Visualizzazione post con etichetta Jolly. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jolly. Mostra tutti i post

13 luglio 2009

Cattedrale - Raymond Carver

,


I Contenuti

Storie minime, frammenti di realtà anonime, schegge simboliche di normalità annichilente. Un mondo asettico e incolore, destinato a dissolversi nella solitudine e nella disperazione nei racconti di Raymond Carver, lo scrittore americano ritenuto il maestro della corrente minimalista, capace di dominare la natura e il destino degli uomini.
La Recensione

Questa raccolta di racconti è molto, molto bella. Forse una delle migliori mai lette. Carver ha questa capacità, questo spontaneo talento del narrare. Di cose comuni. Cose che accadono tutti i giorni. Cose normali. Solo che sotto la sua penna diventano eccezionali.
Più che altro, leggendo Carver si ha forte la percezione di quanto lui ami scrivere. Di quanto lui ami raccontare storie.
I suoi personaggi, spaesati, umani, il più delle volte estremamente complessi nella loro ordinarietà, sono resi in modo magistrale. Carver si infila piano nelle loro vite, e non si ha la sensazione di leggere di individui inesistenti; sembra più che lui racconti di sè, di persone a lui vicine, e forse il segreto è tutto lì.
Inserisce nello scorrere del vivere quel qualcosa, quel dettaglio che fa a un tempo sussultare e incuriosire. Un lieve, presente senso di minaccia, sottile. Che non si può ignorare. Che può delineare la svolta, la tragedia, il dolore, là dove tutto sembra fermo.
Carver ha detto molte cose giuste sullo scrivere, ma una in particolare me lo ho portato più vicino di quanto non fosse già: il fatto che uno scrittore, e un lettore, debbano sempre essere capaci di genuino stupore, sia esso generato da cose eccezionali ma anche (e soprattutto) da cose splendidamente "normali", come una foglia rossa su un marciapiede grigio.
Una storia nasce da qualunque piccolo, unico dettaglio. Dal chiedersi come può continuare un fotogramma colto in una stazione, per la strada, tra le tendine di una finestra.
Carver racconta, dipana un filo, costruisce cornici e palcoscenici e lì rappresenta la tragedia comica, agrodolce e bellissima del vivere.
Storie che durano mezz'ora, storie che durano anni, storie che sono solo una pennellata e storie che sono quadri interi. Storie.

Articolo di Jolly

Dettagli del libro

  • Titolo: Cattedrale
  • Titolo originale: Cathedral
  • Autore: Raymond Carver
  • Traduttore: R. Duranti
  • Editore: Minimum Fax
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • ISBN-13: 9788887765618
  • Pagine: 198
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

19 maggio 2009

Ho qualcosa da dirti - Hanif Kureishi

,

I Contenuti

Jamal è uno psicanalista che vive da solo a Londra. È separato, ha un figlio che adora, una sorella difficile e un caro amico che in età avanzata scopre le gioie del sesso non convenzionale. Ha molti ricordi, diverse avventure da raccontare, ma soprattutto ha un segreto che lo tormenta da decenni: il peso di un omicidio, tragicamente legato alla scomparsa del suo primo amore, Ajita. Ecco allora che ciò che è stato ritorna prepotentemente a cercarlo e a metterlo di fronte a una scelta, a una possibilità di riscatto.

La Recensione

“I segreti sono la mia valuta corrente. Ci traffico per guadagnarmi da vivere. I segreti nascosti nel desiderio, in ciò che le persone vogliono davvero, e in ciò di cui hanno più paura. I segreti del perché l’amore è difficile, il sesso complicato, la vita dolorosa e la morte così vicina eppure tenuta debitamente a distanza. Perché il piacere e il castigo sono così strettamente connessi? Come parlano i nostri corpi? Perché siamo noi stessi la causa delle nostre malattie? Perché desideriamo il fallimento? Perché il piacere è difficile da sopportare?”
Lo ammetto.
Ero fiduciosa.
Kureishi sembrava avere molto da dire, piazzando un incipit così, che sembra prenderti alla gola. Ci speravo. In poco più di 450 pagine mi darà delle risposte.
E’ questo che facciamo. Cerchiamo noi stessi, le nostre risposte, le soluzioni. E se qualcuno, a volte, le trova per noi, siamo sollevati, grati.
Si, Kureishi ha molto da dire.
La vita di uno psicoanalista di mezza età in una Londra contemporanea, un uomo incastrato nelle sue piccole ossessioni, minacciato dal ricordo di un unico amore, intrappolato tra presente e passato, non ancora in grado di essere completamente sé stesso.
Un amore sconsiderato per il figlio, affetti strambi, sorelle piene di tatuaggi e ferite meno visibili di quello che sembra, amici accademici che riscoprono sesso, e amore, e tradimento, e fiducia.
E il ricordo, sempre, comunque.
Ognuno di noi ha questioni irrisolte dentro di sé, cose che ci portiamo dietro, grandi e piccole, e che, ascoltate o no, sono sempre lì, sull’orlo della nostra consapevolezza.
Ciò che abbiamo di irrisolto è ciò che ci spinge a cercare, che non ci fa sentire mai veramente tranquilli. E’ raro poter dire a sé stessi che ogni piega del nostro essere ha la sua giusta collocazione. Più spesso succede che il telo si sposti a rivelare buchi, e nodi, e pezze, e strappi.
Jamal si muove in una città che cresce tra integrazione e paura, ricordando un passato fatto di amicizia, amore e scoperte terribili. Ed è naturalmente il ricongiungimento con questo passato a scatenare la parte centrale del romanzo.
Che non si lascia scappare nulla.
Madri assenti, madri colpevoli, ex fidanzate in cerca d’amore, o solo di compagnia, luoghi poco raccomandabili, compari delinquenti, prostitute, amiche, pazienti.
Un caleidoscopio che ogni tanto va allontanato dallo sguardo perché troppo ricco di colore, e movimento.
Un continuo oscillare di tempi, tra il passato delle rivolte operaie, degli scioperi, delle scoperte, e il presente di un uomo di mezza età che in fondo vuole solo una sorta di pace, e non riesce a trovarla perché nel momento in cui ha tra le mani una soluzione, vede già la possibile alternativa.
Il Destino, ciò che la vita continua a riportare sotto il nostro sguardo, le occasioni che ci chiedono attenzione, e noi troppo stanchi, forse, troppo rassegnati per accorgercene.
Non ho percepito gioia nel libro di Kureishi; la gioia sembra essere diventata merce rara.
Anche perché parlando di malinconia, e scelte sbagliate, e rimpianti, sai di aver già attratto tutti coloro che si sentono nello stesso modo.
Perché tutti cerchiamo qualcosa in un libro. Ritroviamo le nostre ossessioni, e le nostre fragilità, e scorriamo le pagine in modo ansioso, sperando in qualcosa che possa far respirare anche noi.
Malinconia.
Questo è quello che ho provato chiudendo il libro.
Tutte queste cose in potenza, in attesa di accadere e di concludersi.
Ci sono nodi che vengono al pettine, ma è come se mancasse sempre qualcosa.
E mi ritrovo a pensare che quel qualcosa, forse, non è altro che pace.
La pace di avere ciò che si vuole.
La pace dell’assenza di domande.
La pace di un amore che sai ci sarà per sempre.

Articolo di Jolly

Dettagli del libro

  • Titolo: Ho qualcosa da dirti
  • Titolo originale: Something to tell you
  • Autore: Hanif Kureishi
  • Traduttore: Ivan Cotroneo
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • ISBN-13: 9788845261138
  • Pagine: 457
  • Formato - Prezzo: Brossura - 19,50 Euro

13 maggio 2009

Leviatano - Paul Auster

,


I Contenuti

Benjamin Sachs, scrittore di talento, un matrimonio perfetto, si fa saltare in aria sul ciglio di una strada. Come è stato possibile per uno come lui arrivare a tanto? L'amico Peter Aaron, leggendo la notizia, riconosce l'amico, e nel cercare di capire come possa essere accaduto ricostruisce i suoi ultimi anni, scoprendo verità, ribaltando segreti, in uno strordinario fluire narrativo.


La Recensione

Auster sa creare sempre meravigliosi impianti nar
rativi.
Articolati, complessi, mai semplici, sempre bellissimi.
Poche storie hanno il potere di conquistarmi in poche pagine, ma lui ci riesce sempre.
Come accade di frequente nei suoi libri più belli, an che qui il caso la fa da padrone.
Auster ci mostra come la nostra vita sia in totale balìa di esso.
Un uomo non può nulla contro eventi che lo colpiscono come un fulmine e di fronte ai quali si trova impotente.
Le scelte entrano sempre in campo, ma sono vissute come una conseguenza. Il “destino” viene ridicolizzato, tutto è ricondotto al caso, un re capriccioso che si fa vivo come e quando vuole, quando meno te l’aspetti, che il più delle volte ti schiaffeggia, ti sommerge, ti fa smarrire, e sbagliare in modo irreparabile.
Benjamin Sachs è un personaggio tipico per Auster, un uomo pieno di contraddizioni, profondamente buono ma anche immensamente debole nei confronti della vita, debole nel suo essere, in fondo, nient’altro che un essere umano pr eda di eventi terribilmente più grandi di lui.
La girandola di personaggi, di fatti, di amori e tragedie, cattura il lettore in un vortice dal quale è impossibile fuggire.
Ogni pagina può segnare una svolta, una deviazione dal percorso che si credeva essere ben definito.
C’è spazio, come sempre, per la riflessione politica e sociale, per manifestare, attraverso Sachs, lo scoramento verso un paese che non senti più tuo, che ha tradito i tuoi ideali e sembra volersi nascondere dietro un falso progresso.
Auster sa essere ora dolce, ora cinico, ora profondo, sempre e comunque mai banale.
Auster intreccia, complica, inganna, ma coinvolge sempre.
E noi lettori siamo lì, di fronte al suo immenso teatro, e non riusciamo a staccarci, a chiudere le pagine; tutto sembra convergere, cercare un punto di contatto, per arrivare al nodo della questione.
Ci si arriva graffiandosi, sospirando, tenendo il fiato, commuovendosi.
Auster è un narratore straordinario, un uomo che ascolteresti e leggeresti per ore, e trovare libri come questo, assaporarli, gustarli fino all’ultimo colpo di scena è già di per sé un grande, grandissimo regalo.

Articolo di Jolly

Dettagli del libro


  • Titolo: Leviatano
  • Titolo originale: Leviathan
  • Autore: Paul Auster
  • Traduttore: Eva Kampmann
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: ET
  • ISBN-13: 9788806180102
  • Pagine:285
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,50 Euro

07 maggio 2009

Retrospettiva Generi: Il Racconto

,


"Se siamo fortunati, tanto come scrittori che come lettori, finiremo l'ultimo paio di righe di un racconto e resteremo poi seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari i nostri cuori e i nostri intelletti avranno fatto un passo o due in avanti rispetto a dove eravamo prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare normalmente, ci ricomporremo, tanto come scrittori che come lettori, ci alzeremo e, "creature di sangue caldo e nervi", come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la Vita. Sempre la vita."(Raymond Carver)

Eccomi qui a parlarvi un pò di questo sconosciuto, ovvero: il racconto.
Il racconto, in quanto espressione letteraria, ha origini antichissime, basti pensare alle tante "novelle medievali", ma soprattutto, al
"Decameron" di Boccaccio, che - come dice il nome - si svolge nell'arco di dieci giorni. 100 novelle per dieci giorni. Niente male. Il parallelo che viene spontaneo è quello con "The Canterbury Tales", di Geoffrey Chaucer, nient'altro che storie narrate da un gruppo di pellegrini.
Correndo lungo gli anni, il racconto ha avuto rappresentanti di massimo livello, basti citare per tutti Edgar Allan Poe, Anton Cechov, Guy De Maupassant, Ernest Hemingway.
In Italia questa forma letteraria ha avuto rappresentanti di tutto rispetto, da
Verga a Pirandello, da Calvino a Moravia.
Ai giorni nostri, però, nel nostro paese la cultura del racconto non è ben coltivata, mentre altri paesi - quali Stati Uniti ed Inghilterra - danno alle antologie di racconti molto più spazio.
Quali possono essere - alla fine - i pregi del racconto? Perchè apprezzarlo, perchè conoscerlo?

La prima cosa che viene in mente è - ovviamente - il dono della sintesi. La capacità di dire molto con poche parole.
Quello che mi piace, dei racconti, è la loro anima "estrema". Un racconto, o ti piace o non ti piace, o ti prende o non ti prende. Non è diluito, non può sperare di recuperare nel gioco delle pagine, è lì, breve, conciso. Non fatevi ingannare dal concetto di "brevità"; in molti possono pensare che a scrivere dieci pagine sono buoni tutti, ma scriverne 300 è un'altra cosa. E invece no. Sebbene io sia una grande lettrice di romanzi, ai racconti non posso resistere. Perchè la loro immediatezza, la loro profondità, è spesso maggiore, più nitida, meglio espressa.
Il pregio delle antologie di racconti è - a mio parere - il fatto che, pur seguendo un filo comune, possono spaziare tra molte vite, molte emozioni, molti personaggi. Offrono diverse prospettive, diverse angolazioni, e se l'autore è abbastanzo bravo, non avremo la sensazione di leggere sempre la solita storia, piuttosto avremo l'idea di un concetto di base che ci viene mostrato in tutte le sue sfumature, dalle più luminose alle più buie.Raymond Carver, per citare uno dei maestri, è quasi irritante nella sua bravura: ti fa affacciare su vite ordinarie, ti racconta in 5 righe tutta un'esistenza, mette in gioco quell'imprevisto, quella piccola increspatura, e in questo modo rappresenta in modo perfetto qual grande spettacolo che è - semplicemente - la vita.Friedrich Durrenmatt ha scritto uno splendido racconto, dal titolo "Natale", che conta esattamente 11 righe. Ed ha una forza incredibile.
Ci sono autori che si sono cimentati nelle raccolte di racconti pur avendo scritto romanzi straordinari, e autori che invece - per tutta una vita - hanno scelto di esprimersi attraverso il racconto.
Alla fine, tutti però hanno riflettuto sulla potenza di questa forma di scrittura, e sulla bravura necessaria per "dire ciò che si vuole in cinque parole, anzi tre, meglio due".
Lungi da me pensare che il racconto possa soppiantare il romanzo, ma mi piacerebbe - in verità - che ci fosse almeno una sorta di equilibrio, che al racconto venisse riconosciuto il giusto valore.
Negli ultimi tempi, per me, è diventato un piacere leggere antologie di racconti. Ho scoperto autori validissimi, uno su tutti
Charles D'Ambrosio, che credo rimarrà una delle penne più dotate che abbia mai incontrato nella mia vita di lettrice.
Per concludere, lascio un piccolo elenco di suggerimenti letterari; di certo mancherà qualcosa, ma mi baserò su ciò che ho letto e che più mi ha conquistata. Come sempre, buone letture!

"Lei crede che ogni storia debba avere un principio e una fine? Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l'eroe e l'eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l'inevitabilità della morte". (Italo Calvino)

-
Cattedrale (Raymond Carver)
-
49 racconti (Ernest Hemingway)
-
Tutti i racconti neri, fantastici e crudeli (Guy De Maupassant)
-
Le cosmicomiche (Italo Calvino)
-
Il sogno di mia madre (Alice Munro)
-
Il museo dei pesci morti, Il suo vero nome (Charles D'Ambrosio)
-
Non parliamo la stessa lingua (Todd Hasak-Lowy)
-
Il nuotatore (John Cheever)

Articolo di Jolly


04 maggio 2009

Ladri a Nottingham - John Harvey

,

I Contenuti

Grabinsky e Grice sono una collaudata coppia di ladri. Hanno studiato un sistema che funziona e lo usano da anni. Durante un furto, però, un evento inaspettato darà una nuova piega alla vicenda, e farà incrociare la loro strada con quella di Charlie Resnick, Ispettore della Polizia di Londra. Il secondo episodio con protagonista Resnick, scritto da un autore annoverato ormai tra i maestri del giallo.

La Recensione

"Ormai Resnick aveva imparato a riconoscere i propri mutamenti di umore, soprattutto da due particolari: il primo, quando non riusciva a bere il caffè; il secondo, quando continuava a passare il dito sui dorsi della sua collezione di dischi senza decidersi a sceglierne uno. Chi è stanco del jazz è stanco della vita. L'aveva detto qualcuno? A ogni modo, non era certo quello a dargli una patente di autenticità. Charlie, si disse Resnick, quando fai così non ti sopporto proprio."
Secondo episodio che vede protagonista il polacco e sempre stropicciato Ispettore Resnick, che si muove in quel di Londra.
Si vede lontano un miglio che a scrivere è un uomo, e di quelli "duri", anche. No, non voglio fare dell'ironia, è che si percepisce davvero. La scrittura è asciutta e senza fronzoli, le donne vengono descritte in modi che ad una penna femminile non verrebbero mai in mente. Non bruschi, ma - come dire - concreti. Il titolo italiano (e vorrei tanto sapere da dove è sbucato, visto che l'originale recitava "Rough Treatment") dice tutto. Questa è una storia di ladri, dove i meccanismi del crimine e i ragionamenti di chi lo compie contano più di morti ammazzati, serial killer e quant'altro.
Resnick - in fondo - è abbastanza tipico: ex-moglie, sofferente, malinconico, appassionato di jazz, pensieroso, buono. (E mi viena da pensare: oh, ecco a chi potrebbe essersi - involontariamente, s'intende! - ispirato Connolly, per il suo Charlie).
Prende in mano un'indagine che si ricollega a vecchi casi, e va avanti testardo, volenteroso, intuitivo.
Da non sottovalutare la figura di Grabianski, il "ladro gentiluomo", polacco pure lui (ma tu guarda...), di nobili sentimenti pur esssendo di mano facile. Con il compare Grice si è inventato un buon metodo per tirare a campare, ma un inaspettato chilo di cocaina e una bella donna rimescolerano le carte in gioco. Registi semi-falliti, produttori, assicuratori, poliziotti che, mmh, non la contano giusta; Harvey utilizza molti ingredienti e non perde il filo, giocando con il punto di vista, facendolo rimbalzare qua e là da un personaggio all'altro.
Non è una lettura da cardiopalma, piuttosto è una camminata sul filo: sempre in guardia, sempre attenti, che a precipitare basta un soffio.
"Da quanto era abituato a danzare sul ghiaccio sottile, ormai non faceva neanche più caso a quanto fosse scura e gelida - oltre che vicina - l'acqua sottostante."
Articolo di Jolly

Dettagli del libro

  • Titolo: Ladri a Nottingham
  • Titolo originale: Rough Treatment
  • Autore: John Harvey
  • Traduttore: Luca Conti
  • Editore: Giano
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Nerogiano
  • ISBN-13: 9788862510226
  • Pagine: 320
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro

23 aprile 2009

L'uomo che cade - Don Delillo

,


I Contenuti

La tragedia dell'Undici Settembre vista da uno dei massimi narratori americani viventi.

La Recensione

Io cerco sempre di essere obiettiva verso gli autori.
Ma non riesco a non mettere, nei commenti come nella lettura, tutta la parte emozionale che mi distingue come lettrice.
Quando amo un autore, leggerlo è come ritrovare un amico, sgranare gli occhi in attesa di quello che ha da dirmi, sorridere delle sue idee, emozionarmi per il suo uso delle parole.
Quindi: io amo DeLillo, perciò eccovi un commento obiettivo ma, per certi versi, assolutamente di parte.

Nessuno, assolutamente nessuno, sa usare il linguaggio come questo straordinario autore americano.
E’ una cosa che percepisco a fondo nella mia mente, quando lo leggo.
Incontrare uno scrittore che sceglie al millimetro ogni parola per trovare la perfetta assonanza, il perfetto ritmo, la perfetta costruzione, è un’esperienza bellissima.
Falling Man è un libro sull’ Undici Settembre.
Non mi interessa stabilire se è il più bello, o verosimile, o altro.
E’ un libro bellissimo, dai punti di vista molteplici, senza colpi di scena o cose inaspettate; è un libro che gioca meravigliosamente con concetti come sospensione, frattura, distanza, equilibrio.
Keith è sopravvissuto alla torri, e da quel giorno la sua esistenza è come sospesa tra ricordo, paura, ritorno verso una moglie e un figlio da cui si era separato, movimento, lontananza, incontro con una donna nei cui occhi puoi ritrovare dinamiche che nessuno capirebbe.
Poi ci sono loro. I terroristi, le loro menti, i loro cuori, i loro giorni “prima”, le loro emozioni, rinchiuse in capitoli che credo valgano l’intero libro.
Il tempo della narrazione si sposta, non c’è un filo continuo che scorre in avanti, e i vari frammenti si compongono tra di loro pur essendo perfette fotografie a sé stanti, frammenti di un quadro molto più grande che si compone piano piano.

Leggere questo libro per me è stato come cadere da un’altezza vertiginosa senza avere la minima paura, godendosi la limpida chiarezza di ogni momento, con la netta percezione di ogni singolo dettaglio.
Limpidezza.
Non è questione di buona letteratura, è questione di emozione.
Finestre di esistenze sulle quali ti affacci non più a lungo di qualche attimo, ma che in quell’attimo sono perfettamente chiare, e vere, e riescono a raggiungerti.
Fratture, ricongiunzioni, senso di estraneità, minuscoli frammenti che possono far collassare l’intera costruzione, lontananza, eco di vite fermate come in fotografia, come in procinto di essere nuovamente ordinariamente normali.
Scene quotidiane, scene apocalittiche, passato, presente, legami familiari, dialoghi così surreali, profondi, bellissimi.
Figli, genitori, estranei, un mondo intero che si capovolge, ma come al rallentatore, dandoti il tempo di percepire a fondo ogni sequenza.
Falling Man, l’Uomo che Cade.
Se il cadere è questo, se il precipitare, il brivido, l’assoluta tranquillità del cedere è questo, se è questo il ritornare, il ritrovare, se è questa la vera emozione, il vero senso del tutto, allora vorrei libri come questo per ogni giorno della mia vita. 



Articolo di Jolly

Dettagli del libro


  • Titolo: L'uomo che cade
  • Titolo originale: Falling Man
  • Autore: Don De Lillo
  • Traduttore: Matteo Colombo
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Supercoralli 
  • ISBN-13: 9788806188719
  • Pagine: 257
  • Prezzo: 17,50 Euro

31 marzo 2009

Il museo dei pesci morti - Charles D'Ambrosio

,


I Contenuti


Seconda raccolta di racconti dopo "Il suo vero nome". 8 storie di perdita, dolore, morte. Grandissimi ritratti, storie intense, scrittura profonda e densa di emozione per una delle voci contemporanee più interessanti d'America.

La Recensione

Eccoci qua.
Carver aveva ragione. E D'Ambrosio, consciamente o no, ricalca una sua frase - all'interno del racconto "Preghiera" -, una sua perfetta intuizione: il piacere di leggere qualcosa di bello, di fermarsi, sollevare il capo, e percepire che qualcosa -di piccolo ma essenziale - si è mosso dentro di noi.Non è mia abitudine citare le impressioni altrui, ma in questo caso non riesco a farne meno. A proposito di questi racconti, qualcuno ha detto: "Nessuna interpretazione, la realtà fotografata appena appena di sbieco, senza neanche la presunzione del nouveau roman di raccontare le tangenzialità degli oggetti per raccontare la centralità dei soggetti".
D'accordo. Ecco D'Ambrosio:
"Il viso, dai lineamenti poco netti, e come ripiegato su sè stesso, di tanto in tanto si contraeva per uno spasmo, e il corpo, morbido e spugnoso, era tormentato da movimenti improvvisi e inconsulti. Portava delle scarpe bicolori scalcagnate che si erano appiattite e allargate in punta come quelle di un clown, sprofondando sotto il suo passo monotono. La camicia di cotone azzurro coi bottoni e il colletto e i pantaloni beige non erano mai sgualciti: li stirava Drummond ogni mattina su un'asse a ribalta fissata alla credenza della cucina. Li spruzzava d'acqua come aveva visto fare a sua moglie, dando una piega rigorosa a pantaloni ormai talmente intrisi di una patina d'unto che non riusciva mai a smacchiarli lavandoli." Fotografata appena di sbieco? In una manciata di righe ha racchiuso il carattere di tre persone, ogni parola è al suo posto, a formare un nucleo così autentico da essere quasi commovente.
Nel nome del padre perchè è così che è. In ogni racconto c'è un riferimento alla figura paterna. Padri morti, scomparsi o dimenticati, padri che osservano i loro figli, figli che cercano di ritrovare e capire un padre che è già troppo lontano.
"Drummond e figlio", secondo, bellissimo racconto, racchiude un universo di una dolcezza malinconica, un individuo così forte e fragile, concreto nel suo lavoro, delicato verso il figlio, nient'altro, in fondo, che un buon uomo dal cuore spezzato.
Ci sono racconti inaspettati, come "Il museo dei pesci morti", che in un'apparente durezza sanno invece raccontare passioni, rabbia, e - sempre - dolcezza.
D'Ambrosio, per quanto mi riguarda, ha fatto centro di nuovo. E' difficile confrontare questi racconti con quelli che li hanno preceduti, perchè sono tutti, inconfutabilmente, scritti con una partecipazione assoluta, con un amore per la parola scritta e per la narrazione che raramente ho percepito altrove.
Questo autore rimane - comunque - un grande osservatore di ciò che tutti noi chiamiamo vita. La vita che è fatta di aspettative deluse, di ossessioni, di momenti di smarrimento ma anche di amore nella sua concezione più disarmante.
Luce e ombra, perchè è così che è sempre stato. Connivenza di opposti, il dolore che lento si mescola dentro di noi, stemperando la gioia, diluendosi nel futuro, in quello che - sempre - ognuno di noi cerca di fare per rimettere le cose a posto, per sentire, infine, che va tutto bene, che siamo a casa, o almeno in un luogo nel quale sentirci al sicuro. La parola chiave sembra essere: rimpianto.
Se cercate un sorriso, se cercate qualcuno che vi racconti belle favole, non aprite questo libro.Se cercate profondità, e attenzione per il dettaglio, per il frammento che può - alla fine - riportare tutto in ordine, allora accomodatevi.
La bellezza - sempre - è un arazzo che fa delle proprie cicatrici sentieri pieni di luce.

Articolo di Jolly

Dettagli del libro

  • Titolo: Il museo dei pesci morti
  • Titolo originale: The dead fish museum
  • Autore: Charles D'Ambrosio
  • Traduttore: Martina Testa
  • Editore: Minimum Fax
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Sotterranei
  • ISBN-13: 9788875211011
  • Pagine: 285
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13,50 Euro

04 marzo 2009

Il suo vero nome - Charles d'Ambrosio

,

I Contenuti

7 racconti magistrali, 7 vite, da una delle nuove voci più interessanti d'America.

La Recensione

"Pensai che avrei dovuto dire qualcosa, poi pensai di restarmene zitto. Mi sembrava che il momento fosse in equilibrio precario, che tutto fosse fragile e tenuto insieme solo dal silenzio"
Anche se l'anno è iniziato da poco, questo credo rimarrà uno dei libri più belli letti nel 2009. Più bello - forse - persino di Carver. Sacrilegio? Carver è un maestro, ma D'Ambrosio ha una prosa sua, assolutamente sua.
Come Carver, e come Yates, D'Ambrosio è narratore perfetto di quella cosa così enormemente difficile e stupefacente che chiamiamo vita.
Ci sono le piccole, enormi tragedie, i destini sbavati dall'esperienza di ferite che continuano a bruciare; c'è la morte, presente sempre, così come è sempre presente il dolore.
Qualcuno ha detto che è il dolore che ci accomuna, e lo trovo vero.
Però, D'Ambrosio ha qualcosa in più, ed ecco il titolo del commento: dolcezza. C'è dolcezza in quello che scrive, una dolcezza perfetta, leggera e forse un poco commovente.
C'è dolcezza in Kurt, solo un ragazzo, che arranca sulla sabbia dietro a una donna ubriaca e triste (perchè è questo quello che fa, che considera quasi un "mestiere": riaccompagnare a casa gli ubriachi che popolano le feste della madre), dolcezza nel suo trovare tempo di soffermarsi sulla bellezza di piccole cose perfette, dolcezza nel suo essere già così saggio, intelligente, profondo.
C'è dolcezza nell'uomo che accompagna la ragazza de "Il suo vero nome", c'è dolcezza in Neal, anche se si scopre solo alla fine del racconto, semplice, ineluttabile, in un gesto che fa intravedere una vita intera.
C'è dolcezza in un adolescente che si trova scontrarsi con l'oceano della vita, dolcezza nel suo perdere l'innocenza sentendosi, infine, incredibilmente vivo.
Quando leggi libri come questo, dove ogni pagina è un piacere, dove frasi ed emozioni risaltano come luce, non puoi fare a meno di pensare a quelli che l'hanno letto prima di te. Ti chiedi: avranno provato le mie stesse sensazioni, questo fortissimo senso di bellezza?
Immagini quasi le loro mani, che si muovono tra le pagine, piano, come accarezzando queste parole, queste vite.
Ed ecco un'altra cosa che ho notato, e che trovo rara, nei libri: D'Ambrosio trova sempre chiusure perfette.
I suoi finali sono qualcosa di inaspettato, bello, limpido. La fine del cerchio, una figura senza sbavature, che rieccheggia e ritorna.
"Mi vedevo correre per il quartiere, affannato, sbuffante, e pensai a come mi sentivo, lontanissimo dalla felicità, eppure... correvo fino a riempirmi i polmoni, quasi che l'eccitazione stessa li gonfiasse come mantici, e il cuore mi batteva fino a scoppiare, le gambe mi facevano male, la pancia pompava e succhiava aria fredda e umida, correvo fino a che il sangue non mi batteva nelle orecchie e anche ora, seduto sulla veranda dietro casa a bermi una birra con papà, ancora sentivo quel rumore, ancora sentivo il rumore dell'essere vivo."

Articolo di Jolly

Dettagli del libro
  • Titolo: Il suo vero nome
  • Titolo originale: The Point - Stories
  • Autore: Charles d'Ambrosio
  • Traduttore: Martina Testa
  • Editore: Minimun Fax
  • Data di pubblicazione: 2008
  • Codice ISBN- 13: 9788875211417
  • Pagine: 250
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

 

Erbette Follette Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates