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17 ottobre 2011

La linea verde - Simone Fancelli

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I Contenuti

Nei dintorni di un paese di montagna, un uomo trova il corpo di una ragazza, svenuta e in gravi condizioni. Al suo risveglio la ragazzina si scoprirà priva di memoria, da quel momento Neve, questo sarà il suo nome, inizia una nuova vita insieme agli estranei che l'hanno accolta, trovando in loro una nuova famiglia. Spesso, frammenti di ricordi affiorano alla sua mente tormentandola; nonostante riesca a instaurare profondi legami con alcuni abitanti del villaggio, vive esperienze singolari che le fanno scoprire di essere diversa dagli altri: Neve è in grado di compiere azioni straordinarie e inspiegabili, possiede un dono che, forse, ha origine da un evento che ha segnato la sua vita. Per cercare di comprendere la propria condizione, decide di spingersi oltre i confini del suo nuovo mondo, in un viaggio che la porterà a scoprire una verità inaspettata. "Sogniamo più o meno un'ora e mezza per notte, nelle restanti ore di sonno ci troviamo in uno stato di incoscienza, non viviamo nella realtà e neppure in un sogno. In pratica durante la nostra esistenza, accettiamo di non vivere per venti anni e di immergerci in un mondo immaginario per cinque..." è una riflessione sconvolgente e affascinante, ma, continua l'autore, "Ancor più affascinante è il risveglio: quando non è indotto da cause esterne avviene spontaneamente. Nessuno può conoscere il momento esatto in cui il nostro cervello si sveglierà al mattino... o nella notte...". Svegliarsi è comunque sempre una bella sensazione.


La Recensione

Una ragazzina scampata ad un imprecisato pericolo si sveglia completamente priva di memoria. Viene trovata e accudita da un anziano signore che le darà una casa, una famiglia, una nuova vita. Non sembra un inizio particolarmente innovativo in letteratura ma La linea verde narra di una storia tutt'altro che banale. Innanzitutto il posto in cui la ragazza, poi ribattezzata Neve, apre gli occhi non è un paese tipico: Soulpass si trova in Oregon, "in una delle regioni più desolate della terra" dice William, il vecchio benefattore. Da come ci viene descritto sembra quasi un'oasi di tranquillità circondata da ogni sorta di pericoli: lupi famelici, indiani (quelli d'America: siamo nel 1838) cattivissimi e potenti, orsi feroci, creature e forze magiche di ogni specie che gravitano intorno al misterioso Crater Lake. Ma non è tutto, c'è qualcosa di ancora più inquietante: nel villaggio sembra che nessuno sia mai morto ma in compenso ci sono state innumerevoli sparizioni. Ovviamente la giovane Neve si ritroverà ad affronterà la maggior parte di questi pericoli e pian piano scoprirà in se stessa doti che non sapeva o non ricordava di possedere.
Un po' Dorothy de Il meraviglioso mago di Oz (per la sua capacità di attrarre personaggi talvolta buoni e altre decisamente meno), un po' Lyra di Queste oscure materie (per il suo percorso di scoperta di sé e di crescita giorno per giorno) la protagonista di questo libro affascina e incuriosisce ma suscita anche tenerezza: il lettore la osserverà svegliarsi, porsi delle domande e tenterà, insieme a lei, di ricostruire la sua storia; a fine lettura sentirà di essersi preso cura di lei così come ha fatto William.
Nel corso del libro, l'autore sfiora una quantità di argomenti senza mai fermarsi a lungo su nessuno di essi ma questo procedimento, se da una parte gli impedisce di approfondire il necessario un determinato tema, dall'altra riesce a rendere il racconto più lieve, quasi favoloso. Lo stesso stile adottato contribuisce a spostare la narrazione verso una dimensione fiabesca che l'autore riesce sapientemente a costruire. La scrittura è fluida, scorrevole per gran parte del romanzo salvo poi appesantirsi quando si dilunga in riflessioni etico-filosofiche non troppo originali o quando sembra "inciampare" in costruzioni poco felici. Lasciando da parte qualche intoppo stilistico devo dire però che ho particolarmente apprezzato, di questo libro, le descrizioni che riescono ad evocare luoghi suggestivi e, al tempo stesso, enigmatici e che, insieme all'originalità dell'intreccio, rendono quest'opera davvero interessante.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Livia Medullina

Dettagli del libro
  • Titolo: La linea verde
  • Autore: Simone Fancelli
  • Editore: Albatros
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Tracce - Nuove voci
  • ISBN-13: 9788856738827
  • Pagine: 204
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,90

20 settembre 2011

Primavera in Borgogna - Luca Terenzoni

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I Contenuti

Francesco è un quarantenne che si è appena lasciato, a un passo dalle nozze. Una mattina di primavera, mentre passeggiando a San Gimignano cerca di riafferrare il senso della sua vita, incontra un signore francese con il quale entra subito in sintonia e che gli propone di lavorare per lui, presso la sua azienda vinicola in Borgogna. Quella per la Francia è una passione che Francesco ha sempre coltivato. Si trova quindi di fronte alla possibilità di realizzare veramente il sogno di una vita. Così lascia il suo lavoro e si trasferisce pieno di entusiasmo. Le sue aspettative sono subito appagate: il posto è splendido, la collega Ludivine affascinante, il lavoro interessante. Fino a quando, oltre i colori pastello di quel paesaggio così tipicamente francese, non cominceranno a emergere i segni di un passato inquietante che riguarda sia il suo datore di lavoro, sia la bella Ludivine, della quale si sta ormai innamorando. Una prova decisiva per Francesco che, in un crescendo di colpi di scena, riuscirà a portare luce nel passato della donna e nel suo presente.

La Recensione

Mi trovo in difficoltà a recensire questo romanzo che, pur con tutta la mia buona volontà, non riesco a definire tale.
La trama in quarta di copertina sembra interessante: lo spunto è il classico "relazione finita - nuova vita - nuovo amore", con un pizzico di giallo a rendere le cose più intriganti. A uno sguardo più ravvicinato, ci si ritrova però a fare i conti con un'ingenuità surreale e disarmante.
Francesco un bel giorno decide di andare a San Gimignano a meditare sulla propria vita e in particolare sulla delusione d'amore che si sta ancora lasciando alle spalle; qui entra in una rivendita di vini, dove per caso attacca bottone con un cliente. Si scopre che questi gestisce una vigna, un domain, in Borgogna (qui mi sorge un dubbio: possibile che un enocultore faccia acquisti in una rivendita piuttosto che in una cantina?): Francesco attacca subito bottone e viene pure invitato a pranzo. E, ciliegina sulla torta, monsieur Robin ha bisogno di una persona che ricopra una certa posizione nella gestione del suo domain e Francesco è decisamente l'ideale - dopo un pranzo e quattro chiacchiere in allegria, senza la minima ombra di referenze.
Il palco traballa, ma proseguiamo: dopo aver detto addio all'amore e proclamandosi paladino dei single, il primo giorno di lavoro Francesco si scopre immediatamente attratto dalla collega, che tra l'altro sembra essere anche l'unica altra impiegata in un'azienda di tutto rispetto.
Le stesse coincidenze a tavolino si ritrovano lungo tutto l'evolversi della trama, con soluzioni ancora una volta spiazzanti come l'amico poliziotto e il ricovero in clinica "volontario" ma "non può ricevere visite".
A livello di invenzione, tutto sommato, si sarebbe potuto fare un po' meglio, ma non è questo il difetto maggiore. Uno dei capolavori della letteratura nostrana narra di un matrimonio ostacolato da un signorotto di provincia - per forza c'è dell'altro, in un buon romanzo.
La lingua per esempio: che da un italiano doc mi aspetto sia eccellente. Al di là dei refusi di ordinaria amministrazione, si trovano anacoluti, virgole messe un po' a caso, estrema povertà lessicale (disse-chiese-rispose), una profusione di punti esclamativi a chiudere praticamente ogni discorso diretto.
Ultimo ma non ultimo, lo stile: esiste una differenza abissale tra il "raccontare" e il "narrare", tra il "dire" e il "mostrare". Una descrizione di quello che un personaggio fa, pensa o dice non basta a rendere avvincente una storia; discorsi indiretti e lunghe riflessioni interrotti saltuariamente da dialoghi miseri e ben lontani da quello che sarebbero nel mondo reale non aiutano la scorrevolezza della lettura.
Francesco, nonostante tutto lo spazio che l'autore gli dedica, nonostante il suo vissuto di dolore, non trova la consistenza che merita, rimanendo fredda marionetta che risponde meccanicamente all'evolversi della vicenda.
Robin potrebbe far da contrappeso come antagonista, ma anche lui resta caratterizzato a livello epidermico. Così anche Ludivine e madame Robin, algida e scostante la prima, personaggio allo stadio larvale la seconda.
Questa prima prova di Luca Terenzoni si rivela fin da subito acerba in ogni suo aspetto, mostrando grandi debolezze e nessun punto di forza: oltre a quanto già scritto, aggiungo che la storia d'amore è tutt'altro che coinvolgente, che il risvolto giallo non trova lo spazio che merita, venendo risolto fin troppo sbrigativamente, che di Francia, Borgogna e vino l'autore dà solo una pallida immagine che sbiadisce giusto nel tempo di voltare l'ultima pagina.

Giudizio:
 +1stella+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Primavera in Borgogna
  • Autore: Luca Terenzoni
  • Editore: Albatros
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Nuove voci
  • ISBN-13: 9788856721942
  • Pagine: 155
  • Formato - Prezzo: brossura - 14,50 euro

01 febbraio 2011

Jack stupratore di versi - Paolo Magni

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I Contenuti

Grottesco, drammatico e perverso. Sono questi i tre aggettivi con cui il curatore della premessa definisce questo romanzo forte, crudo e senza peli sulla lingua. Il protagonista si chiama Jack, un ragazzo muto, povero, senza alcuna apparente possibilità di comunicare se non attraverso il linguaggio del sesso e della parola scritta in versi. Nella sua vita due donne: Giuditta, una ragazza cieca scappata da un convento, e Sara, una quarantenne ninfomane e senza scrupoli, proprietaria di un centro abbronzatura. In mezzo a queste due realtà contrapposte, Jack, silenzioso dispensatore di rapporti carnali, apparentemente senza sentimento o forma d’amore.

La Recensione

“Jack stupratore di versi” è stato una lettura difficile, impegnativo nei contenuti e nello stile.
Jack è quello che si potrebbe definire un antieroe tragico, un rifiuto della società, un disperato senza passato né futuro. Rinchiuso nel suo mutismo, Jack si esprime con la violenza, feroce e gratuita. E quando il destino, la sfortuna, lo fa accusare di omicidio, si può pensare solo che se l’è cercata. Nel leggere i soprusi ingiustamente subiti da parte della Legge, crudeltà che normalmente farebbero accapponare la pelle, non si riesce a provare empatia nei suoi confronti: non è giustizia, non è il Karma, non c’è la soddisfazione di vedere le offese ricambiate e i torti ricompensati. C’è solo disgusto verso vittima e carnefici, senza catarsi.
Una storia senza capo né coda, quasi un’esibizione di sé, un autocompiacimento che si crogiola nella raffinatezza delle scelte lessicali e stilistiche. Periodi brevi, una serie di versi liberi scritti su un’unica riga. Parole soppesate e scelte minuziosamente, precise e perfette, anche troppo. La lettura zoppica tra un punto e l’altro, non c’è il respiro delle lunghe frasi che scandiscono il tempo. È come avere il singhiozzo negli occhi e nella mente.
Vanità di vanità, tutto è vanità: anche la scelta delle continue citazioni bibliche, indice di una cultura che non è da tutti e che quindi non tutti comprendono. Ed ecco il punto dolente: metafore al limite della blasfemia costellano ogni pagina e scatenano la repulsione anche in chi è ormai ateo. È questione di rispetto e buon gusto: Magni manca di entrambi. In virtù di cosa, mi domando.
Più che un romanzo, “Jack stupratore di versi” è un auto-incensarsi di uno scrittore ancora giovane, non tanto dal punto di vista anagrafico quanto sulla carta, quella dei romanzi che sembrano una terra a lui ancora sconosciuta.

Giudizio:
+1stella+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Jack stupratore di versi
  • Autore: Paolo Magni
  • Editore: Il Filo
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Nuove Voci
  • ISBN-13: 9788856712995
  • Pagine: 111
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

02 novembre 2010

Il pizzo dell'Aspide - Dianora Tinti

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I Contenuti


La storia tra Francesca e Antonio inizia quasi per caso, come in un sogno, mentre i due si trovano in vacanza in un luogo dalla bellezza selvaggia e mozzafiato chiamato "Il pizzo dell'Aspide". La consapevolezza del loro amore viene ritardata da mille pensieri razionali e problemi riguardanti il futuro che troppo presto offuscano le vite dei due ragazzi. Francesca si trova in fatti alle prese con delle vicende familiari che la portano a dover maturare prima del tempo affrontando dolori , perdite e fatiche eccessivamente duri per la sua età. Anche Antonio si trova di fronte a una vita in cui il senso di responsabilità ha un peso quasi opprimente, a dispetto dei suoi anni. Eppure, entrambi, si sentono irrefrenabilmente attratti, destinati a cercarsi nonostante gli impegni presi con altre persone con cui i due giovani si sono uniti. Nulla riesce a frapporsi alla loro passione permettendo ai due protagonisti di questa toccante storia di rimanere legati per sempre, attraverso il tempo e lo spazio.

La Recensione

Il pizzo dell'Aspide racconta di un amore che resiste a tutto e che sa trasformarsi attraverso gli anni e la distanza. Ciò che unisce Francesca e Antonio non è solamente una passione, ma è soprattutto un'affinità che è difficile razionalizzare o spiegare con le parole. Si tratta di un sentimento quasi indefinibile e che non tutti riescono a provare nel corso di una vita, ma che rimane pur sempre un'emozione frotissima, indelebile e dall'intensità inspiegabile. Il lettore viene spinto a guardare nel proprio cuore senza veli, con grande onestà e a cercare di dare un nome alle proprie emozioni. La ragione a volte non è sempre la migliore consigliera per quanto riguarda le decisioni importanti della vita. Quante volte si sente ripetere la famosa frase di Blaise Pascal che recita "Il cuore ha delle ragioni che la ragione non ha". Il romanzo di Dianora Tinti sembra proprio invitarci a dare ascolto a queste ragioni e dare loro il giusto peso e il giusto spazio. La storia di questi ragazzi mostra infatti come certe affinità siano veramente indissolubili e che l'amore, sempre inteso come sentimento capace di crescere e di evolversi, è ciò che plasma una vita più di qualsiasi decisone dettata dalle circostanze. In questo bellissimo libro vengono inoltre messi in primo piano altri sentimenti molto importanti come l'affetto verso i propri familiari e l'amicizia. Questi altri due importantissimi sentimenti fanno da sfondo e da contenitore, oltre al panorama splendido dei luoghi descritti, alla nascita e all'evoluzione della tormentata e intensa storia tra i due protagonisti.
Il pizzo dell'Aspide è una lettura che lascia spazio a moltissime riflessioni e che può indurre, a mio avviso, ad effeuttuare un cammino interiore. Un'esperienza che invita alla sincerità con noi stessi e al coraggio delle proprie deciosioni affettive. Il messaggio di quest'opera sembra dunque essere quello di non aver paura di affrontare i nostri desideri e le nostre passioni in quanto chi sa amare sé stesso ed essere sincero saprà anche amare gli altri con vera generosità, comprensione e altruismo.

Giudizio:
+3stelle+ (e mezzo)


Articolo di Vittoria A.

Dettagli del libro
  • Titolo: Il pizzo dell'Aspide
  • Autore: Dianora Tinti
  • Editore: Gruppo Albatros il Filo
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Nuove Voci
  • ISBN-13: 9788878428300
  • Pagine: 163
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

08 settembre 2010

Intervista a Dianora Tinti, autrice de "Il pizzo dell'aspide"

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L'autrice: Dianora Tinti è nata e lavora a Grosseto. Laureata in Scienze Economiche all’Università di Siena, vive in Maremma.
Nel 2007 pubblica con successo il romanzo Il pizzo dell’aspide, appassionante storia d’amore giunta alla decima ristampa. Ottiene la Menzione d’onore al XIV «Trofeo Penna d’autore» 2008, il Diploma d’onore al «Folle Cupido» 2009, il II posto al Premio letterario «Città di Montecatini» 2009. Con Il Giardino delle esperidi ha vinto il Premio Speciale della Giuria al concorso nazionale «Il litorale» di Massa Carrara.



Il libro: Un panorama splendido, con insenature naturali e piccoli isolotti di scogli, un fascino primordiale e suoni ancestrali, dove le onde plasmano la roccia, conferendole forme strane e diverse: lì è la “Punta dell’Aspide”, dove inizia la storia di Antonio e Francesca. Tardi arriva la coscienza di questo amore, in continua lotta con la razionalità di considerarlo solo un’amicizia. La piccola Francesca, cresciuta troppo in fretta, avverte presto di non poter fare a meno del calore, della tenerezza e dell’intimità di Antonio. I loro fidanzamenti con altri li rendono insicuri sulle scelte da fare. Cominciano a chiedersi se sia possibile voler bene a due persone contemporaneamente e se pensare di avere più di un amore non sia come pensare di poter vivere più di una vita. La coscienza di rimanere legati per tutta la vita, che qualcosa di speciale, inspiegabile e incomprensibile li avrebbe tenuti uniti per sempre, non basta. Credono e sperano di poter circoscrivere questo affetto, senza rendersi conto invece di essere un fuoco quasi spento ma che aspetta solo un leggero soffio di vento per ardere nuovamente, più forte di prima. Guardare nel proprio cuore, senza la vigliaccheria di non seguirlo in nome di una ragione che soffoca, leggersi in profondità senza mentire a noi stessi: solamente così si potrà amare gli altri e donare se stessi sempre di più.

Grazie Dianora di aver accettato di parlarci del tuo romanzo.

1. Vorrei iniziare facendoti i complimenti per Il Pizzo dell’Aspide. Il tuo libro narra una storia d’amore che si dipana nell’arco dell’intera vita dei due protagosti, Antonio e Francesca. Puoi raccontarci come sono nati questi due personaggi?

Ti ringrazio subito dei complimenti…fanno sempre piacere, inutile negarlo. Comunque per rispondere alla tua domanda, molti anni fa un’amica di mia nonna mi raccontò la storia di un amore lungo una vita. Mi sembrò una favola, tanto era bella e struggente e il pensiero che andasse perduta, che venisse dimenticata, mi tormentò per diversi mesi. Così decisi di “metterla sulla carta” affinchè potesse continuare a vivere nei cuori d i chi la leggeva. Antonio e Francesca, quindi, sono personaggi veri, come la loro storia.

2. Si sente spesso dire che per dare vita a personaggi dotati di una vera personlita’, capace di definirsi da soli, sia necessario un certo livello di immedesimazione, vedere coi loro occhi, percepire la vita attraverso il loro vissuto. Come è stata per te questa esperienza?

Ho scritto questo romanzo in un periodo molto delicato della mia vita, un paio di anni dopo mi sono infatti separata da mio marito. Credo di essere stata particolarmente sensibile, disposta a guardare più in profondità, meno superficiale. Quando si soffre, in genere, riusciamo meglio a capire i sentimenti di chi ci circonda. Forse è per questo che non ho faticato ad immedesimarmi in Antonio e Francesca, mi è venuto naturale provare q uello che provavano loro.

3. Francesca e Antonio sono persone tormentate, persone che da sempre vivono il loro quotidiano nascondendo un segreto che non si sottomette alle regole del tempo e dello spazio. Un segreto che non confidano a nessuno. Eppure leggendo la loro storia, io ho avuto l’impressione che Francesca desiderasse confidarsi con il lettore, far conoscere la sua vita interiore, condividere i suoi dubbi e i suoi desideri. Come descriveresti Francesca ad un pubblico che ancora non conosce il libro?

La descriverei come una donna razionale che deve combattere, per tutta la vita, contro le pulsioni del cuore, che cerca disperatamente di soffocare i desideri più nascosti, che tenta con ogni mezzo di cancellare i sogni di ragazza, cresciuta troppo in fretta. Una bambina, un’adolescente, una ragazza, una donna che ha conosciuto la vita sotto tante sfaccettature…

4. Francesca sembra avere avuto tutto dal matrimonio: un marito affidabile, una figlia che ama, una bella casa e una situazione economica stabile. Eppure continua a rimanere legata ad Antonio. Pensi che si possa amare veramente una sola persona? Perché, secondo te, si cerca l’amore ma, contemporaneamente lo si sfugge, come se fosse un sentimento che incute timore?

Perchéè al mondo non esiste niente di più difficile dell’amore, per questo fa paura. L’amore per sempre? Che dire? Chi di noi non ha desiderato un amore totale, coinvolgente, perché no, anche sconvolgente? In più questo amore, alimentato dalla lontananza, riesce a mantenere intatto tutto il suo potenziale effettivo ed erotico, fino alla fine dei giorni dei due protagonisti.

5. Molte donne si immedesimeranno sicuramente nella storia di Francesca, soprattutto nella storia emotiva di Francesca. Da dove nasce questo personaggio? I suoi desideri e i suoi rimpianti sono molto reali e sono certa che molte donne, ma anche uomini, si trovano in situazioni simili. Secondo te non si può dimenticare oppure, in fondo al cuore, non si vuole dimenticare?

Devo dire che ho ricevuto, e ricevo tutt’ora, tantissime lettere di persone, peraltro più uomini, che leggendo il romanzo, hanno trovato il coraggio di aprirsi, di parlare di sé. In effetti, mi sono accorta che situazioni come quella che ho descritto sono molto più frequenti di quanto pensassi e che quando si vanno a toccare le corde del cuore, siamo tutti coinvolti, forse per questo il romanzo ha avuto tanta fortuna (sono state fatte, ad oggi, quattordici ristampe). Molti si sono riconosciuti nell’attempata Francesca, quando ormai vive nella dimensione di moglie e madre, certamente con tanti rimpianti e rinunce, immersa in quelle che sono le vicende che ognuno di noi subisce, spesso per convenienza o soltanto perché il destino ci ha condotto per strade diverse da quelle che sono state le nostre aspirazioni, e trova brandelli di lettere della lontana gioventù, o quella poesia dedicatale da Antonio al tempo dell’università, e che rilegge quasi a ritrovare l’antica atmosfera d’un tempo e di quel magico luogo che ha rappresentato per lei “Il pizzo dell’aspide”. No, non si dimentica, non si può dimenticare…

6. Nella personalità della protagonista, così vivace e profonda, c’è qualche elemento che rispecchia qualche cosa di te?

Chi scrive inevitabilmente parla di se stesso, anche incosciamente. Francesca è una donna razionale, come me, e ha nelle vene sangue del sud, proprio come me che ho padre fiorentino e madre leccese. E poi le difficoltà familari che lei incontra da adolescente, e che tanto condizioneranno la sua esistenza, le ho vissute anch’io. Quanto nei miei romanzi c’è di me? Tanto, ovviamente. Mettere a nudo i propri sentimenti e parlare di sè, penso sia una forma di generosità, che comunque poi torna indietro.“Ricominciare a quarant’anni- Racconto una donna simile a me” così ha intitolato il Corriere della Sera un’intervista a firma della giornalista Chiara Dino, mettendo l’accento sull’aspetto autobiografico del mio ultimo romanzo “Il giardino delle esperidi”. E’ vero che le protagoniste dei miei romanzi forse mi somigliano, combattive, mai dome, apparentemente forti ma allo stesso tempo fragili. Donne che sanno vivere di emozioni, di sentimenti, di gioie e dolori. Ma non è soltanto questo. Ho voluto costruire storie che diventassero per ogni donna l’emblema delle possibili svolte esistenziali.
Insomma Francesca ed Egle, due donne, due storie, ma tutte e due capaci di accettare il proprio passato e di perdonarsi, trasformando le avversità, che comunque fanno parte della vita, in vere e proprie opportunità e prendendo da queste nuovi slanci e nuovi entusiasmi.

7. “Il pizzo dell’Aspide” è un inno all’introspezione che in vita alla sincerità con noi stessi, senza nascondersi dietro false ragioni. Da dove è nata l’idea di una storia così unica?

E’ nata dalla mia convinzione che certe volte, nella vita, sarebbe meglio una brutta verità che una bella bugia e che tutte le cose sono le due facce di una stessa medaglia. Quello descritto è un sentimento puro, talmente forte che resiste a tutto e che, anche nel momento in cui Antonio e Francesca decidono di viverlo almeno in parte, incontrandosi di nascosto quando possono, non suscita i sentimenti negativi legati all'idea del tradimento, ma solo gioia e partecipazione, per un amore che è al di sopra di tutto e che ciascuno di noi vorrebbe vivere. La nudità dell'anima emerge ed è chiara se si scorge la sensibilità del sentimento, la passione sconvolgente che può durare una intera esistenza, che non si affievolisce, ma perd ura negli anni vivendo nei ricordi di pochi giorni, la rinuncia per amore stesso, la maturità di una storia d'amore impossibile.

8. Devo ammettere che il finale commuove, sembra di vedere attraverso gli occhi dei due protagonisti. Quanto di loro ti è rimasto dopo questa esperienza?

Si, un addio commovente, ma senza clamori ed eccessi. Un addio scaturito da una intensissima storia d'amore, un sentimento, che ha impresso nei cuori dei protagonisti un marchio indelebile, sul cui ricordo scorrono le loro vite. Credo che rimanga l'immagine coinvolgente della loro stessa passione, disperata ultima frontiera, oltrepassata la quale non vi è ritorno, il caldo afoso, la pioggia, lo scorgersi imprevisto, lo strazio dell'incertezza materializzato in una mano che si sfiora, in un viso ed in un pianto dimesso. Mi è rimasto tutto, tanto, è il romanzo che in assoluto amo di più.

9. La scrittura è un viaggio introspettivo. Spesso, durante la stesura di un libro, ci si sente cambiare, evolvere. Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

E’ un rapporto meraviglioso che mi ha aiutato, e ancora mi aiuta, ad esplorare l’animo umano. Un rapporto d’amore con me stessa.

10. Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali scrittori hanno maggiormente contribuito alla tua formazione come scrittrice?

Amo gli scrittori sudamericani, Marquez, Allende, Angeles Mastretta. Mi piace perdermi nelle storie che che mi portano altrove. Mi affascina la dim ensione onirica di quella scrittura che ti porta quasi a perdere il contatto con la realtà.

11. Hai in programma un altro libro? Puoi anticiparci qualche cosa?

Sto già scrivendo un nuovo romanzo. Questa volta ho abbandonato, momentaneamente, il Mediterraneo (sia “Il Pizzo dell’aspide” che “Il Giardino delle esperidi” sono ambientati al sud, Puglia e Sicilia) per la mia terra, la Maremma toscana. Sarà ancora un romanzo di sentimenti, ma questa volta ho voluto sperimentare un approccio div erso, diciamo anche dal punto di vista maschile. Il resto è top secret. Un abbraccio a tutti, particolare a Vittoria, e grazie per il tempo che mi dedicherete.

Lascio alcuni riferimenti, nel caso voleste saperne di più:
www.ismagazine.it (il magazine online dove curo una rubrica dal titolo “Donne stra-ordinarie” e dove potrete gustarvi anche una bella intervista alla nostra Vic)
Potete trovare i miei romanzi, oltre che in libreria, anche su

Grazie Dianora. Ancora complimenti per Il Pizzo dell’Aspide e per Il giardino delle Esperidi e in bocca al lupo per i tuoi prossimi lavori!


Intervista di Vittoria A.


 

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