Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerra. Mostra tutti i post

27 dicembre 2013

Speciale Natale: Quel Natale nella steppa - Mario Rigoni Stern

,
Mario Rigoni Stern, soldato del Corpo d'Armata diretto in Russia durante la II Guerra Mondiale, divenuto poi testimone di quella tragedia attraverso i suoi numerosi romanzi e racconti, come Il sergente nella neve, Il bosco degli Urogalli e Storia di Tönle, è prima di tutto figlio dell'altopiano di Asiago, l'amata montagna dove nasce nel 1921 e cresce in una famiglia numerosa, con altri sette tra fratelli e sorelle.
L'orizzonte delle Alpi si allarga per gli eventi storici che lo coinvolgono e, da semplice alpinista, lo trasformano in testimone diretto della tragedia della spedizione in Russia e della prigionia in un campo di concentramento nazista tra 1943 e 1945. Dal ricordo vivo e doloroso di questo calvario umano e civile Rigoni Stern trae nutrimento per alimentare la sua scrittura, tutta incentrata sull'impegno e sulla testimonianza degli orrori della Guerra e della spedizione, cui pure aveva inizialmente aderito da volontario con entusiasmo. Sempre legato a questi temi è anche l'amore viscerale per la sua montagna e i suoi boschi, la natura in generale e la sua purezza, come ricorda spesso nelle sue opere e nella raccolta di brevi articoli per la stampa e di racconti incentrati sul tema del Natale, pubblicati nel 2006, due anni prima della morte, con il titolo complessivo, ma non esauriente, di Quel Natale nella steppa.

In questi racconti, alcuni inediti in volume, la scrittura di Mario Rigoni Stern, precisa e rigorosa ma in grado di chinarsi ad ascoltare le più minute sfumature delle vicende umane, rievoca e riporta in vita un mondo che sta irrimediabilmente scomparendo.
È la forza di uno scrittore che ha trasformato la lucida testimonianza delle ultime disastrose guerre in indimenticabile lezione civile, ricostruendo le ragioni profonde dell'essere uomini e dello stare insieme.
Il Natale emerge come rappresentazione del mondo più autentico che l'autore porta con sé, custode di quei valori umani che le sue pagine cercano di conservare e tramandare, e che diventa la chiave di riferimento con cui fronteggiare gli avvenimenti del presente.

La Recensione

C'è un'analogia particolare tra questa smilza raccolta di racconti e articoli da giornale di Rigoni Stern e il classico dei classici natalizi, 'Canto di Natale' di Dickens: come nel romanzo inglese anche qui chi legge trova un confronto tra tre Natali diversi. Solo, si tratta di tre Natali molto lontani dallo spirito dickensiano, con un fondo di amarezza e di stanchezza, civile e umana.
Il primo, che dà il titolo alla raccolta, è il ricordo del Natale passato nelle steppe russe durante la campagna di guerra tra '42 e '45, compreso il periodo successivo di prigionia, e porta con sé il peso dell'esperienza attorno alla quale ruota tutto il senso della vita dello scrittore trentino.
In questi brevi racconti emerge il senso del Natale mancato per la crudeltà della guerra e la festività diventa simbolo della dimensione umana tradita e umiliata, ma non vinta, dalla durezza della prigionia nel campo di concentramento: anche in una baracca è possibile celebrare il Natale, con una zuppa rimediata con ortaggi di scarto e mezza bottiglietta di acqua di colonia da scambiare con altri prigionieri.
Nel Natale del ritorno a casa, dopo la folle danza della morte che ha sconvolto l'Europa e il mondo, e nella quale l'autore si è trovato coinvolto, c'è la grave consapevolezza di come, pur nella continuità, tutto sia cambiato, per sempre. La povertà è la stessa di prima della guerra, ma c'è in più un senso di oppressione e di solitudine di fronte alla tragedia e al dovere della testimonianza. 
Se ne rende conto quando viene in visita a cercare di scusarsi il collaborazionista che lo aveva consegnato alle truppe nazi-fasciste.
Il giudizio non è pronunciato: in una guerra civile anche il soldato delle Brigate Nere aveva, in un certo senso, una parte di ragione; eppure il senso dell'onore e della giustizia, che risponde a norme non scritte, impedisce alla vittima anche il sollievo del perdono.
Il terzo Natale è quello contemporaneo, consumista e sfavillante di luci e lusso.
Quello degli alberi di Natale è un tema legato alla modernità: la tradizione è antica, viene dal mondo pagano scandinavo, ma la sua espansione commerciale è recente, come i dibattiti sui danni ecologici causati a boschi e foreste. Il rapporto di Rigoni Stern con la montagna e il suo ambiente è quanto di più stretto si possa immaginare, non è solo un rifugio e il luogo elettivo dove vivere, è anche una madre. Così con semplicità interviene un piccolo articolo in cui spende una parola a favore degli alberi di Natale venduti dal Corpo Forestale, i proventi delle cui vendite possono servire anche al controllo delle zone boschive e al loro rinfoltimento.
Oltre a questo ci sono altre pacate riflessioni che però portano a considerazioni molto dure sul senso della celebrazione natalizia nell'era del consumismo. Il paragone con la povertà dei Natali passati e l'afflizione di quelli di guerra non deve neppure essere proposto, perché emerge da sè. Il vuoto dell'attuale abbondanza ha preso il posto della consapevolezza e del valore che la necessità sapeva attribuire alle cose. Uno spunto notevole per tempi di crisi.
Con la semplicità e la serena modestia di chi è abituato a vivere in un contesto non sempre facile, come la montagna, la raccolta termina in una breve e schietta autobiografia, quasi una sorta di autoepitaffio, personale e letterario, di rara concisione, come se l'autore in un esame di coscienza fatto verso sera - il testo è del 2003, pochi anni prima della sua morte - volesse ricordare a se stesso, in forma di bilancio asettico, i punti essenziali della propria vita.
Infine un particolare interessante: il primo pezzo di giornale è tratto da un inserto di consigli librari natalizi, e il titolo che Rigoni Stern suggerisce è il capostipite del genere: il Vangelo di San Luca, quello della Natività.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Quel Natale nella steppa
  • Autore: Mario Rigoni Stern
  • Editore: Interlinea Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Nativitas
  • ISBN-13: 9788882125820
  • Pagine: 81
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 8,00

08 giugno 2013

Metà di un sole giallo - Chimamanda N. Adichie

,
I Contenuti

"Metà di un sole giallo" racconta un drammatico periodo della storia contemporanea africana: la lotta del Biafra per raggiungere l'indipendenza dalla Nigeria, con la conseguente guerra civile che costò la vita a più di un milione di persone. Con empatia e naturalezza Chimamanda Ngozi Adichie narra la vita di alcuni personaggi toccati dalle terribili vicende della guerra: il giovane Ugwu, domestico nella casa di Odenigbo, un professore universitario animato da un sacro fervore per il suo Paese e per la causa dell'anticolonialismo; Olanna, la bellissima moglie del professore, che per amor suo ha abbandonato la ricca famiglia di Lagos e si è trasferita nella polverosa città universitaria di Nsukka; Richard, uno scrittore inglese che è innamorato della sorella gemella di Olanna, Kainene, una donna misteriosa che non vuole impegnarsi con nessuno. Mentre le truppe nigeriane avanzano, i protagonisti del romanzo devono difendere ciò in cui credono e riaffermare gli affetti che li tengono uniti.
Un affresco drammatico e coinvolgente, ricco di colpi di scena, che s'interroga sul colonialismo e la responsabilità morale di un conflitto appoggiato dalle superpotenze mondiali.


La Recensione

La metà di un sole giallo, da cui il titolo, è quella che compare sulla bandiera del Biafra, ricca regione meridionale della Nigeria che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta scatenò e perse una guerra di secessione. L'idea era quella di un sole nascente: eppure, a leggere queste pagine, non si può non cogliere l'ironia di un sole che è, appunto, solo metà, come perennemente destinato a essere monco, diviso, messo da parte, come il destino dell'etnia Igbo, minoranza sconfitta e punita dalla maggioranza nigeriana.
Nelle intenzioni della sua autrice, questo è un libro essenzialmente per ricordare, oltre che per raccontare una storia. Così come dentro Metà di un sole giallo c'è un altro libro, quello progettato e sempre procrastinato dallo scrittore Richard, l'unico bianco tra i personaggi, allo stesso modo la storia del Biafra si mescola a quella più personale dei personaggi. Noi morivamo mentre il mondo taceva: questo il titolo accusatorio del libro-nel-libro sempre in divenire. E in effetti c'è da dire che la guerra del Biafra fu la prima vera grande guerra del mondo post-coloniale, un conflitto che portò alla nascita di Medici senza frontiere (ma solo a guerra finita). In quegli anni il Biafra divenne oggetto di documentario, materia di politica estera, argomento preferito di genitori per invogliare i figli a finire il pasto; ma il mondo, appunto, è rimasto a guardare, permettendosi una riflessione solo a conflitto esaurito.
Se queste sono le intenzioni, certo lodevoli, dell'autrice, i risultati non mi sono sembrati proprio all'altezza. La storia segue principalmente le vicende del clan familiare di Odenigbo, un ricercatore idealista, con il suo giovane servitore Ugwu e la compagna Olanna; su un ramo parallelo, la vicenda della gemella di Olanna e del suo amante bianco, lo scrittore Richard. La vicenda politica resta sempre sullo sfondo, scandita dai soffusi proclami politici, lontani come la radio che gracida nell'indifferenza generale. Inoltre, la trama vede alternarsi due piani temporali differenti: l'inizio degli anni Sessanta, con la tranquilla vita privata dei personaggi in una Nigeria ancora unita e "civile", e poi la fine del decennio, con l'evolversi della guerra civile. L'impressione che si afferma ben presto, senza mai più andare via, è di un romanzo che per un bel po' tira a campare, capitoli e capitoli a raccontare minuzzaglie del quotidiano. Così, la lettura si allunga e rallenta, procede a fatica, risulta noiosa. I repentini salti temporali servono solo a confondere un lettore che, principalmente, non è avvezzo alla storia politica nigeriana: ci si ritrova di punto in bianco nel bel mezzo della guerra, senza capire perché sia scoppiata, a seguire ancora una volta le vicende personali dei personaggi. Per poi tornare indietro e poi saltare ancora una volta... se l'intenzione dell'autrice è davvero quella di tramandare il ricordo della guerra, perché raccontarne pezzi?
Romanzo ben poco "storico", dalla forte ambientazione familiare, ruota attorno ai personaggi: scelta obbligata dunque la narrazione a fuoco multiplo. A fare da padrona è Olanna, centro indiscusso del romanzo, nonché il ritratto più forte e vivido, sorpattutto a considerare il gioco di specchi con la gemella; degno di nota anche il ritratto del giovane Ugwu, mentre il personaggio di Odenigbo rimane imprigionato nella sua maschera di intellettuale idealista cieco agli eventi.
Una lettura parzialmente soddisfacente e parzialmente deludente, dunque: una lettura importante che tramanda il ricordo, la storia, ma che finisce con l'annoiare il lettore anche meno esigente.
Si potrebbe dire forse che la storia di un paese è anche la storia personale dei suoi abitanti. Ma si potrebbe anche dire che, in fondo, tutte le guerre si assomigliano.


Giudizio:
+3stelle+ 

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: Metà di un sole giallo
  • Titolo originale: Half of a Yellow Sun
  • Autore: Chimamanda N. Adichie
  • Traduttore: S. Brasso
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Super ET
  • ISBN-13: 9788806203023
  • Pagine: 454
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

20 marzo 2013

Ultimo viene il corvo - Italo Calvino

,
I Contenuti

Ultimo viene il corvo (dal titolo d'una delle sue più tipiche short stories) è stato il primo volume di racconti di Italo Calvino, che comprende trenta brevi narrazioni scritte in massima parte dal 1945 e il 1948, in cui dominano le avventure della guerriglia, la picaresca baraonda del dopoguerra, i boschi e le scogliere dalla Riviera.

La Recensione

La guerra, nelle sue varie forme, negli aspetti più diversi e forse anche lontani dalla cruda immediatezza e dall'urgenza che ci si potrebbe aspettare da una raccolta di racconti scritti a caldo, subito dopo la fine della II Guerra Mondiale, è uno dei due temi ricorrenti nella prima opera di Italo Calvino.
Il secondo tema che unisce i racconti è la mutevolezza del punto di vista da cui Calvino guarda all'immane carneficina e alle sue macerie ancora fumanti.
In qualche modo l'instabilità e l'originalità, con cui l'occhio dell'autore - anche con una certa leggerezza, a volte - si sofferma sugli episodi, che compongono la sua prima raccolta, dicono già molto dello spirito e della visione che renderanno unici i suoi successivi capolavori.
Sottofondo dominante in questi racconti è uno stile realistico e scarno, che sembra essere comune a molti degli autori impegnati a dare una testimonianza viva degli anni del conflitto mondiale, da Pavese a Fenoglio a Vittorini. La voce di Calvino degli inizi si mescola con le descrizioni di luoghi e personaggi fortemente condizionati dalla crudezza e della realtà del tema, ma la curiosità e la voglia di sviscerare anche gli aspetti più estremi della guerra tradiscono la sostanza della poetica dello scrittore per come si delineerà nei suoi sviluppi futuri.
Sembra di riconoscere nelle diverse sezioni in cui sono suddivisi i racconti l'impronta inconfondibile di un'ironia sottile, quasi un sorriso sornione e pudico insieme, con cui il narratore si rivolge al lettore e lo coinvolge nel racconto, mostrandogli i diversi aspetti del reale, la crudeltà della guerra nella fattispecie, come rifratti in un prisma dalle molte sfaccettature.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta è immerso nell'atmosfera fiabesca dei boschi, contesi tra partigiani e repubblichini del Piemonte, durante la guerra civile di liberazione. Il protagonista, un ragazzo molto 'semplice' e con un forte legame con il mondo della natura rurale, ricorda - per usare un'inversione - in alcuni tratti quello che sarà Cosimo Rondò di Piovasco, il barone rampante. La cifra del racconto, senza rivelarne il contenuto, è il rapporto naturale e proprio per questo enigmatico che nasce e si sviluppa tra la quotidianità e la guerra, con il suo seguito di morte e distruzione. Di entrambe, guerra e morte, Calvino esplora tutti gli aspetti in varie direzioni e declinazioni.
Divisi in vari gruppi i racconti mettono l'accento su diversi momenti della guerra e dello sconvolgimento della normalità. Nel primo gruppo prevale l'aspetto silvestre, i protagonisti sembrano essere più che gli uomini i boschi del Canavese chiamati ad accogliere nei loro anfratti i contadini in cerca di rifugio per sè e le loro bestie, loro unico avere. La popolazione animale, umana e non, stravolge anche se per poco tempo il normale panorama boschivo.
Il partigiano in fuga che cerca riparo tra gli abitanti di un villaggio, pure sospettati di avere stretti legami con i nazi-fascisti occupanti, scopre di essere in pericolo più nella civiltà, dove si trova braccato come una preda in una partita di caccia, che non tra i boschi.
Luoghi e persone sembrano quasi avvolte da un senso di straniamento, una sottile patina che mette protagonisti e lettori insieme, a disagio, quasi come in un quadro di Magritte, come se lo scivolare in una realtà diversa dalla norma, quella della guerra, fosse un piccolo passo inavvertito, come quello che in un bosco fa perdere il sentiero e ritrovare in una dimensione, nella quale si è privi di orientamento.
Lo stravolgimento non si limita però solo al contesto agreste, dove la guerra civile avveniva su ogni palmo di terra, ma fagocita anche la città e assume in questi casi connotazioni più ironiche e grottesche, anche con sfumature erotiche.
Dominano su questi paesaggi non più garzoni di fattoria, parroci di campagna e piccoli notabili di paese ma tutto un sottobosco urbano fatto di figure ai limiti, socialmente e umanamente: 'mondane', vecchie prostitute da casino con tariffario, malviventi da pochi soldi, trafficanti di borsa nera e varia altra umanità che traccia un quadro in perpetuo movimento, sul punto di far diventare una realtà cruda e dura come la guerra perfino ridicola.
Rappresentano, queste figure, un sovvertimento delle gerarchie proveniente dal caos bellico, con episodi e personaggi quasi carnascialeschi che trasformano maschere da tragiche in semicomiche, dal paesano ignorante, al rapinatore che si strafoga di bignè, al povero mendicante trasformato in modello per pellicce alla prostituta in decadenza, non più attraente per commerci carnali, costretta a servire da rifugio nel suo appartamento.
Un altro punto di vista eccentrico rispetto alla guerra è quello presentato dai racconti in cui i protagonisti sono bambini che giocano alla guerra, intrecciando il loro gioco a quello dei grandi.
In diversi racconti bambini o ragazzi protagonisti incrociano il loro sguardo con quello degli adulti, dal piccolo protagonista di 'Ultimo viene il corvo', un ragazzetto di campagna, infallibile cecchino, che prende la sua abilità nella mira come una sfida giocosa, ai ragazzi delle bande dei carrugi genovesi in guerra tra di loro, in perfetta replica del mondo dei grandi, a quelli che, giocando tra boschi e campagna, incontrano la guerra vera e perdono la loro innocenza con la testimonianza della morte, a quelli che, come una pattuglia di soldati, si intrufolano in un giardino proibito - ancora un topos del mondo fiabesco - salvo poi scoprire che il legittimo padrone di casa, un bambino ricco ma gracile, è in realtà quasi prigioniero del suo benessere.
I confini tra ceti e classi sociali, altro elemento molto forte della narrativa di Calvino, si fanno friabili nella situazione di guerra, sembrano quasi sfumarsi, per quanto forte ne rimanga la percezione dei personaggi, e la sensazione dominante è quella di un capovolgimento quasi allegro di convenzioni, un ritorno alle radici dell'infanzia, quando la guerra era appunto, per quanto serio, un gioco.
Così in quest'atmosfera inquietante - con la punta di un giudice che finisce per prendersi troppo sul serio e non è capace di venir fuori da strettezze sociali e gabbie mentali - anche le difficoltà della guerra e del primo dopoguerra, mancante di tutto fuor che di un gran senso dell'ironia, si trasformano nell'immenso e fraterno girotondo paesano, assurdo e surreale ma non meno gustoso, dei poveri di un villaggio di pescatori che, dopo aver seminato il panico tra le famiglie abbienti in villeggiatura con il ritrovamento di una mina inesplosa, sciolgono il lutto consapevole del conflitto in una sagra di pesce fritto, pescato facendo scoppiare la mina in mare.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Ultimo viene il corvo
  • Autore: Italo Calvino
  • Editore: Mondadori Editore
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: Oscar Mondadori
  • ISBN-13: 9788804379911
  • Pagine: 264
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 9,50

12 gennaio 2012

La notte del Diavolo - Miguel Dalmau

,
I Contenuti

Maiorca, 1946. In un sanatorio per tubercolotici, un uomo solitario, un religioso, sta per morire. Oppresso dalla colpa, ritorna con la memoria al ricordo della macabra danza di morte nella quale, dieci anni prima, per viltà si è lasciato trascinare da un sinistro personaggio, il conte Rossi. In un tragico percorso a ritroso nel tempo, padre Julián Alcover rievoca i giorni della guerra civile spagnola, quando - in seguito al colpo di Stato militare del '36 - Maiorca è rimasta in mano ai nazionalisti. Apparentemente l'isola è sotto controllo, ma dopo poche settimane lo sbarco dei repubblicani scatena la tragedia. A giorni di scontri e rappresaglie, segue l'arrivo a Palma di un comandante fascista italiano, carismatico e violento, con l'incarico di espellere i rossi invasori. Appoggiato da alcuni aristocratici locali, Aldo Corsini - questo il suo nome - recluta un piccolo esercito di giovani sanguinari, dediti a reprimere il "pericolo rosso"... Rappresentazione dell'ascesa e del declino di un uomo giunto a stringere nel proprio pugno un'isola intera, "La notte del Diavolo" è innanzitutto un romanzo di guerra, un resoconto spietato di quella collaborazione tra fascismi europei che condusse i miliziani italiani a Maiorca all'alba dell'Alzamiento franchista. Al tempo stesso, però, spinge lo sguardo del lettore oltre la nuda realtà storica del conflitto tra le opposte fazioni, per raccontare la guerra ingaggiata dalle coscienze individuali costrette al contatto con l'orrore.

La Recensione

La guerra, a ben vedere, è una passeggiata nel Giardino del Male.

Estate 1936. In seguito all'uccisione del deputato cattolico Calvo Sotelo, un gruppo di nazionalisti e conservatori insorgono contro il governo del Fronte Popolare di Spagna: è l'Alzamiento, il colpo di stato che inaugura la guerra civile spagnola. A Maiorca prende il controllo la Falange, ma lo sbarco dei Repubblicani e le vicendevoli rappresaglie che ne seguono dividono politicamente l'isola. Le autorità repubblicane, in particolare, scatenano una violenta repressione anticattolica che si riversa contro chiese e conventi, scuotendo il mondo privato del giovane sacerdote Juli
án Alcover.
L'accordo tra Francisco Franco e Mussolini determina l'arrivo a Palma del conte Aldo Corsini, demoniaco ufficiale fascista inviato a reclutare giovani maiorchini per trasformarli in perfetti falangisti e a respingere la minaccia comunista. Grazie all'appoggio della Chiesa e degli aristocratici dell'isola, Corsini ne diventa quasi il despota, circondato dai sanguinari Dragoni che lui stesso ha addestrato. Juli
án, in grado di parlare l'italiano, viene convocato dal priore e designato interprete ufficiale di Corsini. Capovolgendo il senso della frase, sul condottiero è proprio il caso di dire che il diavolo non è brutto come lo si dipinge: marziale e virile, pomposamente eloquente, feroce e superbo, Corsini è abilissimo nel sedurre le donne e nell'incantare gli uomini con la sua personalità, tanto da legare a sé Julián trascinandolo negli inferi della guerra dopo averlo strappato al suo eden di studio e preghiera. Nel sacerdote, che segue il generale non solo a parate e riunioni, ma anche a battaglie, razzie, esecuzioni, stupri, mantenendosi sempre in bilico tra semplice concilianza e vera e propria complicità, si alternano terrore, rispetto, ammirazione e colpa, che traduce in una fedeltà quasi incondizionata al generale, contraccambiata da una sorta di ruvido affetto in cui si mescolano scherno e consapevolezza della propria influenza.
Maiorca, intanto, soccombe sotto i colpi di rossi e neri: eliminata l'immediata minaccia comunista, i falangisti si dedicano a cercare – anche dove non esiste – quella
probabile, sequestrando e giustiziando sommariamente chiunque possa essere sospettato di simpatie repubblicane.
A narrare è la stessa penna di Julián, dieci anni dopo, in un sanatorio per tubercolotici: il sacerdote ripercorre le fasi di quell'anno maledetto, la notte del diavolo, in cui ha venduto l'anima a un affascinante ufficiale fascista. E' un lungo resoconto di guerra, dunque, della cui attinenza alla realtà non posso testimoniare perché è arduo reperire informazioni su Maiorca durante gli anni del franchismo. Se pure non fedelissimo, in ogni caso, è un rendiconto narrato in modo tanto dettagliato e credibile che potrebbe riportare plausibilmente avvenimenti e persone reali: gli effetti della guerra su vittime, carnefici e complici (si pensi non solo al popolo oppresso e al potere oppressore, ma anche a Chiesa e aristocrazia che appoggiano il golpe per non perdere i loro privilegi a causa dell'avanzata dei repubblicani, o al civile che incolpa il proprio vicino di idee repubblicane per semplici discordie) vengono resi con una minuzia psicologica ragguardevole, e realmente potente (non mi viene altro modo per descriverla) è la figura di Corsini, di cui vengono descritte luci e ombre. Se a tutto ciò si aggiunge che Dalmau scrive in modo impeccabile, tanto che ho avuto difficoltà a scegliere la frase con cui aprire questa recensione tra le tante selezionate, ne risulta che, resoconto di fatti reali o no, questo è un libro da leggere se si ama la letteratura di guerra.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: La notte del Diavolo
  • Titolo originale: La noche del Diablo
  • Autore: Miguel Dalmau
  • Traduttore: Vittorio Bonacci
  • Editore: Gremese
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Grandi romanzi
  • ISBN-13: 9788884406972
  • Pagine: 317
  • Formato - Prezzo: 18,00 Euro

04 gennaio 2012

Rapsodia irachena - Sinan Antoon

,

I Contenuti

Il 23 agosto 1989, il ministero dell'Interno iracheno viene informato che nel corso di un inventario eseguito nella sede del Comando centrale della Polizia di Baghdad è stato trovato un manoscritto in un archivio.
Scarabocchiato a matita, risulta essere il diario di un giovane detenuto di nome Furat. Dal manoscritto scopriamo che era uno studente di Lettere e poeta alle prime armi, dotato di uno spirito sardonico e corrosivo, arrestato un bel giorno di aprile mentre guardava il cielo di Baghdad seduto su una panchina ad aspettare Arij, la sua fidanzata. Furat rievoca l'incubo delle carceri del regime e, in parallelo, la sua vita quotidiana fino all'arresto: l'adolescenza, la famiglia, l'università, la dittatura, la guerra Iraq-Iran, le partite di calcio allo stadio, i primi amori. Racconta di un Iraq impossibile, dove il regime è ovunque, nella vita pubblica come in quella privata, dell'isteria del dittatura baathista, così simile al nostro fascismo. Solo nel finale, ambientato in una Baghdad apocalittica e deserta, sembra profilarsi una speranza, ma forse è solo un'illusione, un miraggio. Un ritratto emozionante della vita nell'Iraq di Saddam Hussein, una miniatura delle sofferenze degli iracheni, dai baathisti a Bush.


La Recensione

Questo libretto, piuttosto agevole e maneggevole, si fa leggere, sia per via della dimensione contenuta, sia per via della curiosità che un qualsiasi lettore curioso legittimamente nutre verso uno dei punti più caldi del pianeta. Furat, il protagonista di questo romanzo breve, è uno studente che viene arrestato per via della sua lingua affilata e del suo manifesto scarso entusiasmo verso il regime di Saddam Husein proprio nel fiore della sua gioventù, mentre il sanguinoso e infinito conflitto con l'Iran è ancora in corso. In carcere troverà un pietoso secondino che gli fornirà la carta su cui vedrà la luce questo romanzo. La narrazione, che si apre con la scena dell'arresto del protagonista, alterna scene ambientate nel carcere a ricordi della vita vissuta da Furat prima dell'arresto. Il lettore scopre così l'incubo del regime, onnipresente nel paese in quegli anni, che ha accompagnato la vita del protagonista per tutta l'adolescenza (l'arresto è collocato nel 1989, dieci anni dopo la presa del potere da parte di Saddam Hussein), il culto della personalità del dittatore, che sembra non avere nulla da invidiare a quello tributato a Stalin nell'Unione sovietica degli anni '30. L'autore, classe '67, che lasciò il paese nel 1991 (dopo la prima Guerra del golfo), probabilmente ha avuto modo di vivere molte esperienze descritte in questo libro (che è uscito in arabo a Beirut nel 2004, un anno dopo la caduta del regime di Saddam). Come Furat, anche Sinan Antoon si è laureato in letteratura inglese a Baghdad. Quest'ultimo attualmente insegna letteratura araba in alcune università statunitensi (oltre a scrivere e insegnare, ha anche diretto l'acclamato documentario About Baghdad sull'occupazione statunitense dell'Iraq). Il limite e, nello stesso tempo, il pregio di questo romanzo breve sta proprio in questo malcelato autobiografismo, che lo rende credibile, commovente e sincero. Ma proprio questo eccessivo peso specifico della componente autobiografica spinge questo romanzo pericolosamente verso il reportage e il saggio autobiografico. Attendiamo un'ulteriore conferma del suo talento.

Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Lorenzo Pompeo

Dettagli del libro
  • Titolo: Rapsodia irachena
  • Titolo originale: I'jam
  • Autore: Sinan Antoon
  • Traduttore: Ramona Ciucani
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: I Narratori
  • ISBN-13: 9788807018275
  • Pagine: 103
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

24 novembre 2011

Mare al mattino - Margaret Mazzantini

,
I Contenuti

Farid e Jamila fuggono da una guerra che corre piú veloce di loro. Angelina insegna a Vito che ogni patria può essere terra di tempesta, lei che è stata araba fino a undici anni. Sono due figli, due madri, due mondi. A guardarlo dalla riva, il mare che li divide è un tappeto volante, oppure una lastra di cristallo che si richiude sopra le cose. Ma sulla terra resta l’impronta di ogni passaggio, partenza o ritorno – che la scrittura, come argilla fresca, conserva e restituisce. Un romanzo di promesse e di abbandoni, forte e luminoso come una favola.

La Recensione

Con questo lungo racconto riscopro la Mazzantini che ho amato. Torna la fortunata formula di Venuto al mondo: un paese straziato dalla guerra, il rapporto madre-figlio, il tema del viaggio, della nostalgia "che diventa catrame": la stessa intensità miracolosamente riprodotta in sole 120 pagine. La verità è che c'è di più, molto di più di quanto lasci credere questa formula fortunata.
Un racconto, tante storie: dalla Sicilia di Vito e Angelina alla Libia di Farid e Jamila, e in mezzo il mare, nero come il cuore dell'Africa, come l'olio che scatena guerre, i "ragni inchiostrati" dei capelli di Gheddafi. In un feroce gioco di specchi, la Mazzantini mette in scena una guerra tra poveri, tra i vinti di ieri e quelli di oggi: gli italiani sgraditi al Fascismo confinati in Libia, gli arabi sfrattati dal colonialismo che della Libia ne aveva fatto la Quarta Sponda, i tripolini scacciati da Gheddafi negli anni Settanta, i profughi d'un intero continente usati come valore di scambio, moneta degli accordi con l'Italia di Berlusconi e poi arma di un rais in fuga dalla sua gente.
E' un racconto che sembra scritto di getto, fosse solo per la collocazione temporale, con la chiusa che testimonia il "delitto d'Ottobre", la morte del rais. Un flusso continuo, in un procedere narrativo che non conosce dialoghi, non conosce azione, ma solo un susseguirsi di pensieri e sensazioni; lo stile denso, vischioso e profumato come la cera d'api. Molto pathos, ben poco pietismo: una narrazione che va avanti per immagini giustapposte, mentre il narratore scompare.
Interamente giocato sulla terra di confine, sul tema del viaggio, della nostalgia, sul vivere al margine, che sia la sponda di Lampedusa o quella di Tripoli, protagonista occulto del racconto è però il mare, calderone irriducibile del senso di tutta un'esistenza: portatore di vita e di morte, il mare azzurro della Sicilia sudorientale e quello nero che accoglie nel suo freddo ventre i barconi alla deriva. Il mare che Farid sogna, dipingendolo dei colori del deserto. Ognuno ha il suo specifico e personale approccio al mare, come alla vita. Vito si lascia travolgere dalle onde, gli occhi feriti, trovandovi rifugio; Angelina, sua madre, si bagna appena, gli occhi un muro emotivo, si lascia solo sfiorare dal mare che la separa dal passato.
A leggere questo racconto anche voi vi ritroverete a guardare il mare come lo guardano gli arabi: "sanguinando già".


Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: Mare al mattino
  • Autore: Margaret Mazzantini
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: L'arcipelago
  • ISBN-13: 9788806211134
  • Pagine: 127
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

06 ottobre 2011

Certe guerre non finiscono mai. Conversazione con Pino Scaccia - Alessandra Stoppini

,

I Contenuti

“Certe guerre non finiscono mai”. Vent’anni di vita da inviato in Italia e all’estero di Pino Scaccia, giornalista storico del Tg1 Rai. 1991 - 2011, la prima guerra del Golfo, il crollo dell’Impero sovietico e della Jugoslavia, l’attentato alle Torri Gemelle di New York, la lotta al terrorismo in Afghanistan e Iraq fino al più recente conflitto in Libia.

La Recensione

Ci si trova alquanto in difficoltà a commentare un libro - ma si tratta di una breve intervista, in realtà, quasi più di un articolo da 'terzapagina' - come questo.
Non riguardo ai temi o alla figura del protagonista, l'inviato di guerra Pino Scaccia, testimone di buona parte della recente storia dei conflitti in alcune delle zone più calde del pianeta.
Quello che manca è il contenuto: di tutto - troppo, forse - si parla in modo accennato, per sommi capi e in maniera affrettata, quasi sbrigativa. Liquidare in poche righe i conflitti in Iraq, in Afghanistan e tutta la storia del terrorismo qaedista può risultare riduttivo, soprattutto se ci si aspetta qualcosa di più vicino a un saggio, o perlomeno una testimonianza profonda e pregnante.
Almeno più delle considerazioni alquanto generiche sulla durezza dei conflitti in atto nel mondo e sui destini infami dei popoli che di quelle guerre sono sempre vittime.
Si rimane un po' delusi invece di fronte a un testo, pur in sè meritevole di interesse, nel quale spesso le domande dell'intervistatrice sono più lunghe delle risposte del giornalista embedded.
Forse sarà che questa tipologia di contenuto, tenendo conto che si consuma in una mezz'ora scarsa, sarebbe stato più opportuno riservarla a una pubblicazione diversa dal libro?

Giudizio:
+1stella+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Certe non finiscono mai. Conversazione con Pino Scaccia
  • Autore: Alessandra Stoppini
  • Editore: Edizioni della Sera
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Le Bussole, 3
  • ISBN-13: 9788897139119
  • Pagine: 62
  • Formato - Prezzo: paperback - 5,00 euro

08 maggio 2011

Grazie a Dio è venerdì - Franco La Torre

,
I Contenuti

Non si finisce mai di conoscere, soprattutto a Gerusalemme. È questo lo spirito che ha accompagnato Franco La Torre in venti anni di viaggi in Palestina. Qui ha incontrato e condiviso esperienze, paure ed emozioni con David Grossman e Suad Amiry, Mustafà Barghouti e Yossi Beilin, Tano D'Amico e Marina Rossanda. Attraverso i dialoghi, gli incontri, le suggestioni di una terra afflitta ma dove non si è ancora persa la speranza, l'autore ci restituisce il suo lungo percorso alla strenua ricerca di risposte sul conflitto arabo-israeliano. Richiamati alla mente dai profumi di erbe fresche e di caffè, dal brivido dei missili di Saddam o dal sapore di spezie, le storie e i ricordi si snodano tra le strade della città vecchia di Gerusalemme, sulle alture del Golan, per i villaggi della Striscia di Gaza. Immerso tra i colori di questa terra, Franco La Torre ci regala un libro dove prevale il desiderio di volersi liberare dai preconcetti e di voler comprendere interamente le ragioni profonde del più lungo conflitto contemporaneo.

La Recensione

Franco La Torre si definisce un esperto in cooperazione internazionale allo sviluppo. In questo libro ha raccolto la sua ventennale esperienza nel conflitto arabo-israeliano: la coordinazione delle Ong in Palestina all'inizio degli anni Novanta, l'Ecomed (Agenzia per lo sviluppo sostenibile del Mediterraneo), e il progetto Roma per la pace a Gerusalemme.
Si tratta di un libro prezioso, ricco di contenuti, che pur chiedendo poco al lettore più digiuno in materia riesce a dare davvero molto; facile da leggere, restituisce un quadro ampio, ricco, stratificato sulla difficilissima e ambigua, sempre difficile da definire, situazione in Israele e Palestina, ripercorrendo la storia ed i tempi del conflitto, le modalità e le difficoltà delle trattative di pace.
Il punto di forza di questo libro sta nel giocare con lo stile, muovendosi tra il racconto romanzato e quello giornalistico. L'autore sapientemente mescola ai suoi reportage la sua storia personale, le sue esperienze, i suoi pensieri e le sue preoccupazioni vissute in Terra Santa, muovendosi così agevolmente su più livelli, dalle più grandi irrisolvibili questioni, sullo scenario internazionale, ai piccoli problemi di tutti i giorni. C'è un intero capitolo dedicato, ad esempio, all'aeroporto Ben Gurion, alla paranoia estrema dei controlli di sicurezza, che l'autore stesso ha subito in prima persona. In un altro, la difficile convivenza tra le tre religioni monoteiste viene rievocata a partire dalla manutenzione del Santo Sepolcro, con tutti i suoi riti particolari. Ma ancora più significativa è la capacità dell'autore di restituire fatti di cronaca senza peccare di eccesso di emotività né, d'altra parte, di una distanza troppo fredda: così come quando racconta l'arresto, gli interrogatori e la prigionia di un uomo palestinese, prelevato dalla polizia israeliana per un eccesso di paranoia. E potenti sono le immagini impiegate per esprimere il terrore degli israeliani, che ogni giorno prendono un autobus sapendo di poter saltare in aria, e dei palestinesi, costretti a vivere sotto occupazione.
Il tutto è arricchito da citazioni di personaggi autorevoli, come Edward Said e David Grossman, e da un affresco notevole di personaggi coinvolti, dalla realtà quotidiana allo scenario internazionale.
Un libro importante, dunque, una memoria importante, un ottimo punto di partenza per chi vorrebbe sapere di più sulla questione israelo-palestinese, lontano dai pregiudizi e dalla fredda anestesia di uno schermo televisivo.


Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: Grazie a Dio è venerdì
  • Autore: Franco La Torre
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Frammenti di memoria
  • ISBN-13: 9788862521062
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: brossura - 14,00 Euro

12 febbraio 2011

A un cerbiatto somiglia il mio amore - David Grossman

,

I Contenuti

Israele, guerra dei Sei Giorni. Avram, Orah e Ilan, sedicenni, sono ricoverati nel reparto di isolamento di un piccolo ospedale di Gerusalemme. Il conflitto infuria e nelle lunghe e buie ore del coprifuoco i tre ragazzi si uniscono in un'amicizia che si trasformerà, molto tempo dopo, nell'amore e nel matrimonio tra Orah e Ilan. A distanza di parecchi anni da quel primo incontro, Orah è una donna separata, madre di due figli, Adam e Ofer. Quest'ultimo, che sta svolgendo il servizio di leva, accetta di partecipare a un'incursione in Cisgiordania nonostante siano ormai i suoi ultimi giorni di ferma. Orah, che aveva progettato una gita con il figlio per festeggiare la fine del servizio militare, decide di partire lo stesso. Non riesce infatti a vincere un oscuro presentimento che si agita dentro di lei, e d'altra parte non resiste all'idea di trascorrere altro tempo con l'incubo di essere svegliata nel cuore della notte, come da protocollo dell'esercito israeliano, e ricevere la notizia di una disgrazia. Orah tuttavia non parte da sola. L'accompagnerà Avram, l'amico degli anni di gioventù, che reca nel corpo e nell'anima le cicatrici profonde dell'incessante conflitto che lacera Israele. Con lui Orah inizia un viaggio che diventerà via via occasione di riflessione, rimpianto, ma anche di gioia e di tenera rievocazione. Fino a che arriverà il momento di tornare a fare i conti con la vita e con il presente che, tutt'intorno, preme inesorabile. Illustrandoci il dramma di una madre e di una nazione, Grossman torna al suo pubblico con un romanzo mirabile che, pagina dopo pagina, si rivela una riflessione lucida e implacabile sul diaframma che divide vita e narrazione. Un testo in cui la forza della grande letteratura trova nuovo slancio nella verità del dramma personale di uno scrittore che, suo malgrado e per destino, è ormai un simbolo.

La Recensione
E allora aveva visto il giorno in cui suo figlio l'avrebbe lasciata, se ne sarebbe andato, come fanno tutti, e aveva percepito alcune delle sensazioni che provava adesso, che affondavano in lei le zanne da predatore.
Come recensire un romanzo simile? Da dove iniziare? Di fronte a questo romanzo le dita si bloccano, la lingua si frena: come si può dire l'impronunciabile, esprimere l'inesprimibile?
La verità è che A un cerbiatto somiglia il mio amore, un romanzo che reca nel suo titolo, sapientemente scelto dal traduttore italiano, il Cantico dei Cantici, è un romanzo complesso, infinitamente coinvolgente, una spirale chiusa che ti stritola senza via di scampo. Un romanzo che finisce con l'esaltare la Vita, ma solo dopo averti trascinato per quasi ottocento pagine nel dolore più totale.
E' lo strazio di una madre che rispecchia lo strazio di un paese dilaniato da conflitti interminabili e apparentemente irrisolvibili. Lei, la madre, Orah, che in italiano significa luce, che compie un viaggio lungo Israele nel tentativo di proteggere il figlio, impegnato in un'azione militare in Cisgiordania. Lei, che riunisce in sé due anime distinte, figlie della stessa madre: Adam, figlio di Ilan, marito buono ma distante, e Ofer, il suo cerbiatto, figlio di Avram, amico-amante che la guerra ha mutilato, nel corpo e nello spirito. Entrambi, Adam e Ofer, che "si dipanavano dalla radice della sua anima avvolgendosi in due bobine distinte". I figli sono lo specchio inevitabile dei padri: di entrambi Orah sente la mancanza e di entrambi ha sempre incessantemente bisogno, sin dalla giovinezza durante la Guerra dei sei giorni, quando si nutriva "della presenza di Avram e dell'assenza di Ilan".
Avram, il ragazzo buono dalle troppe parole, colui che riesce a dire ciò che gli altri non riescono nemmeno a pensare. E Ilan, nei cui silenzi Orah trovava un'intima connessione. Sempre meravigliosamente Grossman descrive i modi e i tempi delle relazioni dei personaggi, e significativa è proprio una frase che si lascia quasi sfuggire, su Ilan e Orah:
"Stavano davanti al piano di lavoro, al lavello. Non si toccavano, guardavano la parete, le loro tempie pulsavano all’unisono."
E potrei ancora continuare su questa linea, proseguire a rievocare le sensazioni e le emozioni di questo romanzo denso, avvolgente, quasi soffocante, ma forse sarebbe meglio fermarsi, riprendere a respirare e passare ad un'analisi più lucida, fredda, razionale.
A un cerbiatto somiglia il mio amore è un romanzo denso, immenso, di quasi ottocento pagine. Un romanzo costituito, praticamente, da un dialogo ininterrotto, nel tipico stile di Grossman: dialoghi diretti liberi, senza virgolette né altro. La prima parte del romanzo, che racconta l'incontro dei tre protagonisti ancora giovani, è un intero dialogo a botta e risposta, scarno, scarificato, che rispecchia la confusione, l'assenza di dettagli che i tre stavano vivendo in quel momento, durante la loro quarantena. Il corpo centrale del romanzo resta comunque costituito dal continuo dialogare tra Orah e Avram, infarcito di descrizioni occasionali del sorprendentemente ricco scenario in cui agiscono, e intervallato di flashback, che si tratti di narrazione in prima persona da parte di Orah o di flashback distinti in terza persona.
Dal punto di vista stilistico, questo appare il romanzo maturo, approdo finale di un percorso di sperimentalismo che ha attraversato tutta la precedente produzione di Grossman, e che ora sembra fissarsi in un modello particolarmente ricco, ma anche malleabile, capace di adattarsi ad un romanzo immenso di ottocento pagine.
Ma tralasciamo le questioni tecniche, e veniamo finalmente al punto: immensa è la forza immaginativa di Grossman, quasi innaturale è la sua capacità di scavare a fondo nell'animo umano. La grande forza di questo romanzo sta nella costruzione dei rapporti tra i personaggi, nella cura dei minimi dettagli, dai vezzi fisici a quelli mentali; Grossman scolpisce tutto di ogni personaggio, l'aspetto, il carattere, i tic, le paure, i desideri inconsci, il modo di gesticolare, le inflessioni della voce, le contraddizioni più intime. Orah viene continuamente scolpita e demolita nei suoi ruoli di donna, moglie e madre: la sua è indubbiamente la caratterizzazione più intensa ed accecante abbia mai incontrato in un romanzo. Il modo con cui Grossman le fa descrivere i suoi figli, il suo rapporto con i figli, il suo essere madre... stupefacente, straordinario, e terribile.
E poi c'è la guerra, che Grossman conosce bene. Conosce bene il dolore per la perdita di un figlio, lui, proprio lui che durante la stesura del romanzo ne ha perso uno, durante la guerra in Libano nel 2006. Una settimana di lutto: è quanto si è concesso. E poi si è tuffato di nuovo nel romanzo, senza lasciarsi annebbiare dal dolore, ma continuando a descriverne lucidamente ogni aspetto, ogni particella.
Dove abbia trovato la forza di scrivere questo romanzo totale, romanzo definitivo, io, davvero, non lo so. Sono appena riuscito a leggerlo. Voi comunque provate, provateci. E scoprirete quant'è impossibile rimanere insensibili a questo grande romanzo, grande dolore, grande, grandissimo amore. 

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro
  • Titolo: A un cerbiatto somiglia il mio amore
  • Titolo originale: Ishà borachat mibsorà
  • Autore: David Grossman
  • Traduttore: A. Shomroni
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • ISBN-13: 9788804582823
  • Pagine: 781
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 22,00 Euro

A un cerbiatto somiglia il mio amore - David Grossman - Giudizio: 5 Stelle aNobiiane

,

I Contenuti

Israele, guerra dei Sei Giorni. Avram, Orah e Ilan, sedicenni, sono ricoverati nel reparto di isolamento di un piccolo ospedale di Gerusalemme. Il conflitto infuria e nelle lunghe e buie ore del coprifuoco i tre ragazzi si uniscono in un'amicizia che si trasformerà, molto tempo dopo, nell'amore e nel matrimonio tra Orah e Ilan. A distanza di parecchi anni da quel primo incontro, Orah è una donna separata, madre di due figli, Adam e Ofer. Quest'ultimo, che sta svolgendo il servizio di leva, accetta di partecipare a un'incursione in Cisgiordania nonostante siano ormai i suoi ultimi giorni di ferma. Orah, che aveva progettato una gita con il figlio per festeggiare la fine del servizio militare, decide di partire lo stesso. Non riesce infatti a vincere un oscuro presentimento che si agita dentro di lei, e d'altra parte non resiste all'idea di trascorrere altro tempo con l'incubo di essere svegliata nel cuore della notte, come da protocollo dell'esercito israeliano, e ricevere la notizia di una disgrazia. Orah tuttavia non parte da sola. L'accompagnerà Avram, l'amico degli anni di gioventù, che reca nel corpo e nell'anima le cicatrici profonde dell'incessante conflitto che lacera Israele. Con lui Orah inizia un viaggio che diventerà via via occasione di riflessione, rimpianto, ma anche di gioia e di tenera rievocazione. Fino a che arriverà il momento di tornare a fare i conti con la vita e con il presente che, tutt'intorno, preme inesorabile. Illustrandoci il dramma di una madre e di una nazione, Grossman torna al suo pubblico con un romanzo mirabile che, pagina dopo pagina, si rivela una riflessione lucida e implacabile sul diaframma che divide vita e narrazione. Un testo in cui la forza della grande letteratura trova nuovo slancio nella verità del dramma personale di uno scrittore che, suo malgrado e per destino, è ormai un simbolo.

La Recensione
E allora aveva visto il giorno in cui suo figlio l'avrebbe lasciata, se ne sarebbe andato, come fanno tutti, e aveva percepito alcune delle sensazioni che provava adesso, che affondavano in lei le zanne da predatore.
Come recensire un romanzo simile? Da dove iniziare? Di fronte a questo romanzo le dita si bloccano, la lingua si frena: come si può dire l'impronunciabile, esprimere l'inesprimibile?
La verità è che A un cerbiatto somiglia il mio amore, un romanzo che reca nel suo titolo, sapientemente scelto dal traduttore italiano, il Cantico dei Cantici, è un romanzo complesso, infinitamente coinvolgente, una spirale chiusa che ti stritola senza via di scampo. Un romanzo che finisce con l'esaltare la Vita, ma solo dopo averti trascinato per quasi ottocento pagine nel dolore più totale.
E' lo strazio di una madre che rispecchia lo strazio di un paese dilaniato da conflitti interminabili e apparentemente irrisolvibili. Lei, la madre, Orah, che in italiano significa luce, che compie un viaggio lungo Israele nel tentativo di proteggere il figlio, impegnato in un'azione militare in Cisgiordania. Lei, che riunisce in sé due anime distinte, figlie della stessa madre: Adam, figlio di Ilan, marito buono ma distante, e Ofer, il suo cerbiatto, figlio di Avram, amico-amante che la guerra ha mutilato, nel corpo e nello spirito. Entrambi, Adam e Ofer, che "si dipanavano dalla radice della sua anima avvolgendosi in due bobine distinte". I figli sono lo specchio inevitabile dei padri: di entrambi Orah sente la mancanza e di entrambi ha sempre incessantemente bisogno, sin dalla giovinezza durante la Guerra dei sei giorni, quando si nutriva "della presenza di Avram e dell'assenza di Ilan".
Avram, il ragazzo buono dalle troppe parole, colui che riesce a dire ciò che gli altri non riescono nemmeno a pensare. E Ilan, nei cui silenzi Orah trovava un'intima connessione. Sempre meravigliosamente Grossman descrive i modi e i tempi delle relazioni dei personaggi, e significativa è proprio una frase che si lascia quasi sfuggire, su Ilan e Orah:
"Stavano davanti al piano di lavoro, al lavello. Non si toccavano, guardavano la parete, le loro tempie pulsavano all’unisono."
E potrei ancora continuare su questa linea, proseguire a rievocare le sensazioni e le emozioni di questo romanzo denso, avvolgente, quasi soffocante, ma forse sarebbe meglio fermarsi, riprendere a respirare e passare ad un'analisi più lucida, fredda, razionale.
A un cerbiatto somiglia il mio amore è un romanzo denso, immenso, di quasi ottocento pagine. Un romanzo costituito, praticamente, da un dialogo ininterrotto, nel tipico stile di Grossman: dialoghi diretti liberi, senza virgolette né altro. La prima parte del romanzo, che racconta l'incontro dei tre protagonisti ancora giovani, è un intero dialogo a botta e risposta, scarno, scarificato, che rispecchia la confusione, l'assenza di dettagli che i tre stavano vivendo in quel momento, durante la loro quarantena. Il corpo centrale del romanzo resta comunque costituito dal continuo dialogare tra Orah e Avram, infarcito di descrizioni occasionali del sorprendentemente ricco scenario in cui agiscono, e intervallato di flashback, che si tratti di narrazione in prima persona da parte di Orah o di flashback distinti in terza persona.
Dal punto di vista stilistico, questo appare il romanzo maturo, approdo finale di un percorso di sperimentalismo che ha attraversato tutta la precedente produzione di Grossman, e che ora sembra fissarsi in un modello particolarmente ricco, ma anche malleabile, capace di adattarsi ad un romanzo immenso di ottocento pagine.
Ma tralasciamo le questioni tecniche, e veniamo finalmente al punto: immensa è la forza immaginativa di Grossman, quasi innaturale è la sua capacità di scavare a fondo nell'animo umano. La grande forza di questo romanzo sta nella costruzione dei rapporti tra i personaggi, nella cura dei minimi dettagli, dai vezzi fisici a quelli mentali; Grossman scolpisce tutto di ogni personaggio, l'aspetto, il carattere, i tic, le paure, i desideri inconsci, il modo di gesticolare, le inflessioni della voce, le contraddizioni più intime. Orah viene continuamente scolpita e demolita nei suoi ruoli di donna, moglie e madre: la sua è indubbiamente la caratterizzazione più intensa ed accecante abbia mai incontrato in un romanzo. Il modo con cui Grossman le fa descrivere i suoi figli, il suo rapporto con i figli, il suo essere madre... stupefacente, straordinario, e terribile.
E poi c'è la guerra, che Grossman conosce bene. Conosce bene il dolore per la perdita di un figlio, lui, proprio lui che durante la stesura del romanzo ne ha perso uno, durante la guerra in Libano nel 2006. Una settimana di lutto: è quanto si è concesso. E poi si è tuffato di nuovo nel romanzo, senza lasciarsi annebbiare dal dolore, ma continuando a descriverne lucidamente ogni aspetto, ogni particella.
Dove abbia trovato la forza di scrivere questo romanzo totale, romanzo definitivo, io, davvero, non lo so. Sono appena riuscito a leggerlo. Voi comunque provate, provateci. E scoprirete quant'è impossibile rimanere insensibili a questo grande romanzo, grande dolore, grande, grandissimo amore.

Articolo di Tancredi

Dettagli del libro

  • Titolo: A un cerbiatto somiglia il mio amore
  • Titolo originale: Ishà borachat mibsorà
  • Autore: David Grossman
  • Traduttore: A. Shomroni
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • Formato: rilegato
  • ISBN: 8804582820
  • ISBN-13: 9788804582823
  • Pagine: 781
  • Prezzo: 22,00 Euro
  • Link aNobii: A un cerbiatto somiglia il mio amore

28 ottobre 2010

L'idealista - Geraldine Brooks

,
I Contenuti

"Piccole donne" di Louise May Alcott si apre con le sorelle March che, all'approssimarsi del Natale, rivolgono un pensiero accorato al loro padre lontano. Un anno dopo, alla fine del libro, il signor March torna a casa dalle ragazze. Ma cosa gli è successo nel frattempo? E cosa gli ha lasciato l'esperienza della guerra cui ha partecipato? Il romanzo di Geraldine Brooks colma, appunto, questa lacuna ispirandosi alla figura realmente esistita del padre della Alcott, Bronson, uno degli esponenti - con Thoreau ed Emerson dell'idealismo americano del XIX secolo. Il risultato non è né una biografia, né una continuazione di "Piccole donne" ma un romanzo storico in sé concluso.

La Recensione

Puntavo questo libro da tempo ma questa volta la Brooks mi ha un po' delusa. L'idea di base è quella, già sfruttata da altri scrittori, di prendere il personaggio secondario di un romanzo famoso e trasformarlo nel protagonista della propria opera. Una fanfiction insomma, in cui il romanzo ispiratore è in questo caso Piccole Donne della Alcott e il personaggio promosso a protagonista è quel signor March che nel romanzo originale compare solo negli ultimi capitoli essendo impegnato come cappellano nella guerra civile americana.
La Brooks si chiede appunto quale sia stata la vita di Robert March in quell'anno passato al fronte, e ripercorrendo l'odissea del cappellano e i suoi disperati tentativi di portare conoscenza e istruzione agli schiavi liberati, offre uno spaccato della realtà selvaggia e violenta della guerra e delle mille ipocrisie e contraddizioni della realtà dello schiavismo. Per quanto riguarda questo aspetto il libro è fatto molto bene, anche perchè l'autrice è stata per diversi anni corrsipondente di guerra, prima di diventare romanziera e questo le permette di descrivere questo tipo di realtà in modo realistico e convincente. L'elemnto debole del romanzo sta,a mio parere nella scelta di affidare la narrazione allo stesso March, che ripercorre il suo anno in guerra in prima persona, alternandolo a fashback della propria gioventù di giovane idealista in viaggio per gli Stati Uniti in cerca di fortuna. Il problema sta appunto nel fatto che Robert March sembra un compendio di tutti gli aspetti peggiori dell'idealismo e non tenta certo di nasconderlo. Pur animato da ottime intenzioni rimane cieco a qualunque esigenza della realtà pratica, facendo più spesso danno che bene a coloro che lo circondano; nella rigidità delle sue convinzioni non si accorge di peccare di arroganza e supponenza, sempre pronto a giudicare gli altri e desideroso di proporsi come maestro per correggere i loro diffetti. Lui, in compenso, a 20 come a 40 anni è sempre lo stesso, mai un dubbio lo sfiora sull'opportunità delle sue azioni. Particolarmente irritante è l'atteggiamento paternalista con cui parla della moglie, del suo carattere impetuoso e a volte collerico che lui si impegna premurosamente ad educare e correggere.
Il libro migliora nell'ultima parte quando il punto di vista diventa quello della signora March. Attraverso i pensieri della donna riemerge la narratrice che avevo imparato a conoscere nei precedenti romanzi e che si era così ben cammuffata sotto le spoglie del pedante cappellano. Questo colpo di coda finale è un piccolo capolavoro dell'autrice che, trasmettendoci i pensieri della coraggiosa Mamie, ribalta totalmente la prospettiva e getta una nuova luce sull'idealismo del marito, capace di grandi slanci di eroismo verso perfetti sconosciuti ma cieco di fronte ai disagi e alle sofferenze della sua famiglia.


Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo: L'idealista
  • Titolo originale: March
  • Autore: Geraldine Brooks
  • Traduttore: C.Gabutti
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: I narratori delle tavole
  • ISBN-13: 9788854500273
  • Pagine: pagine 319
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

L'idealista - Geraldine Brooks - Giudizio: 3 Stelle aNobiiane

,



I Contenuti

"Piccole donne" di Louise May Alcott si apre con le sorelle March che, all'approssimarsi del Natale, rivolgono un pensiero accorato al loro padre lontano. Un anno dopo, alla fine del libro, il signor March torna a casa dalle ragazze. Ma cosa gli è successo nel frattempo? E cosa gli ha lasciato l'esperienza della guerra cui ha partecipato? Il romanzo di Geraldine Brooks colma, appunto, questa lacuna ispirandosi alla figura realmente esistita del padre della Alcott, Bronson, uno degli esponenti - con Thoreau ed Emerson dell'idealismo americano del XIX secolo. Il risultato non è né una biografia, né una continuazione di "Piccole donne" ma un romanzo storico in sé concluso.

La Recensione

Puntavo questo libro da tempo ma questa volta la Brooks mi ha un po' delusa. L'idea di base è quella, già sfruttata da altri scrittori, di prendere il personaggio secondario di un romanzo famoso e trasformarlo nel protagonista della propria opera. Una fanfiction insomma, in cui il romanzo ispiratore è in questo caso Piccole Donne della Alcott e il personaggio promosso a protagonista è quel signor March che nel romanzo originale compare solo negli ultimi capitoli essendo impegnato come cappellano nella guerra civile americana.
La Brooks si chiede appunto quale sia stata la vita di Robert March in quell'anno passato al fronte, e ripercorrendo l'odissea del cappellano e i suoi disperati tentativi di portare conoscenza e istruzione agli schiavi liberati, offre uno spaccato della realtà selvaggia e violenta della guerra e delle mille ipocrisie e contraddizioni della realtà dello schiavismo. Per quanto riguarda questo aspetto il libro è fatto molto bene, anche perchè l'autrice è stata per diversi anni corrsipondente di guerra, prima di diventare romanziera e questo le permette di descrivere questo tipo di realtà in modo realistico e convincente. L'elemnto debole del romanzo sta,a mio parere nella scelta di affidare la narrazione allo stesso March, che ripercorre il suo anno in guerra in prima persona, alternandolo a fashback della propria gioventù di giovane idealista in viaggio per gli Stati Uniti in cerca di fortuna. Il problema sta appunto nel fatto che Robert March sembra un compendio di tutti gli aspetti peggiori dell'idealismo e non tenta certo di nasconderlo. Pur animato da ottime intenzioni rimane cieco a qualunque esigenza della realtà pratica, facendo più spesso danno che bene a coloro che lo circondano; nella rigidità delle sue convinzioni non si accorge di peccare di arroganza e supponenza, sempre pronto a giudicare gli altri e desideroso di proporsi come maestro per correggere i loro diffetti. Lui, in compenso, a 20 come a 40 anni è sempre lo stesso, mai un dubbio lo sfiora sull'opportunità delle sue azioni. Particolarmente irritante è l'atteggiamento paternalista con cui parla della moglie, del suo carattere impetuoso e a volte collerico che lui si impegna premurosamente ad educare e correggere.
Il libro migliora nell'ultima parte quando il punto di vista diventa quello della signora March. Attraverso i pensieri della donna riemerge la narratrice che avevo imparato a conoscere nei precedenti romanzi e che si era così ben cammuffata sotto le spoglie del pedante cappellano. Questo colpo di coda finale è un piccolo capolavoro dell'autrice che, trasmettendoci i pensieri della coraggiosa Mamie, ribalta totalmente la prospettiva e getta una nuova luce sull'idealismo del marito, capace di grandi slanci di eroismo verso perfetti sconosciuti ma cieco di fronte ai disagi e alle sofferenze della sua famiglia.

Articolo di valetta

Dettagli del libro

  • Titolo: L'idealista
  • Titolo originale: March
  • Autore: Geraldine Brooks
  • Traduttore: C.Gabutti
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: I narratori delle tavole
  • Formato: Brossura
  • ISBN: 8854500275
  • ISBN-13: 9788854500273
  • Pagine: pagine 319
  • Prezzo: Euro 16,00
  • Link aNobii: L'idealista

20 ottobre 2010

Le Benevole - Jonathan Littell

,

I Contenuti

Maximilian Aue dirige una fabbrica di merletti nel Nord della Francia, la guerra è ormai lontana. È nato in Alsazia da madre francese: parla così bene la lingua materna che non ha avuto difficoltà a nascondere, durante il caos del dopoguerra, il suo passato da ufficiale delle SS. Racconta la sua storia senza alcun rimorso.
Infanzia in Francia, studi di diritto e di economia politica in Germania: il giovane Maximilian è intelligente, colto, omosessuale (in lui l'omosessualità si lega all'incesto, all'amore morboso per la sorella). Sorpreso in un luogo compromettente, viene salvato da un giovane SS che lo prende sotto la sua protezione: Max entra nelle SS anche perché è affascinato dall'ideologia nazista. Dopo essere stato a Parigi, passa sul fronte orientale: in qualità di ufficiale redige rapporti per i vertici del Reich sull'avanzare della campagna di Russia. Ferito alla testa a Stalingrado, si salva per miracolo e diventa un eroe nazionale.
In seguito lavora a stretto contatto con Himmler per riorganizzare i campi di concentramento, e viene spedito a cercare in Ungheria manodopera per le industrie belliche. A Berlino, sotto le bombe, si dedica alla scherma e al nuoto; assiste ai concerti diretti da Karajan e Furtwängler; ha una sterile storia sentimentale con una donna. Dopo un tentativo di fuga in Pomerania, ritorna nella capitale e vive il crepuscolo del nazismo.

La Recensione

Accingersi a scrivere qualcosa su un libro come 'Le benevole' fa sentire come sull'orlo di un buco nero: più ci si avvicina all'orlo dell'abisso, più ci si sente attratti dalla curiosità e avvinti dal desiderio di saperne di più.
L'ufficiale delle SS, Herr Obersturmbahnfuhrer Aue, è uno di quei personaggi che entrano pericolosamente dentro il lettore: il suo racconto degli ultimi tre anni della 2a guerra mondiale, dall'invasione nazista dell'URSS - l'operazione Barbarossa - al crepuscolo degli dei con il crollo del III Reich è un capolavoro che si avvinghia a chi legge, impedendogli di chiudere il libro finchè il sonno non prevale, e si erge sugli albori del terzo millennio proiettando un'ombra sinistra che si allunga dal secolo breve, ancora minacciosa.
La parabola dell'ufficiale, ascendente nella carriera e discendente nell'inferno dell'animo umano, comincia con l'invasione dell'Ucraina da parte delle Panzer Division tedesche: la sua adesione alle SS era cominciata in patria, attraverso canali legati all'Università di giurisprudenza e in modo quasi casuale. Aue è affascinato dall'ideologia del corpo scelto creato da Himmler ma in modo molto teorico: il suo è un animo 'nobile', con fortissimi interessi letterari e artistici, umanistici in senso lato e profondo, capace di sensazioni intense ed estremamente sensibile. Stringe legami con personaggi colti all'interno delle SS, uno di questi è il suo protettore, che lo salva da un arresto a Berlino, in un luogo di incontri omosessuali.
Aue non si rende conto delle implicazioni antisemite delle politiche hitleriane finchè non si ritrova con una pistola in mano, in un villaggio sperduto della campagna bielorussa, dentro una fossa, immerso nel fango mischiato al sangue degli ebrei sottoposti alla soluzione finale.
A questa caduta, graduale ma consapevole - e per questo ancora più terribile -, nell'abisso dell'orrore dell'Olocausto si intreccia quella personale legata alla storia famigliare di Herr Aue: è l'abisso invocato dall'abisso di biblica memoria.
Ma quale dei due abissi invoca l'altro? Quale orrore rispecchia e trasfigura l'altro, in un legame di sadica reciprocità?
La storia si dispiega in momenti diversi come variazioni su un tema musicale omogeneo, come suggerisce la suddivisione del romanzo in capitoli coi nomi di composizioni musicali: la musica è però quella della danza di Macabrè, una sinfonia di folli, intonata da un idiota, che non significa nulla.
Dopo la fase tragica dell'avanzata nell'entroterra sovietico, ferito alla testa, Aue, grazie anche alla protezione, sgradita ma non rifiutata, di due oscuri personaggi berlinesi, si gode un periodo di convalescenza sul Caucaso, nelle retrovie. Molto di questa fase del racconto è dedicato alla dotta disputa sulle origini di una popolazione caucasica di religione ebraica: se da una parte gli ufficiali più intransigenti vorrebbero dimostrarne i legami etnici con il popolo ebreo per gustificarne l'eliminazione, altri, tra cui Aue e il suo amico, ricercatore di lingue orientali e semitiche, Paul Voss, cercano di sventare questa ricostruzione per salvare la tribù caucasica di convertiti, ma senza esporsi all'accusa di collaborazionismo filogiudaico.
Il dibattito che vede il suo culmine in un processo 'politico' di profondissima erudizione storica sarebbe comico se le sue implicazioni non fossero tragiche: e la descrizione degli orrori cui Aue aveva assitito e - volente o nolente - preso parte in Ucraina e Bielorussia lo rendono paradossalmente credibile.
I segni lasciati da queste vicissitudini sulla psiche dell'ufficiale rimangono ferite sempre aperte nella carne viva e si sommano alle vicende famigliari di incesto, l'amore frustrato e sempre rincorso per la sorella, sublimato nell'autodegradazione e nella ricerca ossessiva di incontri omosessuali. Man mano che la psiche si sfalda, si scinde, si dilania nell'orrore, di cui il Nazismo è solo una forma esteriore, Aue sperimenta un malessere sempre più fisico, non riesce a mangiare nulla senza subire coliche e continue febbri lo consumano.
La caduta fisica e psichica subisce solo una battuta d'arresto nella
suite caucasica, ricca di digressioni dotte: guarito dala ferita, persa l'amicizia con Voss e inimicatosi parte della gerarchia delle SS sull'ortodossia riapetto alla soluzione finale della 'questione ebraica', Aue finirà nell'occhio del ciclone di Stalingrado. La salvezza, una fuga rocambolesca che lo riporta in una Berlino ormai in vicinanza dell'assedio sovietico, sembra quasi una maledizione.
Aue si ritrova, ancora una volta e in parte suo malgrado, a far parte della diabolica ed efficiente macchina della Shoah. Che, vista dalla cornice deformante della scrivania dei burocrati ministeriali addetti all'organizzazione dello sterminio, assume dei contorni se possibile ancora più atroci...
Il ritmo di quella che è ormai divenuta una 'danza della morte' subisce nella parte finale di questo capolavoro un'accelerazione parossistica: così anche il disfacimento dell'io narrante diventa più veloce, come se avvicinandosi all'orlo dell'abisso, la sua attrazione fosse sempre più irresistibile. Dal vuoto simulacro di relazione con una giovane berlinese, da cui l'orrendo Aue riesce a farsi amare sinceramente, alla fuga in Pomerania, quasi incontro all'invasore sovietico, l'orrore delle fasi finali della guerra si tinge anche di ridicolo, come avviene per l'incontro faccia a faccia con un Hitler, molto vicino al ritratto che si può trovare nel recente docu-film 'La caduta', che precipita la dimensione fantastica della narrazione nel dramma della realtà storica. L'autodistruzione in una Berlino da 'anno zero', senza speranze neppure per i bambini, è l'unica via di fuga.
La fine, in tutti i sensi, del romanzo mostra invece che per Aue non c'è possibilità di salvezza: per lui se anche le Erinni si trasformano in Eumenidi - le Benevole del titolo, riprese dall'Orestea di Eschilo dove però l'orizzonte finale è armonico - non c'è scampo al dolore atroce della consapevolezza.

(Non leggetelo perchè pensate che vi possa piacere.

Leggetelo perchè vi farà schifo.)


Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Le Benevole
  • Titolo originale: Les Bienveillantes
  • Autore: Jonathan Littell
  • Traduttore: Margherita Botto
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806187316
  • Pagine: 953
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,00

 

Erbette Follette Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates