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30 marzo 2013

Le miniere di Re Salomone - H. Rider Haggard

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I Contenuti

Allan Quatermain, esperto cacciatore di elefanti, viene ingaggiato dal gentiluomo inglese sir. Henry Curtis come guida in una spedizione nel cuore dell'Africa alla ricerca di suo fratello, scomparso mentre seguiva le tracce delle miniere di diamanti del re Salomone. Tra colpi di scena, guerre e incontri inattesi, il viaggio si trasformerà in un'esperienza cruciale, un confronto con un mondo sconosciuto e con se stessi. Uno dei più celebri romanzi d'avventura, che Haggard scrisse per scommessa in sole sei settimane per dimostrare di essere capace di un racconto migliore de "L'isola del tesoro". Un viaggio in Africa fuori dai limiti del colonialismo più angusto, ma anche un itinerario spirituale nelle regioni più nascoste dell'anima.

La Recensione

Romanzo d’avventura piuttosto mediocre passato (ingiustificatamente) alla storia per il personaggio di Allan Quatermain, il bravo cecchino recuperato dall’oblio da alcuni film e dalla graphic novel di Alan Moore La Lega degli Straordinari Gentleman. Il libro, pubblicato nel 1885, inaugura una serie composta da quindici volumi – tutti imperniati sulle vicende di Quatermain – e si inserisce nel filone dei romanzi d’avventura per ragazzi che tanto impazzò in Inghilterra e Francia a cavallo tra l’Otto-Novecento. 
La prima avventura del cacciatore lo vede impegnato nella ricerca delle favolose miniere di Re Salomone, ubicate – così sostiene una mappa – in Africa, oltre una catena montuosa invalicabile chiamata Seni di Saba, e raggiungibile solo dopo aver attraversato un deserto sterminato. Suoi compagni saranno Lord Henry, alla ricerca del fratello George (scomparso proprio nel tentativo di trovare le miniere), e il Capitano Wood, nonché il peculiare indigeno Umbopa. 
Quatermain accetta l’impresa disperata non per spirito di avventura – egli si dichiara infatti più volte uomo pauroso e prudente -, ma per garantire un futuro al figlio studente di medicina, trovandosi ormai alle soglie della maturità e privo di un cospicuo patrimonio. L’impresa rischia più volte di fallire per le estreme condizioni ambientali del deserto e delle montagne, ma una volta superate lo scenario è idilliaco: una valle perfettamente protetta (topos caratteristico dei romanzi d’avventura del periodo) e prospera in cui è insediata una fitta popolazione affine agli zulu, governata dal crudele re Twala, e di cui Umbopa è il legittimo regnante, essendo stato il padre spodestato dalla strega Gagool che ha messo sul trono il fratello. 
Chi – come me - si appresta alla storia sperando di trovarvi un romanzo storico rimarrà deluso: il re Salomone verrà solo nominato, e la favolosa ricchezza di cui i protagonisti sono alla ricerca avrebbe potuto essere l’Arca perduta, il martello di Thor, la città di El Dorado, la Lancia di Longino, il tesoro di Tutankhamon o la spada Excalibur. Si perdono di vista presto, e a lungo, gli obiettivi principali dell’impresa, a favore delle peripezie presso la popolazione indigena, del tutto priva di originalità e anzi tratteggiata secondo tutti i cliché della mentalità imperialista dell’epoca: se si esclude il personaggio di Umbopa, di cui si riconosce l’atteggiamento nobile che tuttavia non impedirà ai tre inglesi di schiavizzarlo durante tutta la spedizione salvo poi collocarlo su un trono, gli indigeni sono ottusi primitivi facilmente impressionabili da fucili, monocoli, gambe pallide, dentiere e… perline (le quali, frequentemente usate da Paperon de’ Paperoni nelle sue avventure disneyane, suscitavano in me somma ilarità durante la mia infanzia). 
Lo stile asciutto (quasi sciatto) tipico dell'epoca e del genere - non dimentichiamo che si tratta di un romanzo pubblicato a puntate su giornale e rivolto a un pubblico giovane o di media cultura - ne fa in definitiva un romanzo tuttalpiù adatto ai ragazzi. Deludente.

Giudizio:
+2stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Le miniere di Re Salomone
  • Titolo originale: King Solomon's Mines
  • Autore: H. Rider Haggard
  • Traduttore: V. Daniele
  • Editore: Donzelli
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Narrativa
  • ISBN-13: 9788879898683
  • Pagine: VI - 230
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 21,80

15 marzo 2013

Jurassic Park - Michael Crichton

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I Contenuti

In un'isola sperduta al largo del Costa Rica, il miliardario Hammond costruisce un gigantesco parco di attrazioni biologiche. Grazie all'ingegneria genetica, nel suo Jurassic Park rivivrà un intero ecosistema, compresi i terribili dinosauri carnivori: il gigantesco Tyrannosaurus Rex e i famelici Velociraptor. L'incubo che dominerà il romanzo nasce dal profondo della preistoria e si proietta su un presente dominato dalle arroganti certezze della scienza.

La Recensione

1989. Un operaio giunge in un pronto soccorso in Costa Rica con il corpo squarciato da un animale predatore, ferite che vengono giustificate con un “incidente sul lavoro”. Nella stessa area geografica, una bambina viene morsa da un rettile delle dimensioni di un pollo, ritto su due zampe e dotato di tre dita. E gli incidenti occorsi ai neonati sembrano subire un’impennata. 
Nel deserto del Montana, frattanto, il paleontologo Alan Grant e la paleobotanica Ellie Sattler stanno lavorando ad alcuni scavi sui velociraptor, quando vengono convocati dal loro finanziatore John Hammond perché si rechino sull’isola di sua proprietà, Isla Nublar, ad analizzare e giudicare il progetto in cui ha investito il suo denaro e gli ultimi anni della sua vita. Insieme all’avvocato Donald Gennaro, all’eccentrico matematico Ian Malcolm e allo stesso Hammond, Alan ed Ellie abbandonano di malavoglia gli scavi per entrare in quello che è probabilmente il progetto più ambizioso e folle mai attuato: Jurassic Park, un parco nazionale di prossima apertura che ospiterà dinosauri in carne e ossa, riportati in vita grazie ai più avanzati ritrovati genetici che hanno consentito al team di scienziati assunto da Hammond di prelevare DNA di dinosauro dalle zanzare preistoriche intrappolate nell’ambra fossile.
Il parco, che, assicura Hammond, è perfettamente sicuro, ha ricreato al meglio l’ambiente preistorico – clima, vegetazione – in cui immettere gli animali, tutti nati in laboratorio e impossibilitati a riprodursi perché clonati di sesso femminile, nonché dipendenti da un amminoacido, la lisina, somministrato dagli addetti al parco perché i dinosauri non possano mai allontanarsi dall’isola.
Malcolm, propugnatore della teoria del caos, indispettisce il vecchio Hammond con continue previsioni catastrofiche: il parco, se non lo ha già fatto a loro insaputa, sfuggirà presto al controllo dei suoi creatori. Per comprovare la sua piena fiducia nelle misure di sicurezza adottate nel parco, Hammond organizza un giro dell’isola per Gennaro, Malcolm, Alan ed Ellie, affidando loro anche i nipotini Tim e Lex. Ma proprio durante il giro, mentre sull’isola si abbatte una tempesta tropicale, l’ingegnere informatico Dennis Nendry disattiva l’intero sistema del parco per poter rubare e rivendere alla concorrenza i campioni genetici delle quindici specie di dinosauri clonati. Ed è qui che la natura inizia a ribellarsi.

Il film di Spielberg probabilmente lo conoscono anche le pietre. Il romanzo di Crichton, ormai datato 1990, forse lo si conosce un po’ meno.
Se oggi le teorie esposte dall’autore risultano alquanto sorpassate (soprattutto perché è noto che sarebbe impossibile riempire le interruzioni nelle sequenze di DNA di una creatura utilizzando quello di un’altra specie), negli anni ’90, appena un anno dopo la frequenziazione del primo genoma umano, Crichton è stato in grado di scrivere un romanzo sorprendente, sollevando quesiti ancora oggi molto attuali quali i limiti entro cui può e deve spingersi la scienza quando avvicina l’uomo a Dio nell’atto della creazione. Jurassic Park, in fondo, non è che un romanzo fantascientifico a tesi che dimostra l’inadeguatezza della scienza nel prevedere tutte le variabili di un sistema naturale complesso che si è provato a ricreare.
Chi ha visto il film ma non si è avvicinato al libro - dalla mole meno indifferente di quanto non si pensi - rimarrà stupito dalle variazioni che gli sceneggiatori del film hanno apportato e dalla cruenza delle scene: il medico e scrittore statunitense non risparmia al lettore mutilazioni e dilaniamenti, in un lungo romanzo dal ritmo serrato che contiene molte più peripezie rispetto alla sua controparte filmica: Alan Grant e i due bambini attraverseranno l'intero parco per poter tornare al Centro Visitatori, incontrando la quasi totale varietà dei dinosauri presenti, mentre Ellie, Malcolm, Gennaro ed Hammond, insieme all'ingegnere Arnold e al guardiacaccia Muldoon, si troveranno a loro volta assediati dalle creature e con la difficile incombenza di dover ripristinare tutti i sistemi del parco.
Lo stile di scrittura di Crichton non è precisamente arzigogolato: il periodare è semplice e spesso ridondante, tuttavia funzionale a una trama veloce e quasi interamente costruita sull'azione. La caratterizzazione psicologica dei personaggi, al contrario, risulta ottima, e la documentazione dell'autore quanto a matematica, filosofia e genetica addirittura impressionante. Crichton sarà anche uno scrittore di bestseller, ma non gli si possono negare competenza nel suo lavoro né profonda cura nella documentazione, due doti di cui la maggior parte degli scrittori perennemente in cima alle classifiche di vendita dovrebbero imparare almeno il nome.

Giudizio:
+4stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Jurassic Park
  • Titolo originale: Jurassic Park
  • Autore: Michael Crichton
  • Traduttore: Marenco M.T., Pagnes A.
  • Editore: Garzanti
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Elefanti Bestseller
  • ISBN-13: 9788811685852
  • Pagine: 479
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9.90 Euro

18 febbraio 2013

Il mondo perduto - Arthur Conan Doyle

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I Contenuti

Il geniale Professor Challenger si trova impegnato in un'impresa ai limiti delle possibilità umane, in compagnia di un altro scienziato, di un giornalista e di un nobile sportsman. Prigionieri in un mondo davvero perduto, un'isola geologica sopravvissuta misteriosamente nel cuore della giungla amazzonica, i protagonisti si imbatteranno in fantastiche avventure tra dinosauri, pterodattili, iguanodonti e uomini scimmia. 

La Recensione

Non tutti sanno che Arthur Conan Doyle, 'padre' del celebre investigatore Sherlock Holmes, ha anche generato - oltre a numerosi racconti e romanzi di tenore diverso dal mystery - un ciclo di cinque opere di genere avventuroso/fantascientifico accomunate dal personaggio di G.E. Challenger, geniale scienziato aggressivo e sprezzante, tutte scritte tra il 1912 e il 1929.
La prima e più famosa opera della serie è Il mondo perduto, che come le altre si inserisce in un filone molto in voga a cavallo tra l'Otto/Novecento di cui fu maestro il francese Jules Verne: l'immaginazione di una terra fantastica e tagliata fuori dal mondo, spesso situata su un'isola solitaria, o nelle foreste amazzoniche, o nel profondo dell'Africa, o persino al centro della Terra (in quei territori cioè all'epoca parzialmente inesplorati e che perciò suscitavano un'incredibile fascinazione), luogo esotico che custodisce segreti eccitanti come creature perdute o immaginarie, civiltà da tempo scomparse o ricchezze inestimabili. 
Accostandosi al più celebre esempio verniano (Viaggio al centro della terra), Doyle postula l'esistenza di una valle protetta da un'alta catena montuosa situata nei territori inesplorati dell'Amazzonia, terra che proprio in virtù della sua inaccessibilità ha preservato certe caratteristiche climatiche che hanno consentito ai dinosauri di continuare a vivere indisturbati fino all'Ottocento. Succo della storia è la spedizione alla volta della valle misteriosa condotta dal professor Challenger, scienziato esperto nelle più varie discipline e divenuto lo zimbello del mondo accademico londinese per aver sostenuto di aver scoperto una terra vergine in cui ancora vivono i dinosauri, del giovane giornalista Edward Malone - voce narrante che invia al suo giornale i resoconti del viaggio - partito in cerca di gloria per conquistare l'ammirazione di una donna che non ricambia i suoi sentimenti, dello scettico professor Summerlee e del cacciatore John Roxton.
Si tratta di un romanzo d'intrattenimento di altri tempi, purtroppo inferiore ai suoi parenti francesi: lo stile è semplice e asciutto - come ci si aspetterebbe da un romanzo pubblicato a puntate su giornale per appassionare lettori di diverse età e culture -, lo schema della storia lineare e il ritmo incalzante. Forse spicca appena per l'anticonvenzionalità del suo protagonista (elemento che aveva fatto la differenza nelle storie mystery di Doyle e che aveva reso immortale il personaggio di Sherlock Holmes), purtroppo non abbastanza netta da riuscire a salvare dal semioblio questa serie di romanzi che si fanno leggere piacevolmente e dimenticare con altrettanta facilità.

La serie si compone delle seguenti opere:
  • Il mondo perduto
  • La nube avvelenata
  • La terra della nebbia
  • La macchina disintegratrice (racconto)
  • Quando la Terra urlò (racconto)
Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: Il mondo perduto
  • Titolo originale: The Lost World
  • Autore: Arthur Conan Doyle
  • Traduttore: Sobrero C.
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • Collana: Tascabili. Romanzi e racconti
  • ISBN-13: 9788845251603
  • Pagine: XIII - 316
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,90 Euro

17 febbraio 2013

Di un monaco un brigante e una fanciulla - Silvia Cestaro

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I Contenuti

Serenissima Repubblica. Anno Domini 1610.
Un uomo viene privato di una delle proprie figlie, rapita da un brigante. Come riscatto gli viene chiesto qualcosa di cui difficilmente potrà separarsi. Anche un monaco, suo malgrado, viene coinvolto nella faccenda ed è costretto a fare da testimone a qualcosa che va ben oltre la realtà che era abituato ad affrontare. Un filo sottile lega il monaco, il brigante e la fanciulla, pur mantenendo ciascuno la propria personale visione della realtà. 

La Recensione

Anche se le vicende sono ambientate ai primi del '700, questo non può definirsi propriamente un romanzo storico. Non c'è nessun riferimento a fatti accaduti nel periodo, anche se proprio nel 1610 si registra il regicidio di Enrico IV di Borbone con la morte per squartamento dell'assassino, l'ascesa al trono di Luigi XIII sotto la reggenza di Maria de' Medici (è il tempo de "I Tre Moschettieri") e la messa all'indice da parte della chiesa di Galileo Galilei che insegnava all'università di Padova.
Questa storia, invece, potrebbe essere ambientata in qualsiasi periodo, dal medioevo all'800, o anche in tempi più recenti se, anziché il Veneto, fosse stato scelto il Meridione come teatro degli eventi.
Se prendiamo ad esempio il romanzo storico più famoso in Italia, I Promessi Sposi, che guarda caso si svolge in tempi molto vicini (1628 - 1630) a quello indicato dall'autrice nel suo libro (1610),  notiamo che il comportamento dei protagonisti viene condizionato dagli eventi storici del periodo, dalla sommossa del pane a Milano alla epidemia di peste, con l'intervento diretto ed indiretto di parecchi personaggi storici, da Ferrer al cardinale Federico Borromeo.
Definirei piuttosto questo un romanzo d'avventure, narrato in prima persona di volta in volta dai protagonisti, un monaco, un brigante e una fanciulla. Ognuno di loro racconta un pezzo della storia dal proprio punto di vista.
Il racconto è garbato, la scrittura scorrevole, la terminologia sufficientemente ricca anche se non sempre appropriata, come ad esempio:
"avevo fatto del mio meglio per schiacciare il paragone fra me e la merce avariata" dove il termine "schiacciare" è chiaramente da cambiare (potrei suggerire "non tener conto" o "minimizzare").
A tale proposito si può affermare che l'editing fatto dall'editore lascia a desiderare. A parte alcuni refusi -ne ho trovati diversi anche in un recente romanzo edito da Mondadori- e qualche termine discutibile come sopra accennato, si rilevano anche un paio di voci verbali errate. Ecco un esempio tratto da pagina 16:
"Sarebbe stata la mia salvezza, come se una volta raggiunta la luce benedetta, i due uomini sarebbero svaniti nel nulla."
Nonostante sia un'esordiente, riconosciamo all'autrice il pregio di non indulgere eccessivamente in aggettivi ed avverbi.
In un romanzo d'avventure le frasi sono normalmente brevi, al fine di dare un ritmo più veloce all'azione. In questo caso, invece, il periodare è piuttosto lungo, ma conferisce al racconto un gusto "retrò" non spiacevole.
Ciò che manca al romanzo sono le descrizioni. L'azione inizia nel duomo di Salò, cittadina sul lago di Garda. La prima cosa che l'autrice a mio avviso avrebbe dovuto fare sarebbe stata quella di descrivere se non la città almeno la chiesa. Scrivere è sotto alcuni aspetti come dipingere dei ritratti: per completarli occorre anche disegnare uno sfondo. Si potrà obiettare che le descrizioni annoiano il pubblico giovane cui è prevalentemente indirizzato il romanzo. Cionondimeno non dico che sia necessario iniziare con la descrizione del lago, come fa il Manzoni ne "I Promessi Sposi" prima di arrivare a don Abbondio, personaggio d'esordio, purtuttavia si dovrà fare un accenno all'imponenza del duomo, al piazzale antistante, alla luce diffusa dal rosone frontale, alle navate, la forma delle colonne e via di seguito, fino a dire se era un giorno di festa e se, in quel caso, l'affluenza era maggiore del solito e le persone vestivano meglio degli altri giorni. Occorre cioè che la scrittrice descriva "la scena del crimine" al lettore come se dovesse parlare ad un cieco.
Se non si ritenesse opportuno iniziare il romanzo con una descrizione, nel timore di non riuscire a carpire l'interesse del lettore, si potrà farlo gradualmente con gli occhi distratti di un penitente qualsiasi o, meglio ancora, con quelli della fanciulla protagonista destinata ad essere rapita. A questo proposito, essendo la scrittrice un'esordiente e desiderando una critica costruttiva, sottolineiamo che la tecnica narrativa anglosassone "show don't tell" ha per i romanzi d'avventura un valore vitale. Perché raccontare che c'è stato un omicidio quando lo si può descrivere direttamente? Penso che sarebbe stato preferibile che il romanzo iniziasse quando i fedeli entrano in chiesa per la funzione ed assistono all'omicidio durante l'omelia, anziché in un momento successivo.
Manca anche la descrizione del monaco che lascia la basilica di Sant'Antonio a Padova e inizia a camminare lungo il sentiero che dovrebbe portarlo fino a Salò. Sembrerebbe che il monaco non abbia scelto la via principale e segua un sentiero secondario a piedi, ma non se ne spiegano i motivi. Vengono trattati i suoi problemi di fede, ma si sorvola sul suo stato d'animo, passando dalla folla della città alla solitudine del bosco. Al riguardo viene detto che era una semplice macchia di aceri e che il bosco vero e proprio si estendeva dopo il ruscello. Bisogna pensare che il corso d'acqua fiancheggiasse il sentiero? Il bosco si estendeva a perdita d'occhio? Non c'erano campi coltivati? Dopo quanto tempo dall'inizio del cammino il monaco ha incontrato i banditi?
Manca inoltre una descrizione della grotta in cui il monaco e la fanciulla vengono rinchiusi -ce n'è solo un breve accenno quando finalmente ne escono-. E' già difficile presupporre l'esistenza di una grotta fra Padova e Salò, visto che siamo al centro della pianura padana e la strada è tutta praticamente pianeggiante. Dove inserirla? Sui Colli Berici, forse, dato che è l'unico rilievo di una certa importanza che fiancheggia la strada e che disterebbe da Padova una giornata di cammino (il percorso Padova - Salò è di circa 140 chilometri, tre giorni di buon passo per una persona abituata a camminare).
Possono essere caratterizzati meglio anche i banditi che catturano il monaco. Durante la prigionia egli è costretto a relazionare con loro e pertanto sarebbe stato opportuno non lasciarle semplici figure anonime. Di uno solo viene detto che aveva i denti guasti e l'alito fetido. Occorre cercare qualche tratto distintivo che dia spessore ad altri componenti del gruppo, traendoli dall'anonimato assoluto in cui sono stati relegati. Si potrà ad esempio dire che uno dei banditi avesse una lunga cicatrice che gli solcava la faccia -ogni bandito che si rispetti ne ha una-, un altro che avesse gli occhi strabici e via di seguito, sicuramente una scrittrice troverà elementi caratterizzanti.
Per quanto la storia sia abbastanza originale, si coglie qualche buco narrativo nell'intreccio. Come abbia fatto Orso, il capo dei banditi, a scoprire i responsabili della setta che gli uccisero la famiglia viene accennato in maniera troppo sbrigativa. A mio avviso quello sarebbe stato il vero prologo e la scrittrice avrebbe potuto "mostrare" gli avvenimenti invece di farli "raccontare" da uno dei protagonisti.
L'attitudine alla scrittura c'è, provaci ancora, Silvia!

Giudizio:
+2stelle+ (e mezzo)

Articolo di Antonio

Dettagli del libro
  • Titolo: Di un monaco un brigante e una fanciulla  
  • Autore: Silvia Cestaro  
  • Editore: 0111 Edizioni 
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 978-88-6307-387-4
  • Pagine: 125
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 13,00

05 dicembre 2012

La vera storia del pirata Long John Silver - Björn Larsson

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I Contenuti

Ci viene qui restituito, in tutta la sua ambigua attrazione e vitalità, un personaggio nato già immortale, il terribile pirata con una gamba sola dell’Isola del Tesoro, che ricompare intento a scrivere le sue memorie, e insieme a lui l’universo piratesco, le tempeste, gli arrembaggi, le efferatezze dei pirati ma anche la loro sfida libertaria di ribelli contro il cinismo dei potenti. Riscopriamo così la capacità di sognare e di abbandonarci alla fantasia, grazie al trascinante racconto in cui si intrecciano sapientemente la suspense e l’avventura all’interno di un sottile gioco letterario che stimola la nostra complicità.

La Recensione di Valetta

Il libro si basa sul celebre personaggio dell'Isola del tesoro, "promuovendolo" dal ruolo di spalla a quello di protagonista per raccontarci la sua incredibile vita. L'idea è molto carina perché Long John Silver è sicuramente il personaggio più intrigante del romanzo di Stevenson ed era un peccato non sapere che fine avesse fatto dopo l'avventura dell'isola del tesoro. Larsson ci racconta di una vita decisamente fuori dal comune (anche per un pirata del 700), perfettamente il linea col personaggio che qui viene descritto più nel dettaglio scoprendo così una personalità eccezionale. La sua caratteristica principale è la sua voglia di vivere irrefrenabile, unita ad un bel po' di egoismo e assoluta mancanza di etica. Nonostante qualche lato deprecabile, non si può fare a meno di provare simpatia per questa figura che non vuole farsi mettere in catene da nessuno e grazie ad una straordinaria forza di volontà e tanto coraggio e spavalderia emerge con successo dalle situazioni più pericolose e difficili. In sostanza un libro di pura avventura, quasi d'altri tempi, che si legge tutto d'un fiato.

Giudizio:
+4stelle+

La Recensione di Sakura

L
’isola del tesoro
è uno di quei classici rimasti immortali nel mio gusto, apprezzato da bambina e adorato da adulta. Il merito di Stevenson è quello di aver saputo creare, in un’epoca in cui non era affatto scontato, un villain in bilico tra malvagità e umanità, un efferato criminale che proprio – lettori e autore – non si riesce a odiare, un personaggio che in definitiva sfugge a etichette e a una visione manicheistica della realtà.
Pirata non meno crudele dei suoi consimili, Long John Silver si dimostra nel romanzo di Stevenson ancor più feroce per la lucidità con cui opera, lontana dagli eccessi bestiali così propri degli ubriaconi tagliagole alla cui categoria pure appartiene.
Björn Larsson si inserisce nel filone degli autori moderni che si confrontano con i grandi del passato, recuperando giganti topici della letteratura per illuminarli di nuova luce e offrirli ai lettori con un passato, un futuro e un punto di vista approfondito. L’autore svedese, nella fattispecie, recupera l’immortale personaggio di Long John Silver raccontandone la storia precedente e successiva a L’isola del tesoro. Quando e in che occasione Silver ha perduto la gamba? Come ha conosciuto ‘la sua vecchia negra’ con cui, presumibilmente, si è ricongiunto dopo che Jim Hawkins gli ha permesso di sfuggire all’impiccagione?  Quali sono i suoi natali, quali le sue esperienze marinaresche pregresse al servizio sotto il temibile Capitano Flint? Cosa ne è stato di lui dopo l’avventura sull’Hispaniola? Larsson risponde a tutte le domande che centovent’anni di lettori e amanti de L’isola del tesoro si saranno sicuramente posti, e forse anche a qualcuna in più. Biografia di un personaggio immaginario, romanzo d’avventura, romanzo storico, il lavoro di Larsson è un tentativo di misurarsi con un libro e con un personaggio passati alla storia, sfida da cui l’autore svedese esce più a testa alta di molti altri che hanno cercato di fare altrettanto, ma non altissima.
Ho avuto modo di visionare diverse trasposizioni de L’isola del tesoro, ultima tra tutte la miniserie Sky1 (forse un po’ fantasiosa ma molto ben fatta), e incontrato una decina di Long John Silver. Quello di Larsson, devo dire, non è il migliore.  Il Silver del romanzo di Larsson, anziano uomo di mare ormai ritirato che decide di mettere nero su bianco una vita di ricordi, non è riuscito a parlarmi con la voce del vero Silver, non ha saputo mantenere il fascino dell’aura del personaggio originale, pericolo in cui si incorre nel momento in cui si sceglie di accendere i riflettori laddove è proprio la penombra a creare il mito. Ne risulta un personaggio appiattito, attore in una storia che ha alle spalle almeno settant’anni di altri romanzi sulla pirateria e che ne sfrutta tutti i cliché, i motivi e i temi più famosi. Lascio ai lettori il piacere di scoprire la trama: le avventure del giovane Silver, le lezioni di vita del Silver uomo, le amare riflessioni del Silver anziano. La storia, a dir la verità, talvolta risulta scontata e poco emozionante, complice anche il pessimo stile (o la pessima traduzione) di Larsson, il quale utilizza frasi poco più  lunghe di un rigo.
Proprio così.
Intendo che il libro è scritto tutto in questo modo.
Non si avvicina a Baricco, ma ci siamo quasi.
Il periodare estremamente elementare si accompagna a descrizioni poco accurate e a un lessico semplice, se si esclude la terminologia marinaresca. E’ forse da leggere se si desidera un tuffo modernizzato nei mari e nei personaggi di Stevenson, o magari un buon romanzo storico sulla pirateria dell’epoca, ma solo se non ci si aspetta un romanzo imprescindibile che permetta di ritrovare il vero Long John Silver.

Giudizio:
+4stelle+


 
Dettagli del libro

  • Titolo: La vera storia del pirata Long John Silver
  • Titolo originale: Long John Silver
  • Autore: Björn Larsson
  • Traduttore: Katia DeMarco
  • Editore: Iperborea
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • ISBN-13: 9788870910759
  • Pagine: 496
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,50 Euro

07 dicembre 2011

Moby Dick - Herman Melville

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I Contenuti

Moby Dick (Moby-Dick; or, The Whale) è un romanzo pubblicato nel 1851 dallo scrittore americano Herman Melville. La trama del libro si può riassumere assai brevemente come il viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di capodogli e balene, e in particolare della enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo. Tuttavia in Moby Dick c'è molto di più: le scene di caccia alla balena sono intervallate dalle riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche del protagonista Ismaele, alter ego dello scrittore, rendendo il viaggio un'allegoria e al tempo stesso un'epopea epica. 

Recensione

Che 'Moby Dick' sia molto più di un libro d'avventura è evidente sin dalle prime due parole dell'incipit: 'Chiamatemi Ismaele' è l'atto con cui il protagonista si autonomina, e lo fa con un nome che proviene dalla tradizione biblica.
Senza voler affrontare una recensione vera e propria per questo romanzo storico, che ha ricevuto sin dalla sua pubblicazione nel 1851 una serie ininterrotta di studi, interpretazioni e analisi testuali e letterarie, vorremmo solo appuntare l'attenzione su alcuni aspetti che rendono questa narrazione, epica e drammatica insieme, una specie di anomalia, o quanto meno un'espressione eccentrica della fantasia dell'autore: con la sua pubblicazione lo scrittore nordamericano si distacca dalle precedenti opere, narrativa di viaggi nei mari del Sud e perde anche gran parte del suo successo di pubblico.
Per contro, proprio 'Moby Dick' è l'opera di Melville ritenuta più importante e universalmente considerata un capolavoro della letteratura mondiale.
In effetti la caccia solitaria alla balena bianca - e solitaria lo è davvero questa caccia, perchè, nonostante la presenza di una ciurma numerosa, la sfida si riduce a un duello mortale con due protagonisti, il capitano e Moby Dick -, intrapresa dal capitano Achab con una cerimonia sul Pequod, la sua baleniera, che ricorda riti tribali e sacrifici iniziatici, si distacca dai clichè della narrativa d'avventura genere 'feuilleton' per diventare l'incarnazione di un'ossessione personale, una vera e propria monomania, come più volte sottolinea il narratore.
In questa ricerca, modellata sul topos mitologico della 'caccia sacra', che ha come luogo l'infinito dell'Oceano, tutto diventa metafora di qualcosa d'altro.
Una lunga parte del racconto è precedente all'imbarco e ricorda, oltre all'arrivo di Ismaele a Nantucket, dove si imbarcherà sul Pequod, anche la conoscenza con il polinesiano Queequeg, uno degli arponieri della spedizione. I presagi sono il leit motiv di questa sezione: durante una predica tra le pareti fredde e spoglie - come possiamo immaginarle nella tradizione puritana del New Jersey - viene citato il racconto biblico di Giona, il profeta che, per aver disobbedito al volere divino di predicare contro le perversioni di Ninive, finisce per tre giorni nel ventre di un pesce gigante, raffigurato nell'iconografia sacra come una balena.
Nel testo, che vede una serie di divagazioni laterali su vari temi legati al 'whale-hunting', dalla classificazione dei cetacei alle tecniche di estrazione dell'olio (lo 'spermaceti') alle scene di vita quotidiana su una baleniera, i riferimenti a un sottotesto per così dire 'biblico' - nel senso che attraverso i riferimenti sacri si crea una lettura traslata della narrazione - sono continui e appartengono alla trasfigurazione del capodoglio e di Moby Dick in particolare nell'immagine del mitico Leviatano, mostro marino ereditato forse dalla mitologia babilonese che incarna la potenza divina della natura.
La balena bianca diventa in qualche modo simbolo delle forze che non si lasciano sottomettere dalla volontà umana, dell'irrazionale e del caos primordiale, del sentimento di matrice romantica che si prova dinanzi all'infinito, incomprensibile e ingovernabile: è il sublime, che Achab odia ma dal quale non può fare a meno di essere attratto, anche a costo della propria sanità mentale e della vita, sua e del suo equipaggio.
Il destino di Achab è adombrato in qualche modo anche nel personaggio biblico da cui prende il nome: il re d'Israele in aperto scontro con i profeti del Dio unico, come il capitano monolitico rifiuta di ascoltare qualsiasi consiglio da parte dei suoi ufficiali, va contro la volontà divina ed è per questo condannato a una morte infame sul campo di battaglia.
Un parallelismo simile riguarda anche la figura del narratore, Ismaele, che nel racconto del Vecchio Testamento è il figlio illegittimo di Abramo, scacciato dal padre insieme alla madre Agar e costretto a una vita solitaria di peregrinazioni e vagabondaggi nel deserto d'Arabia.
Ciò che rende blasfema la caccia del capitano Achab è il suo essere il simbolo di una sfida: non insegue Moby Dick tanto perchè gli ha strappato una gamba rendendolo storpio, quanto perchè lanciando il suo arpione - che ha voluto consacrare nel momento della forgiatura bagnandolo nel sangue degli arponieri polinesiani - contro la balena bianca scaglia la sua bestemmia tracotante contro l'intangibile e inavvicinabile mistero divino fatto carne nella manifestazione della natura.
E il suo atto è reso ancora più grave dal fatto che viene compiuto in nome e per conto dell'umanità intera, come atto di ribellione luciferina: all'inizio della navigazione, in una scena di baldoria collettiva, i marinai si scatenano in una giga dividendosi per nazionalità e nell'equipaggio ogni parte del mondo conosciuto sembra essere rappresentata.
La danza sacrilega richiama alla mente il giubilo del popolo di Israele che, dopo la fuga dall'Egitto, si concede alle danze idolàtre intorno al vitello d'oro: in questo caso è d'oro il lingotto che Achab promette come ricompensa per il primo della ciurma che avvisti lo sbuffo della balena bianca.
Inevitabilmente l'atto di superbia voluto da Achab termina nell'annichilimento della volontà umana di fronte alla potenza divina, che prende le sembianze del leviatano-Moby Dick: il gorgo che inghiotte nell'abisso insieme al capitano anche la nave e l'equipaggio costituisce l'immagine rovesciata verso il basso della torre di Babele, altro esempio di presunzione dell'orgoglio umano che porta con sè la necessità della punizione.
Solo nel finale si trova una scintilla di speranza: Ismaele, che, come abbiamo detto, impersona l'uomo nel suo vagare errabondo attraverso l'esperienza mondana, viene salvato da un vascello chiamato 'Rachele', come la moglie di Giacobbe che nell'Antico Testamento era la moglie preferita di Giacobbe e un simbolo universale di mitezza.

Giudizio:
+5stelle+

Articolo di Polyfilo

Dettagli del libro
  • Titolo: Moby Dick
  • Titolo originale: Moby Dick, or: the Whale
  • Autore: Herman Melville
  • Traduttore: Nemi D'Agostino
  • Editore: Garzanti
  • Data di Pubblicazione: 1966 (2008)
  • Collana: I Grandi Libri
  • ISBN-13: 9788811360056
  • Pagine: 512
  • Formato - Prezzo: paperback - euro 8,50

13 novembre 2011

La spada della verità vol.3 - Terry Goodkind

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I Contenuti

Richard ha deciso di raggiungere l'amata Kahlan, regina della Galea, che sta tornando verso Ebinissia con l'intenzione di ricostruirla per poi governare la sua nuova patria. I piani di Richard vengono però sconvolti dall'entrata in scena di due temibili nemici, alleati tra loro, si tratta dell'Ordine Imperiale, l'esercito guidato dal misterioso Jagang, che vuole sottomettere il mondo intero, e della Stirpe dei fedeli condotta dal generale Tobias Brogan, un uomo che odia la magia al punto di volerla estirpare per sempre, poiché la considera il mezzo con il quale il Guardiano del mondo sotterraneo influenza il mondo dei vivi.

La Recensione
Terza Regola del Mago: Le passioni non devono governare la ragione.
«Autorizzare le emozioni a controllare la tua ragione potrebbe causare problemi per te stesso e per coloro intorno a te.»
Ancora una volta, il romanzo si collega direttamente alla fine del precedente, precisamente il giorno successivo alla prima notte di Kahlan e Richard.
In seguito alla sconfitta del Guardiano, Richard Cypher (Richard Rahl dopo la scoperta delle sue vere origini) deve fare i conti con la sua nuova posizione: essendo figlio naturale di Darken, può rivendicare la sua carica e il suo sterminato esercito per rimettere in ordine il Nuovo Mondo, funestato dalle scorrerie dell'Ordine Imperiale -al servizio dell'imperatore Jagang- e della Stirpe dei Fedeli -guidati dal generale Tobias Brogan-, i quali desiderano estirpare ogni forma di magia. Kahlan, protetta dall'incantesimo di morte di Zedd che nasconde la sua esistenza a chiunque, è stata nominata Regina di Galea ed è in viaggio verso Aydindril con il mago e Adie per raggiungere il compagno. Frattanto, al Palazzo dei Profeti si verifica un vuoto di potere, e grande è la sorpresa di Sorella Verna nel vedersi proclamare Priora. Le Sorelle dell'Oscurità scoperte da Richard sono fuggite, ma non sono le uniche, e tocca a Verna e al mago Warren indagare per impedire che le adepte del Guardiano mettano in pratica i suoi piani.

In questo terzo volume, lento e frammentario, abbiamo:
- Un Richard più fuori posto che mai nei panni del comando. Tutte le sue decisioni, anche quelle apparentemente più folli, vengono prese d'istinto. Ma lui è il Cercatore, un mago Aggiuntivo e Detrattivo, e soprattutto è il protagonista, quindi il suo istinto risolve tutto nel migliore dei modi.
Finché rimaneva nell'ambito del fantasy più semplice e classico, Terry Goodkind, tra qualche ingenuità e molti cliché, riusciva a destreggiarsi. Il suo errore è stato quello di imperniare un libro quasi esclusivamente sulla politica: Richard eroe boscaiolo andava bene, Richard a capo di una confederazione di stati decisamente no. Tutti coloro che vengono investiti del comando tentano di emergere in un contesto che non fa per loro, come se fossero personaggi da commedia che cerchino di risultare convincenti in una tragedia;
- Una Kahlan più simpatica del consueto per un motivo semplicissimo: è quasi del tutto assente;
- Il ritorno di un paio di morti viventi, uno dei quali particolarmente insopportabile nel suo prendere continue e testarde decisioni che ledono la libertà altrui, nella perfetta convinzione di essere il depositario della verità assoluta;
- Il ritorno di Sorella Verna, forse il personaggio più riuscito e convincente del romanzo. L'unico, almeno, che sembri perseguire una logica coerente;

- Non uno, ma ben due villain, uno più malvagio dell'altro, ma entrambi dediti più che altro ad azioni di contorno che non inficiano la trama principale. Devo dire, inoltre, che inizia a stancarmi il fatto che ogni antagonista debba avere manie sessuali violente. Non siamo in un romanzo della trilogia Millennium. Si può anche essere perversi, assassini e violenti senza essere maniaci sessuali. In questo terzo volume, infatti, stupri e molestie abbondano in particolar modo.
- Le Mord-Sith, che nel primo libro erano risultate ottimi personaggi negativi (spietati ma con storie alle spalle che ne giustificavano la disumanità) e che sono ormai passate al lato buono, diventando inevitabilmente allegre comari spiritose e chioccianti.
A tal proposito: sembra che Goodkind abbia cercato goffamente di inserire nella saga il tema dell'omosessualità, trattato con una spettacolare disinvoltura. Siamo in un mondo fantasy, ergo le opzioni dovrebbero essere due: marcare il lato medievale e rendere l'omosessualità inusuale e deprecata in quanto contronatura, o marcare il lato fantasy e considerarla praticabile senza alcun pregiudizio. L'autore resta indeciso: Richard, che assiste al coming out di un personaggio secondario (precisiamo: durante l'esplorazione di un pericolosissimo mastio stregato, e per mezzo di un interminabile dialogo fatto di reticenze e circonlocuzioni che rendono complicato un concetto in realtà semplicissimo) si sorprende, si sconvolge, intima al personaggio di tornare etero e infine realizza che il cuore ha ragioni che la ragione non conosce. Il tutto in appena mezza pagina. A questo punto, caro Goodkind, potevi risparmiarti tale precisazione sul personaggio.
- Buchi narrativi, incongruenze e sfrenate casualità a palate.


Simpatici eufemismi, i miei -nel caso in cui non si fosse capito- per affermare che il volume è peggiore dei precedenti. Inoltre l'edizione è pessima persino per gli standard della Fanucci: non solo i refusi ortografici si sono moltiplicati, ma i segni di interpunzione (virgole soprattutto) hanno iniziato a fare uso di sostanze stupefacenti.

I volumi, tutti recentemente ristampati con copertine raffiguranti gli attori della serie tv:

Vol. 1 - L'assedio delle tenebre / La profezia del mago, 2006, 2010 [stampato diviso la prima volta nel '98-'99 e ristampato unito nel 2003 - edizioni esaurite]

Vol. 2 - Il guardiano delle tenebre / La pietra delle lacrime, 2006 [stampato diviso la prima volta nel '99-2000 e ristampato unito nel 2003 - edizioni esaurite]
Vol. 3 - La stirpe dei guerrieri / L'Ordine imperiale, 2006 [stampato diviso la prima volta nel 2000 e ristampato unito nel 2004 - edizioni esaurite]
Vol. 4 - La profezia della luna rossa / Il tempio dei venti, 2006 [stampato diviso la prima volta nel 2001 e ristampato unito nel 2005 - edizioni esaurite]
Vol. 5 - L'anima del fuoco, 2007 [prima edizione del 2002, seconda del 2006]
Vol. 6 - La fratellanza dell'Ordine, 2008 [prima edizione del 2003]
Vol. 7 - I pilastri della creazione, 2008 [prima edizione del 2004]
Vol. 8 - L'impero degli indifesi, 2008 [prima edizione del 2005]
Vol. 9 - La catena di fuoco, 2008 [prima edizione del 2006]
Vol. 10 - Fantasma, 2010 [prima edizione del 2007]
Vol. 11 - Scontro finale, 2011 [prima edizione del 2008]

Giudizio:
+2stelle+ (e mezzo)

Articolo di Sakura87

Dettagli del libro
  • Titolo: La spada della verità vol.3
  • Titolo originale: Blood of the Fold
  • Autore: Terry Goodkind
  • Traduttore: Gianni N.
  • Editore: Fanucci
  • Data di Pubblicazione: 2006
  • Collana: Tascabili immaginario
  • ISBN-13: 9788834712146
  • Pagine: 612
  • Formato - Prezzo: 16,90 Euro

24 gennaio 2011

Vango. Tra cielo e terra - Timothée de Fombelle

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I Contenuti

Parigi 1935. Ai piedi della cattedrale di Notre-Dame, quaranta uomini distesi a terra sono in attesa di essere ordinati sacerdoti. Tra questi c’è Vango, diciannove anni, un passato avvolto nel mistero e un futuro altrettanto incerto, perché – un attimo prima che la cerimonia abbia inizio – la polizia fa il suo ingresso al sagrato della chiesa per arrestarlo.
Ma quale crimine ha commesso? Vango non lo sa e scappa arrampicandosi su per la facciata e le torri della cattedrale. La polizia però non è la sola ad interessarsi al ragazzo, c’è anche una giovane donna che segue con trepidazione la fuga, così come un uomo dall’aspetto losco che apre fuoco contro di lui. Vango, arrivato in cima alla chiesa, riesce a scappare grazie allo Graf Zeppelin del comandante Eckener, venuto a Parigi per seguire la sua ordinazione. Scampato all’arresto, il ragazzo prova a mettersi in contatto con il suo mentore, padre Jean, e scopre di essere accusato proprio dell’assassinio del sacerdote. Chi trama alle spalle di Vango? Chi è Vango in realtà? Cresciuto nelle isole Eolie, dove era misteriosamente approdato a tre anni insieme alla sua nutrice, Mademoiselle, che lo ha amato come un figlio, proteggendolo dal suo stesso passato, le sue solo certezze sono il nome, Vango Romano, e un fazzoletto con ricamate una V dorata e la frase Combien royaumes…nous ignorent… Attorno a Vango ruotano personaggi storici come Hugo Eckener, il capitano del Graf Zeppelin, e altri di fantasia come Zefiro, il monaco a capo del convento segreto dell’isola di Alicudi, o la Talpa, una ragazzina ebrea di buona famiglia che condivide con Vango il gusto per l’indipendenza e le notti all’aperto sui tetti di Parigi. Poi c’è Ethel, scozzese ricca, giovane e profondamente innamorata di lui. Per finire ci sono i nemici, terribili, spietati, uno per tutti: Stalin! Proprio lui: il dittatore sovietico in persona.

La Recensione

Leggere Vango è un po' come guardare il primo episodio di un telefilm. Mille personaggi vengono presentati, un'infinità di storie e microstorie prendono il via ma è tutto accennato, nulla è approfondito e sul più bello ecco scorrere i titoli di coda. Tanti saluti e arrivederci alla prossima puntata.
L'avvio è impeccabile, non c'è che dire. Il piazzale di Notre-Dame, 40 giovani sdraiati a terra che attendono di essere ordinati sacerdoti, la pioggia battente, la folla in trepidazione, una giovane che piange a dirotto e poi all'improvviso la polizia che fa irruzione, un ragazzo si lancia in una fuga disperata, spari risuonano da chissà dove. Poche pagine e Vango ti ha già accalappiata, sei già in fuga con lui per i tetti di Parigi, lo segui ansiosa mentre si rifugia a bordo del leggendario Graf Zeppelin mentre il povero ispettore Boulard rimane a Parigi a bracolare nel buio. L'impressione è ottima, l'avventura c'è, il mistero pure, tutte le carte sono in regola per conquistare un lettore ben più smaliziato di un dodicenne.
A questo punto però l'autore va fuori strada, sbanda e si perde. Vuoi per il desiderio di buttare più carne possibile al fuoco, vuoi perchè ha già progettato uno o due seguiti a questo libro, de Fombelle inizia a divagare: ad ogni nuovo personaggio che compare sulla scena corrisponde una digressione più o meno breve nel suo passato, un viaggio nei ricordi non sempre inserito a proposito e non necessariamente legato allo sviluppo della storia o ad una migliore comprensione del personaggio in questione. Avendo appena rivisto il film, questo modo di narrare mi ha subito ricordato le infinite digressioni del protagonista de La versione di Barney, dove il semplice accenno ad un nume o ad un oggetto portavano ad un nuovo anedotto totalmente slegato dal corpo della narrazione. Il problema è che lì l'effetto era voluto, sia per la peculiarità del personaggio di Barney, sia per il suo Alzheimer galoppante, qui invece l'impressione che se ne ricava è che l'autore voglia un po' allungare il brodo per giustificare la necessità di un secondo volume. Questa tendenza si accentua man mano che si va avanti con la lettura, tanto da risultare veramente irritante nell'ultima parte del libro: che senso ha il personaggio della Talpa? E gli spocchiosi Cameron che tentano di accasare la povera Ethel col loro adorato figlioletto? Le loro comparsate risultano vuote e inutili, storie appiccicate come post-it sulla trama principale, così come quelle di tanti altri personaggi del racconto.
L'aspetto paradossale di questa sovrabbondanza di informazioni è che si perde di vista in continuazione il personaggio principale tanto che a fine libro ancora non si sa nulla di lui, non si è capito che tipo è, com'è il suo carattere, quali sono i suoi pensieri. Se abbiamo imparato a conoscere l'anticonformista Ethel nel profondo e ci siamo fatti un'idea precisa di che tipo fosse il grande Eckener, comandante dello Zeppelin, Vango non è altro che una sagoma vuota sulla quale si possono incollare generici aggettivi come "coraggioso", "spaventato", "agile" ma nel complesso non se ne individua il carattere, il suo desiderio di diventare monaco non ha un perché, il suo rapporto con Ethel è indefinibile e subisce trasfomazioni inspiegabili.
L'autore, per quanto dimostri di non essere un novellino, alla prova dei fatti non sembra in grado di gestire una trama così articolata. Anche nello stile utilizzato sembra che abbia voluto strafare. Intendiamoci, il libro è ben scritto ma spesso il tono è eccessivamente "epico", soprattutto quando si viaggia nel mondo dei ricordi ogni dettaglio viene narrato con un tono quasi fatalista. Troppi inoltre i termini ad effetto tanto che a volte si cade nel melodrammatico.
Resto in attesa di un secondo volume che dia una risposta agli innumerevoli interrogativi lasciati in sospeso, così com'è Vango è un libro che non sta in piedi da solo.


Giudizio:
+3stelle+

Articolo di Valetta

Dettagli del libro
  • Titolo: Vango.Tra cielo e terra
  • Titolo originale: Vango. Entre ciel et terre
  • Autore: Timothée de Fombelle
  • Traduttore: M.Bastanzetti
  • Editore: San Paolo
  • Data di Pubblicazione: 20 febbraio 2011
  • Collana: Narrativa San Paolo Ragazzi
  • ISBN-13: 9788821569890
  • Pagine: 428
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 18,00 Euro

Vango. Tra cielo e terra - Timothée de Fombelle - Giudizio: 3 Stelle aNobiiane

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I Contenuti

Parigi 1935. Ai piedi della cattedrale di Notre-Dame, quaranta uomini distesi a terra sono in attesa di essere ordinati sacerdoti. Tra questi c’è Vango, diciannove anni, un passato avvolto nel mistero e un futuro altrettanto incerto, perché – un attimo prima che la cerimonia abbia inizio – la polizia fa il suo ingresso al sagrato della chiesa per arrestarlo.
Ma quale crimine ha commesso? Vango non lo sa e scappa arrampicandosi su per la facciata e le torri della cattedrale. La polizia però non è la sola ad interessarsi al ragazzo, c’è anche una giovane donna che segue con trepidazione la fuga, così come un uomo dall’aspetto losco che apre fuoco contro di lui. Vango, arrivato in cima alla chiesa, riesce a scappare grazie allo Graf Zeppelin del comandante Eckener, venuto a Parigi per seguire la sua ordinazione. Scampato all’arresto, il ragazzo prova a mettersi in contatto con il suo mentore, padre Jean, e scopre di essere accusato proprio dell’assassinio del sacerdote. Chi trama alle spalle di Vango? Chi è Vango in realtà? Cresciuto nelle isole Eolie, dove era misteriosamente approdato a tre anni insieme alla sua nutrice, Mademoiselle, che lo ha amato come un figlio, proteggendolo dal suo stesso passato, le sue solo certezze sono il nome, Vango Romano, e un fazzoletto con ricamate una V dorata e la frase Combien royaumes…nous ignorent… Attorno a Vango ruotano personaggi storici come Hugo Eckener, il capitano del Graf Zeppelin, e altri di fantasia come Zefiro, il monaco a capo del convento segreto dell’isola di Alicudi, o la Talpa, una ragazzina ebrea di buona famiglia che condivide con Vango il gusto per l’indipendenza e le notti all’aperto sui tetti di Parigi. Poi c’è Ethel, scozzese ricca, giovane e profondamente innamorata di lui. Per finire ci sono i nemici, terribili, spietati, uno per tutti: Stalin! Proprio lui: il dittatore sovietico in persona.

La Recensione

Leggere Vango è un po' come guardare il primo episodio di un telefilm. Mille personaggi vengono presentati, un'infinità di storie e microstorie prendono il via ma è tutto accennato, nulla è approfondito e sul più bello ecco scorrere i titoli di coda. Tanti saluti e arrivederci alla prossima puntata.
L'avvio è impeccabile, non c'è che dire. Il piazzale di Notre-Dame, 40 giovani sdraiati a terra che attendono di essere ordinati sacerdoti, la pioggia battente, la folla in trepidazione, una giovane che piange a dirotto e poi all'improvviso la polizia che fa irruzione, un ragazzo si lancia in una fuga disperata, spari risuonano da chissà dove. Poche pagine e Vango ti ha già accalappiata, sei già in fuga con lui per i tetti di Parigi, lo segui ansiosa mentre si rifugia a bordo del leggendario Graf Zeppelin mentre il povero ispettore Boulard rimane a Parigi a bracolare nel buio. L'impressione è ottima, l'avventura c'è, il mistero pure, tutte le carte sono in regola per conquistare un lettore ben più smaliziato di un dodicenne.
A questo punto però l'autore va fuori strada, sbanda e si perde. Vuoi per il desiderio di buttare più carne possibile al fuoco, vuoi perchè ha già progettato uno o due seguiti a questo libro, de Fombelle inizia a divagare: ad ogni nuovo personaggio che compare sulla scena corrisponde una digressione più o meno breve nel suo passato, un viaggio nei ricordi non sempre inserito a proposito e non necessariamente legato allo sviluppo della storia o ad una migliore comprensione del personaggio in questione. Avendo appena rivisto il film, questo modo di narrare mi ha subito ricordato le infinite digressioni del protagonista de La versione di Barney, dove il semplice accenno ad un nume o ad un oggetto portavano ad un nuovo anedotto totalmente slegato dal corpo della narrazione. Il problema è che lì l'effetto era voluto, sia per la peculiarità del personaggio di Barney, sia per il suo Alzheimer galoppante, qui invece l'impressione che se ne ricava è che l'autore voglia un po' allungare il brodo per giustificare la necessità di un secondo volume. Questa tendenza si accentua man mano che si va avanti con la lettura, tanto da risultare veramente irritante nell'ultima parte del libro: che senso ha il personaggio della Talpa? E gli spocchiosi Cameron che tentano di accasare la povera Ethel col loro adorato figlioletto? Le loro comparsate risultano vuote e inutili, storie appiccicate come post-it sulla trama principale, così come quelle di tanti altri personaggi del racconto.
L'aspetto paradossale di questa sovrabbondanza di informazioni è che si perde di vista in continuazione il personaggio principale tanto che a fine libro ancora non si sa nulla di lui, non si è capito che tipo è, com'è il suo carattere, quali sono i suoi pensieri. Se abbiamo imparato a conoscere l'anticonformista Ethel nel profondo e ci siamo fatti un'idea precisa di che tipo fosse il grande Eckener, comandante dello Zeppelin, Vango non è altro che una sagoma vuota sulla quale si possono incollare generici aggettivi come "coraggioso", "spaventato", "agile" ma nel complesso non se ne individua il carattere, il suo desiderio di diventare monaco non ha un perché, il suo rapporto con Ethel è indefinibile e subisce trasfomazioni inspiegabili.
L'autore, per quanto dimostri di non essere un novellino, alla prova dei fatti non sembra in grado di gestire una trama così articolata. Anche nello stile utilizzato sembra che abbia voluto strafare. Intendiamoci, il libro è ben scritto ma spesso il tono è eccessivamente "epico", soprattutto quando si viaggia nel mondo dei ricordi ogni dettaglio viene narrato con un tono quasi fatalista. Troppi inoltre i termini ad effetto tanto che a volte si cade nel melodrammatico.
Resto in attesa di un secondo volume che dia una risposta agli innumerevoli interrogativi lasciati in sospeso, così com'è Vango è un libro che non sta in piedi da solo.

Articolo di Valetta

Dettagli del libro

  • Titolo: Vango.Tra cielo e terra
  • Titolo originale: Vango. Entre ciel et terre
  • Autore: Timothée de Fombelle
  • Traduttore: M.Bastanzetti
  • Editore: San Paolo
  • Data di Pubblicazione: 20 febbraio 2011
  • Collana: -
  • Formato: Copertina rigida
  • ISBN: 8821569896
  • ISBN-13: 9788821569890
  • Pagine: 428
  • Prezzo: da definire
  • Link aNobii: Vango

 

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