
I Contenuti
Su un altissimo grattacielo londinese, la notte di San Silvestro, mentre imperversano botti e festeggiamenti, un presentatore televisivo in crisi matrimoniale e professionale decide di suicidarsi buttandosi giù dall'ultimo piano. Ma al momento decisivo si accorge di non essere da solo su quel grattacielo: c'è vicino a lui una donna disperata, senza lavoro e senza marito, alle prese con un figlio autistico. Anche lei sta per buttarsi giù. Ma spuntano anche una ragazzina di 15 anni, sedotta e poi lasciata da un ragazzo, e un musicista americano fallito, ora cameriere in una pizzeria, pure lui abbandonato dalla ragazza. Anche loro vogliono suicidarsi. Forse sono un po' troppi...
La Recensione di Nadia
Narra la vicenda di quattro persone, del tutto differenti l’uno con l’altra, che si incontrano la notte dell’ultimo dell’anno, sul tetto della Casa dei Suicidi a Londra con l’intento, ognuno per motivi propri, di buttarsi giù.
È una storia ironica e commovente al contempo, raccontata dalle voci dei quattro protagonisti, dal loro punto di vista, che spinge il lettore a rivestire man mano i panni di ognuno di loro.
Il senso della vita, del perché in fondo sia meglio andare avanti che buttarsi da un palazzo sono domande disseminate nel romanzo ed alle quali ognuno, dai protagonisti al lettore, troverà una propria risposta.È strabiliante il modo in cui l’autore riesce ad affrontare l’argomento «suicidio» che per la nostra cultura è un tabù, in modo serio e pure esilarante pur nella sua cruda realtà
La Recensione di Daniele
Scoprii questo libro a lezione di traduzione inglese all'università e, spinto dalla curiosità di leggere qualcosa di Hornby e dal prezzo abbordabile, lo comprai. Causa esami e altri vari ed eventuali motivi, per lungo tempo rimase a prendere la polvere in un angolo dello scaffale, insieme agli altri libri in attesa di lettura. Poi, poco tempo fa, quando finalmente mi decisi, cominciai a leggerlo. Intrigante l'idea di partenza, buono lo svolgimento. Scritto tutto in prima persona, la storia si dipana tutta attraverso gli occhi e i pensieri dei quattro protagonisti che più diversi tra loro non sarebbero potuti essere, sia per modo di ragionare, sia nel linguaggio, sia nel modo in cui le loro vite arrivano a quel punto di congiunzione comune che è l'inizio del romanzo.
È una storia ironica e commovente al contempo, raccontata dalle voci dei quattro protagonisti, dal loro punto di vista, che spinge il lettore a rivestire man mano i panni di ognuno di loro.
Il senso della vita, del perché in fondo sia meglio andare avanti che buttarsi da un palazzo sono domande disseminate nel romanzo ed alle quali ognuno, dai protagonisti al lettore, troverà una propria risposta.È strabiliante il modo in cui l’autore riesce ad affrontare l’argomento «suicidio» che per la nostra cultura è un tabù, in modo serio e pure esilarante pur nella sua cruda realtà
La Recensione di Daniele
Scoprii questo libro a lezione di traduzione inglese all'università e, spinto dalla curiosità di leggere qualcosa di Hornby e dal prezzo abbordabile, lo comprai. Causa esami e altri vari ed eventuali motivi, per lungo tempo rimase a prendere la polvere in un angolo dello scaffale, insieme agli altri libri in attesa di lettura. Poi, poco tempo fa, quando finalmente mi decisi, cominciai a leggerlo. Intrigante l'idea di partenza, buono lo svolgimento. Scritto tutto in prima persona, la storia si dipana tutta attraverso gli occhi e i pensieri dei quattro protagonisti che più diversi tra loro non sarebbero potuti essere, sia per modo di ragionare, sia nel linguaggio, sia nel modo in cui le loro vite arrivano a quel punto di congiunzione comune che è l'inizio del romanzo.
Gli unici legami che li uniscono sono quegli stessi sentimenti che li hanno portati prima ad un passo dal baratro e poi a tenere duro (ogni volta per un po') nonostante i fallimenti delle loro vite. La forza del romanzo non è insita tanto nella trama, deboluccia (eufemismo), ma risiede nei pensieri e nelle riflessioni che i protagonisti elaborano nelle loro situazioni al limite della sopportazione umana. L'autore poi tratta i temi della morte, della disabilità di un figlio (Maureen), della scomparsa di una sorella (Jess), del fallimento dei sogni (JJ) e anche della pedofilia (Martin) con una leggerezza "da strada" che non è mai superficialità. I suoi personaggi, infine, grazie anche ad un linguaggio che se ne infischia di qualunque regola grammaticale o sintattica, non risultano stereotipati e spesso, nonostante facciano di tutto per farsi odiare, ci si immedesima in loro.
Per finire, secondo me, una nota di merito spetta al traduttore italiano. Non so come questo romanzo sia in inglese, non avendolo letto, ma credo che il linguaggio di Hornby sia al limite del comprensibile per i non anglofili. Dev'essere stato uno sforzo davvero notevole cercare di localizzarlo in italiano, assumendosi anche la responsabilità di prendere decisioni controverse.
In definitiva un libro divertente e al tempo stesso profondo e malinconico, da consigliare a chi non si lascia ingannare dalle apparenze di un linguaggio colorito (eufemismo) o di una trama praticamente inesistente.
La Recensione di Fede Zik
Ingiustamente sottovalutato dai recensori (ché spesso il termine "critici" è troppo generoso), ingiustamente definito come il meno riuscito dei libri di Hornby. Forse lo penalizza una struttura apparentemente pesante (quattro voci in prima persona che si alternano lungo tutto il romanzo), ma a questa ci si abitua dopo pochi capitoli. A meno di non essere un lettore mentalmente pigro, impermeabile alle deviazioni dalla norma.
Vero, la trama è scarna e in certi passaggi appare eccessivamente tirata per le lunghe, e talvolta ci si chiede se l'autore, procedendo per aneddoti giustapposti, sappia dove vuole andare a parare. Ma non si tratta di un libro che vuole sedurre in virtù della trama.
Il vero punto di forza, oltre alla tematica scabrosa del suicidio affrontata sempre con ironia e profondità, sono i personaggi. Quattro personaggi ottimamente caratterizzati, molto diversi tra loro, con vissuti e psicologie anche contrastanti. Fanno ridere, fanno commuovere, spesso fanno incazzare.
La signora di mezza età che ha vissuto (anzi, non vissuto) tutta la vita accanto al figlio disabile, fingendo di essere la madre normale di un figlio normale, a cui comprava giocattoli, poster di calciatori e attrici; fervente cattolica, fatica a capire il comportamento e il linguaggio degli altri tre, e sente di aver commesso il peccato di disperazione per aver desiderato di morire. La diciottenne ignorante, cafona, politicamente scorretta, che riesce a ferire la sensibilità altrui (anche quella del lettore) a ogni sua uscita; nasconde dentro di sé la perdita della sorella, scomparsa nel nulla, fuggita, forse morta. Il ventenne per cui la musica e i libri sono tutto (belle e condivisibili le sue riflessioni sulla lettura, le trovate a p. 175), che ha visto sciogliersi sia la band in cui suonava sia la sua ultima storia d'amore; si sente fallito, vede davanti a sé un futuro misero, in cui per tutta la vita friggerà hamburger in un fast food. Il presentatore televisivo decaduto a causa di uno scandalo sessuale sbattuto sulle prime pagine, che non riesce a risalire la china dopo la prigione (e secondo lui, infatti, la pena carceraria per i ricchi e i vip è troppo: perché dopo la prigione la pena non è mica finita, nessuno ti offre più un posto al sole nel baraccone della tv, lo scialo è finito per sempre); acuto e sottile nelle sue osservazioni, ma cinico ed egoista, trascura le figlie avute con la sua ex moglie e usa la sua nuova amante come distrazione.
Tutti e quattro si incontrano sul tetto di un vecchio palazzo, la notte dell'Ultimo dell'anno, con l'intenzione di buttarsi giù. Se lo impediranno a vicenda (forse il suicidio altrui è più inaccettabile del proprio, specie se si tratta di persone giovani), e, sentendosi incompresi dal resto del mondo che non ha mai desiderato di farla finita, condivideranno i loro problemi, inventandosi una sorta di terapia di gruppo. Ma mai in modo lacrimevole e patetico. Anzi, non mancheranno i litigi, le offese reciproche, le mancanze di sensibilità: e tutto questo è forse ancora più utile di un'amichevole pacca sulla spalla, che non risolve nulla e non stimola chi la riceve a "scuotersi".
I quattro cadono ancora più giù nella scala della rispettabilità, cercando di lucrare sull'attenzione che i tabloid dedicano al loro caso. Si rendono ridicoli raccontando in tv di aver visto un angelo che li ha distolti dal suicidio. E il tentativo di suicidio li rende "fastidiosi" agli occhi degli altri: Marc, il presentatore tv, sostiene a ragione che un tentativo di suicidio è ancora più difficile da accettare, per gli altri, rispetto al suicidio "consumato", che dà almeno la possibilità di elaborare il lutto. Il solo tentativo, invece, lascia dietro di sé l'accusa di non aver capito l'altro, di non averlo aiutato.
La vita dei quattro inizia a cambiare davvero quando si ritrovano sullo stesso tetto, mesi dopo, e vedono un uomo che, lui sì, riesce a buttarsi giù proprio davanti ai loro occhi...
Una lettura che sembra a prima vista "impegnativa", per la tematica non certo leggera e per la struttura che, come detto, alterna le quattro voci. Ma, alla luce di quanto scritto sopra, era l'unica scelta possibile per poter dare voce equamente a tutti i personaggi, per analizzare sia le loro riflessioni sulla situazione sia i rapporti interni al gruppo (chi pensa cosa di chi). Da apprezzare l'ironia di Hornby, che riesce a far sorridere anche narrando di potenziali suicidi e di problemi veri, urgenti, crudi, talvolta veramente insolubili (penso soprattutto alle belle pagine dedicate a Maureen e al suo rapporto col figlio disabile) e il grande sforzo per differenziare il modo di esprimersi dei quattro (ottima la traduzione di Massimo Bocchiola).
Il vero punto di forza, oltre alla tematica scabrosa del suicidio affrontata sempre con ironia e profondità, sono i personaggi. Quattro personaggi ottimamente caratterizzati, molto diversi tra loro, con vissuti e psicologie anche contrastanti. Fanno ridere, fanno commuovere, spesso fanno incazzare.
La signora di mezza età che ha vissuto (anzi, non vissuto) tutta la vita accanto al figlio disabile, fingendo di essere la madre normale di un figlio normale, a cui comprava giocattoli, poster di calciatori e attrici; fervente cattolica, fatica a capire il comportamento e il linguaggio degli altri tre, e sente di aver commesso il peccato di disperazione per aver desiderato di morire. La diciottenne ignorante, cafona, politicamente scorretta, che riesce a ferire la sensibilità altrui (anche quella del lettore) a ogni sua uscita; nasconde dentro di sé la perdita della sorella, scomparsa nel nulla, fuggita, forse morta. Il ventenne per cui la musica e i libri sono tutto (belle e condivisibili le sue riflessioni sulla lettura, le trovate a p. 175), che ha visto sciogliersi sia la band in cui suonava sia la sua ultima storia d'amore; si sente fallito, vede davanti a sé un futuro misero, in cui per tutta la vita friggerà hamburger in un fast food. Il presentatore televisivo decaduto a causa di uno scandalo sessuale sbattuto sulle prime pagine, che non riesce a risalire la china dopo la prigione (e secondo lui, infatti, la pena carceraria per i ricchi e i vip è troppo: perché dopo la prigione la pena non è mica finita, nessuno ti offre più un posto al sole nel baraccone della tv, lo scialo è finito per sempre); acuto e sottile nelle sue osservazioni, ma cinico ed egoista, trascura le figlie avute con la sua ex moglie e usa la sua nuova amante come distrazione.
Tutti e quattro si incontrano sul tetto di un vecchio palazzo, la notte dell'Ultimo dell'anno, con l'intenzione di buttarsi giù. Se lo impediranno a vicenda (forse il suicidio altrui è più inaccettabile del proprio, specie se si tratta di persone giovani), e, sentendosi incompresi dal resto del mondo che non ha mai desiderato di farla finita, condivideranno i loro problemi, inventandosi una sorta di terapia di gruppo. Ma mai in modo lacrimevole e patetico. Anzi, non mancheranno i litigi, le offese reciproche, le mancanze di sensibilità: e tutto questo è forse ancora più utile di un'amichevole pacca sulla spalla, che non risolve nulla e non stimola chi la riceve a "scuotersi".
I quattro cadono ancora più giù nella scala della rispettabilità, cercando di lucrare sull'attenzione che i tabloid dedicano al loro caso. Si rendono ridicoli raccontando in tv di aver visto un angelo che li ha distolti dal suicidio. E il tentativo di suicidio li rende "fastidiosi" agli occhi degli altri: Marc, il presentatore tv, sostiene a ragione che un tentativo di suicidio è ancora più difficile da accettare, per gli altri, rispetto al suicidio "consumato", che dà almeno la possibilità di elaborare il lutto. Il solo tentativo, invece, lascia dietro di sé l'accusa di non aver capito l'altro, di non averlo aiutato.
La vita dei quattro inizia a cambiare davvero quando si ritrovano sullo stesso tetto, mesi dopo, e vedono un uomo che, lui sì, riesce a buttarsi giù proprio davanti ai loro occhi...
Una lettura che sembra a prima vista "impegnativa", per la tematica non certo leggera e per la struttura che, come detto, alterna le quattro voci. Ma, alla luce di quanto scritto sopra, era l'unica scelta possibile per poter dare voce equamente a tutti i personaggi, per analizzare sia le loro riflessioni sulla situazione sia i rapporti interni al gruppo (chi pensa cosa di chi). Da apprezzare l'ironia di Hornby, che riesce a far sorridere anche narrando di potenziali suicidi e di problemi veri, urgenti, crudi, talvolta veramente insolubili (penso soprattutto alle belle pagine dedicate a Maureen e al suo rapporto col figlio disabile) e il grande sforzo per differenziare il modo di esprimersi dei quattro (ottima la traduzione di Massimo Bocchiola).
Dettagli del libro
- Titolo: Non buttiamoci giù
- Titolo originale: A Long Way Down
- Autore: Nick Hornby
- Traduttore: M. Bocchiola
- Editore: Guanda
- Data di Pubblicazione: 2007
- Collana: - Romanzo
- Formato: Tascabile
- ISBN: 8806187317
- ISBN-13: 9788806187316
- Pagine: 293
- Prezzo: 8,50 Euro
- Link aNobii: Non buttiamoci giù




Devo leggerlo prima o poi...
Attenzione: causa recensione doppia, ho accorpato quella di Daniele a quella di Nadia: cancellando l'ultima pubblicata, si vengono a perdere i commenti che però incollo qui prima della cancellazione:
Nutmeg ha detto...
Questo libro mi piacque quando lo lessi un paio di anni fa (scrissi pure un commento su ciao.it, ma non lo linko, chè a rileggerlo ho notato che ci sono un sacco di virgole in posti strani). Pienamente d'accordo con il tuo commento.
Anna
15 ottobre 2009 19.08
Daniele ha detto...
Ho sempre voluto leggere un libro di Hornby è questo è stato il primo che mi è capitato per le mani. Comunque appena potrò cercherò anche "Alta fedeltà",o magari la sua versione inglese "Fever pitch" se non è troppo difficile da comprendere, così una buona volta leggerò anche quello, essendo un titolo che mi ha affascinato fin da quand'ero bambino e ancora andavo matto per il calcio.
Comunque bello l'avatar con Marvin...
15 ottobre 2009 21.43
Daniele ha detto...
errata corrige: il titolo italiano di "Fever pitch" è "Febbre a 90". Ho confuso i titoli di due libri di Hornby.
Libro coinvolgente, scorrevole, che fa riflettere senza risultare mai pesante.