I Contenuti
Il suo nome è Gigi Berté. Commissario Berté. C'è una macchia nel suo passato, un buco nero che gli è costato il trasferimento da Milano a Lungariva, uno di quei paesini liguri troppo pieni d'estate e troppo vuoti d'inverno. In attesa di trovare casa, vive nella pensione della Marzia, una donna bella ma decisamente sovrappeso, l'esatto contrario del suo immaginario erotico. Il commissario ha un segreto che non ha mai rivelato a nessuno: scrive racconti gialli e surreali. Ma poi il morto ammazzato arriva davvero. In un angolo della spiaggia di Lungariva, in mezzo ai bagnanti. Per il commissario Berté è arrivata l'ora di mettersi al lavoro e chissà se per risolvere il caso gli servirà di più la sua esperienza di poliziotto o il suo intuito di scrittore...
La Recensione
L'editore non mostra la foto dello scrittore perché dietro lo pseudonimo di Emilio Martini si celerebbe effettivamente un vicequestore "che preferisce restare nell'ombra".
Questo dovrebbe essere il romanzo di esordio dell'autore e l'editore Corbaccio segnala che ce ne sono altri due in corso di stampa che ad oggi, infatti, sono già stati pubblicati.
Martini tende a sorvolare sulle descrizioni dei luoghi, limitandosi a far esclamare ogni tanto dal protagonista: "vista magnifica da qui!". Anche della scena del crimine, essenziale per capire la dinamica del delitto, viene fatto un accenno abbastanza superficiale e lasciata in gran parte all'immaginazione del lettore.
Insufficiente anche la caratterizzazione della maggior parte dei personaggi.Solo il protagonista, il vicequestore Berté -il cognome è calabrese-, viene descritto compiutamente. Egli è un uomo alto (un metro e ottantacinque centimetri), bruno, con i capelli lunghi legati a formare una coda, una volta nera e adesso striata di grigio. Questa caratteristica, peraltro, lo rende abbastanza improbabile come rappresentante delle forze dell'ordine. E' inoltre un tipo piuttosto arrogante, presuntuoso e con velleità di scrittore. Il romanzo infatti alterna le indagini sull'omicidio in spiaggia con il racconto surreale che il vicequestore Berté scrive nei momenti di relax.
Si ha l'impressione che l'autore abbia voluto scimmiottare Camilleri, in considerazione di alcune somiglianze tra il vicequestore Berté ed il commissario Montalbano. Entrambi i personaggi sono scapoli ma hanno una specie di fidanzata lontana -entrambe bionde e magre- con cui volentieri bisticciano e che, nel caso si presenti qualche ghiotta occasione, sono pronti a tradire. Inoltre hanno un sottoposto a cui far fare il lavoro più noioso di ricerca. Entrambi sono buongustai ed intenditori di caffè, che pretendono di qualità strettamente arabica. A differenza di Montalbano, il protagonista descritto da Camilleri, quello di Martini, Berté, risulta fortemente antipatico. Contraddittoria anche la sua personalità, visto che, nonostante la spavalderia che dimostra, arrossisce solo a sentirsi chiamare per nome dalla donna titolare della pensione in cui abita. Esagerate talvolta appaiono le reazioni dei personaggi. Il bambino di otto anni che trova la vittima, ad esempio, deve essere ricoverato in ospedale e messo sotto sedativi per lo chock subito. Per la mia esperienza i ragazzini, specie quelli di oggi, mi sembrano molto scafati ed è più probabile che vadano in giro a raccontare agli amici quello che avrebbero visto piuttosto che si facciano prendere da crisi isteriche. Avere degli interlocutori a cui narrare le brutte esperienze vissute è in ogni caso il modo migliore per superare i traumi psicologici. Anche la donna che sviene quando viene a conoscenza dell'identità del colpevole mi sembra mostrare una sensibilità fuori della norma, tenuto conto che non ha rapporti di parentela con l'assassino. I dialoghi e le osservazioni del protagonista appaiono piuttosto banali e mancanti di quella arguzia che caratterizza gli scritti di Camilleri. Tutto ciò in un giallo potrebbe essere un peccato veniale, se l'intreccio risultasse particolarmente avvincente, ma non è questo il caso. La carenza di informazioni sulla scena del crimine e sulla dislocazione dei bagnanti impedisce al lettore di poter arrivare a scoprire il colpevole autonomamente. L'intuizione del vicequestore Berté non sembra pertanto una gran cosa e il fatto che i colleghi si inchinino al suo "genio" -come il protagonista asserisce di essere chiamato- suona più come una presa in giro che una dimostrazione di stima.
Giudizio:
+2stelle+ Articolo di Antonio
Dettagli del libro
- Titolo: La regina del catrame
- Autore: Emilio Martini
- Editore: Corbaccio
- Data di Pubblicazione: 2012
- ISBN-13: 978-88-6380-418-8
- Pagine: 127
- Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 8,90





















La Storia Infinita fa parte di questa categoria; fortunatamente (o sfortunatamente) questa è la recensione di un'adulta che ha solo vaghi ricordi del film e che si appresta al romanzo dopo aver superato da un pezzo l'adolescenza: niente interiezioni nostalgiche, perciò; nessun tentativo di suscitare occhioni lacrimosi nel lettore della recensione facendo appello a un'esperienza d'infanzia comune; e niente parzialità nei giudizi.
La storia infinita è un romanzo metaletterario di indubbio valore che ha influenzato molti libri a venire.
La trama è semplice ma ingegnosa: nel nostro mondo, un pavido bambino di nome Bastiano Baldassare Bucci ruba nella bottega di un librario un tomo che esercita su di lui indescrivibile fascino. E' La storia infinita, appunto. Rifugiatosi in un magazzino a scuola, Bastiano s'immerge nella lettura del libro, immedesimandosi nelle avventure di Atreiu, incaricato da un desiderio dell'Infanta Imperatrice di trovare un modo per salvare Fantàsia. Il mondo inventato da Ende è un universo fantasy con tutti i crismi, popolato da creature da lui inventate (ma non solo) soggette alla mistica figura dell'Imperatrice, reggente senza età che presiede al mondo senza alcun giudizio morale, operando secondo leggi che appaiono impenetrabili. L'Imperatrice soffre di un male che nessun medico può guarire, probabilmente legato a un pericolo di distruzione che affligge Fantàsia: il Nulla, che divora frammento dopo frammento l'intero regno. Atreiu, un giovane Pelleverde, viene investito grazie alla consegna dell'AURYN -medaglione dai poteri sconosciuti- del potere dell'Imperatrice, e parte dunque alla ricerca di una cura che guarisca l'Infanta. Le osservazioni di Bastiano, che ammira il coraggio e le capacità di Atreiu considerando tristemente la propria incapacità in tutto, spezzano la narrazione della quest, che sembra in qualche modo scriversi sul momento. Superate numerose e difficili prove, grazie anche all'aiuto del drago della fortuna Fùcur -figura intramontabile nell'immaginario di molti lettori- Atreiu apprende che solo un figlio di Adamo (denominazione che ricorda molto Narnia di C. Lewis, e non è l'unico punto di contatto) può salvare l'Imperatrice e Fantàsia dalla distruzione: occorre infatti dare un nuovo nome all'Imperatrice, ma gli abitanti di Fantàsia non hanno la capacità di immaginare e quindi di creare. Bastiano comprende che potrebbe essere lui il salvatore, ma quando legge in un colloquio tra la bambina senza età e Atreiu il modo in cui può entrare nel libro, la paura gli impedisce di travalicare i confini tra i due mondi. Solo in seguito a un'ulteriore spedizione, questa volta dell'Infanta Imperatrice alla volta della dimora del Vecchio della Montagna Vagante - che mette nero su bianco la Storia Infinita, di cui fa parte ormai anche Bastiano - il bambino riesce a superare le sue insicurezze e a entrare nel romanzo, dove darà all'Infanta il suo nuovo nome, diventando il portatore dell'AURYN. La prima metà del romanzo [la migliore, a mio parere] si conclude dunque con l'ingresso di Bastiano in Fantàsia.
La seconda metà narra le sue avventure come creatore di nuove realtà, l'incontro fisico con il tanto ammirato Atreiu e il suo lungo viaggio a seguito dei suoi desideri: Bastiano scopre nuovi poteri che lo portano a dimenticare se stesso, ma la sua crescita non coincide con una maturazione delle sue virtù di bambino, bensì con la sua caduta nei vizi degli adulti -superbia, cupidigia, desiderio di potere e di onnipotenza, ira, invidia. Solo nel momento in cui Bastiano comprenderà che ha sempre desiderato di essere qualcun altro, ma mai di cambiare se stesso, riuscirà a tornare il bambino che era stato e a completare la sua Storia Infinita.
Una volta tanto sì: romanzo indimenticabile per bambini e ragazzi, e avvincente per gli adulti (non solo quelli rimasti bambini dentro). Lo stile dell'autore è semplice ma non povero, i personaggi sono memorabili e le loro avventure (seppur alla fine il loro continuo vagare e affrontare nuove prove diventi un po' ripetitivo) avvincenti. Inoltre si svincola, anche se non del tutto, dal peggior difetto che considero (e che ho sempre considerato anche da bambina) in un romanzo: il didascalismo. Quando l'autore ti prende per mano, ti tratta come un ritardato o un deviato con frequentissime intromissioni morali nella narrazione, ti trascina nella strada giusta (per lui) e spera di insegnarti precetti che ti saranno utili nella vita (per lui), senza allentare la presa sulla tua mano fino alla fine: ecco, quello è un romanzo che tento di evitare a tutti i costi. E' inevitabile che qualcosa dell'ideologia di un autore sfugga al suo controllo e trapeli nella sua voce scritta, nei suoi personaggi o nelle loro sorti, ma quando quella stessa ideologia viene imposta al lettore, lì la lettura mi diventa odiosa. E' un difetto che spesso affligge gli autori per ragazzi, e che fortunatamente non ho riscontrato in Michael Ende, che piuttosto esalta il potere dell'immaginazione e della fantasia: questo, sul serio, è l'unico precetto che un libro dovrebbe insegnare ai bambini.