story of a sci-fi fan who lives in a world populated by fantastic creatures. Many have commented that this book confirms the disappearance of borders between two literary genres, SF and fantasy, even if the keenest fans still consider them as two completely separate worlds. What do you think about this? To what extent are SF and fantasy connected (if they are)?
Well historically they have often been written by the same writers, and read by the same readers. I think it's useful to have a wider genre term that encompasses both of them -- often what readers want is strangeness. There's a question in the book "Which would you rather meet, an elf or a Plutonian?" That's a question about SF and fantasy, myth and the future. Certainly those things are different, but they also have a lot in common once you start to contrast both of those things with every day reality.


2. Mori, the protagonist of "Among Others", practically devours every piece of SF she can lay her hands on. Like many readers, I really enjoyed seeing so many titles I liked listed and discussed and I made a list of the ones I didn't know and I want to read. Did you plan to make your novel a homage (some have said a "love letter") to SF literature or was this just intrinsic of the story you wanted to tell? Among Mori's read, which are your favorites?
One of the aspects of this book that's semi-autobiographical is Mori's relationship to the books. She's reading to construct tools to deal with the world, with her fantasy problems and her real world problems. That's what I did as a teenager. She doesn't only read SF, but it's mostly SF that helps and appeals.

My favourites -- well, Tolkien, always, and Le Guin and Delany are still favourites. But I never intended the books she reads as a reading list for anyone else -- she's still in the process of forming her taste, and she reads some rubbish along the way.


3. One of the most intriguing features of this novel is that magic is treated in such unusual way: there aren't wands or magic words and often the concept of magic itself is so evanescent that it could be easily confused with destiny or mere coincidences. What inspired you to use this "discreet" approach, so different from the way magic is usually treated in modern fantasy? You often indicate that LOTR is one of Mori's favorite books and that Tolkien “really understood magic”: did his work influence your vision of magic?

There isn't much overt magic in Tolkien, though his imitators have tended to insert a lot more.

I was writing about this world. The books that try to put magic in this world often annoy me because if magic worked the way they describe I'd be an idiot to have missed it, and I'm not an idiot. I wanted a magic system that could be seamless and invisible and undetectable -- non-falsifiable, plausibly deniable. I wanted something where people could not say that it didn't work that way.

4.I have to admit that often, while reading the book, I asked myself if Mori was really capable of performing magic and seeing fairies or if it was just a way for her to cope with the traumatic events of her life. Did you actually look for this kind of ambiguity?

Oh, certainly, yes. I wanted that question in the reader's mind, But I thought that the reader would conclude that it was real -- Wim sees the fairies, and I intended that to be conclusive evidence that it was real.

5. I liked the way Mori's love for books influenced her life, helping her making new friends but also forming her way of thinking, was it the same also for you or do you share the belief that books are just means to escape reality?? Which books were more influential when you were growing up?

That's it exactly, if the books are helping her escape they're doing it by handing her a file to saw through the bars, rather than just a daydream. There's more than one way to escape.

6. When the story begins the main event of Mori's life, the confrontation with her mother and the loss of her twin sister, has already happened and the protagonist has to live with the consequences of it. It really felt as if you started the narration where many authors would have just seen an epilogue. I found this idea really brilliant but also a bit risky: why did you focus on this side of the story? Weren’t you afraid of disappointing the reader?

I was really interested in writing about the aftermath of a big magical conflct. I'm much more interested in what happens after the end of conventional stories than in retelling those stories. I wasn't afraid of disappointing the reader. The reader doesn't need that story. They know it already. They're read it before. They can fill it in for themselves. But I wouldn't say it was necessarily the main event of her life. She's only fifteen. She could go on to do a lot of even more significant things.

7. Both Mori's parents offer examples of bad parenting and all her family tree is highly unconventional. Some of her closest relatives seem oblivious to her suffering and to her difficulties with her mother while help often comes to her from people with whom she has only a distant relationship. Does this reflect your views about family as an institution? Do you think that modern society has proven the failure of the "traditional family" as a source of unconditional love for all it members?

I think a lot of families have let down a lot of kids. And other families have been wonderful. It's complicated. I'm not much for unconditional love, and I think a lot of cultural expectations of families require a kind of perfection that isn't humanly achievable.

8. I was a bit shocked by the passage in the book where Daniel, drunk, tries to kiss his daughter and to force himself in her bed. What mostly dumfounded me was that Mori didn't seem particularly outraged and the event was quickly forgotten by both of them. What were really Daniel’s motivations and why Mori didn’t confront him about his actions?

For years you couldn't talk about this kind of thing, and now you can, but you can only talk about it in one way -- as if it is the worst possible that can happen to the victim. It can be for some people. For other people, it can be just a thing. I wanted to write about it in that way. One of the themes of the book is that bad things can happen to you and you can go on from there.

The other thing about this is that books do shape your worldview and that isn't always good. Mori has read Heinlein in TIME ENOUGH FOR LOVE saying that incest is OK, and he really does say that. And that has affected her view of it, because she trusts Heinlein, and on that subject she really shouldn't. So that's a bad thing she has got from her reading, to balance the other things. I was on a panel on Heinlein once and people were saying this can't do any harm. It can.

But she doesn't confront Daniel about it because their relationship as family is fragile, and because she has been given to him by the authorities and she's still only fifteen. He's not a power figure within the book, but he does have that power, and she can't live on her own, she's only fifteen. So it's difficult.

9. I really appreciated the novel protagonist. You portrayed a fifteen-year-old very different from the ones we are used to see in literature, especially YA literature nowadays: she’s mature, smart, courageous, independent and really open-minded and not obsessed with the idea of finding (and marrying) her true love. Do you believe that teenage girls are misrepresented in modern novels? Are they believed to be shallower than they really are?

Yes. I know some teenage girls who are great, not at all like the stereotype. And lots of people have said to me that they were like Mori. Let's have some diversity and agency here!

10. Moreover, I found your insight of the protagonist's sufferance, both physical and emotional, strikingly realistic. Was it hard to approach and describe such delicate state of mind? Were you influenced by personal experience?

Yes, very much. And yes, it was difficult and painful to put myself back into my own teenage memories.

11. Besides your love for SF, “Among Others” shows your love for your country of origin, Wales. How much of the Wales you grew up in is in the book? Do you think that Wales really possesses the “enchanted” atmosphere you described in your novel?

I don't think I did show Wales as enchanted, or at least, not any more enchanted than a whole lot of places. There are places that lack enchantment -- a friend of mine talking about Los Angeles said that they used to write "here be dragons" on maps, and Los Angeles is the most dragonless place he had ever seen. There are dragonless places. We should avoid living in them. But the kind of enchantment that I extended out into literal magic in the book can be found in most places. I haven't been everywhere, but don't think I've been anywhere in Italy that lacks it.

12. A question about the novel title: I felt like "others" could relate both to the supernatural creatures who inhabit Mori's world and to all the new people in Mori's life (her father, her classmates, the kids in the reading group) with whom she has to overcome her diffidence and create new relationships. Do you think this is true?

Yes, that was certainly my intention with the title.

13. And finally, why did you set the book in 1979 instead of choosing a more contemporary setting? Is your book written specifically for those who were teenagers at the time? I ask this because fantasy nowadays is much more popular than in the seventies, do you think modern readers could still identify with the sense of isolation experienced by Mori as a SF fan?

Modern readers have no problem with this. People of all ages and genders seem quite comfortable reading AMONG OTHERS.

I set it in 1979 because I was using elements of my own experience, and that's when it happened. I don't expect a teenager today would be shaped by the same books -- Harry Potter has been huge for this generation, for instance. But the real difference is the internet. Nobody is as isolated now as Mori was in 1979, because we can find people to talk to online who care about the same things. It's a complete game-changer on that. So this is a story of a very specific time and place.


14. In October our blog has dedicated a series of articles to winner of the Hugo Award for Best Novel. “Among Others” won the prize last year, along with Nebula Award for Best Novel and the British Fantasy Award. What did you feel when you were communicated the victory? Is winning the Hugo different from winning the Nebula or the British Fantasy?

Yes. It's always delightful to be given any award, because it's a sign of recognition and that other people really like the book, But the Hugo is really special. I was absolutely amazed to win and thrilled beyond words. I still feel like that when I see it on the desk, wow.

I set it in 1979 because I was using elements of my own experience, and that's when it happened. I don't expect a teenager today would be shaped by the same books -- Harry Potter has been huge for this generation, for instance. But the real difference is the internet. Nobody is as isolated now as Mori was in 1979, because we can find people to talk to online who care about the same things. It's a complete game-changer on that. So this is a story of a very specific time and place. 


Thank you for these perceptive questions and I'm very glad you liked the book.

Intervista di Valetta


13 ottobre 2013

Intervista a Emanuele Santi, autore de "Il portiere e lo straniero"

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L'autore

Classe 1970, lavoratore aeroportuale turnista, è a un solo esame dalla laurea in Giurisprudenza. Ha pubblicato due brevi romanzi: Memorie di un pony express (Ibiskos, 2007) e L’Attore (MJM, 2010). Dal 2008 cura la rubrica Calcio mancino sul settimanale “left” e fino al 2010 è stato collaboratore del quotidiano ecologista “Terra”, organo d’informazione della Federazione dei Verdi. Vive tra Roma e Barcellona dove, appena può, vola da suo figlio Valerio. 


Il libro

"Se in campo con la maglia numero uno c'è Albert Camus, è il caso di dire che quello del portiere è il ruolo più letterario del calcio. E non banalmente perché vinse il premio Nobel per la letteratura, ma perché chi gioca tra i pali sviluppa la capacità di osservare da un punto di vista diverso: da dietro, dall'alto di un volo sotto la traversa, strisciando sui gomiti o raggomitolato con la terra in bocca. Il portiere, come lo scrittore, è l'estremo difensore, è solo, e la sua visione del mondo è quella di chi si oppone, lotta e si arrende per ultimo. Attraverso una scrittura mai scontata, Emanuele Santi intreccia la storia del calcio e quella dell'Algeria ancora colonia francese con gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza di Camus, mostrando come proprio le memorie vive di portiere abbiano favorito, se non determinato, la scrittura di un romanzo dirompente e immortale come Lo straniero."



L'intervista

1) Nella prefazione parli di com’è nata l’idea di redigere questa biografia, incrocio ben riuscito tra sport e letteratura. Quanta influenza hanno avuto lo sport e la letteratura nella tua vita?

Confesso che di sport non ne ho praticato tantissimo. Quattro brevetti di nuoto fino a nove anni e, ovviamente, pallone, pallone e pallone. Di ufficiale, però, solamente un paio di stagioni nei pulcini del Don Orione, a Monte Mario, e poi tantissime battaglie e corse senza regole tra i cortili di scuola, i parchi pubblici, i giardinetti del quartiere e, naturalmente, i campetti mattonati delle parrocchie (mai frequentate per altri motivi). Fino alle scuole medie mi piaceva giocare anche in porta. La letteratura, invece, è qualcosa che entra nella vita di ciascuno senza che ce ne possiamo rendere conto immediatamente. Ciò che leggi ti scava dentro, ti penetra come l’acqua, ti riempie. Questo vale anche per la musica che ascolti, per i film che vedi e che ti restano impressi, così come per le opere teatrali, per i quadri e per tante altre cose. Con la letteratura uno ci cresce. Ci sono libri per bambini, libri per ragazzi, libri per tutte le età. I libri che uno legge se li ritrova dentro come memorie più o meno inconsapevoli, come bagaglio culturale, appunto, come patrimonio di idee.

2) Chi sono i tuoi autori preferiti? E gli sportivi preferiti?

Il numero uno, in tutti i sensi, è Albert Camus. Ormai è il mio idolo. Ho amato e amo anche altri scrittori e per tanti motivi diversi. Un po’ per la vita che hanno fatto, un po’ per l’impegno sociale o culturale o politico. Lo scrittore, secondo me, deve essere per definizione impegnato. Volendone citare alcuni direi Fedor Dostoevsky, impiegato statale nella Russia zarista, e Joseph Conrad, semplice marinaio o migrante ante litteram che scriveva in un inglese lontanissimo dalla sua lingua madre. Anche Franz Kafka, per scrivere, aveva ripiegato sulla seconda lingua parlata a Praga: il tedesco. Discorso a parte merita Charles Bukowski che, a un certo punto, ha lasciato il suo lavoro alle poste per fare soltanto lo scrittore, cioè il barbone. Per quanto riguarda gli sportivi, limitiamoci ai soli calciatori altrimenti parleremmo per ore e ore. Sono nato nel 1970 e, quando ho cominciato a vedere le partite di pallone, Beckenbauer, Cruyff e Pelè erano già in America, al circo. I campioni per me erano soltanto gli azzurri del mundial argentino e impazzivo per Kevin Keegan e per Rob Rensenbrink. Poi la Roma prese un ragazzo che si chiamava Carlo Ancelotti, l’anno dopo arrivò Falçao e iniziò l’età dell’oro. Tra Zico e Maradona, all’inizio, preferivo il brasiliano, almeno fino a quando Diego non venne a giocare a Napoli. All’Olimpico l’ho visto un sacco di volte ma soltanto mentre piangeva, dopo la finale mondiale persa contro la Germania, ho capito che è stato lui il più forte di tutti. Adesso non esistono più campioni capaci di vincere le partite da soli. L’ultimo, forse, è stato Zidane il berbero. 

3) Quanto è stata utile la passione per lo sport per farti comprendere meglio il giovane Camus? 

Tantissimo. È stata necessaria proprio per quella chiave di lettura originale di un capolavoro come Lo straniero. Chiave di lettura che caratterizza l’idea stessa alla base del mio libro. La passione di Camus per il calcio attraversa dapprima la sua infanzia e poi la sua adolescenza. Infanzia e adolescenza sono i periodi più belli della vita o quantomeno i periodi fondamentali in quanto condizionano il modo di essere di ciascuno. Questa passione giovanile di Camus ha sicuramente influenzato il suo modo di scrivere e di guardare le cose. Egli stesso ha riconosciuto l’importanza del calcio nella sua formazione umana e morale. Si potrebbe addirittura azzardare che sia sempre riuscito respingere gli attacchi della tubercolosi proprio perché non ha mai perso quella voglia di vivere che ha caratterizzato la sua gioventù sotto il sole di Algeri. 

4) Il capitolo dedicato a Zamora, leggendario portiere spagnolo a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, ci riporta all’infanzia di Camus. Com’è nata l’idea di usare un personaggio pubblico molto lontano dal mondo di Camus? 

Non è vero che Zamora fosse lontano dal mondo di Camus, anzi. Tra Zamora e Camus ci sono dodici anni di differenza e le due sponde opposte del Mediterraneo. Ad Algeri, Zamora era amatissimo dall’intera comunità spagnola e stimato anche dalla francese. Quando Camus entra al liceo Bugeod, Zamora è l’idolo della prensa (la stampa di lingua casigliana) e dei tifosi dell’Espanyol di Barcellona. Nel 1930, quando il ragazzo diciassettenne è colpito dall’attacco di tubercolosi che lo costringerà a smettere di giocare, Zamora ha appena firmato un contratto stellare con il Real Madrid. Per l’Albert Camus portiere, Ricardo Zamora è un vero e proprio riferimento, è un modello. È il più forte numero uno insieme al parigino Pierre Chayrigues beniamino di tutti i francesi di Algeri. Il parallelo che viene fatto nel capitolo intitolato “L’età di Ricardo Zamora” riguarda il rapporto dei due personaggi (Zamora e Camus) ciascuno con la propria figura paterna. Il padre del titolare della Nazionale spagnola era un medico e pretendeva che il figlio proseguisse gli studi per fare la sua stessa professione. Il papà di Albert Camus invece era morto in guerra, nella battaglia della Marna, quando il figlio non aveva nemmeno un anno. Entrambi realizzano una propria identità senza alcuna identificazione col genitore. Zamora diviene il portiere più forte di sempre e Albert Camus (bloccato nell’attività agonistica dalla tubercolosi) diviene uno scrittore destinato al Nobel per la letteratura. Il tutto negli anni ‘30, gli stessi in cui si afferma il dogma psicoanalitico della realizzazione attraverso l’identificazione col padre.

5) Com’è cambiato il tuo rapporto con Camus dopo aver scritto Il portiere e lo straniero?

Enormemente. Ormai non posso più permettermi di smettere di studiarlo. Posso dire di essermi tradito con le mie stesse mani, me la sono andata a cercare. È un po’ come quell’espressione: “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!” Battute a parte, credo che l’attualità del pensiero di Camus, soprattutto nell’anno in cui cade il centenario della nascita, ritorni con una certezza sconvolgente. Nella mia ricerca per scrivere Il portiere e lo straniero, ho avuto modo di approfondire tantissime cose e di scoprire il valore universale della sua Opera. Opera che è sempre fonte di spunti per idee nuove ed originali. Nella premessa del libro, infatti, avevo messo le mani avanti e confessato tutte le mie paure e tutte le mie preoccupazioni nel voler provare a raccontare un gigante come Albert Camus attraverso il suo amore per il calcio e per il ruolo di portiere. Ciò non mi esonera tuttavia dal continuare a leggerlo e a studiarlo. Anche perché ogni volta che lo leggo mi sembra sempre diverso.

6) Nel primo capitolo c’è scritto: “L’Algeria è un Paese ricco di passione, ricco di luce, di mare, di sale, di colori, di pietra, di deserti e di rivincite. L’Algeria è ricca di genti, di popoli, di costumi, di porti, di misteri e di città vecchie”. Quanto del Paese del giovane Camus hai ritrovato? 

In realtà poco. Se non dal solo punto di vista paesaggistico e (citando il grande Bruno Pizzul) squisitamente architettonico. Ho dovuto rivivere i luoghi, respirare l’aria, gli odori, far lavorare la fantasia. Mi serviva essere lì, ad Algeri. Troppe cose non sono più come prima. E non si può dire che per alcune cose sia meglio così e per altre no. È fuori discussione che l’Algeria debba essere degli algerini e non più francese come intendeva qualcuno fino a mezzo secolo fa. Proprio su questo argomento Albert Camus la pensava come nessun altro, proprio perché secondo lui l’umanità non si può distinguere in base alla nazionalità. Egli per primo si definiva algerino e non francese. Il quartiere di Belcourt, dove era cresciuto il piccolo Albert, era un quartiere popolare, una borgata di periferia in cui vivevano i salariati francesi, gli spagnoli, gli italiani, i maltesi e ovviamente gli arabi. Oggi, le strade ed i quartieri hanno nomi diversi e hanno perso molto dell’aspetto di una volta, come ogni città dopo circa un secolo. La comunità europea che viveva un tempo in Algeri si è drasticamente ridotta. Le stesse squadre di calcio di matrice coloniale: il maggior sodalizio francese o quello del quartiere spagnolo, così come tanti altri, non esistono più. Sono rimaste soltanto le squadre fondate dagli arabi, i primi veri e propri campanelli della rivolta. L’Algeria indipendente ha il suo campionato unico nazionale mentre l’Algeria francese era divisa nelle tre Leghe di Orano, di Algeri e di Costantina. Io ho potuto vedere il vecchio stadio del quartiere di Bab el Oued che, una volta, era la tana inespugnabile del Saint Eugene. Adesso ha l’erba sintetica e ci gioca l’USM che ha le stesse maglie del Milan.

7) Per tutto l’arco de “Il portiere e lo straniero” si nota una forte passione per la storia sia politica che calcistica. Qual è la tua opinione sul cambiamento dei valori che vengono attribuiti oggigiorno a questi due tipi di attività rispetto al passato?

Sarebbe un discorso lunghissimo. Calcio e storia vanno di pari passo. Così come calcio e politica. Ne parlo a settimane alterne sulla mia rubrica ‘Calcio mancino’ che compare su Left, la rivista che esce in edicola il sabato insieme a L’Unità. Il calcio senza legami con la storia (almeno quella contemporanea) e con la politica non starebbe in piedi. Ne sono stati esempi il calcio propagandistico delle dittature, il dilettantismo dei paesi dell’Est, il paradosso del calcio miliardario dei Paesi poveri. E ne è esempio la perenne proporzionalità inversa tra il benessere di una determinata società e la spettacolarità del suo campionato nazionale. Senza il calcio, poi, la politica stessa sarebbe molto più difficile, forse impossibile. Nell’82, per fare un facile esempio, il governo Spadolini aumentò il prezzo della benzina col popolo in piazza a festeggiare la tripletta di Paolo Rossi al Brasile a pochi giorni di distanza da un ridicolo pareggio contro gli indomabili leoni del Camerun scesi in campo miracolosamente addomesticati. Oppure si può ricordare come, ai mondiali del ‘94, gli azzurri giunsero in finale senza il pieno sostegno dell’intera nazione. Un po’ per colpa del gioco stucchevole di Sacchi, un po’ perché “Forza Italia” era diventata un’espressione tabù. Se vogliamo parlare di cambiamenti, non lo dico io che il calcio di oggi è diventato bruttissimo. Che gli stadi siano sempre più vuoti è una sconfitta di tutti. Però la colpa non è soltanto della televisione. Che gli spogliatoi di uno stadio di serie A vengano presentati come i camerini delle ballerine è davvero ridicolo. Così come è vergognoso che i commentatori e gli opinionisti, soprattutto sulle reti statali, siano quasi tutti stati coinvolti negli scandali del totonero degli anni ’80. Il calcio, come sappiamo, è sempre lo specchio del Paese in cui esso viene giocato. Una buona fetta di colpa, allora, va attribuita anche alla politica. Una politica che, soprattutto a sinistra, non ha più idee. E allora preferisco non continuare.

8) A quale portiere odierno assomiglierebbe il giovane Camus? E quali scrittori odierni secondo te ne hanno subito maggiormente l’influenza?

Camus non aveva un fisico esplosivo, era piccolo, crebbe soltanto verso i quindici anni. Pensando a portieri recenti con i capelli biondo-scuro o castano-chiaro, me ne vengono in mente pochi. Il norvegese Thordsvedt o l’olandese Van Breukelen erano due giganti e, comunque, troppo nordici nei lineamenti. Anche Jackie Munaron, dell’Anderlecht, aveva i capelli biondi seppure più voluminosi rispetto a Camus con il quale, tuttavia, aveva in comune una storia di emigrazione alle spalle grazie ai suoi antenati veneti andati a lavorare in Belgio. E lo stesso discorso potrebbe valere per lo svedese Thomas Ravelli. Più simile a Camus, allora, sia per l’aspetto che per la reattività, può essere stato il polacco Jerzy Dudek. Scrittori influenzati da Camus? Potrei salvarmi in calcio d’angolo (immagine più che appropriata) dicendo: tantissimi. Ma sarebbe troppo facile e troppo comodo. Allora provo a cavarmela con un nome soltanto: Josè Saramago. Innanzitutto per lo stile. Assoluto, puro, asciutto, lineare, limpido. Uno stile che descrivendo le cose, allo stesso tempo, ne rappresenta altre. Le intermittenze della morte dello scrittore portoghese, per fare un esempio, inizia con la frase: “Il giorno seguente non morì nessuno”. Secondo me è un incipit tipicamente camusuiano. Saramago, come Camus, è uno scrittore mediterraneo, è un intellettuale del mediterraneo, è uno scrittore impegnato. E, soprattutto, requisito difficilmente riscontrabile in tanti autori del ‘900, è uno scrittore ateo.

9) Quali saranno i tuoi prossimi progetti?

Da circa un anno, sto lavorando insieme ad una mia amica attrice ad una sceneggiatura (non sappiamo ancora se cinematografica o televisiva) sempre a sfondo storico calcistico ma, per ovvie ragioni, non posso dire di più. Intanto continuo regolarmente a scrivere su Left con cui posso vantare ormai un legame molto particolare. La mia rubrica, infatti, sopravvive dopo quasi sei anni di collaborazione e risulta sempre molto seguita ed apprezzata. Per un eventuale prossimo libro, invece, mi trovo ancora nell’altissimo mare dell’elaborazione delle idee. E le idee, come sappiamo, sono sempre le cose più difficili.

Articolo di Daniele

20 luglio 2013

Intervista a Francesco Dimitri, autore di "L'età sottile"

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L'autore

Francesco Dimitri è un esperto di letteratura fantastica e magia. Nato in Puglia nel 1981, vive e lavora a Londra. Scrive saggi, romanzi e fumetti, collabora con "XL". Nel 2004 pubblica "Guida alle case più stregate del mondo", considerato un piccolo cult nel suo genere, e nel 2008 "Pan" (Marsilio Editore), subito diventato un caso letterario. Per Salani ha pubblicato "Alice nel paese della Vaporità" e "L'età sottile". Comunica volentieri su Twitter attraverso l'account @fdimitri. Il suo sito è www.francescodimitri.co.uk

Il libro

Quando Gregorio incontra la Magia per prima volta ha quattordici anni, e l’infanzia gli sta scivolando di dosso come l’acqua del mare del piccolo paese del Sud dove va in vacanza. La proposta che gli viene fatta va oltre ogni immaginazione, e l’idea di diventare più potente di qualsiasi mortale sembra decisamente allettante… Se Gregorio accetta, però, dovrà nascondere a chiunque la sua nuova vita; dovrà tacere e mentire alla famiglia e agli amici di un tempo; dovrà abbandonare la sua normalità ed entrare in un mondo dove la parola è azione, e le azioni sono al di sopra di ogni giudizio. Un mondo di cambiamento costante, di pericoli mortali, di tradimento, ma dove l’amicizia è più potente della morte…
Originale, spiazzante, crudo, onirico e realistico al tempo stesso, dal più talentuoso e visionario autore del fantastico italiano un sorprendente romanzo di formazione che ci ricorda che ogni adolescente è mago, perché vuole conservare il potere dell’infanzia e trasportarlo integro nell’età adulta.


L'intervista

1.    Partiamo subito dal tuo ultimo lavoro. Con “L’età sottile” sei tornato “a casa”, nella stessa Roma di “Pan”. Cosa ti ha spinto a questo ritorno? 
Roma era uno degli spazi di questa storia: tutto qui. Io credo che i libri, più che costruirli, si scavino. Più che farli, li trovi. Avevo la sensazione che questa storia avvenisse, in parte, a Roma.

2.    La Roma vista in quest’ultimo romanzo sembra però diversa da quella di “Pan”, fosse solo per l’approccio più realista che caratterizza il tuo ultimo lavoro. Mille volti per una città: com’è il tuo rapporto con Roma?
Conflittuale. Ci ho vissuto a lungo, ma non ci tornerei a vivere, credo, mai. E’ una città contraddittoria: uno dei centri storici più belli del mondo, ma per il resto, poco più che un accrocco di palazzine. Un posto in perenne decadenza, e che proprio per questo ha un fascino tutto suo.

3.    Del modo con cui ha trattato l’adolescenza mi ha colpito l’insistenza sull’aspetto topografico. All’inizio del libro un più giovane Gregorio, appena approdato nell’adolescenza, misura proprio in termini di maggiore spazio esplorabile il passaggio di età. Come sei arrivato a questa elaborazione dell’adolescenza?
Io credo che si possa guardare al ‘crescere’ come a un allargarsi di cerchi concentrici. All’inizio non cammini neanche, e il tuo spazio è un puntolino. Poi gattoni e hai una stanza a disposizione. Inizi a camminare e hai una casa. Inizi a uscire da solo e hai un quartiere. Diventi più grande e hai una città. Diventi adulto, e bam!, c’è tutto il mondo a tua disposizione. Ogni allargamento del cerchio ti rende più libero, ma ti spaventa pure. Perché ti dici, e adesso che ci faccio, con tutto questo spazio?

4.    “L’età sottile” è certamente un romanzo sull’adolescenza, ma c’è tanta magia che non può essere ignorata. Il romanzo è piacevolmente intriso di nozioni alchemiche, esoteriche e via dicendo. Probabilmente faccio confusione, perché non sono un esperto. Tu invece sembri esserlo: che studio c’è stato alle spalle, e quanto ti sei documentato per il romanzo?
Molto studio, ma non moltissima documentazione di per sé. La magia è una mia passione da sempre e ho una discreta collezione di libri e quant’altro. Ho avuto bisogno di rispolverare alcune cose (non ricordo mai le sostanze precise che secondo Dion Fortune si usano in caso di attacco psichico…), ma non tante. Trovavo divertente l’idea di scrivere un romanzo che parlasse di magia in modo quanto più realistico possibile. Spesso la magia, nel fantastico, è una dimensione ‘altra’ rispetto alla realtà, ma a me piace vedere come le due cose si penetrino a vicenda. Reale è quello che decidiamo che sia reale; non di più, non di meno.

5.    Roma, lo sciamano Michele, i tre Aspetti della realtà: tutti elementi che richiamano “Pan” e un universo più vasto che accoglie al suo interno pure la tua “Alice”. La domanda è: cosa è venuto prima? L’universo narrativo dal quale attingere per scrivere romanzi? O nel corso della scrittura ti sei ritrovato a elaborare un universo comune?
Come dicevo, più che elaborare, io cerco di ‘trovare’ storie. Mi siedo al tavolo davvero con un atteggiamento esplorativo, credendo con fermezza che c’è una storia reale da qualche parte, e il mio scopo è riferirla. Nelle riscritture, quando non so se togliere un pezzo o lasciarlo, mi dico: ‘ma questa cosa è successa davvero sì o no?’. Quindi ho… trovato un universo comune. E lo esploro libro dopo libro insieme ai lettori. Il mio parere su di esso, o sui personaggi, vale quanto il parere di qualsiasi altro lettore.


6.    Un altro aspetto che mi ha colpito è una certa caratterizzazione della sessualità, dalle orge liberatorie di “Pan” ai riti sessuali de “L’età sottile”. Cosa ci puoi dire a riguardo?
Amo il sesso, sul serio. E credo fermamente che dovremmo concederci la più assoluta libertà sessuale. Ci sono certi schemi di relazioni di coppia, preferenze di gender, eccetera, che stiamo vedendo (per fortuna) cadere in frantumi intorno a noi, e che hanno portato un sacco di infelicità, frustrazioni, violenza.
Gli unici limiti sono, ovviamente, il rispetto degli altri e quello dei bambini. A parte questo, ogni regola sessuale è una trappola, o un sistema di potere. Per dire, il fatto che la parola ‘orgia’ sia connotata in negativo è una follia: che c’è di male, di brutto, di squallido, in un gruppo di adulti nudi che si divertono tra loro? Il fatto che sesso e amore siano stati legati in modo così stretto ha a che fare più con regole di successione ed eredità che con una supposta natura metafisica dell’amore.
E poi c’è l’aspetto magico. Non tutta la magia è basata sul sesso… ma molta sì. Se guardiamo alla tradizione magica rinascimentale (i vari Giordano Bruno & co che fanno studiare in qualunque liceo classico), troviamo un gigantesco ruolo dell’eros, spesso inteso in senso molto fisico. Ma il discorso è lungo.

7.    Facciamo un passo indietro e parliamo di te. Il tuo esordio è come saggista ed esperto di fantastico e paranormale. Come ti sei accostato alla narrativa? Mi piace scrivere, comunicare. Saggistica, romanzi, fumetti, contenuti online – sono tutti modi per mandare messaggi in bottiglia a degli sconosciuti. E per esplorare mentre lo fai. Io ho un certo tipo di visione del mondo, e credo che emerga in tutte le cose che faccio. Ma mi piace fare cose diverse tra loro.

8.    Quando è uscito “Pan”, molti hanno parlato di te come “il Gaiman italiano”. Non voglio chiederti cosa pensi del paragone, quanto piuttosto se senti di far parte del “nuovo fantastico italiano”, o se preferisci rifiutare le etichette e presentarti come uno scrittore solitario.
Non è neanche questione di fantastico o no, ma del sentirsi italiani. Io non mi ci sento – e so che non è molto diplomatico a dirsi, in periodo di lancio di un libro nuovo, ma amen. Non che mi senta inglese o che: mi sento una ‘rolling stone’ per così dire, e della supposta ‘identità’ legata al suolo su cui mia madre mi ha fatto nascere non potrebbe fregarmene di meno. Viviamo in un mondo in cui i confini (geografici, linguistici, culturali) hanno sempre meno senso. Io mi sento parte di una comunità trasversale di gente che pensa che il mondo cosiddetto ‘reale’ sia un po’ stretto, e cerca di esplorarne altri. Artisti, maghi, scienziati, italiani, inglesi, eschimesi, chissenefrega.

9.    Quali sono i tuoi modelli, i tuoi punti di riferimento, le tue fonti di ispirazione? So che è una domanda impossibile da rispondere, ma se dovessi scegliere due-tre autori o opere che più di tutti rappresentano la tua formazione, da lettore e da scrittore, quali sceglieresti?
Joss Whedon continua a battere tutti. Credo sia il più grande storyteller vivente. Nella nuova generazione di autori, Joe Hill ha da insegnare a tanti (tipo, a me). E poi c’è un inglese sconosciuto in Italia, ma che fa cose clamorosamente belle, che si chiama Graham Joyce. Procuratevi il suo Some Kind of Fairy Tale, o The Limits of Enchantment, e capirete che intendo. Non sono fonti d’ispirazione in senso stretto – mi piace fare le mie cose, non ‘cose alla’. Ma sono tutte persone che hanno molto da dire e sanno dirlo dannatamente bene.

10.    Da tempo vivi a Londra. Senza entrare nella sfera privata: perché hai lasciato l’Italia e perché proprio Londra? Hai in mente di provare ad affacciarti anche sul mercato editoriale britannico?
Non voglio vivere in un Paese in cui il colore della pelle di un ministro è, non dico materia d’insulto, ma anche solo materia di discussione. L’Italia è un pantano culturale, e non vedo speranze di miglioramento: a me i pantani non piacciono, quindi me ne sono andato in un posto in cui si respira un’aria più fresca.
E poi credo che la vita sia troppo breve per spenderla tutta a parlare la stessa lingua. Mi piace andare in giro, esplorare. Rischiare. È più divertente così. Cambi lingua, metti in prospettiva tante cose.
Sul mercato di qui, ho la bocca cucita. Ci potrebbero essere novità, ma ne parlerò a tempo debito.

11.    Anche se sei lontano dall’Italia, accorci le distanze con i lettori grazie al web. Com’è la tua esperienza con il mondo di Internet, per quanto riguarda il rapporto con i lettori?
Sembra retorico a dirsi, ma Internet, sotto questo aspetto, è davvero fantastico. Subito dopo l’uscita dell’Età Sottile sono stato subissato da mail di lettori che mi dicevano ‘sto leggendo di nascosto, al lavoro’, oppure ‘dovrei studiare e invece…’. Ci sono poche soddisfazioni più grandi.
E massaggi all’ego a parte, il confronto diretto con i lettori è sempre molto bello, e istruttivo. Quando scrivi stai mandando un messaggio in bottiglia a degli sconosciuti, dicevo. Adesso, grazie a Internet, ti rispondono pure.

12.    Chiudiamo con una domanda che è di rito, ma davvero vogliamo sapere: progetti futuri? Continuerai su questa linea o sorprenderai tutti con una virata improvvisa?
Per navigare a lungo devi virare spesso. Ho vari progetti e delle virate davvero brusche in arrivo. Ma sono in fase di lavorazione, e di solito in questa fase preferisco starmene buono, lavorare e tacere…


Articolo di Tancredi


22 febbraio 2013

Intervista a Nicola Lecca, autore di "La piramide del caffè"

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L'autore

Nicola Lecca (Cagliari, 1976) è uno scrittore nomade che ha abitato a lungo a Reykjavík, Visby, Barcellona, Venezia, Londra, Vienna e Innsbruck.
La sua raccolta di racconti Concerti senza Orchestra (Marsilio 1999) è stata finalista del premio Strega.
All'età di ventisette anni ha ricevuto il premio Hemingway per la letteratura.
Ha scritto, fra l'altro: Ritratto Notturno (Marsilio 2000), Ho visto Tutto (Marsilio 2003), Hotel Borg (Mondadori 2006), Ghiacciofuoco (Marsilio 2007) e Il corpo odiato (Mondadori 2009).
I suoi saggi filosofici L'amore perduto per l'attesa e Di quasi tutto non ci accorgiamo sono stati pubblicati in olandese dal Nexus Instituut di Tilburg.
Le sue opere sono presenti in quindici Paesi europei.

Il libro

A diciotto anni, Imi ha finalmente realizzato il suo sogno di vivere a Londra. A bordo di un vecchio treno malandato ha lasciato l'orfanotrofio ungherese dove ha sempre vissuto e, nella metropoli inglese, si è impiegato in una caffetteria della catena Proper Coffee. Il suo sguardo è puro, ingenuo e pieno di entusiasmo: come gli altri orfani del villaggio di Landor, anche lui non permette mai al passato di rattristarlo, né si preoccupa troppo di ciò che il futuro potrebbe riservargli. Le tante e minuziose regole che disciplinano la vita all'interno della caffetteria - riassunte nel Manuale del caffè cui i dirigenti della Proper Coffee alludono con la deferenza riservata ai testi sacri - gli sembrano scritte da mani capaci di individuare in anticipo la soluzione a qualsiasi problema pur di garantire il completo benessere di impiegati e clienti. La piramide gerarchica che ordina la Proper Coffee sembra a Imi assai più chiara e rassicurante del complesso reticolo di strade londinesi. Dovrà passare molto tempo prima che Imi - grazie al cinismo di un collega e ai consigli della sua padrona di casa - cominci a capire la durezza di Londra e la strategia delle regole riassunte nel Manuale del caffè. Tanto candore finirà per metterlo in pericolo: e sarà allora Morgan, il libraio iraniano, a prendersi a cuore il destino di Imi, coinvolgendo nel progetto Margaret, una grande scrittrice anziana e ormai stanca di tutto, ma ancora capace di appassionarsi alle piccole storie nascoste tra le pieghe della vita.


L'intervista

1.    La piramide del caffè è un libro che si legge tutto d’un fiato, eppure ha richiesto ben sette anni di lavoro. Come mai?
Considero ogni mio romanzo un’opera di artigianato. Ogni parola viene curata come la singola tessera di un mosaico. Ecco perché sono stati necessari sette anni di appassionato lavoro.

2.    Uno dei principali argomenti del romanzo è il viaggio, e la ricerca di un proprio equilibrio in uno scenario sempre più globale. Da scrittore che vive all’estero, cos’è per te il viaggio? Com’è iniziato tutto?
Sono un collezionista di città: ne ho visitate quasi 300 e ho abitato per lungo tempo in almeno sette città europee. Il viaggio per me è diventato un modo di vivere, di conoscere, di completarmi e di confrontarmi con il mondo. Diceva Heidegger “vivere è incontrarsi col mondo”. Sono pienamente d’accordo con lui.

3.    Una scrittrice che apprezzo molto e che ho già avuto il piacere di intervistare, Clelia Farris, condivide con te l’origine sarda: nel rispondere a una mia domanda, ha affermato che in quanto sarda non si sente mai parte di qualcosa. È così anche per te?
Essere sardo non può e non deve essere una limitazione: casomai un privilegiato punto di partenza.

4.    Veniamo alle ambientazioni del tuo libro. Innanzitutto Londra: idealizzata inizialmente attraverso gli occhi ingenui di Imi, poi demolita colpo dopo colpo. Che rapporto hai avuto con la città?
Non ha molta importanza che rapporto abbia io con la città. I miei libri non sono mai autobiografici e credo che il loro eventuale valore letterario risieda anche in questo. Piuttosto racconto storie, personaggi: il loro rapporto con Londra è quello che conta davvero.

5.    L’altra ambientazione fondamentale è l’Ungheria. Alla fine del libro l’hai svelato: ti sei rifatto a un orfanotrofio ungherese che hai personalmente visitato. Cosa ti ha portato in quel luogo, e cosa ti ha lasciato?
Ci sono capitato per puro caso e ho finito per trascorrervi  circa 500 giorni. Quel luogo (triste solo all’apparenza) mi ha insegnato che la felicità non ha nulla a che fare con il possesso: ma che è uno stato d’animo molto più raffinato: possibile anche nella povertà.

6.    Di personaggi pittoreschi, grottescamente reali, è pieno il tuo libro. Quali sono quelli che più hai amato, che più ti sei divertito a creare e caratterizzare?
Grottescamente reali. Esatto. Gli inglesi dicono “there is nothing as queer as folks” e hanno ragione. Mi ha divertito molto creare il personaggio della vicina di casa: chiusa in se stessa e terrorizzata dal mondo e dagli altri. Il mondo è pieno di gente come lei. Interessata solo a se stessa.

7.    Un elemento stilistico che mi ha colpito è l’abbondanza dei due punti ripetuti. Strizzata d’occhio a Gadda? Ne approfitto per chiederti, quali sono i tuoi modelli, se ne hai, o comunque le letture che più ti hanno influenzato? 
Non ho mai letto Gadda, né sapevo che usasse spesso i due punti. Avere modelli è pericoloso: si rischia di diventare la loro ombra sbiadita. Detto questo amo molto Stig Dagerman, Camus, Proust e Thomas Bernhard.

8.    La piramide del caffè è il tuo sesto libro. Con il tuo romanzo d’esordio sei stato finalista al Premio Strega, e da allora hai ottenuto diversi riconoscimenti. Tutto questo come ha cambiato il tuo rapporto con la scrittura?
Mi ha dato la tranquillità economica necessaria a non avere fretta. A non dover pubblicare per forza un libro ogni anno pur di guadagnare dei soldi.

9.    Sei un autore particolarmente attivo nel web. Grazie a Internet come hai modellato il tuo rapporto con i lettori?
Adoro interagire con i miei lettori, offrire loro l’attenzione e il rispetto che meritano. Ho scritto un post a riguardo, lo trovi nel mio blog: http://lapiramidedelcaffe.wordpress.com/2013/02/06/il-rapporto-scrittore-lettore/

10.    Chiudiamo con una domanda di rito: progetti per il futuro?
Nessuna fretta, nessuna furberia editoriale e tante belle passeggiate come mi ha insegnato il mio maestro Mario Rigoni Stern.

Riportiamo i link alle tante "web-case-fra-le-nuvole" dell'autore:

Official website: www.nicolalecca.it
pinterest: pinterest.com/nicolalecca/
twitter: twitter.com/nicolalecca
fb: www.facebook.com/pages/nicola-lecca/145140455496779
youtube: www.youtube.com/user/fansclubnicolalecca
anobii: www.anobii.com/adreamer/books

Articolo di Tancredi

24 dicembre 2012

Intervista a Fabio Venuti, autore di "La valigia sotto il letto"

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L'autore
Fabio Venuti è nato a Bolzano. Si è laureato in scienze dell'informazione ed ha lavorato in centri di ricerca in Italia, Stati Uniti e Regno Unito in ambiti che spaziano dalla neurologia all'oceanografia. Vive a Reading dove lavora al centro europeo di previsioni meteorologiche. L'interesse per il mondo della ricerca e delle persone che lo popolano è all'origine del suo primo romanzo "La valigia sotto il letto", che vuole essere anche un omaggio agli Italiani che si ritrovano, più o meno per scelta, all'estero.


Il romanzo
La valigia sotto il letto è quella tenuta per anni da Sabina nel suo appartamento londinese, che non riesce a chiamare casa senza sentirsi vagamente bugiarda. È il simbolo della non appartenenza, della perenne condizione di provvisorietà dell’emigrante al tempo delle linee aeree low-cost. La stessa provvisorietà ed irrequietezza che provano Dante ed Augusto, amici di vecchia data, che si rincontrano a Londra. Dante studia il comportamento riproduttivo del piccione comune e si incancrenisce tra l’ammuffito dipartimento di zoologia dell’università e la brughiera del Devon dove conduce le sue inconcludenti osservazioni naturalistiche. Augusto lo raggiunge nella speranza di affermarsi come creativo e tuffandosi immediatamente nella Londra eccessiva, anarchica ed insostenibilmente multietnica in cui poi trascina anche il recalcitrante Dante. I due conoscono Sabina, che lavora in un centro per il recupero degli alcolisti senzatetto e che subito allarga le crepe nel rapporto già conflittuale tra i due amici. La valigia sotto il letto è una commedia dolce-amara che racconta con sguardo bonario ed assai permissivo gli aneliti, i tentativi ed i fallimenti di una generazione fatta di alcuni cervelli e molte frattaglie in fuga dall’Italia.

L'intervista


Buongiorno Fabio, Comincio con il ringraziarti per averci concesso quest'intervista e per averci permesso di leggere il tuo romanzo  "La valigia sotto il letto", che mi è davvero piaciuto molto. 
Grazie a te che hai avuto la pazienza di leggerlo! 

1. Ho letto nella tua biografia che vivi e lavori in Inghilterra nell’ambito della ricerca, proprio come Dante, il protagonista di "La valigia sotto il letto". E’ immediato quindi chiederti quanto di autobiografico ci sia nella storia che racconti. Le difficoltà incontrate da Dante nel trovare una propria strada sono state anche le tue?
È una storia fondamentalmente autobiografica, nello spirito almeno. Non sono ricercatore, ma ho sempre lavorato nello sviluppo di sistemi informatici di supporto alla ricerca. Non essendo legato a nessuna particolare branca, ho potuto lavorare in ambiti molto diversi: scienze dell’informazione, biofisica, neurologia, oceanografia ed ora meteorologia. Forse questo è già sufficiente a testimoniare un percorso piuttosto tortuoso. Secondo me i percorsi tortuosi però sono molto formativi, sono quelli che ti definiscono.


2. Il tuo romanzo vuole essere un omaggio agli Italiani che si ritrovano all’estero. Cosa ti ha spinto ad abbandonare l'Italia per l’Inghilterra e quali difficoltà hai incontrato in questo passaggio? Ti senti integrato nel nuovo paese in cui vivi oppure esiste una comunità italiana chiusa e in qualche modo “autosufficiente” ? E gli inglesi come vedono questi italiani che “invadono” il loro paese?
Sono partito per motivazioni irrazionali, difficili da riassumere senza apparire vagamente imbecille. Cercherò di minimizzare i danni. Direi che c’era molta irrequietezza, un po’ d’illusione infantile che da qualche parte si nasconda un luogo fatto apposta per te e poi c’era il fascino magnetico che Londra ha esercitato sulla mia generazione. Anche se strambe, queste motivazioni hanno funzionato bene, almeno all’inizio. Io lo faccio dire a Dante, in maniera ironica, quello che mi stava stretto dell’Italia: è un Paese in balia dei vecchi, non si trova sidro sudafricano, si fa poco l’amore e non mi va di sapere cosa pensa il Papa. Il sidro sta a significare che in Italia tutto arriva in ritardo, che siamo alla periferia dell’impero occidentale. Il resto si spiega da sé. Allora sono partito. Ma un po' migliore è un posto quando cominci, per forza, perché ci vuole sempre un po' di tempo perché la gente arrivi a conoscerti e si dia da fare e trovi il sistema di fregarti. Così diceva Céline. E anche quando lo trova, aggiungo io, ci vuole del tempo a te per rendertene conto. Questo è vero credo particolamente in Inghilterra, dove finché non impari le sottigliezze di aggettivi apparentemente innocenti accompagnati da appena percettibili variazioni di tono di voce, non potrai sapere cosa gli altri pensano davvero di te. Io ancora non lo so. Tra l’altro, questa è la ragione per cui nella mia storia uso il discorso diretto solo nei dialoghi tra italiani. Trovo che usare il discorso diretto, metti, tra un italiano ed un inglese, trasmetta un falso senso di immediatezza e comprensione reciproca. La verità è che, da emigrante, passi metà della tua vita interpretando quello che ti chiedono meccanici, idraulici, cassieri, barbieri, camerieri... Quante volte ho risposto sì o no a caso. È chiaro allora che gli stranieri, che si ritrovano un po’ tutti nella stessa nebbia, si stringano tra loro. Nella mia esperienza, in Inghilterra si formano spesso sodalizi tra italiani, spagnoli e greci. In realtà però gli inglesi sono tra gli esseri più tolleranti ed inclusivi che abbia mai incontrato e non è difficile farseli amici, a patto di rispettare la sacralità della privacy, di non ammorbarli con litanie sulla mancanza del bidet e di non scandalizzarsi per un cappuccino ordinato dopo pranzo. Purtroppo è vero che anche in Inghilterra, e soprattutto in provincia, negli ultimi anni è salita la marea xenofoba, alimentata da una certa stampa da quattro soldi, ma il razzismo tamarro è fortunatamente ancora molto circoscritto.


3. Che differenze vedi tra la realtà universitaria italiana e quella inglese? Ad un giovane ricercatore insoddisfatto dei limiti imposti alla ricerca in Italia consiglieresti di rivolgersi all’estero per realizzare i propri sogni?

Non saprei. Come ho detto, io non me ne sono andato per realizzare sogni di carriera, ma credo che all’estero mi si siano presentate più opportunità, o forse sono stato più pronto a coglierle. A me l’Inghilterra ha dato molto, in molti sensi. Non credo avrei potuto fare le esperienze che ho fatto rimanendo in Italia. Però, se si sceglie di partire, bisogna decidere molto presto se è un’esperienza a termine o no. Più presto di quanto si creda. Altrimenti è la vita a decidere per te.

4. Nel romanzo, attraverso le parole di Dante, esprimi a volte giudizi piuttosto duri sul mondo della ricerca universitaria, sulla sua efficacia e utilità. Questo rispecchia il tuo pensiero?

Dante è duro con l’umanità. Il suo giudizio potrebbe riassumersi con un: Dio, la gente... L’ambiente della ricerca direi che non è speciale. Il fatto è che l’università è un grande businness, c’è stata un’enorme proliferazione di università negli ultimi trent’anni e si studia di tutto. La qualità della ricerca è di conseguenza molto variabile. Purtroppo non è facile per i giovani districarsi in questo mondo complesso e fare le scelte giuste ed è invece facilissimo rimanere intrappolati in strade senza uscita, finire in università mediocri a barcamenarsi tra progetti inconcludenti, con uno stipendio inferiore a quello di un autista di autobus. Con tutto il rispetto per gli autisti di autobus, che anzi hanno la responsabilità della sicurezza della gente che portano qua e là e quindi è sacrosanto che vengano pagati bene, mentre molti ricercatori fanno studi che non portano proprio da nessuna parte. Come si può anche solo pensare che con queste premesse l’università attragga le menti migliori? Infatti, non le attrae. In Inghilterra a me sembra che resti nella ricerca chi non ha di meglio da fare (tolte ovviamente le dovute eccezioni). Ma vallo a dire in giro...

5. Senza voler rivelare il finale ai lettori, il libro si conclude con un piccolo colpo di scena che lascia aperte varie possibilità. Perché questa conclusione un po’ in sospeso? Credi che Dante possa farcela a trovare la sua strada nella vita?

Ne dubito. Quanto al finale, qualcuno me l’ha criticato, ma non è gratuito. Nella storia, Dante ed Augusto sono personaggi che vivono vite diverse e fanno scelte diverse, ma sono complementari. Al punto che, in un certo senso, rappresentano veramente un unico personaggio. Vedi, quando vivi all’estero per un certo tempo, finisce che ti senti un po’ sdoppiato. Non sai più se la tua vita vera è quella in Italia e quella che vivi ora all’estero è solo una parentesi, un sogno, oppure se la tua vita vera è questa qui ed è quell’altra, quella rimasta in Italia, ad essere un sogno. Chi sogna chi?

6. La valigia sotto il letto è il tuo primo romanzo. Cosa ti ha spinto a cimentarti con la parola scritta? Come ti sei trovato nelle vesti di scrittore? Prevedi di ripetere l’esperienza?

Penso che uno scriva per incapacità ad esprimersi altrimenti. Se fossi più bravo nelle relazioni sociali, probabilmente non scriverei. Per altri magari la scrittura è una cosa che viene facile. Io riesco a scrivere solo a tarda notte ed è un affare laborioso e faticoso. E solitario. Preferirei di gran lunga suonare in un gruppo, se sapessi suonare qualcosa e fossi capace di stare in un gruppo. Quindi capirai che l’idea di ripetere l’esperienza sia piuttosto spaventosa. Tuttavia, un’altra storia da raccontare ce l’avrei. Non so però se ho abbastanza notti insonni per scriverla.

7. Hai auto-pubblicato il tuo romanzo su Amazon, una scelta operata da molti autori di recente. Cosa ti ha spinto a percorrere questa strada? La mancanza di una vera e propria casa editrice alle spalle immagino ti abbia costretto a trovare altri modi per promuovere il tuo libro, come hai risolto la cosa?

È una strada su cui ti ritrovi senza neanche pensarci tanto, dopo aver ricevuto vari rifiuti o non aver ricevuto proprio niente. Hai passato tanto tempo a scrivere una storia e vuoi che qualcuno la legga, tutto qui. Amazon ti fornisce gratuitamente gli strumenti che ti servono e ti mette su una vetrina raggiungibile da tutto il mondo. Certo, è una vetrina che si perde un po’ tra milioni di altre vetrine... Il problema della promozione, appunto, non l’ho risolto. Tutti consigliano di usare i social network. Io, come avrai ormai intuito, non ho diecimila amici su facebook. Infatti, non ci sono neanche su facebook (i miei quattro amici non riescono a farsene una ragione). I blog di libri, però, come il vostro della Stamberga, sono un’ottima cosa. Mi sembrano spesso gestiti e frequentati da lettori entusiasti, voraci e preparati. Continuerò ad esplorare l’universo dei blog.

8. Infine una domanda un po’ provocatoria. L'avvento del digitale sta in qualche modo cambiando il mondo dell'editoria, alcuni autori hanno clamorosamente raggiunto il successo tramite romanzi auto pubblicati, grazie semplicemente al tam-tam della rete. Le case editrici stanno diventando inutili? Credi che questo nuovo modo di pubblicare un romanzo sia più un vantaggio per il pubblico, che ha la possibilità di scoprire talenti ignorati dalle case editrici oppure serve solo ad inondare il mercato di prodotti di bassa qualità tra cui è difficile districarsi?

La rivoluzione del libro digitale è appena cominciata. Io penso sia inarrestabile e di enorme portata. Sento molti obiettare che però la gente preferirà sempre il libro stampato. Io credo invece che le preferenze individuali diventeranno rapidamente ininfluenti. Il costo della produzione, distribuzione e vendita di un libro in forma digitale è assolutamente trascurabile e questo è tutto ciò che conta. Nel mondo del libro stampato tutto è costoso: la produzione della carta (e le cartiere sono tra le fabbriche più inquinanti), la stampa, l’immagazzinamento, il trasporto, la vendita. Le librerie, per esempio, hanno bisogno di grandi spazi nei centri urbani, dove gli affitti sono carissimi. Tutti questi costi, mano a mano che il digitale prenderà piede, diventeranno sempre più onerosi. Chiuderanno librerie e case editrici tradizionali e questo provocherà un effetto a spirale, perché meno libri stampati si produrranno, più costoso sarà produrli, maggiore sarà la differenza di prezzo con gli equivalenti digitali e quindi sempre meno se ne venderanno. Immagino che questo sia uno scenario da incubo per molti amanti del libro, ma io sono ottimista. Sopravviverà chi sarà capace di cambiare. Come dici giustamente tu, ci sarà ancora bisogno di chi ci aiuti a navigare in un mare di prodotti di qualità diversissima. Nasceranno più case editrici esclusivamente “digitali”, snelle ed efficienti, che potranno concentrarsi sull’editing, la recensione e promozione di libri. Chissà, magari questo potrebbe essere il futuro della Stamberga dei Lettori... E le librerie si dovranno reinventare, diventando luoghi di incontro e proponendo eventi culturali cui assistere davanti ad una tazza di caffè o magari un bicchiere di vino. Ho letto recentemente un’intervista all’amministratore delegato della catena Waterstones che prevede di aprire caffè in tutte le sue librerie. I libri attireranno la gente, ma sarà coi panini e le torte al limone che Waterstones camperà. Io non ci trovo niente di male, anzi, adoro i caffè nelle librerie.

Salutaci lasciando un consiglio di lettura per i lettori della Stamberga!

Mah, visto che abbiamo parlato di irrequietezza, del problema di partire e tornare, mi viene in mente Bruce Chatwin ed il suo Anatomia dell’irrequietezza. Non che sia tra i miei libri preferiti, anzi per molti versi e ragioni ovvie (è una raccolta di scritti pubblicata postuma) è un po’ raffazzonato. Però ho trovato molto interessante il progetto, rimasto incompiuto, di spiegare l’irrequietezza dell’uomo attraverso le sue radici: l’umanità nasce nomade ed il nomadismo è scritto nel nostro codice genetico. L’uomo perciò non può essere felice rimanendo sempre nello stesso luogo, ma ugualmente non può essere felice andandosene per sempre. La natura nomade ci spinge a partire, poi a tornare, poi a ripartire, ciclicamente. Ciao!

Grazie di nuovo per la disponibilità e in bocca al lupo per il tuo romanzo,

Articolo di Valetta


15 novembre 2012

Intervista a Veronica Elisa Conti, autrice di "Le nebbie di Vraibourg"

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L'autrice
Nata a Città di Castello, Veronica ha conseguito la maturità classica al liceo Plinio il Giovane e ha poi frequentato il corso di pittura dell’Accademia delle Belle Arti Pietro Vannucci e le lezioni della Facoltà di lettere dell’Università di Perugia. Dipinge, ama i viaggi, il cinema e la musica. Ha lavorato come commessa e ha dato ripetizioni di latino e greco.

Il romanzo


Le nebbie di Vraibourg narra la storia del diciottenne Etienne Dorin che, dopo essere cresciuto in un collegio, viene convocato dal nobile Tancrède Des Essarts per istruire il figlio. Arrivato al castello della Guyenne, il giovane viene presto invischiato nelle nebbie del mistero che avvolgono il piccolo paese normanno di Vraibourg. A rendere più insidiosa la ricerca della verità è Dorian, il figlio di monsieur Des Essarts, che fugge via da ogni lezione per nascondersi, “animale immemore”, tra le ombre del bosco che circonda il castello, in un buio che protegge e consola dalla consapevolezza di essere un ragazzo, dicono in paese, toccato da Dio. In un inquietante scenario, intessuto di falsità e inganni, si muovono i personaggi delle Nebbie di Vraibourg, avvinti da una caleidoscopica catena di eventi e intrecci imprevedibili. Un romanzo sull’ambiguità che si macchia del sangue della vendetta; una celebrazione gotica del rancore quando si arma di fine e diabolica astuzia.

L'intervista


1. Buongiorno Veronica, grazie del tempo che ci dedichi. "Le nebbie di Vraibourg" è il tuo primo romanzo, vincitore del premio Luigi Malerba 2011. Questa è stata la tua prima occasione di confronto con il mondo dei concorsi e dell'editoria?
Si, questa è stata la mia prima occasione di confronto con il mondo dei concorsi e dell’editoria. Dopo aver concluso il manoscritto mi sono informata sui vari concorsi letterari a cui potevo accedere e ho inviato il mio lavoro ad essi e ad alcune case editrici. Vincere un grande riconoscimento come il Premio Malerba mi ha dato gioia, fiducia e la possibilità di concretizzare il mio sogno.


2. Questo riconoscimento ha cambiato in qualche modo il tuo rapporto con la scrittura?
Certo. È stato per me innanzitutto motivo di enorme felicità, un’iniezione di fiducia che in me è cronicamente latente. Mi ha messo in contatto con persone di grande cultura da cui ho appreso molto. Ha anche contribuito a farmi capire la necessità continua di mettersi in gioco e rinnovarsi, proprio come il grande autore Luigi Malerba.


3. Il tuo romanzo è insolito, rispetto a quanto va di moda oggi, e anche per questo mi è piaciuto molto. Cosa ti ha portata ad ambientarlo nella Normandia del secolo scorso, in un mondo di ricchi signori e giovani tutori decisamente lontano da noi?

È stata una scelta inconsapevole e razionale al tempo stesso: è un mondo che paradossalmente conosco, che ho spiato nelle mie letture, ammirato in molti artisti. Un mondo non lontano per me, ma parallelo. I ricchi signori e i poveri giovani istitutori ci sono anche oggi, solo cambiati, magari con altri abiti o altre dimore, ma sempre pronti a ripetere il medesimo schema: cacciatore e preda.

4. Vraibourg è ispirata a un luogo che conosci o è esclusivamente frutto della tua fantasia? Da dove viene la scelta dell'ambientazione francese?

Vraibourg è un luogo e tutti i luoghi per me. Un piccolo paese, un quartiere di una grande metropoli, dovunque si ripetano i giochi, gli schemi, le bassezze della vita. Ho ambientato la “mia” Vraibourg in Francia perché molte mie letture mi hanno fatto profondamente conoscere la provincia di questo magnifico paese, per il quale ho una personale predilezione.

5. Spesso ho avuto la sensazione che tu strizzassi bonariamente l'occhio a grandi della letteratura: solo per assonanze, possiamo trovare richiami a Dorian Gray, Zola, Huysmans, cui si aggiungono Jane Eyre e "L'abbazia di Northanger". Quanto di questo è voluto per esplicita ironia e quanto invece è nato da sé?

Le mie citazioni sono innanzitutto una mappatura degli autori che ho più amato e che ho voluto, nel mio piccolo omaggiare. In tutto ciò c’è anche una voluta ironia, basti pensare alla “povera” Lise Plassants: il suo nome deriva dalla “Lison” il tanto amato treno del protagonista de “La bestia umana” di Zola. La mia Lise ne ha la stessa significativa mole. Mi piace che questo mio piccolo gioco possa portare alla memoria dei lettori brani e opere che magari vorranno così riguardare oppure leggere ex-novo.

6. Etienne, Tancrède o Madeleine rispondono a canoni precisi della buona società, mentre Ophélie se ne discosta parecchio: sola, con una cameriera sgarbata a farle da misera chaperon, indipendente. Di solito ci si aspetta che sia il protagonista a essere in qualche modo diverso, come mai la tua scelta è finita proprio su di lei?

Ophélie interpreta un ruolo: quello di una donna molto indipendente, ma sola. Lei lo fa consapevolmente, per ingannare tutti: Etienne, che se ne fiderà totalmente, e il lettore, che la avrà in simpatia per la sua lingua lunga e la sua sfortuna. E’ un cardine importante perché funzionino sia i suoi propositi che la narrazione. Paradossalmente ci si può immedesimare più con la povera Ophélie che con l’ingenuo Etienne. Ed è proprio nel gioco di ribaltamento del finale che ci si accorge che forse sono davvero altri i protagonisti della vicenda, rispetto a come essa è narrata.

7. Quali sono stati i tuoi riferimenti e le tue fonti di ispirazione nella scrittura? E in particolare per questo romanzo?
La tradizione letteraria inglese e francese del Romanzo Gotico. L’immortale “Ritratto di Dorian Gray”: il mio Dorian porta il nome di questo grande personaggio ed è anch’egli dotato di una bellezza feroce. Ma mentre Dorian Gray alla fine prova orrore per se Dorian Des Essarts vive in una presunzione di libertà che non lo porterà mai al riscatto, ma a rimanere prigioniero dello squallore della vita. C’è poi il romanzo “Il calore del sangue” di Irene Nemirovsky: un profondo ritratto della provincia francese e di quelle sue meschinità che si tramandano di generazione come il sangue. Infine “Thérèse Desqueyroux” di Mauriac. Come nel libro della Nemirovsky siamo profondamente immersi nella provincia della Francia e ci perdiamo in essa con l’indimenticabile protagonista Thérèse, carnefice e vittima, smarrita tra i suoi sogni e i pini secolari. Il finale aperto di quest’opera dallo stile immediato e moderno porta il lettore sempre a nuove domande.

8. Il tuo percorso potrebbe sembrare insolito: liceo classico, quindi Belle Arti e infine Lettere. A quando risale la tua passione per la scrittura? In che modo i tuoi studi ti hanno influenzata?

La passione per la scrittura è innanzitutto figlia della mia passione per la lettura, ma anche dell’inventare lunghe e complesse storie da narrare oralmente. I miei studi hanno risposto a molte mie domande e mi hanno aperto nuove prospettive: ragionare per immagini, documentarsi in testi storici sia geografici che di costumi. Insomma attingere non ad una sola fonte.

9. L'arte e la scrittura sembrano due mondi diversi, ma non è difficile trovare ispirazioni comuni: a quale dei due ti senti più vicina? Preferisci definirti "artista" o "scrittrice"?

Per me l’arte e la scrittura sono le fautrici di un medesimo percorso: molte volte sono proprio le immagini che visualizzo nella mia mente a portarmi a scrivere un episodio o a costruire un personaggio. Non so se sia troppo presto per definirmi. Sinceramente non ho una risposta.

10. Internet oggi ha un ruolo sempre più grande nel mondo della scrittura e della lettura, amplificando la pubblicità e connettendo in maniera diretta scrittore e lettore. Qual è il tuo rapporto con il web?
Per me l’arte e la scrittura sono le fautrici di un medesimo percorso: molte volte sono proprio le immagini che visualizzo nella mia mente a portarmi a scrivere un episodio o a costruire un personaggio. Non so se sia troppo presto per definirmi. Sinceramente non ho una risposta.

11. L'arte e la scrittura sembrano due mondi diversi, ma non è difficile trovare ispirazioni comuni: a quale dei due ti senti più vicina? Preferisci definirti "artista" o "scrittrice"?
Il mio rapporto con il web è buono: ne apprezzo enormemente le possibilità di connessione diretta e diffusione di nuovi autori. Cerco di tenermi aggiornata e conto anche sul sostegno informatico di mio marito. E’ lui che trascrive con pazienza quello che io scrivo letteralmente a mano, come queste risposte. Per certe cose sono una donna all’antica.

12. Il tuo esordio è promettente: quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non credo nella sfortuna, nelle scale, nei gatti neri, nel sale per terra, nel pane sottosopra o nei leprechaun. Ma sono restia a parlare dei progetti in corso. Una brutta sorta di superstizione. Dirò solo che attraverseremo l’oceano e che quella che ho in mente è per me una storia sull’amore, anche se in realtà è un’antica storia di sangue.

Articolo di Pythia


 

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