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07 gennaio 2011

Intervista a Sabrina Gregori, autrice di "Tre innocui deliri"

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L'autrice: Sabrina Gregori è una giovane attrice dialettale, cantante e ha lavorato nel campo della formazione come docente. Come esordiente ha pubblicato una breve raccolta di tre racconti di ambientazione 'horror'. Un genere abbastanza insolito nella narrativa italiana.

Il libro

Tre situazioni innocue, tre svolte inquietanti che trasformano la vita di tutti i giorni in un incubo ad occhi aperti. Il ritmo incalzante vi catturerà implacabile e sarete presto catapultati nell'incredibile delirio dei protagonisti.

L'intervista

1) La citazione iniziale prende spunto da una raccolta di racconti di King, il re della letteratura horror contemporanea. Che significato ha quella citazione rispetto alla scelta del genere del racconto breve e ai contenuti che hai scelto?

Amo molto quella citazione di King. È un esempio lampante della sua capacità di spiegare con parole e immagini semplici ma molto efficaci la profondità delle emozioni umane. La collego al primo racconto del libro “La lavagnetta” e alla difficoltà di Claudia, la protagonista, di esprimere il dolore e il rancore che la attanagliano, come se nessuno possa mai capirla, tenendoli imprigionati dentro di sé, fino a divorarla. Ma trovo che calzino anche per descrivere l’attività dello scrittore, che trasforma in parole le immagini e le sensazioni che vivono nella sua testa, con la paura di non riuscire a renderle nella stessa grandezza in cui si presentano alla propria mente.


2) Nel panorama italiano manca una tradizione letteraria forte legata al genere horror e in particolare alla forma del racconto breve. Perchè secondo te? Perchè tu hai fatto proprio questa scelta? Hai dei modelli di riferimento italiani per l'horror?

Non saprei dirti perché ci sia questa lacuna letteraria in Italia, io comunque non seguo particolari autori nel panorama horror italiano. Spero, però, che il fatto di essere una scrittrice che si cimenta in un genere poco sviluppato nel mio paese possa essere un punto a mio favore, nel desiderio di tracciare una nuova strada. Ma non è per questo che ho fatto questa scelta. Credo non si tratti nemmeno di una scelta: è ciò che mi sento di scrivere… direi ciò che mi viene da scrivere. La scrittura mi dà la possibilità di concretizzare e fissare sulla carta i prodotti della mia immaginazione, che difficilmente riesco a tenere a riposo. Mi piace osservare le persone e le situazioni che mi si presentano e immaginare di
“andare oltre”, verso gli aspetti più singolari, nella parte oscura che si nasconde dietro a ciò che vedo…

3) I racconti di ‘Tre innocui deliri’ sembrano avere una struttura particolare, due lunghi e uno breve di cerniera, visto che il primo e il terzo sono di tipi molto diversi tra di loro: come hai pensato questa disposizione?

D’accordo con la casa editrice, abbiamo inserito per primo il racconto “La lavagnetta”, che è più introspettivo e che, a parer mio, è più incisivo dal punto di vista della scrittura. Il racconto breve, “Privato vende appartamento 54 mq”, come dici tu, fa da collegamento, mentre “Schiavi del tappeto”, che è il più lungo dei tre, chiude la lettura con una storia più articolata e fantasiosa.


4) Ci sono delle ispirazioni precise per ognuno? te lo chiedo perchè - pur non essendo un esperto del genere - mentre il primo e l'ultimo mi hanno richiamato alla mente King (anche se per opere diverse), il secondo invece mi ha ricordato seppur vagamente 'Rosemary's baby' di Levin. Intendevi fare delle citazioni?

In realtà no, non ci sono dei riferimenti precisi ad opere di grandi autori. Per ciò che riguarda i libri di King, certamente sono influenzata dal suo modo di scrivere ed è una cosa che dichiaro quasi con orgoglio, ma non mi riconduco alle sue opere per le storie. Sono una lettrice onnivora, non leggo solamente horror, ma spazio parecchio, anche dimenticando tanto, purtroppo… Sicuramente qualcosa resta a livello di subconscio, tutto questo entra a far parte del mio vissuto, di ciò che sono, e sensazioni e particolari che mi hanno colpito forse poi si “ritrovano” anche in quello che scrivo.


5) Per il secondo racconto il tema della donna incinta il cui figlio ancora non nato, soprattutto come incarnazione del male, è stato davvero cucinato in tutte le salse, da scrittori e sceneggiatori. Tu che taglio intendevi dare al tuo racconto?

Questo racconto è nato quando avevo effettivamente messo in vendita il mio appartamento e mi capitava perciò di ricevere delle persone per visionarlo. Ovviamente, in un’occasione come questa, puoi incontrare gli individui più diversi. Ho pensato: “e se un giorno arrivasse un personaggio davvero strano?”. L’idea è partita dalla volontà di trasformare una situazione comune, quale quella di accogliere interessati per l’acquisto del tuo appartamento, in un incubo causato da un gesto rapido e determinante, come far entrare un estraneo in casa propria. L’intervento dell’estraneo, poi, voleva suggerire il tarlo della proposta indecente: seppure assurda, quella della protagonista incinta può sempre essere una scelta.


6) Nel primo racconto invece è fondamentale l'evoluzione psicologica del personaggio di Claudia verso gli stati di paranoia e schizofrenia. Non trovi che la figura dell'autore dei messaggi sulla lavagnetta sia un po' troppo indefinita e che nella conclusione sia anche inaspettato che si trattava di una doppia personalità?

Voleva essere indefinita, l’avevo pensata proprio così, per lasciar spazio all’immaginazione del lettore. Mi piaceva l’idea che ognuno si costruisse il suo film intorno alle mie parole scritte. E mi piaceva l’idea che alla fine il lettore rimanesse sorpreso e anche un po’ spiazzato.

 
7) I protagonisti dei tuoi racconti sono praticamente tutti personaggi femminili, con l'eccezione del venditore di tappeti di Marrakech. C'è una forma di immedesimazione in loro da parte tua?

Più che una forma di immedesimazione c’è una partenza autobiografica. Con questo non intendo dire che parlo di me, perché non è così, ma che parto da semplici accadimenti, cui magari ho soltanto assistito, dai quali la fantasia prende spunto per costruire una storia inquietante. Inoltre, essendo una scrittrice esordiente, preferisco scrivere di ciò che conosco meglio, evitando di incorrere in facili trappole che potrebbero rendere le mie opere meno credibili. Insomma, inutile bleffare: è l’animo femminile quello che posso esplorare in tutte le sue sfumature!

 
8) Anche l'ambientazione, che del resto è molto lineare, sembra rivolta soprattutto a un paesaggio per te famigliare, quello del carso triestino. è solo una cornice esteriore o riflette un'idea più profonda, un po' come il New England di Lovecraft e King?

Ho voluto mantenere la mia città (che amo profondamente, con tutti i suoi difetti) e i luoghi che la circondano come sfondo ai miei racconti perché Trieste presenta delle caratteristiche che si prestano bene a fare da cornice a un racconto inquietante. E non nascondo che al momento ho intenzione di continuare su questa linea… quindi penso che con la tua seconda ipotesi ci hai azzeccato!

 
9) L'ultimo racconto, che secondo me è il più originale, ha uno spunto decisamente 'orrido', tra l'inizio e la fine, con il tema dell'aracnofobia, però poi mancano delle parti effettivamente 'disgustose' o 'splatter'. Non credi che accentuando queste sfumature l'effetto sarebbe più forte e coinvolgente sul lettore?

Sono abbastanza d’accordo con te, avrei forse potuto calcare la mano con gli aspetti horror, ma c’è una componente di psicologia famigliare molto forte in “Schiavi del tappeto” che ha avuto la meglio. Ho notato che l’aspetto di “normalità” e introspezione nell’ambientazione del racconto, questa quotidianità che prevale sui particolari orridi, ha provocato un’immedesimazione del lettore, ricordando da vicino momenti famigliari comuni un po’ a tutti. E forse, oltre all’originalità della storia, è anche questa la forza del terzo racconto.

 
10) In generale nel racconto sul tappeto, ma anche in quello sulla lavagnetta, tutta la trama si dipana sul climax che porta da una situazione di partenza 'normale' verso una conclusione 'straniante'. Quanto questo meccanismo ti condizione nella narrazione? trovi che sia uno strumento facile da maneggiare o poco duttile?

È uno dei fattori che amo di più in uno scrittore come Stephen King e che mi affascinano. È uno strumento che va utilizzato con attenzione, perché, se gestito bene, porta il lettore a quello stato d’ansia che subentra nel momento in cui si realizza che una nostra azione, che si sarebbe potuta evitare, porta a disastri inimmaginabili senza via di ritorno… Inquietudine allo stato puro! Quindi, facciamo le nostre scelte con attenzione!

 
11) Un’ultima domanda quasi laterale: la copertina ha un gusto un po’ retro ed è molto particolare, senza avere riferimenti diretti ai tre racconti. Che significato ha?

La copertina di “Tre innocui deliri” è opera di un fotografo e grafico che stimo molto, Massimo Goina, che ha saputo tradurre in immagine il senso dei miei racconti, creando un’atmosfera di carattere hitchcockiano, che inquieta e rimane ambigua: il coltello non è sporco di sangue, la tazza di the non è rovesciata, la ragazza è viva o morta? L'immagine è pensata per il libro nel suo insieme. A guardar bene, il lettore può cogliere un riferimento per ogni racconto: il coltello da cucina (la lavagnetta), la tazza di the (privato vende...), il tappeto (schiavi del tappeto), elementi di per sè innocui, ma messi assieme...

Articolo di Polyfilo



  • Link aNobii: Tre innocui deliri





  • 29 ottobre 2010

    Sette fine - Andrea Ribezzi

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    I Contenuti

    Un romanzo poliziesco che inizia sull'altopiano carsico, a pochi chilometri da Trieste, in un piccolo commissariato di pubblica sicurezza. La vicenda si dipana presto ben oltre le quattro mura dell'ufficio di polizia, scende in città, percorre le sue vie, valica i confini e guarda infine il mare, l'Adriatico, che lega diverse culture ed etnie. Sono incroci che riguardano sia i "buoni" che combattono contro la criminalità, sia i "cattivi" che per contro, tentano di eleggerla a sistema. La storia si svolge a metà anni '90, in un periodo immediatamente successivo alle prime guerre balcaniche, momento in cui Trieste inizia ad accelerare la propria vocazione di città di frontiera. La caratteristica principale del romanzo sta nella circostanza che la professione dell'autore è la stessa del protagonista: ispettore di polizia. Una coincidenza che ha permesso di scrivere una vicenda immaginaria ma realistica nell'ambientazione, nelle procedure investigative ed in tutto ciò che è riconducibile all'agire del poliziotto nel suo ruolo, anche se ciò non vale sempre per il protagonista.

    La Recensione di Polyfilo

    Forse il peccato originale dell'ispettore Ravera è quello di avere un padre che fa il suo stesso lavoro?
    Per quanto l'ordine non sia quello corretto e ci siano dei cambiamenti nel senso di una maggiore fluidità della lettura nella seconda avventura dell'ispettore triestino, il primo episodio, "Sette fine" presenta delle durezze stilistiche.
    La vicenda dell'inchiesta poliziesca unisce diversi filoni, l'omicidio di una ragazza, il traffico di droga tra Italia ed Ex Jugoslavia, la deriva dei servizi segreti balcanici dopo il crollo dei regimi comunisti: un conglomerato di tanti ingredienti forse non sempre cucinati nelle giuste dosi. Risulta difficile tenere insieme i filoni paralleli della trama, anche se l'ambientazione è davvero molto realistica, sia nel contesto delle Forze dell'ordine sia in quello triestino. Si sentono forti il fascino mitteleuropeo della storia nei viottoli della città asburgica e l'amore dell'ispettore per la sua terra. Una terra di confine in cui le storie, le vite e le passioni si intrecciano al riparo della Bora e si riscaldano nella calda penombra dei bar e delle locande.
    Così anche la figura di Ravera da un lato rimane superficialmente caratterizzata nel ruolo dell'eroe giustiziere e sciupafemmine, anche perchè il romanzo è davvero troppo affollato di nomi e personaggi di cui è laborioso ricordare i nomi e i ruoli, soprattutto nelle gerarchie poliziesche - almeno per i non addetti ai lavori -, mentre i personaggi secondari, compresi i compagni di scorribande di Ravera non riescono a emergere oltre una caratterizzazione appena abbozzata e spesso poco credibile.
    Si crea quasi un paradosso per cui mentre la parte 'poliziesca' è fin troppo dettagliata e realistica invece il cotè propriamente romanzesco è meno solido e sarebbe auspicabile un equilibrio più armonioso tra i due elementi narrativi. Soprattutto perchè gli spunti sembrano interessanti.


    Giudizio:
    +2stelle+


    La Recensione di Pythia

    Andrea Ribezzi fa proprio il consiglio, solitamente rivolto agli aspiranti scrittori, di trattare argomenti noti, creando un ispettore di polizia con alle spalle trascorsi da pompiere e ambientando le sue avventure nella propria città, Trieste. Da un lato, i suoi romanzi sono precisi e corretti nella descrizione delle procedure delle forze dell'ordine, dall'altro però mostrano il difetto di dare per scontato ciò che invece risulta poco familiare al lettore medio.
    La Trieste di Ribezzi/Ravera è una terra di confine, non solo dal punto di vista geografico con il suo meltin' pot di cultura italo-slava, ma anche in senso temporale, con un passato che ancora permea il presente in cicatrici indelebili. Un senso di inquietudine trapela dalle vicende che si intrecciano con la Storia, portato sulle turbinose ali della Bora che non lascia scampo. Si ha l'impressione di ritrovarsi in un mondo a parte, dove le regole del vivere quotidiano hanno pieghe proprie e non rispondono alle consuetudini cui siamo abituati: in questo mondo accadono fatti altrettanto oscuri, spesso coperti dalla politica del dopo guerra - e verrebbe da chiedersi quale guerra, e se effettivamente si possa parlare di un "dopo". Questa Trieste affascinante e misteriosa incuriosice chi vi si trova a confronto per la prima volta, e non solo, ma a fine romanzo questa curiosità non è stata pienamente soddisfatta. Speravo di trovare in questo primo lavoro le spiegazioni di tutti i punti che erano rimasti in sospeso durante la lettura del secondo, ma sono rimasta quasi a bocca asciutta.
    Ancora una volta sono stata messa in difficoltà dai dialoghi serrati, spesso poco plausibili per i toni e le scelte lessicali che non hanno molto a che vedere con il parlato, e dalla quasi totale assenza di descrizioni utili a contestualizzare l'azione. Il numero dei personaggi non aiuta a chiarire le idee e il fatto che compaiano tratteggiati rapidamente per poi essere nominati come vecchie conoscenze confonde ancora di più; ulteriore confusione è creata dalla tendenza a coinvolgere più caratteri nello stesso dialogo, senza specificare chi effettivamente stia parlando, costringendo il lettore a uno sforzo mentale per capire chi dice cosa.
    La lettura lascia senza fiato per la velocità della narrazione che non concede pause di riflessione per lasciar sedimentare quanto appreso. A romanzo ultimato resta poco, come se le maglie del proprio colino della memoria fossero comunque troppo larghe per afferrare la sabbia finissima che Ribezzi ci offre: resta sì una grande confusione e l'impressione che la propria fame di lettore non sia stata saziata affatto.
    Si sente infine la mancanza di un buon lavoro di editing, che avrebbe potuto tra l'altro ridurre la ridondanza di puntini di sospensione e dei punti esclamativi decisamente stucchevoli.


    Giudizio:
    +2stelle+

    Dettagli del libro
    • Titolo: Sette fine: la prima indagine dell'ispettore Ravera 
    • Autore: Andrea Ribezzi 
    • Editore: Ibiskos Editrice Risolo
    • Data di Pubblicazione: 2009
    • Collana: Anthurium 
    • ISBN-13: 9788854605695
    • Pagine: 324
    • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro 

    07 ottobre 2010

    Tre innocui deliri - Sabrina Gregori

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    I Contenuti

    Tre situazioni innocue, tre svolte inquietanti che trasformano la vita di tutti i giorni in un incubo ad occhi aperti. Il ritmo incalzante vi catturerà implacabile e sarete presto catapultati nell'incredibile delirio dei protagonisti.

    La Recensione

    Questo libro, che consta di tre racconti, rappresenta l'esordio di Sabrina Gregori, che sin dal risvolto di copertina proclama il suo amore per Stephen King.
    E l'influenza dello scrittore horror si sente in certi passaggi e in certe tonalità, a volte anche un po' troppo. La prosa di Sabrina è ancora immatura: alcune situazioni scivolano via troppo in fretta, altre volte la narrazione si perde in dettagli trascurabili, o non pone adeguata attenzione sui meccanismi psicologici dei personaggi principali. Comune ai tre racconti è la sensazione di delirio -a volte ben resa, altre no- che coglie le protagoniste, strappate alle loro vite normali e gettate in avvenimenti in bilico tra realtà e incubo.

    Il primo racconto, La lavagnetta, è ambientato a Trieste, e risente un po' dell'influsso di un romanzo di Stephen King, Mucchio d'ossa. La protagonista, infatti, che è da poco stata abbandonata del compagno, riceve misteriosi e consolatori messaggi sulla lavagnetta appesa al frigorifero; così come Mike, il protagonista del romanzo di Stephen King, riceveva messaggi dalle presenze che popolavano la sua casa sul lago attraverso le combinazioni delle lettere magnetiche. I messaggi sulla lavagnetta diventano sempre più affettuosi col crescendo del disagio psicologico della protagonista, che in passato ha dovuto affrontare gravi traumi e che ha subito un tracollo emotivo con la notizia della fine della sua relazione.
    Lasciamo al lettore, naturalmente, la scoperta del finale, non intuibile, soggiungendo che -sia pure volutamente- non viene data una spiegazione né un adeguato spessore all'evento soprannaturale che è il tema centrale del racconto: troppo del non detto rimane all'immaginazione del lettore. Su questo racconto, le quattro penne che hanno letto il romanzo sono divise: Heleonor e Daniele lo considerano il migliore della raccolta, sottolineando che la sua brevità è funzionale e accattivante e il finale inaspettato.

    Privato vende appartamento 54 mq, è, come suggerito dall'autrice stessa, un promo: una giovane donna incinta accoglie un'anziana signora per mostrarle la casa che intende vendere, ma l'ospite non è esattamente ciò che sembra...
    L'idea di base è ormai abusata, e, nel caso di Tre Innocui Deliri, la costruzione è approssimativa. Forse come spunto per una storia più strutturata avrebbe potuto essere interessante.

    Infine l'ultimo racconto, Schiavi del tappeto, ambientato tra l'Italia e il Marocco: durante un viaggio d'affari, un uomo si imbatte in un inquietante e affascinante negozio di tappeti, e decide di acquistarne uno per il proprio soggiorno. Ma gravi inconvenienti vengono ad accadere alle persone che circondano il tappeto o, più specificatamente, a chi non vi presta alcuna cura. Quando la situazione precipita, l'uomo decide di tornare in Marocco per ritrovare il misterioso venditore e pregarlo di riprendersi l'articolo...
    Anche il terzo racconto, com'è prevedibile, divide chi ha letto il libro: Sakura e Polyfilo lo preferiscono a tutti gli altri. Tralasciando le durezze dello stile di scrittura, l'idea è interessante, e viene costruita bene l'ossessione del protagonista, di cui il tappeto diventa il perno intorno cui inizia a ruotare la sua vita. Il tappeto aspira ogni altro argomento di conversazione, si sostituisce a ogni altra preoccupazione e rischia persino di distruggere i rapporti personali tra lui e i familiari, o tra la famiglia e gli amici. Questo è il racconto in cui il sovrannaturale si incarna più esplicitamente: dopo aver costruito abilmente la suspance, gli eventi culminano in un luogo esotico, quasi stregonesco, dove si compie l'orrore finale, che rimanda esplicitamente al mostruoso essere di It, altro romanzo di Stephen King. Forse, aggiunge Polyfilo, quest'aspetto del racconto avrebbe dovuto essere privilegiato, anche a scapito dei personaggi principali.

    Menzioncina finale per la splendida copertina del libro (ad opera di Massimo Goina, modella Antonella Rimbaldo), molto d'effetto.

    Giudizio:
    +2stelle+



    Articolo di Sakura, Polyfilo, Daniele, Heleonor

    Dettagli del libro
    • Titolo: Tre innocui deliri
    • Autore: Sabrina Gregori
    • Editore: Ibiskos Editrice Risolo
    • Data di Pubblicazione: 2010
    • Collana: Delphinium
    • ISBN-13: 9788854606784
    • Pagine: 168
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,00

    23 giugno 2010

    Eredità blindate - Andrea Ribezzi

    ,

    I Contenuti

    Ritorna l'ispettore Massimo Ravera, un uomo con le sue indecisioni e complicazioni sentimentali, i suoi affetti familiari da definire e da consolidare, il suo senso di giustizia che lo ha portato alla scelta di quella professione; scelta messa a dura prova dagli eventi e da rapporti gerarchici talvolta difficili. Massimo Ravera vuol chiudere i conti sospesi della propria vita (il difficile rapporto con la figura paterna) e pretende chiarezza sul proprio ruolo nei confronti della giustizia. In questo romanzo l'autore propone una storia ambientata in una Trieste che ha come termini di riferimento gli anni cupi dell'occupazione nazista (con tutte le sue implicazioni di collaborazionisti, spie, delazioni e violenze), poi quelli dell'amministrazione alleata e delle manovre dei servizi segreti italiani e di movimenti neofascisti, quindi la città di anni più vicini, dell'immigrazione dai Balcani, del traffico internazionale di droga e della prostituzione, delle implicazioni politiche della delinquenza organizzata. E quando il contesto dell'inchiesta sembra scoraggiare e deludere, l'ispettore Ravera, ancora una volta, dovrà far appello alla tenacia, come il capitano Bellodi di Sciascia.

    La Recensione di Polyfilo

    L’ispettore Ravera, che non usa mai parolacce, si muove a scatti, sembra procedere con passo confuso: come con le donne che incrociano la sua strada non ha le idee ben chiare e si lascia fuorviare facilmente. Potenzialmente il personaggio non è male: un poliziotto si trova catapultato dall’improvvisa morte del padre in una serie di vicende, in cui si intrecciano diverse piste investigative, oltre a situazioni più intime e complesse, che riguardano il rapporto con le sue origini, il che per un poliziotto assume un significato profondo.
    Scoprire che suo padre era qualcosa di più di uno sbandato ma aveva rapporti con fette di criminalità organizzata a vari livelli, lo porta, insieme a una serie di dinamiche interne al suo distretto di Polizia, a mettere in discussione la sua vocazione per la giustizia, che mostra in questo caso uno stretto vincolo con la verità, personale e famigliare.
    Tutto quello che nel romanzo poliziesco riguarda il percorso investigativo è ricostruito in maniera convincente e coerente: le gerarchie fortemente strutturate e le difficoltà nel dialogo con i superiori che si mettono di traverso alla logica della verità/giustizia in nome di interessi più alti; il rapporto complicato con i colleghi, anche per un carattere - quello di Massimo Ravera - spigoloso e tagliente, come la bora del golfo triestino, affatto incline alle mediazioni; il controllo incombente, anche se non del tutto avverso, della Procura nelle vesti di un giovane magistrato, Silvana Melfi, da cui l’ispettore pare si lascerebbe volentieri affascinare.
    Allo stesso modo il cotè della mala triestina emerge dai vicoli dei quartieri malfamati, popolati di prostitute e gaglioffi, ma nei quali anche altri strati sociali non disdegnano di mettere piede: la geografia di Trieste, terra di confine tra il nordest onesto e produttivo, fiero della sua tradizione di onestà asburgica, e l’est europeo, dilaniato da guerre civili e mafie sanguinarie, sembra ricalcare la situazione sociale di una comunità che dimentica spesso, o finge di dimenticare, certi aspetti del proprio passato, più o meno vicino.
    Il rapporto di Ravera con la sua memoria, quella personale del padre, mediato anche dalla figura positiva del nonno paterno, trova un interessante controcanto nella vicenda che coinvolge degli ex gerarchi nazisti, sfuggiti grazie all’organizzazione delle SS ai processi del dopoguerra, ma anche la fitta rete di collaborazionisti locali. Mentre il nodo degli affetti sembra sciogliersi nella conclusione, le contraddizioni della Storia, divisa tra 2° guerra mondiale e foibe partigiane, sono destinate a rimanere aperte. Uno spaccato reale dell’Italia di oggi e, probabilmente, purtroppo, di domani.
    La trama dell’investigazione mette però troppa carne al fuoco: si rimane nel vago sugli incroci tra traffici di droga e prostitute, la criminalità moderna dunque, e la vicenda legata a Odessa e agli ufficiali nazisti in fuga. I temi coinvolti sono tanti e intricati, forse troppi e alla fine seguire il fitto succedersi di nomi e fatti rimane difficile e suscita un senso di poca scorrevolezza.
    Legato a questo procedere a tratti faticoso è anche il fatto che lo spazio per far emergere i personaggi è molto ridotto: a parte Massimo Ravera tutti gli altri – e sono tanti, anche qui forse troppi – restano quasi al ruolo di comparse, e vale anche per il nonno, Settimo Ravera; Valentina, la collega candidata amante, il padre stesso che dà avvio alla storia ma del quale viene spiegato praticamente nulla.
    Il ritmo e lo stile seguono l’andamento altalenante della narrazione: accanto a piccole perle descrittive come l’inseguimento della finta infermiera si trovano espressioni come ‘c’entrare’ che mostrano cedimenti sugli usi del parlato senza una vera ragione complessiva.

    Giudizio:
    +3stelle+

    La Recensione di Pythia

    Eredità blindate è il secondo episodio delle indagini dell'ispettore Ravera: di norma, nei casi di romanzi seriali, preferisco cominciare dal primo, in modo tale da avere chiaro fin sa subito il quadro della situazione. Talvolta capita però di imbattersi in una puntata a caso e di trovarsi così a fare i conti con eventi già narrati di cui non si sa nulla: sta all'autore scegliere se accennarvi di sfuggita, dando per scontato che il lettore ne sia già a conoscenza, o scriverne in modo tale da far intuire di cosa stia parlando, senza però essere ripetitivo per chi ha già letto i capitoli precedenti. Andrea Ribezzi fa parte del primo caso: già dalla prima pagina il lettore incontra personaggi presentati per nome, di cui si dà per scontato che conosca le relazioni, il ruolo, il carattere. La cosa si fa molto ostica anche perché l'autore non si perde nelle descrizioni, preferendo una narrazione molto veloce che si svolge per lo più tramite dialoghi.
    Ecco che chi è estraneo non solo alle vicende del primo romanzo, ma anche alla stessa Trieste, in cui è ambientata la storia, si trova decisamente spaesato e in grosse difficoltà a seguire il racconto.
    Con un po' di pazienza, tuttavia, si riesce a ricostruire ciò che manca, per lo meno a grandi linee.
    Un altro nodo particolarmente ostico è il riferimento a vicende storiche reali che sono date per scontate: il presente della narrazione è legato al passato della Trieste degli anni '50, dove la ferita della seconda guerra mondiale era ancora aperta e i collaborazionisti dei nazisti venivano perseguitati e processati. La scuola italiana non brilla certo per l'approfondimento della storia recente, che dovrebbe essere studiata meglio di quella mesopotamica o egiziana, e quindi, per capire i collegamenti profondi con questo passato non troppo lontano, il lettore deve rispolverare i vecchi libri scolastici o, più semplicemente, rivolgersi al grande oracolo internettiano.
    Credo che se un romanzo tratti, seppur marginalmente, di vicende storiche, debba riuscire a trasmettere al lettore la conoscenza necessaria a capirle, anche in modo superficiale, per poi incoraggiare un approfondimento: obbligare allo studio per quello che vorrebbe essere un momento di piacere lo trovo poco corretto.
    Le 250 pagine scorrono veloci: non sarebbe stato male aggiungerne un altro centinaio da dedicare all'approfondimento delle descrizioni di personaggi e luoghi, che sono davvero ridotte all'osso se non di più, e magari lasciare qualche spunto storico ulteriore. Il romanzo non ne sarebbe riuscito appesantito, dato che Ribezzi ha uno stile molto scorrevole e immediato, che talvolta rende difficile chiudere il libro: e al lettore sarebbe rimasto qualcosa di più che una narrazione rapida, sincopata e asettica.

    Giudizio:
    +2stelle+

    Dettagli del libro
    • Titolo: Eredità blindate 
    • Autore: Andrea Ribezzi 
    • Editore: Ibiskos Editrice Risolo
    • Data di Pubblicazione: 2009
    • Collana: Anthurium
    • ISBN-13: 9788854606685
    • Pagine: 250
    • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro 

     

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