Leggendo Candidato al Consiglio d’Istituto si capisce chiaramente che lei è una persona che ha ancora la forza di indignarsi, qualità che sta diventando sempre più rara nella nostra società rassegnata a qualunque bassezza. Quando si indigna lei prende in mano carta e penna e scrive un po’ a tutti: politici, giornalisti, concittadini. Ha mai ottenuto qualche risposta? Non si senti a volte un po’ un Don Chisciotte?
Bisogna indignarsi, ribellarsi alle ingiustizie, ma a me piace essere propositivo. Quanto sta avvenendo nella sanità, per esempio, dove in ospedale talvolta si è trattati come pacchi postali, non può essere giustificato dai tagli operati al settore. Ho constatato di persona certe situazioni: una mia cara amica mi ha raccontato di essere andata al pronto soccorso… e ad un certo punto le è scivolato il cellulare: lei non si reggeva in piedi ed è stata costretta a raccoglierselo. Questo è degrado: nessun operatore l’ha aiutata a raccoglierlo. Spesso prendo carta e penna e scrivo: qualcuno risponde, magari lo fa per cortesia, in genere non ottengo risposte, ma bisogna fare attenzione: la mancanza di risposta è una eccellente risposta: il silenzio equivale a dire “ A me non me ne importa niente dei suoi problemi”. Mi sembra una eccellente risposta. Quanto al fatto di sentirmi un Don Chisciotte, sono d’accordo, in quanto i miei scritti sono fondamentalmente tragicomici, e i protagonisti lottano per qualcosa che apparentemente sembra impossibile da ottenere: staremo a vedere.
Nel passaggio dal primo al secondo romanzo, Non dobbiamo perderci d’animo, ha abbandonato la forma del diario-sfogo per stabilizzarsi definitivamente su quella del racconto: è stata una scelta intenzionale o del tutto istintiva?

E’ stata una scelta obbligata, che merita di essere raccontata. Dopo aver scritto Candidato al Consiglio d’Istituto ed altri tre racconti lunghi, li ho inviati ad una nota Casa Editrice per la pubblicazione: a seguito del cordiale diniego, ho pensato di partecipare a dei Premi letterari, per avere un riscontro ai miei scritti. Partecipando ad una trentina di Premi letterari, in genere mi presentavo con uno scritto sempre diverso, e i Concorsi accettavano solo racconti. Questo è avvenuto nell’estate dell’anno 2007: per mia fortuna, sono sempre stato escluso, a parte due segnalazioni. Nel frattempo mi son ritrovato con tanti racconti, grazie ai quali si era ormai delineato uno stile letterario, il famoso marchio di fabbrica. Volendo scrivere un libro sul 150° Anniversario dell’Unità Nazionale, ho ripreso i racconti, li ho ampliati, li ho riletti come minimo cinquecento volte, e ho dato vita ad una raccolta, nella quale ho raccontato storie di italiani, dall’Ottocento ai giorni nostri, oltre a narrare un fatto accaduto nel 1275.
Sua madre è la protagonista principale di buona parte del romanzo. Che rapporto aveva con sua madre? Cosa l’ha spinto a parlare di lei in un suo romanzo?
Mia madre è la protagonista di Prima del debutto, il racconto lungo iniziale, con il quale viene raccontato, attraverso singoli episodi, un secolo di vita italiano. Mia madre compare anche in altri racconti, sia pure in tono minore. Come la maggior parte dei maschi italiani, venivo considerato un mammone: la mamma ha sempre rivestito un ruolo di primo piano nella mia famiglia, è stata la persona alla quale mi rivolgevo per ogni cosa. Mia madre vive ancora, ha ottantotto anni, ha gravi problemi di salute, ed è stata la sua malattia a spingermi a scrivere Prima del debutto, nel quale parlo delle vicende che l’hanno colpita, che lei mi ha narrato tante volte. Poi, una volta che ho scoperto la scrittura, mi sono appropriato di quelle storie bizzarre e ne ho fatto un mini-romanzo, attraverso il quale ho reso un omaggio alle persone umili ed anonime della nostra cara Italia.
La prima parte del romanzo è ambientata nell’Ancona del primo dopoguerra. Si sente particolarmente legato alla sua città natale? Pensa che la sua città natale abbia avuto un ruolo fondamentale nel determinare il tipo di persona che è diventato?
Sono molto legato ad Ancona, alla sua gente, alle sue tradizioni, e questo l’ho compreso in particolar modo quando, nell’anno 2008, ho vinto il primo Premio Letterario parlando del Carnevale dei ragazzi, una manifestazione soppressa nel 1972, a seguito del terremoto. Il Concorso al quale avevo partecipato, il Premio Nazionale Riviera Adriatica, aveva una sezione dedicata ad una storia, personaggio o leggenda di Ancona: oggi quella sezione è stata soppressa, in quanto i partecipanti erano pochi.
Come mai la scelta di tornare indietro agli anni ‘40/’50? Che rapporto ha con la Storia? Crede che conoscere meglio il nostro passato ci possa davvero aiutare a costruire un futuro migliore, o si tratta solo di un abusato luogo comune?
Da sempre sono un grande appassionato di Storia, e devo dire che per tanti anni sognavo che, prima o poi, in televisione avrebbero fatto vedere dei documentari nei quali poter parlare degli effetti dei grandi eventi storici sulla gente comune: è esattamente quello che è accaduto con le puntate de “La grande Storia”, che peraltro ha avuto un grande successo di pubblico. Ho già detto che la conoscenza del passato è indispensabile per la costruzione della società, perché se non si conoscono le proprie origini vi è il rischio di una sbandamento, e questa triste considerazione vale soprattutto per le giovani generazioni. Non si tratta di un abusato luogo comune, ma di una verità documentata: ecco perché mi arrabbio quando vedo tanta ignoranza sulla storia nazionale, per non parlare poi di quella internazionale, di pari importanza, se non superiore, specialmente in tempi di globalizzazione come gli attuali. Riguardo alla scelta di parlare degli anni 40/50, considero il primo dopoguerra un momento eccezionale, al quale dobbiamo guardare con attenzione, fatto di grandi sacrifici, ma coronato di successi importanti. Tanto per iniziare, nel 1948 è entrata in vigore la Costituzione, documento elaborato dall’Assemblea Costituente, nel quale gli Italiani hanno deciso di scrivere le basi per la crescita del Paese. Negli Anni 40 e 50 sono state poste in essere le scelte fondamentali per il nostro vivere odierno: basti pensare alla nascita della Comunità Economica Europea. L’Italia è cambiata: da Paese solidale, quale era in quegli anni lontani, oggi si trova ad affrontare molti problemi causati dalla mancanza di scelte, tipiche della situazione attuale. Si tenga conto, che quel lontano periodo è caratterizzato da tanti “bollenti spiriti”, come è dimostrato dall’attentato all’onorevole Togliatti, ma il rispetto per gli avversari, almeno in politica, non venne mai meno.
I racconti che formano la seconda parte del romanzo si allontanano sia nelle vicende narrate che nei protagonisti da quanto raccontato nella prima parte dell’opera. Cosa le ha fornito l’ispirazione per questi racconti? C’è qualche rifermento a fatti realmente accaduti o si tratta esclusivamente di prodotti della sua fantasia?
Tutti i racconti si occupano di vicende che si accompagnano a grandi eventi storici. Si tratta di vicende vere o almeno verosimili, talvolta inventate, ma sempre ispirate dalla realtà quotidiana. L’autobiografia offre lo spunto per alcuni racconti, ma la storia, una volta passata al vaglio dello scrittore, presenta una sua autonomia, nel senso che i personaggi hanno vita propria. Ho scoperto – anche se è difficile da credere – che alcune storie, inventate di sana pianta, si sono effettivamente verificate, donando ai personaggi una sorta di tragicità e comicità che solo una vicenda può presentare. Io parlo spesso in prima persona, perché lo trovo congeniale: una volta mi sono occupato della tragedia dei bambini che stanno in carcere con la madre fino al compimento del terzo anno di età: una persona, dopo aver letto il racconto, mi ha detto: - Non sapevo che sei stato pure in prigione. Riesco ad immedesimarmi nei personaggi, e questo mi fa molto piacere.
Ha già in progetto un terzo romanzo? Possiamo avere qualche anticipazione sul soggetto?
Sì, ma non desidero parlarne, per rispetto verso il Premio letterario al quale è stato inviato come opera inedita.
La nostra intervista finisce qui, le facciamo i migliori auguri per la sua carriera di scrittore e ancora la ringraziamo per la pazienza e la disponibilità che ha dimostrato.
Nel ringraziare per gli auguri, sono grato innanzitutto a lei per la profondità delle domande, che mi hanno permesso di esporre bene il mio pensiero: inoltre il mio saluto va anche alle lettrici e ai lettori del blog letterario La stamberga dei lettori, dove spero che qualche volenteroso abbia avuto la pazienza di seguirmi in questa intervista-fiume.