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20 agosto 2013

Novità librarie in autunno: alcune uscite da tenere sott'occhio

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La torrida estate non è ancora finita, ma io, che già da giugno sospiro le più tiepide temperature autunnali,
rivolgo lo sguardo ai prossimi mesi e alle novità che ci aspettano in libreria. Le novità (selezionate tra gli elenchi di wuz) ci sono e sono interessanti, ma aspettiamo qualche annuncio succulento dell'ultim'ora, come una nuova dozzina di volumetti Newton Live.
L'articolo, come al solito, non vuole essere un catalogo dei libri in uscita negli ultimi mesi, ma una selezione di titoli e ristampe che mi sono sembrati interessanti. Ricordo, naturalmente, che tutti i titoli, le eventuali copertine, le informazioni e le date di uscita sono puramente provvisorie, e possono variare da un momento all'altro.

Settembre

Per i fan di Terry Brooks, è in uscita i primi giorni di settembre un nuovo romanzo che inaugura il ciclo Gli oscuri segreti di Shannara:

I guardiani di Faerie, di Terry Brooks - Mondadori, Omnibus - 400 pagine, 20.00 Euro [cover italiana non ancora disponibile]
Nel mondo di Faerie, quando la terra era giovane, prima dell'arrivo degli esseri umani, la magia deteneva il potere e le pietre magiche proteggevano gli Elfi e le loro terre. Ma quando una ragazza del popolo degli Elfi si era perdutamente innamorata di un Figlio del Buio, lui le aveva spezzato il cuore scatenando una tremenda guerra tra le forze del bene e del male, che aveva portato alla scomparsa delle pietre magiche. Sono passati migliaia di anni e la situazione è sempre molto tumultuosa nel mondo, ora conosciuto come le Quattro Terre. La magia è in conflitto con le nuove scienze e gli Elfi si sono ormai separati da tutte le altre razze. L'ordine dei Druidi si sta estinguendo e i loro insegnamenti sono in forte pericolo mentre un losco personaggio è diventato primo ministro della potente Federazione, utilizzando il tradimento e l'assassinio. Leggendo un antico e dimenticato diario, la giovane druida Alphenglow Elessedil incappa nel racconto segreto di un cuore spezzato per amore e nella scioccante verità sulle pietre magiche scomparse. Mai una scoperta era stata così pericolosa. Ma la ragazza non può certo sottrarsi al cammino che il destino ha scelto per lei, soprattutto perché chiunque entri in possesso delle pietre magiche e del loro segreto potere potrebbe avvantaggiarsene nel peggiore dei modi. Saranno in grado di salvare il mondo?

Previsto, sempre per Mondadori, un romanzo illustrato per ragazzi di Camilleri:

Magarìa, di Andrea Camilleri - Mondadori, Contemporanea - 96 pagine, 15.00 Euro [cover non ancora disponibile]
Lullina ha 6 anni e le piace molto passeggiare con suo nonno, perché le racconta tante storie e le spiega tante cose. Ma un bel giorno, a Lullina viene in mente di raccontare lei a suo nonno di uno strano sogno, più assurdo di qualsiasi favola e più fantasioso di qualsiasi invenzione: un nano vestito di giallo le ha rivelato sette parole magiche, parole misteriose col potere di far scomparire le persone... Ma attenzione a pronunciarle troppo forte, perché potrebbero funzionare davvero! Provare per credere: "Fiririri, borerò, parupazio, stonibò, qua non sto!" Un'affascinante fiaba di incantesimi e magia. Età di lettura: da 8 anni.

In uscita per Feltrinelli il nuovo romanzo di Jonathan Coe, autore de La famiglia Winshaw e La casa del sonno:

Expo 58, di Jonathan Coe - Feltrinelli, I narratori - 17.00 Euro
L'Exposition Universelle et Internationale de Bruxelles del 1958 è il primo evento del genere dopo la Seconda guerra mondiale. La tensione politica tra la Nato e i paesi del blocco sovietico è al suo culmine. In piena Guerra fredda, dietro la facciata di una manifestazione che si propone di avvicinare i popoli della Terra, fervono operazioni d'intelligence in cui le grandi potenze si spiano a vicenda. Incaricato di sovrintendere alla gestione del pub Britannia nel padiglione inglese è un giovane copywriter del Central Office of Information di Londra, Thomas Foley, che si trova così catapultato al centro di un mondo d'intrighi internazionali di cui diventa un'inconsapevole pedina.

Per gli amanti del thriller, un nuovo romanzo del francese Jean-Christophe Grangé, l'autore de I fiumi di porpora:

Il respiro della cenere, di Jean-Christohpe Grangé - Garzanti, Narratori moderni - 450 pagine, 18.60 Euro
Parigi. Nel buio di un garage viene ritrovato il corpo di una donna brutalmente assassinata. Accanto, un paio di guanti da chirurgo ancora intrisi di sangue. L'ennesimo spietato delitto del serial killer che da mesi spaventa Parigi. L'unico in grado di occuparsi di un'indagine così complessa è il solitario ispettore Olivier Passan. L'uomo sta attraversando il periodo più difficile della sua vita: la separazione dalla moglie Naoko, di origine giapponese e madre dei suoi due figli. Eppure non può permettersi distrazioni perché il modus operandi dell'assassino fa pensare ad una mente malata e pericolosa. Tutto porta verso un unico sospettato: Patrick Guillard, un'ermafrodita abbandonato dalla madre alla nascita. Passan è convinto che il colpevole sia lui. Ma ha tra le mani solo indizi, non c'è nessuna prova schiacciante. Proprio quando sta per incastrarlo, Guillard si dà fuoco, portando a termine il suo piano folle che si ispira alla leggenda mitologica dell'Araba Fenice: l'uccello che una volta morto rinasce dalle proprie ceneri. Tutto sembra perduto. In realtà per Passan è solo l'inizio. Il caso non è affatto concluso e una minaccia incombe su ciò che ha di più caro: i suoi figli. L'ispettore ha bisogno di risposte. Risposte che solo Naoko, fuggita in Giappone, può dargli. Risposte che affondano le radici in quella tradizione millenaria che li univa: l'arte dei samurai. Una verità inquietante lo aspetta, per cui tutto quello che ha sempre creduto vero è in realtà una bugia.

Ottobre

In uscita per i tipi Feltrinelli un inedito di Yukio Mishima, autore di Confessioni di una maschera e Neve di primavera:

La scuola della carne, di Yukio Mishima - Feltrinelli, I narratori - 14.00 Euro [cover italiana non ancora disponibile]
Taeko, elegante e avvenente donna di trentanove anni, conduce una vita agiata e godereccia, destreggiandosi tra l'atelier d'alta moda di cui è proprietaria, le amiche con cui condividere racconti piccanti ed eventi mondani cui partecipare. Stereotipo della donna divorziata e indipendente, immersa nell'alta società nipponica del dopoguerra, ove il desiderio di occidentalizzazione si contrappone a vecchie tradizioni e pregiudizi, Taeko non vuole rinunciare al proprio stile di vita né alla libertà. Poi, una sera, scorge il giovane Senkichi in un gay bar e l'attrazione è fatale. Una magia che scaturisce dalla carne fresca e virile del ragazzo, i muscoli ben tesi, i lineamenti fieri del viso. La vita di Taeko cambia in un batter d'occhio: proprio colei che aveva sempre voluto avventure di poco conto, si ritrova irrimediabilmente in balia di un giovane tanto bello quanto misterioso. Ne scaturisce un gioco perfido e ossessivo. Ma chi è davvero la vittima? Chi il carnefice?

I fan della popolarissima serie di fantascienza Doctor Who saranno sorpresi e deliziati dallo scoprire che è in uscita uno dei volumi della serie (moltissimi in UK, quasi nessuno tradotto in italiano), scritto nientemeno che da Douglas Adams, che si occupò della sceneggiatura di alcuni episodi della serie classica:

Doctor Who. Shada, di Douglas Adams - Mondadori, Oscar Bestsellers - 400 pagine, 15.00 Euro [cover italiana non ancora disponibile]
II Signore del Tempo professor Chronotis, vecchio amico del Dottore, si è ritirato all'università di Cambridge, dove nessuno si accorgerà mai che egli vive per secoli. Ma adesso ha bisogno dell'aiuto del Dottore, di Romana e K-9. Infatti ha portato con sé alcuni ricordi, per lo più innocui. Ma ce n'è uno molto, molto pericoloso, un libro che assolutamente non deve cadere nelle mani sbagliate. E quelle del sinistro Skagra sono le più sbagliate che si possano immaginare. Perché lui vuole quel libro a tutti i costi. Vuole scoprire la verità nascosta dietro Shada. E vuole la mente del Dottore... Un'avventura inedita basata sulla leggendaria serie televisiva.

Sempre per Mondadori, in uscita a novembre un nuovo volume illustrato di Paolo Barbieri:

Apocalisse, di Paolo Barbieri - Mondadori, Chrysalide - 104 pagine, 22.00 Euro [cover non disponibile]
L'Apocalisse, il libro più immaginifico della Bibbia, l'ultimo delle Sacre Scritture, celebre per i suoi simboli inquietanti, le sue profezie sulla fine dei tempi e i suoi personaggi potenti, viene rivisitato da Paolo Barbieri con il suo stile gotico e fantasy.



Ancora per Mondadori, l'edizione italiana dell'ultimo romanzo di Neil Gaiman, già recensito sulle nostre pagine:

L'oceano in fondo al vicolo, di Neil Gaiman - Mondadori, Strade Blu - 200 pagine, 17.50 Euro [cover italiana non ancora disponibile]
Il romanzo comincia quando il narratore lascia il cimitero dopo la fine di una cerimonia funebre e si mette alla guida della sua auto senza una destinazione apparente: in realtà va a visitare i luoghi della sua infanzia che non vede da tantissimo tempo. Alla fine si ritrova sul sentiero che porta a una vecchia fattoria e a uno stagno. C'è una anziana donna sulla porta, che lo conosce e gli offre una tazza di tè. Mentre aspetta che l'acqua bolla, il narratore viene trascinato di quarant'anni indietro dai suoi ricordi, quando un inquilino della casa di famiglia aveva rubato la loro auto, dentro alla quale si era suicidato, evocando antiche forze che andavano lasciate in pace. Da quei ricordi si scatenano oscure creature che vengono da chissà dove e il narratore deve ricorrere a tutte le sue risorse per sopravvivere. L'orrore più terribile e minaccioso crea devastazioni indicibili. E il narratore, che ai tempi era solo un ragazzino, dispone come propria unica difesa di tre donne di una fattoria in fondo al sentiero... La più giovane di loro afferma che lo stagno è un oceano. La più anziana si ricorda del Big Bang.

In uscita per Einaudi un romanzo del 1983 di Javier Marías, autore di Domani nella battaglia pensa a me:

Il secolo, di Javier Marías - Einaudi, L'arcipelago - 200 pagine, 13.50 Euro [cover italiana non ancora disponibile]
"Il secolo" è quello attraversato da Casaldàliga, giudice cresciuto in una famiglia di banchieri e diventato poi spia del regime, che, ormai vecchio e costretto all'immobilità in una stanza di Lisbona, ripensa alla vita che sta per lasciare. All'oscuro della guerra civile che si combatte fuori dalle quattro mura del suo rifugio, Casaldàliga si abbandona alla memoria della propria infanzia, nei ricordi della madre austriaca ormai scomparsa, in quelli di un padre bibliofilo truffatore e morto pazzo e in quelli delle "prime corruzioni", in cui iniziarono a manifestarsi i sintomi di un'indole vile e arrivista. "Il secolo" contiene già tutti i grandi temi di Marías, dalla morte del corpo all'immobilismo di un paese, dal processo di reinvenzione della realtà all'ironia in grado di riscrivere i fatti.

Ancora per Einaudi, il nuovo romanzo del premio nobel Mario Vargas Llosa, in uscita a settembre in Spagna e il mese successivo in Italia:

L'eroe discreto, di Mario Vargas Llosa - Einaudi, Supercoralli - 360 pagine, 20.00 Euro [cover italiana non ancora disponibile]
Quando riceve una lettera di minaccia con un ragnetto al posto della firma, Felicito Yanaqué non perde tempo e va alla polizia di Piura a sporgere denuncia. È proprietario di una ditta di trasporti, ha una moglie, due figli, e una giovane amante di nome Mabel: ha faticato troppo per lasciare che adesso qualcuno gli porti via tutto e, più di ogni altra cosa, a spaventarlo non sono certo i ricatti, ma il disonore. Peccato che dietro a quel tentativo di estorsione non ci sia la mafia locale, ma il suo figlioccio e la stessa Mabel... A Lima, intanto, Rigoberto, a un passo dalla pensione, viene chiamato a fare da testimone a Ismael, il suo datore di lavoro, che sposerà in gran segreto la domestica Armida, per impedire che il suo patrimonio venga dilapidato dai figli. Al ritorno dal viaggio di nozze, però, Ismael muore e Armida, spaventata dalle pressioni degli eredi, scappa a Piura, dalla sorella, che altri non è se non la moglie di Felicito. Sta a Rigoberto mantenere la promessa di testimone e sistemare la faccenda. Due storie dall'incastro perfetto in cui si riaffacciano personaggi memorabili e in cui il Premio Nobel fa finalmente ritorno al suo Perù, terra di segreti e scontri tra generazioni, di poesia e di miseria.

Nuova pubblicazione (si fa per dire: è una raccolta di saggi del 1997) anche per Haruki Murakami, autore di Norwegian Wood e Kafka sulla spiaggia:

Ritratti in jazz, di Haruki Murakami - Einaudi, Frontiere - 19.50 Euro [cover italiana non ancora disponibile]
Murakami Haruki ha gestito un jazz club per molti anni prima di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura: ecco, leggendo "Ritratti in jazz" si ha l'impressione di essersi appena seduti a bere qualcosa a uno dei tavoli del club mentre il grande narratore giapponese racconta e commenta quello che si sta ascoltando. "Ritratti in jazz" regala al lettore un Murakami allo stesso tempo inedito e riconoscibile. Riconoscibile perché il jazz, ancora più della corsa, è una delle passioni che formano l'ossatura stessa della sua opera creativa. I suoi romanzi sono ricchi di allusioni a dischi e musicisti: in un'ipotetica ricetta della poetica murakamiana l'ingrediente "jazz" non può mancare. Inedito perché mai come in questo libro si ha l'impressione di sentire la voce autentica e senza mediazioni narrative di Murakami, che conduce il lettore nel suo mondo più quotidiano e sincero. Con un tono amichevole e coinvolgente, privo di tecnicismi eppure capace di regalarci una serie preziosa di informazioni e curiosità, Murakami compone una playlist eccezionale che non solo ci racconta il jazz come mai l'avevamo ascoltato, ma ci svela anche il modo in cui l'autore di "1Q84" osserva il suo universo letterario e la realtà che lo circonda.

Sempre per Einaudi, in uscita la raccolta d'esordio di Alice Munro, già pubblicata dall'editore La Tartaruga e ormai fuori catalogo:

La danza delle ombre felici, di Alice Munro - Einaudi, Supercoralli - 280 pagine, 19.50 Euro [cover di quest'edizione non ancora disponibile]
Quindici storie che hanno fondato l'immaginario portico di Alice Munro. "Vivevamo in una specie di piccolo ghetto di contrabbandieri, prostitute e scrocconi. Però era una vita interessante..." Lontana dal tumulto che incendiò il mondo durante gli anni Sessanta, la piccola città immaginaria di Alice Munro - che molto deve alla cittadina rurale dell'Ontario in cui l'autrice è cresciuta - schiude ai lettori i suoi segreti più profondi. Conosciamo così, per la prima volta, i nuclei narrativi, i personaggi, i luoghi, le situazioni e le case, i sentimenti e le cose che, decennio dopo decennio, Munro ha continuato ad esplorare, ricostruendo un mondo la cui mappa imperfetta contiene il movimento del tempo e la cruda bellezza di ogni vita. Dalla vicenda raccontata ne "La pace di Utrecht", "la prima storia che dovevo assolutamente scrivere", in cui la Munro affronta il faticoso rapporto con la madre malata di Parkinson, a quella brutale, poi spesso rivisitata, che si svolge in una fattoria adibita all'allevamento delle volpi ("Maschi e femmine"), fino al racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui l'esecuzione del brano di Gluck accompagna l'irrompere di un miracolo, impensabile quanto inutile, nella più grigia e desolata quotidianità.

BEAT ristampa in economica due romanzi interessanti: La figlia del boia, già recensito sulle nostre pagine, e Guanciale d'erba:

La figlia del boia, di Oliver Pötzsch - BEAT - 432 pagine, 9.00 Euro [cover di quest'edizione non ancora disponibile]
Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, nel loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo. Jakob Kuisl, il boia di Schongau non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile.

Guanciale d'erba, di Natsume Soseki - BEAT - 176 pagine, 9.00 Euro [cover di quest'edizione non ancora disponibile]
Un giovane artista, pittore e poeta, si avventura per un ameno sentiero di montagna di un piccolo villaggio giapponese. Lungo il cammino, in un'atmosfera incantata, incontra viandanti solitari, contadini, paesani, nobili a cavallo e ogni specie d'umanità, finché, sorpreso della pioggia, si rifugia in una piccola casa da tè tra i monti. Qui, dalla dolce voce della vecchia tenutaria, apprende la storia della fanciulla di Nakoi, che ebbe la sfortuna di essere desiderata da due uomini e di andare in sposa a quello che lei non amava. Il giorno in cui partì, il suo cavallo si arrestò sotto il ciliegio davanti alla casa del tè e dei fiori caddero come macchie sul suo candido vestito.

Per Sellerio in uscita il nuovo romanzo di Camilleri, di cui non è ancora disponibile alcuna informazione:

La banda Sacco, di Andrea Camilleri - Sellerio, La memoria - 204 pagine, 13.00 Euro









Novembre

Poco ancora si sa dei romanzi già annunciati per novembre. Il primo è uno dei seguiti del già citato La figlia del boia:


La figlia del boia e il monaco nero, di Oliver Pötzsch - Neri Pozza, I narratori delle tavole - 432 pagine, 18.00 Euro








Il secondo è il nuovo romanzo del bravo Stefano Pastor, autore de Il giocattolaio, recensito e intervistato su queste pagine:

Figli che odiano le madri, di Stefano Pastor - Fazi - 9.90 Euro









Infine, un nuovo romanzo dei Wu Ming, edito da Einaudi:

L'armata dei sonnambuli, di Wu Ming - Einaudi, Stile libero big - 640 pagine, 19.00 Euro
Marie è una donna del popolo che alla rivoluzione chiede pane e libertà per sé e per suo figlio. Finirà invece per ottenere una vita diversa. Leo è un attore immigrato a Parigi dall'Italia sulle orme del grande maestro Goldoni, in cerca di fortuna e successo. Scoprirà che la rivoluzione è il palcoscenico più promettente, ma dal quale si può cadere in maniera rovinosa. D'Amblanc è un medico molto particolare, allievo del grande Mesmer prima della rivoluzione, ne prosegue le pratiche anche nel tempo rinnovato dal grande cataclisma. Ma l'assioma che lo ha sempre guidato ormai vacilla e questo lo spinge a un'indagine che lo porterà fino al cuore della Francia e dei propri incubi. L'uomo che si fa chiamare Laplace è un paladino votato a una causa. Ha la pazienza del ragno. Sceglie di nascondersi tra i folli per mettere alla prova se stesso e le proprie teorie. Sogna un'armata di sonnambuli.


Articolo di Sakura87


25 luglio 2013

L'ultima fuggitiva - Tracy Chevalier

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I Contenuti

Dorset, 1850. Una giovane ragazza è costretta ad imbarcarsi sull'Adventurer, nave che la porta in America, dall'altra parte del mondo dove si ritrova senza un fidanzato, una famiglia, degli amici.
Qui scopre l'amore passionale, i valori dell'amicizia e della solidarietà, ma soprattutto rimane meravigliata dai comportamenti delle donne americane che bevono whisky e sparano col fucile, scopre che i frutti hanno un sapore nuovo, che le estati sono torride ed afose, gli animali e i paesaggi sono diversi tuttavia affascinanti. Ma soprattutto scopre l'esistenza degli schiavi fuggitivi, degli esseri umani come lei che sfuggono dalle piantagioni ancora schiaviste del Sud per realizzare in Canada il loro sogno di libertà.


La Recensione

La storia, ambientata nel 1850, racconta di una giovane quacchera inglese (il quaccherismo è un movimento religioso inglese i cui adepti si distinguono per uno stile di vita improntato alla semplicità e al rigore) che, appena lasciata dal fidanzato per un'altra, decide di seguire la sorella per un viaggio nel Nuovo Mondo. 
Parte sapendo già che non tornerà più – i trasporti al tempo erano infatti molto difficoltosi – e inconsapevole che quanto la aspetta la porrà di fronte a insidiosi ostacoli e le farà rimpiangere di essere partita. Ben presto infatti la sorella muore di febbre gialla e la protagonista, Honor, dopo aver affrontato un estenuante viaggio di trenta giorni in nave, si trova da sola nell'Ohio, una terra che non riuscirà mai a sentire sua.
Inizialmente ospite presto Belle, la simpatica e generosa venditrice di cappellini per signore, dovrà poi affrontare la famiglia dell'uomo a cui la sorella doveva andare in sposa e costruirsi una famiglia propria.
La ragazza, descritta con approfondito scavo psicologico, si distingue per la sua forza d'animo, ma soprattutto per la sua abilità nel cucire, unico motivo di ammirazione presso le donne americane che spesso non riescono a comprendere il suo codice di comportamento. L'autrice ha studiato in modo puntuale il periodo storico in cui la narrazione si svolge: l'Ohio, i suoi paesaggi, l'afa estiva e il gelo invernale, i suoi abitanti sono presentati con maestria e anche le parti dedicate ai momenti in cui Honor si dedica al ricamo riescono a evocare perfettamente l'epoca.

Un'altra tematica fondamentale all'interno del romanzo è quella della schiavitù. Alcuni stati americani dell'epoca la consentono, mentre altri la vietano. In Ohio, Honor entra in contatto con cacciatori di schiavi, con personaggi che preferiscono rimanere indifferenti per non avere problemi e con altri invece di buon cuore che cercano di aiutare di nascosto i fuggitivi, ovvero i neri che cercano di raggiungere il Nord una volta sfuggiti dai loro padroni nelle piantagioni del Sud. Cercherà sempre di affermare la propria etica personale, che la spinge ad aiutare chi ne ha bisogno, indipendentemente dal colore della pelle o dai divieti imposti. La domanda che percorre tutto il romanzo è dunque questa: essendo ormai priva di radici e di certezze, riuscirà a trovare il proprio posto in questa parte di mondo così lontana?

Ultimo romanzo di Tracy Chevalier, autrice de La ragazza con l'orecchino di perlae La passione di Artemisia, L'ultima fuggitiva ci appassiona per la sua scrittura lineare e scorrevole ma soprattutto per l'eccezionale capacità di unire aspetti storici e romanzeschi, di parlare di amore, avventura e coraggio e di fornire attraverso gli occhi di un'inglese un particolare ritratto dell'America all'epoca dell'abolizione della schiavitù.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Valeria Pinna

Dettagli del libro
  • Titolo: L'ultima fuggitiva
  • Titolo originale: The last runaway
  • Autore: Tracy Chevalier
  • Traduttore: Massimo Ortelio
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: I narratori delle tavole
  • ISBN-13: 9788854506787
  • Pagine: 311
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro

05 marzo 2013

Il Turchetto - Metin Arditi

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I Contenuti

Costantinopoli, 1531. Elie, un bambino ebreo di undici anni, si aggira per il bazar al seguito di Arsinée, la donna che l'ha fatto uscire dal ventre di sua madre, e di suo padre Sami. Al bazar, tutti lo conoscono come un monello capace di ritrarre chiunque in pochi secondi. Quando può, Elie fugge via dal bazar. Verso la bottega di Djelal, il danzatore sufi che crea gli inchiostri più belli di tutta Costantinopoli. Ad affascinare Elie sono, tuttavia, i suoi inchiostri - azzurri, cremisi, verdi - che gli permettono di esprimere il talento in cui sembra meravigliosamente eccellere: il disegno. L'infanzia di Elie in terra turca finisce il giorno in cui la morte si porta via Sami. In cambio di un ritratto fatto al capitano del Tizzone, una maestosa nave ancorata al porto, Elie si imbarca per Venezia, non prima di ribattezzarsi Ilias Troyanos, greco di Costantinopoli. A Venezia uno strabiliante destino lo attende. Ilias Troyanos diventa il Turchetto, il più grande di tutti i pittori della città. Uno strabiliante destino che si capovolge, tuttavia, nel suo opposto, in una sorte maligna, il giorno in cui la modella prediletta del Turchetto, Rachel, una bellissima ragazza ebrea dagli occhi incredibilmente verdi e dalla bocca perfetta, viene orribilmente assassinata e gettata in un canale da tre malviventi mascherati come a Carnevale e reduci da una notte di bagordi.

La Recensione


Attenzione: contiene spoiler sulla trama

Un intrigante mistero avvolge un bellissimo ritratto di gentiluomo che possiamo ammirare al Museo del Louvre in Parigi. Chiamato L’uomo dal guanto, è attribuito al Tiziano. Sul marmo dove il soggetto appoggia il braccio sinistro c’è la firma: TICIANUS; tuttavia la T è di colore grigio scuro, mentre il resto del nome è in grigio/azzurro. Di chi si tratta? Forse (ma è una delle tante ipotesi) del gentiluomo genovese Girolamo Adorno, uomo di fiducia dell’Imperatore Carlo V a Venezia. In origine facente parte della pinacoteca dei Gonzaga, divenne dapprima di proprietà di Re Carlo I d’Inghilterra (quello ghigliottinato durante la Rivoluzione del 1649), poi del banchiere Jabach; indi del Re Sole (1671); da allora appartiene allo Stato francese.
Circa un decennio fa l’opera fu prestata al Museo d’arte e di storia di Ginevra e la circostanza permise un’accurata indagine di tutti gli aspetti pittorici e materiali. Ne emerse che la T non solo è di colore diverso, ma è dipinta con un composto dissimile rispetto a quello delle altre lettere del nome TICIANUS; quasi fosse stata apposta in momenti diversi, al limite da persona diversa. Un’altra curiosità: la presenza di incenso nella resina che copre il dipinto è insolita in un quadro dell’epoca.
Da queste premesse, complicate certo e tali da appassionare gli esperti, muove Metin Arditi. Personaggio dai molteplici interessi, è nato ad Ankara il 2 febbraio 1945, ma risiede a Ginevra, dove insegna alla Scuola Politecnica e presiede l’Orchestra della Svizzera romanza; nonché la Fondazione Strumenti per la Pace. Ha scritto numerosi saggi ed altri sei romanzi.
Egli prende spunto da quell’insolita opera d’arte per narrarci, grazie ad una prosa immaginifica, piena di accenti accorati e drammatici, la storia di un pittore ebreo, Il Turchetto appunto, contemporaneo di Tiziano, sulla cui reale esistenza non vi è certezza. Il libro ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, quali: il Premio Page des Libraires; il Premio Jean-Giono; il Premio des Libraires du Festival littéraire de Nancy; il Premio Le Point Magazine.
Romanzo storico, della pittura, dell’arte, della religione -strumento di crescita spirituale o pretesto di intolleranza?-, è centrato su due luoghi quanto mai significativi: Istanbul (o meglio: Costantinopoli) e Venezia. Il sipario si apre sulla città del Bosforo, conquistata dai Turchi circa ottant’anni prima. E’ il settembre 1531. Elie Soriano è un ragazzetto ebreo sefardita di 11 anni, figlio di Sami, commerciante, un uomo meno che quarantenne, ma stanco e malato. Elie tra sé disprezza il padre perché collabora con un mercante di schiavi; d’altronde questo è uno dei pochi mestieri che il Turchi consentano agli Ebrei di esercitare. La mamma è morta nel darlo alla luce, non senza aver mormorato tra i dolori, in un misto di turco e catalano: “Es un kütchük fâré muy lindo”, è un topino così grazioso... Quel “muso di topo” che egli avrà per tutta la vita. Chi, sia pure a suo modo, vicaria le funzioni materne è Arsinée, la levatrice che lo ha aiutato a venire al mondo.
La donna non gli lesina rimproveri, alterna carezze a minacce, e, alla stregua di molti genitori biologici, non comprende il sacro fuoco dell’arte che divora questo monello. Elie è un disegnatore nato, stupefacente; già questo rappresenta un problema per l’ortodossia ebraica che vieta qualunque raffigurazione del Creatore e della creatura. Ciò vale pure per gl’islamici, ma la più grande gioia per Elie è quella di recarsi nella bottega del musulmano Dejal, il danzatore sufi, creatore di meravigliosi inchiostri, il quale, pur rimproverandogli con affetto la ferrea regola dell’iconoclastia, lo lascia libero di giocare e sognare. C’è poi il pope ortodosso Efthymios, il quale, mentre il ragazzo ammira i dipinti della sua chiesa, gli rammenta che pure Gesù è ebreo e che il nuovo messaggio portato da questi non nega affatto la Legge ebraica. Elie è perplesso di fronte all’affermazione sull’ebraicità di Cristo: si tratta senz’altro di una bugia raccontatagli dal monaco per metterlo a suo agio. “Gli spagnoli” rimugina, nella sua beata innocenza “non avrebbero scacciato gli ebrei [come invece successe alla sua famiglia d’origine] se Gesù fosse stato ebreo”.
Metin Arditi ci dà una vivacissima raffigurazione d’ambiente, carica di allusioni sensuali, della già gloriosa capitale bizantina, ora divenuta metropoli turca, con gli harem e le violenze esercitate sulle popolazioni conquistate, specie sulle donne: 
“Il rapimento delle sorelle era stato di una violenza inaudita… quattro marinai le avevano strappate dal letto che dividevano con la madre. Mentre venivano trascinate fuori dalla loro capanna, avevano sentito urla e il suono sordo delle percosse che venivano dalla stanza accanto, dove dormivano il padre e i tre fratelli. Erano stati feriti? Uccisi? Impossibile saperlo”. 
Per non parlare della condizione patita dalla minoranza ebraica -al contrario di ciò che con generica superficialità talora si scrive e riflettendo sul termine di “crimine contro l’umanità” con cui, pochi giorni or sono, l’attuale Premier turco, Erdogan, ha gratificato il Sionismo-. “Patire e sopportare… Non conosceva altro” scrive l’autore a proposito del padre del protagonista. “Sopportare la povertà, la malattia, la vergogna. Soprattutto la vergogna. Venditore di schiavi… un lavoro che i turchi riservavano agli ebrei, come si gettano gli avanzi del pasto ai maiali. E un figlio che lo disonorava agli occhi di tutti…”. Il “disonore” proviene dal fatto che il ragazzino, abile disegnatore, viola una delle regole principali dell’ortodossia ebraica.
Allorché suo padre, poco tempo dopo, muore, Elie decide di fuggire da Costantinopoli. Riesce ad imbarcarsi su una nave veneziana, il Tizzone, in cambio del ritratto del capitano abbozzato lì per lì.
Lo ritroviamo nell’agosto 1574 a Venezia, affermato pittore. Al momento di cambiare vita, tanti anni prima, egli aveva avuto l’intuizione (comprendendo il pericolo costante cui sono soggetti gli Ebrei da sempre) di cambiare identità: era divenuto Ilias Troianus, cristiano d’origine greca, cresciuto “accanto ad una famiglia di ebrei spagnoli”.
Nella grande città lagunare Elie diventa celebre col nome di Turchetto. Ha sposato la figlia di un notaio (che non ama, va da sé), è stimato dal Doge. Nei suoi dipinti notevole è la capacità d’introspezione psicologica, che ne aveva caratterizzato i disegni fin da quando era poco più che bambino; egli pare intuire l’atteggiamento delle persone le une verso le altre,
Venezia è città ricca, raffinata, ma barbara e truce al tempo stesso; un luogo tra le cui calli silenziose si consumano efferati delitti, come quello che ha come vittima la bellissima ebrea Rachel Albuquerque, occhi verdi e bocca sensuale, modella preferita e amante di Elie. La relazione con un’ebrea porta il nostro protagonista davanti al Tribunale dell’Inquisizione: egli viene condannato all’impiccagione per eresia; le sue opere dovranno essere bruciate. Di lui resta solo quel misterioso ritratto di cui all’inizio, L’uomo dal guanto, attribuito al Tiziano a causa di quella strana firma.
Vicissitudini sorprendenti invece riportano il Turchetto nella sua città originaria. A Istanbul (siamo nel 1576) non dipinge più, fa il facchino, nessuno si ricorda del genio pittorico, che aveva svelato la sua originaria identità dipingendo un’Ultima Cena come un seder ebraico; quale in effetti è, nonostante i tentativi di nasconderlo operati in modo puntuale nei secoli.
“Gesù e gli Apostoli erano vestiti di nero, da rabbini, la testa coperta da uno zucchetto che Elie aveva realizzato con la tecnica della foglia d’oro….”
Resta peraltro la profonda umanità dell’artista, che si concretizza nell’incontro, ricco d’amore, con la sua gente; come quando accompagna alla naturale fine l’amico mendicante, Zeytine, per poi quasi trasformarsi in lui e prendere il suo posto dove questi aveva chiesto la carità per tanto tempo.
L’universo pittorico resta nel cuore dell’artista, come il ritratto di un personaggio, disprezzato magari, ma mai dimenticato.
“Qualche istante dopo vide la propria mano abbozzare l’ovale di un viso. Con un movimento lento e abile segnò un tratto, poi un altro… sempre più rapido e sicuro, finché non prese forma completa un ritratto ricco di dettagli e sfumature.
Era il ritratto di suo padre. Lo aveva rappresentato come il pover’uomo che era. Nell’angolo superiore destro del foglio aveva scritto queste parole: Sami Soriano, dipendente di un mercante di schiavi a Costantinopoli”.
Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Mara

Dettagli del libro
  • Titolo: Il Turchetto
  • Titolo originale: Le Turquetto
  • Autore: Menin Arditi
  • Traduttore: Roberto Boi
  • Editore: Neri Pozza Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: I narratori nelle tavole
  • ISBN-13: 978-88-545-0618-3
  • Pagine: 256
  • Formato -Prezzo: Brossura- Euro 14,00
                  

17 dicembre 2012

Neuland - Eshkol Nevo

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I Contenuti

Un giovane insegnante israeliano, Dori, parte alla ricerca del proprio padre, andatosene in Sudamerica dopo la morte dell’adorata moglie. L’occasione di incontrare terre e persone nuove  porterà Dori a conoscere meglio se stesso. E -forse- a trovare la vera donna della sua vita. Un romanzo complesso, ricco di sfumature ed interrogativi, col passato e il presente interagenti tra loro; un’opera da leggere e meditare, che chiede molto, ma che sa dare altrettanto.

La Recensione

Confesso che ad invitarmi all’acquisto di Neuland sono state, in primo luogo, le parole che il suo Autore, Eshkol Nevo, ha pronunciato il giorno della presentazione del romanzo, appena pubblicato con Neri Pozza (prima edizione all’estero: quella italiana!), nell’ambito di Festival Letteratura di Mantova, a Settembre scorso: “[Israele ] è il mio Paese; non potrei vivere da nessun’altra parte. Posso certo criticare la politica di questo o quel Governo, ma l’amore resta. La mia lingua madre, l’Ebraico, per me è un dono, come lo sono i miei amici. All’estero parlo inglese; dopo qualche tempo, però, provo una profonda nostalgia dell’Ebraico, che fa parte della mia identità."
Forse il più noto tra gli scrittori di Israele dopo la “triade” per antonomasia - Yehoshua, Oz, Grossman -, Nevo è significativo esponente di quella generazione di quarantenni (ben diversa dalla precedente), nei quali alberga una profonda disillusione per la pace non raggiunta; un’insaziabile attesa di futuro e il forte timore che sia venuta meno, nel Paese, la caratteristica solidarietà, ben radicata in passato. L’incontro mantovano è una miniera inesauribile di temi, spunti, riflessioni.
Poche parole sul titolo dell’opera. “Neuland”, cioè “Nuova Terra”, trae spunto dal romanzo, dal sapore vagamente fantascientifico, di Theodor Herzl, “Altneuland” (1902) nel quale il Padre del Sionismo politico immagina che, nel 1928, la Palestina (appunto la “Vecchia-Nuova Terra”) sarebbe stata equamente abitata e condivisa tra Arabi ed Ebrei, caratterizzati, questi ultimi, dai tipici tratti della borghesia mitteleuropea cui Herzl stesso apparteneva.
Il personaggio chiave della nostra storia è Meni Peleg (Pimstein), israeliano tra i 50 e i 60 anni. Eroe della guerra dello Yom Kippur, stimato consulente finanziario, poco dopo la morte per cancro dell’amata moglie Nurit (Nurik), ha lasciato Israele per rifugiarsi in Sud America. La guerra del 1973 costituisce per lui, una sorta di tabu: non ama parlarne; ma l’esperienza ha lasciato, nell’animo di quest’uomo forte e valoroso, profonde tracce. Che è successo “laggiù”? L’A. non lo rivela; e pure riguardo a Nurit fa menzione di episodi, peraltro appena abbozzati e venati di mistero, che Nevo sa cogliere con sagacia e rispetto. La Partenza, dopo la perdita della moglie, verso luoghi lontani è un tema che richiama alla mente, d’istinto, “Fuoco amico” di A. B. Yehoshua, dove uno dei personaggi principali, il settantenne Yirmiyahu (Yirmi), lascia Israele per sempre dopo la scomparsa della moglie Shuli. Entrambi non avevano mai superato lo shock dell’uccisione -per “fuoco amico”- del figliolo Eyal, durante il servizio militare. Ma, mentre in quest’ultima vicenda il luogo scelto da Yirmi, per espressa volontà di lui, nulla ha a che vedere con il Paese d’origine, nel nostro romanzo il rapporto, pur alla lontana, esiste, come vedremo.
Meni e Nurit hanno avuto due figli, all’incirca trentacinquenni, Dori e Ze’ela. Dori è il nostro protagonista maschile. E’ sposato con Roni, nata e cresciuta in kibbutz, una manager molto sicura di sé -anzi troppo-, la quale, proprio per questo suo atteggiamento, lo rende inquieto. I due (vivono a Gerusalemme) hanno un figlioletto di quattro anni, cui Dori è legatissimo, Neta. Le continue preoccupazioni di Dori nei suoi confronti rendono il piccolo ansioso: “Nostalpazzia”, così viene definito il sentimento paterno. La forte Roni è una garanzia per il marito, personaggio insicuro e fantasioso. Nel prosieguo della narrazione veniamo a sapere che egli, persona sensibile, ma incline ad una certa fragilità psicologica, è insegnante di storia; anzi, per l’esattezza, di storie: “Gli piace allargare per i suoi allievi”, annota l’A. “queste incrinature nella storia ufficiale, tutta date, permettendo loro di intravvedere quel che si nasconde oltre gli argomenti da portare alla maturità. Io non insegno storia, chiarisce alla prima lezione, insegno storie. Il Medioevo? Non tutto era buio…”
Tuttavia, col trascorrere del tempo, l’armonia di complementarietà tra i coniugi sembra vacillare. Roni ha sempre meno tempo da perdere con le problematiche del compagno e questi, di rimando, nel timore di essere lasciato da lei, progetta di andarsene per primo. L’occasione nasce con la scomparsa di Meni oltreoceano. Il rapporto tra padre e figlio, pur legati l’un l’altro da un certo affetto non espresso direttamente, era sempre stato caratterizzato da un certo distacco: Ze’ela veniva prima del fratello nelle attenzioni paterne. Nonostante la madre avesse, in passato, cercato di rassicurarlo, Dori sente di avere, in qualche modo, deluso il padre. E allora, approfittando del fatto che questi da qualche tempo non dà più notizie di sé, nemmeno una telefonata o un messaggio e mail alla figlia, parte alla sua Ricerca perché vuole (ri)annodare i fili con lui; Meni infatti era partito proprio quando il figlio tentava di instaurare un rapporto nuovo col genitore. Una parte notevole del romanzo è dedicata al peregrinare del protagonista nei vasti spazi del Centro e Sud America. E’ l’occasione per farci conoscere figure secondarie, ma tratteggiate con affettuosa efficacia. Ad esempio, Alfredo, il contatto in loco, un misto tra una guida turistica e un investigatore/trovatore di persone scomparse (non certo a buon mercato, ma assai efficiente): “Io non cerco. Trovo” è il nome del suo sito web. Ha idee tutte sue sugli israeliani e, in genere, sugli ebrei: “…oltre i cinque sensi che ha la gente normale, voi ce ne avete un altro, di senso: il sesto. Quello della preoccupazione”.
La Natura è dipinta con immagini ricche di colori, di sfumature espressive; immagini colorate e spesso sonore, in una prosa ritmica, onomatopeica: “Il suono delle gocce a piombo su una foglia -lo nota dopo qualche giorno- è diverso dal suono delle gocce che scivolano su un ramo, che è a sua volta diverso dal suono delle gocce che cadono sulla giacca…” Ma anche il “brutto” è notato e non viene sottaciuto; Lima, ad esempio, i suoi albergacci e quell’aria opprimente che inquietano la protagonista femminile che stiamo per conoscere. All’improvviso, in modo casuale, la vita di Dori si incrocia con quella di una coetanea e connazionale. Sono sempre tanti gl’israeliani in giro per il mondo; mentre, chissà perché, li si immagina sempre…sul piede di casa. Inbar Benbenisti vive a Haifa, dove tiene alla radio una rubrica per famiglie in crisi ed è (forse) un’aspirante scrittrice. Ha una nonna materna, Lili, che alterna momenti di lucidità ad altri di totale confusione. Mentre tra nonna e nipote c’è perfetta sintonia, Lili litiga spesso con la figlia, Hanna, la madre di Inbar. I motivi? In primo luogo la totale incompatibilità di carattere che le separa: Lili è un tipo solare, che vede per lo più, nonostante le gravi prove riservatele dalla vita, il “bicchiere mezzo pieno”; Hanna invece ha un carattere negativo, sempre pronto a tormentare il prossimo, a cominciare dai più stretti familiari. Un altro motivo di contrasto è rappresentato dal compagno di Hanna, Bruno, berlinese. Ciò è inaccettabile per Lili, la quale ha, sui tedeschi (di ieri e di oggi), idee adamantine: che faceva questo Bruno durante la Shoah? si domanda; e, se non lui, data l’età, suo padre?
Hanna vive nel ricordo del figlio prediletto, Yoavi, morto suicida (senza lasciare messaggi o lettere) durante la “tzavah” (servizio obbligatorio di tre anni nell’esercito). Yoavi, presenza fissa e silenziosa nel romanzo, era un ragazzo sensibile e appassionato di musica. La madre aveva dato all’ambiente militare la colpa di quel gesto, mentre il padre, Yossi, avrebbe voluto vederci chiaro, senza lasciarsi suggestionare da accuse a caso. Il rapporto tra i genitori, già precario, a seguito della tragedia del figlio, si era spezzato e Yossi, dopo aver divorziato dalla moglie, si era lasciato Israele alle spalle per crearsi una nuova famiglia in Australia. Grazie al “fratellastro” Reuven, che gli ricorda tanto Yoavi, Inbar si rende conto di desiderare dei figli; ma non di legare la propria vita a quella dell’attuale compagno, Eitan. L’incontro con Dori avviene per caso. Lei è affascinante, capelli castani “che spuntano con studiata monelleria” da un baschetto a quadretti. I due si scrutano per un po’ in silenzio prima di presentarsi. Anche Inbar (cioè Ambra) compie un viaggio di ricerca. Vuol comprendere il significato della propria vita; per questo si allontana dal consueto mondo. E’ una donna inquieta, dotata di una notevole dose di egocentrismo e cinismo; e non sembra preoccupata dall’impatto sugli altri del proprio comportamento. Dapprima si reca a Berlino, per trascorrervi alcuni giorni con la madre e Bruno. Nelle pagine berlinesi troviamo disagio, desiderio e impegno, da parte di madre e figlia, di stabilire un legame autentico, ma le due non riescono proprio a prendersi. Tuttavia il rapporto prosegue, pur tormentato, per lettera; anzi si direbbe che esse si intendano più a distanza che di persona. Al momento di rientrare a casa, all’aeroporto, Inbar imbocca, per puro caso, grazie ad una serie di coincidenze, un’altra direzione e vola in Sudamerica. Incontrato Dori, ella si aggrega a lui ed Alfredo nella ricerca di Meni. Alla storia di Inbar e dei difficili rapporti con la madre, lo scrittore alterna le vicende di nonna Lili, fin da quando, poco prima dello scoppio della guerra, ella era riuscita ad andarsene dalla Polonia, con un gruppo di giovani sionisti, alla volta di Eretz Yisrael (Yisruel) mentre il padre restava in Patria ad attendere il suo tragico destino. Le storie di Lili e Inbar sono strettamente legate tra loro, dato il rapporto di affetto e confidenza che le lega. Il viaggio di Inbar in Sud America si svolge in un ideale parallelo con quello di Lili verso Eretz. Grazie ai ricordi della vecchia signora facciamo conoscenza con il mitico Pima (il lettore scoprirà di chi si tratta), amore idealizzato da lei, la quale peraltro tutta la vita resterà legata all’amatissimo Nathan, suo marito, che, anche da anziano, così ella rievoca, “profumava di frutteto”. L’A. si sofferma con particolare tenerezza su Lili, figura ispirata, ritengo, a sua nonna, Praha Frishberg z’l (1916-2010), cui il romanzo è dedicato: i ricordi lontani, il suo amore di donna diviso, il doloroso rapporto con la figlia Hanna, la “cocca” del papà. Nelle lunghe ore passate in solitudine, Lili ripensa al passato del quale serba un mondo di ricordi. D’intensa poesia è il racconto del viaggio per mare verso Eretz Israel, dell’arrivo al porto di Haifa e del momento in cui ella ritrova Nathan, già presente sul posto: grande gioia sì, ma Pima non è scomparso dal suo cuore.Grazie alla loro costanza i nostri viaggiatori giungono in Argentina dove, a partire dal 1890 (nelle province di Buenos Aires, Entre Rios e Santa Fe), vennero fondate una ventina di aziende agricole (nonché alcune cittadine) che riunivano oltre 3000 famiglie ebraiche provenienti per lo più da Russia e Polonia, in fuga dalle persecuzioni. L’autore di questa impresa fu il barone Moritz de Hirsch, filantropo ebreo d’origine tedesca, banchiere e uomo d'affari.
Tuttavia quei luoghi finirono per non rappresentare una sorta di parallelo argentino al ritorno nella Terra dei Padri perché il richiamo verso Eretz Yisrael fu troppo forte. Denso di emozioni sia il contatto col nuovo mondo di Meni, sia l’incontro tra Padre e Figlio, di cui, in qualche modo, è parte anche Inbar, dopo i primi momenti di imbarazzo. La donna tenta, con tutte le sue forze, attraverso questa esperienza che mai avrebbe immaginato, di superare il trauma per la morte dell’amato fratello. Meni ha dato vita ad una comunità (circa una trentina di persone), Neuland, organizzata secondo una formula che ricorda il tradizionale kibbutz; un centro di “attività valoriale per gli israeliani che viaggiano in Sudamerica, ma aperto a persone di tutte le nazionalità a condizione che condividano in nostri valori fondamentali”. Tanto si legge nell’ “Opuscolo informativo per gli Ospiti.” Neuland, è precisato, non intende sostituire Altneuland (così viene chiamato Israele), ma rappresentare una sorta di luogo di cura per “feriti”, nell’anima, da traumi di “prima o “seconda generazione”. Insomma, uno Stato-ombra in miniatura, “un’esperienza purificante per chi arriva da Israele o da altre aree traumatiche del mondo, che rammenti allo Stato di Israele che cosa avrebbe potuto essere. E che cosa potrebbe essere”. Tematica suggestiva, ancorché scivolosa e, per la verità, strumentalizzabile, se non la si interpreta in modo corretto. Tra Padre e Figlio, a proposito del confronto Neuland / “Altneuland”, si crea una Frattura, ben espressa nel confronto serrato tra i due. Quello del Padre, infatti, è un Cammino verso la Libertà o una Fuga dalla Responsabilità? E, per la verità, il Meni Peleg negli anni lontani della Guerra del 1973 e nel periodo di malattia della moglie, con il suo dolore e tormento, così come ricordato e descritto dai familiari, è assai più reale e convincente della figura mitica e un poco stereotipata che entra in scena in Sudamerica. Il ritorno duro, repentino alla realtà è dato da una telefonata proveniente da Israele: è Guerra, la seconda guerra del Libano dell’estate 2006, con i missili lanciati da Hetzbollah sul nord del Paese. Il ritorno in Patria ci introduce in un miscuglio perverso di ordinaria quotidianità di Vita e straordinaria Mostruosità di guerra. “Neuland” è un romanzo complesso: una ragnatela di esistenze, con vari Temi e Percorsi; Intrecci di storie, talora imprevedibili, nel presente e nel passato. L’A. sa giocare con la “variabile tempo” facendoci correre sulle montagne russe dei suoi flash back; vi è maggiore maturità stilistica e capacità introspettiva rispetto al precedente “La simmetria dei desideri”.
C’è il tema del Viaggio, del Camminare: per trovare l’Altro e Se stessi. Il viaggio è occasione per rivedere la propria esistenza, per mettere alla prova le proprie certezze; una fuga ed una ricerca al tempo stesso. E’ la tematica, pur essendo il contesto molto diverso, che incontriamo nelle opere di David Grossman, specie nelle ultime, come “Caduto fuori dal tempo”. Nella ricerca del padre di Dori, scomparso in modo misterioso, Inbar cerca, in qualche modo, suo fratello Yoavi, sempre lì, accanto a lei. La ragione di morte del giovane è rimasta un mistero; forse i familiari non avevano adeguatamente considerato il dolore e la depressione che si erano impadroniti di lui allorché la sua ragazza lo aveva lasciato. Ricca di fascino è la prospettiva di guardare Israele “da lontano”. Cariche di ironia le pagine dedicate all’incontro di Dori con alcuni concittadini, tra i quali l’immancabile ex allieva, e le riflessioni di costoro (che avevano conosciuto Meni Peleg) sul perché questi fosse giunto fin lì, a seguito della crisi che lo aveva colto dopo la morte della moglie. Il desiderio di ricominciare, di cogliere il dolore come un’opportunità, l’entusiasmo che egli era riuscito a trasmettere ai giovani incontrati: “…sapete qual è il Vs. problema?” aveva domandato loro Meni “Non approfittate del viaggio per raccontare una nuova storia della vostra vita”. Il linguaggio è spesso svelto, attinto direttamente dalla vita quotidiana, ironico, a volte con martellanti ripetizioni di frasi, tipiche di quando sei sovrappensiero. Fa trattenere il fiato la lettura di una sorta di…Diario di Meni -scoperto e letto da suo figlio- scritto all’impronta in stile “Ulisse” di Joyce, senza punteggiatura ("...e il dolore israeliano è troppo pesante per me ora ti prego Dio mio piazzami accanto gli australiani emanano una benedetta innocenza una gioia incontaminata…gli americani non sono veri ma è comunque meglio di questo dolore israeliano prima e seconda intifada operazione Scudo Difensivo…").
Da rapido il ritmo narrativo si fa di colpo lento; devi perciò adattarti alla sua musica. In alcune parti maggiore asciuttezza espressiva avrebbe giovato al testo. Ma, al di là di questi particolari, non ti annoi mai; lo affermo con decisione, contrariamente a chi, magari scoraggiato da alcuni passaggi ardui e senza aver letto il testo con la dovuta attenzione e la mente scevra da pregiudizi, si è lasciato andare ad una stroncatura davvero ingenerosa. Una Storia intimamente israeliana. Chi non conosce, almeno in parte, il Paese non è in grado di apprezzare quest’opera. Certo i sentimenti ivi espressi sono universali, ma il contesto, le interpretazioni, il respiro sono israeliani. Un “giardino di simboli”, per dirla con un illustre Autore; di valori vissuti e condivisi nel profondo. Ad esempio, Lili paragona i figli (in questo caso, la figlia) alla patria: “Mia figlia è la mia patria” rammenta un giorno a chi le propone una romantica fuga “...mi fa diventare matta, è vero. Ma questo non significa che non sia la mia patria. Insomma, l’ho portata nel ventre”. E dunque la Patria non la si abbandona, per nulla al mondo. La conclusione della vicenda la si può immaginare; ma, da parte mia, non la riterrei così scontata come appare. L’amore sbocciato tra Dori e Inbar potrebbe sempre riservare sorprese. Alla fine spunta una domanda, nella sottoscritta che legge; una piccola/grande domanda, che spero non suoni moralistica, bensì come richiamo alla responsabilità personale: tra questi adulti così impegnati nella ricerca della propria personale felicità, o almeno a trovare un certo equilibrio, ci sarà un posto adeguato per il piccolo Neta?

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di
 Mara

Dettagli del libro
  • Titolo: Neuland
  • Titolo originale: Neuland
  • Autore: Eshkol Nevo
  • Traduttore: Ofra Bannet, Raffaella Scardi 
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Bloom
  • ISBN-13: 978-88-545-0591-9
  • Pagine: 637    
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,00

04 dicembre 2012

L'allieva e l'apicultore - Laurie R. King

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I Contenuti

È una giornata fresca e soleggiata dell'aprile del 1915 in Inghilterra. L'epoca della regina Vittoria è ormai trascorsa. Automobili, elettricità e telefono si insinuano persino nelle vite di chi abita in campagna e risuonano gli echi degli orrori della guerra di trincea. Trascinandosi dietro uno zaino sdrucito, Sherlock Holmes, il genio dell'investigazione, si è rifugiato nel Sussex per darsi allo studio di un comportamento animale certamente più nobile di quello criminale: il comportamento delle api. Così, in una fresca e soleggiata giornata del 1915, ha inizio il sodalizio tra Mary Russell e Sherlock Holmes, l'allieva e l'apicultore, un sodalizio destinato a lasciare il segno nel mondo del crimine.

La Recensione

L'Allieva e l'apicultore più che un romanzo è una fanfiction in piena regola. 
Immaginate di essere fan sfegatati di Sherlock Holmes
Immaginate che la vostra mania vi abbia portato al punto di desiderare follemente che il vostro eroe fosse una persona reale e di poterlo incontrare veramente. 
Immaginate di esservi più volte ritrovati, mentre leggevate le sue avventure, a sognarvi parte di esse, figurando voi stesso come indispensabile assistente dell'infallibile detective, non un assistente qualunque bensì qualcuno in grado di rivaleggiare con lui per astuzia e intelligenza, l'unico in grado di far breccia nella cortina di filo spinato che Holmes ha sempre frapposto fra sé e gli altri esseri umani. 
Immaginate ora di accorgervi di essere una discreta scrittrice in grado di tradurre i vostri sogni ad occhi aperti in un romanzo in piena regola.
Ecco, se siete riusciti ad immaginare tutto questo sapete esattamente come Laurie R. King ha scritto L'allieva e l'apicultore. L'autrice ha preso l'impareggiabile personaggio di Conan Doyle e l'ha traslato nel tempo di qualche decennio, collocandolo in volontario pensionamento intento ad allevare api nelle campagne inglesi mentre infuria la Prima Guerra Mondiale (ma convenientemente abbassandogli l'età di un paio di decenni per rendere plausibile la relazione con la protagonista). Sistemati i dettagli può finalmente entrare in scena l'alter ego della scrittrice: l'incredibile (in tutti i sensi) Mary Russell, quindicenne orfana, dall'intelletto brillante e la cultura enorme, femminista ante-litteram, coraggiosa e indipendente ai limiti della sfrontatezza, in possesso di una mentalità sorprendentemente aperta perfino per una ragazza così all'avanguardia. Praticamente uno Sherlock in gonnella, non oberato però da quei macroscopici difetti che avevano contribuito a rendere Holmes, se non umano, quantomeno meno perfetto: niente dipendenza da cocaina, nessuna traccia di misoginia né di quella quasi totale impossibilità all'empatia che facevano di Sherlock Holmes una figura unica. La nostra Mary al contrario sa essere sensibile, comprensiva ed amorevole, la sua arguzia fuori dal comune le permette di conquistarsi in meno di un quarto d'ora il rispetto di uno dei più grandi misogini della letteratura, il suo coraggio e la sua sensibilità riusciranno addirittura a far breccia nel cuore di un uomo spesso tacciato di insensibilità. 
Ora, ogni donna è liberissima di sognare nell'intimità della propria testa di essere l'essere speciale in grado di riscaldare il cuore ghiacciato di un genio assoluto ma mettere la cosa su carta e divulgarla al grande pubblico vuol dire secondo me spogliare un grande personaggio di parte del suo fascino. Sherlock Holmes è una delle figure letterarie più difficili da amare proprio perché al fascino della sua intelligenza e del suo sarcasmo si affianca una mancanza di comprensione per le cose umane sconvolgente e a tratti repellente. Ma i veri fan hanno imparato a comprenderlo ed amarlo così com'è. Vederlo in preda a palpitanti emozioni in grado di turbare la sua ferrea logica, per quanto la cosa venga gestita con discrezione e nel modo più possibile coerente con il personaggio, è in qualche modo irritante ed insoddisfacente. Le leggere variazioni operate sul personaggio di Holmes, tuttavia, non sono nulla rispetto al trattamento riservato al povero Dr Watson, verso il quale la King compie una vera e proprio charachter assassination. Non bastava che il pover'uomo venisse bistrattato dal buon Sherlock in tutti i romanzi di Conan Doyle? Per quanto il detective abbia sempre trattato con una certa dose di ironia l'ingenuo dottore, in più occasioni ha dimostrato di nutrire nei suoi confronti rispetto e perfino affetto. Nel mondo della King invece, John Watson viene di fatto descritto come un povero rimbambito destinato ad essere trattato con condiscendenza perfino dalla quindicenne Mary che impiega solo 5 minuti per battezzarlo "Zio John" e relegarlo al ruolo di innocuo imbecille, suggerendo più volte che Holmes se lo sia trascinato dietro per tanti anni solo perché in mancanza di un compagno migliore (ovvero Mary), tanto da dimenticarsi totalmente di lui quando un bombarolo folle minaccia di far saltare in aria le persone più vicine a Holmes. 
Venendo alle avventure che Mary e Holmes attraversano nel corso del romanzo, sono più che altro una scusa per descrivere l'evoluzione del rapporto fra i due, che passa da allieva/maestro ad una partnership paritaria (senza che nessuno nella conservatrice società di inizio '900 faccia qualcosa di più che alzare blandamente un sopracciglio). Per scrivere queste sequenze l'autrice ha indubbiamente pescato a piene mani dai romanzi di Conan Doyle, ognuno dei casi affrontati dalla coppia di detective sembra un po' un collage degli aspetti base di una tipica indagine di Sherlock Holmes, e per questo appaiono tutti un po' macchinosi e non sempre in grado di suscitare il dovuto grado di suspence, nonostante la King, raccontando la vicenda dal punto di vista di Mary, ceda a volte a toni un po' melodrammatici, soprattutto nell'episodio finale che occupa l'intera seconda parte del romanzo. In generale si può comunque riconoscere all'autrice uno stile interessante e vivace, con dialoghi giustamente sarcastici e adeguatamente simile alla prosa edoardiana che la vera Mary Russel avrebbe potuto utilizzare. 
 Più che per gli amanti di Sherlock Holmes, questo romanzo è indicato alle sognatrici il cui ideale amoroso è quello di domare il bisbetico di turno (per citare Shakespeare) e che, incidentalmente, hanno sempre sognato di essere una Mary Sue.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo: L'allieva e l'apicultore
  • Titolo originale: The Beekeeper's apprentice
  • Autore: Laurie R. King
  • Traduttore: Ada Arduini
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • ISBN-13: 9788854501249
  • Pagine: 429
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 15,30

12 luglio 2012

La figlia del boia - Oliver Pötzsch

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I Contenuti

Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, nel loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo. Jakob Kuisl, il boia di Schongau non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile.


La Recensione

Di questo romanzo se n'è parlato tanto da farlo andare a ruba: a me incuriosiva già prima del tam-tam mediatico e non mi sono fatta spaventare dal sospetto che fosse tutto fumo e poco arrosto. Ho fatto bene, anche se avrei dovuto prestare maggiore attenzione alla mia amica libraia che mi diceva "non lo chiudi prima dell'ultima pagina": aveva ragione, il che per me equivale a lasciare perdere tutto pur di leggere, certo non la cosa migliore da fare durante la settimana lavorativa. Siano quindi avvisati i lettori compulsivi/divoratori seriali: cominciate a leggere solo quando avrete la certezza di poter lasciare tutto il mondo a sé.
Oliver Pötzsch ricrea una piccola cittadina bavarese del 1600 con tocco così preciso da far sentire persino gli odori e i rumori. Schongau è piena di vita e di contraddizioni, con i suoi ricchi borghesi, i mercanti, la gente del popolo e gli emarginati. Proprio uno di questi è protagonista del romanzo: il boia, che sulla scala del disprezzo viene prima solo dei lebbrosi. Porta male salutarlo, eppure la gente gli si rivolge per le sue qualità di curatore. Uomo di cultura, sfiderebbe i medici freschi di università, tronfi del loro sapere stantio. Duro come solo un uomo che ha vissuto tanto dolore lo è - dolore che non deriva solo dalla sua professione. Il boia sembra anticipare i lumi della ragione che faranno breccia solo nel secolo successivo, con i suoi ragionamenti fatti di causa/effetto, di osservazione attenta e di grande umanità. Mette in pericolo sé e la famiglia pur di salvare un'innocente non solo da morte certa ma anche da indicibili dolori - ma con lei vuole salvare il paese tutto da una nuova caccia alle streghe. La storia ci insegna quali atrocità siano state commesse contro donne colpevoli solo di conoscere le erbe e i rimedi naturali, o di vivere sole, o di aver rivolto uno sguardo sbagliato al vicino. Tutto questo lo sa anche il boia, e con lui il figlio del medico e un altro paio di personaggi particolarmente illuminati: il resto del paese vive nell'ignoranza e nella paura, che provocano pensieri e azioni sconsiderati e, ai nostri occhi, assurdi e incomprensibili.
A fianco del grande entusiasmo nella lettura, scorre l'irritazione per questo mondo così lontano e ottuso: come si può credere alla stregoneria? Come si può credere nell'efficacia della tortura? Come si può pensare di fare giustizia condannando un'innocente? Questi pensieri si intrufolano dell'immedesimazione quasi totale che Pötzsch regala al lettore, come a volergli ricordare la coscienza dei giorni nostri: usa la testa, sempre.
L'autore è diretto discendente del protagonista del suo romanzo: la storia che ci racconta è ispirata a questo personaggio, anche se non realmente accaduta. Difficile a crederlo, vista la cura nel restituire un mondo così lontano dal nostro e dei personaggi che sembrano animarsi di vita propria. Del suo antenato, Pötzsch ha ereditato la compassione: fa intuire al lettore quali possano essere gli strumenti di tortura, mostrandoli lontano  dall'azione e risparmiando scene truculente e di violenza gratuita. Sistema comunque efficace, poiché il lettore, anche se non vede, sa e immagina.
Primo romanzo di una saga che promette bene: autoconclusivo, non lascia nulla in sospeso, eppure la voglia di ritrovare i personaggi conosciuti non lascia indifferenti. (E forse nella saga scopriremo il perché del titolo: la figlia del boia, qui, seppur presente ha un ruolo di secondo piano.)

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: La figlia del boia
  • Titolo originale: Die Henkerstochter
  • Autore: Oliver Pötzsch
  • Traduttore: Alessandra Petrelli
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: I Narratori delle Tavole
  • ISBN-13: 9788854505735
  • Pagine: 432
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,90 Euro

 

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