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27 giugno 2013

Limonov - Emmanuel Carrère

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I Contenuti

Limonov non è un personaggio inventato. Esiste davvero: «è stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio» si legge nelle prime pagine di questo libro.
E se Carrère ha deciso di scriverlo è perché ha pensato «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di noi tutti dopo la fine della seconda guerra mondiale».
La vita di Eduard Limonov, però, è innanzitutto un romanzo di avventure: al tempo stesso avvincente, nero, scandaloso, scapigliato, amaro, sorprendente, e irresistibile. Perché Carrère riesce a fare di lui un personaggio a volte commovente, a volte ripugnante – a volte perfino accattivante. Ma mai, assolutamente mai, mediocre.
Che si trascini gonfio di alcol sui marciapiedi di New York dopo essere stato piantato dall'amatissima moglie o si lasci invischiare nei più grotteschi salotti parigini, che vada ad arruolarsi nelle milizie filoserbe o approfitti della reclusione in un campo di lavoro per temprare il «duro metallo di cui è fatta la sua anima», Limonov vive ciascuna di queste esperienze fino in fondo, senza mai chiudere gli occhi, con una temerarietà e una pervicacia che suscitano rispetto.
Ed è senza mai chiudere gli occhi che Emmanuel Carrère attraversa questa esistenza oltraggiosa, e vi si immerge e vi si rispecchia come solo può fare chi, come lui, ha vissuto una vita che ha qualcosa di un «romanzo russo».

La Recensione

Il racconto della vita di Limonov è sospeso a metà tra biografia e romanzo, tra saggio sulla Russia contemporanea e reportage di attualità, con accenti di autobiografia, e in esso l'autore mescola alle testimonianze in presa diretta anche memorie e aneddoti personali, nella forma di una biografia fortemente partecipata.
Purtroppo in italiano il titolo - che è anche il soprannome del protagonista e in russo viene da 'limonka' ossia granata, bomba a mano, nome usato anche per una fanzine di avanguardismo politico a lui legata - non rimanda al campo semantico originario, quello del conflitto, ma a qualcosa di molto più leggero.
In ogni caso la vita di Eduard Savenko, in arte Limonov, è materia da letteratura.
In apertura l'autore, che conosce e a modo suo stima anche il personaggio di cui racconta la vita, pone le basi per un interessante parallelo tra Limonov e un protagonista della Russia e della politica internazionale, il presidente-quasi-autocrate Vladimir Putin. Entrambi provengono dallo stesso ambiente sociale, sono figli di agenti del Keghebè e soffrono, anche in senso materiale, del disfacimento dell'URSS e del blocco comunista, rimanendo spaesati e privi di punti di riferimento e di valori a cui attaccare il proprio orgoglio nazionale e la propria identità.
La differenza sta nel fatto che mentre Limonov brama il potere soprattutto per narcisismo, in Putin, che ci arriva quasi per cooptazione degli oligarchi più influenti dell'era Eltsin, almeno secondo l'autore, il narcisismo è un prodotto del potere, e non una sua causa.
Entrambi però, su fronti opposti, condividono la memoria positiva degli anni della loro infanzia sovietica:


"Chi vuol restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore"
(Vladimir Putin)

Limonov, sempre secondo l'autore, certo condivide questo aforisma di Putin e certo del politico russo invidia il ruolo di padre di una patria che senza di lui sembrava diretta a cedere il ruolo di grande potenza che si era ritagliato grazie al Comunismo sovietico.
La sua personalità a tutto tondo, bellicista perchè in guerra col mondo, interventista, artistoide ed egocentrica presenta dei lati dannunziani: dall'esibizionismo narcisista e un po' metrosexual a una forte dose di ambiguità sessuale, dall'impegno militarista sfrontato e scevro di ogni remora e regola morale e politica alla capacità di comunicare e crearsi un seguito ideale, da una forma alquanto complessa, a volte tortuosa, di coerenza a una spregiudicata e camaleontica capacità di adattamento.
Vicino al presidente Putin per alcuni aspetti, in particolare la nostalgia dell'orgoglio nazionale sovietico, e insieme suo rivale politico, si ritrova ad essere dissidente soprattutto per la forte volontà di emergere.
In qualche misura, nelle sue debolezze e nei suoi spigoli, Limonov incarna il tipo dell'ultra-uomo nietzschiano e della volontà di potenza, e la sua agitata vita interiore ed esteriore produce un'immagine, artefatta e spontanea insieme, che può rappresentare bene una certa parte della storia spirituale russa. Del resto Càrrere lo paragona spesso a dei personaggi usciti dalla penna di Dostoevskij.
Brevemente vale la pena di sottolineare che - e questo potrebbe essere un pregio e insieme una debolezza - il carattere di Limonov non è mai, nella narrazione, del tutto scisso dalla memoria personale del suo biografo francese. L'autore non manca da un lato di ricordare come il loro rapporto di conoscenza sia stato fondamentale nella scelta di scrivere e, dall'altro, di rimarcare come, nel suo stesso pensiero, luci e ombre del protagonista si presentino al giudizio in un'ampia gamma di sfumature.
Il percorso di vita che il poeta dissidente russo sceglie è quello dell'impegno in prima persona e in prima fila, e le aspirazioni letterarie sono un tramite per arrivare alla gloria e occupare uno spazio sotto le luci della ribalta. Il riscatto nazionale e la rinascita dell'orgoglio russo, con elementi di panslavismo, passano attraverso la fuga dall'URSS sonnolenta degli anni '70 di Breznev, la crisi e il fallimento di ogni prospettiva artistica nella Manhattan che lo accoglie si, ma come fenomeno da baraccone e al più come domestico, e infine con il ritorno all'Europa degli anni 80, in particolare alla Francia dove riesce a inserirsi nel panorama intellettualoide della perestrojka.
Carrère, con l'abilità di uno sceneggiatore professionale, raccoglie in prima persona e racconta le esperienze del suo protagonista in maniera esemplare, unendo momenti lirici e aneddoti sordidi, mettendo in mostra tutti gli angoli nascosti della sua policroma personalità ed evidenziandone contraddizioni e lati oscuri.
Ma quel che è più importante riesce a cucire in modo perfetto, senza eccessi e senza sbavature, il ritratto di un dissidente e artista con il ritratto di una nazione. Si rimane nell'ambito del romanzo di formazione e nello stesso tempo, come in un saggio di geopolitica, la storia, quella recente degli ultimi due decenni del crollo dell'URSS, dell'era di Eltsin e degli oligarchi e infine della democrazia di Putin dalle forti venature di cesarismo, irrompe con tutta la sua forza nella narrazione.
Gli spazi della prosa si adattano alla miseria della vita da clochard in squallidi monolocali newyorchesi, ai rapporti omosessuali consumati per sete di avventura e di contatto umano e sbandierati con fierezza da artista, al rapporto masochista con le donne, soprattutto Natascia, alcolizzata e ninfomane, e uniscono le follie di sgangherate spedizioni nei Balcani in fiamme all'ardore patriottico, che lo porterà a fondare un partito d'opinione e a scontare una condanna per terrorismo in un moderno gulag come oppositore di un regime, lui che aveva sempre odiato la retorica della dissidenza di Brodsky e Solzenitsyn.
La parte più coinvolgente è appunto quella del prigioniero politico, nella quale Limonov riesce a soddisfare il suo bisogno di martirio testimoniando di essere presente e protagonista del suo tempo. Nelle carceri trova compimento il percorso iniziato nelle sperdute latitudini della Siberia alla ricerca di un rapporto totale con la sua terra e riceve una sorta di illuminazione mistica.
Ma il finale - che del resto è solo provvisorio: Limonov a settant'anni suonati è ancora vivo e vegeto, nonchè politicamente arzillo - non è trionfale nè consolatorio: nonostante tutto, Eduard è uno sconfitto, non è una maschera tragica e neppure gli è riservato il riconoscimento del sacrificio, in una nazione che sembra votata a un torpore etilico e fatalista di fronte agli sconvogimenti della storia.
Rimane una figura titanica e incongrua sullo sfondo sterminato e incomprensibile delle steppe dell'Asia centrale, che emerge e si confonde tra i cieli pesanti come cappe e orizzonti irraggiungibili e insieme quotidiani.

Giudizio:
+5stelle+ 

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Limonov
  • Titolo originale: Limonov
  • Autore: Emmanuele Carrère
  • Traduttore: Francesco Bergamasco
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Fabula
  • ISBN-13: 9788845973291
  • Pagine: 356
  • Formato - Prezzo:  Brossura - Euro 19,00
A sinistra Emmanuele Càrrere, autore della biografia, a destra il poeta Limonov

18 giugno 2013

Denti bianchi - Zadie Smith

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I Contenuti

Due famiglie, i Jones e gli Iqbal, le cui vite sconclusionate racchiudono gli ottimismi e le contraddizioni del secolo appena concluso. Archie Jones è un tipico proletario inglese, mentre il suo migliore amico è il bengalese e musulmano Samad Iqbal.
Si sono conosciuti su un carrarmato alla fine della Seconda guerra mondiale, diretti a Istanbul e ignari del fatto che la guerra era già finita. Riunitasi a Londra trent'anni dopo, questa coppia improbabile si ritrova coinvolta nel ciclone politico, razziale e sessuale di quei tempi.


La Recensione

A me personalmente ha fatto una certa impressione, per ragioni anagrafiche, trovarmi a leggere un romanzo che racconta, trattandolo come un periodo che si può considerare in qualche modo storia, anche gli anni '90.
In realtà si tratta solo della parte conclusiva di 'Denti bianchi', quella ambientata nell'ultimo decennio del secolo breve, perchè il racconto parte dagli anni '70 e però, tra flashback e rievocazioni di ricordi passati, tira in ballo episodi ambientati in Grecia ai tempi della Seconda Guerra Mondiale con Archie e Samad e risale anche indietro fino agli inizi del secolo, alle origini giamaicane di Clara Bowden, la seconda moglie di Archie.
Oltre a quest'ampiezza cronologica la trama si articola sul confronto di una vasta gamma di situazioni sociali, tutte però incentrate sul tema dell'integrazione e del confronto tra culture e provenienze diverse. Che, sicuramente, per un paese uso, in virtù del suo passato coloniale, a situazioni multietniche e multiculturali, risulta molto più immediato di quanto non sia per un pubblico italiano.
Da un lato c'è la famiglia fieramente islamica dei bengalesi immigrati, quella di Samad Iqbal, che vede nel tradizionalismo religioso il fattore identitario necessario a sopravvivere in un mondo in cui si sente corpo estraneo, per aspetto esteriore e mentalità. Dall'altro una famiglia formata da un britannico puro sangue che al suo secondo matrimonio, dopo un divorzio da una donna italiana, come alternativa al suicidio sceglie di sposare una mulatta caraibica che fugge dall'educazione  ortodossa dei Testimoni di Geova.
A questa serie di sfumature etiche e religiose, dal fondamentalismo all'ateismo al nichilismo, si aggiungono i conflitti famigliari che si creano inevitabilmente quando le seconde generazioni, cresciute nella modernità del mondo occidentale, si scontrano con il mondo dei loro genitori. Irie, la figlia della caraibica Clara e di Archie, cresce nell'insicurezza data anche dal rapporto molto fragile e distaccato che c'è tra i suoi genitori; i gemelli Magid e Millat, figli di Samad, vengono divisi perchè almeno uno possa salvarsi dall'inquinamento del mondo moderno e perdono il loro legame quasi simbiotico, pur riuscendo a deludere entrambi le aspettative di Samad, la cui vita si centra su una rivincita di ambizioni frustrate attraverso i propri figli e su un orgoglio velleitario e testardo, che lo porta a rovinare il rapporto coniugale e a ignorare qualunque cambiamento.
A queste due famiglie già molto colorite si aggiungono gli accenti locali del terzo modello, la famiglia esemplare 'total british', i Chalfen, che entrano in contatto con le realtà dell'immigrazione attraverso il figlio Joshua, compagno di scuola e coetaneo di Irie e Millat. Esponenti della media borghesia, benestanti e intellettuali provenienti dalla contestazione degli anni '70, il 'chalfenismo' rappresenta il terzo pilastro del romanzo, dopo lo straniero puro e orgoglioso degli Iqbal e la contaminazione ibrida dei Jones. La 'happy family' inglese costituisce l'elemento dell'aborigeno puro, per quanto critico verso la propria storia, e aperto, almeno in linea di principio, al diverso.
Ai contrasti naturalmente dovuti a differenze di credo religioso, di tradizioni e costumi e anche di lingua si aggiungono i conflitti generazionali e quelli prodotti dagli incroci di tutti questi fattori, in un disordine di storie e di intrecci che non è sempre facilissimo seguire e in cui i 'denti bianchi' del titolo costituiscono una sorta di simbolo ricorrente, quasi un fiume carsico, della comune natura umana, a prescindere dalle differenze contingenti.
Nel complesso lo stile è notevole, soprattutto per essere un esordio, e ricco di dettagli, di particolari, di sfumature, molto maturo e brillante nella resa dei paesaggi urbani e sociali, e nello stesso tempo ha richiamato alla mia memoria diversi romanzi americani acclamati dalla critica - due su tutti Middlesex di Eugenides e Le correzioni di Franzen -, con i quali Denti bianchi condivide grosso modo il modello familiare. Sembra quasi di poterla ascoltare, nella lettura, questa sorta di patina stereotipata da narrativa angloamericana moderna, nell'opera di Zadie Smith, come se si riconoscesse alla radio un motivo musicale molto orecchiabile e per questo a tratti anonimo.
Tutta la costruzione narrativa mira a mostrare le difficoltà umane e sociali di un percorso di integrazione ineluttabile e insieme oneroso; resta però il dubbio al lettore che la struttura risenta, come nella mancanza di un'originalità di fondo della voce narrante, di una posizione a tema già prestabilita, nella quale a volte i personaggi sembrano muoversi a scatti come burattini manovrati, con notevole stile ma non senza movimenti meccanici, da dietro le quinte.
Soprattutto per l'affastellarsi, man mano che il finale si avvicina e i nodi vengono al pettine, di tanti temi diversi, dall'ambientalismo estremo di Joshua Chalfen, che si ritrova sulle stesse posizioni del fondamentalismo islamico del teppista convertito Millat Iqbal, alla fede assoluta del genetista Marcus Chalfen nello sviluppo della scienza come fonte di salvezza per il genere umano, che trova una sponda inaspettata in Magid Iqbal, la cui educazione bengalese tradizionale avrebbe invece, nelle intenzioni di Samad, dovuto indirizzarlo a ideali e valori più fedeli a quelli di famiglia.
Convergono verso il finale oltre a questi temi anche personaggi che avevamo visto in azione all'inizio del romanzo, da un fidanzatino adolescenziale di Clara Bowden-Jones a uno scienziato nazista incontrato da Archie e Samad durante la II g.m. e l'impressione è che ci si avvii verso una conclusione esplosiva. In realtà il risultato di tutto questo chaos è la classica montagna che partorisce - anche in senso letterale - un topolino.
Se anche il romanzo si conclude in maniera inaspettata e improvvisa, forse anche geniale in sè, sembra quasi che voglia essere una distrazione o una consolazione per il lettore che è costretto a lasciare i personaggi senza che nessuno dei loro problemi e dubbi esistenziali, come nella vita reale del resto, si siano risolti.
Come a dire che in fondo il lettore, come i personaggi, dovrà vedersela da sè.
Sarà il caso di includerlo nella lista di libri da leggere assolutamente dell'ultimo secolo?

Giudizio:
+2stelle+ e 1/2

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Denti bianchi
  • Titolo originale: White teeth
  • Autore: Zadie Smith
  • Traduttore: Laura Grimaldi
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804595090
  • Pagine: 546
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

16 giugno 2013

Leggere Lolita a Teheran - Azar Nafisi

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I Contenuti

Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

La Recensione di Morwen

Una premessa è doverosa: il libro si legge meglio se si conoscono le opere di cui si parla, che in ordine di apparizione sono: Lolita di Vladimir Vladimirovič Nabokov, Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, Daisy Miller di Henry James e Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.
Il libro è un curioso intreccio tra saggio letterario, diario e romanzo, che racconta le esperienze di lettura e condivisione della lettura di un gruppo di giovani donne (e, marginalmente, giovani uomini) nella Repubblica Islamica Iraniana durante il regime dell'ayatollah Khomeini.
Ogni parte, dedicata ad uno degli autori sopra elencati, ripercorre l'esperienza di lettura del romanzo in uno dei corsi tenuti dalla professoressa Nafisi, prima nelle aule universitarie e, in seguito, nel salotto della propria casa.

Ne emergono letture interessanti dei libri proposte, strettamente condizionate dalla vita e dalle idee delle proprie lettrici e dalla cultura iraniana e, al contempo, un'immagine della letteratura come via di uscita da un mondo soffocante e alienante, una sorta di rifugio in una dimensione parallela che aiuti a tutelare il diritto all'immaginazione di ciascuna persona.
Sullo sfondo la vita quotidiana nell'Iran delle classi agiate, dal ritorno dell'autrice nel paese nel 1979 dopo la conclusione dei suoi studi universitari in America, fino alla sua successiva ripartenza nel 1997.
Molto ben caratterizzati i personaggi delle brillanti allieve della Nafisi, costruiti, come ammette la stessa autrice, dalla giustapposizione di esperienze e caratteristiche di ragazze differenti, per tutelare l'anonimato di quelle che non hanno mai lasciato l'Iran. Un po' faticoso, invece, orientarsi nell'intreccio di aneddoti e letture, ostico per chi non conosce già la storia dell'Iran e che può creare una certa confusione nel lettore.

Un libro a mio parere non bellissimo, ma che offre spunti di riflessione molto interessanti.


Giudizio
+4stelle+ 

La Recensione di Valeria Pinna
“Vivere nella Repubblica dell'Iran è come fare sesso con un uomo che ti disgusta.”
In questo romanzo, per me bellissimo, Azar Nafisi racconta la sua esperienza di vita e di insegnamento in Iran, nel particolare e terribile periodo dell'instaurazione del regime dell'ayatollah Khomeini, fondamentalista islamico, e della guerra contro l'Iraq, negli anni '80.
Nata a Teheran, dopo aver compiuto gli studi di letterature straniere in Inghilterra e negli Usa, la scrittrice decide di tornare nel proprio paese natale, di non scappare, al contrario di molti altri intellettuali, ma di proseguire quella che sente la sua missione, la resistenza al regime tramite l'insegnamento.
Khomeini in breve tempo crea un regime di censura totale che limita le libertà e i diritti dei singoli incidendo in modo profondo sulle vite private di tutti i cittadini, in particolare delle donne. Costrette a portare il velo, a girare accompagnate sempre da qualche membro maschile della famiglia, non hanno neanche la libertà di sorridere in pubblico, di stringere la mano a qualcuno che sia di sesso opposto, di ricrearsi con un minimo divertimento.
Gli slogan più diffusi sono quelli che proclamano “morte all'America e all'occidente”, sono banditi tutti i modi di vivere all'occidentale, le università vengono totalmente islamizzate e le librerie sono costrette a chiudere perché quasi tutti i libri sono bollati come osceni e immorali.
Azar, come molti dei suoi colleghi, viene espulsa dall'università di Teheran, a causa del suo rifiuto a voler indossare il velo e dei suoi corsi orientati all'insegnamento della letteratura inglese e americana. Nel frattempo continua a leggere e si occupa dei figli e del marito, mentre che la città viene bombardata incessantemente durante il giorno e la notte.
Ma non ha dimenticato i suoi alunni né la sua missione.
Decide infatti di organizzare dei seminari segreti, che si tengono il giovedì mattina a casa sua, per i quali sono invitate sette delle sue migliori studentesse.
In questi incontri si leggono romanzi e si discute di letteratura e delle più importanti eroine dei romanzi. Le scelte e i pensieri di Lolita, di Daisy Miller, di Gatsby, di Elizabeth Bennet vengono riletti e interpretati in modo particolare, alla luce delle personali vicende delle ragazze e dell'insegnante e della situazione tragica dell'Iran. Ecco allora che cosa vuol dire leggere Lolita a Teheran, trasmettere le opere migliori della letteratura occidentale in un altro contesto.
Si sentono infatti come Lolita, rapita da Humbert Humbert e privata del fiore dei suoi anni, come Gatsby vedono infranti i loro sogni, ma sanno essere seduttive come Daisy o diffidenti e orgogliose come Elizabeth.
Sebbene all'esterno indossino lo chador, che cerca di rendere uguali tutte le donne, di privarle della loro personalità e della loro femminilità, nel salotto dell'insegnante ognuna mostra il proprio carattere e trova il coraggio di esprimersi liberamente, di rivelare le proprie paure e i propri sogni: Azin viene picchiata dal marito ma non può sperare nel divorzio perché i giudici islamici assegnano sempre i figli il marito; Sanaz è fidanzata da moltissimi anni e deve sposarsi in Turchia, ma sono anni che lei e il fidanzato non si vedono più; Nassrin ha passato cinque anni in prigione per alcuni suoi comportamenti ritenuti poco consoni dal regime, e così via.

L'ho trovato un romanzo davvero interessante, nel quale l'autrice ha rielaborato, con una prosa elegante e scorrevole, quadro storico, vicende personali e discussioni letterarie facendo una sorta di diario–racconto del decennio di guerra e dittatura vissuto nell'Iran.


Giudizio
+4stelle+

Dettagli del libro


  • Titolo: Leggere Lolita a Teheran
  • Titolo originale: Reading Lolita in Tehran: A Memoir in Books
  • Autore: Azar Nafisi
  • Traduttore: Serrai R.
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845921544
  • Pagine: 379
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

27 aprile 2013

Un maledetto freddo cane - Luca Palumbo

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I Contenuti

Matteo Furst, trentenne precario, si trasferisce a Roma da un piccolo paese sulle sponde del Volturno, per lasciarsi alle spalle una famiglia difficile ed evitare la morte per noia nel suo verde nulla molisano; così Matteo si ritrova a lavorare sui pullman della Solidarietà, in cui trovano riparo la notte i senzatetto della città. E’ l’inverno dell’emergenza freddo, annata 2007-2008 e sui pullman si incrociano le vite di barboni alcolizzati, stranieri in cerca di una vita migliore, italiani senza lavoro, ragazzini fuggiti da guerre che abbiamo dimenticato. Gli operatori sociali dei pullman si muovono tra fetori di vomito, denti marci e alcol di scarsa qualità distribuendo coperte, tè e biscotti per alleviare il disagio degli utenti. La precarietà è il filo conduttore dell’intero romanzo che si dipana non soltanto attraverso le vite dei disperati e degli emarginati che dormono sui pullman, ma tocca anche gli operatori sociali con i loro contratti a progetto, i pagamenti irregolari e l’affitto da pagare; paradossalmente i frequentatori dei pullman sella solidarietà si mostrano più forti di Matteo nell’affrontare le difficoltà della loro vita e nel trovare una via d’uscita. Matteo, invece, deve combattere contro i fantasmi del passato che, in alcuni casi, si esprimono attraverso la Voce di Dio, una barbona che riesce a dare forma e contenuto alle paure di Matteo.  

La Recensione

Un maledetto freddo cane è un romanzo scorrevole che si legge con facilità. Le descrizioni hanno la nitidezza di un’inquadratura cinematografica e i personaggi che si muovono nelle varie scene hanno una forza tale da balzare fuori dalla cornice in cui l’autore li ha inseriti. I personaggi che più mi sono piaciuti sono i comprimari che quasi sempre riescono a rubare la scena a Matteo, il quale invece appare ripiegato su se stesso in una ripetizione di comportamenti (ubriacarsi, farsi ammazzare di botte, inseguire fantasmi) che alla fine rischiano di annoiare. Più vario, invece, è il materiale con cui sono costruiti i personaggi minori: Sofia (la bella moldava di cui si invaghisce Matteo), Marian e Mohammed (immigrati con cui Matteo divide l’appartamento), Tonino, Massimo, Bellezza, Yussef, Pietro (alcuni degli emarginati che frequentano i pullman della Solidarietà). Non si fatica a immaginarli reali, magari raggomitolati nella sala d’aspetto della Stazione Ostiense oppure a spacciare o prostituirsi in uno qualsiasi degli angoli di Roma, approfittando del buio e dell’indifferenza di chi passa diritto senza provare la minima curiosità verso ciò che lo circonda. Queste figure spiccano contro uno sfondo delineato con la medesima vivacità dei personaggi che in esso si muovono: gli odori sgradevoli che fanno da sottofondo all’intera vicenda (dalla puzza che aleggia sul pullman all’onnipresente olezzo di cipolla fritta che accompagna i risvegli di Matteo), il freddo umido che penetra sin dentro le ossa dei barboni e degli operatori, la sporcizia che la magnificenza di Roma non riesce a nascondere.
L’intero romanzo sembra dire che la precarietà è una condizione generale (non solo i barboni che usufruiscono dei pullman della Solidarietà ma anche gli operatori) poiché non riguarda solo le condizioni materiali ma anche l’atteggiamento che si ha nei confronti della vita. Matteo è il più precario di tutti perché non riesce a trovare un equilibrio tra passato e presente, tra le vicissitudini della sua famiglia di origine e i suoi timori di non riuscire a delineare un percorso di vita originale, rompendo quello che gli appare come un destino ineluttabile di povertà a cui non può, o non vuole, sottrarsi. Ma la precarietà, sembra dirci Luca Palumbo, è anche opportunità perché rappresenta la possibilità dell’imprevisto e della novità.
Il finale, a mio parere, è la parte più debole dell’intero romanzo (e la ragione principale della valutazione di tre stellette): frettoloso e buonista, non si capisce come riesca Matteo a superare le difficoltà che lo bloccano e lo spingono ad agire in maniera autodistruttiva. E’ come se, tra l'ultimo e il penultimo capitolo, l’autore si fosse dimenticato di inserirne altri, forse i più interessanti perché avrebbero aiutato Matteo ad assumere un carattere più delineato che avrebbe rimesso in secondo piano gli altri personaggi i quali, invece, gli rubano la scena ogni volta che compaiono.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Patrizia

Dettagli del libro
  • Titolo: Un maledetto freddo cane
  • Autore: Luca Palumbo
  • Editore: Lorusso Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13: 9788890493621
  • Pagine: 276
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 12,00

07 marzo 2013

Istruzioni per l’odio - Simone Montella

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I Contenuti

Raccontare i piccoli orrori della quotidianità, il loro rifiuto, la loro finale accettazione. Un libro psico-politico in cui un ragazzo cerca di fare a se stesso quello che Berlusconi ha fatto al paese. Un libro di sinistra, ma così di sinistra che può piacere soprattutto a quelli di destra. Succede che Silvio lo perseguita e un precario qualunque passa dalla laurea con lode alla disoccupazione. Che fare? Si tratta della domanda cui i poveracci di tutto il mondo cercano da secoli una risposta.


La Recensione

Avvertenze per l’uso: se fate parte di quella sempre più larga schiera di figli della crisi state attenti nel leggere “Istruzioni per l’odio - Esperimento comportamentista nei giorni della fine del Governo Berlusconi IV” di Simone Montella perché potreste ritrovarvi nel flusso di coscienza del protagonista e avere un travaso di bile. Già, perché l’autore è riuscito, nel suo libro di esordio, a tirare fuori con precisione tutti i malesseri che la generazione di trentenni di oggi possono provare davanti alla situazione economica e sociale attuale e a riversarli con lucidità in frasi al vetriolo.
Il protagonista, un giovane laureato napoletano emigrato in Veneto, si trova alle prese con gli effetti della crisi sul mondo del lavoro, soprattutto sulla sua psiche. Causa della situazione è Berlusconi, a detta del protagonista assolutamente “inadatto”, per usare un eufemismo.
Per prima cosa devo dire che personalmente le prime pagine sono state difficili da superare. Non è facile dire qualcosa di nuovo o di serio su come il governo Berlusconi ha affrontato questa crisi e il protagonista, con le sue invettive, non diceva nulla di nuovo. Ho sperato molto che il libro dicesse qualcosa di più, che vedesse le cose dal basso e dal dentro e non sono rimasto deluso. Superato l’inizio, il lettore verrà trasportato nei gorghi della psiche di una persona goffa, sognatrice e perdente come tante, un laureato con una sceneggiatura teatrale nel cassetto, resa isterica da vicissitudini personali eufemisticamente poco felici e nel quale tutte le ansie, le paure e le fobie sono portate all’esasperazione dagli accadimenti esterni. Azzeccata l’idea di aggiungere in nota i referti medici della psicanalista che ha in cura il protagonista: non spezzano il ritmo e danno un tocco di lucidità, togliendo un po’ di peso narrativo dalle spalle dell’io narrante e aggiungendo un punto di vista esterno al monologo molto utile nella comprensione della vicenda. Gli eventi sono sempre filtrati attraverso l’occhio e la mente dell’io narrante che spesso si riferisce a se stesso (o al lettore?), in maniera retorica, con la seconda persona singolare. Espediente da teatro per coinvolgere lo spettatore, mi viene da dire, che comunque riesce a funzionare anche all’interno delle pagine del libro grazie alla bravura dell’autore il quale, incredibilmente per un esordiente di questi tempi, a focalizzare ed esprimere la propria urgenza narrativa senza andare troppo fuori tema nonostante sarebbe facile sbrodolare tutto in un eccesso di invettive ideologiche senza costrutto.
In conclusione “Istruzioni per l’odio - Esperimento comportamentista nei giorni della fine del Governo Berlusconi IV” è stata una lettura sorprendente. Come il sottotitolo anticipa, questa non è solo una serie di invettive contro Berlusconi e il mal costume italico, ma uno spaccato di vita vissuto in prima persona durante un periodo storico che i posteri definiranno “tumultuoso”. Superati gli eccessi coprolalici che ci possono pure stare e digerito un finale, senza anticipare nulla, quantomeno spiazzante, rimane un esordio che lascia di stucco. 


Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Istruzioni per l’odio - Esperimento comportamentista nei giorni della fine del Governo Berlusconi IV
  • Autore: Simone Montella
  • Editore: Il Foglio
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788876063985
  • Pagine: 180
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

02 agosto 2012

Un mondo di stranieri - Nadine Gordimer

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I Contenuti

Assieme a Doris Lessing, Nadine Gordimer è l'altra voce femminile bianca della letteratura sudafricana che ci narra le incertezze e i tormenti, le ipocrisie e le tragedie di quella società.
Toby Hood, il protagonista di Un mondo di stranieri, è un inglese che si confronta col mondo dei bianchi (gli “stranieri”) di Johannesburg, un giovane intellettuale pieno di disponibilità e di voglia di vivere: "Voglio vedere la gente che mi interessa e mi diverte, nera, bianca e di qualsiasi colore. Voglio preoccuparmi io delle mie relazioni personali con gli uomini e le donne che incontro e mandare al diavolo le astrazioni della razza e della politica...".
Ma la società dei bianchi non glielo permette. Un suo amico nero, Steven, viene ucciso dalla polizia; una avvocatessa impegnata nella lotta per i diritti civili - uno dei più bei personaggi del romanzo - gli chiarisce le idee; e un altro giovane nero, Sam, gli dirà, quando alla fine deve rientrare in patria e promette di tornare: "Chi può saperlo?... Chi può saperlo con voialtri, Toby?"
Nadine Gordimer descrive una società razzista, quella da cui proviene, con sensibilità immune da pregiudizi, rifiutando di appiattire con l'ideologia la sua ricca materia. Con questo splendido romanzo, essa dimostra che i volti del male e dell'arroganza hanno una varietà d'espressione infinita per chi abbia il coraggio di sopportarne l'atroce vista.

La Recensione

Rispetto al contenuto, Toby Hood, il protagonista del romanzo di Gordimer 'Un mondo di stranieri', ha una funzione particolare o perlomeno in contrasto con il ruolo di primo piano: di fatto serve da specchio di mondo straniero.
Arrivato dalla Gran Bretagna degli anni '50, che ormai si sta rassegnando a volgere le spalle a Impero e Commonwealth, Hood si trova immerso in una realtà che gli è del tutto estranea, l'ancora colonia sudafricana nella quale da qualche anno è in vigore una politica segregazionista nei confronti delle varie etnie indigene, attuata dalla minoranza boera occidentale con il sinistro nome di 'apartheid'.
Il trasferimento dalla swinging London al remoto e torrido Sudafrica, dove gli occidentali si sentono quasi esiliati, è dovuto alla richiesta di uno zio di Toby, il titolare della casa editrice proprietà di famiglia, di andare a seguire gli affari dell'impresa in zona. Proveniente dall'alta borghesia londinese impegnata nel sociale e sui temi dello sviluppo dei Paesi del terzo mondo, ha sempre avuto a che fare con un ambiente che oggi si definirebbe 'radical chic' e ha assunto per sovraesposizione un atteggiamento di disinteresse e quasi di snobismo nei confronti dell'impegno vissuto in questo modo distaccato e lontano.
Alla partenza la madre, con un certo snobismo, gli aveva affidato dei contatti per essere presentato presso l'elite intellettuale di Johannesburg e tra questi inserisce anche una sua ex compagna di collegio che ha sposato un tycoon locale, con una punta di disapprovazione per la ricchezza da parvenu di queste figure dei margini dell'Impero britannico.
Invece, anche per senso di ribellione, proprio attraverso questa conoscenza Toby si introduce nel jet set locale e inizia una spensierata relazione con una donna, già divorziata e con un bambino, che lo attrae per la superficiale leggerezza con cui affronta la vita, qualcosa di evidentemente esotico rispetto alla pesantezza implicita negli ambienti cui era abituato.
Ma la sua vita di espatriato in realtà diventa un perfetto riflesso speculare della realtà sudafricana, proprio perchè lui è uno straniero: nel suo ufficio infatti conosce anche un'altra donna, Anna Louwe, avvocato e impegnata nei nascenti movimenti per i diritti civili contro la segregazione, che a sua volta lo introduce in ambienti che praticano furtivamente la mescolanza tra le due componenti separate della società, i bianchi e i neri.
All'inizio, interessato solo a conoscere il più possibile questo realtà, che gli è estranea, non comprende che frequentare anche il mondo emarginato degli slum riservati ai neri costituisce una sortadi provocazione rispetto alla società bene: insieme a Sam e Steven, due neri, frequenta le piccole bische illegali dei sobborghi, ma anche i lati più normali e tranquilli di una realtà che altrimenti rimarrebbe invisibile e irraggiungibile e che, nonostante la sua estraneità, lo accoglie con semplicità e calore.
Così Toby si scinde da un lato con le sue frequentazioni anticonformiste, che però devono rimanere nascoste per evitare conseguenze sul piano legale ma soprattutto su quello sociale, e dall'altro con il bel mondo borghese di Johannesburg, che guarderebbe a quest'atteggiamento forse con sufficienza e come a una specie di sberleffo puerile. Il suo proposito inespresso è quello di evitare qualsiasi forma di commistione e di giudizio sulla realtà per evitare di sentirsi costretto a prendere posizione.
Per questo evita il più possibile ogni forma di coinvoglimento affettivo con l'avvocato Anna Louwe, pur trovandola attraente dal punto di vista umano oltre che meramente estetico, preferendo la vivibilità lieve e disimpegnata della relazione con una donna di cui, tutto sommato, gli importa davvero poco.
La sua attitudine a sfuggire il giudizio, nascondendosi passivamente nell'immagine dello straniero/estraneo, finisce per racchiudere tutte le conseguenze esplosive che questo atteggiamento di non voler vedere provoca da parte del mondo occidentale.
L'autrice riesce ad analizzare come con un microscopio le diverse sfaccettature dell'idea di 'estraneità' come dominante di un tessuto di rapporti umani e sociali: con estranei che rimpiangono la Vecchia Europa e vedono l'Africa nera come una sorta di esilio Toby Hood, sulla nave che lo porta attraverso l'Oceano Indiano fino a Johannesburg, inizia il suo viaggio e lo stesso termina con una nuova partenza del protagonista ma con la stessa sensazione di estraneità, rispetto alla quale il sollievo era stato solo apparente.
La bravura di Nadine Gordimer nel dipingere un mondo bello e forte, ancora vicino alla purezza delle origini come il Sudafrica degli anni '50, e percorso tuttavia da stridenti contrasti, vitale intellettualmente anche nelle periferie emarginate proprio in risposta all'esclusione razzista, sta proprio nel fornire, lei, che era ed è così coinvolta nella lotta all'apartheid, un punto di vista panoramico ed esterno, anzi estraneo.
Ma non per questo distante.

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Un mondo di stranieri
  • Titolo originale: A world of strangers
  • Autore: Nadine Gordimer
  • Traduttore: Marco Guarnascelli
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807808852
  • Pagine: 336
  • Formato - Prezzo: Brossura - 6,71 Euro

23 giugno 2012

Meno di zero - Bret Easton Ellis

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I Contenuti

Ambientato a Los Angeles agli inizi degli anni '80, questo romanzo freddamente ipnotico è un ritratto crudo e potente di una generezione persa, che ha provato sesso, droga e disillusione a un'età troppo precoce, in un mondo plasmato da nichilismo casuale, dall'apatia e dai troppi soldi che rimpiazzano sentimenti e speranza.
Clay torna a casa per le vacanze di Natale dal suo college sulla costa orientale e si immerge di nuovo in un paesaggio di privilegi senza limiti e assoluta entropia morale, dove tutti guidano porsche, cenano da Spago e sniffano montagne di cocaina. Tenta di resuscitare i sentimenti per la sua ragazza, Blair, e per il suo migliore amico delle scuole superiori, Julian, che ha intrapreso una carriera tra giri di prostituzione e traffici di eroina.
Le vacanze di Clay si trasformano così in una vorticosa spirale di disperazione che lo trascina da feste sfrenate nelle sfarzose ville hollywoodiane a loschi bar e al mondo sotterraneo dei club rock, nella sordida vita notturna di Los Angeles.

La Recensione

'Meno di zero' è una definizione appropriata per dare un'idea della temperatura emotiva del protagonista e degli altri personaggi del breve romanzo d'esordio di Easton Ellis, che si svolge sotto il sole della California a Natale.
Clay potrebbe essere uscito da uno dei telefilm che raccontano l'adolescenza dorata nelle high school della costa del Pacifico: torna a casa per le vacanze di Natale dopo un semestre di corsi universitari e si ritrova immerso in un mondo dorato e glamour, l'high society hollywoodiana, fatto di ville con piscina, party con adolescenti glamour e dediti al sesso randomico e all'abuso di alcolici, droghe e psicofarmaci, scene e rapporti familiari caratterizzati da un'indifferenza e un gelo affettivo che rasentano l'apatia.
Le sue vacanze sanno di nulla e lui cerca di riempire il suo nulla in ogni modo possibile, cercando i suoi amici delle scuole superiori e la sua ragazza, chiedendosi se davvero abbia voglia di continuare i corsi al college e in fondo desiderando di fuggire dal vuoto per scappare al silenzio assordante della dolce vita sulla west coast.
Il vuoto esistenziale e affettivo di Clay si trascina - letteralmente - da un punto all'altro della sua geografia emotiva perchè non riesce a trovare nessun punto di riferimento, nè nei genitori, un padre perso nella crisi giovanilistica di mezza età e una madre completamente indifferente, nè nella ragazza,  Blair, con cui condivide solo silenzi, assenze e la perdita dell'innocenza.
Unico rifugio è la storia, un passato di memorie dalle vacanze con la famiglia allargata, i nonni e una serenità - che tende a sbiadire nell'apatia del presente - fatta di inconsapevolezza e ingenuità, raggiungibile ormai solo nel ricordo.
Il disfacimento della persona inizia dai vincoli famigliari - all'inizio in macchina con la madre Clay rinfaccia  alle sorelle di dover chiudere la sua stanza quando è via perchè le due bambine hanno l'abitudine di rubargli la cocaina - e si mostra nella sua crudezza, senza un minimo di ironia, e si estende a tutto, dall'amicizia con Julian,  - finito in un corto circuito di tossicodipendenza e prostituzione cui Clay assiste, quasi con il desiderio di partecipare, come per una forma di attrazione centripeta che lo spinge a lasciarsi ingoiare dall'abisso di insensibilità -, al paesaggio stesso, fatto valli assolate e deserte, percorse da fuoriserie pronte a sbandare e a finire in canyon nel silenzio della notte, e di enormi e lussuose mansions, sempre fornite di champagne, di televisori e betamax fissi sui video musicali di MTV, di piscine, spesso prive di mobili e di anima.
L'annichilimento dell'individuo è tanto più terribile quanto volontario e, per un ragazzo neppure ventenne, del tutto privo di alternative all'abulia.
Per chi abbia letto 'American Psycho', il romanzo che ha portato Easton Ellis al successo e alla ribalta si riconosce, anche in quest'opera precedente, lo stesso stile come una sorta di prova generale: dall'andamento annoiato della prosa, pronto a esplodere con momenti di violenza efferata, spacciata come una sorta di normalità, alla presenza di oggetti e brand feticcio - per esempio gli occhiali da sole Wayfarer, lo psicofarmaco Quaalude, i vestiti di Parachute, i locali di alto e basso profilo con le prenotazioni sempre in bilico - a Clay, con tutti i suoi simboli degli anni '80, non manca nulla per essere il fratellino minore di Patrick Bateman.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Meno di zero
  • Titolo originale: Less than zero
  • Autore: Bret Easton Ellis
  • Traduttore: Marisa Caramella
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Einaudi Tascabili Scrittori
  • ISBN-13: 9788806184445
  • Pagine: 185
  • Formato - Prezzo: BrossuraPaperback - Euro 10,00

09 gennaio 2012

Il Pavone e i generali. Birmania: storie da un Paese in gabbia - Cecilia Brighi

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I Contenuti

Nella fantasia di molti occidentali, la Birmania è una terra di grande fascino, di storie preziose, di incanti velati... In realtà, questo Paese è il primo esportatore di metanfetamine al mondo e il secondo per il traffico di oppio.
Un Paese che da quasi mezzo secolo è oppresso da una sanguinosa dittatura militare, che schiaccia il popolo con il lavoro forzato, con violenze, stupri e deportazioni. Un regime dittatoriale che, da oltre dieci anni, tiene agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace e simbolo della resistenza democratica e non violenta.
Questo libro racconta le vicissitudini e la fuga rocambolesca all'estero di alcuni dei protagonisti politici e sindacali dell'opposizione.

La Recensione

Il tema di cui tratta Cecilia Brighi in questo racconto-saggio è della massima importanza per l'opinione pubblica internazionale: la perla dell'Indocina, uno stato dalle tradizioni antiche come la Birmania-Myanmar (il secondo nome è stato imposto dalla giunta dei generali che schiaccia il Paese sotto il peso di una dittatura che dura da oltre sessant'anni), grida di un dolore che risuona purtroppo inascoltato in tutto il mondo, anche se ogni tanto si intravvedono dei barlumi di speranza.
Di recente la visita del Segretario di Stato USA Hilary Clinton e il suo incontro con il premio Nobel Auung San Suu Kyi ha lanciato di nuovo un fascio di luce sugli scenari di una road map per una possibile transizione della Birmania verso un regime democratico, ma le promesse della Giunta militare, che governa disposticamente alla faccia di ogni risoluzione ONU da decenni, lasciano sempre molti punti interrogativi.
Almeno finchè non ci saranno passi decisi verso una direzione accettabile su diritti umani e civili, la Birmania rimane ostaggio di un pugno di militari e degli interessi internazionali dei colossi vicini, Cina e India su tutti, e dei loro appetiti per le risorse naturali dello Stato indocinese, mentre le testimonianze dell'opposizione clandestina restano un monumento e un monito alla resistenza.
Queste storie si aggiungono come una corona di martìri civili alla vicenda più nota della leader Suu Kyi, figlia essa stessa del generale e padre nobile dell'indipendenza birmana, e tracciano un quadro insieme scoraggiante e commovente delle difficoltà che gli oppositori birmani affrontano anche solo per esprimere le proprie opinioni.
Fondamentale si rivela il ruolo del sindacato, visto che il lavoro trasformato in vera e propria schiavitù da parte del governo militare è uno degli strumenti più vessatori messi in campo dal regime: dalla base dei lavoratori, che comprende anche semplici esponenti della società civile e artisti e intellettuali, si alzano le proteste, puntualmente represse dalla dittatura nel sangue, sparso durante le manifestazioni, o piegate attraverso la detenzione in carceri, che ricordano le orrende storie di lager, gulag e di genocidi, come nella vicina Cambogia.
I racconti, tutti molto ben documentati e corredati da note storiche cronologiche in coda al libro, ricostruiscono il panorama di una vita da paradiso terrestre che però l'avidità di pochi trasforma da Eden in inferno: gli usi e le tradizioni di un popolo dalla saggezza millenaria, la convivenza di tribù con lingue e storie diverse unificate dopo la liberazione dal colonialismo inglese, lo sprofondamento nella miseria più nera di un intero popolo stremato dalla fame e ridotto in stato servile, ma che conserva intatta la sua dignità e lotta per il proprio riscatto.
Colpiscono in modo particolare le fughe, che - prima o poi - gli esponenti del dissenso sono costretti ad affrontare, in genere nella vicina e più liberale Thailandia, dividendo famiglie e rinunciando al proprio passato ma non a lottare per il cambiamento.
A fronte del pathos che oggettivamente queste testimonianze contengono, però va detto che la cura editoriale lascia molto a desiderare: sciatteria nelle costruzioni sintattiche, errori banali e ripetuti (uno su tutti la locuzione latina 'obtorto collo' storpiata più volte in 'ob torto collo'), una certa povertà lessicale e la scelta di uno stile al limite del fiabesco, che mal si concilia con la serietà del tema, compongono un insieme che quasi fa venire il sospetto che sia mancata una revisione editoriale di raccordo e ripulitura testuale.
Il che considerando appunto quale sia l'importanza del soggetto risulta ancor più grave e festidioso per il lettore.

Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Il Pavone e i generali. Birmania: storie da un Paese in gabbia 
  • Autore: Cecilia Brighi
  • Editore: Baldini Castoldi Dalai
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: I Saggi
  • ISBN-13: 9788884907240
  • Pagine: 310
  • Formato - Prezzo: Paperback - 17,50 Euro

10 settembre 2011

Storia della mia gente - Edoardo Nesi

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I Contenuti

C'era una volta la Provincia italiana ricca, felice e molto produttiva.
Che commerciava con l'estero, dava del tu ai colossi oltre confine con l'orgoglio di una identità, prima che nazionale, comunale. C'era un tempo in cui anche gli stupidi facevano soldi, in un paese dove il PIL cresceva di due cifre l'anno. Dove i soldi guadagnati con allegria, spensieratezza e persino cafonaggine venivano ben esibiti in beni di lusso.
Poi arrivarono i guru della globalizzazione a dire che si doveva cambiare, ad andare in televisione a sponsorizzare mercati stellari in Cina e a sostenere che il vecchio modello, quello dove si stava bene, andava male.
Questa è la "storia della mia gente", non solo degli "stracciaroli di Prato", ma di una provincia felice e intelligente, sacrificata alla globalizzazione. 

La Recensione

Il breve saggio che ha da poco vinto il premio Strega per il 2011 è la storia, famigliare e personale, di una piccola impresa di piccoli artigiani tessili, un lanificio del distretto tessile di Prato, che diventa emblematica della situazione di profonda crisi d'identità vissuta da tanta parte del sistema produttivo Italia.
L'autore è insieme scrittore e imprenditore.
O meglio, lo era: il libro si apre nel 1994 con la stipula dell'atto notarile di vendita del lanificio di famiglia, un atto fortunato, che precede la crisi del settore e dell'area e che quindi dovrebbe essere una sorta di colpo gobbo per chi scrive. Non è così in realtà: la cessione dell'impresa di famiglia per l'autore assume il significato intimo di un ripudio del passato - le fatiche delle generazioni vissute sotto il fascismo e durante la ricostruzione, quando
'anche gli stupidi riuscivano ad arricchirsi'
- e di un'abdicazione dal futuro - i sogni e il destino dei propri figli nel tramonto della Versilia da bere, iconizzata nello storico locale 'La Capannina' e nel desiderio di rivivere i ruggenti anni '80.
Nesi parte da un malessere reale e profondo, che è quello di certa parte dell'Italia alle prese con la lotta impari contro una marea umana di manodopera a basso costo con gli occhi a mandorla, al quale tenta di avvolgere un mantello letterario, quello della decadenza dorata in stile Gatsby.
La patina romanticheggiante pervasa da questo sentimento del 'viale del tramonto', malinconica e dolcemente nostalgica, finisce invece per appesantire la pagina.
L'autore si produce in una appassionata apologia di tutta la piccola impresa, il nerbo del sistema produttivo italiano, e trasforma la parabola del distretto tessile pratese in immagine simbolica della storia degli artigiani trasformati in imprenditori di successo da circostanze storiche e geografiche quasi casuali - delle quali hanno saputo, chi più chi meno bene, approfittare -: oggi si risvegliano da una colossale sbornia e realizzano che quel sogno dorato di benessere facile è stato fagocitato da un nuovo spettro famelico che s'aggira per il mondo (non più solo l'Europa), la globalizzazione, in forma di idraulici polacchi, portinai filippini e operai cinesi.
Le responsabilità di avere allegramente sperperato quel patrimonio di abilità artigianali e commerciali e di non aver saputo difendere il proprio know-how vengono addossate alla politica, nella figura di Vincenzo Visco, incapace di agire se non tassando la produzione con l'IRAP e insieme anche agli economisti tromboni, segnatamente Francesco Giavazzi, che soloneggia dalle colonne del Corriere della Sera, se la prende con la refrattarietà dell'impresa italiana al cambiamento e alla modernizzazione e propone di svecchiare le strutture con consulenti finanziari e analisti matematici.
Nei toni amari e profondamente vissuti c'è la parte vera e toccante di questa invettiva politica che vorrebbe dare voce a uno stato d'animo collettivo: la sensazione di impotenza di fronte a questi cambiamenti epocali che irrompono nella dimensione locale di Prato con l'aspetto estraneo dell'immigrazione cinese.
Non c'è alcuna ombra di xenofobia o di altre forme di egoismi partigiani nelle recriminazioni che Nesi propone sulla mancanza di una politica dei dazi a difesa dei prodotti locali. Si sente solo la disperazione di fronte alla vista del capannone, già alienato, svuotato della presenza umana e soprattutto del lavoro ed è sentimento genuino. Lo scoramento per la mancanza di prospettive si esprime coralmente nella manifestazione di piazza a Prato cui partecipano insieme imprenditori e lavoratori, anche un piccolo proprietario cinese taglieggiato dalle triadi, tutti uniti in difesa di un orgoglio per la propria storia di artigiani e lavoratori manuali.
Manca una soluzione al problema, e del resto se quell'età dell'oro che aveva prodotto lo splendore della Versilia degli anni '60 era stato il frutto di una serie di circostanze fortuite unite all'intuito e al patrimonio di conoscenze di tanti piccoli artigiani non ci si può aspettare che il momento duri in eterno. Il testimone passa, come l'Aquila romana, simbolo dell'impero e del potere - soprattutto quello economico, visto che un'aquila dalla testa bianca campeggia sul dollaro - verso Occidente, anzi: ha scavalcato anche il Far West al tramonto, ha raggiunto l'alba e sugli spalti della Grande Muraglia ha trovato il Far East trasformandosi in fenice.
Tutto questo nei piccoli distretti industriali italiani, come quello di Prato, arriva con la furia devastante di un tifone: 'Storia della mia gente' ne è la testimonianza.
Ma rinuncia a essere fino in fondo il racconto attuale di una crisi dilungandosi troppo sul vissuto personale dell'autore, che pure di quel racconto fa parte, e lo trasfigura in una dimensione letteraria, quella delle opere di Francis Scott Fitzgerald, che non appartiene però alle tradizioni reali e locali di Prato.
La prima persona del ricordo accorcia troppo le distanze e il valore della testimonianza rimane sminuito.

Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Storia della mia gente
  • Autore: Edoardo Nesi
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Overlook
  • ISBN-13: 9788845263521
  • Pagine: 163
  • Formato - Prezzo: Paperback - euro 14,00

17 maggio 2011

Diario di Classe - Emanuele Marfisi

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I Contenuti

Michele ha dieci anni e tanti sogni, tra i quali quello di conoscere il Presidente Pertini.
Il suo apprendistato alla vita si consuma tra i banchi scoloriti di una classe elementare sotto la guida di un maestro la cui vita è illuminata da un profeta, Bettino Craxi, che ispira il suo insegnamento.
Venticinque anni dopo, Michele si ritrova di nuovo tra quegli stessi banchi scoloriti, ma dall’altra parte della cattedra: è un maestro precario. Assediato dai genitori, schiacciato dalla burocrazia e consolato dal vecchio bidello, proverà ad arrivare fino all’ultimo giorno di scuola. Perché in gioco non c’è la promozione, ma la sua sopravvivenza.

La Recensione di Polyfilo

Sull'onda della nostalgia per un decennio ormai piuttosto lontano, gli anni '80, questo 'amarcord' di un giovane maestro di scuola elementare precario parte dall'Italia del presidente partigiano e approda alla deriva attuale, come testimonianza del fallimento di più di una generazione, quella che ha contribuito prima e quella che assiste tra impotenza e indifferenza adesso, all'inabissarsi di un sistema scolastico e delle speranze di progresso sociale ad esso ancorate.
La scuola diventa l'asse paradigmatico di una vita, quella dell'insegnante, che coincide con il ritorno alle radici della provincia emiliana rossa, fatta di personaggi strambi e situazioni borghesi, intrisa di atmosfere anni '80, rispetto alle quali il presente ha uno strano sapore di irrealtà, quasi il passato della memoria, reso più dolce dalla nostalgia, fosse più reale di un presente dello smarrimento.
Smarrito infatti è il precario agli esordi nella complessa procedura di assegnazione delle cattere per le supplenze annuali; smarrito è di nuovo di fronte alla platea di piccoli mostri in grembiule pronti ad assalirlo come bestie feroci, nutrite dai genitori a forza di qualunquismo; smarrito resta infine davanti al muro respingente della burocrazia scolastica (le inutili 'circolari' di Porcamadoska), alle divisioni dei colleghi e alle prevaricazioni di genitori incredibilmente ottusi ma tristemente reali.
Per ovviare a tanto smarrimento diventa quasi inevitabile il ritorno alle certezze: dagli affetti, come il nonno Palmiro, fascista indefesso nella culla del comunismo padano, esempio di coerenza; alle convenzioni sociali, come le rigide divisioni legate al censo tra inquilini dei vari palazzi del condominio da cui vengono gli alunni della scuola; alla scuola stessa, la cui continuità è legata alla presenza del bidello d'antan e dei figli dei compagni di classe, alla sopravvivenza precaria di un mobilio ormai ridotto ad 'arte povera', in cui però il cambiamento generazionale si avverte guardando la foto del Presidente, che non è più da tempo Pertini.
I piani narrativi si alternano tra presente e passato nello svolgersi dell'anno scolastico, seguendo il percorso educativo con uno scanzonato sconforto: se non si può cavare sangue dalle rape, se è inutile lottare contro i mulini a vento di una società, che al buon funzionamento di una Scuola degna della sua missione sociale non pare affatto interessata, tanto vale abbozzare.
Anche se il numero di caffè ingurgitati dal giovane maestro e le sue tensioni notturne, il suo bisogno di rifugiarsi in un passato, che pure non appare eroico, mostrano tutta la sofferenza per il sentirsi impotenti nel realizzare una vocazione: aiutare gli alunni a diventare individui, a emanciparsi dai propri condizionamenti e dal proprio contesto per sviluppare un senso critico, che, tutto sommato, sarà poi causa di dolori, perchè '
chi accresce la sapienza, accresce anche la sofferenza'.
Così appare il maestro Michele - la qualifica evoca figure d'altri tempi, alla De Amicis - al termine dell'anno scolastico: sospeso tra la spinta all'impegno e il senso di inutilità che attanaglia l'istituziona Scuola, tra i sogni del bambino che guarda il cielo dal terrazzo di un caseggiato popolare e l'insonnia di un uomo che si sforza di non logorare i suoi ideali nel tirare a campare.
La prosa di Marfisi è leggera e scorrevole, fatta di piccoli particolari del quotidiano, dalle sigarette al mentolo alle vendite Avon, dal chiodo invecchiato di Porcamadoska al Juke-box della bocciofìla, di personaggi che sembrano sfilare davanti agli occhi come una galleria di fotografie sbiadite, un punto di riferimento che mostra insieme quello che eravamo e quello che saremo, senza scandagliare troppo in profondità.
Così anche il maestro non viene cesellato nella sua interezza, non se ne mostrano le vicende interiori: il percorso che lo ha portato da una carriera diversa alla cattedra a quasi tentacinque anni potrebbe essere una scelta o un caso, non ha la rabbia di altri insegnanti che si ribellano, almeno nei libri, allo sprofondare del ruolo educativo della Scuola, sembra quasi rassegnato al suo destino circoscritto al panorama che si vede dal condominio rosso, all'eterno ritorno nella terra e nella famiglia, croce e delizia della società italiana.

Giudizio:
+3stelle+

La Recensione di Tancredi

Diario di classe si potrebbe definire come il romanzo di formazione di un'intera generazione. Muovendosi su due piani temporali, i mitici anni '80 e i giorni nostri, scandisce i tempi e le modalità di un percorso formativo che forse sarebbe troppo ottimistico chiamare crescita. Così, mentre seguiamo le vicende del piccolo Michele, inscatolato in una serie di realtà chiuse ma sicure, il complesso residenziale Arcella, la scuola, la bocciofila amata dal nonno, la sua cameretta, lo ritroviamo venticinque anni dopo insegnate precario, in un ritorno alle origini, ossia nella sua vecchia scuola, nel quale però sono scomparse tutte le piccole ma significative certezze.
Sarebbe riduttivo fermarsi al mero confronto tra i bei tempi andati dell'infanzia negli Anni Ottanta e i tempi bui di un'età adulta ma precaria. Questo è un romanzo fortemente italiano, che scolpisce la storia del nostro paese nell'arco di venticinque anni. Tutto ruota attorno i grandi pilastri tematici della società italiana: la scuola, la politica, la religione e la famiglia. In particolare, Michele vive la sua infanzia tra due modelli: la fotografia del Presidente Pertini, appesa in classe, accanto al Crocifisso. Più tardi, vivrà la sua esperienza ex cathedra in un'aula vuota, priva di modelli visibili, districandosi tra le contraddizioni del multiculturalismo, il Gieffe, le continue circolari del Ministero e l'arroganza di certi genitori.
Dal punto di vista tecnico, la cura è più che buona, la prosa è piuttosto semplice ma molto efficace, e la sua grande forza sta nei dettagli, nelle piccole immagini che celano tutto un mondo.
Non mancano i limiti, certo, ed è inevitabile: sono i limiti di un romanzo di duecento pagine che vuole raccontare l'Italia, conciliando la storia privata, contestualizzata, provinciale, del protagonista, con sensazioni, abitudini e problemi su scala nazionale. Personalmente ho faticato molto ad immedesimarmi nel protagonista, e più dell'età è stato il contesto provinciale a porre un ostacolo insormontabile; non ho potuto riconoscermi nel piccolo Michele, che vive in un contesto provinciale fatto di complessi residenziali classificati e schedati, bocciofile e quant'altro. D'altra parte, non ho potuto non sentirmi toccato dalla precarietà, dallo smarrimento e dalla perpetua incertezza vissuta dal Michele adulto, passato dall'altra parte della cattedra. 

Giudizio:
+4stelle+



La Recensione di Daniele


“Diario di classe” di Emanuele Marfisi narra le vicende scolastiche del protagonista Michele Marchesi in due tempi differenti della sua vita accomunati dall’ambientazione, la scuola elementare Cappuccini di Imola. Il racconto si dipana su due piani temporali differenti, uno nel 1983, quando il protagonista frequenta la quinta elementare, e il secondo nel 2008, quando ad una quinta elementare insegna da precario. L’idea di base non è nuova e i confronti tra generazioni diverse, soprattutto quelli che mettono faccia a faccia i bambini di oggi con quelli degli anni ’80 in ambiente scolastico, adesso vanno molto di moda. Perciò mi sono approcciato un po’ diffidente a “Diario di classe” pensando, devo ammettere in maniera prevenuta, che fosse uno di quei tanti libri che poggiano furbescamente il loro essere sull’elogio della “semplicità” dei bambini di una volta contro quei demoni viziati ed egocentrici dei bambini di oggi. Invece mi sono ricreduto. Niente di miracoloso, intendiamoci. “Diario di classe” ha una buona quantità di difetti, primo fra tutti una prosa sì scorrevole, ma senza personalità e chiaramente ispirata a uno Stefano Benni lontano anni luce in quanto a maestria con le parole. Un’imperfezione che comunque ci può stare in un’opera prima, considerando anche l’onestà che l’autore, basandosi sull’osservazione derivata dal proprio duplice ruolo (alunno e poi professore), ha messo nel ritrarre un confronto tra passato e presente nel quale i bambini non sono né santi né diavoli, ma sono come spugne che assorbono ciò che hanno attorno. In sostanza la storia si basa sull’osservazione che se i bambini sono razzisti o vogliono diventare veline & calciatori, è solamente da additare a ciò che veramente è cambiato, e cioè la società e l’educazione proveniente dalla famiglia. In questo caso l’autore è bravo ad aggirare i facili tranelli da “bar sport”, evitando di calcare le mani sull’ovvietà dei luoghi comuni, e c’è anche da riconoscergli una buona abilità nel non cadere quasi mai nella mielosa trappola della nostalgia che tanto farebbe vendere. Certo è che avrebbe potuto indulgere meno sui ricordi d’infanzia e approfondire di più la narrazione del presente, ma già il fatto che non si sia lasciato andare a commenti strappalacrime sulla “difficoltà di crescere” e abbia evitato lo stereotipo alla “Attimo fuggente” è degno di nota.

In definitiva, quattro stelle di incoraggiamento. “Diario di classe” è un bel libro da leggere. Fa riflettere grazie ad un’onestà che non ha lo scopo di voler cambiare la vita a nessuno. I difetti ci sono, ma sono sorvolabili in un’opera prima e il giudizio finale è nel complesso più che positivo.

Giudizio:
+4stelle+

Dettagli del libro
  • Titolo: Diario di classe
  • Autore: Emanuele Marfisi
  • Editore: Discanti
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Ita(g)liani
  • ISBN-13: 9788895432083
  • Pagine: 208
  • Formato - Prezzo: Paperback, Euro 14,00

07 aprile 2011

Novità in libreria: 'Due volte ti amo, anzi tre' di Anna Paola Lacatena

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A leggere di certe notizie viene da chiedersi se siamo davvero nel Paese che ha dato al mondo, quasi due secoli e mezzo fa, un faro dei diritti umani come 'Dei delitti e delle pene' e ha cancellato per primo la pena capitale dalla lista delle sanzioni.
Pochi giorni fa il Senato italiano approvava un disegno di legge che mantiene una serie di forti limitazioni per le condizioni detentive delle madri in carcere, costringendo di fatto dei figli incolpevoli a subire situazioni quantomeno poco educative.
La ONLUS 'Terre des Hommes' ha da sempre considerato il tema della tutela dell'infanzia maltrattata uno dei suoi cavalli di battaglia e in questo contesto si inserisce l'iniziativa di Anna Paola Lacatena.
Sullo stesso solco di una pubblicazione analoga che tratta del tema della tossicodipendenza in carcere, l'iniziativa, legata al romanzo 'Due volte ti amo, anzi tre' per i tipi di Laterza, riguarda i bambini costretti a vivere nella realtà degli istituti di pena perchè figli di madri carcerate. E a pagare così, inevitabilmente, una parte della pena senza averne colpa.



Scheda del libro

“Due volte ti amo anzi tre” è un romanzo trans-generazionale ambientato nei nostri giorni con richiami al periodo della seconda guerra mondiale. E’ la storia di Ilaria, una ricercatrice universitaria di Analisi Matematica con l’hobby della scrittura che attraverso l’amicizia scopre la bellezza dell’amore e l’importanza del rendere questo sentimento tangibile aldilà delle paure cui spesso si accompagna.
Ilaria conosce il significato dell’amicizia ma la sua razionalità, più auto-imposta che reale, non le consente di andare aldilà delle sue rassicuranti certezze. Non si è mai innamorata veramente e non riesce a dire “ti amo”. Legata alla sua autonomia evita deliberatamente “il rischio” di poterla perdere.
Piera, un’anziana insegnante in pensione, è la sua vicina di casa.
Prima di morire le consegna una lettera in cui le chiede perdono per averle mentito sulla sua storia di vita, invitandola a manifestare i sentimenti. La scatola in latta che accompagna la missiva racchiude i segreti di un antico amore che inaspettatamente sembra ritornare, con fattezze differenti, nella vita di entrambe le donne.
Le storie di Ilaria e Piera si intrecciano sino a permettere alla prima di ritrovare l’amato della seconda.
Se la guerra ha allontanato Piera e Antonio, il perdono e la necessità di andare oltre regole e convenzioni scritte permetteranno ai protagonisti il ritorno, la riscoperta della sincerità e del proprio autentico Sé.
Compresa la voglia di dire “ti amo”.
Lo stile scelto è volutamente semplice e scorrevole, venato di ironia in cui i sentimenti si mescolano alla matematica il più delle volte applicata ai comportamenti umani. Come a dire che il cuore non esclude la testa e viceversa.
Alla trama principale si uniscono in alcuni capitoli i racconti brevi scritti dalla protagonista, richiamati dalla realtà del momento.

Due volte ti amo, anzi tre
di Anna Paola Lacatena
Giuseppe Laterza Editore
pubblicazione: marzo 2011

Articolo di Polyfilo
 

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