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14 settembre 2013

La regina degli scacchi - Walter Tevis

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I Contenuti

A otto anni, Beth Harmon sembra destinata a un'esistenza squallida come l'orfanotrofio in cui è rinchiusa: sola, timida, bruttina, dipendente dai farmaci, terrorizzata da un mondo che non capisce e che non fa nulla per capirla. Finché un giorno si trova davanti una scacchiera. Gli scacchi diventano per lei non soltanto un sollievo, ma anche una speranza: schemi di gioco come la Difesa Siciliana e il Gambetto di Donna ("The Queen's Gambit" è proprio il titolo originale di questo romanzo) sono le armi con cui comincia a farsi prodigiosamente strada nei tornei e nella vita. Ma se da una parte la sua precoce ascesa all'olimpo scacchistico la porta ad affrontare, a soli diciassette anni, il campione mondiale, la maestria di giocatrice non basta a liberarla dalla paura, dalla solitudine e dalle tendenze autodistruttive. Un ritratto femminile, una storia che vibra di suspense, un atto d'amore verso il gioco più nobile e spietato: "La regina degli scacchi" è l'ultimo romanzo di uno scrittore che è riuscito a narrare come pochi altri l'alienazione, la speranza e il riscatto.

La Recensione

E' un romanzo particolarmente avvincente, che riesce a tenere desta l'attenzione dei lettori come pochi altri dall'inizio alla conclusione. Conoscere il gioco degli scacchi non è indispensabile, così come nel romanzo L'arte di vivere in difesa si può ugualmente apprezzare la storia pur non sapendo niente di baseball.

Il raffronto fra i due libri non è stato fatto per caso. Per quanto possa sembrare strano, gli scacchi sono uno sport a tutti gli effetti (in Italia una disciplina affiliata al CONI) e, come tale, soprattutto se praticato ai più alti livelli, necessiterebbe di allenamenti fisici. Non per niente molti giocatori di scacchi sono anche atleti e sarebbe poco saggio affrontare un torneo di nove partite senza un'adeguata preparazione fisica. Di questo se ne renderà conto anche la protagonista de La regina degli scacchi, via via che la sua bravura la porterà a scontrarsi con giocatori sempre più esperti, dovendo accrescere la propria resistenza e concentrazione.
A differenza di altri libri di Tevis, come Lo spaccone, L'uomo che cadde sulla terra e Il colore dei soldi, da questo romanzo non è stato tratto alcun film. Forse perché si ritiene che il gioco degli scacchi sia troppo lento per essere avvincente o perché il pubblico è poco interessato a questo gioco? Non mi pare che in Italia ci sia una grande tradizione scacchistica, ma forse dipende dal fatto che non abbiamo mai avuto campioni del mondo italiani e non c'è niente di meglio di una buona pubblicità nazionale per stimolare l'emulazione.
Il titolo inglese del romanzo, The Queen's Gambit, è più particolare ma, nell'edizione italiana, si è preferito modificarlo nel più generico e banale La regina degli scacchi, facendo sorgere il sospetto che il pubblico dei lettori italiani sia considerato piuttosto ignorantello in questo campo.
Nell'Europa medievale gli scacchi erano un simbolo dell'amor cortese e rimasero un passatempo cui si dedicarono uomini e donne giocando fra loro. A partire dal sedicesimo secolo il gioco divenne una specie di scienza e quindi appannaggio dei maschi. Nella nuova società il ruolo della "vera" donna era quello di attendere al focolare domestico e mal si conciliava con competizioni intellettualistiche. Il maestro di scacchi Jan Hein Donner, ancora nel recente 1968, affermava che le donne non potessero eccellere negli scacchi in quanto mancanti di intuizione. L'ungherese Laszlo, volendo sfatare questa diceria, assoldò i migliori maestri di scacchi per le sue tre figlie. Zsuzsa fu la prima donna ad ottenere il titolo di Grande Maestro assoluto, Zsofia vinse a quattordici anni il torneo internazionale di Roma e Judit è tutt'ora la più grande giocatrice dei nostri tempi e l'unica donna che, nel 2005, riuscì a competere per il titolo assoluto di campione del mondo.
A prescindere da questa digressione scacchistica, si segnala che La regina degli scacchi non si dilunga a raccontare le vicende dei vari personaggi, come avviene appunto in L'arte di vivere in difesa, ma è tutto concentrato sulla protagonista, l'orfana bruttina ma talentuosa Elisabeth Harmon. In entrambi i romanzi i protagonisti, ad un certo momento della loro carriera, subiscono una crisi psicofisica con conseguente abbandono del gioco e successivo, per quanto difficile, recupero del proprio equilibrio. Nel caso di Beth, la sua temporanea debacle avviene soprattutto per l'eccesso di droghe (era intossicata dai tranquillanti somministrati ancora nel periodo trascorso nell'orfanotrofio) e alcool. Sarà la quasi-amica Jelene, una ragazza di colore con lei nell'orfanotrofio, che riuscirà a farla disintossicare in tempo per partecipare al più importante campionato di scacchi. E' questo l'unico punto del romanzo dove si nota una forzatura. Appare abbastanza inverosimile che Beth, ragazza solitaria e spigolosa, che non si era mai preoccupata da quando era uscita dall'orfanotrofio di contattare i suoi compagni, riceva l'aiuto di un'amica che, guarda caso, aveva appena acquisito proprio un diploma nella specializzazione adatta ad aiutarla a disintossicarsi e rafforzarne il fisico. E, soprattutto, che si presti ad aiutare l'ex compagna.
Tevis è riuscito a disegnare un eccezionale ritratto femminile, con  le sue paure, le sue nevrosi, le sue irrazionalità. Elisabeth Harmon è una ragazza estremamente bisognosa di affetto, ma la sua scontrosità e la sua intelligenza risultano un ostacolo pressoché insormontabile in campo sentimentale. Gli unici uomini con cui verrà in contatto saranno quelli come lei impegnati negli scacchi. Persone estremamente competitive che mal si adattano a perdere, soprattutto quando a vincere è una donna giovane, perché, sottolineiamolo, questa storia finisce quando Beth raggiunge il diciannovesimo anno. Ciò che caratterizza maggiormente la sua figura è quindi la solitudine. Nel romanzo si racconta che Elisabeth viene adottata a dodici anni da una coppia di mezza età, quando ormai non pensava più che potesse accadere. Nonostante l'adozione fosse voluta solo per ricevere il contributo di mantenimento previsto dallo Stato, invece che per desiderio di un figlio, lei si affeziona alla madre adottiva e rimane accanto alla donna fino alla sua morte, cinque anni più tardi, mentre il padre, invece, esce subito dalle loro vite per riapparire solo per reclamare l'eredità della moglie.
Non c'è mai nel romanzo una descrizione fisica completa dei personaggi, che vengono indicati solo per qualche caratteristica peculiare: c'è il giovane con bei capelli, quello con i brutti denti, l'anziano distinto, il campione del mondo russo possente e dalla espressione impenetrabile. Anche della protagonista si viene a conoscere poco, solo che era piuttosto bruttina da piccola, pur se crescendo il suo aspetto migliorerà. Tuttavia le descrizioni dei personaggi del romanzo non sono essenziali, ciò che conta sono le impressioni, lo spasimo della concentrazione nella ricerca della vittoria, la delusione dei perdenti.
Tevis avrebbe voluto dare un seguito a questo romanzo, come aveva fatto per Lo spaccone con il sequel Il colore dei soldi, ma le circostanze glielo impedirono.
"La regina degli scacchi" è a mio avviso un romanzo migliore de L'arte di vivere in difesa, che risulta eccessivamente dispersivo per le digressioni sui personaggi minori. Ma quello di Horbach era il romanzo d'esordio, mentre quello di Tevis è stato il suo penultimo (quinto su sei) ed è logico che dimostri una maggiore coerenza logica e maturità.

Giudizio:
+4stelle+ (e mezzo)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: La regina degli scacchi
  • Titolo originale: The Queen's Gambit
  • Autore: Walter Tevis
  • Traduttore: Angelica Cecchi
  • Editore: Minimum fax
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Minimun classics
  • ISBN-13: 9788875211318
  • Pagine: 391
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 11,50

10 giugno 2011

Acqua in bocca - Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli

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I Contenuti

Un gioco, un esperimento, una collaborazione letteraria senza precedenti: i due "re" del giallo italiano contemporaneo, entrati in contatto durante le riprese del documentario "A quattro mani" (Minimum fax media 2007), uniscono le forze e ci regalano una storia che vede protagonisti i loro personaggi di maggior successo: il commissario Salvo Montalbano e l'ispettrice Grazia Negro. A metterli in contatto è un insolito omicidio in cui la vittima viene ritrovata con un pesciolino in bocca: il caso è nelle mani di Grazia Negro, che, resasi conto di non trovarsi di fronte a un delitto di ordinaria amministrazione, chiede aiuto al collega siciliano; i due scopriranno di avere a che fare con i servizi segreti deviati e nelle indagini rischieranno la propria stessa vita. Il libro è reso unico e appassionante dalla sua struttura: invece che un romanzo convenzionale, è un collage di lettere, biglietti, ritagli di giornale, rapporti e verbali, 'pizzini' che fanno rocambolescamente la spola fra i due detective, stimolando e accompagnando il lettore nella ricostruzione dell'indagine, che si conclude con un finale mozzafiato. Una 'jam session' fra due narratori geniali che si divertono a far interagire il loro immaginario e il loro stile, una lettura imperdibile per gli amanti del poliziesco e del noir.

La Recensione

"Acqua in bocca" nasce dal connubio di due tra i romanzieri italiani più amati, Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli: la postfazione spiega il dietro le quinte di questo progetto, nato durante uno dei rari incontri tra i due autori - rari perché entrambi oberati di impegni: cosa succederebbe se Grazia Negro e Salvo Montalbano si trovassero a lavorare insieme a uno stesso caso? Il dilemma non era tanto la sostanza, quanto il come scrivere un romanzo a quattro mani a distanza: trattandosi di due che con i rompicapo ci campano, la soluzione è stata presto trovata.
Il lettore si trova tra le mani un romanzo epistolare sui generis, corredato da articoli di giornale e rapporti di polizia, scritto nel giro di cinque anni a suon di botta e risposta: è una tentazione succosa che però potrebbe deludere.
Da un connubio così particolare mi sarei aspettata una lettura altrettanto interessante: prima delusione, perché lo stile dei due autori è decisamente omogeneizzato. Conosco bene Camilleri, molto poco Lucarelli, e sicuramente del primo non ho trovato la solita verve, l'ironia e nemmeno i modi un po' bruschi tipici del commissario di Vigata. Resta comunque un omogeneizzato gradevole, da gustare come un divertissement tra una lettura impegnativa e l'altra. E solo leggendolo con leggerezza si può evitare di venire infastiditi dai piccoli nei sfuggiti alle grinfie dell'editor: per contare le incoerenze non bastano le dita di una mano e saranno pure sciocchezze ma in un giallo hanno un gran peso. Ne cito una come esempio: Montalbano ingaggia un ragazzetto per consegnare una missiva a Grazia e nella stessa dichiara di aver pagato il corriere improvvisato ben dieci euro.
Al di là del fatto di sangue che offre lo spunto allo scambio epistolare, sono proprio le lettere e ancor più i metodi di consegna a catturare l'attenzione del lettore e a solleticarne la curiosità: forse un po' poco per un lavoro di due grandi teste del thriller made in Italy.

Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Pythia

Dettagli del libro
  • Titolo: Acqua in bocca
  • Autore: Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli
  • Editore: Minimum Fax
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: A quattro mani
  • ISBN-13: 9788875212780
  • Pagine: 108
  • Formato - Prezzo: Paperback - 10 euro

28 settembre 2009

Escluso il cane - Carlo D'Amicis

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I Contenuti

Un giovane avvocato romano, tormentato da un problema di incontinenza psicosomatica, si dibatte tra la sua omosessualità, una madre e un fidanzato tirannici, una condizione economica al limite dell'indigenza. Quando si trova a difendere il proprio medico curante, accusato di duplice omicidio (accusa che ha tutta l'aria di essere fondata), i suoi tormenti si incontrano (o si scontrano?) con l'assolutismo della scienza e soprattutto con quella della fede religiosa. Sì, perché, sullo sfondo del delitto, aleggia il Vaticano e l'agonia di un papa che non riesce a morire.


La Recensione


"Ma non sarà una fuga?, ci viene da domandarci all'improvviso. Effettivamente il modo in cui riponde le valigie - cosa ci avrà messo, poi, là dentro? - tradisce un minimo di concitazione. D'inquietudine. Di ansia. E se anche fosse? Non è il suo modo di stare al mondo? Non è così che Dio l'ha voluto? Marcello artiglio è questo. Prendere o lasciare."
"Escluso il cane" di Carlo D'Amicis è un libro da "prendere o lasciare", come il suo protagonista. Non si può non rimanere colpiti, o nel bene o nel male, dalla storia dell'avvocato Marcello Artiglio e dei personaggi che gli gravitano attorno, che lo consigliano, lo vessano, si irritano davanti al suo immobilismo, al suo rimanere sempre in equilibrio in mezzo ai suoi mille dubbi, alle sue mille ansie e alle sue mille paure.

Solo il suo cane, chiamato Dolore non a caso, gli è sempre vicino, anche se sembra spesso il contrario, visto che per tutto il libro l'animale dimostra di sapersela cavare anche da solo e non fa altro che creare guai al suo padrone, mentre lui si sente bene solamente con "dolore" accanto, come fosse un punto fermo nella sua caotica vita. Un gioco di parole per spiegare che per tutta la storia solamente il suo malessere interno sembra riuscire a tenerlo sempre sulla sua posizione di dubbio in un mondo di assolutismi, e che solamente il lamentarsi sembra tenerlo ancora a galla nella vita. Ecco la citazione dal libro che meglio semplifica tutto il concetto:

"Perché il suo cane si chiama Dolore?", domanda la moglie del mio medico curante quando la raggiungo sulla spiaggia. "Perché è sempre con me". Maria si volta e mi fissa, in effetti un po' spaesata. Riflette. Non mi domanda niente. "Però non è il cane a voler essere sempre con lei!", commenta alla fine. "Mi pare piuttosto che sia lei, a voler essere sempre assieme al suo Dolore..."
All'inizio, la trama, quasi tutta scritta in prima persona, sembra accartocciarsi su stessa in un sovraccarico di situazioni, peggiorato dal modo di scrivere di D'Amicis che potrebbe disorientare e annoiare il lettore. Quindi per buona parte del libro si rimane quantomeno confusi. Poi però la trama comincia a dipanarsi, tutto si fa più chiaro e lentamente ci si accorge che il libro cattura il lettore con la forza delle invenzioni narrative dell'autore, che appena ci si abitua si arriva ad ammirare e anche ad invidiare l'ironia e la dissacralità del modo di scrivere di D'Amicis con le quali vengono trattate le fondamentali istituzioni italiane (la Chiesa, la legge, la famiglia e la virilità maschile) e che, finita l'ultima pagina, ci ritrova con uno strano miscuglio di sensazioni in maggior parte positive, prima fra tutte la soddisfazione per aver letto un piccolo gioiello di narrativa.
In definitiva, "Escluso il cane" potrebbe non piacere a tutti, vuoi per le tematiche trattate, vuoi per come queste tematiche sono esposte, ma a chi riuscirà ad apprezzarlo rimarrà nel cuore molto a lungo.

Articolo di Daniele

Dettagli del libro
  • Titolo: Escluso il cane
  • Autore: Carlo D'Amicis
  • Editore: Minimum fax
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Nichel
  • ISBN-13: 978887521087
  • Pagine: 257
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 11,50

13 luglio 2009

Cattedrale - Raymond Carver

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I Contenuti

Storie minime, frammenti di realtà anonime, schegge simboliche di normalità annichilente. Un mondo asettico e incolore, destinato a dissolversi nella solitudine e nella disperazione nei racconti di Raymond Carver, lo scrittore americano ritenuto il maestro della corrente minimalista, capace di dominare la natura e il destino degli uomini.
La Recensione

Questa raccolta di racconti è molto, molto bella. Forse una delle migliori mai lette. Carver ha questa capacità, questo spontaneo talento del narrare. Di cose comuni. Cose che accadono tutti i giorni. Cose normali. Solo che sotto la sua penna diventano eccezionali.
Più che altro, leggendo Carver si ha forte la percezione di quanto lui ami scrivere. Di quanto lui ami raccontare storie.
I suoi personaggi, spaesati, umani, il più delle volte estremamente complessi nella loro ordinarietà, sono resi in modo magistrale. Carver si infila piano nelle loro vite, e non si ha la sensazione di leggere di individui inesistenti; sembra più che lui racconti di sè, di persone a lui vicine, e forse il segreto è tutto lì.
Inserisce nello scorrere del vivere quel qualcosa, quel dettaglio che fa a un tempo sussultare e incuriosire. Un lieve, presente senso di minaccia, sottile. Che non si può ignorare. Che può delineare la svolta, la tragedia, il dolore, là dove tutto sembra fermo.
Carver ha detto molte cose giuste sullo scrivere, ma una in particolare me lo ho portato più vicino di quanto non fosse già: il fatto che uno scrittore, e un lettore, debbano sempre essere capaci di genuino stupore, sia esso generato da cose eccezionali ma anche (e soprattutto) da cose splendidamente "normali", come una foglia rossa su un marciapiede grigio.
Una storia nasce da qualunque piccolo, unico dettaglio. Dal chiedersi come può continuare un fotogramma colto in una stazione, per la strada, tra le tendine di una finestra.
Carver racconta, dipana un filo, costruisce cornici e palcoscenici e lì rappresenta la tragedia comica, agrodolce e bellissima del vivere.
Storie che durano mezz'ora, storie che durano anni, storie che sono solo una pennellata e storie che sono quadri interi. Storie.

Articolo di Jolly

Dettagli del libro

  • Titolo: Cattedrale
  • Titolo originale: Cathedral
  • Autore: Raymond Carver
  • Traduttore: R. Duranti
  • Editore: Minimum Fax
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • ISBN-13: 9788887765618
  • Pagine: 198
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

31 marzo 2009

Il museo dei pesci morti - Charles D'Ambrosio

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I Contenuti


Seconda raccolta di racconti dopo "Il suo vero nome". 8 storie di perdita, dolore, morte. Grandissimi ritratti, storie intense, scrittura profonda e densa di emozione per una delle voci contemporanee più interessanti d'America.

La Recensione

Eccoci qua.
Carver aveva ragione. E D'Ambrosio, consciamente o no, ricalca una sua frase - all'interno del racconto "Preghiera" -, una sua perfetta intuizione: il piacere di leggere qualcosa di bello, di fermarsi, sollevare il capo, e percepire che qualcosa -di piccolo ma essenziale - si è mosso dentro di noi.Non è mia abitudine citare le impressioni altrui, ma in questo caso non riesco a farne meno. A proposito di questi racconti, qualcuno ha detto: "Nessuna interpretazione, la realtà fotografata appena appena di sbieco, senza neanche la presunzione del nouveau roman di raccontare le tangenzialità degli oggetti per raccontare la centralità dei soggetti".
D'accordo. Ecco D'Ambrosio:
"Il viso, dai lineamenti poco netti, e come ripiegato su sè stesso, di tanto in tanto si contraeva per uno spasmo, e il corpo, morbido e spugnoso, era tormentato da movimenti improvvisi e inconsulti. Portava delle scarpe bicolori scalcagnate che si erano appiattite e allargate in punta come quelle di un clown, sprofondando sotto il suo passo monotono. La camicia di cotone azzurro coi bottoni e il colletto e i pantaloni beige non erano mai sgualciti: li stirava Drummond ogni mattina su un'asse a ribalta fissata alla credenza della cucina. Li spruzzava d'acqua come aveva visto fare a sua moglie, dando una piega rigorosa a pantaloni ormai talmente intrisi di una patina d'unto che non riusciva mai a smacchiarli lavandoli." Fotografata appena di sbieco? In una manciata di righe ha racchiuso il carattere di tre persone, ogni parola è al suo posto, a formare un nucleo così autentico da essere quasi commovente.
Nel nome del padre perchè è così che è. In ogni racconto c'è un riferimento alla figura paterna. Padri morti, scomparsi o dimenticati, padri che osservano i loro figli, figli che cercano di ritrovare e capire un padre che è già troppo lontano.
"Drummond e figlio", secondo, bellissimo racconto, racchiude un universo di una dolcezza malinconica, un individuo così forte e fragile, concreto nel suo lavoro, delicato verso il figlio, nient'altro, in fondo, che un buon uomo dal cuore spezzato.
Ci sono racconti inaspettati, come "Il museo dei pesci morti", che in un'apparente durezza sanno invece raccontare passioni, rabbia, e - sempre - dolcezza.
D'Ambrosio, per quanto mi riguarda, ha fatto centro di nuovo. E' difficile confrontare questi racconti con quelli che li hanno preceduti, perchè sono tutti, inconfutabilmente, scritti con una partecipazione assoluta, con un amore per la parola scritta e per la narrazione che raramente ho percepito altrove.
Questo autore rimane - comunque - un grande osservatore di ciò che tutti noi chiamiamo vita. La vita che è fatta di aspettative deluse, di ossessioni, di momenti di smarrimento ma anche di amore nella sua concezione più disarmante.
Luce e ombra, perchè è così che è sempre stato. Connivenza di opposti, il dolore che lento si mescola dentro di noi, stemperando la gioia, diluendosi nel futuro, in quello che - sempre - ognuno di noi cerca di fare per rimettere le cose a posto, per sentire, infine, che va tutto bene, che siamo a casa, o almeno in un luogo nel quale sentirci al sicuro. La parola chiave sembra essere: rimpianto.
Se cercate un sorriso, se cercate qualcuno che vi racconti belle favole, non aprite questo libro.Se cercate profondità, e attenzione per il dettaglio, per il frammento che può - alla fine - riportare tutto in ordine, allora accomodatevi.
La bellezza - sempre - è un arazzo che fa delle proprie cicatrici sentieri pieni di luce.

Articolo di Jolly

Dettagli del libro

  • Titolo: Il museo dei pesci morti
  • Titolo originale: The dead fish museum
  • Autore: Charles D'Ambrosio
  • Traduttore: Martina Testa
  • Editore: Minimum Fax
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Sotterranei
  • ISBN-13: 9788875211011
  • Pagine: 285
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13,50 Euro

04 marzo 2009

Il suo vero nome - Charles d'Ambrosio

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I Contenuti

7 racconti magistrali, 7 vite, da una delle nuove voci più interessanti d'America.

La Recensione

"Pensai che avrei dovuto dire qualcosa, poi pensai di restarmene zitto. Mi sembrava che il momento fosse in equilibrio precario, che tutto fosse fragile e tenuto insieme solo dal silenzio"
Anche se l'anno è iniziato da poco, questo credo rimarrà uno dei libri più belli letti nel 2009. Più bello - forse - persino di Carver. Sacrilegio? Carver è un maestro, ma D'Ambrosio ha una prosa sua, assolutamente sua.
Come Carver, e come Yates, D'Ambrosio è narratore perfetto di quella cosa così enormemente difficile e stupefacente che chiamiamo vita.
Ci sono le piccole, enormi tragedie, i destini sbavati dall'esperienza di ferite che continuano a bruciare; c'è la morte, presente sempre, così come è sempre presente il dolore.
Qualcuno ha detto che è il dolore che ci accomuna, e lo trovo vero.
Però, D'Ambrosio ha qualcosa in più, ed ecco il titolo del commento: dolcezza. C'è dolcezza in quello che scrive, una dolcezza perfetta, leggera e forse un poco commovente.
C'è dolcezza in Kurt, solo un ragazzo, che arranca sulla sabbia dietro a una donna ubriaca e triste (perchè è questo quello che fa, che considera quasi un "mestiere": riaccompagnare a casa gli ubriachi che popolano le feste della madre), dolcezza nel suo trovare tempo di soffermarsi sulla bellezza di piccole cose perfette, dolcezza nel suo essere già così saggio, intelligente, profondo.
C'è dolcezza nell'uomo che accompagna la ragazza de "Il suo vero nome", c'è dolcezza in Neal, anche se si scopre solo alla fine del racconto, semplice, ineluttabile, in un gesto che fa intravedere una vita intera.
C'è dolcezza in un adolescente che si trova scontrarsi con l'oceano della vita, dolcezza nel suo perdere l'innocenza sentendosi, infine, incredibilmente vivo.
Quando leggi libri come questo, dove ogni pagina è un piacere, dove frasi ed emozioni risaltano come luce, non puoi fare a meno di pensare a quelli che l'hanno letto prima di te. Ti chiedi: avranno provato le mie stesse sensazioni, questo fortissimo senso di bellezza?
Immagini quasi le loro mani, che si muovono tra le pagine, piano, come accarezzando queste parole, queste vite.
Ed ecco un'altra cosa che ho notato, e che trovo rara, nei libri: D'Ambrosio trova sempre chiusure perfette.
I suoi finali sono qualcosa di inaspettato, bello, limpido. La fine del cerchio, una figura senza sbavature, che rieccheggia e ritorna.
"Mi vedevo correre per il quartiere, affannato, sbuffante, e pensai a come mi sentivo, lontanissimo dalla felicità, eppure... correvo fino a riempirmi i polmoni, quasi che l'eccitazione stessa li gonfiasse come mantici, e il cuore mi batteva fino a scoppiare, le gambe mi facevano male, la pancia pompava e succhiava aria fredda e umida, correvo fino a che il sangue non mi batteva nelle orecchie e anche ora, seduto sulla veranda dietro casa a bermi una birra con papà, ancora sentivo quel rumore, ancora sentivo il rumore dell'essere vivo."

Articolo di Jolly

Dettagli del libro
  • Titolo: Il suo vero nome
  • Titolo originale: The Point - Stories
  • Autore: Charles d'Ambrosio
  • Traduttore: Martina Testa
  • Editore: Minimun Fax
  • Data di pubblicazione: 2008
  • Codice ISBN- 13: 9788875211417
  • Pagine: 250
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

 

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